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lunedì 2 settembre 2013
ricordando Violeta Parra
sabato 17 novembre 2012
Preparate gli elicotteri
Ne prendo questo articolo e ringrazio.
EVENTI NATALI
di Augusto Illuminati*
Accade raramente nella vita di essere testimone diretto di un nuovo inizio, di una rottura della routine politica o, più banalmente, di vedere un po’ di gente che si tira fuori dalla palude. Come sempre in questi casi, i protagonisti non ci badano, perché sembra a loro (che sono vivi) un fatto del tutto naturale. Come sempre in questi casi, gli zombies, che non si ricordano più di quando erano vivi, non se ne accorgono, continuano a litigare fra loro barcollando e schiaffeggiandosi, magari esecrando la violenza con cui i vivi si ribellano al morto, “oscurano” od “opacizzano” la loro causa. Lo storico, il testimone a metà fra passato e futuro, a volte ha la fortuna di afferrare allo stato nascente una frattura fra il vecchio e il nuovo e il genuino scaturire di un'azione politica, che in un attimo rende desueta tutta la scena precedente e riduce a stato larvale gli antichi protagonisti.
Non sto commentando Arendt** o Rancière***, faccio la cronaca di una manifestazione romana[mercoledì 14 novembre], vista con i miei occhi (fortuna che non si è abusato in lacrimogeni), di 50.000 giovanissimi studenti e non solo (e di altri 200.000 nel resto d’Italia, e di tanti altri a Lisbona, Atene e Madrid) che hanno marcato la loro estraneità a un mondo politico ridotto, non allegoricamente, a police, con le consuete prestazioni (“circolate”, “identificatevi”, e giù botte). Nessuno li ha capiti prima (vedere i quotidiani di mercoledì), nessuno li ha capiti dopo (vedere i quotidiani di giovedì).
Ma non ci lamentiamo dell’incomprensione. Chi dovrebbe preoccuparsi è il governo, i partiti, i quotidiani. Un’intera generazione non capisce più il governo e le forze parlamentari e forse bisognerebbe dire che l’Italia reale, anche i non più adolescenti minatori del Sulcis, gli esodati, i pensionati al minimo, i cassintegrati non capiscono più, che gran parte dell’Europa non ci sta più. Un solo elicottero è bastato per esfiltrare i ministri da Carbonia, novella Saigon. Quanti ne serviranno domani?
*Augusto Illuminati Professore di Filosofia politica
**Jaques Rancière Professore di Filosofia e filosofo
***Hanna Arendt Filosofa e storica
www.alfabeta2.it/alfapiù
martedì 22 novembre 2011
Giulio Marcon: quello che Monti non dice
GIULIO MARCON
L'equità è possibile, basta fare delle scelte: sia nelle spese da tagliare – quelle militari e per le grandi opere innanzitutto – che nella politica fiscale, con patrimoniale e fisco progressivo. Di tutto ciò non c'è traccia per ora nel programma Monti
Fedeltà alla Bce e ai vincoli europei, continuità con le manovre fatte da Berlusconi e Tremonti nel 2011 e alcune novità su equità sociale, tassazione della proprietà (e reintroduzione dell'Ici), attenzione a giovani e donne, ma nessuna parola sull'ambiente, sull'impoverimento del paese, sulle crescenti diseguaglianze e parole ambigue sulle pensioni ed il mercato del lavoro: quello presentato da Monti alle camere è un programma vago, moderato, liberista con molte carte ancora da scoprire. Abile e prudente, con l'obiettivo di ottenere una vasta fiducia bipartisan.
Tre i pilastri del discorso, già preannunciati nelle dichiarazioni precedenti l'insediamento: rigore nella spesa pubblica, la necessità della crescita economica e l'equità sociale. Ma di riduzione di quella spesa che dovrebbe e potrebbe essere tagliata – dalla spesa militare a quella per le grandi opere – non s'è sentita traccia nel suo discorso. È disponibile a dire al suo ministro – ammiraglio della Difesa, Di Paola che spendere 15 miliardi per 131 cacciabombardieri non è proprio una scelta coerente con il rigore, di questo tempi? Immaginiamo già la risposta dell'ammiraglio, ma forse la domanda non verrà fatta. Magari qualche soldino di quei cacciabombardieri potrebbe essere dato alla cooperazione allo sviluppo (che non ha più un euro), visto che il premier ha creato (positivamente) un ministero ad hoc affiddato al fondatore della Comunità di Sant'Egidio. Come generico è l'appello per la crescita: nessuna parola sull'economia verde, sulla necessità di interventi per rilanciare la domanda di consumi pubblici e sul sostegno all'innovazione e alla ricerca. Invece dì “capitali privati” nelle infrastrutture, si sarebbe dovuto 'parlare di un “programma di piccole opere” (dalla messa in sicurezza del territorio a quella delle scuole italiane che non rispettano la legge 626). E di equità anche c'è poca traccia: i sacrifici devono essere “equi”, ma di diseguglianze e redistribuzione non si parla.
La patrimoniale non c'è, anche se qualche spiraglio sembra aprirsi: bisogna passare dalla tassazione “delle imprese e del lavoro” a quella su “consumi e proprietà” e bisogna “monitorare le ricchezze accumulate”. Più chiaro il passaggio sull'Ici, che ha preannunciato il ripristino della tassazione sulla proprietà anche della prima casa: giuste e condivisibili le sue parole sull'anomia italiana in Europa; ma la sua invocazione a far "pagare di più che ha dato di meno" sarebbe stata più credibile se parole altrettanto chiare fossero state dette sulla tassazione delle rendite o sull'impegno a sostenere una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Se si vuole l'equità, la patrimoniale e l'accentuazione della progressività fiscale sono fondamentali. Eppure Monti dice che bisogna portare avanti la legge delega in materia fiscale e assistenziale di Berlusconi e Tremonti che abbassa l'aliquota più alta sui redditi dal 43 al 40%. Parla di “correttivi e integrazioni” a questa legge: ed è proprio qui che bisogna intervenire ridando un senso alle parole “giustizia fiscale”. Monti dice giustamente che per la lotta all'evasione serve abbassare la soglia dell'uso del contante, ma quanto? Ora si può pagare in contanti fino a 2.500 euro. La soglia deve essere abbassata a 100 euro, com'era alla fine della scorsa legislatura, prima che Tremonti la riportasse in alto (prima 12.500, poi 5mila ore 2.500). È disponibile a procedere in questa direzione?
Ed è proprio in questa famigerata legge delega sul fisco che sono contenuti tagli di 20 miliardi alle detrazioni fiscali per spese sociali (per le badanti, per i familiari a carico, per gli asili nido, eccetera). Monti nel suo intervento parla di “servizi cura per gli anziani” e della necessità della coesione sociale: interverrà con “correttivi ed integrazioni” – come ha dichiarato – per impedire questo massacro delle “tasche degli italiani” per avere delle prestazioni sociali che lo Stato direttamente non fornisce? Il welfare è stato distrutto da Tremonti e Sacconi (la riduzione dei fondi sociali nazionali è stata del 90%: un vero massacro): come si interverrà per ristabilire una soglia accettabile di diritti e servizi per tutti? Di nuovo: “servizi di cura per gli anziani”, dice il premier: ma lo sa che il fondo per la non autosuffienza è stato azzerato? Aiutare i giovani, certo: nel frattempo il passato governo ha ridotto “il fondo giovani” da 130 milioni a 13: è qui che bisogna intervenire e non proponendo una nuova emigrazione per i giovani (“mobilità a scala europea”, ha detto). Dal discorso di Monti risposte non ne vengono. Investire sui giovani e le donne è sacrosanto e ha ragione il premier: ma la prima cosa da fare è creare le condizioni per creare occupazione giovanile e femminile. E la strada non è quella della precarietà, che in Italia non ha fatto crescere i posti di lavoro, ma solo reso più facili sfruttamento e licenziamenti. Ed il passaggio dalla contrattazione nazionale a quella aziendale non facilita di certo una riforma del mercato del lavoro fondata sui diritti dei lavoratori. E se – come ha detto Monti al Senato – bisogna rafforzare gli ammortizzatori sociali, si faccia veramente quello che è necessario: ovvero ampliare, come ha proposto Sbilanciamoci, le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato a tutti i lavoratori parasubordinati (a progetto, a collaborazione coordinata e conitnuativa, ecc) che oggi non hanno alcuna forma di protezione sociale. Se si vuole veramente l'equità – come dice Monti – bisogna infine mettere al centro tre questioni fondamentali: la redistribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale fortemente progressiva (inclusa la patrimoniale), il rafforzamento dei servizi e degli interventi di welfare, il sostegno ai redditi delle fasce più deboli. Tutte cose che nel programma di Monti per il momento non ci sono.
MATERIALI PER L'ALTERNATIVA
Ma cosa si può fare, allora? Quali proposte concrete, data l'emergenza europea e italiana in corso? Su questo sito e in altre sedi di discussione sulla politica economica di spunti ce ne sono parecchi. Eccone alcuni:
Pitagora, La strada stretta del nuovo governo
Santoro, Quanto si può incassare con la patrimoniale
Marano, Ma l'Italia può permettersi di lavorare fino a 70 anni?
Pizzuti, Pensioni, perché è giusto indignarsi
Mazzanti, Una tassa per ripulire il belpaese
Ecco invece dove si trovano materiali su spesa militare e tassazione delle transazioni finanziarie:
Campagna per la tassa sulle transazioni finanziarie
Infine, due appuntamenti dai quali nei prossimi giorni verranno idee e proposte:
CONTROFINANZIARIA. Giovedì 24 novembre alle ore 10.30 presso la Sala del Senato- ex Hotel Bologna in Via di Santa Chiara 4 a Roma, si tiene la presentazione del 13° Rapporto della campagna Sbilanciamoci! sulla Legge di Stabilità ed il Bilancio dello Stato.
L'ITALIA CAPACE DI FUTURO. Un'economia verde per uscire dalla crisi. 5 dicembre 2011, Roma, Montecitorio.
La riproduzione di quest'articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info
domenica 6 novembre 2011
commissariata!
giovedì 3 novembre 2011
Sbilanciamoci e il mio programma di governo
Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci, annuncia la presentazione oggi al Senato del “libro nero sul Welfare”.
Nell’editoriale di oggi sul Manifesto titolato “Economia virtuale”, Giulio Marcon scrive:
«Nell'aprile scorso Tremonti aveva affermato con rara preveggenza che nel 2011 l'Italia si sarebbe limitata a fare la “manutenzione dei conti pubblici” e che non sarebbero servite nuove manovre finanziarie. Nel frattempo la “manutenzione” si sta trasformando in continui e permanenti interventi di emergenza di fronte allo sfascio dell’economia, delle condizioni sociali del paese e della finanza pubblica. Ma fino a oggi, dell’economia e dei problemi sociali il governo non si è occupato. E sulla finanza pubblica ha messo toppe, alcune solo virtuali. Tanto che la situazione è progressivamente peggiorata. ....
L’ostinazione insistita del governo fino a oggi nel non andare a prendere i soldi là dove ci sono e da dove sarebbe giusto uscissero fuori (patrimoni, rendite, evasione, grandi ricchezze) e a non tagliare la spesa pubblica dove si potrebbe fare (ad esempio dimezzando i 20 miliardi di spese militari del nostro paese) è pari solo alla totale inazione di fronte all’urgenza del rilancio dell’economia e della difesa dei redditi. Il tutto dentro scelte di politica economica che che oltre che da iniquità e difesa dei privilegi, sembrano segnate da improvvisazione e disperazione....
Ma le scelte del governo in questi mesi sono state altre: salvaguardare patrimoni e ricchezze, colpire gli enti locali, le pensioni e i redditi, distribuire qualche una tantum assistenzialistica a un sistema economico ormai decotto e azzerare la spesa sociale....
Naturalmente servirebbe un governo autorevole che, invece di farsi prendere in giro in Europa, fosse capace di battersi per un cambio di politica: mettere il bilancio europeo a garanzia del debirto sovrano dei paesi in difficoltà, introdurre gli eurobond, darsi una comune politica economica e fiscale europea. Si tratterebbe di capovolgere il paradigma della politica restrittiva e depressiva che è stata seguita in Europa in questi mesi con un piano di politica di investimenti pubblici e di stimolo a una domanda di beni capaci di alimentare le produzioni di un nuovo modello di sviluppo ( energia pulita, mobilità sostenibile, beni comuni, ecc). Ma per praticare questa via bisognerebbe fare il contropelo ai mercati finanziari, (invece di lisciarglielo il pelo) mettendo regole e vincoli che ne ostacolino l’attività speculativa; servirebbe favorire un programma di investimenti sociali e un ruolo attivo dell’intervento pubblico, invece di insistere sul mantra delle privatizzazioni, andrebbe alimentata una politica dei redditi capace di ridurre le diseguaglianze. In sostanza si tratterebbe di rimettere al centro le politiche pubbliche contro l’deologia neoliberista del mercato...
Quanto a me, io non sono né un economista né un politico, ma avrei un mio piccolo programma di governo.
Penso che istituirei tre ministeri, cancellandone parecchi altri.
Il Ministero dell' Inventario, il Ministero della Manutenzione e il Ministero della Valorizzazione.
Il primo dovrebbe inventariare tutti i beni del paese (naturali, artistici, culturali nonché ogni struttura di cui i cittadini sono utenti; scuole, ospedali, strade, caserme, ecc) e analizzarne lo stato, le condizioni e le necessità.
Il secondo dovrebbe provvedere ad una Sola Grande Opera: la loro manutenzione ordinaria e straordinaria. Ce n'è di lavoro da fare e da dare! (Basti pensare al nostro territorio o alle nostre scuole da mettere a norma, ma sono solo due esempi, le mille cose da fare ogni cittadino le sperimenta quotidianamente.)
Il terzo dovrebbe studiare tutte le forme possibili di valorizzazione dei beni del nostro paese che non sono da dismettere ma da proteggere, rendere produttivi e, molti, da convertire a nuove funzioni. Funzioni sociali.
Il ministro dell' Inventario lo vorrei pignolo, meticoloso, magari anche un po' ossessivo...
Quello della Valorizzazione dovrebbe avere immaginazione e lungimiranza.
E quello della Manutenzione grande senso pratico.
Ognuno di voi, sono certa, ha il suo personale Programma Minimo di Governo. Mi piacerebbe conoscerli.
domenica 16 ottobre 2011
Qualche immagine del mattino dopo.
venerdì 16 luglio 2010
reato "linguistico"
venerdì 9 luglio 2010
non so:dunque non sono.
1. Non so: dunque non sono
Anche al di là dei limiti posti alla magistratura e ai mass-media dalla legge-bavaglio approvata al Senato per diktat di Berlusconi, e ora avviata alla Camera, l’aggressione alla libertà di informazione minaccia l’essenza stessa della democrazia e delle libertà personali.
“Sono informato e dunque sono” : è la storia a suggerirci questa constatazione. Ancor più evidente è la versione negativa. E cioè: “Non sono informato e dunque non sono, non esisto”. Penso ai milioni e milioni di persone che nel secolo scorso andarono a morire nel nome di ideali che in realtà erano traditi da chi li mandava al massacro: essi, i poveri soldati o i costruttori di opere faraoniche senza senso, o i lavoratori convinti che i padroni avessero sempre ragione e che dunque bisognava accettare salari di fame o che per andare in paradiso bisognava rassegnarsi alla miseria, tutti costoro furono vittime di mancanza di informazioni sulla realtà. La loro icona più celebre e più dolorosa è quella dei tre o quattro soldati giapponesi, che continuarono a vivere per trent’anni nelle giungle di qualche isola dell’Estremo Oriente, in una spaventosa solitudine e regrediti allo stato di uomini dell’età della pietra, perché mancavano di due informazioni essenziali; che il loro imperatore non era un dio invincibile e che la guerra era terminata.
Non sono soltanto realtà lontane negli anni e nei secoli. Milioni di esseri umani muoiono oggi perché le grandi imprese farmaceutiche negano informazioni sui farmaci che potrebbero salvarli. Milioni di esseri umani non sono in grado di sviluppare i loro talenti perché l’analfabetismo li priva delle necessarie informazioni sugli strumenti per svilupparli: a ragione Saint-Exupéry parlava di “piccoli Mozart assassinati” : un immenso giacimento culturale ed etico ridotto a cimitero.
Senza informazioni o con informazioni ridotte o con informazioni falsate non esistono vere democrazie. Non è possibile, infatti, valutare idee programmi persone, dunque non è possibile scegliere, non è possibile verificare i risultati delle proprie scelte. La mancanza di informazioni copre potere occulti, criminalità, massonerie, superstizioni. Chi manca di informazioni si aggira in un labirinto costellato di trappole, in cui la luce del sole non penetra mai.
Chi ci nega informazioni sta dicendoci: tu non sei degno di sapere, sei incapace di comprendere, sei un immaturo, sei una persona di serie B ( o C o peggio); hai bisogno che ti dica io cosa devi sapere e dunque cosa devi pensare. Ogni censura è un coltello alla gola della nostra libertà. Chi ci nega informazioni è un nemico, uno che cerca di diventare nostro padrone – o di rinsaldare il suo potere.
Non possiamo sperare di ricevere informazioni veritiere per sovrana concessione. Anche le notizie che ci vengono date o che abbiamo appreso non sono verità assolute. Abbiamo bisogno di verificare le fonti delle informazioni raccolte, di pesare le notizie confrontandole fra loro. Dobbiamo ricordarci che le voci di chi “non conta”, di chi è povero, di chi ha fame e sete di giustizia sono spesso esili o imbavagliate. Cercare informazioni è un lavoro difficile ma significa cercare la verità, che è la missione del giornalista ma anche di ogni uomo.
Mentre rifletto su queste elementari verità, leggo un drammatico rapporto sulle vendite calanti dei quotidiani italiani: in un anno -9 per 100. Mi figuro la gioia di Berlusconi nell’apprendere questa notizia: non ci ha appena proposto di scioperare contro i giornali, rei a suo dire (anche quelli di sua proprietà!) di remargli contro?
Il problema della mancanza di informazione e dunque della gracilità della nostra democrazia è dunque allarmante, a prescindere dell’offensiva berlusconiana, Siamo da sempre il fanalino di coda del mondo democratico quanto a spese per le nostre letture. La crisi economica ha aggravato ulteriormente il fenomeno. Se bisogna tagliare il bilancio famigliare eliminando le spese “meno necessarie”, è quasi automatico per moltissimi, cominciare dall’acquisto di giornali e di libri: “tanto c’è la televisione”. Ridursi al piccolo schermo, non sembra, a troppi, una privazione dolorosissima: non ti passano forse, Rai e Mediaset, notizie e intrattenimento? L’altro giorno, per l’appunto al video, il governatore del Veneto, Luca Brillantina Zaia, ci spiegava che 13 milioni di famiglie italiane sono al livello di povertà; si può pensare che questi nuclei possano permettersi 25 o 26 euro di spesa al mese? Dunque, soltanto 3 milioni circa di quotidiani venduti ogni mattina per 47 milioni di cittadini con diritto di voto. Un’ enorme riserva di caccia per il Cavaliere e i suoi bardi: il giulivo Capezzone, l’onesto Minzolini, il roseo Bondi, il carezzevole Bonaiuti, l’imparzialissimo Vespa, il moderato Emilio Fede (si cerca di ridere per non piangere)…
E non va dimenticato che le statistiche più serie ci avvertono che gli italiani analfabeti (primari o “di ritorno”, per lo più anziani e meridionali, ma non solo) sono almeno 2 milioni e mezzo. Anche in questo caso l’ importanza della scuola incrocia tutti i problemi del nostro paese. Ma la mia sensazione è che insegnanti e giovani siano ancora lasciati troppo soli, a reggere le cretinerie della Gelmini, i tagli iconoclasti di Tremonti e l’incultura casermizia di Silvio Berlusconi.
domenica 25 aprile 2010
domenica 18 aprile 2010
mercoledì 14 aprile 2010
senza indugio

Stefano Rodotà gode ottima salute ed io gliene auguro tanta per tanti anni ancora.
Questo è il suo più recente articolo.
Una sfida sul destino della democrazia
Repubblica — 12 aprile 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA
ÈMAI possibile che si accetti senza reagire una politica che si manifesta con la distorsione dei fatti, l' aggressione alle istituzioni, l' esibizione di un potere ispirato da una logica autoritaria? Questi sono i temi nitidamente posti da Eugenio Scalfari, e conviene seguire la strada da lui indicata tornando su alcune delle cose dette sabato dal presidente del Consiglio ad una platea di imprenditori. E tuttavia, prima di seguire Berlusconi lungo l' abituale suo itinerario di aggressioni e vanterie, bisogna sottolineare la novità rappresentata dai tre fatti gravissimi narrati da Scalfari, rivelatori non tanto di una inammissibile doppiezza, ma di un sistematico mentire al presidente della Repubblica, che configura un caso clamoroso di slealtà costituzionale. Mentre Giorgio Napolitano si adopera per creare un clima propizio per una riforma rispettosa della Costituzione, Silvio Berlusconi tiene comportamenti pubblici e privati che mettono in discussione la funzione esercitata dal presidente e gli lancia una sfida che può sfociare in un gravissimo conflitto al vertice delle istituzioni. A Parma il presidente del Consiglio si è descritto come prigioniero di lacci e lacciuoli che gli impediscono un' azione efficace, come se non avesse una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana e come se non avesse nei fatti mostrato che, quando le convenienze lo spingono, è in grado di far approvare rapidamente qualsiasi provvedimento. Ha imputato l' origine della crescita del debito pubblico ai "governi del compromesso storico", mentre proprio gli imprenditori dovrebbero sapere che quella vicenda comincia con il governo Craxi, un politico dal quale l' attuale presidente del Consiglio non era poi così lontano. Ha detto meraviglie di riforme che si sa bene che non saranno in grado di produrre i miracoli che ad esse vengono associate. Ma soprattutto ha descritto la Presidenza della Repubblica come un luogo che interferisce impropriamente nell' azione di governo, controllando «minuziosamente anche gli aggettivi» dei provvedimenti. E per l' ennesima volta ha definito la Corte costituzionale un "organo politico", che sta lì per smantellare la legislazione che non piace ai pubblici ministeri e ai giudici di Magistratura democratica. Un attacco frontale è stato così portato alle due istituzioni che in questo periodo hanno garantito la legalità costituzionale. Quest' insieme di falsificazioni è il frutto di una strategia deliberata, basata sulla ripetizione degli stessi concettie delle stesse parole, ispirata all' antica regola "calunniate, calunniate, qualcosa resterà". In questo modo si è già creato un perverso senso comune, al quale si fa appello nel momento in cui si deve raccogliere consenso. E ora, gonfiate le vele dal vento elettorale, si pensa di poter portare tutto all' incasso. Che cosa si sta facendo per contrastare questa che non è soltanto una strategia comunicativa, ma una sempre più pesante strategia politica? L' obiettivo di Berlusconi è chiaro e ormai esplicitamente dichiarato. Spazzar via tutte le garanzie e i controlli che "disturbano il manovratore", concentrare il potere nelle mani di una sola persona, invocando quel che accade in altri paesi europei, ma ignorando del tutto i contrappesi che lì esistono. Così, quello che con approssimazione viene chiamato semipresidenzialismo si presenta come concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non a caso si rifiuta ogni modifica della legge elettorale, che si è rivelata un docile strumento per avere parlamentari scelti dall' alto, vanificando proprio quella sovranità dei cittadini alla quale Berlusconi strumentalmente si richiama quando vuole avere le mani libere da qualsiasi controllo. Si scoprono le carte a proposito della riforma della magistratura. Viene annunciata una antidemocratica riforma elettorale del Csm. La separazione delle carriere dovrebbe portare alla creazione di due consigli superiori, uno per i magistrati e l' altro per i pubblici ministeri, quest' ultimo presieduto dal ministro della Giustizia. Dalla proclamazione della volontà di cancellare la politicità della pubblica accusa si passerebbe così ad un controllo politico, anzi governativo, dei pubblici ministeri con l' evidente possibilità di distogliere il loro sguardo da indagini che potrebbero riguardare chi è vicino alla maggioranza e di indirizzare la loro azione verso chi si muova in modo sgradito al potere. A Berlusconi la democrazia dà fastidio, e non a caso annuncia un plebiscito. Non vuole una riforma, vuole un referendum sulla "sua" riforma. Un referendum che inevitabilmente spaccherebbe il paese, e farebbe percepire la nuova architettura costituzionale come il progetto di una parte, nella quale gli altri non potrebbero riconoscersi. Dalle riforme condivise si passerebbe alle riforme "divisive". Avendo deciso di imboccare questa strada, Berlusconi ha fatto una mossa che, per chi conosce la sua attenzione per il sistema della comunicazione, era prevedibile. Si è materializzato su Facebook. Da tempo, e non solo in Italia, si sottolinea che Internet non è di per sé uno strumento di democrazia e che, anzi, proprio l' insieme delle nuove tecnologie può dare sostegno al crescente populismo. Si torna così all' interrogativo iniziale. Come contrastare questa pericolosa deriva? Contare solo sulla dialettica interna alle forze politiche, sperare nel dissenso dei finiani, cercare pontieri tra maggioranza e opposizione perché la minacciata eversione costituzionale venga ricondotta nel più ragionevole alveo della "buona manutenzione costituzionale"? Guardiamo pure in questa direzione, anche se la sconsolata ammissione del pontiere per eccellenza, Gianni Letta, riferita da Eugenio Scalfari, non autorizza alcun ottimismo. Il compito dell' opposizione si è fatto più difficile, perché non basta contrapporre una bozza Violante ad una bozza Calderoli. Bisogna contrastare Berlusconi sul terreno che lui stesso ha scelto, quello della mobilitazione dell' opinione pubblica che dovrebbe sostenere l' impresa di riforma. Ma bisogna fare un passo oltre la registrazione di questa difficoltà, mostrando a tutti che cosa sia effettivamente diventata la questione della riforma costituzionale: una sfida sul destino della democrazia italiana. Se così stanno le cose, vi è una responsabilità più ampia di quella che riguarda partiti e gruppi di opposizione. Vi è una responsabilità collettiva legata ad una cittadinanza attiva, alla necessità che tutti prendano la parola. La difesa della democrazia non è stata mai affidata a maggioranze o minoranze "silenziose". Proprio perché le tecnologie hanno fatto diventare "continua" la democrazia, continua dev' essere pure l' azione dei cittadini. E oggi il silenzio si rompe in molti modi, da quelli tradizionali a quelli che si affidano alla faccia democratica delle tecnologie, né plebiscitaria né populista. Di tutto questo bisogna parlare, per non lasciare solo il Presidente della Repubblica nella difesa della Costituzione, per scongiurare un cambiamento di regime, per non rassegnarsi al destino di spettatori. Esattamente quello che il Cavaliere vuole. - STEFANO RODOTÀ
martedì 13 aprile 2010
segnalazione/Adro
Mensa senza soldi, imprenditore salda i debiti
Nel Comune bresciano, gli amministratori avevano minacciato di non dare più da mangiare ai bimbi delle famiglie inadempienti.
BRESCIA. Una svolta, un colpo di scena - destinato a suscitare riflessioni - che può risultare decisivo per la soluzione della partita relativa alla mensa scolastica di Adro ( Brescia) dove alcuni bambini sono stati esclusi dal servizio per gli arretrati nel pagamento della rette, da parte delle famiglie. Un’iniziativa assunta dopo che l’amministrazione a guida leghista aveva spiegato di non voler coprire i debiti della struttura. Una vicenda - per la soluzione, nei giorni scorsi, sono scese in campo anche le Acli provinciali - che ha destato non poche reazioni e polemiche. Un imprenditore del Comune franciacortino ha saldato tutto il debito pregresso, versando il denaro all’associazione di genitori che gestisce la mensa a servizio della scuola elementare e materna del paese. E garantendo la copertura necessaria per tutto l’anno scolastico 2009- 2010.
L’uomo, che intende rimanere anonimo, ha spiegato il proprio gesto in una lettera diffusa alla stampa. « Sono – scrive – figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “ L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica » . Nella missiva aggiunge: ' So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio, sto con i primi.
Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione » .
L’imprenditore sottolinea, tra l’altro, di vedere « una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha meno » e che i « miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono »
venerdì 9 aprile 2010
segnalazione/CARITAS
«Pare, dopo le prime sommarie informazioni, che questa deprecabile situazione non sia stata causata da irresponsabilità genitoriali», spiega la Caritas in una nota dal titolo "La dignità della vita umana, di ogni persona, non è un valore negoziabile".
«L'auspicio - prosegue la Caritas - resta che, non solo a Montecchio Maggiore, ma in ogni parte d'Italia, la comunità ecclesiale, la società civile ed i pubblici amministratori si mobilitino affinchè nessun bimbo debba essere umiliato nella sua dignità, ancor prima che nei suoi bisogni primari, a causa della precarietà economica della famiglia».
I Sostegni di Vicinanza, spiegava il Vescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia, «sono un'opportunità di prossimità nei confronti di famiglie e persone in difficoltà economica temporanea a causa della perdita, precarietà o riduzione dell'orario di lavoro e non riescono a far fronte ai propri impegni economici e finanziari rispetto a beni e servizi di prima necessità fra cui le spese scolastiche per i figli».
e se invece...
Un contratto unico di ingresso per i precari; un salario minimo legale per tutti coloro che non hanno il contratto nazionale - compresi gli stagisti - prevedendo in tali casi anche forme di rivalutazione annuale delle retribuzioni, come peraltro già proposte da Ezio Tarantelli, l'economista ucciso dalle Br 25 anni fa. E' quanto prevede il disegno di legge, di cui è primo firmatario il senatore del Pd Paolo Nerozzi e sottoscritto da 47 parlamentari sull'istituzione del contratto unico di ingresso. Il testo, presentato nei giorni scorsi, è stato assegnato alla Commissione Lavoro di Palazzo Madama.
L'esame potrebbe prendere il via dopo le vacanze pasquali, mentre si attendono le modifiche al ddl lavoro che il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere, annunciate dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Il provvedimento in questione punta alla progressiva stabilizzazione dei rapporti di lavoro prevedendo sin dall'inizio la configurazione di un contratto a tempo indeterminato. Il contratto fissa però una fase di ingresso di durata non superiore ai tre anni e successivamente una fase di stabilità dello stesso rapporto di lavoro.
La proposta disciplina anche il licenziamento di quei lavoratori a tempo determinato che oggi non hanno alcuna tutela al riguardo e quindi per esempio - sottolinea lo stesso Nerozzi - neppure l'articolo 18: in caso il licenziamento avvenga nella fase di ingresso dei tre anni per motivi diversi da quello disciplinare al lavoratore viene riconosciuta la tutela obbligatoria con una indennità pari a cinque giorni per ogni mese di prestazione lavorativa; quindi, per esempio, dopo sei mesi di lavoro essa è pari ad un mese di retribuzione sino al massimo di sei mensilità dopo tre anni.
Dopo i tre anni, il ddl prevede il passaggio a tempo indeterminato.
Nel ddl - che in materia di contratto unico e salario minimo recepisce le proposte degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi - si stabilisce un "compenso orario minimo" per "tutti" i rapporti lavorativi "inclusi quelli con contenuto formativo".
Inoltre i contratti a termine diventano più costosi per i datori di lavoro, per i quali l'aliquota contributiva per l'assicurazione obbligatoria viene incrementata di un punto percentuale. Infine, ai lavoratori parasubordinati (con un rapporto autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione), con compenso sotto i 30 mila euro lordi annui, che da tali prestazioni traggano più dei due terzi del proprio reddito, viene riconosciuto il contratto unico di ingresso.
Il contratto unico di ingresso è ispirato alla proposta sul contratto unico degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi, ma è stata a sua volta firmata anche da Pietro Ichino, che ha presentato in Parlamento altri due progetti di legge sulla sperimentazione della 'flexsecurity' e sul nuovo codice del lavoro. Al momento sono 4 i progetti di legge elaborati da esponenti del Pd: ai due di Ichino e a quello di Nerozzi si aggiunge infatti il progetto di legge Madia che introduce il Cuif, il contratto unico di inserimento formativo.
- 3 ANNI PER INGRESSO. Il nuovo strumento contrattuale si candida a diventare la forma 'tipica' di prima assunzione. E' articolato in due fasi: quella di ingresso, non superiore a tre anni (meno se previsto dai contratti nazionali o dalle parti), e in una successiva fase di stabilità. Di fatto il Cui è un contratto a tempo indeterminato con tutela progressiva della stabilità pensato per le forme di lavoro 'precario'.
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- CONTRATTI A TEMPO E CO.CO.CO. Sono le uniche altre due forme di contratto ammesse, ma con restrizioni. Per i contratti a tempo determinato si indicano solo alcune fattispecie ammesse e, al di fuori di esse, si limitano ad un contenuto minimo di qualificazione e di retribuzione, e cioè sotto i 25 mila euro l'anno. Per i datori di lavoro sale dell'1% la contribuzione per l'assicurazione contro la disoccupazione. Per le collaborazioni a monocommittenza, oltre alla parificazione graduale della contribuzione a quella dei lavoratori dipendenti, si prevede che possa essere utilizzato solo per le retribuzioni sopra i 30 mila euro annui: sotto deve essere considerato un contratto unico di ingresso.
- ART.18. La protezione contro il licenziamento è crescente e legata alle fasi del contratto, ma solo per motivi economici. Nella fase di ingresso è riconosciuta un'indennità obbligatoria di licenziamento pari a 5 giorni di retribuzione per ogni mese di lavoro. Con la stabilizzazione la protezione si estende. Per entrambe le fasi resta intatta la normativa vigente per il licenziamento disciplinare o discriminatorio.
- SALARIO MINIMO LEGALE. La proposta Nerozzi punta ad introdurre la nozione di salario minimo legale per tutti, inclusi i contratti di formazione. Per farlo si rinvia ad un'intesa con le parti sociali da stipularsi entro sei mesi al ministero del Lavoro dove va individuato un compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti di lavoro, inclusi quelli con contenuto formativo. Decorso inutilmente tale termine, il compenso minimo viene stabilito su proposta del Cnel, approvata dal Consiglio dei Ministri e sentite le organizzazioni sindacali più rappresentative.
Aperture con qualche perplessità dalla Uil: "Noi riteniamo sia giunto il momento di dare regole nuove al sistema di accesso al lavoro" e, quindi, "ben venga la ridefinizione delle regole con cui si incontrano lavoratori e imprese nell'avvio del rapporto di lavoro". Il segretario confederale Guglielmo Loy, apprezza l'obiettivo di rimettere mano al tema della tutela dei lavoratori meno tutelati con un progetto di legge anche se, dice, il ddl sul contratto unico di ingresso presenta alcune indicazioni che non convincono la Uil.
In primis non convince nella proposta la bassa sanzione (l'indennità di 5 giorni per ogni mese lavorato) per le imprese che non trasformano il rapporto di lavoro. "C'è un rischio di abuso e la sanzione non è sufficiente a scongiurarlo", dice Loy, secondo il quale "la proposta Ichino era più precisa perché la sanzione, oltre che economica, era legata all'impegno alla ricollocazione del lavoratore".
"Ci sembra inoltre debole il ruolo della contrattazione: ignorarla è un errore, come dimostra la vicenda dell'arbitrato. E non sempre - sostiene Loy - il Parlamento è in grado di sollecitare quel dibattito necessario a scrivere norme sul lavoro".
"E' però importante che se ne discuta, altrimenti si continua con la strada intrapresa fino ad ora, in cui il soggetto debole resta sempre il lavoratore. Mi riferisco - conclude - al proliferare dei voucher, che rischia di abbassare le tutele, e ai contratti di collaborazione, per i quali non c'è stata una alcuna stretta. Speriamo, quindi, che la presentazione del ddl acceleri l'avvio di una discussione".
Secca la replica di Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del Pd: "La proposta del senatore Nerozzi ed altri, come altre proposte presentate alla Camera e al Senato da parlamentari del Partito Democratico, vanno nella direzione di superare la inaccettabile precarietà del mercato del lavoro italiano. L'articolo 18 non viene toccato. Dopo la bocciatura del collegato lavoro da parte del presidente Napolitano, i consiglieri del ministro Sacconi tentano con ogni mezzo di depistare l'attenzione dell'opinione pubblica e dei lavoratori dalla controriforma del diritto del lavoro in atto ormai da due anni".
giovedì 8 aprile 2010
fate schifo
20 marzo- A Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza, il sindaco leghista Milena Cecchetto mette a bottiglietta di acqua e panino 8 bambini (due italiani e quattro stranieri) della scuola elementare e materna i cui genitori non riescono a pagare la mensa. La chiama riduzione del pasto. Agli altri infatti vengono frattanto serviti la pasta al sugo, la fettina, la verdura cotta e un frutto.
7 aprile- Ad Adro provincia di Brescia invece il sindaco leghista Oscar Lancini ha stabilito che bambini i cui genitori non hanno provveduto a pagare la mensa (una quarantina, in maggioranza stranieri) vengano allontanati dalla scuola durante l'orario di mensa, mentre i loro compagni si siedono a tavola.
No, non ce l'ho con i due sindaci -i cui nomi peraltro voglio imparare a memoria e riscrivo qui MILENA CECCHETTO e OSCAR LANCINI- che hanno preso questi provvedimenti. Sono solo DUE persone. È normale incontrare almeno DUE PERSONE imbecilli e malvage in due paesi.
Io mi indigno perché non vedo scendere in piazza infuriati gli abitanti dei due paesi, quelli i cui bambini mangiano tranquillamente in mensa; mi indigno perché tacciono, perché non gridano sulla piazza del loro paese che NO, LORO NON SONO D'ACCORDO, CHE LORO SI DISSOCIANO.
Montecchio Maggiore ha 23.824 abitanti. Adro ha 6.416 abitanti. Fa 30.240. Togliamo le famiglie dei bambini insolventi, qualche vecchio allettato, qualche invalido, i neonati, restano almeno 30.000 cittadini che con il loro silenzio si rendono complici di questi atti vuoti di intelligenza ed elementare umanità. Pieni invece dei miasmi più turpi che si possano immaginare.
Ecco, sono loro, quei 30.000 cittadini che mi fanno davvero schifo.
Non ho nessun altro modo per dirglielo, tranne che scriverlo qui.
E qui lo scrivo: CITTADINI DI MONTECCHIO MAGGIORE E ADRO MI FATE SCHIFO.
martedì 6 aprile 2010
L'Aquila e Anna-L'Aquila è Anna
DAL BLOG MISSKAPPA.BLOGSPOT.COM DI ANNA
MARTEDÌ 31 MARZO 2009
Terremoto
A presto. Spero.
LUNEDÌ 6 APRILE 2009
AGGIORNAMENTI
Sto bene, non vi preoccupate. Il terremoto ha distrutto diverse case ma noi stiamo bene.
Per ora non ho il computer a disposizione ma appena mi sarà possibile vi aggiornerò.
Un bacio a tutti quanti.
Anna
Vorrei
Vorrei che questo blog diventasse un messaggio di speranza per tutti, soprattutto per gli Aquilani. Vorrei monitorare la mia rinascita, anche se so che sarà lenta e dolorosa. E faticosa. Vorrei mostrare a tutti che si può provare a ricostruire. Partendo da noi stessi. Mai dimenticando gli altri. Soprattutto i più deboli. Vorrei mostrare i miei piccoli passi incontro alla nuova vita. Vorrei creare un punto di aggregazione dove poter riprendere a volare......Il desiderio di Anna è una realtà. Il suo blog è davvero un messaggio di speranza per tutti.
Grazie Anna.
giovedì 18 marzo 2010
la voce di Joy
Il CIE (Centro di Identificazione e Espulsione) di Ponte Galeria-RomaJoy è la ragazza nigeriana che nel luglio del 2009 dichiarò che un ispettore di polizia aveva tentato di stuprarla mentre si trovava rinchiusa nel CIE di via Corelli a Milano. La sua compagna di stanza, Hellen, la aiutò a respingere l'uomo. Ad agosto nel CIE scoppiò una rivolta di tutti i detenuti contro le disumane condizioni di vita. Sono stati arrestati nove uomini e cinque donne tra cui Joy ed Hellen. Dopo sei mesi di carcere Joy è stata trasferita al CIE di Roma, Ponte Galeria. Joy ha presentato regolare denuncia per tentato stupro e interrogata ha riconosciuto il poliziotto. Ma è stata accusata di calunnia e, dopo sei mesi di carcere, vogliono rimpatriarla.
mercoledì 17 marzo 2010
guardare dove si mettono i piedi
La lastra, opera dello scultore israeliano Micha Ullman, sorge lì dove nel maggio del 1933 avvenne il grande rogo in cui i nazisti bruciarono oltre 25.000 libri ritenuti pericolosi.
La lastra è luminosa di notte e di giorno riflette il cielo.
Credo che quel vetro ci dica anche quanto sia fragile il confine tra la barbarie e la civiltà.


Io sapevo della targa sulla piazza con la famosa citazione di Heinrich Heine: « Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone » ma non avevo mai visto la stanza sotterranea. L'ho scoperta da poco e ci tengo a mostrarla.
Noi umani abbiamo continuamente bisogno di richiami per la nostra memoria, per questo innalziamo monumenti. In genere ai monumenti si alza lo sguardo. Qui invece lo sguardo si abbassa. Potremmo dire che si deve guardare dove si mettono i piedi.
Proprio come le pietre di inciampo, le stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig.
Da decenni le va installando sui marciapiede di fronte alle casa di uno o più deportati. Sono sanpietrini classici che si distinguono solo perché la loro superficie superiore è di ottone e porta inciso nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione.
Il 28 gennaio scorso, giorno della memoria, ne ha installate trenta a Roma, in diversi punti della città da cui furono prelevati deportati.
Alcune di queste, solo un mese dopo, erano già state imbrattate di vernice nera da ignoti di cui si sa tutto.
La storia insegna?








