martedì 31 luglio 2007

professò/in succursale

Venne un giorno in cui sembrò che io fossi arrivata finalmente a Roma. Trasferita alla Scuola Media Plinio, due passi da S. Giovanni, praticamente sotto casa. Incredulità, festa grande. Assaporavo già lo squisito piacere di uscire di casa alle otto del mattino, quando dovetti risvegliarmi dal sogno. Plinio sì, ma succursale. Quando in una scuola si pronuncia la parola succursale sotto c’è il tranello, anzi direttamente la fregatura. La succursale è sempre scomoda, disagevole, lontana e sfigatissima. Classi di disperati, locali fetidi, mezzi di trasporto inesistenti. In linea di ipotesi la succursale della Plinio non faceva eccezione, ma si trovava al Borghetto Latino. Fu quello che capovolse la situazione e trasformò quei due anni di insegnamento in una specie di idillio virgiliano. Il Borghetto Latino sono dieci case e una ventina di famiglie raccolte attorno ad uno spiazzo sotto l’acquedotto romano. Sta sulla sinistra dell’Appia uscendo da Roma e di fronte, sull’altro lato dell’Appia, c’è un esclusivo circolo di golf. L’Appia non divide soltanto due mondi, non compatibili per condizioni economiche, sociali, culturali, ma anche due tempi. L’oggi golfista e un passato penetrante. Al Borghetto Latino si viveva in familiarità con l’antica Roma. Il paesaggio era quello di secoli e secoli indietro: campagna romana, placida e sonnolenta e l’acquedotto. Silenzio, qualche cane, i ragazzini e la costruzione arrangiata della scuola, una vecchia casa colonica.
Le madri dei ragazzini stendevano i panni sotto l’acquedotto e i figli ci giocavano a pallone. Portavano a scuola cocci romani raccolti tra l’erba dei prati. Arrivare la mattina al borghetto era come sbarcare su un altro mondo, un mondo più silenzioso, più intimo, più pulito anche. Gente non toccata dalla volgarità della città, in difficoltà ma senza delinquenza, gente tranquilla e fiduciosa. Mi appoggiai a quell’atmosfera pacifica, mi riposai gli occhi e l’anima. E poi leggere nelle ore di buco, seduta sui gradini della scuola, l’Eneide di Virgilio era come camminare sottobraccio al vecchio padre della letteratura latina. A qualche centinaio di metri le tombe latine, allora non recintate, seminascoste dal verde, affiancate dai cipressi; e ogni tanto affiorava il basalto della vecchia Appia. Sullo sfondo la sagoma della tomba di Cecilia Metella. E poi il clima tra colleghi. Una congiunzione astrale particolarmente benevola aveva raccolto nella succursale alcuni dei migliori colleghi che io abbia incontrato nella mia vita di insegnante. Gente che faceva tranquillamente il suo lavoro, senza scappatoie, senza nevrastenie, gente allegramente fiduciosa verso gli alunni e aperta verso gli altri colleghi. Era una sola sezione, tre classette, quindi un piccolissimo nucleo di insegnanti. C’era collaborazione, ci si scambiavano pareri e suggerimenti. Non si fuggiva mentre la campanella ancora suonava. I ragazzini facevano ginnastica all’aperto, estate e inverno. Spesso mi fermavo oltre la mia ora e mi sedevo al margine del campo dove la mia collega Carmela faceva giocare i ragazzi a pallone o montava un cesto da basket o si inventava qualche gioco a partire dal nulla. Qualche volta giocavo con loro o facevo ginnastica con loro. Avevo anche un cane al Borghetto Latino. Uno spinone che mi aveva adottata. Mi aspettava ogni mattina e mi investiva di affetto ipercinetico, emozionato come dopo una lunga assenza. Qualche volta veniva in classe con me. Stava un’oretta poi chiedeva di uscire. Mi aspettava all’uscita, andavamo assieme a comprare qualche cosa per lui nel piccolo alimentari. Restava fermo, al centro della stradina polverosa che immetteva nel grande spiazzo della scuola, a guardarmi andar via sulla mia 500. Quel cane lo vedo ancora, e se mi concentro sento ancora sulla mano i suoi baffi ispidi. Lo chiamavo cane. Era troppo intelligente e libero e decisionista per dargli un nome di autorità. Ci trovammo tutti così bene in succursale che nessuno di noi il secondo anno chiese di passare in centrale. Il preside sospettò che non lavorassimo, che ci dessimo alla pazza gioia lontano dai suoi occhi indagatori. Fece una improvvisa comparsa, una mattina. La bidella puliva i vetri, la scuola era tranquilla. Entrò con impeto nelle tre classi, placidamente accolto da insegnanti interrotti mentre spiegavano, correggevano, raccontavano. Rinculò, messo a disagio dal clima operoso ma tranquillo. Era sospettoso e diffidente, ma non stupido. Alla prima riunione di classe disse che ci ringraziava per avergli mostrato come avrebbe dovuto funzionare ogni scuola. Era un tipo un po’ retorico, magniloquente, ma effettivamente un piccolo miracolo pedagogico aveva luogo al Borghetto Latino.

Molti anni dopo la Giunta cittadina intervenne sul Borghetto. Positivamente si intende, attuando quelle opere che erano necessarie. Ma la stampa usò, per indicarle, il termine “bonificare” il Borghetto Latino. DOVETTI scrivere al giornale su cui avevo letto la notizia, perché non c’era niente da “fare buono” al Borghetto. Bastava fare il proprio dovere di amministratori e basta.
Il Borghetto Latino era già buono di suo.

1 commento:

  1. Leggerti è sempre una gioia per l'anima. Mannaggiattè!

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