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martedì 20 aprile 2010

massimo fini, invidioso confesso

Un'altra aspra polemica sul tema della donna si è svolta sulla stampa recentemente, nata da un articolo di Massimo Fini.
Ecco l'articolo da Il fatto quotidiano (giornale di sinistra) del 27 marzo 2010

"Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.

Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso (n.d.r forse voleva scrivere caos?) femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.

Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.

Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più, siamo già ai limiti dello stupro. Basta.
Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

(Dopo la comparsa di questo articolo molte donne hanno scritto al Fatto Quotidiano dichiarando che non lo avrebbero più acquistato.)

Questa è la replica di Massimo Fini alle lettrici incavolate
"Ho scritto che le donne “sono una razza nemica”. Non mi sono mai sognato di dire che siano inferiori a chicchessia. Se la lettrice Cristina Di Bortolo avesse letto il mio articolo con “un minimo di cervello” avrebbe capito che, al contrario, considero la donna, meglio: la femmina, molto più vitale del maschio. È lei, che procrea, la protagonista del gran gioco della vita (quello reale, non quello virtuale) mentre il maschio è un fuoco malinconico e transeunte animato da un oscuro istinto di morte (“La donna è orgiastica, baccante, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale”). La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte (il contrasto tra Antigone e Creonte in Sofocle). Non a caso nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, quando l’Essere primigenio, dopo la caduta, si scinde in due la Donna viene definita “la Vita” o “la Vivente” mentre l’Uomo è colui che “è escluso dall’Albero della Vita”. È per riempire questo vuoto, per sopperire a questa impotenza procreativa (“l’invidia del pene” è una sciocchezza freudiana), che l’uomo si è inventato di tutto, la letteratura, la filosofia, la scienza, il diritto, il gioco regolato e il gioco di tutti i giochi, la guerra, che però oggi ha perso quasi tutto il suo fascino perché affidata alle macchine e anche perché in campo han voluto entrare pure le stronzette che pretendono di fare i soldati e vogliono fare, con i loro foularini, le corrispondenti di guerra (Ma state a casa, cretine, a fare figli. L’interesse della donna per la guerra è una perversione degli istinti. La donna, che dà la vita, non ha mai amato questo gioco di morte, tipicamente maschile. Ma ormai così è: le più assatanate guerrafondaie di questi ultimi anni sono state la Albright, Emma Bonino e quella pseudodonna e pseudonera di Condoleezza Rice). Della vitalità della donna fa parte anche la sua curiosità. Che può avere conseguenze catastrofiche. Ma è mai possibile che con tutte le mele che c’erano lei sia andata a mangiare proprio quella che Domineiddio aveva proibito? (da lì sono cominciati tutti i nostri guai, porca Eva). Comunque sia è vero cheda quando si sono “liberate” si sono appiattite sul maschile, diventandone una parodia, e insieme alla femminilità hanno perso anche il loro fiore più falso e più bello, il pudore, per il quale valeva la pena, appunto, di corteggiarle. Han perso la sapienza delle loro nonne alle quali bastava far intravedere la caviglia. Rivestitevi, sciocchine. All’uomo non interessa la vostra nudità, ma scartocciare, lentamente, la colorata e inquietante caramella anche se, alla fine, c’è sempre la solita, deludente, cosa. In quanto a Lisistrata, cara Truzzi, il suo sciopero del sesso fallì completamente. Perché le spose dei guerrieri continuarono a fare i consueti lavori di casa. Essere accuditi senza nemmeno avere l’obbligo di scoparle: l’Eden ritrovato. Inoltre ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra (e persino il calcio, che ne è una metafora). La lettrice Roberta Pesole mi confonde con quei nove milioni di uomini che, dice, vanno a puttane. Posso rassicurarla, nel mio “Di(zion)ario erotico-Manuale contro la donna a favore della femmina” ho scritto “pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato? Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare? Ma siamo diventati matti?”. Infine nella mia vita ho conosciuto molte donne intelligenti, ironiche e anche autoironiche. Ma nessuna che non fosse permalosa. Come la valanga di insulti che mi è stata rovesciata addosso dimostra."

QUANTO A ME: appena letto il primo periodo, "Le donne sono UNA RAZZA nemica", mi sono incazzata. Una razza???? Poi, andando avanti lungo la noiosa sequela di luoghi comuni, ho pensato che un tale livore si spiega solo con ragioni personali molto delicate e l'ultimo periodo "meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe" mi ha dato infine ragione. Infatti, se quello che Fini dice delle donne potrebbe tranquillamente essere archiviato nel banale più scadente, quello che dice implicitamente di sé (il sesso interessa e piace molto più a lei che a lui; e più avanti: "Han perso....ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno") parla di un modo di vivere il rapporto con una donna davvero interessante per uno psicologo.
Eppure all'interno delle banalità livorose, espresse con un linguaggio inutilmente aggressivo e insultante, c'è almeno un pensiero su cui vale la pena riflettere: "da quando si sono "liberate" le donne si sono appiattite sul maschile" dice Fini.
Questo appiattimento sul maschile non è una scoperta di Fini, sono molte le donne che lo denunciano. Ma nella prima parte della sua proposizione Fini sbaglia radicalmente, secondo me: è proprio perché non si sono liberate che molte si sono appiattite sul maschile. Perché non riescono a riconoscere valore alla loro stessa natura che è, sì, vitalità e istinto, forza della vita. Forza che dall'inizio della storia ha spaventato l'uomo, il quale si è impegnato a fondo per costruire una società che imbrigliasse quella forza e spostasse l'asse del valore dalla forza di creare alla forza tout court. Ma la donna non è solo vitalità e istinto. È questo, credo, che fa infuriare gli uomini, il fatto che la donna si sia spostata, lungo l'evoluzione culturale, su un terreno che l'uomo si era riservato, quello dell'analisi ragionata della realtà. (Sui procedimenti di pensiero-emotivo con cui la donna esamina la realtà potremmo a parte parlare a lungo). Gli uomini hanno dovuto accettare (giacché non potevano fare altrimenti) che fosse la donna a dare la vita, che la custodisse nel suo corpo, ma su questo riconoscimento obbligato hanno fissato il confine: esaltando esclusivamente la sua funzione materna ve l'hanno voluta relegare. Quando la donna (la cui evoluzione culturale, sempre a mio avviso, è stata infinitamente maggiore della corrispondente evoluzione maschile) non solo ha potuto regolare la sua funzione riproduttiva, ma ha rifiutato la riduzione della sua persona alla sola funzione riproduttiva, il conflitto è diventato feroce. E dico feroce nel suo senso letterale. Sul piano di questo conflitto uomini e donne infatti indietreggiano e tornano belve.
Il rischio, per la donna che rivendica una dimensione globale della sua persona, è quello di precipitare nella imitazione del modello maschile, di abbracciarlo come scorciatoia verso la sua affermazione sul palcoscenico della società. In questa trasformazione illusoria (perché l'uomo vigila spietatamente sui suoi domini) la donna rischia di reprimere o addirittura perdere le sue principali caratteristiche di genere: il suo legame con la vita, la sua spinta al suo accudimento e alla sua protezione, la sua forza seduttiva, la sua vitalità e il legame profondo con le sorgenti emotive dell'agire. Significa che allora bisogna restare sempre attaccate alla scelta di maternità, che essa dev'essere destino? Che al di fuori della maternità la donna non abbia valore? Il più radicale dei no va opposto, secondo me, a questa pretesa,ogni volta che si affaccia, comunque sia mascherata. Ma certo non significa coprire di autodistruttivo disprezzo la nostra natura stessa e i modi in cui si esprime.
Mi chiedevo giorni fa', parlando con mia figlia, chi avesse creato quelle pubblicità che ci invitano a fornirci di assorbenti, di ogni forma e natura, in ogni giorno del mese. Ci sono quelli per i giorni della mestruazione, graduati in spessori e dimensioni diverse, quelli per i giorni d'intervallo, quelli contro il nostro perenne "cattivo odore". C'è un così forte svilimento di un fenomeno fisico che dovrebbe coprirci di meraviglia, un disprezzo così mortificante per la più importante funzione della specie, che il mio sangue bolle ogni volta che mi passano davanti agli occhi. Siamo ancora al sangue mestruale come vergogna! E le donne lo accettano e s'imbracano trenta giorni su trenta! Da che cosa ci vogliamo monde? Dalla nostra stessa natura? E accettiamo di guardarla con occhi maschili? Con sguardi atavici?
Io so che tutte le rivoluzioni precipitano temporaneamente negli eccessi della realtà opposta a quella che hanno combattuta e la mia speranza risiede solo in questo: che la rivoluzione che le donne della mia generazione hanno affrontato debba trovare ancora il suo punto di equilibrio, che i vistosi passi indietro che riscontro nelle donne siano solo fraintendimenti o tentativi di trovare altre strade e che le donne non siano state prese da una furia autodistruttiva.
Sì, ci sono giorni in cui le osservo spaventata, preoccupata, furiosa anche. Ma resiste tenace dentro di me la mia fiducia in noi donne, nella nostra capacità di risorgere sempre, di riattingere forza e vita nel profondo del nostro essere, di cambiare, di trasformarci, di evolvere, una caratteristica questa davvero nostra. Del resto il movimento delle donne, in ogni luogo e tempo, è sempre stato carsico.
Quanto a Fini, credo che al fondo del suo intervento, così sgradevole nella forma, si agiti la sua profonda invidia per le donne, per altro non celata. E, per analogia, mi fa sorridere, una volta di più, la famosa idea freudiana dell'invidia del pene. La più grande topica (solo topica?avrei voglia di analizzare freudianamente Freud) di papà Freud. (Come del resto correttamente Fini riconosce).
Massimo Fini non mi piace; non lo apprezzo come scrittore e detesto il suo stile di polemista (tanto che non gli replicherò punto per punto causa l'eccessiva volgarità del suo modo di esprimersi). Ma lo ringrazio perché ha offerto a noi donne un'ulteriore occasione di riflettere su di noi.
Credo che la riflessione debba includere il disagio maschile di questi anni, l'insoddisfazione di uomini e donne, le delusioni che reciprocamente si infliggono in una ricerca, per ora insoddisfatta, di un rapporto meno crudele.

N.B. La mia ricostruzione storica, per di più stringata e superficiale, non è un giudizio universale su ogni uomo della terra. In questo equivoco (spesso avanzato da qualche uomo per un istinto di autodifesa) vorrei che i miei lettori non cadessero.

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Come eccezione al modo in cui la donna è trattata dalla pubblicità segnalo queste pubblicità che sono comparse sul settimanale Grazia. Sono state ideate da diverse agenzie creative e si segnalano per l'intento di trattare, in modo spiritoso ed efficace, temi femminili.

Le potete vedere QUI

mercoledì 7 aprile 2010

scrittura satirica non sessismo


Nella serata "RAIperunanotte" condotta da Santoro il 25 marzo scorso c'è stato un intervento di Daniele Luttazzi che ha suscitato una polemica che ancora continua. Per chi non lo ha già visto l'intervento è su you tube, diviso in tre video: uno, due e tre




da il Manifesto del 26 marzo 2010
Paolo Bonazzi, Ida Dominijanni
Se la comicità inciampa nel sessismo


Care compagne/i, rivolgo questa lettera in particolare alle donne del Manifesto per avere un conforto.Durante la diretta di Raiperunanotte io e la mia compagna ci siamo sbellicati dalle risate per il monologo di Daniele Luttazzi, che personalmente ritengo il più grande comico satirico in Italia. Scopro poi che tale monologo ha sollevato parecchie ire e critiche da parte di molte donne per il noto riferimento alla pratica di sesso anale quale analogia con l'Italia di ieri e di oggi: 1. Berlusconi forza l'opinione pubblica usando tutta la sua potenza mediatica; 2. Berlusconi penetra il consenso trovando una mediocre e condiscendente opposizione; 3. il popolo penetrato gode. La pratica di sesso anale, insomma, è puro sessismo e parlarne, anche come metafora comica, è da machisti. Non mi sto a concentrare sul fatto che sia anche un atto omosessuale maschile, e che d'altronde gli esempi riportati da Luttazzi all'acme del monologo riguardavano solo uomini (Saccà), i più servili e sottomessi in questa metafora.
Io l'ho trovata esilarante, ben conoscendo il linguaggio forte ed i ritmi incalzanti dell'attore che ha cercato sempre di farci ridere sui nostri disagi e tabù sessuali. Ritengo che la sottomissione della donna nella società moderna ed in questo nostro paese non vada cercata nelle camere da letto, dove agiscono altre dinamiche e desideri. Credo sia sessista la comicità di certi innocui monologhi di Zelig, in cui la donna è dipinta come una scassapalle che pensa solo a far shopping e a torturare il marito rientrato da una faticosa - solo per lui - giornata lavorativa. E che dire dei balletti che mettono in scena un lesbismo che è ovviamente quello che abita i nostri desideri onanistici maschili? E le pubblicità e i video musicali? Gli esempi sono infiniti. Fate caso a quante volte non viene rappresentato il sesso, ma una pura violenza. Uno stupro che la donna agogna dal suo padrone. Luttazzi non ha parlato di questo.
Personalmente porto avanti, insieme alla mia compagna, un rapporto basato sulla totale uguaglianza, frutto non già di concessioni, ma di reciproche responsabilità, riconosciute e condivise, rivendicate, quando serve. Mi piace che questo aspetto della mia vita sia coerente con le mie idee politiche di uguaglianza e libertà, e mi piace che questa dinamica mi dia piacere. Non sono un forzato dell'uguaglianza. Ora, ho profondo rispetto per chiunque si sia sentita offesa e mi sto ponendo delle domande. Vorrei però chiedere a chi c'era, Norma Rangeri, o anche a chi ha sempre parlato di questi argomenti, Ida Dominijanni, o a voi del Manifesto se di tali risate mi devo vergognare. Tengo in enorme conto le vostre opinioni e saprò farne tesoro. Ma mi chiedo: davvero la sottomissione, l'ineguaglianza di genere ed il sessismo derivano dalle pratiche sessuali - anche estreme - e queste pratiche ne sono una perversa estensione in camera da letto? Non sono invece indice di un potere e di uno sfruttamento che ha mercificato l'oggetto del desiderio come conseguenza del suo essere socialmente inferiore?
Davvero è colpa del sesso e del piacere che può derivare da pratiche di sottomissione che sono tante, intersessiste e di infinita fantasia?
Paolo Bonazzi, Bologna

Risponde Ida Dominijanni
Caro Paolo,
il confine fra pratiche sessuali, immaginario sessuale e ruoli sessuali è molto poroso: è vero che bisogna sforzarsi di tenerli distinti, ma è falso che possiamo separarli con un taglio netto. Sono del tutto d'accordo con te che le pratiche sessuali vanno tenute distinte dal sessismo sociale, e che se il secondo va combattuto alle prime va lasciata la massima libertà; ma è pur vero, d'altra parte, che da un anno combattiamo contro un certo uso sessista, o certe ricadute sociali sessiste, di un certo immaginario sessuale, berlusconiano ed evidentemente non solo berlusconiano. A questo si aggiunge, nel caso che tu poni, il modo in cui tutto questo viene messo in scena, e la necessità di garantire da una parte la libertà d'espressione di un artista, dall'altra la libertà di critica del pubblico (due libertà ugualmente sacrosante).
Personalmente non ho niente contro l'idea di mettere in scena il rapporto sociale sadomasochista con un monologo sul sesso anale; mi domando però come mai in quel monologo il sesso anale venisse rappresentato naturalmente come atto sessuale di un uomo violento sul corpo di una donna sottomessa.
Come tu stesso dici, c'erano altre rappresentazioni possibili, e non credo che questa sia stata scelta a caso. Ma se la rappresentazione del rapporto sociale sadomasochista prende naturalmente la forma di un rapporto violento di un uomo su una donna, io non mi diverto affatto e ci trovo, sì, la doppia traccia della normatività eterosessuale e del sessismo.
Ma si tratta, ovviamente, di valutazioni personali.


QUANTO A ME: io ho per Daniele Luttazzi una grande stima, lo considero il vero scrittore satirico del nostro tempo, il nostro Marziale, il nostro Giovenale. Né la mia stima si è spostata di un'acca dopo il suo monologo. Anche se mi ha procurato disagio. Mi sono chiesta perché. Sono abituata a riconoscere la violenza verbale con cui Luttazzi ci parla del sesso sbattendoci in faccia i nostri tabù e non mi ha mai turbata. Trovo perfetta la metafora dell'Italia di oggi sodomizzata da un Presidente del Consiglio in un rapporto sado-maso. Eppure il mio disagio era autentico. Solo che non risiedeva né in una suscettibilità al vocabolario sessuale che non mi è mai appartenuta né ad una lettura critica della scelta simbolica di Luttazzi. Ci ho messo un po' a capire che Luttazzi mi svelava una verità chiamandola con un nome che non le avevo mai dato, che avrei trovato volgare e sbrigativo, quasi da sfogo liberatorio se lo avessi letto in forma di commento su qualche blog, e che invece era esattamente quello che una metafora deve essere: un lampo di luce accecante e veritiero. Luttazzi non ha tratteggiato la situazione dell'Italia con squisiti concetti politologici, con analisi magari sarcastiche ma sempre sul piano discorsivo. No, egli l'ha rappresentata plasticamente con una immagine forte, che si è imposta ai miei occhi con tutta la sua violenza. Questo mi ha dato disagio: guardare il mio paese e riconoscerlo in quella scena. Vedere la nostra situazione colta in una essenza radicale, quella del sesso. Quando ho capito questo ho anche capito che il mio disagio è stato, alla fine, il segno più evidente di quanto la comicità di Luttazzi sia dirompente, crudele, feroce sia cioè vera satira che ci mostra senza edulcorazioni la realtà e sceglie per farlo quello che più ci si appiccica sgradevolmente alla pelle, quello che meglio ci schiaffeggia, quello che ci fa ridere con una smorfia agra sulla bocca.
Altro che i comici all'acqua e sapone che ci fan ridere lisciandoci il pelo!
Quindi posso dire che rispetto le donne che si sono sentite offese ma sto con il signor Bonazzi e mi pongo rispetto alla scelta di rappresentare un rapporto tra un uomo e una donna e non tra gay in una posizione assolutamente opposta rispetto a quella di Ida Dominijanni.
Riflettendoci su ho capito, ho quasi pre-sentito che, se Luttazzi avesse scelto di rappresentare un rapporto tra due uomini il mio disagio sarebbe stato maggiore e di natura diversa e mi avrebbe, sì, rivoltata.
Perché un rapporto anale sado-maso tra un uomo e una donna appartiene alla varietà dei desideri e delle fantasie e non connota definitivamente nessuno se non per la durata dell'atto; non caratterizza una categoria umana, non addita nessuno come esemplare; è solo una scelta tra pratiche sessuali -tutte ammesse per me quando liberamente scelte dai partecipanti secondo le loro fantasie e i loro desideri.


sabato 20 marzo 2010

la volpe della Muraro

"Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio. Adesso comincio a pensare che sia una farsa.
Bisogna credere e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un' ipotesi così azzardata che nessuna politica di professione osa formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche da cui risulta che, quanto a condizione femminile, l' Italia è più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva una volta, ma per discriminazione. È tempo di smetterla con questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si pongono. Uno è quello dell' attaccamento maschile al potere."

L'articolo -chi parla è la filosofa Muraro- continua riprendendo in più forme questo concetto generale.

"Per finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della parità per fare posto a un franco riconoscimento dell' eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità, e penso specialmente al rapporto con il potere e con i soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e all' amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho detto, perché finisca una finzione, quella delle donne sempre vittime d' ingiustizia e sempre in cerca di parità con gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da alibi. A che cosa e a chi, oggi? La risposta a questa domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C' è un bisogno identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma tenace. C' è, per le donne, la rendita del vittimismo."

La Muraro auspica un cambiamento nell'autopercezione delle donne e nella loro valutazione da parte della società: da vittime di discriminazione a soggetti eccellenti.

"Un criterio per questo cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al secondo posto le nostre priorità."

Non so, la Muraro è una filosofa che al pensiero della donna ha dato molto e per la quale io nutro molto rispetto, ma in questa sua nuova posizione qualche cosa non mi torna.

Mi sembra che riconosca che alle donne si chiede, per stare nella vita pubblica e politica a parità di autorevolezza, di mettere al secondo posto le proprie specifiche priorità -e questo in una società in cui non si riconosce autorevolezza a chi non ha anche potere-. Detto diversamente le si pongono ostacoli e pre-condizioni perché acceda ai luoghi del potere. Nessuna pre-condizione per l'uomo invece. Si può chiamarla disuguaglianza, si può ancora chiamarla discriminazione?

O dobbiamo consolarci con la favola della volpe che dall'alto della sua eccellenza dichiara l'uva acerba?
Non sono io volpe-donna che non arrivo all'uva (perché tu vuoi che io mi arrampichi con i miei piccoli attaccati al seno e mentre premastico il cibo per loro e per te) ma sei tu volpe-uomo che hai sbagliato a mettere la vigna in un posto così in alto per me.
Ed ora? Se anche ci diciamo questo (come del resto ci è chiaro da tempo) che cosa cambia?
Cambia che questo è un problema dell'uomo, non nostro, dice la Muraro.

"Se (l'attaccamento maschile al potere) fosse un vizio morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si è corretta l' avarizia o la gola. Ma l' attaccamento maschile al potere è una questione d' identità. Lo veicolano i modelli correnti della virilità."

Bene: dove sono queste masse maschili che si interrogano sul loro modello di virilità e sul nodo (tutto loro) tra potere e identità? chiedo io.
E mi risponde la Muraro.

"Oggi vi sono uomini che promuovono una presa di coscienza della differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e Sellier, 2009."

Inutile dire che lo leggerò.

mercoledì 21 ottobre 2009

il re è nudo

Sono quasi certa che ne parli anche Seneca nelle Lettere a Lucilio, ma dovrò fare qualche ricerchina: mi riferisco agli occultatori, semplici e composti.
Gli occultatori, io li chiamo così, sono quelle persone che non sanno o non possono o non vogliono sottrarsi alla tentazione di nascondere pezzi sgradevoli della realtà, anche se sono evidenti, plateali, sotto gli occhi di tutti.
Gli occultatori, si badi bene, non hanno niente in comune con i bugiardi, tipi umani molto più semplici e concreti.
Gli occultatori sono gente con una fede incrollabile, la sicurezza cioè che, se sistematicamente negata, la realtà sgradita esiterà, vacillerà e infine si sfalderà, per ricostituirsi poi in una forma più accettabile, addirittura opposta alla sua stessa natura: diventerà cioè un'altra realtà.
Ammetterete che per credere di riuscire a trasformare la realtà semplicemente negandola ci vuole una buona dose di ingenua, addirittura infantile, fiducia.
Quelli che io chiamo occultatori semplici conducono questa operazione solo nei confronti di se stessi. Sono coloro che si raccontano piccole o grandi storie con cui mascherano, mistificano, edulcorano fatti, situazioni, condizioni della propria vita che tutti, ma proprio tutti riescono a vedere perfettamente bene. La donna o l'uomo traditi sotto i loro stessi occhi e convinti di vivere un perfetto, sereno rapporto di coppia potrebbero rappresentare, abbastanza bene, la categoria degli occultatori semplici. Meglio ancora li rappresenta la donna che parla severamente degli uomini delle sue amiche tralasciando di portare alla sua coscienza il modo indegno con cui il suo uomo si comporta con lei. Gli occultatori semplici si fingono felici con se stessi e con gli altri perché non sopportano di doversi dire che non lo sono. Tutti noi ne incontriamo nella nostra vita e, ammettiamolo, sono irritanti. Malgrado la pena che possono suscitare in me io trovo la conversazione intima con un occultatore piuttosto fastidiosa. Essa è fatta di fumo e a discutere di fumo mi annoio e spesso mi irrito. In fondo mi si sta chiedendo di avallare una perfetta non-realtà e si manca anche di rispetto alla mia intelligenza delle cose. Ma, ciononostante, non combatto mai il desiderio dell'occultatore semplice di restare al buio, di nascondere l'aspra realtà: immagino che non abbia abbastanza coraggio o forza per riconoscerla nella sua secca nudità. Il mio sentimento nei suoi confronti è compassionevole, intuisco la sua vulnerabilità e mi taccio. Anche quando mi dicono: ma tu che cosa pensi? Dimmi la verità. E i loro occhi mi implorano: NON mi dire la verità. Nessuno ama che la verità gli venga servita su un vassoio. E, comunque, alla propria verità si deve arrivare con il proprio passo e personalmente. Diciamo che si può ogni tanto gettare lì un amo perché l'occultatore, se vuole, lo afferri con i suoi fragili denti e se ne serva per spezzare la rete di bugie in cui si è volontariamente avvoltolato.
Quelli che invece davvero mi stanno sulle palle sono gli occultatori composti. E, da sempre, io sto sulle palle a loro.
L'occultatore composto conosce la realtà, essa è ben presente ai suoi occhi e non gli importa che la sua ricostruzione fasulla non venga creduta. Quello che conta per lui o per lei è che la realtà si taccia. Che un'altra realtà si affermi e venga dichiarata vera. L'occultatore composto vuole fare degli altri i suoi complici, vuole che mentano assieme a lui. Per questo lo chiamo composto, perché alla sua personale menzogna (che peraltro riconosce perfettamente come tale) vuole aggiungere la mia. Egli ti guarda negli occhi e sorridente ti dice: beh, mi sembra che la riunione sia andata bene; oppure, che la squadra abbia giocato bene; oppure ancora: che le cose nel paese vadano a gonfie vele. (Gli esempi presi non coprono la grande varietà di campi in cui gli occultatori composti possono intervenire con le loro contro-verità ). E intanto con lo sguardo ti sfida. Avanti smentiscimi, fai un passo, nega questa contro-verità. Ne hai il coraggio? E la sua contro-verità la proclama ad alta voce, con sicurezza, e la ripete nel silenzio altrui, certo che, ripetendola a voce alta, essa soppianterà la pura realtà fattuale. E per lo più ci riesce.
Ci riesce perché ti coglie di sorpresa, e, quanto più la sua affermazione è manifestamente sovvertitrice della realtà fattuale, tanto più riduce gli altri, attoniti e imbarazzati, al silenzio. Trasecolano, ma tra sé e sé.
Gli occultatori composti ed io abbiamo sempre fatto scintille. Io appartengo fin da piccolissima alla categoria de "il re è nudo". Cosa che gli adulti intorno a me non sopportavano e che mi ha procurato, sin da piccolissima, l'epiteto di "cattiva". "Cattiva" non significava affatto tutte le solite cose che si attribuiscono ad un bambino per qualificarlo così: disobbedienze varie, piccoli imbrogli, sottrazioni ai propri piccoli doveri ecc. Ma quando mai! Io avevo, e purtroppo ho, un super-io ipertrofico. Il cuore di quel "cattiva" era il fatto che sentivo il bisogno, irrefrenabile, di ristabilire, in chiaro, le realtà che, intorno a me, i grandi si affannavano a mascherare e che, con la straordinaria intelligenza che hanno tutti i bambini, io riconoscevo perfettamente. E non mi piegavo alle loro menzogne che mi offendevano. E, se mio padre sorrideva appena e lasciava cadere, mia madre diventava irosa. Fu lei a fissarmi nel ruolo di "cattiva". A sua giustificazione c'è la mentalità del tempo: i bambini non dovevano sapere e, se intuivano, dovevano fingere.
Ma io ero la "figlia di mezzo" e, stretta tra la noncuranza dell'uno e l'antipatia dell'altra, non avevo altra sponda che la mia intelligenza. Non avrei permesso che vi attentassero; potevano dirmi "cattiva" quanto volevano: non mi avrebbero messa a tacere.
Quelli come me, quelli che proclamano che "il re è nudo" talvolta sono portati in trionfo, come nella favola, ma più spesso sono mal tollerati.
Gli occultatori di professione li odiano per ovvi motivi; ma li odiano anche gli altri, quelli che tacciono e fingono di credere al fulgore dell'abito del re. Confesso che anche per me non è facile oppormi ad un occultatore composto; non riesco quasi mai, sui due piedi, a dire: ma che cazzo vai dicendo? Vengo sempre colta di sorpresa, sopraffatta dall'enormità della falsità dell'affermazione dell'occultatore composto; ma sempre -sempre- ripresami, torno su quell'affermazione e la rettifico. Certo, con il passare degli anni, sono diventata più cauta, forse anche più pavida. Ma trovo sempre il guizzo, quella piccola quota di rispetto per me stessa, che mi induce a riprendere il discorso e a dire semplicemente: no, la riunione NON è andata bene, la squadra NON ha giocato bene, e le cose, nel paese, NON vanno a gonfie vele.
Questi piccoli esempi, nella loro banalità, coprono il fatto che gli occultatori composti possono fare un grande male; nella sfera collettiva ed in quella privata. Sono pericolosi: io sollecito ognuno di noi ad opporsi, sempre, alle loro contro-verità. Facciamo in modo che queste non diventino, mai, senso comune delle cose, e che gli occultatori non trasformino le loro menzogne in verità.




venerdì 18 settembre 2009

vedove allegre o vedovi cinici?

Non voglio generalizzare, sia chiaro. E poi, forse vivono tutti nel mio quartiere...


Il vecchio idraulico di zona ha la moglie molto malata, ricoverata in ospedale. Parlando con l'animalista accanto alla sua bottega dice con aria affranta: "Come faccio se me more". Mi sento dispiaciuta per lui e mi preparo a dirgli una frase se non di consolazione almeno di incoraggiamento, quando lui aggiunge. "Nun me so còce manco du ova".


Questo mi ricorda il vecchio che portava a correre al parco un canetto meraviglioso, dolce e vivace che rispondeva ai suoi ordini anche se il vecchio per parlare portava uno di quei microfoni accostati alla gola. Comparve un giorno senza cane e gli chiedemmo se stava male. "No, l'ho portato nel bosco e gli ho sparato perché è morta mia moglie. Era lei che gli faceva da mangiare."


L'ultimo vedovo inconsolabile è il proprietario di un piccolo negozio di abbigliamento di zona. La moglie, una signora di una cinquantina di anni, è morta la scorsa primavera per un tumore al fegato che ne ha avuto ragione in un paio di mesi.
Entro a dare un'occhiata ai saldi di fine estate e gli faccio le mie condoglianze. Sospira e dice:"E' stato un colpo terribile."
Io giro nel negozio ma mi accorgo che ci sono solo capi corti e attillati, adatti a giovani ragazze, niente di quel genere sobrio e tranquillo che di solito vi trovavo. Glielo faccio osservare e ricevo questa risposta. "Beh, ne ho approfittato per rinnovare un po'."

Devo dire che i tre episodi -rigorosamente veri e che si sono verificati a distanza di tempo l'uno dall'altro- mi hanno sempre trovata impreparata. Mi sono semplicemente allontanata, muta e sopraffatta.


Però credo di cominciare a capire la vera ragione per cui le donne vivono più a lungo degli uomini: è la natura che, disgustata del modo cinico con cui i maschi reagiscono alla morte delle loro compagne, per vendetta li fa, in genere, schiattare prima.
La natura ha sempre ragione.



martedì 7 aprile 2009

persona umana e c'est tout

Probabilmente gli uomini non capiranno fino in fondo quello che intendo, ma io sto sperimentando una condizione meravigliosa per una donna. Quella di non dover più essere oggetto gradevole alla vista. Da bambine inizia nei confronti delle femmine — accadeva ai miei tempi, a quelli di mia madre e a quelli di mia nonna; è accaduto a mia figlia e vedo che ancora accade alle bambine di oggi, forse addirittura più precocemente — una politica di socializzazione volta a inculcare in loro il dovere di essere belle. Una pressione che le accompagna per tutta la vita. Non conosco donne che siano DAVVERO riuscite a sottarvisi. Neanche quelle che orgogliosamente lo proclamano. Spesso infatti le donne che sembrano libere di fronte a questo pesantissimo dovere sociale sono semplicemente donne molto lontane da ognuno dei modelli estetici che ci viene proposto —infatti sono diversi —e che hanno considerata chiusa la partita semplicemente perché si sono sentite sconfitte e ne hanno riportata una sensazione amara di inadeguatezza, mascherata da sprezzo ma ugualmente cocente.
Lo sguardo degli uomini ci segue sempre, ci pesa, ci esamina, ci valuta, ci confronta e ci assegna un punteggio. Lo sguardo delle altre donne fa lo stesso, spesso con più severità se non addirittura crudeltà. E’ un gioco che conosciamo tutte. Neppure tra le pareti domestiche siamo davvero libere di essere, se vogliamo, scorfani e cozze. Così infatti può capitarci di essere definite.
Io non discuto il fatto che questo possa accadere ANCHE ai maschi. Dico che per un maschio non è il primo dovere. Ne hanno altri naturalmente, ma anche noi ne abbiamo altri e inoltre questo è un dovere particolarmente pesante: esso infatti aderisce a noi stesse, alla nostra identità, alla nostra autostima come una seconda pelle. Una donna è, in prima istanza, QUELLO CHE APPARE. Poi, dopo, sarà valutata ANCHE sulla base di altri parametri. Intanto però, IL PRIMO è estetico. La società ci vuole esteticamente gradevoli, gli uomini ci vogliono sessualmente appetibili.
La peggiore delle malvagità e delle ipocrisie è quando ci dicono che dobbiamo farlo “per noi stesse”. Che non dobbiamo trascurarci ai nostri stessi occhi. Ma questo trascurarci, come lo chiamano, è spesso semplicemente, ESSERE, altrettanto semplicemente, nudamente, COSÌ COME SIAMO.
Io non sono stata particolarmente bella né vanitosa, ma tutto quello che sono riuscita a fare per sottarmi alla pressione della società è stato inventarmi UN MIO MODO di essere bella, di scostarmi, per quanto ho potuto, dalle mode e dai modelli. Ho scelto cioè di rielaborare, sulla mia personalità, i dettami sociali. Mai però sono riuscita a sottrami al giudizio implicito degli sguardi maschili. Per altro, ma questo è un mio problema personale, quando esso era benigno non l’ho mai creduto vero.
Oggi ho sessantacinque anni, anche se difficilmente me li attribuiscono. Però li ho e felicemente. Ancora mi capita di vedermi osservare mentre cammino in strada da un uomo che mi viene incontro. Poi, avvicinandosi, mi mette nella categoria ex. Ex donna. Infatti, con l’età, diventiamo semplicemente asessuate, perché donna e oggetto sessuale, nel più lato dei sensi, è tutt’uno nella mente degli uomini. E quindi delle donne, ahimé. Per quanto affermata nei più disparati campi, addirittura dotata di grande potere, una donna IN PRIMIS verrà valutata per le sue attrattive.
Ma viene infine un’età in cui nessuno ci e si chiede più se siamo belle e quanto siamo belle e noi siamo libere.
Beh, io trovo che questa condizione di ex-donna, questo stato di essere umano non connotato sessualmente, è MERAVIGLIOSA.
Sono diventata UNA PERSONA UMANA. Semplicemente. Posso decidere a questo punto, MA DAVVERO, di essere bella per me, a modo mio. Di farmi la crocchia come mia nonna, ad esempio, o di essere vanitosa A MODO MIO. Di essere una vecchia signora ordinata e basta, che, se vorrebbe pesare meno è per sentirsi più leggera e più agile e per affaticare meno le sue ginocchia. All’uomo che, distante sul marciapiede, è ancora incerto sulla mia età e già mi applica il suo sguardo valutativo, io posso fare un bel sorriso (bello nel senso di allegro e soddisfatto) confermandogli con la mia tranquilla accettazione che sì, sono SOLO E FINALMENTE UNA PERSONA UMANA.

PS Dopo sedici giorni di arresti domiciliari oggi esco e queste sono le considerazioni che mi sono venute in mente.

PPS Ogni volta che dovete parlare dell'umanità provate a sostituire il termine "gli uomini" con quello di "persone umane". La persona che me lo suggerì, molti anni fa', è un uomo, un uomo straordinario in effetti, che applica questa regola rigorosamente ma spontaneamente.

martedì 5 agosto 2008

esercizi per le vacanze/dieci/silenzio

"E' doveroso per gli uomini parlare di donne."

da: Ioanna Karistiani- Le catene del mare
editrice e/o - 2008

Naturalmente è vero anche il reciproco.
esercizio: per le donne. Evitate di parlare di uomini per ventiquattro ore. Lo so, è difficile, ma ci si può fare.
esercizio: per gli uomini. Evitate di parlare di voi stessi per ventiquattro ore. Lo so è MOLTO difficile, ma se le donne riescono a non parlare di uomini voi dovreste riuscire a non parlare di voi.
avvertenza per gli uomini: far parlare di voi una donna ed ascoltarla NON VALE.

martedì 15 aprile 2008

q.b./quanto basta



Del mio difficile rapporto con le feste ho già detto.
Mio marito invece ama festeggiare e soffre per la mia resistenza nei confronti dei festeggiamenti.
Confesso che io non mi limito alla resistenza. Mi sottraggo tout court, deludendolo e/o irritandolo.
Tanto per fare un esempio, rarissimamente abbiamo festeggiato l’anniversario del nostro matrimonio e comunque mai con feste e riunioni. Se mai, con tranquille e ristrettissime cene in famiglia
Essendoci sposati il 15 aprile del ’69 mio marito ed io siamo giunti oggi al trentanovesimo anno di matrimonio. Lui non perde occasione per dichiarare –convintamente- che il colpo più fortunato della sua vita è stato quello che gli ha fatto incontrare e poi sposare me. Su questa sua fortuna, immodestamente ma a ragion veduta, io concordo. Infatti se penso al tipo di donna che sua madre e sua nonna lo invitavano ad impalmare, mi si stringe il cuore per lui. Ritengo pertanto che, effettivamente, avrebbe di che festeggiare. Ma ogni anno rimando: festeggeremo i venticinque, cominciai a dirgli, poi i trenta, poi i trentacinque. Quest’anno mi sono impegnata per il prossimo, quarant’anni tondi, con l’intenzione di rendermi, nei prossimi dodici mesi, così invisa da fargli passare la voglia di festeggiare le sue nozze con me.
Ma, pur senza solenni festeggiamenti, ritengo che la ricorrenza meriti una sottolineatura. Come la meritano i fiori con cui mio marito ha voluto rallegrarmi questa giornata amara. (E ho anche dimenticato di comprare il pane!).
Eccola qui, una storia, sintetica fino all’osso, di questi 39 anni coniugali.

Mio marito è un chimico. Per molti anni ricercatore. Il grosso del suo tempo lo passava a distillare. Il resto a solubilizzare. O a cristallizzare. Infatti, nella gerarchia dei suoi interessi, io mi collocavo dopo La Madre, il mare e il laboratorio. Non è lusinghiero, ma tant’è.
Mentre lui distillava prodotti organici io distillavo pazienza. Distillai il distillabile, poi raccolsi i miei milligrammi di pazienza, li chiusi ben bene in una beuta di vetro che tappai col suo bel tappo di smeriglio e passai alla miscelazione. Miscelai una punta di rancore, si dice q.b. (quanto basta) in un mezzo etto di solitudine e riscaldando il tutto ottenni una quantità smisurata di autonomia.
L’autonomia è una sostanza che si autoriproduce. Non so se ne esistano altre in natura (sicuramente mio marito ha la risposta), ma per quanto riguarda l’autonomia io ho sperimentato che, se si imbocca la via dell’autonomia, questa, invece di consumarsi, come avviene generalmente agli elementi delle reazioni chimiche, cresce.
Se compi una scelta autonoma oggi, domani hai qualche milligrammo di autonomia in più; se ti muovi autonomamente verso qualcosa, senza badare se qualcuno ti accompagna, dopodomani il tuo gruzzolo di autonomia è cresciuto di mezzo grammo. Si va avanti così.
Chissà se, a parte quelle che avvengono sul sole, esistono reazioni continue, permanenti. Questa che produce autonomia lo è. Non si è mai interrotta. E infatti la mia provetta di autonomia è diventata una miniera. Posso pescarne quanta ne voglio.

Intanto il tempo passava. Mio marito uscì dal suo laboratorio (con qualche rimpianto) e prese a muoversi a grandi passi nelle strade del mondo. Io con lui. L’autonomia infatti non esclude i sentimenti. È solo, diciamo così, il rumore di fondo di una relazione. Alcune relazioni questo rumore di fondo non ce l’hanno. Mi dispiace per chi le vive. E questo mi sento di affermarlo nonostante quel mezzo etto di solitudine.
E nonostante quel q.b. di rancore che intanto si era, per fatti suoi, cristallizzato in me.
Mio marito è un chimico di valore, arriccierà il naso di fronte a questo uso, più che imperfetto, dei termini chimici, ma sono certa che mi correggerà. Oh, se mi correggerà!
Da un certo momento in poi ho preso a solubilizzare. Questa fase è delicata.
Compii un esperimento audace. Solubilizzare un cristallo. Un cristallo bello duro. Qui mio marito raggiungerà il massimo di indignazione. Ma gli ho più volte sentito dire che i cristalli si bombardano di qualcosa. Raggi? boh.
Diciamo comunque che ho bombardato di penetrante ragionevolezza e di spassionata accettazione, il mio cristallo di rancore, riducendolo in parti sempre più minute e poi ancora più minute e poi ancora un po’.
Poiché nulla si crea e nulla si distrugge, queste minute particelle di rancore da qualche parte staranno pure, ma sono così ben diluite che, a meno che mio marito stesso, con la sua arte alchemica cui nulla resiste, non le vada imprudentemente a tirar fuori, non danno cenno di sé.
Giunta a questo punto della mia vita e del mio matrimonio, siamo in presenza di un prodotto con parecchie impurità, come è ovvio per reazioni della durata di 39 anni, ma stabile. Non è un gas che evapori, non è un liquido che bolla. È un solido.

Fra i sogni di mio marito c’è quello di metter su, per i suoi anni di riposo, un piccolo laboratorio casalingo, dove riprendere quel gioco che ha tanto amato e che è la chimica da banco.
Immagino che ricomincerà a distillare, a solubilizzare e a cristallizzare.
Io ne sono contenta per lui. Anzi, se mi spiegherà esattamente di che cosa necessita, gli farò anche dei regali appropriati. Quanto a me, il suo laboratorio non mi vedrà. Basta, col misurarmi con tecniche che non mi appartengono. Con la chimica ho chiuso. Non credo di essermela cavata male, ma, dopo tutto, sono una letterata!

lunedì 7 aprile 2008

grazie a Tereza

Vi suggerisco di leggere il post di Tereza T-, quasi dodici anni d' età, pubblicato il 3 aprile del 2008. Tereza ci racconta, con grande delicatezza e sottigliezza psicologica un episodio di molestie sessuali subito da (una) ragazzina su un autobus.
Quando l'ho letto ho sentito l'impulso di fargli seguito con un ricordo personale e mi sono predisposta a scriverlo. Ma non ci sono riuscita. E' assurdo, io ho 64 anni e questa storia risale al giorno in cui ne ho compiuti 18! L'ho raccontata ad altre persone, sempre donne: le mie sorelle, le amiche, mia figlia stessa. Eppure non riesco a scriverla e a darle ulteriore pubblicità.
Quando le donne dicono che questi episodi lasciano addosso un senso di sporco che è difficile lavar via, non stanno facendo un inutile dramma. Dicono la semplice verità.
Può darsi che un giorno o l'altro io riesca a mettere per iscritto e a rendere pubblico questo episodio. Per ora vi suggerisco di affidarvi a Tereza, che sa trattare questo tema con la sensibilità necessaria.

domenica 23 marzo 2008

consigli alle giovani donne/sei


Non ostinatevi a cambiarli. Non sono perfettibili.

consigli alle giovani donne/cinque


Se è molto più vecchio di voi, che il suo patrimonio sia almeno altrettanto antico.

consigli alle giovani donne/quattro


Se esita e traccheggia, spolveratevelo di dosso senza rimpianti.
Se non sa cosa fare di voi non sa neanche che cosa fare di se stesso.

sabato 22 marzo 2008

consigli alle giovani donne/tre


Sbirciate il passo con cui si allontana dopo avervi salutata.
Se è troppo sicuro, traditelo subito. Possibilmente la sera stessa.

consigli alle giovani donne/due


Non dimenticatelo mai.
Smettete di amarlo se volete, ma non dimenticatelo.
Più avanti nella vita vi sarà utile per chiacchierare con le amiche.

consigli alle giovani donne/uno


Diffidate.
Avrete sempre tempo per indulgere.
Intanto diffidate.
Ma prima di tutto diffidate di voi stesse.

giovedì 14 febbraio 2008

segnalazione sulla 194

Vi segnaliamo le manifestazioni che si svolgeranno domani in risposta a quanto avvenuto il 12 febbraio scorso nel reparto di IVG del II Policlinico di Napoli.
Qui troverete i comunicati ricevuti dalle associazioni femminili, femministe e lesbiche a riguardo.
Il sito verrà costantemente aggiornato sulle prossime iniziative.

Bologna - 14 febbraio - ore 17.00 - al Sant'Orsola - presidio
Brescia - 14 febbraio ore 18.30 - davanti agli Spedali Civili - presidio
Milano - 14 febbraio ore 18.00 - presidio in Via della Commenda,12 - clinica Mangiagalli
Napoli - 14 febbraio ore 17.00 - Piazza Vanvitelli
Palermo - 14 febbraio ore 17.00 - Istituto Gramsci - Cantieri Culturali della Zisa - riunione Coordinamento Donne 194
Roma - 14 febbraio ore 17.00 - davanti al Ministero della Sanità - Lungotevere Ripa, 1 - sit in
Torino - 14 febbraio ore 17.30 - Palazzo Nuovo - auletta 'Unilotta' Primo piano - riunione Coordinamento Donne torinesi/piemontesi
Venezia - 14 febbraio ore 15.30 - presidio davanti all'ex ospedale G. B. Giustinian, Dorsoduro 1454 (Fondamenta Ognissanti) sede attuale del consultorio

martedì 12 febbraio 2008

scalatori verso il cielo



Eravamo seduti a tavola. Mio padre, mia madre e noi tre sorelle. La radio era accesa. Sulla tovaglia bianca batteva il sole. C’era ancora l’aria delle feste appena trascorse. Era il 2 gennaio del 1960.
Partì la sigla del Giornale Radio e mi portò la notizia della morte di Fausto Coppi.
Io seguivo il ciclismo con passione. E amavo Fausto Coppi come si amano solo i campioni. Lui poi era un campione speciale. Il viso irregolare, lo sguardo schivo, con una vena di malinconia, silenzioso, paziente, con un sorriso che lo illuminava e subito scompariva. Ma aveva avuto quella straordinaria tenacia e quella determinazione nell’amare. Tra i suoi tifosi la Dama Bianca era odiata. Non da me. Lei lo amava, lo faceva manifestamente felice: aveva tutta la mia simpatia.
Quel giorno davanti a me avevo una scodella di brodo con i cappelletti fatti in casa da mia madre e mentre il giornalista parlava, nel silenzio attento che si era fatto intorno alla tavola, senza che neanche me ne accorgessi, le lacrime si aggiunsero al brodo.
Ricordo perfettamente il momento in cui restai come sospesa tra l’incredulità e la consapevolezza, e quello in cui la verità divenne solida e non potei sfuggirle.
Sì, ho pianto per la morte di Fausto Coppi. E non me ne vergogno.



Ero seduta in poltrona davanti alla televisione e giravo senza troppa convinzione in cerca di qualche cosa da seguire. Era il 14 febbraio del 2004. Passai su Sport sera proprio mentre scorrevano le immagini di Marco Pantani che si arrampicava, come in trance, sull’Alpe d’Huez. Intanto una voce diceva: Marco Pantani è stato trovato morto questa sera in un residence di Rimini. Come un lampo nella mia mente passò una frase: “Maledetti!” e subito dopo mi commossi. Non ho veramente pianto, ma ci sono andata molto vicina. E non me ne vergogno.




Tra Fausto Coppi e Marco Pantani per me c’è stato solo Charly Gaul.
Perché sono gli scalatori che io amo, uccellini di acciaio, con i loro corpi tutti d’ossa, e muscoli nervosi, che si curvano nell’arrampicata come sotto il peso della terra intera e la portano su, sempre più su...

Della morte di Charly Gaul lessi sul giornale, un articolo in quarta di sport. Era scomparso piano piano. Divenuto sempre più selvatico, viveva isolato in una foresta, depresso, dedito al bere.
L’ultima foto che ricordo di lui è ai funerali di Marco Pantani. Dicevano che Marco ne era l’erede. Ha ereditato anche il dolore.

E’ un po’ per tutte queste ragioni che mi sono precipitata a leggere il libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”.
Brunel è un giornalista de L’Equipe, un giornalista serio e non scandalistico.
Per due anni ha condotto un’ inchiesta sulla fine di Marco Pantani interrogando tutti i protagonisti e i comprimari di questa vicenda. I Carabinieri, il personale del residence dove Pantani fu trovato morto, i familiari, gli amici, il Giudice Istruttore, il medico legale, i compagni di squadra, la manager...Ha seguito il processo agli spacciatori che rifornivano Marco Pantani di cocaina e ha letto tutti gli atti. Un lavoro enorme, al termine del quale avanza l’ipotesi che Pantani sia stato ucciso.
Addita tutte le incredibili lacune dell’inchiesta, le contraddizioni delle testimonianze, le omissioni di esami di routine, e quel buco di dieci ore nell’ultimo giorno di vita di Marco, in cui nessuno sa dove fosse né cosa fece, né chi incontrò.

Subito dopo la morte di Pantani, quando cominciarono ad uscire particolari delle condizioni in cui era stato ritrovato, mi venne spontaneo pensare che qualcuno lo avesse ridotto così. Adesso questa inchiesta rigorosa aggiunge elementi seri ai miei dubbi ingenui e dettati forse dall'affetto. In ogni caso, Pantani come Gaul e Coppi, per me stanno ancora arrampicando, ognuno con la sua postura speciale, il suo passo unico. Al comando? Beh, al comando c'è "un uomo solo; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi."

venerdì 8 febbraio 2008

pas chic du tout

Quando mancavano otto giorni al matrimonio con Carlà ha proposto a Cecilià di tornare con lui. In tal caso del nuovo matrimonio non ne avrebbe fatto più niente.
Sento di poterci passare sopra. Diciamo che la famosa volubilità femminile sta all’indecisione maschile come il giro-vita di una vespa sta alla circonferenza della terra. Ma i comportamenti maschili hanno smesso da tempo di sorprendermi.
Ma che la delicata, accorata, appassionata missiva,” Si tu reviens, j’annule tout!” sia stata inviata sotto forma di SMS non posso tollerarlo.
La forme, Monsieur le President! Je vous en prie!


Apprendo ora dal Nouvel Obs, che “le President a déposé plainte pour faux et usage de faux”. Spero che questo significhi che in realtà a Cecilià aveva inviato un bigliettino!

sabato 19 gennaio 2008

la strega e il pupazzo

Ripescata dalla notte dei tempi per un'amica alle prese con un soggetto difficile.

Ma quale libbertà famme er piacere
ma nun t’accorgi quanto sei legato?
che guizzi fai, che zompi ner paniere
come fa er pesce appena ch’è pescato?

E qui nun ce sta amo, nun c’è lenza
nun ce sta rete, ce sei sortanto tu
che nun te sai tuffà, abbi pazienza,
buttatte a fonno e nun pensacce più!

Er core vivaddio è ‘na fisarmonica
de spazio dentro ce n’è proprio tanto
ma chiusa e appesa ar muro è solo comica
che te ne fai si nun ne cacci er canto?

A fa l’amore sai nun ce vo gnente
ma a dì, guardanno n‘faccia na perzona,
quer che te sòna dentro e come sòna
nun è robba che impari facirmente.

Io però nun ciò voja d’ansegnatte
che già na vorta ciò rimesso le penne
io do e l’artro, come le mignatte,
invece prenne e succhia, succhia e prenne.

Diventa umano? e sai quanto me frega!
cresce? se fa più ricco? e sì, sti cazzi!
se stufa puro lei, puro la strega
de fa diventà omini i pupazzi!

martedì 15 gennaio 2008

invito alla discussione sull' anima blogger

Da tempo una riflessione mi sollecita. Riguarda i blog. Mentre,in modo regolare, ne frequento davvero pochi per mancanza di tempo, mi affaccio invece continuamente su blog nuovi, leggiucchiando un post qua ed uno là, come capita.
Sono curiosa. I blog di cui sto parlando sono quelli indicati come “personali” nei siti che li raccolgono e li quotano. Quello che mi sembra di poter dire, dopo un anno di queste escursioni, è che si dividono, grosso modo, in due gruppi: i blog “buoni” ed i blog “cattivi”.
C’è cioè un gruppo consistente di blog i cui autori si presentano come animati da tutta una serie di qualità e sentimenti positivi: sono colti, informati, intelligenti, creativi, attivi nella società, sensibili alle disgrazie altrui, partecipi del dolore del mondo in ogni sua manifestazione, sempre schierati a fianco di ogni popolo o gruppo o individuo in condizioni di debolezza, parchi, sobri, attenti alle problematiche ambientali, disponibili a quelle anticonsumistiche, democratici, liberali, attenti ad evitare l’aggressività, disposti al bene, critici verso gli aspetti meno limpidi e civili della nostra società, sensibili alle arti, e soprattutto ai buoni sentimenti. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, la generosità, la modestia, la semplicità, i legami affettivi e quelli sociali, verso i quali sollecitano i loro lettori.Tutto questo non è enunciato, ma dispiegato attraverso lo svolgersi dei post. Potrei continuare ma sono certa che non ce n’è bisogno.
Ci sono poi i blog “cattivi”. I loro autori si presentano, spesso direttamente, come elementi di rottura. Dicono di essere maleducati, politicamente scorretti, egoisti, volgari, sporchi, brutti e cattivi. Potenzialmente eversivi. Grandi ribelli. Elogiano i vizi e gli stravizi, imprecano ed aggrediscono, deridono ogni valore consolidato ed ostentano, spesso, disinformazione e menefreghismo.
Postano sconcezze ridanciane, di natura sessuale o politica, attacchi personali a questo e a quello e invitano all’individualismo e all’egoismo. Ciò nonostante, lo fanno-talvolta dichiarandolo, talvolta no- in nome di sincerità, genuinità, espressione libera da ogni ipocrisia, coraggio, provocazione stimolante; in effetti come rappresentanti di un pensiero positivamente anarchico, creativo, libero.
Cioè si presentano anch’essi come portatori di valori positivi. Sono cioè blog “buoni” anche i blog "cattivi".

Da un lato questo non mi sorprende: essendo il blog personale una espressione-se non una vera esibizione- di se stessi è naturale che si cerchi di presentarsi al meglio. Dall’altro però mi colpisce la mancanza di sfumature. Entrambi i gruppi sono “troppo”. Troppo corretti gli uni, troppo scorretti gli altri. Ne emerge, se si crede alla sincerità dei bloggers, una società italiana straordinariamente positiva, che, quando non è politicamente e socialmente corretta è però ferocemente e creativamente critica e feconda. Quello che manca totalmente è la vasta zona grigia della nostra società.
Ma a me sembra che, fermo restando che entrambi i gruppi umani fin qui descritti sono presenti, ma minoritariamente, nella nostra società, essa sia invece caratterizzata proprio dalla zona grigia. Noi siamo il paese della zona grigia; un paese, in fondo, di ignavi.
Ne deriva, secondo me che, o i blog vengono tenuti dalla parte migliore della nostra società o una grande/piccola menzogna collettiva avvolge il mondo dei bloggers italiani.
Io credo che entrambe queste spiegazioni siano credibili, ognuna nella sua misura.
Naturalmente non mi tiro indietro rispetto ad un’autocritica. Se guardo dentro di me vedo bene che il mio desiderio di accettazione e approvazione mi porta a celare o ad alterare o a sfumare quelle parti di me che potrebbero alienarmi stima e simpatia. Altrettanto sinceramente però mi sento di affermare che, benché mi sia costato e mi costi, ho messo nel mio blog anche parte del mio negativo. Mi accorgo però che, sotto la spinta forse dell’altrui positività, sono andata man mano slittando anche io verso una correttezza che non è vera, o almeno non nella misura in cui la mostro.
Questo non mi piace di me, così come, quando lo sospetto, non mi piace negli altri bloggers.
Ora io non voglio dire che i blog siano falsi e bugiardi, ma solo che non è possibile che siano così adamantini nelle loro virtù o così liberi nell’ostentazione dei loro vizi. In giro nella città e attraverso le manifestazioni sociali del paese, io non vedo né questa vena morale né questa vena immorale, ma un generale, diffuso “tirare a campare” dal quale non mi sento esente.
In fondo io sono scontenta di me come blogger e spesso anche degli altri. Mi piacerebbe provare ad aprire piccole brecce nel muro di nobiltà che sembra avvolgerci tutti.
Non che io non creda ai buoni sentimenti, non credo alla professione di buoni sentimenti. Penso che ognuno di noi ne alberghi alcuni, forse qualcuno tutti, ma mi chiedo se, essendo così presi a testimoniarli nei nostri post, riusciamo poi a trovare l'energia morale per praticarli nella nostra vita.
Può darsi che questo sia solo un problema mio; può darsi che io sia davvero la più ignobile fra tutti noi, ma confesso che questa ipotesi mi sembra un po' troppo severa nei miei confronti.
Qualche osservazione mi sento di farla anche sui commenti ai vari post.
Personalmente ho grandi difficoltà ad entrare in conflitto e cerco sempre di intervenire solo se riesco a trovare almeno un punto di incontro con il post che leggo o se riesco a dissentire in forma garbata o almeno scherzosa. Non sempre ovviamente ci riesco. Mi tengo in genere lontana da discussioni accese, non per non espormi con la mia opinione ma perché mi è difficile trovare il punto di equilibrio fra l'affermazione convinta del mio pensiero e la critica di quello altrui. In dubio mi astengo.
Per portarmi alla polemica bisogna davvero tirarmici per i capelli e insistentemente. Noto che questo atteggiamento è abbastanza diffuso. Più fra noi donne,direi, che fra i bloggers maschi. Mi chiedo se invece non dovremmo esercitarci un po' nell'arte di dar torto agli altri. Questo potrebbe scaturire come automatica conseguenza da un modo più aperto e libero di esporre noi stessi, con le nostre caratteristiche antipatiche e il nostro negativo.
Immagino che anche voi vagabondiate nei blog curiosando qua e là. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione e le vostre osservazioni.
Mi piacerebbe che questo invito alla riflessione arrivasse a quanti più bloggers possibile.
Grazie.