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lunedì 2 settembre 2013

ricordando Violeta Parra



*Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me dió dos luceros,


Que cuando los habro


Perfecto distingo,


Lo negro del Blanco,


Y en el alto cielo,


Su fondo estrellado,


Y en las multitudes


Al ombre que yo amo…

Grazie alla vita che 
mi ha dato tanto,
 mi ha dato due astri 
che quando li apro perfettamente distinguo 
il nero dal bianco,
 e nell’alto cielo 
il suo sfondo stellato, 
e tra le moltitudini 
l’uomo che amo…
Violeta Parra 1917-1967

sabato 17 novembre 2012

Preparate gli elicotteri

Ricevo quotidianamente gli articoli del quotidiano on-line AlfaPiù+ che propone temi e voci varie, interessanti e originali.
Ne prendo questo articolo e ringrazio.


EVENTI NATALI

di Augusto Illuminati*

Accade raramente nella vita di essere testimone diretto di un nuovo inizio, di una rottura della routine politica o, più banalmente, di vedere un po’ di gente che si tira fuori dalla palude. Come sempre in questi casi, i protagonisti non ci badano, perché sembra a loro (che sono vivi) un fatto del tutto naturale. Come sempre in questi casi, gli zombies, che non si ricordano più di quando erano vivi, non se ne accorgono, continuano a litigare fra loro barcollando e schiaffeggiandosi, magari esecrando la violenza con cui i vivi si ribellano al morto, “oscurano” od “opacizzano” la loro causa. Lo storico, il testimone a metà fra passato e futuro, a volte ha la fortuna di afferrare allo stato nascente una frattura fra il vecchio e il nuovo e il genuino scaturire di un'azione politica, che in un attimo rende desueta tutta la scena precedente e riduce a stato larvale gli antichi protagonisti.

Non sto commentando Arendt** o Rancière***, faccio la cronaca di una manifestazione romana[mercoledì 14 novembre], vista con i miei occhi (fortuna che non si è abusato in lacrimogeni), di 50.000 giovanissimi studenti e non solo (e di altri 200.000 nel resto d’Italia, e di tanti altri a Lisbona, Atene e Madrid) che hanno marcato la loro estraneità a un mondo politico ridotto, non allegoricamente, a police, con le consuete prestazioni (“circolate”, “identificatevi”, e giù botte). Nessuno li ha capiti prima (vedere i quotidiani di mercoledì), nessuno li ha capiti dopo (vedere i quotidiani di giovedì).

Ma non ci lamentiamo dell’incomprensione. Chi dovrebbe preoccuparsi è il governo, i partiti, i quotidiani. Un’intera generazione non capisce più il governo e le forze parlamentari e forse bisognerebbe dire che l’Italia reale, anche i non più adolescenti minatori del Sulcis, gli esodati, i pensionati al minimo, i cassintegrati non capiscono più, che gran parte dell’Europa non ci sta più. Un solo elicottero è bastato per esfiltrare i ministri da Carbonia, novella Saigon. Quanti ne serviranno domani?

*Augusto Illuminati Professore di Filosofia politica
**Jaques Rancière Professore di Filosofia e filosofo
***Hanna Arendt Filosofa e storica

www.alfabeta2.it/alfapiù

martedì 22 novembre 2011

Giulio Marcon: quello che Monti non dice

Ho bisogno di speranza e aggiungo di mio: Quello che Monti ANCORA non dice e sperando che qualche cosa di simile dica e faccia.



GIULIO MARCON

L'equità è possibile, basta fare delle scelte: sia nelle spese da tagliare – quelle militari e per le grandi opere innanzitutto – che nella politica fiscale, con patrimoniale e fisco progressivo. Di tutto ciò non c'è traccia per ora nel programma Monti

Fedeltà alla Bce e ai vincoli europei, continuità con le manovre fatte da Berlusconi e Tremonti nel 2011 e alcune novità su equità sociale, tassazione della proprietà (e reintroduzione dell'Ici), attenzione a giovani e donne, ma nessuna parola sull'ambiente, sull'impoverimento del paese, sulle crescenti diseguaglianze e parole ambigue sulle pensioni ed il mercato del lavoro: quello presentato da Monti alle camere è un programma vago, moderato, liberista con molte carte ancora da scoprire. Abile e prudente, con l'obiettivo di ottenere una vasta fiducia bipartisan.

Tre i pilastri del discorso, già preannunciati nelle dichiarazioni precedenti l'insediamento: rigore nella spesa pubblica, la necessità della crescita economica e l'equità sociale. Ma di riduzione di quella spesa che dovrebbe e potrebbe essere tagliata – dalla spesa militare a quella per le grandi opere – non s'è sentita traccia nel suo discorso. È disponibile a dire al suo ministro – ammiraglio della Difesa, Di Paola che spendere 15 miliardi per 131 cacciabombardieri non è proprio una scelta coerente con il rigore, di questo tempi? Immaginiamo già la risposta dell'ammiraglio, ma forse la domanda non verrà fatta. Magari qualche soldino di quei cacciabombardieri potrebbe essere dato alla cooperazione allo sviluppo (che non ha più un euro), visto che il premier ha creato (positivamente) un ministero ad hoc affiddato al fondatore della Comunità di Sant'Egidio. Come generico è l'appello per la crescita: nessuna parola sull'economia verde, sulla necessità di interventi per rilanciare la domanda di consumi pubblici e sul sostegno all'innovazione e alla ricerca. Invece dì “capitali privati” nelle infrastrutture, si sarebbe dovuto 'parlare di un “programma di piccole opere” (dalla messa in sicurezza del territorio a quella delle scuole italiane che non rispettano la legge 626). E di equità anche c'è poca traccia: i sacrifici devono essere “equi”, ma di diseguglianze e redistribuzione non si parla.

La patrimoniale non c'è, anche se qualche spiraglio sembra aprirsi: bisogna passare dalla tassazione “delle imprese e del lavoro” a quella su “consumi e proprietà” e bisogna “monitorare le ricchezze accumulate”. Più chiaro il passaggio sull'Ici, che ha preannunciato il ripristino della tassazione sulla proprietà anche della prima casa: giuste e condivisibili le sue parole sull'anomia italiana in Europa; ma la sua invocazione a far "pagare di più che ha dato di meno" sarebbe stata più credibile se parole altrettanto chiare fossero state dette sulla tassazione delle rendite o sull'impegno a sostenere una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Se si vuole l'equità, la patrimoniale e l'accentuazione della progressività fiscale sono fondamentali. Eppure Monti dice che bisogna portare avanti la legge delega in materia fiscale e assistenziale di Berlusconi e Tremonti che abbassa l'aliquota più alta sui redditi dal 43 al 40%. Parla di “correttivi e integrazioni” a questa legge: ed è proprio qui che bisogna intervenire ridando un senso alle parole “giustizia fiscale”. Monti dice giustamente che per la lotta all'evasione serve abbassare la soglia dell'uso del contante, ma quanto? Ora si può pagare in contanti fino a 2.500 euro. La soglia deve essere abbassata a 100 euro, com'era alla fine della scorsa legislatura, prima che Tremonti la riportasse in alto (prima 12.500, poi 5mila ore 2.500). È disponibile a procedere in questa direzione?

Ed è proprio in questa famigerata legge delega sul fisco che sono contenuti tagli di 20 miliardi alle detrazioni fiscali per spese sociali (per le badanti, per i familiari a carico, per gli asili nido, eccetera). Monti nel suo intervento parla di “servizi cura per gli anziani” e della necessità della coesione sociale: interverrà con “correttivi ed integrazioni” – come ha dichiarato – per impedire questo massacro delle “tasche degli italiani” per avere delle prestazioni sociali che lo Stato direttamente non fornisce? Il welfare è stato distrutto da Tremonti e Sacconi (la riduzione dei fondi sociali nazionali è stata del 90%: un vero massacro): come si interverrà per ristabilire una soglia accettabile di diritti e servizi per tutti? Di nuovo: “servizi di cura per gli anziani”, dice il premier: ma lo sa che il fondo per la non autosuffienza è stato azzerato? Aiutare i giovani, certo: nel frattempo il passato governo ha ridotto “il fondo giovani” da 130 milioni a 13: è qui che bisogna intervenire e non proponendo una nuova emigrazione per i giovani (“mobilità a scala europea”, ha detto). Dal discorso di Monti risposte non ne vengono. Investire sui giovani e le donne è sacrosanto e ha ragione il premier: ma la prima cosa da fare è creare le condizioni per creare occupazione giovanile e femminile. E la strada non è quella della precarietà, che in Italia non ha fatto crescere i posti di lavoro, ma solo reso più facili sfruttamento e licenziamenti. Ed il passaggio dalla contrattazione nazionale a quella aziendale non facilita di certo una riforma del mercato del lavoro fondata sui diritti dei lavoratori. E se – come ha detto Monti al Senato – bisogna rafforzare gli ammortizzatori sociali, si faccia veramente quello che è necessario: ovvero ampliare, come ha proposto Sbilanciamoci, le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato a tutti i lavoratori parasubordinati (a progetto, a collaborazione coordinata e conitnuativa, ecc) che oggi non hanno alcuna forma di protezione sociale. Se si vuole veramente l'equità – come dice Monti – bisogna infine mettere al centro tre questioni fondamentali: la redistribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale fortemente progressiva (inclusa la patrimoniale), il rafforzamento dei servizi e degli interventi di welfare, il sostegno ai redditi delle fasce più deboli. Tutte cose che nel programma di Monti per il momento non ci sono.

MATERIALI PER L'ALTERNATIVA

Ma cosa si può fare, allora? Quali proposte concrete, data l'emergenza europea e italiana in corso? Su questo sito e in altre sedi di discussione sulla politica economica di spunti ce ne sono parecchi. Eccone alcuni:

Pitagora, La strada stretta del nuovo governo

Santoro, Quanto si può incassare con la patrimoniale

Marano, Ma l'Italia può permettersi di lavorare fino a 70 anni?

Pizzuti, Pensioni, perché è giusto indignarsi

Mazzanti, Una tassa per ripulire il belpaese

Ecco invece dove si trovano materiali su spesa militare e tassazione delle transazioni finanziarie:

Campagna No F 35

Campagna per la tassa sulle transazioni finanziarie

Infine, due appuntamenti dai quali nei prossimi giorni verranno idee e proposte:

CONTROFINANZIARIA. Giovedì 24 novembre alle ore 10.30 presso la Sala del Senato- ex Hotel Bologna in Via di Santa Chiara 4 a Roma, si tiene la presentazione del 13° Rapporto della campagna Sbilanciamoci! sulla Legge di Stabilità ed il Bilancio dello Stato.

L'ITALIA CAPACE DI FUTURO. Un'economia verde per uscire dalla crisi. 5 dicembre 2011, Roma, Montecitorio.

La riproduzione di quest'articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info

domenica 6 novembre 2011

commissariata!


Oddio, oddio! Già stasera, pare, arriveranno a Roma gli ispettori del Fondo Monetario Indernazionale. I miei commissari. E io non sono ancora pronta.
Debbo dare una botta al bagno (ricordarmi di far sparire la cassetta delle gatte), sgombrare il tavolo dai Lego di Tommaso, spazzare e lavare bene il parquet del soggiorno (via le matassine di polvere e peli felini continuamente aleggianti) liberare il tavolino basso da libri, giornali, riviste e dalla bistecchiera che è lì pronta per mia figlia. E poi lavare il servizio buono da tè e quello da caffè. Lucidare la zuccheriera d'argento. Mi sembra tutto. Non vorranno mica fermarsi a pranzo, no?
E poi e poi c'è il compito più difficile. Preparare il mio rendiconto di tagli, economie e riassetti vari della mia vita finanziaria.
Vediamo.
Passerò dal parmigiano reggiano al grana padano, e dal supermercato Elite col suo squisito San Daniele al Despart. Se necessario posso anche trasferirmi al Conad. Per i detersivi posso ancora passare al discount Tusdì, ma non per frutta e verdura che sono per lo più prossime alla macerazione.
Smettere di comprare l'acqua di Nepi. Convertirmi a quella di rubinetto. (Comportamento anche politicamente più corretto). Disdire la formula calcio più cinema di Sky, Tenere solo il cinema tanto di guardare la Roma non vale la pena.
Sbrigare finalmente la pratica (penosa) di riduzione della tariffa AMA, azienda municipale ambiente; dovrei pagare un 20% in meno giacché ora sono sola ad abitare la mia casa.
Disdire il contratto Telecom e passare al Voip che mclink mi dà gratis, senza canoni e a una tariffa del settanta% inferiore a quella telecom. Certo debbo comprare un cordless-duo, ma sta sui trenta euro e dovrei ammortizzarli in un paio di bimestri. Mi spiace per le gatte ma anche le loro scatolette dovranno scendere di grado. La sabbietta no, è l'unica che non puzza.
Cos'altro? Non frequento cinema, non vado a teatro e concerti, né in ristoranti o pizzerie. La claustrofobia e la depressione hanno i loro vantaggi economici. Ho già ridotto e di molto l'acquisto di libri. Passerò a rileggere uno dei circa quattromila libri della mia libreria. Veramente ho già iniziato. Ho tentato con "L'uomo senza qualità" ma non ce l'ho fatta. Veramente sarebbe una rilettura solo per le prime centonove pagine che è dove negli anni sono riuscita ad arrivare dopo ripetuti e volenterosi sforzi. Lo so, è vergognoso. Un capolavoro della letteratura del novecento! Ma mi annoia fino alle lacrime. Comprerò meno regali a Tommaso. sarà anche più educativo. Quel bambino mi manda fallita a forza di figurine.
Basta anche con "capetti" di abbigliamento per mia figlia Francesca. Quanto a me ho notevoli riserve risalenti a quando ero ricca. L'affittacamere già la faccio. Non ho più locali da affittare.
Potrei dismettere i beni immobili; vendere la casa di Tarquinia, che le mie sorelle ed io abbiamo ereditato dai nostri genitori. Ma non se la compra nessuno, è troppo grande e costa troppo. Svenderla? A chi? Agli amici del quartierino? Non ne conosco.
Al momento non mi viene in mente altro, ma gli ispettori possono darmi delle idee.
Non si sognino di suggerire di togliere qualche ora di lavoro a Marcella, la colf che viene due volte a settimana. Su questo sarò fermissima: licenziamenti, non se ne parla. E poi mi fa male la schiena.

giovedì 3 novembre 2011

Sbilanciamoci e il mio programma di governo

Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci, annuncia la presentazione oggi al Senato del “libro nero sul Welfare”.

Nell’editoriale di oggi sul Manifesto titolato “Economia virtuale”, Giulio Marcon scrive:

«Nell'aprile scorso Tremonti aveva affermato con rara preveggenza che nel 2011 l'Italia si sarebbe limitata a fare la “manutenzione dei conti pubblici” e che non sarebbero servite nuove manovre finanziarie. Nel frattempo la “manutenzione” si sta trasformando in continui e permanenti interventi di emergenza di fronte allo sfascio dell’economia, delle condizioni sociali del paese e della finanza pubblica. Ma fino a oggi, dell’economia e dei problemi sociali il governo non si è occupato. E sulla finanza pubblica ha messo toppe, alcune solo virtuali. Tanto che la situazione è progressivamente peggiorata. ....

L’ostinazione insistita del governo fino a oggi nel non andare a prendere i soldi là dove ci sono e da dove sarebbe giusto uscissero fuori (patrimoni, rendite, evasione, grandi ricchezze) e a non tagliare la spesa pubblica dove si potrebbe fare (ad esempio dimezzando i 20 miliardi di spese militari del nostro paese) è pari solo alla totale inazione di fronte all’urgenza del rilancio dell’economia e della difesa dei redditi. Il tutto dentro scelte di politica economica che che oltre che da iniquità e difesa dei privilegi, sembrano segnate da improvvisazione e disperazione....

Ma le scelte del governo in questi mesi sono state altre: salvaguardare patrimoni e ricchezze, colpire gli enti locali, le pensioni e i redditi, distribuire qualche una tantum assistenzialistica a un sistema economico ormai decotto e azzerare la spesa sociale....

Naturalmente servirebbe un governo autorevole che, invece di farsi prendere in giro in Europa, fosse capace di battersi per un cambio di politica: mettere il bilancio europeo a garanzia del debirto sovrano dei paesi in difficoltà, introdurre gli eurobond, darsi una comune politica economica e fiscale europea. Si tratterebbe di capovolgere il paradigma della politica restrittiva e depressiva che è stata seguita in Europa in questi mesi con un piano di politica di investimenti pubblici e di stimolo a una domanda di beni capaci di alimentare le produzioni di un nuovo modello di sviluppo ( energia pulita, mobilità sostenibile, beni comuni, ecc). Ma per praticare questa via bisognerebbe fare il contropelo ai mercati finanziari, (invece di lisciarglielo il pelo) mettendo regole e vincoli che ne ostacolino l’attività speculativa; servirebbe favorire un programma di investimenti sociali e un ruolo attivo dell’intervento pubblico, invece di insistere sul mantra delle privatizzazioni, andrebbe alimentata una politica dei redditi capace di ridurre le diseguaglianze. In sostanza si tratterebbe di rimettere al centro le politiche pubbliche contro l’deologia neoliberista del mercato...


Quanto a me, io non sono né un economista né un politico, ma avrei un mio piccolo programma di governo.

Penso che istituirei tre ministeri, cancellandone parecchi altri.

Il Ministero dell' Inventario, il Ministero della Manutenzione e il Ministero della Valorizzazione.

Il primo dovrebbe inventariare tutti i beni del paese (naturali, artistici, culturali nonché ogni struttura di cui i cittadini sono utenti; scuole, ospedali, strade, caserme, ecc) e analizzarne lo stato, le condizioni e le necessità.

Il secondo dovrebbe provvedere ad una Sola Grande Opera: la loro manutenzione ordinaria e straordinaria. Ce n'è di lavoro da fare e da dare! (Basti pensare al nostro territorio o alle nostre scuole da mettere a norma, ma sono solo due esempi, le mille cose da fare ogni cittadino le sperimenta quotidianamente.)

Il terzo dovrebbe studiare tutte le forme possibili di valorizzazione dei beni del nostro paese che non sono da dismettere ma da proteggere, rendere produttivi e, molti, da convertire a nuove funzioni. Funzioni sociali.

Il ministro dell' Inventario lo vorrei pignolo, meticoloso, magari anche un po' ossessivo...

Quello della Valorizzazione dovrebbe avere immaginazione e lungimiranza.

E quello della Manutenzione grande senso pratico.

Ognuno di voi, sono certa, ha il suo personale Programma Minimo di Governo. Mi piacerebbe conoscerli.

domenica 16 ottobre 2011

Qualche immagine del mattino dopo.

Abito tra la Merulana e la Labicana, dal mio terrazzo a est vedo le statue della Basilica di San Giovanni e a ovest il Colosseo. Ieri, posizione scomoda ma strategica e in clima di guerra non è inappropriato parlare di strategia.
Esco molto presto, giro per il quartiere.
Persone con macchine fotografiche e telefonini raccolgono immagini. Molto silenzio. Passi cauti, sguardi incerti. Giornalisti con le cineprese; due di loro vorrebbero intervistarmi. Carabinieri e poliziotti che scattano foto. Di fronte alla casa dei miei genitori quattro macchine completamente distrutte. La banca tra via Merulana e via Labicana mostra le vetrine infrante, lo sportello del bancomat bruciato. Lungo via Merulana cassonetti bruciati, i resti arsi dell'impalcatura per i lavori del vecchio ufficio di igiene. Persiste la puzza di bruciato. A terra sanpietrini, bastoni, spranghe di ferro, uno scarponcino nero, perso nella corsa. Tante bottiglie infrante e vuote. Birra, ma anche whisky e rum. Scritte sui muri. Una stella a cinque punte. Scritte in inglese, fuck austerity, revolutiòn, con il corretto accento sulla o; una scritta in caratteri greci.
Ma un altro orgoglioso proclama: "So de Roma" e, sotto, la data in numeri romani.
Un altro scrive: "Pianta grane, non piantare tende."
"Non finisce qui" un altro ancora.
Un uomo di colore in clergyman mi cammina a fianco per un tratto e osserva con me. Poi dice: "Dovrebbero andare dove si decide davvero." " Assaltare il lusso è un diritto" gli fa eco una scritta sul muro alle spalle di San Clemente.
Quello che vedo intorno a me, nella mia passeggiata mattutina, si chiama rovine.
Le rovine sono materiali e morali. E si sono imposte. Sui giornali, nelle televisioni, alla radio, nei nostri occhi, nelle nostre parole. Saranno riusciti a esautorare le ragioni di chi ha ragione?
Le rovine morali dureranno più delle rovine materiali?
Solo i manifestanti pacifici, le centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, non hanno lasciato tracce nel quartiere, penso. Ma voglio disperatamente sperare che saranno proprio loro a lasciare una traccia nella storia.


venerdì 16 luglio 2010

reato "linguistico"

La Corte Suprema croata ha confermato la condanna a cinque mesi di carcere per lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic per aver definito "talebani cristiani" alcuni scrittori nazionalisti serbi, croati e bosniaci che con i loro scritti, sostennero, diffusero, caldeggiarono il nazionalismo più ottuso e feroce contribuendo a fomentare le guerre balcaniche. «Sugli uomini della penna ricade la colpa di una parte preponderante di quello che è successo» scrisse Matvejecic che nello scritto incriminato parla delle condizioni delle democrazie dell'est europeo le"democrature", un connubio ambiguo tra democrazia e dittatura, e delle pericolose conseguenze che l'odio fomentato dai diversi nazionalismi ha lasciato dietro di sé dopo le guerre etniche dei Balcani degli anni '90. A seguito della querela di uno di quegli scrittori definiti "talebani cristiani" lo scrittore bosniaco è stato condannato.
Di Matvejecic io ho letto il bellissimo "Breviario mediterraneo" che consiglio a tutti quelli che non lo hanno letto.
“Siamo abituati a perdere. Ogni giorno qualcuno intorno a noi si allontana o sparisce, un’amicizia o un amore impallidisce o si estingue, la morte si porta via uno dei nostri. Perdere fa parte del nostro destino. Però è raro perdere un paese. A me è capitato. Non parlo di uno stato o di un regime, ma proprio del paese dove sono nato e che, ancora ieri soltanto, era il mio. Non c’è più. Ho amato la Jugoslavia intera, indivisa, unita, senza peraltro essere un nazionalista jugoslavo. Ho fatto miei in uno stesso tempo l’Adriatico e il lago di Ohrid in Macedonia, le Alpi slovene e le rupi montenegrine. Ho considerato serbi e croati come fratelli, in particolare quelli tra loro che, come me, si opponevano allo sciovinismo serbo e croato. Non perdonavo a costoro di disprezzare i bosniaci, di volerli asservire o convertire. Mi sentivo a casa mia in Vojvodina, in mezzo a tante minoranze nazionali, e ho avuto un mucchio di amici nel Kosovo, tra gli albanesi. Mi davo da fare quanto potevo per essere di sostegno a un piccolo gruppo di italiani rimasti in Istria dopo un tragico esodo, così come ai nostri zingari, dispersi in ogni dove. Gli zingari furono numerosi nel mio paese: qualche volta mi facevo passare per uno di loro”.

Predrag Matvejevic

venerdì 9 luglio 2010

non so:dunque non sono.

Dal numero di giugno della lettera mensile di Ettore Masina.

1. Non so: dunque non sono

Anche al di là dei limiti posti alla magistratura e ai mass-media dalla legge-bavaglio approvata al Senato per diktat di Berlusconi, e ora avviata alla Camera, l’aggressione alla libertà di informazione minaccia l’essenza stessa della democrazia e delle libertà personali.

“Sono informato e dunque sono” : è la storia a suggerirci questa constatazione. Ancor più evidente è la versione negativa. E cioè: “Non sono informato e dunque non sono, non esisto”. Penso ai milioni e milioni di persone che nel secolo scorso andarono a morire nel nome di ideali che in realtà erano traditi da chi li mandava al massacro: essi, i poveri soldati o i costruttori di opere faraoniche senza senso, o i lavoratori convinti che i padroni avessero sempre ragione e che dunque bisognava accettare salari di fame o che per andare in paradiso bisognava rassegnarsi alla miseria, tutti costoro furono vittime di mancanza di informazioni sulla realtà. La loro icona più celebre e più dolorosa è quella dei tre o quattro soldati giapponesi, che continuarono a vivere per trent’anni nelle giungle di qualche isola dell’Estremo Oriente, in una spaventosa solitudine e regrediti allo stato di uomini dell’età della pietra, perché mancavano di due informazioni essenziali; che il loro imperatore non era un dio invincibile e che la guerra era terminata.

Non sono soltanto realtà lontane negli anni e nei secoli. Milioni di esseri umani muoiono oggi perché le grandi imprese farmaceutiche negano informazioni sui farmaci che potrebbero salvarli. Milioni di esseri umani non sono in grado di sviluppare i loro talenti perché l’analfabetismo li priva delle necessarie informazioni sugli strumenti per svilupparli: a ragione Saint-Exupéry parlava di “piccoli Mozart assassinati” : un immenso giacimento culturale ed etico ridotto a cimitero.

Senza informazioni o con informazioni ridotte o con informazioni falsate non esistono vere democrazie. Non è possibile, infatti, valutare idee programmi persone, dunque non è possibile scegliere, non è possibile verificare i risultati delle proprie scelte. La mancanza di informazioni copre potere occulti, criminalità, massonerie, superstizioni. Chi manca di informazioni si aggira in un labirinto costellato di trappole, in cui la luce del sole non penetra mai.

Chi ci nega informazioni sta dicendoci: tu non sei degno di sapere, sei incapace di comprendere, sei un immaturo, sei una persona di serie B ( o C o peggio); hai bisogno che ti dica io cosa devi sapere e dunque cosa devi pensare. Ogni censura è un coltello alla gola della nostra libertà. Chi ci nega informazioni è un nemico, uno che cerca di diventare nostro padrone – o di rinsaldare il suo potere.

Non possiamo sperare di ricevere informazioni veritiere per sovrana concessione. Anche le notizie che ci vengono date o che abbiamo appreso non sono verità assolute. Abbiamo bisogno di verificare le fonti delle informazioni raccolte, di pesare le notizie confrontandole fra loro. Dobbiamo ricordarci che le voci di chi “non conta”, di chi è povero, di chi ha fame e sete di giustizia sono spesso esili o imbavagliate. Cercare informazioni è un lavoro difficile ma significa cercare la verità, che è la missione del giornalista ma anche di ogni uomo.

Mentre rifletto su queste elementari verità, leggo un drammatico rapporto sulle vendite calanti dei quotidiani italiani: in un anno -9 per 100. Mi figuro la gioia di Berlusconi nell’apprendere questa notizia: non ci ha appena proposto di scioperare contro i giornali, rei a suo dire (anche quelli di sua proprietà!) di remargli contro?

Il problema della mancanza di informazione e dunque della gracilità della nostra democrazia è dunque allarmante, a prescindere dell’offensiva berlusconiana, Siamo da sempre il fanalino di coda del mondo democratico quanto a spese per le nostre letture. La crisi economica ha aggravato ulteriormente il fenomeno. Se bisogna tagliare il bilancio famigliare eliminando le spese “meno necessarie”, è quasi automatico per moltissimi, cominciare dall’acquisto di giornali e di libri: “tanto c’è la televisione”. Ridursi al piccolo schermo, non sembra, a troppi, una privazione dolorosissima: non ti passano forse, Rai e Mediaset, notizie e intrattenimento? L’altro giorno, per l’appunto al video, il governatore del Veneto, Luca Brillantina Zaia, ci spiegava che 13 milioni di famiglie italiane sono al livello di povertà; si può pensare che questi nuclei possano permettersi 25 o 26 euro di spesa al mese? Dunque, soltanto 3 milioni circa di quotidiani venduti ogni mattina per 47 milioni di cittadini con diritto di voto. Un’ enorme riserva di caccia per il Cavaliere e i suoi bardi: il giulivo Capezzone, l’onesto Minzolini, il roseo Bondi, il carezzevole Bonaiuti, l’imparzialissimo Vespa, il moderato Emilio Fede (si cerca di ridere per non piangere)…

E non va dimenticato che le statistiche più serie ci avvertono che gli italiani analfabeti (primari o “di ritorno”, per lo più anziani e meridionali, ma non solo) sono almeno 2 milioni e mezzo. Anche in questo caso l’ importanza della scuola incrocia tutti i problemi del nostro paese. Ma la mia sensazione è che insegnanti e giovani siano ancora lasciati troppo soli, a reggere le cretinerie della Gelmini, i tagli iconoclasti di Tremonti e l’incultura casermizia di Silvio Berlusconi.

mercoledì 14 aprile 2010

senza indugio


Stefano Rodotà gode ottima salute ed io gliene auguro tanta per tanti anni ancora.
Ma il brutto scherzo che mi ha giocato Edmondo Berselli, mancando all'improvviso, mi porta a dichiarare la mia stima per Rodotà senza indugio alcuno. Sperando con questo gesto di portargli fortuna.
Di Rodotà ammiro l'integrità morale, la capacità di guardare lontano (quando i politici manco sapevano di che si trattava lui studiava il rapporto tra democrazia e le nuove tecnologie), l'atteggiamento sempre rispettoso di ogni interlocutore in ogni dibattito (anche quando l'interlocutore meriterebbe un calcio in bocca), la laicità a prova di ferro, e il sorriso mite, ancora fanciullesco. Oltre naturalmente alla grande intelligenza e cultura giuridica.


Questo è il suo più recente articolo.

Una sfida sul destino della democrazia
Repubblica — 12 aprile 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA

ÈMAI possibile che si accetti senza reagire una politica che si manifesta con la distorsione dei fatti, l' aggressione alle istituzioni, l' esibizione di un potere ispirato da una logica autoritaria? Questi sono i temi nitidamente posti da Eugenio Scalfari, e conviene seguire la strada da lui indicata tornando su alcune delle cose dette sabato dal presidente del Consiglio ad una platea di imprenditori. E tuttavia, prima di seguire Berlusconi lungo l' abituale suo itinerario di aggressioni e vanterie, bisogna sottolineare la novità rappresentata dai tre fatti gravissimi narrati da Scalfari, rivelatori non tanto di una inammissibile doppiezza, ma di un sistematico mentire al presidente della Repubblica, che configura un caso clamoroso di slealtà costituzionale. Mentre Giorgio Napolitano si adopera per creare un clima propizio per una riforma rispettosa della Costituzione, Silvio Berlusconi tiene comportamenti pubblici e privati che mettono in discussione la funzione esercitata dal presidente e gli lancia una sfida che può sfociare in un gravissimo conflitto al vertice delle istituzioni. A Parma il presidente del Consiglio si è descritto come prigioniero di lacci e lacciuoli che gli impediscono un' azione efficace, come se non avesse una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana e come se non avesse nei fatti mostrato che, quando le convenienze lo spingono, è in grado di far approvare rapidamente qualsiasi provvedimento. Ha imputato l' origine della crescita del debito pubblico ai "governi del compromesso storico", mentre proprio gli imprenditori dovrebbero sapere che quella vicenda comincia con il governo Craxi, un politico dal quale l' attuale presidente del Consiglio non era poi così lontano. Ha detto meraviglie di riforme che si sa bene che non saranno in grado di produrre i miracoli che ad esse vengono associate. Ma soprattutto ha descritto la Presidenza della Repubblica come un luogo che interferisce impropriamente nell' azione di governo, controllando «minuziosamente anche gli aggettivi» dei provvedimenti. E per l' ennesima volta ha definito la Corte costituzionale un "organo politico", che sta lì per smantellare la legislazione che non piace ai pubblici ministeri e ai giudici di Magistratura democratica. Un attacco frontale è stato così portato alle due istituzioni che in questo periodo hanno garantito la legalità costituzionale. Quest' insieme di falsificazioni è il frutto di una strategia deliberata, basata sulla ripetizione degli stessi concettie delle stesse parole, ispirata all' antica regola "calunniate, calunniate, qualcosa resterà". In questo modo si è già creato un perverso senso comune, al quale si fa appello nel momento in cui si deve raccogliere consenso. E ora, gonfiate le vele dal vento elettorale, si pensa di poter portare tutto all' incasso. Che cosa si sta facendo per contrastare questa che non è soltanto una strategia comunicativa, ma una sempre più pesante strategia politica? L' obiettivo di Berlusconi è chiaro e ormai esplicitamente dichiarato. Spazzar via tutte le garanzie e i controlli che "disturbano il manovratore", concentrare il potere nelle mani di una sola persona, invocando quel che accade in altri paesi europei, ma ignorando del tutto i contrappesi che lì esistono. Così, quello che con approssimazione viene chiamato semipresidenzialismo si presenta come concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non a caso si rifiuta ogni modifica della legge elettorale, che si è rivelata un docile strumento per avere parlamentari scelti dall' alto, vanificando proprio quella sovranità dei cittadini alla quale Berlusconi strumentalmente si richiama quando vuole avere le mani libere da qualsiasi controllo. Si scoprono le carte a proposito della riforma della magistratura. Viene annunciata una antidemocratica riforma elettorale del Csm. La separazione delle carriere dovrebbe portare alla creazione di due consigli superiori, uno per i magistrati e l' altro per i pubblici ministeri, quest' ultimo presieduto dal ministro della Giustizia. Dalla proclamazione della volontà di cancellare la politicità della pubblica accusa si passerebbe così ad un controllo politico, anzi governativo, dei pubblici ministeri con l' evidente possibilità di distogliere il loro sguardo da indagini che potrebbero riguardare chi è vicino alla maggioranza e di indirizzare la loro azione verso chi si muova in modo sgradito al potere. A Berlusconi la democrazia dà fastidio, e non a caso annuncia un plebiscito. Non vuole una riforma, vuole un referendum sulla "sua" riforma. Un referendum che inevitabilmente spaccherebbe il paese, e farebbe percepire la nuova architettura costituzionale come il progetto di una parte, nella quale gli altri non potrebbero riconoscersi. Dalle riforme condivise si passerebbe alle riforme "divisive". Avendo deciso di imboccare questa strada, Berlusconi ha fatto una mossa che, per chi conosce la sua attenzione per il sistema della comunicazione, era prevedibile. Si è materializzato su Facebook. Da tempo, e non solo in Italia, si sottolinea che Internet non è di per sé uno strumento di democrazia e che, anzi, proprio l' insieme delle nuove tecnologie può dare sostegno al crescente populismo. Si torna così all' interrogativo iniziale. Come contrastare questa pericolosa deriva? Contare solo sulla dialettica interna alle forze politiche, sperare nel dissenso dei finiani, cercare pontieri tra maggioranza e opposizione perché la minacciata eversione costituzionale venga ricondotta nel più ragionevole alveo della "buona manutenzione costituzionale"? Guardiamo pure in questa direzione, anche se la sconsolata ammissione del pontiere per eccellenza, Gianni Letta, riferita da Eugenio Scalfari, non autorizza alcun ottimismo. Il compito dell' opposizione si è fatto più difficile, perché non basta contrapporre una bozza Violante ad una bozza Calderoli. Bisogna contrastare Berlusconi sul terreno che lui stesso ha scelto, quello della mobilitazione dell' opinione pubblica che dovrebbe sostenere l' impresa di riforma. Ma bisogna fare un passo oltre la registrazione di questa difficoltà, mostrando a tutti che cosa sia effettivamente diventata la questione della riforma costituzionale: una sfida sul destino della democrazia italiana. Se così stanno le cose, vi è una responsabilità più ampia di quella che riguarda partiti e gruppi di opposizione. Vi è una responsabilità collettiva legata ad una cittadinanza attiva, alla necessità che tutti prendano la parola. La difesa della democrazia non è stata mai affidata a maggioranze o minoranze "silenziose". Proprio perché le tecnologie hanno fatto diventare "continua" la democrazia, continua dev' essere pure l' azione dei cittadini. E oggi il silenzio si rompe in molti modi, da quelli tradizionali a quelli che si affidano alla faccia democratica delle tecnologie, né plebiscitaria né populista. Di tutto questo bisogna parlare, per non lasciare solo il Presidente della Repubblica nella difesa della Costituzione, per scongiurare un cambiamento di regime, per non rassegnarsi al destino di spettatori. Esattamente quello che il Cavaliere vuole. - STEFANO RODOTÀ

martedì 13 aprile 2010

segnalazione/Adro

Julo mi segnala una notizia che fa bene al cuore, apparsa sull'Avvenire di oggi.

Mensa senza soldi, imprenditore salda i debiti
Nel Comune bresciano, gli amministratori avevano minacciato di non dare più da mangiare ai bimbi delle famiglie inadempienti.

BRESCIA. Una svolta, un colpo di scena - destinato a suscitare riflessioni - che può risultare decisivo per la soluzione della partita relativa alla mensa scolastica di Adro ( Brescia) dove alcuni bambini sono stati esclusi dal servizio per gli arretrati nel pagamento della rette, da parte delle famiglie. Un’iniziativa assunta dopo che l’amministrazione a guida leghista aveva spiegato di non voler coprire i debiti della struttura. Una vicenda - per la soluzione, nei giorni scorsi, sono scese in campo anche le Acli provinciali - che ha destato non poche reazioni e polemiche. Un imprenditore del Comune franciacortino ha saldato tutto il debito pregresso, versando il denaro all’associazione di genitori che gestisce la mensa a servizio della scuola elementare e materna del paese. E garantendo la copertura necessaria per tutto l’anno scolastico 2009- 2010.
L’uomo, che intende rimanere anonimo, ha spiegato il proprio gesto in una lettera diffusa alla stampa. « Sono – scrive – figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “ L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica » . Nella missiva aggiunge: ' So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio, sto con i primi.
Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione » .
L’imprenditore sottolinea, tra l’altro, di vedere « una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha meno » e che i « miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono »

Tutto il mio rispetto e la mia ammirazione a questo signore. Un VERO signore.


venerdì 9 aprile 2010

segnalazione/CARITAS

Sarà il fondo "Sostegni di Vicinanza" della Caritas a risolvere il problema della mensa scolastica per i nove bambini di Montecchio Maggiore (Vicenza). La Caritas Diocesana Vicentina ha infatti annunciato che invierà «entro le prossime 24 ore» al conto corrente bancario dell'Istituto Comprensivo 1 di Montecchio Maggiore «quanto necessario affinchè gli alunni dal servizio di refezione scolastica, abbiano nel prossimo mese il pasto garantito».

«Pare, dopo le prime sommarie informazioni, che questa deprecabile situazione non sia stata causata da irresponsabilità genitoriali», spiega la Caritas in una nota dal titolo "La dignità della vita umana, di ogni persona, non è un valore negoziabile".

«L'auspicio - prosegue la Caritas - resta che, non solo a Montecchio Maggiore, ma in ogni parte d'Italia, la comunità ecclesiale, la società civile ed i pubblici amministratori si mobilitino affinchè nessun bimbo debba essere umiliato nella sua dignità, ancor prima che nei suoi bisogni primari, a causa della precarietà economica della famiglia».

I Sostegni di Vicinanza, spiegava il Vescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia, «sono un'opportunità di prossimità nei confronti di famiglie e persone in difficoltà economica temporanea a causa della perdita, precarietà o riduzione dell'orario di lavoro e non riescono a far fronte ai propri impegni economici e finanziari rispetto a beni e servizi di prima necessità fra cui le spese scolastiche per i figli».

grazie a Juloche me lo ha segnalato e grazie alla Caritas.

e se invece...

SE INVECE CHE DI RIFORME ISTITUZIONALI LA POLITICA SI OCCUPASSE DI PRECARIETA?

Da Aprile-on line riporto il progetto per un nuovo contratto di lavoro per tutti quei giovani ( e non più giovani) attualmente abbandonati ad un mercato del lavoro prepotente e cieco (o che ci vede benissimo). Lo ha presentato un senatore del PD, Paolo Nerozzi. Io sto cercando di farmi un'idea in proposito.

Un contratto unico di ingresso per i precari; un salario minimo legale per tutti coloro che non hanno il contratto nazionale - compresi gli stagisti - prevedendo in tali casi anche forme di rivalutazione annuale delle retribuzioni, come peraltro già proposte da Ezio Tarantelli, l'economista ucciso dalle Br 25 anni fa. E' quanto prevede il disegno di legge, di cui è primo firmatario il senatore del Pd Paolo Nerozzi e sottoscritto da 47 parlamentari sull'istituzione del contratto unico di ingresso. Il testo, presentato nei giorni scorsi, è stato assegnato alla Commissione Lavoro di Palazzo Madama.
L'esame potrebbe prendere il via dopo le vacanze pasquali, mentre si attendono le modifiche al ddl lavoro che il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere, annunciate dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Il provvedimento in questione punta alla progressiva stabilizzazione dei rapporti di lavoro prevedendo sin dall'inizio la configurazione di un contratto a tempo indeterminato. Il contratto fissa però una fase di ingresso di durata non superiore ai tre anni e successivamente una fase di stabilità dello stesso rapporto di lavoro.

La proposta disciplina anche il licenziamento di quei lavoratori a tempo determinato che oggi non hanno alcuna tutela al riguardo e quindi per esempio - sottolinea lo stesso Nerozzi - neppure l'articolo 18: in caso il licenziamento avvenga nella fase di ingresso dei tre anni per motivi diversi da quello disciplinare al lavoratore viene riconosciuta la tutela obbligatoria con una indennità pari a cinque giorni per ogni mese di prestazione lavorativa; quindi, per esempio, dopo sei mesi di lavoro essa è pari ad un mese di retribuzione sino al massimo di sei mensilità dopo tre anni.
Dopo i tre anni, il ddl prevede il passaggio a tempo indeterminato.
Nel ddl - che in materia di contratto unico e salario minimo recepisce le proposte degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi - si stabilisce un "compenso orario minimo" per "tutti" i rapporti lavorativi "inclusi quelli con contenuto formativo".

Inoltre i contratti a termine diventano più costosi per i datori di lavoro, per i quali l'aliquota contributiva per l'assicurazione obbligatoria viene incrementata di un punto percentuale. Infine, ai lavoratori parasubordinati (con un rapporto autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione), con compenso sotto i 30 mila euro lordi annui, che da tali prestazioni traggano più dei due terzi del proprio reddito, viene riconosciuto il contratto unico di ingresso.

Il contratto unico di ingresso è ispirato alla proposta sul contratto unico degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi, ma è stata a sua volta firmata anche da Pietro Ichino, che ha presentato in Parlamento altri due progetti di legge sulla sperimentazione della 'flexsecurity' e sul nuovo codice del lavoro. Al momento sono 4 i progetti di legge elaborati da esponenti del Pd: ai due di Ichino e a quello di Nerozzi si aggiunge infatti il progetto di legge Madia che introduce il Cuif, il contratto unico di inserimento formativo.

- 3 ANNI PER INGRESSO. Il nuovo strumento contrattuale si candida a diventare la forma 'tipica' di prima assunzione. E' articolato in due fasi: quella di ingresso, non superiore a tre anni (meno se previsto dai contratti nazionali o dalle parti), e in una successiva fase di stabilità. Di fatto il Cui è un contratto a tempo indeterminato con tutela progressiva della stabilità pensato per le forme di lavoro 'precario'.
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- CONTRATTI A TEMPO E CO.CO.CO. Sono le uniche altre due forme di contratto ammesse, ma con restrizioni. Per i contratti a tempo determinato si indicano solo alcune fattispecie ammesse e, al di fuori di esse, si limitano ad un contenuto minimo di qualificazione e di retribuzione, e cioè sotto i 25 mila euro l'anno. Per i datori di lavoro sale dell'1% la contribuzione per l'assicurazione contro la disoccupazione. Per le collaborazioni a monocommittenza, oltre alla parificazione graduale della contribuzione a quella dei lavoratori dipendenti, si prevede che possa essere utilizzato solo per le retribuzioni sopra i 30 mila euro annui: sotto deve essere considerato un contratto unico di ingresso.

- ART.18. La protezione contro il licenziamento è crescente e legata alle fasi del contratto, ma solo per motivi economici. Nella fase di ingresso è riconosciuta un'indennità obbligatoria di licenziamento pari a 5 giorni di retribuzione per ogni mese di lavoro. Con la stabilizzazione la protezione si estende. Per entrambe le fasi resta intatta la normativa vigente per il licenziamento disciplinare o discriminatorio.

- SALARIO MINIMO LEGALE. La proposta Nerozzi punta ad introdurre la nozione di salario minimo legale per tutti, inclusi i contratti di formazione. Per farlo si rinvia ad un'intesa con le parti sociali da stipularsi entro sei mesi al ministero del Lavoro dove va individuato un compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti di lavoro, inclusi quelli con contenuto formativo. Decorso inutilmente tale termine, il compenso minimo viene stabilito su proposta del Cnel, approvata dal Consiglio dei Ministri e sentite le organizzazioni sindacali più rappresentative.

Aperture con qualche perplessità dalla Uil: "Noi riteniamo sia giunto il momento di dare regole nuove al sistema di accesso al lavoro" e, quindi, "ben venga la ridefinizione delle regole con cui si incontrano lavoratori e imprese nell'avvio del rapporto di lavoro". Il segretario confederale Guglielmo Loy, apprezza l'obiettivo di rimettere mano al tema della tutela dei lavoratori meno tutelati con un progetto di legge anche se, dice, il ddl sul contratto unico di ingresso presenta alcune indicazioni che non convincono la Uil.
In primis non convince nella proposta la bassa sanzione (l'indennità di 5 giorni per ogni mese lavorato) per le imprese che non trasformano il rapporto di lavoro. "C'è un rischio di abuso e la sanzione non è sufficiente a scongiurarlo", dice Loy, secondo il quale "la proposta Ichino era più precisa perché la sanzione, oltre che economica, era legata all'impegno alla ricollocazione del lavoratore".
"Ci sembra inoltre debole il ruolo della contrattazione: ignorarla è un errore, come dimostra la vicenda dell'arbitrato. E non sempre - sostiene Loy - il Parlamento è in grado di sollecitare quel dibattito necessario a scrivere norme sul lavoro".
"E' però importante che se ne discuta, altrimenti si continua con la strada intrapresa fino ad ora, in cui il soggetto debole resta sempre il lavoratore. Mi riferisco - conclude - al proliferare dei voucher, che rischia di abbassare le tutele, e ai contratti di collaborazione, per i quali non c'è stata una alcuna stretta. Speriamo, quindi, che la presentazione del ddl acceleri l'avvio di una discussione".

Secca la replica di Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del Pd: "La proposta del senatore Nerozzi ed altri, come altre proposte presentate alla Camera e al Senato da parlamentari del Partito Democratico, vanno nella direzione di superare la inaccettabile precarietà del mercato del lavoro italiano. L'articolo 18 non viene toccato. Dopo la bocciatura del collegato lavoro da parte del presidente Napolitano, i consiglieri del ministro Sacconi tentano con ogni mezzo di depistare l'attenzione dell'opinione pubblica e dei lavoratori dalla controriforma del diritto del lavoro in atto ormai da due anni".


giovedì 8 aprile 2010

fate schifo

20 marzo- A Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza, il sindaco leghista Milena Cecchetto mette a bottiglietta di acqua e panino 8 bambini (due italiani e quattro stranieri) della scuola elementare e materna i cui genitori non riescono a pagare la mensa. La chiama riduzione del pasto. Agli altri infatti vengono frattanto serviti la pasta al sugo, la fettina, la verdura cotta e un frutto.

7 aprile- Ad Adro provincia di Brescia invece il sindaco leghista Oscar Lancini ha stabilito che bambini i cui genitori non hanno provveduto a pagare la mensa (una quarantina, in maggioranza stranieri) vengano allontanati dalla scuola durante l'orario di mensa, mentre i loro compagni si siedono a tavola.

No, non ce l'ho con i due sindaci -i cui nomi peraltro voglio imparare a memoria e riscrivo qui MILENA CECCHETTO e OSCAR LANCINI- che hanno preso questi provvedimenti. Sono solo DUE persone. È normale incontrare almeno DUE PERSONE imbecilli e malvage in due paesi.

Io mi indigno perché non vedo scendere in piazza infuriati gli abitanti dei due paesi, quelli i cui bambini mangiano tranquillamente in mensa; mi indigno perché tacciono, perché non gridano sulla piazza del loro paese che NO, LORO NON SONO D'ACCORDO, CHE LORO SI DISSOCIANO.

Montecchio Maggiore ha 23.824 abitanti. Adro ha 6.416 abitanti. Fa 30.240. Togliamo le famiglie dei bambini insolventi, qualche vecchio allettato, qualche invalido, i neonati, restano almeno 30.000 cittadini che con il loro silenzio si rendono complici di questi atti vuoti di intelligenza ed elementare umanità. Pieni invece dei miasmi più turpi che si possano immaginare.

Ecco, sono loro, quei 30.000 cittadini che mi fanno davvero schifo.

Non ho nessun altro modo per dirglielo, tranne che scriverlo qui.

E qui lo scrivo: CITTADINI DI MONTECCHIO MAGGIORE E ADRO MI FATE SCHIFO.

martedì 6 aprile 2010

L'Aquila e Anna-L'Aquila è Anna

DAL BLOG MISSKAPPA.BLOGSPOT.COM DI ANNA


MARTEDÌ 31 MARZO 2009

Terremoto

Sono tre mesi che a L'Aquila la terra trema. Quasi trecento scosse. Ieri alle 15,38 c'è stata quella fortissima. Panico in tutta la città. A seguire, altre quattro abbastanza intense. E stamani alle 8 un'altra ancora. Io ho dormito in auto. Sono terrorizzata.
A presto. Spero.

Così scriveva Anna il 31 marzo del 2009, solo cinque giorni prima del terremoto che ha colpito il territorio de L'Aquila.
Chiamava "fortissima" la scossa del 30 notte. Delle scosse che non la facevano dormire, delle notti passate in macchina per lo spavento ci aveva parlato più volte nel corso degli ultimi mesi. Intanto la stampa, in minuscoli trafiletti, ci riferiva che non c'era da preoccuparsi. Nei nostri commenti al suo post noi le dicevamo di essere vicini al suo terrore ma di farsi coraggio perché non sarebbe accaduto nulla di veramente grave. Scrivevamo anche di non saperne niente dalla stampa e per questo forse ci sentivamo tranquilli. Ma Anna non si sentiva affatto tranquilla, dormiva in macchina con delle coperte, la sua casa aveva riportato delle lesioni ma fu dichiarata ancora agibile.La protezione civile rassicurò la popolazione che, continuamente colpita dalle frequenti scosse, era spaventata e psicologicamente provata.
Poi venne la notte tra il 5 e il 6 aprile e alle 03.32 il terremoto devastò quelle terre. Così scrisse Anna alle 11.09 del 6 aprile.

LUNEDÌ 6 APRILE 2009

AGGIORNAMENTI

Ciao a tutti!!
Sto bene, non vi preoccupate. Il terremoto ha distrutto diverse case ma noi stiamo bene.
Per ora non ho il computer a disposizione ma appena mi sarà possibile vi aggiornerò.
Un bacio a tutti quanti.
Anna
Io l'avevo sentita alle 4 del mattino e la sua voce forte mi disse queste parole: "Abbiamo perso tutto, marina, ma siamo vivi". Al momento niente altro importava.
Nelle prime ore, di fronte alla distruzione e tra l' angoscia per i morti, Anna ipotizzò cifre che poi si rivelarono errate. Gliene fu fatta una colpa. Io non mi sono mai trovata in mezzo alle macerie della mia città ma mi sembrò del tutto naturale che le mille voci di lutto che si alzavano da quella città e da quei paesi moltiplicassero fino a mille i morti.
Poi ci dissero che i morti erano SOLO 308.
Da allora Anna, tra mille difficoltà, ci ha raccontato i tormenti della sua terra. Il dolore, la distruzione, lo spavento, il freddo e il pianto, le mille necessità, i malanni e i bisogni e quella strana forza che dà il sentirsi ancora vivi. E gli sforzi, la fatica, i tentativi di ripresa, i piccoli segni di speranza, e le proteste e le battaglie e gli inganni.
Ha messo sul suo blog foto, filmati, documenti, interviste, lettere al sindaco, ma soprattutto ha messo se stessa, nome, cognome, indirizzo (quello che aveva una volta!) e numero di telefono e si è raccontata: con i momenti di forza e quelli di stanchezza, con la voglia di farcela e con lo scoramento, con la rabbia e con la gratitudine. E con l'impossibilità a separarsi dalla sua città e il bisogno di restare stretta alla gente che divideva con lei quella esperienza.
Per la sua sincerità e per il suo lavoro di semplice testimone di quello che le accadeva intorno Anna è stata attaccata in mille modi. È stata offesa, insultata, sospettata, derisa, accusata, fraintesa. Ma in tanti, tantissimi, hanno riconosciuto la sua sincerità e l'autenticità delle sue denunce e le sono stati vicini e hanno preso a seguire il suo blog, voce vera tra tante voci corali. Attraverso la sua voce ho imparato ad amare L'Aquila e la sua gente, a considerare quella città anche mia, a sentire che la sua sorte, il suo futuro mi sta veramente a cuore.
Io credo che Anna rappresenti la capacità di non rassegnarsi, di non lasciarsi andare, di lottare, di guardare avanti, senza nessuna retorica, tra gli alti e i bassi imposti da condizioni come quelle in cui lei si è trovata e ancora si trova a vivere (condizioni che non so, non posso immaginare DAVVERO) . Il dono che ci ha fatto Anna e che ci fa ogni giorno da un anno non è di quelli che si possono ricambiare. Io voglio ringraziarla e augurarle tutto quello che posso augurare a lei e alla sua terra.
Voglio chiudere ancora con la sua voce.
Ha scritto Anna il 19 maggio del 2009:


Vorrei

Vorrei che questo blog diventasse un messaggio di speranza per tutti, soprattutto per gli Aquilani. Vorrei monitorare la mia rinascita, anche se so che sarà lenta e dolorosa. E faticosa. Vorrei mostrare a tutti che si può provare a ricostruire. Partendo da noi stessi. Mai dimenticando gli altri. Soprattutto i più deboli. Vorrei mostrare i miei piccoli passi incontro alla nuova vita. Vorrei creare un punto di aggregazione dove poter riprendere a volare......

Il desiderio di Anna è una realtà. Il suo blog è davvero un messaggio di speranza per tutti.
Grazie Anna.

giovedì 18 marzo 2010

la voce di Joy

Il CIE (Centro di Identificazione e Espulsione) di Ponte Galeria-Roma


Joy è la ragazza nigeriana che nel luglio del 2009 dichiarò che un ispettore di polizia aveva tentato di stuprarla mentre si trovava rinchiusa nel CIE di via Corelli a Milano. La sua compagna di stanza, Hellen, la aiutò a respingere l'uomo. Ad agosto nel CIE scoppiò una rivolta di tutti i detenuti contro le disumane condizioni di vita. Sono stati arrestati nove uomini e cinque donne tra cui Joy ed Hellen. Dopo sei mesi di carcere Joy è stata trasferita al CIE di Roma, Ponte Galeria. Joy ha presentato regolare denuncia per tentato stupro e interrogata ha riconosciuto il poliziotto. Ma è stata accusata di calunnia e, dopo sei mesi di carcere, vogliono rimpatriarla.
In queste ore attivisti stanno manifestando di fronte all'ambasciata nigeriana perché l'espulsione di Joy, che attende giustizia dalla legge italiana, venga fermata.

Su Radio-cane Joy racconta la sua storia

mercoledì 17 marzo 2010

guardare dove si mettono i piedi

Berlino- Bebelplatz. Una lastra di vetro protegge una stanza interrata, le pareti coperte di scaffali vuoti. È una biblioteca ma i libri non ci sono. Dove sono finiti i libri? In fumo. Al rogo.
La lastra, opera dello scultore israeliano Micha Ullman, sorge lì dove nel maggio del 1933 avvenne il grande rogo in cui i nazisti bruciarono oltre 25.000 libri ritenuti pericolosi.
La lastra è luminosa di notte e di giorno riflette il cielo.
Credo che quel vetro ci dica anche quanto sia fragile il confine tra la barbarie e la civiltà.







Io sapevo della targa sulla piazza con la famosa citazione di Heinrich Heine: « Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone » ma non avevo mai visto la stanza sotterranea. L'ho scoperta da poco e ci tengo a mostrarla.

Noi umani abbiamo continuamente bisogno di richiami per la nostra memoria, per questo innalziamo monumenti. In genere ai monumenti si alza lo sguardo. Qui invece lo sguardo si abbassa. Potremmo dire che si deve guardare dove si mettono i piedi.

Proprio come le pietre di inciampo, le stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig.
Da decenni le va installando sui marciapiede di fronte alle casa di uno o più deportati. Sono sanpietrini classici che si distinguono solo perché la loro superficie superiore è di ottone e porta inciso nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione.
Il 28 gennaio scorso, giorno della memoria, ne ha installate trenta a Roma, in diversi punti della città da cui furono prelevati deportati.
Alcune di queste, solo un mese dopo, erano già state imbrattate di vernice nera da ignoti di cui si sa tutto.
La storia insegna?