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mercoledì 10 marzo 2010

voglio scegliere



Appello per il diritto alla libertà di cura

Rispettiamo l'Articolo 32 della Costituzione

Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull'onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.

Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell'orientamento generale degli italiani.

Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.

Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.

Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.

Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.

Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.

Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.

Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.


Primi Firmatari

Ignazio Marino, chirurgo e senatore
Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio
Corrado Augias, scrittore
Bianca Berlinguer, giornalista
Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo
Maurizio Costanzo, giornalista
Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL
Paolo Franchi, giornalista
Silvio Garattini, scienziato, farmacologo
Massimo Giannini, giornalista
Franzo Grande Stevens, avvocato
Marcello Lippi, Commissario tecnico della Nazionale italiana
Luciana Littizzetto, attrice e cabarettista
Alessandra Kustermann, medico, ginecologa
Miriam Mafai, giornalista e scrittrice
Vito Mancuso, teologo
Erminia Manfredi, regista
Simona Marchini, attrice e autrice
Rita Levi Montalcini, premio Nobel
Giuseppe Remuzzi, scienziato, immunologo
Stefano Rodotà, giurista
Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica
Umberto Veronesi, oncologo
Mina Welby, delegato municipale ai diritti civili
Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale

POSSIAMO FIRMARE QUI

mercoledì 17 febbraio 2010

l'umiltà del genio


Leggere Einstein commuove per la semplicità delle sue espressioni e per la sua umiltà.


"Non potrei immaginare un Dio che premi e castighi le sue creature, i cui scopi siano calcati sui nostri, un Dio in breve che sia un mero riflesso della fragilità umana... A me basta contemplare il mistero della vita senziente che si perpetua per l'eternità, riflettere sulla meravigliosa struttura dell'universo di cui cogliamo ben poca cosa e cercare umilmente di ca­pire una seppure infima parte dell'intelligenza che si manife­sta in natura."

(1932)

giovedì 10 luglio 2008

preghiera laica per Eluana

Milano, 9 luglio (Adnkronos)
I giudici della Corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro, la giovane donna che da 16 anni vive in stato vegetativo irreversibile, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Eluana si trova in coma permanente dal 18 gennaio del 1992, dopo un incidente stradale, e il padre, Beppino Englaro, dal 1999 chiede di potere sospendere i trattamenti alla figlia.

Con il provvedimento depositato oggi l'uomo, in qualità di tutore, puo' tecnicamente richiedere fin da subito ai responsabili del reparto dove è in cura la ragazza, di sospendere le cure 'nasogastriche'. Questo nonostante che, da un punto di vista giuridico, il decreto potrebbe, entro 60 giorni, essere soggetto ad un nuovo ricorso in Cassazione e la Procura Generale, come aveva fatto in passato, potrebbe impugnare la sentenza.

La decisione della corte, sessanta pagine in tutto, si basa soprattutto sul convincimento manifestato da Eluana prima dell'incidente, che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere artificialmente, privata delle capacità percettive e di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Da un punto di vista prettamente medico, infatti, un provvedimento già agli atti del caso formalizzava di fatto l'irreversibilità del processo 'morboso' a cui è soggetta la ragazza.

Per i giudici, inoltre, il fatto che la giovane fosse cattolica non implica che la stessa debba ancora soggiacere ad una inesorabile piena condivisione di tutte le regole, anche morali, della sua fede. Del resto Eluana, come ha spiegato il padre ''non è mai stata di fatto una cattolica praticante e, al di là della sua intima religiosità, è stata sempre critica verso qualunque richiesta istituzionale di adesione a pratiche o ideologie che fosse basata sul puro e semplice principio di autorità''.

Nel provvedimento la corte ricorda anche che la stessa Eluana, quando un suo amico entrò in coma, si recò in una chiesa e accese un cero ''ma per chiedere come grazia non che il suo amico, in coma a causa di un incidente stradale, potesse continuare a vivere, ma che invece potesse morire''

Io prego ogni e qualsiasi ragionevolezza umana ed ogni e qualsiasi umana pietà perché raggiunga la Procura Generale e la induca a rinunciare ad un ulteriore ricorso.

giovedì 3 luglio 2008

vaneggiamenti/due/ancora entropia

Vi ho spiegato l'entropia. O meglio, un aspetto dell’entropia.
Infatti intorno all’entropia hanno arzigogolato in molti, applicando il concetto a questo, a quello e anche a quell’altro. Così Ludwig Boltzmann dimostrò che la “seconda legge” è una legge statistica e la riformulò in termini di probabilità.
In questa forma la legge dice che “un sistema chiuso cambia sempre da uno stato più ordinato ad uno meno ordinato.” Questo perché lo stato meno ordinato ha più probabilità di prodursi.
Può sembrare astruso ma non lo è.
Immaginate una stanza. Con tutti i suoi mobili e suppellettili ed oggetti vari. Come la vedete nella vostra mente? Ordinata? Sì, anche la mia lo è. Ma adesso abbandoniamola al suo destino, pur continuando a ficcarci dentro tutto quello che ci capita. Mi sembra intuitivo che è molto più probabile che il risultato, dopo soli pochi giorni, sia un gran caos e non il perfetto ordine. Questo è intuitivo solo per me. Per mio marito infatti, che pure è uno scienziato, l’ordine ha più probabilità di verificarsi del disordine. E’ convinto cioè che, posando a caso, sciarpe, cappotti, guanti, cappelli, fasci di carte, pacchetti di sigarette, libri, giornali, camicie e maglioni, questi si dispongano ordinatamente nello spazio, ogni cosa al suo posto.
Ignora cioè questa formulazione, che pure data 1870, della seconda legge: una stanza ordinata lasciata a se stessa può solo diventare disordinata. Una stanza disordinata non si riordinerà. (Non da sola comunque. Occorre della forza-lavoro e una grande, grande pazienza).

Intanto gli studiosi della teoria dell’informazione (C.E.Shannon, E.T. Jaynes ed altri) si gettarono famelici sulla seconda legge e svilupparono ancora il concetto di entropia. Dimostrarono, inoppugnabilmente, che il contenuto di informazioni di un sistema chiuso può rimanere costante o decrescere, ma mai aumentare.
Se chiudiamo due individui, senza giornali, Internet, tv, telefoni e citofoni, in un confortevole appartamento, essi potranno riuscire a mantenere intatto il loro patrimonio informativo, ma non potranno accrescerlo. Quando si saranno scambiati tutte le loro conoscenze ed informazioni, raggiungeranno uno stadio in cui, “l’energia informativa” potrà solo decrescere, cioè, rincoglionendosi, potranno solo dimenticare.
“Un sistema chiuso può solo dimenticare le informazioni, ma non ne può creare”.

Farò un breve riepilogo di quanto appreso fin qui:
abbiamo incontrato tre diversi modi di misurare il cambiamento a senso unico di un sistema fisico chiuso governato dalla seconda legge della termodinamica:
-A In funzione del suo contenuto di entropia (energia non disponibile) che può solo crescere.
-B In funzione della probabilità del suo stato che può solo passare da uno meno probabile ad uno più probabile
-C In funzione del suo contenuto di informazione che può solo diminuire.

Mi fermo qui. Per pietà umana e per stanchezza insieme. Ma ci tornerò.
Quando mi metto una cosa in testa “la porto fino alla stazione”, come diceva Ettore Petrolini.


Ma il seguito verrà un’altra volta. Sento di avere in me un istinto alla Carolina Invernizio, una tendenza cioè a creare storie romantiche e a sospenderle sul più bello. L’entropia non è romantica?!?!? Scherzate, spero!

martedì 24 giugno 2008

vaneggiamenti/il principio di marinamarinella o dell'entropia

La riflessione sul tempo mi ha sempre portato via molto tempo e, se il tempo che ho speso a riflettere sul tempo, mi venisse restituito sotto forma di ulteriore tempo di vita, avrei davanti a me ancora un bel gruzzolo di tempo da vivere. Che potrei passare a riflettere sul tempo.
Se trovassi il modo di far verificare la pròtasi della condizionale qui sopra formulata (se il tempo che ho speso....mi venisse restituito...) avrei anche trovato la formula della immortalità, il modo di veder ricrescere il proprio tempo, di ricaricarlo, insomma, come una batteria: basterebbe riflettere sul suo trascorrere e incassare indietro il tempo impiegato nella riflessione.
Purtroppo, non solo con i se non si fa la storia, ma neanche la fisica. Peccato!
Mi sarebbe piaciuto lasciare ai posteri un importante principio: il principio di marinamarinella come mi chiama, unico nel creato, il mio amico bip.
Un principio importante come il famoso secondo principio della termodinamica. Quello dell’entropia. Quello che tutti, ma proprio tutti, fanno finta di conoscere.
Con l’entropia mi succede lo stesso fenomeno che mi succede con il concetto di guerra umanitaria: mi faccio spiegare il concetto da mio marito, lo capisco ben bene e immediatamente dopo lo dimentico. Il mio cervello sembra avere una speciale ripugnanza a trattenere il concetto di entropia. Come quello di guerra umanitaria.
Poiché sembra che non si possa parlare praticamente di niente senza citare l’entropia, ho deciso di studiarla come disciplina autonoma. Forse aprirò anche un blog tutto dedicato all’entropia. Ne esiste uno, ho visto, ma ha solo il nome di entropia e una piccola esile defizioncella. In realtà è solo la prova provata che l’entropia va molto, molto di moda, ma è ignota ai più.


Appurato questo ho deciso di infliggervi un trattatello sull’entropia. Voi direte: Perche? Chi te l’ha chiesto?
Così, mi va.
E poi per fare dispetto ad Anna che si lamenta sempre della eccessiva lunghezza dei miei post.
Beccati questo mattone!


Questo è quello che ho capito dell’entropia negli ultimi dieci minuti.
Mi affretto a riferirvelo prima di dimenticarlo di nuovo.


Preparate una tazza di brodo. Non brodo di pollo, che va bene per i malati, ma un bel brodo di manzo, robusto, con tutti gli odori, anche una patata e magari una crosta di parmigiano. Non è essenziale per l’esperimento ma per il sapore sì.
Mettete la tazza di brodo, bello bollente, al pallido sole di una mattinata novembrina. Se aveva una temperatura di 80 °C, si raffredderà fino alla temperatura ambiente, diciamo sui 7°C. Un bel salto, vero? Parte dell’energia termica della tazza di brodo sarà stata ceduta all’ambiente, con un piacevole effetto di odorino di brodo che vaga nell’aria.
Adesso prendete la tazza e portatela in cantina. Avrete una cantina che non aprite da anni, fredda e umida, no? Bene, la tazza di brodo perderà là dentro ancora un po’ di energia termica, arrivando ad una temperatura di circa 5°C. Con santa pazienza tornate in casa e mettete la tazza di brodo nel frigorifero. Qui raggiungerà la temperatura di 3°C. Passatela quindi nel freezer, dove cederà ancora una parte del suo contenuto originale di calore, scendendo ad una temperatura di -11°C. Se avete una sorella in partenza per gli States consegnatele la tazza di brodo (travasatelo prima in un contenitore a chiusura ermetica, dio, vi devo dire proprio tutto!) e ditele di lasciarla una notte nel giardino del suo hotel di Minneapolis, Minnesota. Durante quella notte il brodo di manzo, raggiungerà la temperatura di -30°C. Il che vi porterà a chiedervi che cavolo sia andata a fare vostra sorella nel Minnesota. Ma tralasciate questo aspetto del problema e concentratevi sul prossimo passaggio, piuttosto delicato. Ingiungete a vostra sorella di consegnare il vostro brodo di manzo ad un astronauta in partenza per lo spazio, con la preghiera di lasciarlo a vagare lì, nella notte siderale, nel suo bel contenitore di plastica gialla, in un’orbita che lo porterà a passare sopra le nostre teste per tutta l’eternità. Dopo il brodo primordiale, il brodo eterno. Brodo che lì nello spazio troverà una temperatura vicina allo zero assoluto
(-273,16°C) e a quel punto stop. Infatti alla temperatura dello zero assoluto non sono più possibili diminuzioni di calore. Fate attenzione al fatto che, in tutti questi passaggi, il calore sarà passato sempre dal corpo più caldo al più freddo. Mai nella direzione opposta.
Questo è di fondamentale importanza. Non fatevi ingannare. Quando mettete del ghiaccio nel vostro whisky (vostro perché a me il whisky non piace) voi credete di raffreddare il whisky, invece state riscaldando il ghiaccio. (Ghiaccio bollente non è più un paradosso!).
Ora noi sappiamo (così parlano gli scienziati, si danno del noi), noi sappiamo che se il calore di un corpo ci deve servire per svolgere del lavoro, deve esserci passaggio di calore, se no non se ne fa niente. Se il calore della fiamma non passa alla caffettiera il caffé ve lo potete scordare e così anche gli spaghetti. Sarà perfettamente inutile che gridiate a vostra moglie/marito: “Bolle?”. Se il calore non passa, se la pila vi dimenticate di metterla sul fuoco, gli spaghetti ve li mangiate crudi. Ve li rosicchiate, per la precisione.
E qui siamo arrivati ad un punto di delicatezza estrema. Ripeteremo cioè l'esperimento in un sistema termodinamicamente chiuso. Immaginate-su fate un piccolo sforzo- immaginate una scatola così ermeticamente chiusa, che non permetta il passaggio di calore e neanche di energia, niente di niente, in nessuna delle due direzioni, tra interno ed esterno. Ecco, è questo il sistema termodinamicamente chiuso. Ora per un principio, secondo me intuitivo e che vi prego caldamente di considerare intuitivo anche voi, perché non sarei in grado di dimostrarvelo-principio detto della conservazione dell’energia- l’energia totale all’interno della scatola rimarrà costante. Costi quel che costi. L’energia è fatta così, lei, ha del carattere.
Se nella scatola avremo messo la nostra tazza di brodo di manzo bollente (ormai divenuto un po’ acido) e un posacenere di alabastro (non mi chiedete perché, non ci sono ragioni scientifiche per cui si debba scegliere l’alabastro, mi è venuto e basta. Penso che sia perché ho bisogno di inserire piccoli tocchi di fantasia, quando parlo di scienza, se no mi rompo le palle), il calore passerà dalla tazza bollente al posacenere freddo. Volendo, questo passaggio di calore lo potremo usare per generare elettricità, un pochino almeno, quanto basta per far girare un piccolo carillon. (Ammetterete che sistemi termodinamicamente chiusi così fantasiosi neanche Sir Arthur Stanley Eddington se li sarebbe mai immaginati). Vi dirò chi è costui, perché mi pare di vedere sguardi vacui nei vostri occhi. Dunque Eddington è -nientepopodimenoche- l’astronomo e filosofo e fisico e forse addiritture bell’uomo, che, nel 1928 notò che c’è una sola legge della natura-la seconda legge della termodinamica, appunto-che riconosce una distinzione tra passato e futuro. Ecco, sono stata costretta a scoprire le mie carte. Perché è del TEMPO che voglio arrivare a parlare, del mio odiosamato tempo!
Ma andiamo per gradi.Torniamo alla scatola, al brodo, al posacenere di alabastro e al carillon. Dopo un certo periodo di tempo, man mano che il brodo cede il suo calore al posacenere, i due raggiungeranno la stessa temperatura. Ergo non ci sarà più passaggio di calore, ari-ergo il carillon smetterà di suonare. Non ve ne date pensiero, suonava qualche atroce brano sanremese! La quantità di energia contenuta nella scatola sarà la stessa, ma l’energia stessa sarà diventata inutilizzabile per svolgere qualunque lavoro.
Passiamo adesso dal piccolo al grande, anzi al molto, molto grande. Prendiamo un enorme scatolone e ficchiamoci la Terra con la sua atmosfera, la foresta dell’Amazzonia e le alture del Golan, la via Merulana completa di turisti intruppati, tutti i calzini da uomo del pianeta, la mummia di Similaun e la spiaggia di Copacabana. Va beh, mettiamoci anche tutti ‘sti disgraziati esseri umani che vagano su questa palla rotonda. Leggermente schiacciata ai poli, LO SO! Chiudete lo scatolone. Questo momento della chiusura dello scatolone è terrificante per me, se penso di essere chiusa in uno scatolone con Tremonti mi vien male! Comunque, chiudete. Fatto? Adesso è tutto un passare di calore da qui a lì, da questo a quello, tutto un generarsi di energia. Ma, mi duole dirvelo, davvero, non vorrei...ma la scienza è fatta di questo, verità, esattezza e accettazione: quando l’interno dello scatolone raggiungerà l’equilibrio termico, quando cioè tutta l’energia sarà stata dissipata (è un termine atroce, lo so, ma si dice così), noi smetteremo di ballare il tango, le mucche smetteranno di ruminare, i proiettili sparati in aria dai poliziotti ricadranno provvidenzialmente a terra, e Tremonti, deo gratias, smetterà di parlare. Tutto si quieterà. E quei poveri esseri umani di cui sopra smetteranno di vagare su questa palla rotonda-leggermente schiacciata ai poli, LO SO! -chiusa nel suo scatolone.
Il contenuto di energia dello scatolone stesso sarà rimasto lo stesso, ma sarà energia indisponibile. In altre parole non serve a un c...o.
L’energia termica non più disponibile per svolgere lavoro si chiama entropia
Eccoci giunti! Ce l’ho fatta!

Non avete capito niente? È colpa vostra, io sono stata chiarissima.
Avete capito tutto?
Vi sarei grata se me lo spiegaste. Sto già cominciando a dimenticarlo.

Ah, questo post serve solo di introduzione ad un discorso sul tempo che, prima o poi, vi servirò.

martedì 22 aprile 2008

Tema/Svolgimento

Tema.
Supponete per un momento di dovervi prendere cura dell’educazione dei giovani del pianeta. Delle bambine e dei bambini delle classi elementari, per la precisione. E immaginate che vi sia data la possibilità di dare loro un solo, unico insegnamento.
Immaginateli tutti lì, ognuno nel proprio paese, nella propria scuola e tutti in attesa della vostra, unica lezione.
Non ne avranno altre. Su questa dovranno orientare la loro vita. Quale sarebbe la vostra lezione?


È quando dobbiamo scegliere che riusciamo a toccare l’essenziale.
Quindi, lasciando da parte tutte le parole, spesso perfettamente in mala fede, sull’educare e sulla scuola e sui professori ecc, guardatevi dentro e dite: voi, che cosa ritenete assolutamente indispensabile insegnare ai giovani?
Non mi aspetto discorsi filosofici, alta morale e psicopedagogia. Ma, concretamente, una breve lezione. Ex cathedra. Perché qualche cosa si deve avere il coraggio di dire, ex cathedra.



Il mio svolgimento.
Ecco, io penserei soltanto a dar loro l’ idea più concreta e visiva possibile, della nostra e loro collocazione nello spazio.
La mia sarebbe una lezione di astrofisica.
Molto semplice, ridotta all’osso.
Servendomi di tutti i sussidi che il mondo moderno è in grado di offrirmi (foto, filamati, simulazioni ecc.) gli parlerei della collocazione della terra nel sistema solare e del sistema solare nell’Universo.
Gli mostrerei quanto minuscola, insignificante, periferica sia la nostra Terra.
Cercherei di imprimere nella loro mente la consapevolezza dell’Unico Destino, che accomuna tutti gli abitanti di questo pianeta.
Siamo qui e siamo piccoli. Siamo una cosa sola, nel buio dello spazio. Una cosa sola.
Oggetto della mia lezione, la mia sola lezione, sarebbe questa consapevolezza.

E poi pregherei i miei Dei perché da soli, riescano a far discendere da questa consapevolezza, tutto il resto.
Tutti quei bei sentimenti, quei nobili, alti, principi, quelle leggi morali, quelle regole, quei sistemi filosofici, che non hanno nessuna speranza di essere rispettati ed applicati se noi uomini non raggiungiamo una PROFONDA consapevolezza della nostra collocazione nello spazio e nel tempo e del nostro destino collettivo.
Se ci vediamo così minuscoli a ruotare nello spazio, tutti su questa vecchia palla, che si può fare incandescente o gelida il fatto di essere tutti uguali è di una evidenza abbagliante.
Invece di soffiare sull’anima belle parole direi semplicemente. Ecco, abitiamo tutti insieme qui. Tutti insieme su questa palla che gira. Che ne vogliamo fare di questa casa comune?
Come ci conviene viverci?
Quali regole ci conviene darci?
Vorrei che si rendessero conto, visivamente, che immaginare un destino diverso per stanze diverse della casa è idiota, prima che immorale. Che la casa va tenuta in ordine, che il frigo sta lì per tutti, che non ci sono figli e figliastri perché abbiamo da badare al tetto e alle fondamenta e conviene darci una mano.

Il linguaggio della “morale” anche quando rivestito di belle immagini e di squisiti sentimenti, può lasciarci pericolosamente sordi. Io punterei di più su un istinto di autoprotezione che sulla mozione degli affetti.
Almeno in questa fase storica e in questa congerie culturale.

Fine della lezione. Andate pure a casa e senza spingere per le scale!

post nel Giorno della Terra

Oggi è la Giornata mondiale della Terra e io ne approfitto per dire alcune -poche- cose che mi girano in testa da un po' di tempo.

La prima: Niente equivoci sul significato del termine "natura". Io trovo che se ne faccia un uso assolutamente improprio e addirittura scandaloso. Della natura, attraverso la pubblicità, Internet, la chiacchiera comune, si tende a dare un'immagine falsa. Edulcorata, da immaginetta consolatoria, scientificamente falsa, inutilmente sentimentale.

Innanzi tutto la natura, nella maggior parte dei casi, viene presentata come "cosa altra" rispetto a noi.
Questo peccato, che Cartesio ha sulla coscienza e il cristianesimo con lui, porta con sé una serie di gravi conseguenze. La prima è che, considerando la natura come "cosa altra", noi ci sentiamo suoi proprietari, la reifichiamo mentre nobilitiamo noi stessi, pensiamo di averla avuta a nostra disposizione e di poterne usare ed abusare.
La seconda conseguenza è che, perdendo il senso della nostra appartenenza alla natura stessa, della nostra collocazione nell'ambito dei fenomeni naturali, pensiamo alla terra che ci ospita come ad un territorio dove sia possibile tracciare confini.
Il nostro destino invece, di noi esseri umani, è proprio quello di essere uniti in un solo destino. E se questo concetto fosse interiorizzato profondamente dentro la coscienza di ogni nuovo nato, non ci sarebbe neanche bisogno di fare appello alla morale per evitare comportamenti potenzialmente distruttivi. Se sentissimo profondamente che siamo tutti la stessa inezia vagolante nello spazio, saremmo di necessità più coesi nel difendere il bene comune: la Terra che ci ospita e il sistema di cui essa fa parte. Il concetto che ogni guerra è una guerra fratricida, sarebbe molto più chiaro e immediato.
Detto molto volgarmente: siamo tutti sulla stessa barca, darci spintoni ci porta fatalmente a fondo.

Secondariamente, la Natura viene presentata come cosa buona e giusta in contrapposizione con la cultura.
E' tutto un peana alle buone cose della natura contro le cose terribili create dall'uomo. A parte il piccolo e già illustrato particolare che l'uomo è natura, essa è piena di pessime cose, di sostanze e fenomeni, di accadimenti e principi potenzialmente o di fatto non solo nocivi ma mortali per noi umani. La prima cosa che l'essere umano ha dovuto imparare (e che deve ancora, e senza cessa, studiare) è come difendersi dalla natura. Sia quando assume l'aspetto dello tsunami, sia quando assume quello incantevole dell'oleandro o quello "filosofico" della cicuta.
(Piccolo inciso letterario: leggete "L'oleandro bianco" di Janet Fitch, è un po' "contundente" ma molto bello).
Invece la pubblicità lancia quotidianamente il suo sciocco proclama: usa questo prodotto perché è naturale! Ah, sì? Pure il vino lo è. Vogliamo parlare della cirrosi epatica? Mentre non lo sono i cortisonici. In presenza di una crisi allergica da puntura di una vespa -naturalissima vespa, per altro- rifiuteremo la fiala di cortisone perché uscito dai laboratori e non colto in graziosi mazzolini?
In giro su Internet non si contano i siti dove si usa il termine naturale con il senso di buono in opposizione ad artificiale come cattivo. Questo è pericolosamente falso. La natura non è né buona né cattiva. Ma può essere entrambe le cose. E dalle mani dell'uomo sono uscite ed escono sostanze e tecniche meravigliose a nostro riparo e protezione nei confronti proprio della natura. Spesso mi capita di sentir dire: "Questo è un prodotto sano, lo vendono in erboristeria". E perché secondo voi l'erborista ha sempre armadietti chiusi a chiave? Perché tra le erbe che vende ce ne sono di pericolosissime. Ed anche quelle buone, salutari, lo sono solo all'interno di un uso corretto. Questo vale per i prodotti "naturali" come per i prodotti di sintesi.
Non è l'appartenere al mondo "naturale" o meno che rende una sostanza buona o cattiva, ma l'uso che se ne fa. La nostra vigilanza deve perciò estendersi dal laboratorio al prato, dall'erborista all'industria farmaceutica.

Io non ho suggerimenti, consigli, indicazioni specifiche o personali da dare per la protezione del nostro pianeta.
Mi affido a quello che Istituzioni, Associazioni, studiosi e politici accorti e sensibili ci ripetono dai tempi di Rachel Carson.
Oggi i giornali ne saranno pieni.
La mia raccomandazione è una sola: la Natura siamo anche noi, consideriamocene parte tra le altre, legata di necessità al destino delle altre. Proviamo a sentirlo nel profondo di noi e comportiamoci di conseguenza.

martedì 15 aprile 2008

q.b./quanto basta



Del mio difficile rapporto con le feste ho già detto.
Mio marito invece ama festeggiare e soffre per la mia resistenza nei confronti dei festeggiamenti.
Confesso che io non mi limito alla resistenza. Mi sottraggo tout court, deludendolo e/o irritandolo.
Tanto per fare un esempio, rarissimamente abbiamo festeggiato l’anniversario del nostro matrimonio e comunque mai con feste e riunioni. Se mai, con tranquille e ristrettissime cene in famiglia
Essendoci sposati il 15 aprile del ’69 mio marito ed io siamo giunti oggi al trentanovesimo anno di matrimonio. Lui non perde occasione per dichiarare –convintamente- che il colpo più fortunato della sua vita è stato quello che gli ha fatto incontrare e poi sposare me. Su questa sua fortuna, immodestamente ma a ragion veduta, io concordo. Infatti se penso al tipo di donna che sua madre e sua nonna lo invitavano ad impalmare, mi si stringe il cuore per lui. Ritengo pertanto che, effettivamente, avrebbe di che festeggiare. Ma ogni anno rimando: festeggeremo i venticinque, cominciai a dirgli, poi i trenta, poi i trentacinque. Quest’anno mi sono impegnata per il prossimo, quarant’anni tondi, con l’intenzione di rendermi, nei prossimi dodici mesi, così invisa da fargli passare la voglia di festeggiare le sue nozze con me.
Ma, pur senza solenni festeggiamenti, ritengo che la ricorrenza meriti una sottolineatura. Come la meritano i fiori con cui mio marito ha voluto rallegrarmi questa giornata amara. (E ho anche dimenticato di comprare il pane!).
Eccola qui, una storia, sintetica fino all’osso, di questi 39 anni coniugali.

Mio marito è un chimico. Per molti anni ricercatore. Il grosso del suo tempo lo passava a distillare. Il resto a solubilizzare. O a cristallizzare. Infatti, nella gerarchia dei suoi interessi, io mi collocavo dopo La Madre, il mare e il laboratorio. Non è lusinghiero, ma tant’è.
Mentre lui distillava prodotti organici io distillavo pazienza. Distillai il distillabile, poi raccolsi i miei milligrammi di pazienza, li chiusi ben bene in una beuta di vetro che tappai col suo bel tappo di smeriglio e passai alla miscelazione. Miscelai una punta di rancore, si dice q.b. (quanto basta) in un mezzo etto di solitudine e riscaldando il tutto ottenni una quantità smisurata di autonomia.
L’autonomia è una sostanza che si autoriproduce. Non so se ne esistano altre in natura (sicuramente mio marito ha la risposta), ma per quanto riguarda l’autonomia io ho sperimentato che, se si imbocca la via dell’autonomia, questa, invece di consumarsi, come avviene generalmente agli elementi delle reazioni chimiche, cresce.
Se compi una scelta autonoma oggi, domani hai qualche milligrammo di autonomia in più; se ti muovi autonomamente verso qualcosa, senza badare se qualcuno ti accompagna, dopodomani il tuo gruzzolo di autonomia è cresciuto di mezzo grammo. Si va avanti così.
Chissà se, a parte quelle che avvengono sul sole, esistono reazioni continue, permanenti. Questa che produce autonomia lo è. Non si è mai interrotta. E infatti la mia provetta di autonomia è diventata una miniera. Posso pescarne quanta ne voglio.

Intanto il tempo passava. Mio marito uscì dal suo laboratorio (con qualche rimpianto) e prese a muoversi a grandi passi nelle strade del mondo. Io con lui. L’autonomia infatti non esclude i sentimenti. È solo, diciamo così, il rumore di fondo di una relazione. Alcune relazioni questo rumore di fondo non ce l’hanno. Mi dispiace per chi le vive. E questo mi sento di affermarlo nonostante quel mezzo etto di solitudine.
E nonostante quel q.b. di rancore che intanto si era, per fatti suoi, cristallizzato in me.
Mio marito è un chimico di valore, arriccierà il naso di fronte a questo uso, più che imperfetto, dei termini chimici, ma sono certa che mi correggerà. Oh, se mi correggerà!
Da un certo momento in poi ho preso a solubilizzare. Questa fase è delicata.
Compii un esperimento audace. Solubilizzare un cristallo. Un cristallo bello duro. Qui mio marito raggiungerà il massimo di indignazione. Ma gli ho più volte sentito dire che i cristalli si bombardano di qualcosa. Raggi? boh.
Diciamo comunque che ho bombardato di penetrante ragionevolezza e di spassionata accettazione, il mio cristallo di rancore, riducendolo in parti sempre più minute e poi ancora più minute e poi ancora un po’.
Poiché nulla si crea e nulla si distrugge, queste minute particelle di rancore da qualche parte staranno pure, ma sono così ben diluite che, a meno che mio marito stesso, con la sua arte alchemica cui nulla resiste, non le vada imprudentemente a tirar fuori, non danno cenno di sé.
Giunta a questo punto della mia vita e del mio matrimonio, siamo in presenza di un prodotto con parecchie impurità, come è ovvio per reazioni della durata di 39 anni, ma stabile. Non è un gas che evapori, non è un liquido che bolla. È un solido.

Fra i sogni di mio marito c’è quello di metter su, per i suoi anni di riposo, un piccolo laboratorio casalingo, dove riprendere quel gioco che ha tanto amato e che è la chimica da banco.
Immagino che ricomincerà a distillare, a solubilizzare e a cristallizzare.
Io ne sono contenta per lui. Anzi, se mi spiegherà esattamente di che cosa necessita, gli farò anche dei regali appropriati. Quanto a me, il suo laboratorio non mi vedrà. Basta, col misurarmi con tecniche che non mi appartengono. Con la chimica ho chiuso. Non credo di essermela cavata male, ma, dopo tutto, sono una letterata!

martedì 5 febbraio 2008

segnalazioni/ancora 194 e dintorni

Le donne senza voce di Miriam Mafai 
4 febbraio 2008 la Repubblica


Povere donne italiane che, quando intendano servirsi di una legge italiana regolarmente approvata dal nostro Parlamento e confermata da un referendum, vengono indicate come colpevoli. Poveri feti prematuri, che rischiano di trasformarsi in oggetto di un crudele accanimento terapeutico e nuove sperimentazioni.

Povera legge 194 ormai aggredita da ogni parte. Povere donne italiane ormai costrette a emigrare non solo quando, per avere un figlio intendano far ricorso alla fecondazione assistita, ma anche quando rifiutano di partorire, come pure la legge consente, un feto affetto da gravi malformazioni. Povere donne italiane il cui corpo è sempre più oggetto, in un clima da medioevo, di divieti e imposizioni. Non passa giorno ormai senza che qualcuno non detti loro, da qualche cattedra, nuove regole, nuove imposizioni.

La legge 194 è ormai da tempo sotto accusa da parte delle gerarchie cattoliche e dei nostri «atei devoti». E le donne che vi fanno ricorso indicate come colpevoli di omicidio. L´ultimo attacco alla legge è arrivato sabato da un gruppo di autorevoli cattedratici delle facoltà di medicina romane che, di fatto, mettono in dubbio la possibilità per le donne di fare ricorso, nei casi finora previsti dalla legge, al cosiddetto «aborto terapeutico».

La legge 194 prevede che una donna possa fare ricorso all´aborto terapeutico quando siano stati accertati, grazie ai sistemi diagnostici oggi adottati, gravi processi patologici del feto.

Nessuno aveva messo in dubbio finora la possibilità o il diritto della donna di non mettere al mondo un bambino affetto da gravi malattie o malformazioni. Normalmente all´aborto «terapeutico» si fa ricorso solo tra il quinto e il sesto mese di gravidanza quando cioè con la seconda ecografia la mamma viene a conoscenza delle condizioni della creatura che porta in grembo e della infelicità cui sarà destinata. Il termine delle ventiquattro settimane non è previsto dalla legge 194, è puramente indicativa e infatti in alcune strutture mediche (come la Mangiagalli di Milano) il termine è stato anticipato e portato a 22 settimane perché, avvertiva anche Umberto Veronesi, «dopo la ventiduesima settimana il bimbo potrebbe sopravvivere anche se destinato a malformazioni gravi e permanenti». Un altro autorevole genetista, Bruno Dalla Piccola, spiegava: «Oggi le ecografie, i test diagnostici e genetici sono stati anticipati rispetto al passato. Per questo è opportuno abbassare il limite gestazionale per l´aborto terapeutico». Fin qui, mi sembra, il consiglio o il suggerimento dei medici è perfettamente ragionevole.

Ma cosa fare se il feto, sia pure prematuro e destinato a gravi malformazioni, abortito dopo la ventiquattresima settimana, è ancora vitale? La stessa legge 194, al suo articolo 7, afferma che «quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, il medico che esegue l´intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto». Ma il documento sottoscritto sabato dai cattedratici delle quattro facoltà di medicina romane va oltre. Vuole che a quel povero feto siano fornite non solo le cosiddette cure palliative ma che sia invece rianimato, «anche se la madre è contraria», come dice uno dei firmatari. È pur vero che lo stesso documento afferma che si deve evitare che le cure intensive si trasformino poi in «accanimento terapeutico». Ma anche in questo passaggio sembrerebbe necessaria più chiarezza. Di fatto ci muoviamo dentro un paradosso: da una parte c´è una legge che consente, a certe condizioni, alla donna di abortire, dall´altra c´è un autorevole documento che obbliga il neonatologo a intervenire sul feto, mantenendolo a tutti i costi in vita, anche se in gravissime condizioni di minorità. Ma non dovrebbe valere, anche in questo caso, la norma che richiede il cosiddetto «consenso informato»? E nel caso di un minore, e ancor più nel caso di un feto ancora vitale, questo «consenso informato» non dovrebbe essere espresso dai suoi genitori, dal padre e dalla madre?
Siamo, mi sembra, in un intrico di norme, disposizioni, regolamenti nei quali è difficile districarsi e dai quali rischia di venire espunta la volontà della madre. Siamo in un clima di incertezze reali e di polemiche astruse le cui uniche vittime sono le donne. Sarebbe bello se a questo clima di contrapposizioni e polemiche potesse sostituirsi un dibattito aperto, coraggioso e il più possibile sereno nel quale venisse data a tutti la possibilità di confrontarsi. Senza posizioni precostituite, senza battaglie ideologiche, senza bandiere da difendere. Partendo - mi si perdoni l´ingenuità - dall´idea che tutti, forse, hanno un po´ di ragione. E che solo da un confronto meno rabbioso può venire qualcosa di utile, per le donne e, perché no?, per il nostro paese.

segnalazioni/194 e dintorni/dibattito?!?!

Quacuno, non ricordo più chi, ha scritto ieri che "almeno intorno alla 194 si è aperto un dibattito".

Ecco questo è il dibattito che si è aperto!

martedì 29 gennaio 2008

la 194 è in pericolo?

Giorni fa avevo lasciato un commento sul blog bioetiche tenuto da Chiara Lalli e Giuseppe Regalzi, un blog molto interessante e vario, che spazia liberamente anche al di fuori dei temi strettamente indicati dal suo nome.
Il loro post di ieri è una risposta esauriente ed articolata alla mia domanda.
Lo riporto per intero.


LUNEDÌ 28 GENNAIO 2008

L’aborto e il prossimo governo Berlusconi
Una commentatrice ci chiede: «Secondo voi quanto tempo passerà prima che il probabilissimo nuovo governo Berlusconi metta una mano pesante sulla 194?». Provo a rispondere in questo post.

Non credo che il prossimo governo Berlusconi (che a questo punto definirei certo, e non solo probabile) metterà mano direttamente alla legge 194/1978, che regola l’aborto. Questo non sarebbe nello stile dell’uomo, che non si è mai dimostrato granché sensibile ai cosiddetti temi ‘etici’ – glielo rimproverava di recente lo stesso Giuliano Ferrara – come del resto a qualsiasi cosa che non costituisca un suo interesse personale e diretto. Berlusconi eviterà dunque la grana, e lascerà per il resto che i suoi alleati integralisti continuino nell’opera di vanificazione indiretta della legge. La strategia è in corso da diversi anni, e il favore di un governo amico – o meglio: un po’ più amico del precedente governo di centrosinistra – non farà una grandissima differenza, anche se indubbiamente porterà a un’accelerazione. Ed è una strategia preferibile allo scontro frontale, che susciterebbe un’opposizione pericolosa; meglio, molto meglio addormentare gli animi con la rassicurazione che la legge non sarà toccata.
I caposaldi della strategia antiabortista sono tre:

la delegittimazione dell’aborto, descritto come un omicidio o addirittura come il peggior genocidio della storia. Il senso della «moratoria» di Ferrara è questo, al di là delle inesistenti possibilità di una sua applicazione pratica: creare una pressione sociale, una riprovazione morale fortissima e automatica. L’aborto deve ridiventare clandestino – ma non nel senso che tutti paventiamo, di ritorno all’illegalità e alle mammane: clandestino innanzitutto nel senso che le donne dovranno vergognarsi di praticarlo, e temere il giudizio del proprio ambiente. Quando l’aborto diventa qualcosa di indicibile, che non si può confidare a nessuno, diventa anche difficile da praticare: devi allontanarti dalla tua città, cercare un medico che non conosci, etc. La clandestinità vera e propria è la logica conseguenza di questa situazione – ed è una conseguenza voluta e scientemente perseguita. Aspettiamoci dunque nel corso della nuova legislatura un’escalation di condanne morali, che diventeranno sempre più parossistiche, coinvolgendo un gran numero di «convertiti» e occupando tutti i mezzi di comunicazione disponibili.
La compiacenza per la crescente obiezione di coscienza. Qui la missione degli antiabortisti consiste semplicemente nel non fare nulla: le tendenze in corso portano inevitabilmente a un numero crescente di medici obiettori, che già in alcune regioni rende quasi impossibile la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza. La pressione sociale agisce anche sui medici, e non stupisce dunque che nei confronti di una pratica ancora legale ma di fatto sempre più condannata dalle tendenze culturali in corso, molti sceglieranno di gettare la spugna. La legge 194, per la verità, prevedeva delle misure atte ad impedire questa situazione, come la mobilità del personale (art. 9); ma sono rimaste lettera morta sotto i cosiddetti governi «progressisiti», figuriamoci sotto un governo Berlusconi.
L’inserimento del Movimento per la Vita nelle strutture pubbliche. Le donne verranno incanalate nei pochi ospedali dove si praticherà ancora l’aborto, ma qui incontreranno i volontari «per la Vita», che cercheranno di persuaderle in tutti i modi a recedere dal loro proposito. Il Movimento assumerà inoltre man mano il controllo dei consultori – una posizione ancora più strategica per esercitare pressione. Fondi pubblici verranno stanziati per sostenere queste iniziative, come già avviene in certe regioni.
Lo scopo finale, ritengo, è di rendere l’aborto legale sempre più difficile: la pressione sociale, la difficoltà di trovare medici che lo pratichino, la prospettiva di affrontare la propaganda antiabortista, indurranno sempre più donne a rivolgersi alle strutture clandestine (con aumento vertiginoso dei costi, e in parte anche dei rischi), ad andare all’estero, o a rinunciare del tutto. Quando i numeri dell’aborto legale saranno calati drasticamente – anche se ci vorranno molti più anni di quelli concessi al governo Berlusconi – verrà il momento dell’attacco finale alla 194, con la scusa che il fenomeno è ormai divenuto quasi irrilevante, e quindi «controllabile».

Si può fare qualcosa per contrastare questa strategia? Purtroppo molto poco. L’attacco culturale in corso è quasi incontrastato: gli stessi cosiddetti «progressisti» danno involontariamente una mano, indugiando sempre più (per un meccanismo prevedibile di difesa) nella retorica dell’aborto come «tragedia».
L’unica possibilità consisterebbe nell’introduzione della pillola abortiva, che spostando l’aborto in una dimensione maggiormente «privata» potrebbe contrastare almeno in parte le mosse degli integralisti – dai quali non a caso è sempre stata avversata in modo virulento. Proprio in queste settimane l’Agenzia italiana del farmaco dovrebbe terminare l’iter dell’autorizzazione all’immissione in commercio; se si arriverà a un esito positivo (ma qualche dubbio è ancora lecito), vedremo quasi certamente un tentativo del prossimo governo di rovesciare in ogni modo la decisione. Se questo non sarà possibile (molto dipende dalle competenze regionali), assisteremo a una gigantesca campagna terroristica sugli effetti collaterali della pillola, e all’imposizione di misure draconiane per la sua somministrazione, in particolare con lunghissime degenze ospedaliere, che ne vanificheranno ogni carattere di novità.

Questo il futuro prevedibile, per come appare a me. Spero di rivelarmi cattivo profeta – possibilmente non per eccessivo ottimismo...
POSTATO DA GIUSEPPE REGALZI ALLE 17:21

Devo dire che le argomentazioni di Giuseppe Regalzi mi hanno convinta. Ma non rassicurata. Una forma strisciante e sottocutanea di svuotamento della legge infatti renderebbe difficile anche una possibile mobilitazione da parte del movimento delle donne.

venerdì 18 gennaio 2008

chiarezza

Il post di oggi mi è arrivato da Mariateresa e rende superfluo quello che avevo preparato io.

Mariateresa scrive:

Vorrei segnalare questo articolo:

Tutto sbagliato, tutto da rifare
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia

Il papa, "La Sapienza" e la laicità asfittica del nostro paese

Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell’invito rivolto al Papa a presiedere l’apertura dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può rifare e si rimane attoniti spettatori dell’ennesimo colpo inferto, da ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese. Le critiche all’iniziativa del rettore vengono - da destra e sinistra, da cattolici militanti e da chierichetti atei - stigmatizzate come violazione della libertà di parola. Tutti - compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi delle culture non liberali - diventano profeti di liberalismo.
Ritenere non opportuno un invito a tenere un discorso è cosa diversa dall’impedire a qualcuno di esprimere le proprie opinioni.

Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l’ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità “post-cristiana” come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all’insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista.

Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava. Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire dall’invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l’avrei invitato a presiedere l’apertura dell’anno accademico. Lo inviterei però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad un dies academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una università libera e laica e veramente plurale. Perché - sebbene gli italiani, in primis gli atei devoti, di destra come di sinistra, non lo sappiano - qualunque “capo religioso”, persino il Papa, nella democrazia discorsiva è “uno dei relatori”. Nulla di meno - e va detto con forza e io lo faccio con assoluta convinzione - ma neanche nulla di più.

Una volta che l’invito - inopportuno a mio avviso - era stato rivolto, il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso poneva problemi di ordine pubblico - in una università il dissenso si esprime con il dibattito delle idee e con un po’ di humour - essi dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico. Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si manifesta nelle forme legittime. Tra l’altro, giova ricordare che Gesù si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con l’autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso.

Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di “comunicare” del suo predecessore, ha oggi una bella smentita. Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell’intolleranza laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui. Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne sapevano qualcosa: quando c’è l’inquisizione non si tratta di qualche sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e persino adorante.
Per giorni non si parlerà d’altro. E anche senza questo incidente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane (l’Europa e il mondo sono un’altra cosa) parlano del Papa e dei suoi moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire “non dovete”. Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per far vedere che - per quanto atei - si sa dare alla chiesa e al papa il dovuto riconoscimento. Per fortuna le occasioni non mancheranno: c’è una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere neppure in considerazione; la vita da tutelare. Forse si potrebbe anche porre qualche limite alla diffusione dei contraccettivi. E poi siamo italiani, la fantasia non ci manca, sapremo come farci perdonare. D’altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson non è colpa nostra.

http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index.php?id=653

Mariateresa

giovedì 17 gennaio 2008

segnalazione

Ho particolarmente apprezzato la lineare semplicità con cui Paniscus ha illustrato la vicenda Università/Benedetto XVI nel suo post: Indovina chi viene a casa.

martedì 11 dicembre 2007

sognando con Pitagora di Samo



Apprezzo, chi sa fare i conti con la realtà. Chi, senza privarsi del desiderio e del sogno, sa tener conto dei limiti che la realtà gli impone. Chi si adopra ad allentare le maglie del reale, a forzarle tenacemente, con la costante pressione della sua volontà, per fare spazio all’esaudimento di uno, due, pochi desideri.


Apprezzo chi soppesa le forze contrarie ai suoi desideri, e, lungi dal lasciarsi andare alla tentazione della spallata, prende ferma posizione sul suolo, in buona aderenza, bilancia il suo peso-di cui ha stima precisa e non illusoria-e sostiene l’impeto delle avversità, continuando a traguardare il suo scopo.


Apprezzo chi non si rappresenta a se stesso come ultras della volontà, come super-eroe armato di una spada di luce, a tutto temprata e capace di recidere ogni ostacolo. Ma riconoscendo la necessità della battaglia e del coraggio e sapendo di avere un braccio legato dietro la schiena-come chiunque altro-ambisce, innanzitutto, a battersi con onore e a riportare, tutte, le vittorie che si potevano riportare.


Queste considerazioni, in fondo, non sono altro che l’enunciato di un classicissimo teorema applicabile al triangolo costituito da noi, dalla realtà, e dai nostri sogni.

Dice Pitagora: La somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa. Operiamo una piccola inversione, non di senso, no, solo per maggiore chiarezza. L’area del quadrato costruito sull’ipotenusa (il sogno) è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti (noi stessi e la realtà).



In un triangolo rettangolo noi siamo il cateto a e la realtà è il cateto b. I due cateti si incontrano. Di più: l’uno e l’altro sono uniti, non c’è triangolo se non sono uniti. Noi prendiamo inizio dalla realtà e lei ci tocca. Sta lì bella piatta, ferma, certa. Noi posiamo su quella realtà e ci solleviamo da quella realtà. Davanti a noi si apre l’ipotenusa. L’ipotenusa è quella che dà slancio al triangolo. Guardatela: l’ipotenusa si spalanca, è come un campo, una prateria di fronte a noi.
Correre su quella prateria, che voglia!

Ma, dice Pitagora, quel campo, per quanto tu possa immaginartelo sterminato, fiorito, profumato, quel campo ha dei confini netti, già decisi. La vastità di quel campo risponde ad una regola precisa e sarà bene che tu la conosca.
La sua area non potrà mai travalicare la somma dei tuoi sforzi, delle tue capacità, dei tuoi talenti da un lato e della realtà, con le sue costrizioni, dall’altro.

Voi due, a e b vi sommerete, resterete uniti, la vastità del sogno sarà pari a voi due uniti, attaccati, serrati. Tu, a, dalla realtà non potrai prescindere. E lei, b, non si lascerà annientare. No, non ti dominerà interamente, ma ti terrà stretto. E, sì, potrai incidervi il tuo segno, ma non sovvertirla.
Parlava di questo Pitagora? No di certo. Eppure questo sapeva. Ed io sono affascinata da quest’uomo così spericolato nelle sue fantasie immaginative, nel suo divincolarsi dalle strettoie della realtà, che però se ne sta lì ad indagarne le regole. E dà l’esempio più concreto di quanto, minimamente, penso.
Noi, i nostri sogni e la realtà siamo uniti da un rapporto interno che possiamo forzare ma mai infrangere.
Saperlo non deve scoraggiarci. Non dobbiamo leggerlo come un verdetto definitivo, ma come la prima delle carte che la vita ci mette in mano: la consapevolezza. E giocarcela.

domenica 2 dicembre 2007

Eros tra Scienza ed Etica.

Dove si spiega come applicare il principio dell’entropia alle relazioni d’amore.
E si sostiene la necessità delle relazioni multiple.

Premessa: dopo aver tentato di mantenere la duplice uscita femminile/maschile a sostantivi e aggettivi, ho scoperto che intralcia il discorso e appalla me e la mia tastiera. Ergo dirò “l’altro”, voi leggerete come vorrete: l’altro o l’altra. Grazie per la comprensione.

Un lui ed una lei-ma anche due lei o due lui-sono due corpi caldi. Talvolta molto caldi. Talvolta così così. Ma sono sempre, malgrado le illusioni che ci si fanno in proposito, a temperature diverse. Lo so è un’affermazione forte, lo so ognuno di noi ha creduto o crede che l’amore dell’altro è pari al suo o il suo, pari a quello dell’altro. Ma non è così. Uno dei due ama di più. O ha meno bisogno dell’altro, pur amandolo moltissimo. O è semplicemente meno dipendente dai sentimenti o un po’ meno sicuro di sé. Insomma che anche in una coppia ci siano rapporti di forza, è stranoto, non fingete di non saperlo.
Dunque abbiamo due corpi, a due temperature diverse e il corpo più caldo cede energia all’altro. O almeno ci prova. Anzi, fa i salti mortali per cedergli un po’ della sua energia amorosa. Sia per alleggerirsi un po’ di questa energia fiammeggiante che lo fa incendiare, sia per veder l’altro un po’ più infiammato. Delle tecniche per far passare un po’ di energia amorosa al partner qui non parlo. Ognuno ha le sue. Inoltre le mie non hanno mai dato gran prova di sé. Comunque il risultato sarà che in un giorno ics i due avranno raggiunto la stessa temperatura. Infatti, come ognuno di noi sa, o è supposto sapere, il calore passa sempre dal corpo più caldo a quello meno caldo. L’infiammato avrà perciò trasferito un po’ del suo calore al partner. Di questo potremmo rallegrarci, se non che le relazioni umane possono seguire le leggi della fisica ma con significati e sensi molto meno rigidi e lineari. Di conseguenza questo passaggio di calore emotivo può significare che il Grandamante sarà riuscito ad innalzare la temperatura amorosa dell’altro, ma anche che, sfinito nel tentativo di essere amato così come ama, avrà perso lui stesso calore emozionale.
In ogni caso i due corpi avranno la stessa temperatura. A questo punto non ci sarà più passaggio di calore e nemmeno di energia. È chiaro fin qui? Abbiamo rispettato il secondo principio della termodinamica. (Per chi non se lo ricordasse segue un post apposito). A patto-e questo è il punto cruciale- a patto che la coppia sia un sistema termodinamicamente chiuso. Cioè, appunto, due lui o due lei o un lui ed una lei e basta. Ma se, invece, uno dei due corpi riceve calore da un altro partner, ecco là che tutto cambia. È pensando al secondo principio della termodinamica, secondo me, che Mark Twain ha scritto che “per un matrimonio felice ci vogliono in genere più di due persone”. Infatti mogli sorridenti e amorosissime si ricongiungono la sera a mariti insopportabili, dopo aver avuto l’apporto energetico di un amante e mariti molto allegri e comprensivi affrontano la serata con la propria noiosissima moglie rinvigoriti da uno scambio energetico con un’altra donna.
Se poi entrambi i coniugi scambiano calore ed energia con altri partner il risultato è entusiasmante. C’è tutta una serie di correnti di calore ed energia che si spostano dinamicamente e molto proficuamente.
Dal che si deduce-a patto di non essere dei moralisti-che le relazioni di coppia veramente funzionanti debbono organizzarsi come “sistemi termodinamicamente aperti”.
La Fisica è Scienza e la Scienza, notoriamente, non si fa tenere al laccio dall’Etica.
Per chi appartenesse ostinatamente alla categoria dei “fedeli ad oltranza” c’è solo da augurarsi che il Grandamante sia partito da una così alta temperatura amorosa che, anche al raggiungimento del punto di cessato scambio termico, il sistema conservi, comunque, una buona temperatura. E che l’entropia finale sia tale da consentire una relazione soddisfacente.

martedì 30 ottobre 2007

depressione/tre/Amleto alla battaglia di Poitiers

Il secolo che va dalla metà del '400 alla metà del '500 è il secolo della malinconia. Ma è anche il secolo dell’Umanesimo, del Rinascimento e della Riforma. Con Colombo il mondo si fa troppo grande, con Copernico la terra si fa troppo insignificante e con Lutero la chiesa perde la fiducia dei fedeli. La nascita dello spirito moderno non poteva che essere malinconica.
I grandi scienziati del secolo, Paracelso, Cardano, Agrippa sono dei depressi, in una certa misura lo è persino Copernico, che ha così poca fiducia in sé che a lungo non vuole pubblicare i suoi studi.
Al centro del malessere degli umanisti si pone il problema del tempo. Se da un lato la riscoperta delle civiltà greca e romana entusiasma, mette anche di fronte alla caducità delle vite dei singoli e delle comunità.
Insomma, il mal di vivere è una condizione mentale legata alla nascita della modernità.

Sarà Marsilio Ficino, grande umanista e grande filosofo, ma anche grande depresso, a mettere per primo in relazione la malinconia con la modernità. Nello stesso tempo però la rivaluta e di Saturno fa il più nobile dei pianeti.
Intorno a Ficino si raccoglie un piccolo circolo di depressi( Lorenzo il Magnifico e il suo medico Pierleoni ) tutti malinconici e fieri di esserlo. La malinconia infatti diviene moda e se ne fa il temperamento obbligato dell’intellettuale del XVI sec.
Comporta però sofferenza come Ficino sperimenta sulla sua pelle e per ottenere del sollievo si ricorre a erbe e talismani.Tra questi il quadrato magico.


Escono a decine libri sulla malinconia e pittori e incisori la rappresentano continuamente. Si dice che provenga dall' Italia (il che non sorprende perché Umanesimo e Rinascimento vengono di lì) ma sarà un inglese, Shakespeare, a rappresentarla artisticamente e a descriverci ben 52 suicidi nelle sue tragedie. Amleto è il prototipo del deprersso, il principe dei melanconici e la sua domanda, ormai insopportabilmente ripetuta, essere o non essere, è l’interrogativo che riassume tutta la condizione umana e anche tutto il mal di vivere.
Mentre i letterati disquisiscono, i medici cercano le cause, senza andare però al di là della bile nera.
La nosologia si rivela pertinente ma per l'origine si continua a parlare di peccato originale e diavolo.
I teologi continuano a considerarla prova di un' influenza diabolica e Santa Teresa d’Avila la compatisce nelle consorelle ma la punisce anche severamente.
Le autorita religiose rafforzano la loro campagna di demonizzazione del suicido.
Nel XVI secolo in Inghilterra i cadaveri dei morti si impalano, mentre in Francia si appendono per i piedi e i suicidi, per vendetta, diventano..fantasmi. Il depresso che ha turbato la società da vivo, da morto torna a disturbarla. Tiè.
Tra moda e dolore la malinconia profonda percorre tutto il secolo e se per i superficiali, specie nelle corti, fa tendenza, per le personalità più sensibili è una prima presa di coscienza del problema dell’Essere.



Nel 1514 Albert Durer, che ha già dato profondi segni di malinconia, incide Melancolia I con cui rappresenta, immortala e rende universale il mal di vivere. Ne sono state date cosi tante interpretazioni, (astrologiche, alchemiche, numerologiche, psicologiche, psicanalitiche, sociologiche, magiche e teologiche), che è ormai impossibile guardarla con occhi ingenui.
Io non riesco a dire se mi spaventi o mi affascini.

Altri artisti, loro stessi depressi, e che rappresentano la malinconia profonda dell'epoca sono Michelangelo,(nel Solitario, cioè Lorenzo, nella Cappella dei Medici) e Holbein.
Nella letteratura dichiara senza mezzi termini il suo mal di vivere Montaigne che, dopo un lutto, si ritira definitivamente in casa a scrivere i suoi Saggi.
Come Montaigne si lancia nella scrittura per combattere la sua depressione Robert Burton, autore dell’opera più importante sulla malinconia: Anatomia della malinconia. Si tratta di una raccolta, disordinata ma ricchissima (di più di 2000 pagine!) di osservazioni, racconti, testimonianze, storie, teorie, descrizioni.
L’atteggiamento di fondo, è molto moderno. Burton si scaglia contro coloro che non credono alla realtà della malattia e aggiungono alla sofferenza di coloro che ne sono afflitti anche la condanna sociale, incitandoli a fare uno sforzo di volontà e a non prendersi sul serio.Distingue radicalmente l'atteggiamento malinconico dal mal di vivere che lo rende, dice "in esilio da se stesso".

Quelli di voi che hanno resistito fino qui stanno per essere premiati, perché passiamo alla parte divertente del libro di Burton, quella cioè relativa alla cura della depressione. Una cura molto, molto dandy.
Immaginate che ve la stia leggendo Paolo Poli e l’effetto comico sarà assicurato.
Dunque, a colui che deve affrontare una depressione, Burton consiglia di:
Scegliere una località dal clima gradevole, riparata da venti malevoli
Costruirsi una casa spaziosa e salubre correttamente orientata ( architettura feng shui? )
Arricchirla con un giardino che abbia al centro una fontana con un getto frusciante, giorno e notte
Nel giardino piantare molti fiori ma soprattutto rose e violette
Dei fiori fare spesso mazzetti da tenere durante il giorno tra le mani
Sarà anche indicato:
Viaggiare spesso ma senza scomodità
Ricevere amici ma senza affaticarsi
Fare sesso ma che sia soddisfacente
Ascoltare musica e canto
Bere un bicchiere di vino dolce prima di andare a dormire
Coricarsi tra lenzuola morbide e pulite
Lavarsi spesso mani e viso
Indossare biancheria pulita
Cambiarsi spesso di abito e vestire piacevolmente
Assistere a spettacoli che possano distrarre dal cattivo umore: processioni, sfilate, incoronazioni, fuochi di artificio, ricevimenti di ambasciatori o principi, mascherate.
Anche assistere alle battaglie nel momento dell’azione, fa al caso del depresso, e se purtroppo quella di Poitiers ormai se l'è persa, tranquilli, altre ce ne saranno(sic, sic, sic)
Per le donne niente battaglie, ma le solite attività: tombolo, ricamo, cucito, conserve, confetture e distillati.Comunque, si pensa che il sesso prescritto al depresso uomo, abbia come effetto secondario, del sesso anche per la sua compagna.

Tutti però, uomini e donne, non dovranno mai interrogarsi sul senso dell’esistenza.

Quanto ai rimedi più propriamente medici, vi avviso, non c’è più niente da ridere. Il concetto generale è ESPELLERE l’umore malinconico. Quindi emetici, salassi, purgativi, e sanguisughe applicate direttamente alle emorroidi.
Deprimente.

martedì 23 ottobre 2007

Non t'allargà...




Josè Gabriel Funes, 42 anni, padre gesuita e astrofisico, è dal 2006 direttore della Specola Vaticana,l’osservatorio astronomico fondato da Leone XIII. Una volta a Castel Gandolfo, l'Osservatorio vaticano si è trasferito in Arizona, sul monte Graham,3.200 metri, dove gli indiani Apache, che ritengono il monte sacro e inviolabile, ne contestano la presenza.

Recentemente Padre Funes ha dichiarato: “In una tipica galassia , un ammasso di cento miliardi di stelle, ci potrebbero essere moltitudini di pianeti gemelli della terra, con esseri viventi come noi. E' un' ipotesi che non contrasta con le Sacre scritture e con l’insegnamento della Chiesa.
Se essi esistono, come io credo, esse sono comunque creature di Dio....Per ora queste civiltà evolute sono invisibili e irraggiungibili, ma, come gli angeli, anche essi sono fratelli della Creazione.”

Gli Apache sono inquieti. E.T. è perplesso.

sabato 22 settembre 2007

che palle!

Su “Nature” i risultati di una ricerca condotta da sedici scienziati provano che “cellule staminali del tutto identiche a quelle embrionali si trovano nel testicolo e possono essere prelevate con una biopsia.”


Questa storia delle cellule staminali nelle palle è fantastica!
Di slancio ho detto a mio marito: ma è stupendo, finalmente anche voi servirete a qualche cosa!
Di fronte alla sua faccia ho dovuto aggiungere qualche spiegazione.
“Intendevo solo dire che noi contribuiamo alla ricerca già da tempo, con varie parti del nostro corpo: e la placenta e l’ombelico e i nostri ovuli e i feti usciti dal nostro grembo.”
Ma ho rovinato tutto aggiungendo: “insomma era ora che le vostre stupidissime palle svolgessero una qualche funzione sociale.”
Ironico ha commentato: “beh, senza le nostre palle la placenta non ce l’avreste.”
Ecco, questo davvero mi fa incazzare. Non il suo commento, figuriamoci, l’ho liquidata con un’alzata di spalle, la quisquilia.
È proprio il fatto che ancora non abbiamo imparato a riprodurci da sole che mi scoccia.
Ma mia figlia giura che ce la faremo e allora il mondo sarà perfetto.
Immagino che creda in una riconversione della eterosessualità verso una generalizzata omosessualità. In fondo tutto è possibile. Non eravamo scimmie? e prima ancora amebe nel brodo primordiale? Ed ora non siamo, noi donne intendo, la luce radiosa dell’universo?
Diventeremo le nostre innamorate. E le nostre amanti.
Può darsi che la sessualità dipenda dal modello di procreazione e non viceversa: il giorno in cui il maschio non servirà più per la riproduzione perderà anche ogni appeal.
Sì, mi convince.
Li sento i vostri mugugni, care signore, come sento le risatine beffarde dei cari signori. Comunque, tranquillizzatevi: non prevedo tempi stretti.
E in ogni caso, ogni tanto, qualcuno deve pure avanzare qualche teoria veramente rivoluzionaria e non le solite pappine riscaldate.
Pubblicherò su “Nature” anche io.


giovedì 6 settembre 2007

io penso positivo....

...Osserva il cielo attraverso cui le cose ritornano tutte in se stesse: vedrai che nulla in questo mondo si estingue, ma con moto alterno tramonta e risorge. Se ne va l'estate, ma per tornare l'anno successivo. Passa l'inverno, ma riapparirà nella sua stagione. La notte nasconde il sole, ma subito dopo il giorno porta via la notte. Similmente le stelle, nella loro rotazione, non fanno che tornare dove sono già passate. Continuamente una parte del cielo sorge, e una parte sprofonda sotto l'orizzonte...

Può darsi che questo "vicibus descendere ac surgere" faccia girare la testa a qualcuno, lo allarmi, o lo sgomenti.
Per me è rasserenante, pacificatore, consolante.
Che Seneca, sempre lui, ce lo ricordi per prepararci alla morte o per insegnarci ad affrontare le vicissitudini della vita, non fa grande differenza per me. La lezione è la stessa. Riprenderla ogni tanto, darle una ripassatina, vale sempre la pena. Lezione positiva. Rimette le cose al loro posto e noi al nostro.

Piccolo esercizio di immaginazione. Da non ripetere ogni mattina.
Allontanare il mio sguardo da questo scrittoio, cambiare la prospettiva con cui guardo normalmente alla mia figura seduta.
Spostare lo sguardo dietro di me. Ecco, mi vedo sempre più lontana, piccola figura in un agglomerato umano insediato su una sfera che sta ruotando su se stessa e intanto gira incessantemente intorno ad un astro incandescente, con il quale si sposta, a velocità inimmaginabile, nel buio cosmo.
Attraverso quel buio anche io sto viaggiando, minuscola particella tra miliardi di astri.
Vertigine. Se ne fossimo consapevoli in ogni momento della nostra vita, impazziremmo, io credo e non potremmo vivere.

Per questo l'uomo occidentale si è immaginato una cosmogonia che assegnasse alla creatura umana un posto centrale: sia nel cosmo, che nell'atto della sua creazione. Così la Genesi, ma così anche Platone nel Timeo.
Porci al centro dell'universo, destinatari dell' universo, ci ha permesso di non impazzire. Così come il non pensare a questa nostra condizione, saperla senza realmente saperla, tenerla lontana dalla nostra coscienza, ci mette al riparo oggi.

Ma, oggi, noi viviamo una diversa condizione. Anche se la scienza ha spazzato via le nostre fantasie antropocentriche, dimostrandoci, senza tema di smentita, neanche da parte delle chiese, che siamo una totale insignificanza nell'universo, noi abbiamo riguadagnato, con il nostro solo intelletto, una diversa condizione. Siamo tornati ad uno stato di privilegio, sia pure differente.
È stata la scoperta della radiazione cosmica di fondo (1964), “tenue e ormai gelido bagliore residuo delle epoche immediatamente successive al big bang” a riconsegnarci un ruolo di privilegio.
Quell' immediatamente si legge "trecentomila anni" che possono apparirci tanti, ma sono niente di fronte ai quattordici miliardi di anni cui si fa risalire il big bang.
La radiazione cosmica, che del big bang deve essere considerata la prova regina è stata “fotografata” e possiamo vederla
nel sito NASA. È graziosamente chiamata infant universe, ma la sua visione, se accompagnata dalla rifessione, può essere sconvolgente.
Guardando quelle immagini, che non sono altro che particolarissimi “fossili” noi stiamo guardando indietro nel tempo. Noi siamo spettatori, non dell’attimo stesso dell’inizio, ma tanto prossimi da poter tracciare una specie di panoramica: “la panoramica sulla genesi dell’infinito.”

Pur così marginali, così insignificanti, noi siamo riusciti ad avere una conoscenza così prossima e potente che riacquistiamo un ruolo e un valore specialissimo.
Al momento non siamo in grado di dire se, oltre noi, nell’universo qualcun altro osserva quei fossili, cioè quanta intelligenza avanzata abbia prodotto l'universo. Sappiamo però segnare i confini di tempo e spazio in cui siamo i soli ad osservare.
Confini precisi: entro il sistema solare e negli ultimi venti-trentamila anni, noi siamo soli.
Chi crede in un dio, può rispondere che é dio che osserva noi che osserviamo. Il discorso scientifico non esclude l’ intervento di una volontà creatrice che abbia prodotto il big bang stesso. Chi crede rimanda la prova della
inesistenza di questo intervento alla scienza stessa. Più correttamente, secondo me, dovrebbe assumersi invece l’onere della prova di quell’intervento. Ma questo qui non mi interessa.
Quello che oggi io mi chiedo è: che cosa può e deve significare, per noi il fatto che, con un clic del mouse, possiamo vedere l’universo bambino?

Una risposta ce la dà, ed è, insieme, illuminante e sconvolgente, Aldo Schiavone, storico, in "Storia e destino" un libretto di un centinaio di pagine appena. Un libretto straordinario, che lui stesso ha definito "esercizi di futuro e di speranza per prepararsi al tempo che ci aspetta". In una forma chiara e accessibile anche a chi, come me, manca di nozioni scientifiche, ripercorre il cammino che ha portato alla nostra specie, e il nostro stesso cammino e ci mostra come "nell'ultimo, vertiginoso tratto di questo cammino, siamo giunti sull'orlo di una soglia oltre la quale ci aspetta un passaggio pieno di rischi ma anche di straordinarie opportunità."
Opportunità, è su quest'ultima parola che si è fermata la mia attenzione.
A me non fa paura immaginare la vita dopo di me. Non so perché. Al contrario mi piace immaginare la vita futura, anche senza di me. O forse penso che, in qualche modo, non sarà senza di me. Chissà quale altra "me" se la godrà....

Aggiungo che, per una persona con una formazione umanistica, come me, la scienza è davvero poca cosa nel suo bagaglio culturale. Ma so anche, che pensare, riflettere e fare la poca e povera filosofia che pure ognuno di noi fa, è impossibile senza qualche consapevolezza scientifica di fondo. Beh, Schiavone questa ce lo dà. In un certo senso ha aperto per me delle strade non solo di semplice consapevolezza e conoscenza, ma anche alla fantasia, alla immaginazione. Al pensiero stesso, perché è fatto di tutte queste cose insieme. Fantasticare a partire dalla scienza e non disancorati da questa, è tuttt'altra cosa. A me piace.




Quanto al libretto, non mi danno percentuali sulle vendite, ma...leggetelo!

Aldo Schiavone
Storia e destino
Einaudi €8

giovedì 30 agosto 2007

principio di archimede

Un corpo immerso in un fluido in equilibrio subisce una spinta diretta dal basso verso l'alto di intensità pari al peso del volume del fluido spostato.


Immaginiamo che il “corpo” sia un nucleo di scoraggiamento, sfiducia, stanchezza e delusione. Muto, spesso, opaco e pesante. Ipotizziamo che questo “corpo” si immerga nel “fluido” di una serie di giornate piatte, incolori e amorfe. Che si bilanciano l’un l’altra nell’alternarsi di insignificanza e difficoltà.
Abbiamo quindi il “corpo” ed il “fluido in equilibrio”.
Ci attendiamo la “spinta” verso l’alto, lo stacco, l’impennata. L’intensità sarà pari al peso che ci ha trascinato giù o meglio al peso del volume di piccoli contrattempi o grandi tensioni in mezzo ai quali ci siamo fatti strada nella nostra discesa.
Risalire. Questo ci ha promesso Archimede. Così lo chiamano: principio di Archimede. È una legge fisica, risalire.
Noi crediamo alla scienza. Non come ad una fede, ma come ad un metodo. E la sua parola d’ordine è verificabilità.
Attendiamo di verificare. Attendiamo la risalita.