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lunedì 24 ottobre 2016

La Costituzione in emojitaliano


Il mio progetto è rivolto alle scuole, elementari e medie, nella convinzione che l’uso delle “faccette” ,questo strumento noto e familiare a tutti i ragazzi, possa suscitare in loro interesse, curiosità e partecipazione ed avvicinarli alla Costituzione.
La Costituzione in emojitaliano nasce dalla mia esperienza come traduttrice nell’ambito del progetto Pinocchio in emojitaliano, (http://www.treccani.it/export/sites/default/lingua_italiana/pdf/Chiusaroli_emojitaliano.pdf) traduzione collettiva proposta e curata dalla Professoressa Francesca Chiusaroli –Università di Macerata-Glottologia e Linguistica. 
La mia traduzione si muove nell’alveo di emojitaliano ma è personale; si avvale tuttavia della struttura morfo-sintattica costruita e stabilizzata dalla Professoressa Chiusaroli e in parte del lessico già codificato in @emojitalianobot.
La specificità del testo Costituzione ha reso naturalmente necessaria l’elaborazione di un glossario specifico, con l’inserimento di nuove corrispondenze lessicali -parola/emoji-, (con la ricombinazione di segni già esistenti in @emojitalianobot o con una loro risemantizzazione) e, data la sua natura giuridica, con l’utilizzo di una sintassi semplificata.
*parallelamente alla revisione del Pinocchio in emojitaliano anche la Costituzione in emojitaliano è suscettibile di revisione.
Saranno a disposizione di tutti gli interessati:
1-la traduzione con il testo in interlinea
2-la traduzione con i soli emoji
3-il glossario
Contatti: 
Twitter @marinapierani La Costituzione in emoji

Twitter @ineziessenziali





mercoledì 5 giugno 2013

Twitter e volgarità: censura, autocensura o ipocrisia?


Farò solo due esempi: cazzo e stronzo.
Su Twitter possiamo trovarli scritti proprio così, come lingua comanda, oppure così:
Cxxxo, stxxxxo.
(Incidentalmente la nostra grammatica (vedi Serianni) ci consentirebbe di scriverli anche così:  c.zo e st.zo Risparmieremmo 1 carattere nel primo caso e 2 nel secondo. E questo può fare comodo in un tweet). 
Perché dunque quelle x? Forse le regole dei gestori di Twitter vietano l'uso di queste parole? Da certi tweet di assoluta e fantasiosa volgarità si direbbe di no.
Dunque ci si autocensura...a metà.
La parola infatti resta perfettamente comprensibile. Chi usa quelle x sembra voler dire che  considera volgare quella parola, che urta la sua sensibilità, ma che la usa,camuffandola, perché proprio non se ne può fare a meno. 
Invece se ne può fare a meno. E camuffare così quelle parole si chiama ipocrisia.
Perciò, se vi fanno inorridire non usatele, se invece ne avete voglia usatele liberamente, cazzo!

martedì 14 maggio 2013

occhio al contesto




L’affascinante progetto #scritturebrevi indaga l’efficacia della comunicazione scritta e le circostanze in cui le si richiede insieme “economicità e comprensibilità” inequivoca.
Può succedere che nel tempo il messaggio cambi ma l’abbreviazione usata resti la stessa.
Su Twitter DM lo leggeremo Messaggio Diretto; in una epigrafe latina Diis Manibus; sulla Gazzetta Ufficiale Decreto Ministeriale.
Perciò...occhio al contesto







giovedì 15 novembre 2012

sempre o mai?

'Always' and 'never' are two words you should always remember never to use. —Dr. Wendell Johnson

Sempre e mai sono due parole che dovresti ricordare sempre di non pronunciare mai.

Essendosi occupato per tutta la vita di semantica e psicologia è probabile che Dr. Wendell Johnson abbia centrato con la sua ironia una antinomica realtà. 
I categorici "sempre" e gli altrettanto categorici "mai" che pronunciamo sono tanto iperbolici quanto inevitabili.  E se ci capita di constatare di aver ruotato, talvolta fino a 180 °, rispetto ad una nostra convinzione, ci capita anche di farcene una nuova ancora più stringente e ancora più categorica. 
Ma c'è sempre, io credo, qualche nostro sentimento o convinzione o rifiuto o adesione che non ci lascia mai
Da parte mia nessuno mai mi convincerà che i carciofi romaneschi non siano i migliori di sempre.

Tralasciando i grandi valori, e scendendo nel più modesto quotidiano, è probabile che anche voi potreste citare qualche vostro "sempre" e qualche vostro "mai".
È un invito.

domenica 20 giugno 2010

parole da salvare/quattro

Lo capisco, non è fondamentale. Forse suona un po' come un impaccio nel discorso. Ma io amo molto allorquando. Malgrado la sua aria un po' vecchiotta (del resto lo usiamo dal 1261!) io ne difendo l'assoluta precisione. Allorquando non è come dire quando. È piuttosto "proprio quando", "nel momento in cui" e quindi ad usarlo il discorso è più preciso e anche più lesto. Anche lesto se ne sta andando in disuso. Peccato, ha un così bel suono, quasi onomatopeico, sembra il fruscio di un gatto che scompare dietro l'angolo lasciandoci solo intuire il suo passaggio.

Lesto lesto allorquando si allontanò.
Rimpiangeremo il giorno in cui se ne andò...

sabato 5 giugno 2010

equilibristi


"La vita trascorre nell'oscurità: parole non dette, gesti tralasciati in tempo, silenzio e paura, ecco che cos'è la vita, quella vera. L'equilibrio della famiglia è fragile, così come quello di ogni organismo vivente."
Sandor Màrai
Confessioni di un borghese


C'è qualche cosa nel suono della parola equilibrio che mi incanta. Ripeterla ha persino un effetto distensivo su di me. Equilibrio, equilibrio. Una piccola emissione di voce per dire equi e poi si scivola piano su quel librio ruscellante. Equilibrio equilibrio...
Possiamo farci adoratori di ogni eccesso ma niente ci fa meglio che arrivare a toccare l'equilibrio.
Per questo restiamo incantati a guardare l'equilibrista che fa il suo esercizio millimetrico: perché non c'è tra di noi chi non sappia quanto la prova dell'equilibrio sia difficile e quanto rassicurante sia raggiungerlo.


martedì 30 marzo 2010

parole da salvare/tre


Ancora qualche parola che, secondo lo Zingarelli, è da salvare.
(E qui devo aggiungere che la classificazione dello Zingarelli non mi convince del tutto. Nell'elenco delle 2800 parole da salvare, che sto amorosamente spulciando, ne compaiono alcune che mi lasciano in forte dubbio. Ad esempio spettacolare. Mi riesce difficile credere che la parola sia a rischio in questo momento storico ed in questa società).
Era fatale, direi, che morigerato fosse in pericolo. E io temo che se resisterà sarà grazie agli ipocriti. A quelli che lo usano nella più stretta accezione etimologica di persona che si conduce secondo i buoni costumi. Notoriamente i buoni costumi sono spesso invocati da benpensanti e bacchettoni. O reazionari.
Mi piace però la possibilità di usarlo per alludere a sobrietà e moderazione, merce anch'essa in via di sparizione se non già definitivamente scomparsa. Dove la moderazione non è l'attributo degli elettori di Casini ma quello di chi si prende un attimo di respiro prima di scarmigliarsi urlante di gioia o furore sul palcoscenico pubblico.
(Di queste piccole note personali faccio subito ammenda perché una parola non andrebbe difesa in quanto aderiamo al suo significato ma perché ci rende più ricchi).
Che morigerato sia a rischio di estinzione dunque non è strabiliante, né lo è il fatto che lo sia il verbo strabiliare, rimanere sbalordito per la meraviglia. Infatti sbrigativamente oggi si dice semplicemente e orribilmente wow! (Ne ignoro la grafia corretta, mi perdoni Mariateresa). A mio avviso questo wow è capace di far apparire idiota anche un premio Nobel per la fisica quantistica. Se lo sorprendessi ad esclamarlo gli leverei subito il Nobel. Ma forse se ci armiamo di ironia possiamo ancora usarlo: del resto anche l'idea che la nostra bile trabocchi per lo stupore -come sottintende il termine strabiliare- non è irresistibile?
Tornando al wow. Non lo trovate troppo plateale? Nel senso di volgare, intendo.
Beh, anche plateale rischia di andare a farsi benedire. Certo ha una sfumatura classista. Plateale è ciò che di grossolano promana dalla platea. Se la vita è una rappresentazione teatrale, come talvolta sono tentata di credere, la platea è quella che disturba col suo vocìo chi siede nei palchi riservati. Ma plateale è anche ciò che appare evidente, spesso ciò che viene reso evidente quasi con sfida, con ostentazione.
Riepilogando: Io strabilio quando incontro una persona morigerata che si segnala in mezzo alla sregolatezza plateale dei più.
In un colpo solo do una mano a salvare morigerato, strabiliare e plateale.

giovedì 7 gennaio 2010

parole da salvare/4

No, non mi meraviglia che affabilità sia in via di estinzione. Di affabilità in giro non se ne vede più. Perché nominarla? non ce ne sono occasioni.
C'è in giro quasi solo gente intrattabile, scortese, sgarbata.
L'ultimo affabile che ho visto in tv risale a qualche anno fa. Arbasino, invitato ad una trasmissione televisiva, dopo un tentativo di dire, con piacevole garbo, il suo pensiero, essendo stato ammutolito da un prorompente contraddittore, si scusò senza alterigia e disse che no, davvero, non poteva restare, anzi non sarebbe mai dovuto andare perché non sapeva come rapportarsi a lui. Se ne scusò, vi dico, senza ironia ma con rammarico e umiltà e quasi con vergogna. Affabile fino alla fine.

L'affabilità indica proprio il modo cortese e disponibile di parlare (viene dal verbo affor, affatus sum, adfari, parlare) e trattare con gli altri. (Il segreto di quell'atteggiamento disponibile all'altro sta nel prefisso ad, che indica un accostarsi senza ostilità.)
L'affabilità è prossima alla cortesia ma questa indica piuttosto una generale gentilezza di modi che, se si accompagna a buona educazione e rispetto delle regole sociali, diventa urbanità.
La parola cortesia resiste, ma urbanità è morente.
Anche creanza e screanzato stanno scomparendo. Forse è per questo che nelle pubbliche vie nessuno più dà a nessun altro dello screanzato ma sempre e solo dello "str...o".
Affabilità, alterigia, prorompere, urbanità, creanza, screnzato sono altre sei parole a rischio.

Non sono a rischio, invece, bon ton, galateo ed etichetta.
So benissimo che queste mie applicazioni di socio e psico linguistica al lessico della lingua italiana sono disinvoltamente arbitrarie e scientificamente scorrette.
Ma certe idee mi passano per il capo. In questo caso mi è passata questa: che mentre l'affabilità è un modo di rivolgersi all'altro che scaturisce da un atteggiamento interiore e perciò è merce in via di sparizione, non lo sono quei comportamenti (e relativo lessico) che indicano l'aderenza ad un codice esterno, mondano, come bon ton, galateo ed etichetta. E' un po' la differenza che passa tra l'essere e l'apparire, tra la forma e il contenuto.
Naturalmente non intendo con questo buttarle a mare, per carità! Anzi saluto, grata, l'ingresso nella nostra lingua di netiquette, con cui indichiamo quel complesso di norme di comportamento che dovrebbero presiedere agli scambi in rete.
A proposito di etichetta termine chiarissimamente derivato da etica, è noto che essa interviene spesso in sostituzione di quella. Dove l'etica non c'è, c'è spesso la piccola etica, l'etichetta.

venerdì 4 dicembre 2009

burocratese/parole da salvare/3

Però la parola bolgetta ancora resiste. Lo Zingarelli non la segnala come termine in via di estinzione. Io l'ho incontrata per la prima volta questa mattina in un Ufficio Postale. Un cartello segnalava tra i servizi offerti allo sportello il servizio bolgette. Io ho pensato che si trattasse di un errore di stampa e che lì si pagassero le bollette. Così, dovendo spedire un pacco, mi stavo allontanando quando una gentilissima signora mi ha spiegato che la bolgetta è la borsa o il sacco del postino e che servizio di bolgette significa appunto spedizione di pacchi e buste. Lei stessa lo aveva appena appreso.

Sono contenta che l'italiano conservi anche questa parola ma non sarebbe male se, accanto al termine bolgetta, nei cartelli degli Uffici Postali scrivessero anche "Qui si spediscono pacchi e lettere".


parole da salvare/2

ab aeterno: dall'eternità. Espressione avverbiale riferita in origine a Dio. Es: Dio esiste ab aeterno, Dio esiste dall'eternità, da sempre.
E' utilizzabile anche per segnalare la non misurabile antichità di qualche fenomeno.
"Ma questo lo sapevo ab aeterno!" "Il carattere degli Italiani è così ab aeterno!"

Se non scomparirà (infatti l'evidente forma latina potrebbe renderla gradita agli snob), corre in ogni caso il rischio di venire un giorno scritta così: abeterno.



parole da salvare/1

Me le spulcerò tutte le 2800 parole della lingua italiana a rischio di estinzione segnalate sullo Zingarelli 2010.
Le userò, le diffonderò, le sosterrò, mi batterò per loro.
Lo so, non ha l'aria di una lotta epica, ma non viviamo in tempi di epopea.

La parola al cui soccorso mi precipito quest'oggi è abbacchiato, participio passato del verbo abbacchiare.
Mentre il verbo continua ad essere usato nello specifico significato di abbattere con un bastone (olive, noci, castagne), il suo participio passato, che dal XVII secolo in qua aveva preso il significato figurato di abbattuto, depresso, avvilito, è in via di sparizione.
Non a Roma, dove è parola molto comune, ma sì nel resto d'Italia. Sulla stampa poi non compare più, forse perché considerata parola troppo colloquiale. Ai miei occhi invece la sua origine contadina la nobilita.
Devo dire che nella parola abbacchiato da bambina io ci vedevo l'ombra dell'abbacchio, come qui chiamiamo l'agnellino.
(In effetti è sempre dal bastone baculus che viene anche l'abbacchio, perché sotto Pasqua vi veniva legato, come dicono alcuni, o perché, come temo io, veniva usato per abbatterlo.)
L'agnellino, condannato ad essere vittima sacrificale, per quanto squisita, della Pasqua, mi sembrava, quando ero bambina, creatura avvilita e abbattuta per antonomasia.
E quando dicevo di sentirmi abbacchiata dentro la parola era presente anche l'agnellino pasquale.

Ora, dice lo Zanichelli, sui giornali, nei romanzi, in televisione non si parla più di abbacchiati, ma di depressi tout court.
Male. Molto male. Si fa torto ai depressi clinici, ai semplici avviliti, agli agnellini e alla lingua italiana.

Comunque oggi io mi sento abbacchiata.


venerdì 20 novembre 2009

oscenità

Non perdete il bellissimo post di Sileno sull'acqua.

Io ho cercato sul vocabolario:

pura
limpida
chiara
trasparente
cristallina
torbida
fangosa
fonda
pluviale
sorgiva
dolce
salata
salmastra
morta
stagnante
corrente
ferma
stillante
pigra
reflua
vena
polla
zampillo
flusso
getto
pozza
pozzanghera
sgorgare
scaturire
zampillare
rifluire
ristagnare
allagare
bagnare
intorbidarsi
scrosciare
precipitare
sommergere... e ancora e ancora
MA NO: ACQUA PRIVATA SUL VOCABOLARIO NON C'E!



giovedì 5 novembre 2009

andatura lenta


La citazione con cui apro questo post l'ho letta, se non sbaglio, sul blog, ormai scomparso, di Annamaria. Ho cercato allora il libro, l'ho letto e apprezzato molto e ho ripreso la citazione che mi parla in modo personale.

"Per molto tempo crediamo di conoscere la natura dei nostri desideri, delle nostre inclinazioni e dei nostri stati d'animo. Ma poi arriva un attimo in cui un'esplosione assordante -perché il pianissimo del silenzio può equivalere talvolta al fortissimo di uno scoppio- ci avverte che viviamo in luoghi diversi da quelli in cui vorremmo vivere, che non ci occupiamo delle cose per cui abbiamo attitudine, che cerchiamo i favori o suscitiamo la collera di persone con cui non abbiamo nulla in comune, mentre ci manteniamo distanti, sordi e indifferenti nei confronti delle persone di cui sentiamo nostalgia e a cui siamo legati da un vincolo profondo. Chi non presta ascolto a un tale avvertimento rischia di vivere una vita goffa e dimezzata, senza mai essere veramente se stesso. Non è un sogno e neanche "un sogno a occhi aperti": è uno strano, rapinoso stato d'animo quello che ci rivela quali siano i nostri compiti, i nostri obblighi e il nostro destino, e che cosa, nella nostra vita, appartenga esclusivamente a noi; questi istanti ci mostrano cosa vi è di personale nella nostra esistenza, quello che entro i limiti angusti della condizione umana costituisce l'essenza specifica dell'individualità."
Questo lo scrive Sandor Màrai. (Confessioni di un borghese)

Gli risponde Murakami Aruki (L'arte di correre):

"Non c'è bisogno di dirlo, scalando i gradini uno per volta, mi occorre molto tempo per giungere a cogliere il significato delle cose. Molta attenzione. Succede anche che ci metta troppo tempo e, quando finalmente comprendo, ormai è troppo tardi. Ma non ci posso fare nulla. Perché questa è la mia natura."

E insiste:

"A pensarci bene, una persona riesce a costruire la propria personalità e a preservare la propria autonomia proprio perché è differente da tutte le altre...Il fatto che sia io, e non un altro individuo, per me costituisce un patrimonio prezioso. Le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo che gli esseri umani devono pagare per la propria indipendenza."


Mi chiedo:
Se essere indipendenti significa al fondo essere fedeli a se stessi, in che cosa consiste davvero la fedeltà a se stessi?
Deve sempre trasformarsi in agire? Bisogna fare per essere?
O c'è un modo più segreto, intimo, silenzioso di mantenersi fedeli a noi stessi mentre conduciamo vite che non ci somigliano? O che somigliano solo ad una parte di noi?
E quando sapremo, finalmente, quale era la parte di noi che aveva più diritto di "farsi agire"?
Alla fine della vita, forse?

Tu sei complessa -mi disse un'amica molti anni fa'- ma non sei complicata.
Dichiarai che non vedevo una grande differenza. La cercai sul dizionario dei sinonimi. Tra i sinonimi di "complicato", "complesso" non c'è. Ma tra i sinonimi di "complesso", come seconde scelte, in un'area semantica più distante, appaiono alcuni termini comuni.
Quello che credetti di ricavarne è che di una personalità complessa si può venire a capo, che esiste una strada per dipanarne la matassa e portare in chiaro ciò che necessita di essere portato in chiaro. Mentre la personalità complicata è forse destinata a permanere nell'intrico e nell'oscurità.
Tirai un sospiro di sollievo.
Ciò nonostante pur essendo io complessa ma non complicata la mia battaglia per arrivare a me stessa è stata molto lunga. E non si è, certo, ancora arrestata. Perché io sono lenta.
Ho intuizioni fulminee che giacciono là per anni. Sedimentano, sedimentano e sembrano non voler venire mai a galla. E' pur vero, però, che la coscienza che poi prendo delle cose è stabile, non indietreggia mai; è una conquista solida e inalterabile.
Ciò nonostante confesso di provare invidia per quelle persone che precocemente sanno giungere alla scoperta di se stesse, dei loro bisogni, delle loro più intime necessità.
Di quelle che non sbagliano nello stabilire le priorità tra le diverse istanze che gli si agitano dentro.
Anche a queste può succedere, è vero, di smentire un giorno se stesse, ma succede in genere molto avanti nelle loro vite, dopo che hanno seguito, e a lungo, le loro chiamate.
E, in genere, accade perché nuovi bisogni sorgono in loro. Non vivono insomma con un se stesso che cerca di venir fuori e che non sa farsi sentire o che parla con una voce non chiara.

In che cosa davvero consiste mantenersi fedeli a questo se stesso che confusamente si agita dentro di noi e manda segnali talvolta deboli talvolta fragorosi ma fulminei?
Haruki e Màrai, in altri libri, hanno dato la loro risposta. E la risposta sembra condannarmi alla sconfitta. La risposta dice che, senza un deciso agire consequenziale, non c'è fedeltà.
Naturalmente Haruki e Màrai sono due uomini. Permettetemi di dire che questo fa la differenza. E questo solo una donna lo sa.
Io, in quanto donna, e come tale depositaria di un millenario destino di pesi sulle braccia e sulle spalle, io invece questo lo so. Questa è una di quelle prese di coscienza di cui vi parlavo prima; quelle chiare, solide e non scalfibili. Tanto che i dinieghi maschili neanche li ascolto più.
Ci sono conoscenze non trasmissibili e questa è una di esse.
Essere donna è un accidente cromosomico che si fa destino a causa -per colpa- della società.
Certo anche il destino può essere infranto, capovolto, sovvertito. Molte donne ce l'hanno fatta e molte ce la fanno. Voglio credere che sempre più donne ce la faranno anche se i segnali dell'oggi non sono buoni. Ma punto sull'andamento carsico della "coscienza di essere donna". Essa si riaffaccia sempre. E' vero che nel frattempo tante vite di donna sono state sviate, soffocate, usate per scopi altrui, sacrificate alla realizzazione di altri individui. Ma questo avanzare sotterraneo, come una talpa, non cessa mai. E lo scontento delle donne, -non voglio compiacermene no!- lo scontento delle donne è per me, paradossalmente, la migliore speranza. E garanzia.
-Chi sta bene non si muove-, diceva mio padre. Con un lampo negli occhi gli rispondevo: -Ma chi sta male prima o poi si muoverà-. Naturalmente era proprio quello che lui voleva dirmi. Anche se penso che avrebbe magari potuto darmi lui uno scossone, non ho nessun rimprovero da fargli. Era un uomo ed era nato all'inizio del 1900. E poi questo fa parte di un altro discorso di cui mio padre ed io continuiamo a discorrere anche ora che lui non c'è più. No, con mia madre non ne discorro. Anche lei non c'è più e anche lei apparteneva a quell'epoca lontana ma, soprattutto, è stata solo un anello nella pesante trasmissione di quel destino, un anello vittima prima che colpevole. Se molte cose non so perdonare alla madre so però riconoscere tutte le attenuante dovute alla donna. Se non ne fossi capace che cosa avrei imparato da dieci anni di femminismo?

Comunque, nel mio infinitamente piccolo rispetto ad Haruki e a Màrai, la mia risposta è diversa dalla loro.
Io credo che la vera fedeltà è nella ricerca. Intenzionalmente non ho usato il congiuntivo in questa proposizione. Per dirvi la certezza della convinzione cui sono giunta. No, non la considero una regola universale. Parlo della mia propria fedeltà a me stessa. La mia natura è la natura di una interrogante. E' così e non ci posso fare niente. Posso avere rimpianti -e ne ho- posso riconoscere errori -e ne riconosco- posso anche piangere - e piango- su litri di latte versato, ma in qualche luogo più profondo di me, io so di aver rispettato, della mia natura, un punto che la qualifica, che la distingue, che fa me di me. Consiste proprio nell'interrogarmi sempre, nello scavare sempre, nel cercarmi sempre. Nel lavorare attorno a quella complessità di cui parlava la mia amica. Nel tenerla sempre presente perché nessuna dimensione è davvero esclusivamente la mia. Quello che ho cercato di fare nella mia vita è stato non ridurre al silenzio nessuna parte di me. E quelle cui non potevo dare spazio, quelle che sacrificavo agli affetti, agli amori, alle passioni e ai doveri, quelle le custodivo dentro di me, o le esercitavo tra me e me, nascostamente. Le rassicuravo e le placavo, le cullavo e le proteggevo. Aspetta, mi dicevo. Aspetta.
Ho rischiato molto, sì. E ancora non so se ho perso. Ma la vita non è finita. No, la vita non è finita.
Lo dice anche Haruki: "Per quanto si avanzi negli anni, finché si campa si scopre sempre qualcosa di nuovo su se stessi."
In questo Haruki, Màrai e persino io, siamo d'accordo: la vita è molto, molto lunga ed offre la possibilità di portare alla luce parti vitali e necessarie di noi stessi fino all'ultimo giorno.
E il tempo perso allora?
No, il tempo perso non esiste. Il tempo non è mai perso. Il tempo è stato necessario perché io incontrassi me stessa. E' stato tempo di lavoro, io lo rispetto.
Certo tutto avrebbe potuto essere più facile. Ma le forze che agiscono sulle nostre vite sono talmente tante e così diverse! C'è anche il caso, amici miei, "il vero legislatore del mondo" come lo chiamava Goethe.
So che ci sono persone pronte a giurare che ognuno è faber fortunae suae.
Secondo me sono quelle persone che il caso ha favorito e che non sanno riconoscere le difficoltà o le circostanze non favorevoli che la vita ha posto di fronte agli altri; quelle che non solo hanno avuto fortuna ma sono anche severi con chi non ne ha avuta. Sono ingenerosi e irrealistici. No, non siamo totalmente padroni delle nostre vite. Abbiamo la nostra parte di responsabilità ma non più di una parte. Non lo dico per assolvere o consolare me stessa. Lo dico perché lo credo. Noi siamo, io non lo dimentico mai, organismi in un ambiente. Abbiamo una natura su cui possiamo agire limitatamente. E' in quei limiti che possiamo indirizzare il nostro cammino. Ed è in quei limiti che siamo responsabili. Io sono disposta a riconoscere la mia parte di responsabilità ma non sono disposta a farmi flagellare come quelli che si dicono continuamente i loro "avrei dovuto". A loro rispondo "Ma avresti potuto?". O, per meglio dire: "In quale misura avresti potuto"? Tieni conto di tutte le condizioni, di tutte le variabili, di tutti i casi e gli accidenti e le spinte e le controspinte. Non affrettiamoci ad assolverci ma non lasciamoci annichilire dalla sensazione di essere gli unici responsabili - e spesso responsabile ci suona come colpevole- di tutto quello che ci accade o ci è accaduto.
Viviamo nel tempo e nella società: la nostra storia vive nella storia. Ricordiamocelo.



lunedì 5 ottobre 2009

lingua in transito


Più ancora di un aeroporto -almeno per me - il vero luogo del partire è una stazione ferroviaria.
A dispetto dell'etimologia del suo nome, che indica lo stare, e scende giù dritto come una spada dal verbo latino sto, as, steti, statum, stare il vero luogo del movimento, dell'andare, è una stazione ferroviaria.
Naturalmente può essere anche luogo dello stare (come sanno molti senzatetto), ma transitoriamente, provvisoriamente. Nelle stazioni, più che altrove, siamo tutti transitori.
Tutti gli incontri nelle stazioni sono brevi, frettolosi, ci si saluta mentre già ci si allontana.
Talvolta si beve un caffè insieme e poi si corre ognuno al proprio treno.
Scrittori e cineasti indulgono ad ambientare nelle stazioni soprattutto scene di addii.
Braccia che salutano dai finestrini, rincorse affannose di treni e lacrime mentre il treno fugge, in genere verso una galleria che inghiottirà i sogni, le speranze, gli amori.
(E' vero, da Casablanca in poi, anche negli aeroporti ci si saluta molto bene. Ma, per quanto io mi ricordi, negli aeroporti dei libri e dei film essenzialmente ci si ricongiunge. Grandi corse verso il gate e abbracci catartici all'ultima chiamata. Sembra che l'aeroporto si presti di più al il lieto fine).

Ci sono però nella nostra vita anche stazioni in cui si resta. Persino dopo che le si è lasciate.
Allora diventano luogo in cui ci si trattiene.
Magari a colloquio con i ricordi, con il passato, con il nostro io di altri tempi.
E il caffè si raffredda nella tazzina.

domenica 4 ottobre 2009

rivoluzione linguistica

Dal "futuro incantato" della poesia di Ted Hughes, con la vostra fattiva collaborazione, sono germogliati i seguenti tempi e modi grammatical-esistenziali:

il passato permanente
il presente complicato
l'imperfetto costante


il condizionale obbligato
l'infinito terrifico
l'imperativo ignorato

il futuro assente
il futuro così così

il presente meditante
il passato infastidente
il futuro balbettante
il congiuntivo vaticinante
il condizionale limitante

l'infinito interrogante
il passato impedente

il futuro trasportante
il presente invocante

il futuro realizzato
il passato rimosso
il presente mistificato
il futuro negato
il futuro breve

l'infinito indeciso
il presente paralizzante
il presente deluso
il futuro incerto


E' tutta farina del vostro sacco, amici.
Oggi io però, in quanto corista, voglio aggiungerne un altro: il presente cantato.
Lo faccio come gesto di fiducia, per me e per tutti voi. Giacché di fiducia, nei tempi presenti, c'è grande bisogno.
in amicizia, marina

lunedì 28 settembre 2009

il futuro incantato

Così Ted Hughes descrive il suo sentimento nel giorno in cui sposò Sylvia Plath:

"Levitato al tuo fianco, io ero soggetto
a uno strano tempo grammaticale: il futuro incantato."

Mi piace molto questa invenzione. E, sulla scia di Ted, ho cercato altri nuovi tempi grammaticali.

Il passato permanente ad esempio. Potrebbe indicare quei momenti in cui memorie dolorose che ci si sono appiccicate addosso, risorgono all'improvviso, sotto forma di flash, e ci fanno sussultare mentre, che so, attraversiamo la strada.

Il presente complicato che potrebbe esprimere bene lo stato di confusione che ci prende a volte di fronte alla nostra vita e ai nostri giorni.

L'imperfetto costante. A me sembra adatto per indicare lo stato di insoddisfazione che possiamo provare verso noi stessi e la nostra imperfettibilità.


La tecnica si può applicare anche ai modi del verbo.

Che ve ne sembra di un condizionale obbligato?
Lo vedo bene per indicare lo stato di dipendenza, nella realizzazione delle nostre speranze, da mille contingenze diverse.

E di un infinito terrifico che ne dite?
No, questo non c'è bisogno che ve lo spieghi.

Ma esiste, ne sono certa, l'imperativo ignorato, splendido modo che segnala lo stato -prossimo alla paradisiacità- in cui ci muoviamo quando riusciamo a sconfiggere quella voce battente che ci incalza proponendoci mille doveri costrittivi.

E adesso a voi: la coniugazione del verbo è tutta vostra!

martedì 15 settembre 2009

parole

La parola provocazione va molto di moda.

C'è molta gente che si sente particolarmente acuta per il fatto che mette in atto quelle che chiama "provocazioni".

La politica ne è un buon esempio.
Oggi il tizio X fa una dichiarazione che suscita tutto un insorgere di reazioni vivaci o rabbiose e la riprovazione generale per la sua rozzezza o violenza o idiozia o inconsistenza logica o morale. Allora il tizio X dichiara trionfante: Era una provocazione!

Anche nella vita privata capita, sempre più spesso, che il tizio Y lanci là una frase offensiva o un giudizio ingeneroso o semplicemente immotivato, o un'ipotesi maligna, oppure che parli "a schiovere" ma con l'aria di discettare, di sapere qualche cosa dell'altro che l'altro non sa e che lui farà uscire fuori. Di fronte poi alle perplessità o rimostranze altrui si giustifica così: Era una provocazione!

Ora IMHO (come ho imparato a scrivere da bip, cioè "secondo la mia modesta opinione"), delle due l'una: o il pensiero espresso è davvero un convincimento del provocatore e allora deve essere capace di difenderlo fino in fondo e, se richiesto, di motivarlo oppure è, appunto, un parlare "a schiovere" e allora dovrebbe scusarsene e basta. Dire "era una provocazione" è pura ipocrisia. Per non parlare dell'aria di trionfo e soddisfazione con cui viene detto. Come se dicesse: "vedi come sono bravo? Provoco!".

Ogni volta mi chiedo: in che cosa consiste esattamente il merito di chi provoca? E' sottinteso che dovrebbe servire a ottenere da parte dell'altro una reazione rivelatrice rispetto ad un fatto o opinione o suo comportamento.
Ma allora perché il provocatore non chiede semplicemente l'opinione altrui, avanzando tranquillamente la sua ipotesi in merito?
Può darsi che il provocatore sia particolarmente diffidente? Può darsi che il provocatore sospetti nell'altro la sua stessa ipocrisia o mancanza di coraggio?
Può darsi che lo creda semplicemente uno sciocco, incapace, senza la sua spinta, di riconoscere il suo vero pensiero?
Io non sono, come si potrebbe facilmente credere, una persona molto aperta; sono invece una persona diretta. E gli atteggiamenti circonvolutori per il raggiungimento di uno scopo mi infastidiscono. E non poco.

Per chiarimi circa il recente e sbarazzino consenso sociale verso la figura del provocatore sono tornata alla lingua.

provocatore s.m. (f. –trice)
1. Chi col proprio atteggiamento o comportamento provoca alla violenza: la polizia ha disperso un gruppo di provocatori• Come aggettivo: agente provocatore, chi induce altri a commettere un reato per poterlo denunciare~ Che irrita o indispone: atteggiamento p.; petulanza p.
2. non comune: Suscitatore di una reazione fisica; anche come agg.: sostanza p. del vomito.
Dal lat. pro-voco
chiamo fuori faccio uscire; pro= avanti voco= chiamo


provocazione s.f.
1. Atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta: non tollero provocazioni; meno com., con allusione a reazioni puramente fisiche (p. del vomito) o tali da risolversi in un comportamento illecito o peccaminoso (p. al vizio).
2. Nel diritto romano, citazione, chiamata in giudizio.
3. Nel diritto, circostanza attenuante prevista per chi ha reagito in stato d’ira provocato da un atto ingiusto altrui.

(Esiste, è vero, anche un' estensione del termine che si attribuisce ad un vivace suggeritore di idee, un individuo particolarmente stimolante: da cui l'espressione, ad esempio nei convegni, "un intervento provocatorio". Ma deve trattarsi appunto di un vivace suggeritore di idee, di un individuo la cui originalità di pensiero sia capace di far accendere lampadine di dubbio nelle menti altrui. Beh, non mi sembra merce molto comune. Non tanto quanto sono comuni i più modesti provocatori.)

Dunque, per restare alla lingua, mi sembra chiaro che il provocatore non ha per scopo del suo intervento la comunicazione con l'altro. Il capirsi, l'affrontarsi, il discutere ecc . Non ha uno scopo comunicativo. E neanche conoscitivo.
La provocazione è un atto pragmatico e ingiusto. Punta ad una reazione violenta.
Ma è l'atto di una persona pavida che subito si tira indietro e si nasconde dietro la formula "Era una provocazione". (Che poi ci sarebbe molto da scrivere sull'uso di quell'imperfetto, era, come a chiudere la pratica. Ma non voglio tediarvi troppo).
Voler suscitare una reazione risentita e potenzialmente violenta da parte del nostro interlocutore non è un atteggiamento adulto, né razionale. Spesso i bambini tra di loro sono provocatorî.
Colui che punta alla reazione incontrollata di un altro, apparentemente con freddezza, in realtà è mosso da motivazioni più oscure.
Nei rapporti interpersonali la provocazione nasconde (male) un sentimento di ostilità. Ti provoco perché voglio vederti in un tuo aspetto negativo, ti provoco perché voglio causarti irritazione, fastidio; ti provoco perché mi stai sulle palle ma non ho il coraggio di dirtelo; ti provoco perché spero che tu ti sveli a me peggiore di quello che temo che tu sia e così via...

Motivazioni dunque per nulla limpide.
Così come erano oscure (non dicibili) le motivazioni delle provocazioni politiche del periodo storico da cui io provengo. Infatti allora chi provocava, nei cortei, nelle piazze ecc. era un provocatore e per i provocatori c'era disprezzo e condanna sociale.
Del resto l'arte della provocazione politica ha ancora i suoi sostenitori e i suoi specialisti.

Roma Piazza Navona-29 ottobre 2008- provocazione fascista alla manifestazione studentesca contro il decreto Gelmini.

Tornando ancora al latino "chiamo fuori, faccio uscire" la domanda è: perché chiamo fuori? perché voglio far uscire?
Escludendo la politica, nei rapporti interpersonali questa è LA domanda.
La domanda cioè non riguarda la reazione del provocato ma l'intenzione del provocatore. Il provocato ha due sole scelte: può ignorare la provocazione, facendo appello al suo self control e alla sua indulgenza o può cadere nel tranello. Ma se cade nel tranello conserva la sua "innocenza" giacché gli è stata rivolta una ingiuria che prevedeva la sua reazione. Non c'è niente di sorprendente né di vergognoso nello sdegnarsi. Tu mi insulti per offendermi. Io mi offendo e reagisco. Secondo me fila liscio come l'olio. E il provocatore che crede di aver fatto chissà che scoperta ha in realtà scoperto l'acqua calda: le persone offese, si offendono. E, spesso, reagiscono. Banale.

Dunque la vera domanda, possibilmente provocatoria, il provocatore dovrebbe rivolgerla a se stesso e chiedersi: Perché sento il bisogno di indurre l'altro ad una reazione scomposta? Perché provo il desiderio di offenderlo? di ingiuriarlo, di provocarlo ad un comportamento reattivo violento?

Per quanto mi riguarda il provocatore, categoria che non ho mai smesso di detestare, dice di sé molto più di quello che crede di scoprire dell'altro.
E quello che dice di sé non è bello.

lunedì 27 luglio 2009

al frantoio della memoria


August Strindberg

"Oh, ci fossero davvero il Lete, il filtro della dimenticanza e la droga del sonno, per il viaggiatore stanco! Così sospira il figlio dell'uomo, stupidamente. Ma la legge della vita esige la memoria; poiché tutto ciò che hai vissuto, grande o piccolo, buono o cattivo, venga versato nel frantoio della memoria, e macinato, macinato, mentre le loppe grige e le mondiglie vengono setacciate e soffiate via dal ventilatore, finché resta la soffice farina, che viene impastata a pane bianco di vita per l'eternità."



loppa o lolla: involucro dei granelli dei cereali
mondiglia: l'insieme dei corpi estranei mescolati ai semi di piante coltivate

sabato 25 luglio 2009

intolleranze lessicali

Trattativa Stato -Mafia. Plenipotenziari, messaggeri, diplomatici. Tavoli di trattative. Contropartite. Ma nessun testo scritto per gli archivi.
Ci raccontano questa storia sui giornali e sugli schermi televisivi. E' storia antica, storia che si ripete.
Compare spesso l'espressione "pezzi deviati dello Stato". Quell'aggettivo ipocrita "deviato" io non lo sopporto più. Dicano pezzi dello Stato, se proprio non vogliono dire Lo Stato.
Servizi deviati. Magistratura deviata. Polizia deviata. Carabinieri deviati. Siamo lo Stato più deviato al mondo. Non vi fa venire il sospetto che in realtà il nostro Stato sia proprio come lo vogliamo, che esso non devii affatto ma avanzi, dritto come una spada, nella direzione che questo popolo, nelle sue infinite complicità, vuole per lui?
E che i veri deviati fossero i Falcone, i Borsellino, i Pio La Torre?

Quando nella lingua passa come lessico comune una menzogna vuol dire che è già passata nei fatti.

venerdì 13 marzo 2009

chiamiamolo solo pidielle

Una lezione di Luciano Canfora tenuta 14 anni fa' e molto, molto attuale

"Un concetto inafferrabile.

L'esperienza di movimenti politici che prendono nome dalla "libertà", o ad essa si richiamano come a parola programmatica, risulta, nella sua contraddittorietà, istruttiva. E' come se il termine "libertà" avesse cambiato fronte più di una volta, nel linguaggio politico. Qualche esempio aiuterà ad entrare in argomento. 
Il partito degli estremisti bianchi in Sudafrica, responsabile tra l'altro dei feroci massacri pre-elettorali (maggio 1994), si chiama "Fronte della libertà". 
Il partito della destra cilena, che organizzò, poche settimane prima del golpe, l'uccisione del consigliere militare di Allende, Arturo Araya (28 luglio 1973), si chiamava "Patria e Libertà". E quando la junta di Pinochet e degli altri generali felloni prese il potere mettendo a ferro e fuoco la capitale, emise un comunicato, rimasto tristemente famoso, ripreso dall'Agenzia Reuter il 12 settembre 1973, in cui si leggeva, al punto 2: "Le forze armate e i carabineros sono uniti nella missione storica di lottare per la libertà". (Le Monde, 13 settembre). 
In Italia, un vero e proprio inno al golpe di Pinochet lo sciolse il quotidiano neo fascista Il Secolo d'Italia, che titolava il 12 settembre: "Destituiscono Allende per la libertà del Cile". 
Del resto, il quotidiano della giunta fascista dei "colonnelli" greci (aprile 1967) - noti come "i colonnelli", ma autoproclamatisi generali subito dopo il colpo di stato- si chiamava elefteros kosmos "Mondo libero": termine, come si sa, abusato durante la guerra fredda, e assunto come insegna non soltanto da politici "benpensanti" ma anche dal Ku-Klux-Klan.
Quando, il 28 giugno 1973, il governo francese (presidente era Georges Pompidou) mise fuori legge il movimento eversivo di destra "Ordre Nouveau", si costituì a sua difesa il "Comité Liberté", e personalità parafasciste, nel criticare il provvedimento governativo, si impegnarono pubblicamente in nome del principio "La liberté ne se divise pas". Remy de Laon, presidente del movimento nazionalista-cristiano "Natione Nouvelle", denunciava il "nuovo stalinismo" e chiedeva con tono vibrato: "Dove sono i nemici della libertà? Tra i sostenitori dell'unità, della forza, della salvezza della nazione, o tra i propugnatori dell'asservimento al carro sovietico?"(Le Monde 28 luglio 1973). Un curiosum per il politologo del futuro può essere considerato il piccolo partito staccatosi dal Movimento sociale italiano per impulso di Giorgio Pisanò: si chiama "Fascismo e Libertà". 
Non basta incolpare certo abuso delle parole politiche, o camaleontismo di chi se ne serve. Onde ad esempio "Giovane Italia", di conio mazziniano, è stata, a lungo, la denominazione del movimento giovanile neofascista in Italia (ed era in realtà un modo obliquo di richiamarsi a Salò, dove fu attizzato un ibrido fuoco mazziniano in polemica strumentale con il CLN, che coabitava con i Savoia nell'Italia non occupata). O anche "Occidente": parola chiave di tanti movimenti di destra, compreso il nominato "Ordre Nouveau" che in un primo momento si chiamò "Occident". Per non dire di Ordine Nuovo che è, in principio, la testata gramsciana torinese. 
C'è anche dell'altro. Si tratta -nel caso di cui qui si discorre- di una vera appropriazione da parte dell'ultradestra, spesso anche eversiva, della controversa nozione di "libertà"."

Luciano Canfora: Manifesto della libertà Sellerio 1994