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giovedì 29 marzo 2012

Addio a Vigor Bovolenta

Vigor Bovolenta 1974-2012

Un ultimo balzo e un giovane uomo, un grande campione non c'è più.
Ciao, Vigor


domenica 28 marzo 2010

e se fosse?


Ieri, sabato, Roma-Inter 2-1. Gran bella soddisfazione.

Oggi si va a votare. E se questo fosse il fine settimana delle vittorie insperate e finisse Bonino-Polverini 1-0?


giovedì 18 settembre 2008

remake/tennis/ uno

Ristabilitami, ho ripreso a girare per blog. E, gira che ti rigira, sono capitata sul blog di marckuck, dove ogni tanto mi soffermo e ho trovato un post dove il tennis viene definito "metafora della vita". Mi sono ricordata così di aver dedicato al tennis, come metafora della vita, tre post lo scorso anno, quando il mio blog era ai suoi primi giorni di vita e aveva solo lettori di famiglia.
Rilettili, li ho trovati simpatici e ho deciso di riproporli. Non per pigrizia (che pure, grazie a Dio, non mi manca), ma per sottoporli ad un giudizio più ampio.

Eccoli in fila.


C’è stato un periodo in cui sostituivo la vita con il tennis. Per ore ed ore di giorni e giorni, per mesi e mesi di anni ed anni, solo osservando sullo schermo una partita di tennis dopo l’altra, sentivo in me un piccolo accenno di vitalità e nello stesso tempo la calma che solo una rappresentazione perfetta della realtà ci dà.
Per ogni sport troverete qualcuno pronto a giurare che è come la vita. Bhe, io sono di quelli che giurano sul tennis.
E posso dimostrarlo.

Il campo. Le sue misure precise, fisse, segnate da righe continuamente ritracciate.
Anche la vita è così. Si gioca tutta su un campo che non possiamo modificare. Non ampliarlo, dandoci più spazio, né ridurlo, rendendolo meno vertiginoso. E i confini, come le righe, se tentiamo di cancellarli, subito vengono ristabiliti.
E’ bene che i limiti ci siano, è bene che la vita si muova tra pochi, chiari, noti confini: c’è un tempo per apprendere, un tempo per sognare, un tempo per amare e per dare la vita, c’è un tempo per riflettere e riposare, c’è un tempo per invecchiare, e c’è la linea di out....

E c’è una rete. E’ verde, morbida ma ferma. Divide il noi dagli altri. Sta lì e ci insegna che non ci sarà mai nessun altro con cui potremo confonderci, che nessuna unità mai sarà totale e possibile. L’unità è durata pochi mesi, i pochi del misterioso processo della nostra formazione, poi ci hanno chiamati in campo. E da allora, sulla sua parte di campo, ognuno di noi è solo, e deve giocare la sua partita.

C’è un giudice di sedia ed è seduto in alto. Non sempre siamo proprio sicuri che ci sia. Infatti il giudice di sedia dovrebbe essere giusto, equanime, imparziale. Ma non lo è: sbaglia, si corregge, finge di non vedere, talvolta davvero è cieco. E allora i giocatori si impuntano, lo chiamano giù, venga a vedere perbacco, venga...
Di fronte al giudice di sedia i giocatori hanno comportamenti diversi. Alcuni lo ricoprono di contumelie, altri gli si ribellano, molti piegano la testa anche di fronte alla ingiustizia più smaccata. Alcuni si arbitrano da soli.

C’è una palla. Più pesante, meno pesante, più lenta, più veloce.
Continuamente ce la tirano contro. Noi la respingiamo, facciamo corse pazzesche per prenderla e rimandarla dall’altra parte, ma la palla ci torna indietro, ci torna sempre indietro..
E’ vero che ogni tanto riusciamo ad assestarle un colpo così forte o così veloce o così preciso che la palla non ritorna e noi tiriamo il fiato. Ma per qualcun altro, di là dalla rete, la palla invece è ritornata.

C’è il punteggio. Il punteggio è complicato, forse astruso, ma i giocatori lo conoscono perfettamente. E con quel punteggio imparano a misurarsi.
Sei a zero. E’ la vergogna. Non succede tutti i giorni ma può succedere e basta questo per rendere il gioco pericoloso e crudele. Proprio come la vita. Anche la vita può rifilarci un sei a zero.

Continua.....

remake/tennis/due

Nel tennis c’è una strategia. La partita si prepara. Si studia l’avversario del momento e si decide l’impostazione del gioco.
Questo lo faccio correre, ha poco fiato, ha preso peso, ha fatto troppi tornei..
A questo la palla gliela mando destra-sinistra-destra, la corsa laterale, con veloci cambiamenti di direzione, lo destabilizza.
Quest’altro è potente ma poco pronto. Lo prenderò di sorpresa. Fingo un diritto e lo chiamo a rete con una corta volée, perché correre in avanti lo tramortisca..
Questo si fa distrarre, deconcentrare. E non è abbastanza cattivo. M’invento un malanno. Chiedo di essere medicato. Prendo tempo. Lui intanto non sa cosa fare. Cerca di mantenersi attento ma piano piano si allontana dal cuore della partita. Io torno in campo saltellante. E’ fatta. Credermi infortunato lo ha perduto.
Oggi invece mi sento leggero eppure fermo e il mio sguardo è acuto e preciso. Tento il lob e la palla si inarca alta verso il cielo e il mio avversario la vede passare sopra la sua testa, abbozza appena un gesto ma capisce che non potrà mai raggiungerla e allora si ferma rassegnato o fremente di rabbia..
E la palla perfetta, tesa e morbida insieme, precisa, esatta al millimetro, elegante e strafottente, dopo il suo arco perfetto ricade morbidamente, appena prima della riga bianca...
Anche a noi succede talvolta il miracolo di un lob perfetto, elegantemente lasciamo fermo il nostro contendente, senza sforzo, per un attimo voliamo più in alto di lui...


Sul campo c’è sudore e fatica. Paura, ansia, incertezza. Ogni tanto si sputa in terra perché l’ansia fa salivare o si beve, perché la stessa ansia secca la gola..
Tra avversari ci si insulta, o si fingono gesti cavallereschi. Ma quando ci si passa accanto al cambio di campo non ci si guarda neppure. Non è quello che facciamo sempre? Ognuno di noi passa accanto all’altro senza guardarlo, pensando solo alla prossima mossa. Ci rifiutiamo di guardarlo per tema di dover riconoscere che è come noi, incerto, timoroso, stanco.

C’è un pubblico che guarda la partita e appassionatamente tifa per l’uno o l’altro giocatore. Il pubblico è crudele. E noi che giochiamo la nostra partita sappiamo che il pubblico ci guarda, come i giocatori sanno che quel pubblico che li guarda, ne vuole uno umiliato. E grida e si agita e ci esorta e talvolta ci insulta. Dobbiamo vincere, non importa se siamo stanchi e se il nostro avversario ne ha più di noi. Dobbiamo vincere.
Quando vorremmo darci per vinti, ci arriva ancora l’ultimo grido del nostro appassionato sostenitore e comprendiamo che finché non saremo stati umiliati del tutto, dovremo continuare a giocare.


Non è possibile giocare la nostra partita tranquilli, in una zona d’ombra del campo. Non ci sono zone d’ombra sul campo. Quando verso il tramonto le ombre cominciano ad allungarsi su una parte del terreno di gioco, ogni giocatore sa che al cambio di campo dovrà tornare dalla parte assolata. E quando quell’ombra invece di recare sollievo mette in difficoltà, fa strani giochi, crea false distanze, nasconde per brevi istanti la palla, in quell’ombra brevemente evitata, il giocatore sa che dovrà tra poco rientrare.


Ci si mette una tenuta per giocare. Qualche giocatore cerca la più accattivante, la più originale, la più elettrizzante per il pubblico, inventa piccoli particolari personali, tenta di distinguersi. Un braghettone largo e lungo, un vestitino come una pelle luccicante, un piccolo congegno per accogliere la palla di riserva, il gonnellino leopardato, un buffo berretto con una strana visiera posteriore...Qualche giocatore cerca solo la tenuta più comoda e confacente, ma se non è davvero un fuoriclasse, presto nessuno si ricorderà di lui.
Continua......

remake/tennis/fine

Al tennis si gioca con una racchetta. Una racchetta è tutto quello che i giocatori hanno. Scendono in campo impugnando la loro racchetta e il gioco ha inizio. La racchetta è importante. 
I giocatori ne portano due, tre, anche quattro con sé. Sono avvolte nel cellophane, lustre, brillanti e meritevoli di ogni cura. Il giocatore e la sua racchetta sono in continuo dialogo. Il giocatore la sbatte in terra, se la dà sui piedi, la lancia in alto e non si sa mai se la riprenderà o se la lascerà cadere per punizione. La racchetta infatti è sempre colpevole. Il giocatore talvolta la guarda perplesso: cosa fa questa racchetta dei miei tiri? Li devia? Mi si ribella? Talvolta, ma raramente il giocatore la bacia, riconoscendo che lo ha servito bene, ma più spesso, con una piccola corsa improvvisa, la getta nel suo angolo e ne cerca affannosamente un’altra per sostituirla. La prova con brevi colpetti del palmo della mano, ne misura la tensione. Ne scarta una, due, prima di trovare quella che va bene per quel particolare momento dell’incontro. Giocatori particolarmente precisi, maniacalmente la cambiano quando in campo si cambia la palla, sfibrata nel susseguirsi dei giochi. 
I giocatori sembrano credere che la racchetta da sola possa fare il gioco, dimentichi che sono loro ad impugnarla, a dirigerla, a comandarla. Ma l’alibi racchetta funziona. Ma che racchetta mi ha dato la vita? Perchè non mi riesce un colpo?





Il campo di gioco, sempre uguale nelle dimensioni e nella geometria può variare nel suo fondo. Il giocatore non può scegliere su quale fondo giocare. Ogni torneo ha il suo e il giocatore si deve adattare.Se la terra è rossa il giocatore sa che dovrà correre molto, molto sudare, avere molta pazienza e molta resistenza. Ma se il fondo è di un impasto verde o azzurro di cemento, il giocatore sa che deve essere molto rapido, che il tempo per scegliere il colpo si riduce pericolosamente. Alcuni giocatori lo preferiscono. Puntano tutto sulla loro prontezza, si gettano nell’attacco veloce, tentano il colpo risolutivo. 
Anche alcuni di noi lo preferiscono. Non sempre abbiamo voglia di tessere tele e faticosamente portarle a compimento. 
Altri di noi invece preferiscono vedere il proprio avversario correre e sudare, mentre loro stessi corrono e sudano, perchè il punto vinto in questo modo sembra pesare di più sulle spalle dell’avversario e il piacere della vittoria così rinviato, diviene più intenso.
Talvolta, ma raramente, il campo è di erba verde. Allora il gioco cambia del tutto. A questo gioco non tutti sanno giocare.
Ci sono giocatori che evitano quell’erba verde. Altri più audaci o sconsiderati pur sapendo di non essere fatti per quel piccolo scivoloso gioiello, ci si buttano dentro perchè la sfida, la temerarietà li tenta come un amore.
Quando inizia il torneo l’erba è intatta, verde, brillante, fresca. I giocatori scivolano, si rialzano e ripartono e l’erba si consuma, il manto si assottiglia. I bei gonnellini bianche delle ragazze si sporcano di verde. Intanto la stagione avanza e il caldo si fa sentire. L’erba pian piano si secca e sul prato verde si formano macchie sempre più ampie di giallo e marrone e la terra, nuda, arsa, farinosa appare. Il prato verde era un’illusione. Le ultime partite si giocano con più lentezza, con meno brio, i colpi si fanno più crudeli ma meno fantasiosi. La terra torna a comandare. 




Ognuno scende in campo con il proprio corredo personale. Cerca di premunirsi contro tutti i possibili imprevisti. Si equipaggia al meglio. Qualcosa per la sete, qualcosa per il calo di zuccheri, qualcosa per la fame. Tutti noi tentiamo sempre di premunirci, ci equipaggiamo, tentiamo di presentarci alla nostra partita con il massimo di presìdi. Ma il caso spesso ci inganna. Un giocatore si sente bruciare gli occhi ma il collirio sotto mano non c’è. Una giocatrice infastidita dal polline inizia a lacrimare. Si soffia più volte il naso, ma i fazzolettini non bastano.I giocatori si guardano intorno irritati. Il piano perfetto, la perfetta organizzazione dunque è fallace? 



I giocatori portano con sè anche diverse magliette. Un sospiro passa tra il pubblico femminile quando il giocatore si toglie quella sudata per indossarne una fresca. Il giocatore non indugia, il fascino dell’operazione risiede nella sua velocità, nell’apparire e sparire del bel torace nudo, con i suoi muscoli appropriati ben visibili. In quei brevi momenti la sua gioventù e la sua bellezza illudono tutti gli spettatori. 
Le ragazze invece non si spogliano in campo. E’ severamente vietato. Si suppone che sia maggiore il potere del corpo femminile di scatenare desiderio nel pubblico, che sia addirittura irrisistibile. Se una giocatrice rapidamente si togliesse la maglietta restando con il suo reggiseno a fascia, così costrittivo sui giovani seni, scoppierebbero tafferugli, si assisterebbe a scene di disgustosa lussuria.
Così le ragazze restano in campo nelle loro magliette intrise di sudore, sempre più appiccicate al corpo, che diventano quasi trasparenti con un incredibile effetto nudo. Ma i tafferugli sono evitati. Oppure le ragazze lasciano il campo stillando sudore e dopo brevi momenti rientrano fresche e si suppone profumate, così fresche, così profumate, così pulite, così innocenti......
La vera discriminazione naturalmente è nei confronti del pubblico maschile, cui è negato quel piccolo brivido di piacere che invece le signore si godono fino in fondo, al cambio di maglietta dei giocatori. 




La partita finisce. C’è un vincitore. C’è un vinto. I giocatori si avvicinano alla rete e al di sopra si stringono la mano. Talvolta il perdente riesce a sorridere. Se sono due donne spesso si baciano. Il conflitto è stato aspro, la durezza della battaglia le ha spaventate, sentono il bisogno di rassicurarsi a vicenda: non è successo niente, tu hai vinto ma io ti perdono, tu hai perso ma io quasi non volevo. Non siamo veramente nemiche e neppure crudeli. 
Gli uomini vittoriosi danno pacche di incoraggiamento al perdente, c’è orgoglio e insieme cameratesco riconoscimento. Sì ho vinto, bhe era naturale che andasse così. Sì ho perso ma ci rincontreremo.Il vincitore con gli occhi è già al pubblico che in piedi applaude. Il vinto si lascia cadere sulla sua sedia. Tenta di riordinare le idee mentre la telecamera gli fruga l’anima. Talvolta la ragazza che ha perso piange, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo perso nel vuoto. 
Talvolta nasconde la testa nell’asciugamano di spugna. Nasconde il suo dolore e la sua vergogna.
Più spesso è la vincente che, svuotata di ogni energia, si abbandona sulla sedia, la racchetta ai suoi piedi e con gli occhi guarda senza vederlo il pubblico, il campo, il cielo...
I giocatori dovrebbero uscire insieme dal campo come insieme sono entrati, ma capita che chi ha perso, indispettito o umiliato, non sopporti l’attesa dei tempi di riordino del vincitore e abbandoni il campo alla svelta. Oppure capita che la vincente si lasci rapire dai giornalisti, si dimentichi dell ‘avversaria sconfitta e la lasci lì sola sul campo.
Anche gli uomini piangono, ma solo quando hanno vinto. Perchè la forza che l’uomo ha espresso con la vittoria può essere ingentilita dal breve pianto, ma la sconfitta che lo ha umiliato deve essere affrontata virilmente, con una faccia fiera e possibilmente concentrata. 





La vittoria non è mai certa. Può sembrare vicinissima, praticamente già saldamente in pugno di uno dei giocatori, eppure sfuggirgli all’ultimo momento. 
Spesso la partita sembra terminata, vittoria e sconfitta già assegnate, quando un colpo, uno solo, rimette tutto in forse. E la partita già finita ricomincia. 
Quante volte nella vita ci sembra di aver raggiunto il porto, di poter rimettere i remi in barca e poi un vento improvviso ci risospinge al largo, ci allontana dalla riva..
Anche il giocatore che aveva quasi vinto sente il vento cambiare, rabbrividisce di apprensione, si dà colpetti nervosi di incoraggiamento alle gambe, saltella, richiamandosi ad una vivacità che già credeva di potersi risparmiare. E intanto scuote la testa, tentando di scacciare il fantasma di quella vittoria quasi afferrata e ormai lontana. Spesso smette di crederci, si lascia battere stancamente, vuole solo allontanarsi. E l’altro, già rassegnato alla sconfitta, improvvisamente sente le energie tornargli, fa segno di sì con la testa, sì è così che deve andare, sì adesso sarà tutta un’altra partita, sarà la sua partita....


Quando la convinzione dei giocatori vacilla il pubblico, per amore del suo campione, che non esclude una entusiasta mancanza di pietà, lo incita ancora, lo esorta in ogni modo, lo incalza con frasi di incoraggiamento che lo logorano ancora di più. Si intuisce che il giocatore vorrebbe fuggire, che scaglierebbe volentieri la racchetta tra il pubblico e lascerebbe il campo. E invece deve ringraziare e rassicurare i suoi sostenitori. Sì, ce la metterò tutta, no, non mi arrenderò.
Raramente si ribella al massacro che i suoi fans vogliono fare di lui, ma quando lo fa momenti di irresistibile comicità si vivono sul campo. 
In un incontro spettacolarmente faticoso e lungo oltre ogni limite, ormai ombre lunghe sul campo e il giudice stravaccato sulla sua sedia, dal pubblico arrivò il grido di un sostenitore. “Credici!” e l’ineffabile giocatore, un francese famoso per la sua indomabile resistenza ma anche per il suo caratterre vivace, di rimando: "io ci credo, tu vieni a giocarla".



Quanti sono ad incoraggiarci nella nostra partita! Devi avere fiducia, puoi farcela! sei forte, battiti ancora, non arrenderti! Devi credere in te! 
Vien voglia di rispondere come quel giocatore: d’accordo, io crederò in me, ma tu battiti al posto mio.

giovedì 19 giugno 2008

scritto a tempo perso

A me piace molto il gioco del calcio (che bip mi perdoni). E seguo, ovviamente, la nostra Nazionale.
L'altra sera sono stata particolarmente contenta per la vittoria sulla Francia (conti aperti tra me ed i francesi).
Poco dopo la partita per le strade di Roma è scattato il "tutti fuori!" e si è cominciato a festeggiare. Francamente mi è parso un tantino esagerato. Sia perché nessuna titanica impresa era stata compiuta, sia perché questo orgoglio nazionale risorgente solo intorno ai nostri eroi "pedestri" è un po' limitativo. E ho pensato che mi piacerebbe se scendessimo nelle strade quando qualche nostro connazionale si segnala per qualche successo autentico, in campi differenti dal gioco del calcio.
Mi piacerebbe vivere in un paese in cui, all'annuncio dell'assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo, gente felice ed orgogliosa si fosse riversata per le strade per festeggiare.

martedì 20 maggio 2008

rieccomi tra voi...

E torno con un ricordo.

Arriveranno a giorni gli operai per la ristrutturazione di un piccolo appartamento adiacente al mio, che negli anni era diventato per me una specie di cantina, in cui ammassavo tutto quello che non trovava posto in casa.
Sto quindi provvedendo a liberarlo. E trovo un po’ di tutto.Tra le altre cose due tamburelli degli anni ’30.
Appartevano a mio padre che ci giocava sulla sabbia di Ostia con mia madre, quando erano ragazzi.
Sono in ottimo stato e mandano quel suono straordinario che produce la palla di cuoio quando colpisce la pelle tesa sul cerchio di legno. So che ora li fanno in materiale sintetico e sono molto più leggeri, e che la palla è diventata di gomma; ma il suono non è più lo stesso e a me non piace.
Con i tamburelli di mio padre ho poi giocato anche io. Sport molto popolare una volta, e molto divertente. Aveva le sue regole, ma nel complesso, forse perché per lo più si giocava sulla spiaggia, era un gioco molto libero. Era bello tuffarsi sulla sabbia, capriolare per prendere la palla prima che il tiro si spegnesse, saltare per raggiungerla in cielo. E sempre quel suono esatto, fondo, ma vivo, della palla sulla pelle tesa.
Quando si andava avanti in sequele lunghissime senza che la palla cadesse ad uno dei due giocatori, il suono ripetuto diveniva quasi ipnotico, si entrava in una specie di trance, e gli occhi non abbandonavano la palla come se anch’essi volessero tenerla sollevata da terra.
E quando si aspettava la battuta, a gambe larghe e salde sulla sabbia, i piedi che si erano creati un affossamento solido, pronti allo scatto, tutto il corpo si sentiva bene.

Che cosa rimpiangiamo della nostra gioventù?
Davvero la rimpiangiamo intera?
Non ne sono sicura.
Ma rimpiango sì, quando giocavo a tamburello con mio padre, sulla spiaggia di Ostia, allora quasi deserta, e il mare era pulito ma fragoroso (la diga in scogli ancora non era stata fatta) e mio padre gridava: Attenta, batto! E io sistemavo la mia posizione e mentre mi arrivavano gli schizzi salati, gridavo a mia volta: Che aspetti? Batti!

domenica 18 maggio 2008

grazie, Roma


Il campionato è finito. Vincitore ufficiale l'Inter.
Ma, a cuore aperto, debbo dirvi che io mi sento un po' più vincitrice di loro.
Per questo voglio ringraziare la mia squadra: essere arrivata dove è arrivata, malgrado tutto, (e chi segue il calcio sa di che cosa parlo quando dico "malgrado tutto"), è un risultato straordinario.
Perciò: grazie, Roma.



Per quelli che invece il calcio non lo seguono o addirittura lo hanno in odio ecco qui la poesia di un grande poeta che al calcio ne ha dedicate più d'una.

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all'altra parte vi volgete, a quella
che più nera s'accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia,
e all'erta spia.

Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per pococ ,he importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'era razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

Umberto Saba

martedì 12 febbraio 2008

scalatori verso il cielo



Eravamo seduti a tavola. Mio padre, mia madre e noi tre sorelle. La radio era accesa. Sulla tovaglia bianca batteva il sole. C’era ancora l’aria delle feste appena trascorse. Era il 2 gennaio del 1960.
Partì la sigla del Giornale Radio e mi portò la notizia della morte di Fausto Coppi.
Io seguivo il ciclismo con passione. E amavo Fausto Coppi come si amano solo i campioni. Lui poi era un campione speciale. Il viso irregolare, lo sguardo schivo, con una vena di malinconia, silenzioso, paziente, con un sorriso che lo illuminava e subito scompariva. Ma aveva avuto quella straordinaria tenacia e quella determinazione nell’amare. Tra i suoi tifosi la Dama Bianca era odiata. Non da me. Lei lo amava, lo faceva manifestamente felice: aveva tutta la mia simpatia.
Quel giorno davanti a me avevo una scodella di brodo con i cappelletti fatti in casa da mia madre e mentre il giornalista parlava, nel silenzio attento che si era fatto intorno alla tavola, senza che neanche me ne accorgessi, le lacrime si aggiunsero al brodo.
Ricordo perfettamente il momento in cui restai come sospesa tra l’incredulità e la consapevolezza, e quello in cui la verità divenne solida e non potei sfuggirle.
Sì, ho pianto per la morte di Fausto Coppi. E non me ne vergogno.



Ero seduta in poltrona davanti alla televisione e giravo senza troppa convinzione in cerca di qualche cosa da seguire. Era il 14 febbraio del 2004. Passai su Sport sera proprio mentre scorrevano le immagini di Marco Pantani che si arrampicava, come in trance, sull’Alpe d’Huez. Intanto una voce diceva: Marco Pantani è stato trovato morto questa sera in un residence di Rimini. Come un lampo nella mia mente passò una frase: “Maledetti!” e subito dopo mi commossi. Non ho veramente pianto, ma ci sono andata molto vicina. E non me ne vergogno.




Tra Fausto Coppi e Marco Pantani per me c’è stato solo Charly Gaul.
Perché sono gli scalatori che io amo, uccellini di acciaio, con i loro corpi tutti d’ossa, e muscoli nervosi, che si curvano nell’arrampicata come sotto il peso della terra intera e la portano su, sempre più su...

Della morte di Charly Gaul lessi sul giornale, un articolo in quarta di sport. Era scomparso piano piano. Divenuto sempre più selvatico, viveva isolato in una foresta, depresso, dedito al bere.
L’ultima foto che ricordo di lui è ai funerali di Marco Pantani. Dicevano che Marco ne era l’erede. Ha ereditato anche il dolore.

E’ un po’ per tutte queste ragioni che mi sono precipitata a leggere il libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”.
Brunel è un giornalista de L’Equipe, un giornalista serio e non scandalistico.
Per due anni ha condotto un’ inchiesta sulla fine di Marco Pantani interrogando tutti i protagonisti e i comprimari di questa vicenda. I Carabinieri, il personale del residence dove Pantani fu trovato morto, i familiari, gli amici, il Giudice Istruttore, il medico legale, i compagni di squadra, la manager...Ha seguito il processo agli spacciatori che rifornivano Marco Pantani di cocaina e ha letto tutti gli atti. Un lavoro enorme, al termine del quale avanza l’ipotesi che Pantani sia stato ucciso.
Addita tutte le incredibili lacune dell’inchiesta, le contraddizioni delle testimonianze, le omissioni di esami di routine, e quel buco di dieci ore nell’ultimo giorno di vita di Marco, in cui nessuno sa dove fosse né cosa fece, né chi incontrò.

Subito dopo la morte di Pantani, quando cominciarono ad uscire particolari delle condizioni in cui era stato ritrovato, mi venne spontaneo pensare che qualcuno lo avesse ridotto così. Adesso questa inchiesta rigorosa aggiunge elementi seri ai miei dubbi ingenui e dettati forse dall'affetto. In ogni caso, Pantani come Gaul e Coppi, per me stanno ancora arrampicando, ognuno con la sua postura speciale, il suo passo unico. Al comando? Beh, al comando c'è "un uomo solo; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi."

domenica 6 gennaio 2008

aspettando Totti

Causa astinenza da partita di pallone (faccio parte della vituperevole categoria italiana dei tifosi di calcio), questa mattina vi presento un piccolo florilegio di poeti che sono stati ispirati da questo gioco velenoso e indiscutibile.


GIORGIO CAPRONI

Considerazione

Il sesso. La partita
domenicale.
La vita
così è risolta.
Resta
(miseria d'una sorte!)
da risolver la morte.




SANDRO PENNA

La festa verso l'imbrunire vado
in direzione opposta della folla
che allegra e svelta sorte dallo stadio.
Io non guardo nessuno e guardo tutti.
Un sorriso raccolgo ogni tanto.
Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.
Allora di morire mi dispiace.
Di morire mi pare troppo ingiusto.
Anche se non ricordo più chi sono.



UMBERTO SABA

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla-unita ebbrezza-par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
-l'altro-è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
della festa-egli dice-anch'io son parte.


PIER PAOLO PASOLINI
.....
Chi ha detto che il Trullo è una borgata abbandonata?
Le grida della quieta partitella, la muta primavera,
non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre?


Non dite niente, lo so da me che quel Trullo non esiste più. E neanche quell'Italia.
E so da me che non avrei dovuto mischiare Totti con Umberto Saba, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni.
Forse voi non mi perdonerete, ma loro sì. Amavano tutti "il gioco del pallone".

lunedì 5 novembre 2007

ciao, barone



Oggi è morto, a 85 anni, Nils Liedholm. Aveva classe, eleganza, ironia. Per noi romanisti è l’allenatore dello scudetto del 1982/3. Per tutti gli appassionati di calcio è uno dei grandi giocatori di sempre.
Permettetemi di salutarlo così, con una poesia di Fernando Acitelli.

mercoledì 17 ottobre 2007

fatica

Come si può giocare a freccette se ti spostano continuamente il bersaglio?
Come andare in meta se la linea viene arretrata proprio mentre ci stai scivolando sopra?
Come puoi fare goal se mentre il “cucchiaio” vola ti abbattono la porta?
Come fare canestro se mentre balzi lo sollevano più in alto?

Insomma, mi avete lasciato solo la maratona? O intendete spostare anche il Colosseo?

lunedì 20 agosto 2007

gioco aereo?

Pur nell'entusiasmo per la vittoria della Supercoppa, Francesco Totti, caro al mio cuore, ha mantenuto tutta la sua pragmatica tranquillità." Abbiamo dimostrato di essere una grande squadra- ha detto-adesso che inizia il campionato, rimaniamo con i piedi per terra."
Detto da un calciatore, che con i piedi in terra fa il suo mestiere, ne dimostra insieme l'intelligenza tattica e la visione del gioco.
Con affetto, per Francesco.

giovedì 19 luglio 2007

la solitudine dell'ala destra

Mi hanno chiamata da Feltrinelli: è finalmente arrivato il libro di poesie che avevo ordinato tempo fa'.
Poesie tutte dedicate a grandi campioni di calcio. In tutto 185 giocatori. Ci sono di sicuro anche i vostri beniamini. L'autore, Fernando Acitelli, sa tutto di tutti, è impressionante. E le poesie sono colte, raffinate, fantasiose e insomma straordinarie.
Almeno quelle che capisco subito. Perché per molte altre devo ricorrere alle note. Mi mancano troppe cognizioni in materia per apprezzarle. Ma studierò. Voglio arrivare a godermele per bene.

Ve ne propongo alcuni passi e il mio amico bip mi perdonerà se dedico la mia attenzione al calcio invece che al rugby.

La prima è dedicata a Fulvio Bernardini.
L'ho scelta perché Fulvio era un nome familiare per me. Era amico di mio padre, Bernardini. Altro nome familiare, ma misterioso era la Primavera. Ho capito che si trattava della squadra giovanile della Roma, solo dopo un sacco di anni che sentivo dire a mio padre, mentre usciva di casa: io sono alla Primavera.


...Fulvio Bernardini
un gentiluomo a metà campo,
lucente di canfora e stiloso,
troppo classico per non esporsi
all'aforisma di Pozzo:"Fuffo,
hai troppa classe, devo toglierti!.."


E poi Garrincha, la mitica ala destra brasiliana cui è dedicato il libro. Due volte campione del mondo morì povero e solo.

E al funerale tutta Rio si fermò.
Fino al giorno prima
rantolava sghembo tra i tetti
e la luna.
Le sue finte erano ormai da artrosi,
da cirrosi. Livido il viso.
"Ti stringo la mano, Garrincha,
e ti pago da bere!.." urlava
il barista vedendolo cagnolo
poverissimo.
Un Carnevale in nero
con carri non allegorici
mosse in ritmo chiuso.
Il Capo dello Stato quasi si irritò
per la nazione in pianto.
"Ed io, allora?" sembrò dire.
"E tutto questo per un'ala destra?".



Per Gigi Riva. Che dire di "rombo di tuono"? Non dimenticherò mai la terribile sequenza dell'incidente in cui si ruppe la gamba sinistra. Nè dimenticherò la destra. Diciamo che le ricordo insieme. Un terribile torto all' estetica la rottura di quelle gambe.

Copia romana
d'eroe greco,
allineato in sale
pompeiane accanto
a dèi proprizi.
In dono a te fu data
la saetta e la forza
nei vortici di sfida.
Alla causa azzurra
due gambe donasti,
ma agli eroi
innocuo giunge il male
e il tempo.


Paolo Rossi.
Il motivo per cui metto Paolo Rossi è legato ad un ricordo del mio periodo iraniano.
In visita a Bahm, la miracolosa cittadella in cui fu girato Il deserto dei tartari e che è stata distrutta da un terremoto qualche anno fa', appena scesa dalla vettura fui apostrofata da alcuni ragazzini che giocavano a pallone nella terra arida e sottile appena fuori le mura. -Italiani? e al mio sì, un coro entusiasta: Paolo Rossi!
Era il 1978, campionati mondiali, credo in Argentina. Paolo Rossi deve aver segnato qualche gol decisivo, penso. Comunque per quei ragazzini era l'immagine dell'Italia.

Monello del Collodi,
eterno oratoriale bimbo,
emigrato a genio
nel soffio d'una estate.
Beffe ti facevi dei gendarmi,
solenni e baffuti stopper,
statiche autorità senza fantasia....


Agostino Di Bartolomei
La sud cantava "O' Rey! O' Rey! Di Bartolomei!".
Con lui la Roma divenne Campione d'Italia nel 1983.
Agostino, per noi romanisti Ago, si è tolto la vita nel 1994.
Era veramente atipico nel suo mondo e forse proprio nel mondo.

In un'ora immobile,
nel giorno di festa
che più ci aggredisce,
sotto un porticato salesiano,
più novecentesco che altrove,
Agostino, credimi, chi ha ragione
è Beckett e Ionesco.
E il tuo CUORE IMMENSO
che alle risse non s'adegua,
nobile si congeda dalla vita.
Ma l'urlo rimane ancora nella Sud!
Basta porre orecchie e ascoltare
il bene a te accordato da FEDAYN e BOYS
e il canto del COMMANDO; o anche
dal tifoso solitario che più di tutti in TE sperava
quando dal limite una tua "bomba" era l'immenso
e il sogno.

* le maiuscole sono dell'autore.


Roberto Baggio
Perché sì. Roberto Baggio non si discute.

Si fa presto a dire Baggio!
E poi che dire dell'oltraggio
della sostituzione?
E della collocazione in tribuna?
Niente forse?
E della Duma che lo scopre
"immaturo" relegandolo
tra le riserve, al sicuro?
Coraggio! Coraggio! Roby Baggio!
Talento di raso vestito, palleggio
erudito, tocco infinito, fanciullo
ferito...
I fuori classe oggi non sono più tali,
di moda vanno solo i normali...


Chiuderò, che ve lo dico a ffà, con Francesco Totti.

Tra Porta Latina e Porta Metronia,
sotto le Mura Serviane che pur vide Catullo,
eroico il bimbo Totti palleggiava
e le aiuole archeologiche si facevano
calpestare.

Lui però inquadrava un'altra porta,
quella senza chiave di volta
ma con l'incrocio dei pali.

Palleggiare sotto la classicità
era respirare lo sbuffo dei gladiatori
nelle saune del Ludus Magnus
e pensare alla Colonna di Traiano
come un lungo filmato
d'una Champions League d'età imperiale.

Visto che il Sepolcro degli Scipioni
da casa tua, Totti, è questione di metri,
inginocchiarsi lì prima d'una sfida
significa cercare la protezione degli dèi,
sentirsi un semidio già prima
che l'altoparlante annunci
la formazione.

Fernando Acitelli
"La solitudine dell'ala destra"
Storia poetica del calcio mondiale
Einaudi editore

domenica 6 maggio 2007

è amore

Non importa cosa si dirà di me, io voglio parlare di Francesco Totti.
Ho capito che non potevo più esitare al 16’ del primo tempo dell’odierna partita di serie A, Palermo-Roma, quando il mio capitano ha segnato su punizione.
In un certo senso il gol era talmente ovvio da risultare “mimetizzato nelle pieghe della nostra memoria come inconscio collettivo”, in un altro senso “si imponeva come indimenticabile”. Insomma, era un classico, secondo una delle definizioni che dei classici ci dà Calvino.
Ma io non voglio parlare qui (sono pronta a farlo in qualunque altro contesto, bien entendu!) delle prodezze atletiche di Francesco Totti, io voglio parlare di lui come di un carattere, e più precisamente del carattere romano.
Perché Francesco ci rappresenta e chi si senta sdegnato da questo paragone, sappia che non per ciò diventa più distinto o più colto, ma solo meno romano.
Francesco Totti ha un po’ della nostra volgarità di romani, che non è necessariamente maggiore o più triviale di quella di tanti altri connazionali del nord o del sud di Italia, ma solo più esibita, meno ipocrita, più innocente, in definitiva meno volgare. Naturalmente, per chi concordi con me nel considerare volgare l’ipocrisia.
Ha anche il nostro istinto della dissacrazione. Il nostro“ma questo chi è, ma chi lo conosce...”
E’ per questo istinto, che ci porta a non riconoscere mai nessuna sacralità a niente e a nessuno, che si è detto- “mo’ je faccio er cuccchiaio”- e ha segnato così a Van de Saar il più assurdo dei rigori nella semifinale degli Europei del 2000.
Ha anche la nostra strafottenza, la nostra spacconeria, la nostra noncuranza.
Soprattutto Francesco ha la nostra ironia e il più divino dei doni, l’autoironia.
Qui il nostro è davvero campione. Perché non solo sa ridere di se stesso, ma lo fa con leggerezza, senza l’aria di dire: -vedete come sono intelligente?-
Perché Francesco è intelligente, tanto da applicare sempre la prima regola del vivere in questa città: mai prendersi sul serio. Ripeto: mai prendersi sul serio.
L’assioma recita così: se ti prenderai sul serio, subito tutti gli altri smetteranno di farlo. Questo lo sanno tutti qui da noi, lo sanno quelli che qui sono nati e che l’assioma ce l’hanno nei gèni e lo imparano presto quelli che qui vengono a vivere.
“A contrario” mi viene in mente un altro campione, di una diversa regione italiana, che irritato da qualche critica, convocò una conferenza stampa per dichiarare di essere “un vero uomo”. Immaginate farlo a Roma!
Francesco è anche generoso, di quella generosità prudente per cui siamo sì pronti a dare ma siamo anche attenti a che non si approfitti di noi. -E che sò micco?-
Mi si obietterà che questa descrizione del carattere romano è troppo generosa, poco critica, pende pericolosamente verso l’autocompiacimento. Lo so. Ma vi sorprenderò: questo accade in forza del nostro peggiore difetto: siamo pieni di noi.

Postilla.
All’indomani della partita che assegnò alla Roma lo scudetto nel 2000-2001, Roma-Parma vinta con tre gol- Totti, Montella, Batistuta- applicai in fila sul lunotto posteriore della mia cinquecento tre piccoli adesivi con le maglie dei tre giocatori.
La maglia di Totti non durò più di qualche settimana. La staccarono e via.
La mia prima reazione fu di rabbia, ma subito mi passò.
Chinai il capo come lo si china di fronte all’ineluttabile. Sul vetro è rimasto il segno opaco dell'adesivo, ma quando lo guardo per l’appassionato tifoso che mi ha portato via la maglia del mio capitano provo solo umana comprensione.
Ma questo è amore! Si scandalizzerà qualcuno. Naturalmente! Cos’altro, se no?

domenica 29 aprile 2007

tennis fine

Al tennis si gioca con una racchetta. Una racchetta è tutto quello che i giocatori hanno. Scendono in campo impugnando la loro racchetta e il gioco ha inizio. La racchetta è importante. 
I giocatori ne portano due, tre, anche quattro con sé. Sono avvolte nel cellophane, lustre, brillanti e meritevoli di ogni cura. Il giocatore e la sua racchetta sono in continuo dialogo. Il giocatore la sbatte in terra, se la dà sui piedi, la lancia in alto e non si sa mai se la riprenderà o se la lascerà cadere per punizione. La racchetta infatti è sempre colpevole. Il giocatore talvolta la guarda perplesso: cosa fa questa racchetta dei miei tiri? Li devia? Mi si ribella? Talvolta, ma raramente il giocatore la bacia, riconoscendo che lo ha servito bene, ma più spesso, con una piccola corsa improvvisa, la getta nel suo angolo e ne cerca affannosamente un’altra per sostituirla. La prova con brevi colpetti del palmo della mano, ne misura la tensione. Ne scarta una, due, prima di trovare quella che va bene per quel particolare momento dell’incontro. Giocatori particolarmente precisi, maniacalmente la cambiano quando in campo si cambia la palla, sfibrata nel susseguirsi dei giochi. 
I giocatori sembrano credere che la racchetta da sola possa fare il gioco, dimentichi che sono loro ad impugnarla, a dirigerla, a comandarla. Ma l’alibi racchetta funziona. Ma che racchetta mi ha dato la vita? Perchè non mi riesce un colpo?





Il campo di gioco, sempre uguale nelle dimensioni e nella geometria può variare nel suo fondo. Il giocatore non può scegliere su quale fondo giocare. Ogni torneo ha il suo e il giocatore si deve adattare.Se la terra è rossa il giocatore sa che dovrà correre molto, molto sudare, avere molta pazienza e molta resistenza. Ma se il fondo è di un impasto verde o azzurro di cemento, il giocatore sa che deve essere molto rapido, che il tempo per scegliere il colpo si riduce pericolosamente. Alcuni giocatori lo preferiscono. Puntano tutto sulla loro prontezza, si gettano nell’attacco veloce, tentano il colpo risolutivo. 
Anche alcuni di noi lo preferiscono. Non sempre abbiamo voglia di tessere tele e faticosamente portarle a compimento. 
Altri di noi invece preferiscono vedere il proprio avversario correre e sudare, mentre loro stessi corrono e sudano, perchè il punto vinto in questo modo sembra pesare di più sulle spalle dell’avversario e il piacere della vittoria così rinviato, diviene più intenso.
Talvolta, ma raramente, il campo è di erba verde. Allora il gioco cambia del tutto. A questo gioco non tutti sanno giocare.
Ci sono giocatori che evitano quell’erba verde. Altri più audaci o sconsiderati pur sapendo di non essere fatti per quel piccolo scivoloso gioiello, ci si buttano dentro perchè la sfida, la temerarietà li tenta come un amore.
Quando inizia il torneo l’erba è intatta, verde, brillante, fresca. I giocatori scivolano, si rialzano e ripartono e l’erba si consuma, il manto si assottiglia. I bei gonnellini bianche delle ragazze si sporcano di verde. Intanto la stagione avanza e il caldo si fa sentire. L’erba pian piano si secca e sul prato verde si formano macchie sempre più ampie di giallo e marrone e la terra, nuda, arsa, farinosa appare. Il prato verde era un’illusione. Le ultime partite si giocano con più lentezza, con meno brio, i colpi si fanno più crudeli ma meno fantasiosi. La terra torna a comandare. 




Ognuno scende in campo con il proprio corredo personale. Cerca di premunirsi contro tutti i possibili imprevisti. Si equipaggia al meglio. Qualcosa per la sete, qualcosa per il calo di zuccheri, qualcosa per la fame. Tutti noi tentiamo sempre di premunirci, ci equipaggiamo, tentiamo di presentarci alla nostra partita con il massimo di presìdi. Ma il caso spesso ci inganna. Un giocatore si sente bruciare gli occhi ma il collirio sotto mano non c’è. Una giocatrice infastidita dal polline inizia a lacrimare. Si soffia più volte il naso, ma i fazzolettini non bastano.I giocatori si guardano intorno irritati. Il piano perfetto, la perfetta organizzazione dunque è fallace? 



I giocatori portano con sè anche diverse magliette. Un sospiro passa tra il pubblico femminile quando il giocatore si toglie quella sudata per indossarne una fresca. Il giocatore non indugia, il fascino dell’operazione risiede nella sua velocità, nell’apparire e sparire del bel torace nudo, con i suoi muscoli appropriati ben visibili. In quei brevi momenti la sua gioventù e la sua bellezza illudono tutti gli spettatori. 
Le ragazze invece non si spogliano in campo. E’ severamente vietato. Si suppone che sia maggiore il potere del corpo femminile di scatenare desiderio nel pubblico, che sia addirittura irrisistibile. Se una giocatrice rapidamente si togliesse la maglietta restando con il suo reggiseno a fascia, così costrittivo sui giovani seni, scoppierebbero tafferugli, si assisterebbe a scene di disgustosa lussuria.
Così le ragazze restano in campo nelle loro magliette intrise di sudore, sempre più appiccicate al corpo, che diventano quasi trasparenti con un incredibile effetto nudo. Ma i tafferugli sono evitati. Oppure le ragazze lasciano il campo stillando sudore e dopo brevi momenti rientrano fresche e si suppone profumate, così fresche, così profumate, così pulite, così innocenti......
La vera discriminazione naturalmente è nei confronti del pubblico maschile, cui è negato quel piccolo brivido di piacere che invece le signore si godono fino in fondo, al cambio di maglietta dei giocatori. 




La partita finisce. C’è un vincitore. C’è un vinto. I giocatori si avvicinano alla rete e al di sopra si stringono la mano. Talvolta il perdente riesce a sorridere. Se sono due donne spesso si baciano. Il conflitto è stato aspro, la durezza della battaglia le ha spaventate, sentono il bisogno di rassicurarsi a vicenda: non è successo niente, tu hai vinto ma io ti perdono, tu hai perso ma io quasi non volevo. Non siamo veramente nemiche e neppure crudeli. 
Gli uomini vittoriosi danno pacche di incoraggiamento al perdente, c’è orgoglio e insieme cameratesco riconoscimento. Sì ho vinto, bhe era naturale che andasse così. Sì ho perso ma ci rincontreremo.Il vincitore con gli occhi è già al pubblico che in piedi applaude. Il vinto si lascia cadere sulla sua sedia. Tenta di riordinare le idee mentre la telecamera gli fruga l’anima. Talvolta la ragazza che ha perso piange, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo perso nel vuoto. 
Talvolta nasconde la testa nell’asciugamano di spugna. Nasconde il suo dolore e la sua vergogna.
Più spesso è la vincente che, svuotata di ogni energia, si abbandona sulla sedia, la racchetta ai suoi piedi e con gli occhi guarda senza vederlo il pubblico, il campo, il cielo...
I giocatori dovrebbero uscire insieme dal campo come insieme sono entrati, ma capita che chi ha perso, indispettito o umiliato, non sopporti l’attesa dei tempi di riordino del vincitore e abbandoni il campo alla svelta. Oppure capita che la vincente si lasci rapire dai giornalisti, si dimentichi dell ‘avversaria sconfitta e la lasci lì sola sul campo.
Anche gli uomini piangono, ma solo quando hanno vinto. Perchè la forza che l’uomo ha espresso con la vittoria può essere ingentilita dal breve pianto, ma la sconfitta che lo ha umiliato deve essere affrontata virilmente, con una faccia fiera e possibilmente concentrata. 





La vittoria non è mai certa. Può sembrare vicinissima, praticamente già saldamente in pugno di uno dei giocatori, eppure sfuggirgli all’ultimo momento. 
Spesso la partita sembra terminata, vittoria e sconfitta già assegnate, quando un colpo, uno solo, rimette tutto in forse. E la partita già finita ricomincia. 
Quante volte nella vita ci sembra di aver raggiunto il porto, di poter rimettere i remi in barca e poi un vento improvviso ci risospinge al largo, ci allontana dalla riva..
Anche il giocatore che aveva quasi vinto sente il vento cambiare, rabbrividisce di apprensione, si dà colpetti nervosi di incoraggiamento alle gambe, saltella, richiamandosi ad una vivacità che già credeva di potersi risparmiare. E intanto scuote la testa, tentando di scacciare il fantasma di quella vittoria quasi afferrata e ormai lontana. Spesso smette di crederci, si lascia battere stancamente, vuole solo allontanarsi. E l’altro, già rassegnato alla sconfitta, improvvisamente sente le energie tornargli, fa segno di sì con la testa, sì è così che deve andare, sì adesso sarà tutta un’altra partita, sarà la sua partita....


Quando la convinzione dei giocatori vacilla il pubblico, per amore del suo campione, che non esclude una entusiasta mancanza di pietà, lo incita ancora, lo esorta in ogni modo, lo incalza con frasi di incoraggiamento che lo logorano ancora di più. Si intuisce che il giocatore vorrebbe fuggire, che scaglierebbe volentieri la racchetta tra il pubblico e lascerebbe il campo. E invece deve ringraziare e rassicurare i suoi sostenitori. Sì, ce la metterò tutta, no, non mi arrenderò.
Raramente si ribella al massacro che i suoi fans vogliono fare di lui, ma quando lo fa momenti di irresistibile comicità si vivono sul campo. 
In un incontro spettacolarmente faticoso e lungo oltre ogni limite, ormai ombre lunghe sul campo e il giudice stravaccato sulla sua sedia, dal pubblico arrivò il grido di un sostenitore. “Credici!” e l’ineffabile giocatore, un francese famoso per la sua indomabile resistenza ma anche per il suo caratterre vivace, di rimando: "io ci credo, tu vieni a giocarla".



Quanti sono ad incoraggiarci nella nostra partita! Devi avere fiducia, puoi farcela! sei forte, battiti ancora, non arrenderti! Devi credere in te! 
Vien voglia di rispondere come quel giocatore: d’accordo, io crederò in me, ma tu battiti al posto mio.

tennis due

Nel tennis c’è una strategia. La partita si prepara. Si studia l’avversario del momento e si decide l’impostazione del gioco.
Questo lo faccio correre, ha poco fiato, ha preso peso, ha fatto troppi tornei..
A questo la palla gliela mando destra-sinistra-destra, la corsa laterale, con veloci cambiamenti di direzione, lo destabilizza.
Quest’altro è potente ma poco pronto. Lo prenderò di sorpresa. Fingo un diritto e lo chiamo a rete con una corta volée, perché correre in avanti lo tramortisca..
Questo si fa distrarre, deconcentrare. E non è abbastanza cattivo. M’invento un malanno. Chiedo di essere medicato. Prendo tempo. Lui intanto non sa cosa fare. Cerca di mantenersi attento ma piano piano si allontana dal cuore della partita. Io torno in campo saltellante. E’ fatta. Credermi infortunato lo ha perduto.
Oggi invece mi sento leggero eppure fermo e il mio sguardo è acuto e preciso. Tento il lob e la palla si inarca alta verso il cielo e il mio avversario la vede passare sopra la sua testa, abbozza appena un gesto ma capisce che non potrà mai raggiungerla e allora si ferma rassegnato o fremente di rabbia..
E la palla perfetta, tesa e morbida insieme, precisa, esatta al millimetro, elegante e strafottente, dopo il suo arco perfetto ricade morbidamente, appena prima della riga bianca...
Anche a noi succede talvolta il miracolo di un lob perfetto, elegantemente lasciamo fermo il nostro contendente, senza sforzo, per un attimo voliamo più in alto di lui...


Sul campo c’è sudore e fatica. Paura, ansia, incertezza. Ogni tanto si sputa in terra perché l’ansia fa salivare o si beve, perché la stessa ansia secca la gola..
Tra avversari ci si insulta, o si fingono gesti cavallereschi. Ma quando ci si passa accanto al cambio di campo non ci si guarda neppure. Non è quello che facciamo sempre? Ognuno di noi passa accanto all’altro senza guardarlo, pensando solo alla prossima mossa. Ci rifiutiamo di guardarlo per tema di dover riconoscere che è come noi, incerto, timoroso, stanco.

C’è un pubblico che guarda la partita e appassionatamente tifa per l’uno o l’altro giocatore. Il pubblico è crudele. E noi che giochiamo la nostra partita sappiamo che il pubblico ci guarda, come i giocatori sanno che quel pubblico che li guarda, ne vuole uno umiliato. E grida e si agita e ci esorta e talvolta ci insulta. Dobbiamo vincere, non importa se siamo stanchi e se il nostro avversario ne ha più di noi. Dobbiamo vincere.
Quando vorremmo darci per vinti, ci arriva ancora l’ultimo grido del nostro appassionato sostenitore e comprendiamo che finché non saremo stati umiliati del tutto, dovremo continuare a giocare.


Non è possibile giocare la nostra partita tranquilli, in una zona d’ombra del campo. Non ci sono zone d’ombra sul campo. Quando verso il tramonto le ombre cominciano ad allungarsi su una parte del terreno di gioco, ogni giocatore sa che al cambio di campo dovrà tornare dalla parte assolata. E quando quell’ombra invece di recare sollievo mette in difficoltà, fa strani giochi, crea false distanze, nasconde per brevi istanti la palla, in quell’ombra brevemente evitata, il giocatore sa che dovrà tra poco rientrare.


Ci si mette una tenuta per giocare. Qualche giocatore cerca la più accattivante, la più originale, la più elettrizzante per il pubblico, inventa piccoli particolari personali, tenta di distinguersi. Un braghettone largo e lungo, un vestitino come una pelle luccicante, un piccolo congegno per accogliere la palla di riserva, il gonnellino leopardato, un buffo berretto con una strana visiera posteriore...Qualche giocatore cerca solo la tenuta più comoda e confacente, ma se non è davvero un fuoriclasse, presto nessuno si ricorderà di lui.
Continua......

sabato 28 aprile 2007

tennis/uno

C’è stato un periodo in cui sostituivo la vita con il tennis. Per ore ed ore di giorni e giorni, per mesi e mesi di anni ed anni, solo osservando sullo schermo una partita di tennis dopo l’altra, sentivo in me un piccolo accenno di vitalità e nello stesso tempo la calma che solo una rappresentazione perfetta della realtà ci dà.
Per ogni sport troverete qualcuno pronto a giurare che è come la vita. Bhe, io sono di quelli che giurano sul tennis.
E posso dimostrarlo.

Il campo. Le sue misure precise, fisse, segnate da righe continuamente ritracciate.
Anche la vita è così. Si gioca tutta su un campo che non possiamo modificare. Non ampliarlo, dandoci più spazio, né ridurlo, rendendolo meno vertiginoso. E i confini, come le righe, se tentiamo di cancellarli, subito vengono ristabiliti.
E’ bene che i limiti ci siano, è bene che la vita si muova tra pochi, chiari, noti confini: c’è un tempo per apprendere, un tempo per sognare, un tempo per amare e per dare la vita, c’è un tempo per riflettere e riposare, c’è un tempo per invecchiare, e c’è la linea di out....

E c’è una rete. E’ verde, morbida ma ferma. Divide il noi dagli altri. Sta lì e ci insegna che non ci sarà mai nessun altro con cui potremo confonderci, che nessuna unità mai sarà totale e possibile. L’unità è durata pochi mesi, i pochi del misterioso processo della nostra formazione, poi ci hanno chiamati in campo. E da allora, sulla sua parte di campo, ognuno di noi è solo, e deve giocare la sua partita.

C’è un giudice di sedia ed è seduto in alto. Non sempre siamo proprio sicuri che ci sia. Infatti il giudice di sedia dovrebbe essere giusto, equanime, imparziale. Ma non lo è: sbaglia, si corregge, finge di non vedere, talvolta davvero è cieco. E allora i giocatori si impuntano, lo chiamano giù, venga a vedere perbacco, venga...
Di fronte al giudice di sedia i giocatori hanno comportamenti diversi. Alcuni lo ricoprono di contumelie, altri gli si ribellano, molti piegano la testa anche di fronte alla ingiustizia più smaccata. Alcuni si arbitrano da soli.

C’è una palla. Più pesante, meno pesante, più lenta, più veloce.
Continuamente ce la tirano contro. Noi la respingiamo, facciamo corse pazzesche per prenderla e rimandarla dall’altra parte, ma la palla ci torna indietro, ci torna sempre indietro..
E’ vero che ogni tanto riusciamo ad assestarle un colpo così forte o così veloce o così preciso che la palla non ritorna e noi tiriamo il fiato. Ma per qualcun altro, di là dalla rete, la palla invece è ritornata.

C’è il punteggio. Il punteggio è complicato, forse astruso, ma i giocatori lo conoscono perfettamente. E con quel punteggio imparano a misurarsi.
Sei a zero. E’ la vergogna. Non succede tutti i giorni ma può succedere e basta questo per rendere il gioco pericoloso e crudele. Proprio come la vita. Anche la vita può rifilarci un sei a zero.

Continua.....