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mercoledì 10 marzo 2010

voglio scegliere



Appello per il diritto alla libertà di cura

Rispettiamo l'Articolo 32 della Costituzione

Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull'onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.

Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell'orientamento generale degli italiani.

Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.

Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.

Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.

Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.

Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.

Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.

Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.


Primi Firmatari

Ignazio Marino, chirurgo e senatore
Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio
Corrado Augias, scrittore
Bianca Berlinguer, giornalista
Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo
Maurizio Costanzo, giornalista
Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL
Paolo Franchi, giornalista
Silvio Garattini, scienziato, farmacologo
Massimo Giannini, giornalista
Franzo Grande Stevens, avvocato
Marcello Lippi, Commissario tecnico della Nazionale italiana
Luciana Littizzetto, attrice e cabarettista
Alessandra Kustermann, medico, ginecologa
Miriam Mafai, giornalista e scrittrice
Vito Mancuso, teologo
Erminia Manfredi, regista
Simona Marchini, attrice e autrice
Rita Levi Montalcini, premio Nobel
Giuseppe Remuzzi, scienziato, immunologo
Stefano Rodotà, giurista
Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica
Umberto Veronesi, oncologo
Mina Welby, delegato municipale ai diritti civili
Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale

POSSIAMO FIRMARE QUI

mercoledì 17 febbraio 2010

l'umiltà del genio


Leggere Einstein commuove per la semplicità delle sue espressioni e per la sua umiltà.


"Non potrei immaginare un Dio che premi e castighi le sue creature, i cui scopi siano calcati sui nostri, un Dio in breve che sia un mero riflesso della fragilità umana... A me basta contemplare il mistero della vita senziente che si perpetua per l'eternità, riflettere sulla meravigliosa struttura dell'universo di cui cogliamo ben poca cosa e cercare umilmente di ca­pire una seppure infima parte dell'intelligenza che si manife­sta in natura."

(1932)

martedì 26 gennaio 2010

carte di identità/Alì Shariati



La sorte dell' Iran continua ad appassionarmi. Vorrei tanto per quel popolo un lieto fine, dopo un secolo di violenze di ogni tipo: coloniali, dittatoriali, belliche, rivoluzionarie, ideologiche. Un approdo alla democrazia, una semplice, modesta democrazia non utopica.
Leggo tutto quello che posso sull'Iran: letteratura, saggi, cronache.
Una figura di grande interesse è quella di Alì Shariati ( Mashaad 1933- London 1977)

Alì Shariati, sociologo e filosofo, con il suo discorso intellettuale contribuisce a preparare la rivoluzione iraniana contro lo Sha ma muore prima della fase rivoluzionaria -forse di crepacuore, forse eliminato da sicari iraniani- a Londra, dove si è rifugiato dopo un periodo in carcere. Suo padre era un pensatore rivoluzionario, molto critico nei confronti del clero e propugnatore di una riforma dell'islam sciita; sostenne una distinzione tra islam coranico e islam superstizioso; riteneva ad esempio infondata la credenza nell'attesa del Dodicesimo iman; questa posizione probabilmente gli costò la vita.
Alì Shariati cresce alla scuola di suo padre e ne eredita l'interesse per il rapporto tra religione e politica. Ma ha un'indole più complessa che lo porta ad alternare periodi di attivismo politico ad altri di appartata riflessione.
Studia sociologia e filosofia in Francia dove frequenta Massignon, Sartre e Franz Fanon.
Matura lì un pensiero del tutto originale che mescola insieme gnosi, misticismo, esistenzialismo, marxismo e sciismo. Questo, in particolare, diventa nel suo pensiero oggetto di una critica radicale che egli paragona a quella del protestantesimo luterano nei confronti della Chiesa di Roma. Egli stesso definirà la sua posizione "protestantesimo islamico".

Nel periodo parigino Alì Shariati entra in contatto con i dissidenti iraniani all'estero.
Nel 1963, tornato in Iran è subito arrestato alla frontiera dalla Savak, la famigerata polizia politica dello Sha. Uscito di prigione si allontana dalla politica attiva e studia  il sufismo, ne legge i testi classici e medita. Questa sua lontananza dalla politica gli fa ottenere una cattedra universitaria. Inizia così una nuova fase politicamente attiva della sua vita, quella delle lezioni seguite da studenti infiammati e affascinati dal suo pensiero che affollano la sua aula assetati di una visione più complessa e moderna della società. Nelle sue lezioni svolge un' analisi marxista della società, critica severamente il clero parassitario ed oscurantista e l'approccio superstizioso al Corano, e alza sempre più forte la voce contro la illiberalità del regime dello Sha Palhavi. Si fa così tre nemici: i partiti di sinistra a causa della sua attenzione alla religione -cui egli rivendica il ruolo di forza mobilitatrice delle coscienze e che invece i movimenti di sinistra bollano come"sovrastruttura"-;  lo Sha e il suo potente apparato repressivo e il clero sciita.
In quegli anni pubblica "Islamologia", in cui sostiene che l' Islam non è incompatibile con la modernità; la religione islamica, quale descritta nel Corano, sostiene, si basa sul consenso e dunque sulla democrazia; gli ulema, invocando il monopolio della interpretazione vogliono sostituirsi a Dio e pertanto sono idolatri; lo Sha stesso si presenta come nuovo idolo ed il clero è suo complice. Queste le sue più radicali affermazioni.
Egli dimostra che è possibile studiare il Corano alla luce della ragione e affronta senza ipocrisie anche la condizione femminile.
Alì Shariati diviene così punto di riferimento per una generazione di intellettuali che rivendicano un discorso non clericale sulla religione.
Ma egli non si pone né contro né fuori la religione, trasforma anzi la religione in ideologia, in dottrina politica capace di orientare individui e masse. Questo aspetto del suo pensiero sarà molto apprezzato da Komeini che lo userà nella sua propaganda pre e post rivoluzionaria.
Il libro ha un grandissimo successo, diviene una specie di libretto rosso per le giovani generazioni ma susciterà anche forti e pericolose reazioni.
Le tesi del libro scardinano dei punti fermi della tradizione sciita.
Per Shariati l' imamato, la guida del popolo da parte di un imam illuminato, ha una funzione simbolica, come l'idea di una società senza classi per il marxismo.
Egli invoca un Islam senza chierici.
Rilegge il Corano sottolineandone gli aspetti liberali e la grande attenzione data alla giustizia sociale. Sottolinea la divisione, presente nel Corano, tra oppressi e oppressori e mette per la prima volta in contatto settori attenti ai valori religiosi con l'intellettualità di sinistra e la gioventù urbana secolarizzata.
Per Shariati l' Islam è il principale vettore di liberazione degli oppressi. Egli conia una nuova
parola d'ordine: Islam terza via. Una via cioè che scorre tra capitalismo e comunismo, tra materialismo e idealismo.
Egli studia il rapporto tra i sessi nella società islamica. Critica la reificazione femminile.
La donna tradizionale, dice, è merce sessuale che passa dal padrone padre al nuovo padrone cui il padre la vende; la donna modernista che tenta di emanciparsi per imitazione del modello occidentale cade però in un mimetismo caricaturale; le donne mussulmane debbono costruirsi una identità propria attraverso la riscoperta delle proprie radici. Il modello additato da Shariati è Fatima, la figlia del profeta Maometto.
Ma Shariati precisa che Fatima non va seguita in quanto madre degli imam Husayn e Hasan o come moglie di Alì, il primo Imam dello sciismo, e neppure come figlia del Profeta, ma come donna che partecipa attivamente alla vita politica. Il Corano, dice, la mostra mentre svolge ruoli familiari ma anche sociali e politici.
Così Shariati propone alle donne iraniane Fatima come modello femminile attivo nella società.
Il suo motto lapidario è: Fatima è Fatima,  non è figlia o moglie o madre: è solo Fatima.
I vertici del clero si preoccupano per queste sue posizioni, ma Komeini, dal suo esilio, intuisce che Shariati con il suo grande seguito e la sua difesa della religione può essere utile al suo progetto di rivoluzione religiosa e frena il clero in subbuglio e pronto a dichiarare Shariati apostata.
Ma il regime dello Sha, che teme per l'impatto della suo critica sociale e politica, lo arresta nel 1973.
Sarà una campagna internazionale a farlo liberare nel 1975 (anno in cui l'Iran dello Sha è definito da Amnesty International come paese peggior violatore dei diritti umani- cosa questa che in occidente in molti hanno dimenicato). Quando esce dalla terribile prigione di Komiteh, ancora oggi sinonimo di terrore, Shariati è molto provato fisicamente e psicologicamente e ripara a Londra.
Per costringerlo a tornare il regime blocca la moglie e le figlie mentre stanno lasciando Teheràn per raggiungerlo. Per Shariati è un colpo terribile. Tornato dall'aeroporto dove era andato ad attendere l'arrivo della sua famiglia, si mette a letto dove verrà trovato morto il mattino successivo. Secondo i suoi seguaci la sua morte misteriosa è dovuta ai sicari dello Sha o del clero stesso.
Così Shariati non vedrà la rivoluzione islamica che ha contribuito a preparare, non vedrà le donne velate nei cortei contro lo Sha né la ridistribuzione dei beni confiscati al dittatore e alla sua nomenclatura.
Ma non vedrà neanche l'uso che Komeini farà delle sue parole d'ordine. I'Islam nero di Komeini salirà infatti al potere anche grazie alle parole d'ordine dell'islam rosso di Shariati. La sua figura poi verrà ridimensionata e infine liquidata da Komeini. Nella costruzione della sua teocrazia Komeini dirà che in attesa del Dodicesimo iman e del suo regno di giustizia gli ulama ne esercitano il potere. Proprio ciò che Shariati contestava! Oggi le sue idee sono ancora usate, in forma distorta, dal potere degli ayatollah e da Ahmadinejad.
Malgrado tutto però il "vero" Shariati non è stato dimenticato. La sua casa di Mashad è stata trasformata in un piccolo museo.




venerdì 16 ottobre 2009

A H1 N1

L'altra sera si parlava dell'influenza AH1N1 e mi hanno colpito molto le preoccupazioni di una signora circa le nuove disposizioni per chi assiste alla Messa. Sembra che non ci si potrà scambiare la stretta di mano come segno di pace (verrà sostituita da un cenno del capo) né verrà più immessa acqua nell'acquasantiera, e l'ostia verrà consegnata in mano e non posata sulla lingua ai comunicandi. Ho cercato di capire perché questi cambiamenti la sconvolgessero tanto, che cosa cambiasse nella sostanza del suo incontro con il suo Dio.
Ma era chiaro che parlavamo due lingue diverse. Io ipotizzavo che il puro sentimento della sua fede e della sua comunione con il suo Dio potesse essere sufficiente, lei mi ha replicato, un po' scandalizzata, che la fede non è un "fai da te" e che da secoli e secoli l'ostia viene deposta sulla lingua ed è questo che dà davvero il senso della comunione.
Mi sono ritirata in buon ordine. Ma ho riflettuto sulla potenza del rito. E, di converso, sul mio fastidio per i riti stessi.

Non che io ignori l'importanza del rito in tutte le civiltà, ma li sento come gabbie -quello che in un certo senso sono, cioè percorsi obbligati per incanalare sentimenti ed emozioni in momenti cruciali dell'esistenza (ad esempio i funerali). Dei regolatori, quasi, dei nostri spiriti irrazionali, che possono essere depotenziati o accresciuti. Gabbie utilissime, so anche questo. Ma non di meno mi infastidiscono. Però ho lasciato cadere la domanda che avevo sulla punta delle labbra: saresti disposta a prenderti l'influenza per ricevere l'ostia sulla lingua?

giovedì 10 settembre 2009

ciechi

Questo post volevo correggerlo, rivederlo e arricchirlo, ma la pigrizia mi impedisce di farlo.
Beccatevelo così!



Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere.

Per me è di assoluta evidenza il fatto che gli dei ci vogliano perdere. Noi gli italici, intendo.
E credo di sapere perché gli dei ci vogliono perdere, come mai abbiamo perduto il loro favore e la loro protezione.

Ci vuole perdere Apollo, furioso con noi per come mal-trattiamo le arti. Per come schifiamo la poesia, per come trascuriamo la musica, per come mercanteggiamo con la medicina.

Ci vuole perdere Bacco, che ci ha visti passare da coppe e crateri al vino in contenitori di plastica con tappo in plastica. Piccola colpa rispetto alle altre ma si sa, Bacco è fumantino!

Vuol perderci Cerere disgustata dal trattamento che riserviamo alla terra e a i suoi frutti e per la nessuna considerazione in cui teniamo il lavoro agricolo.

E Diana, lei che protegge le fonti e i boschi, da noi rese velenose o ridotte a discariche. Ma la sua furia si moltiplica perché Diana è anche la Dea che protegge le donne e deve assistere ad un quotidiano femminicidio.

Persino Cupido ci vuol vedere persi. Non gli piace la povertà del nostro erotismo, sacrificato alla produttività, né il suo carattere mercenario.

E Venere arriccia le labbra graziose per la volgarità che depositiamo sulla bellezza.

Giunone brontola per il modo sciatto con cui donne e uomini trattano le loro unioni, senza cura, senza attenzione.

Persino Mercurio ce l'ha con noi. I ladri che protegge sono i piccoli e astuti furfanti non certo i grandi tycoon che spezzano migliaia di vite. Per questo è furioso: i suoi protetti, i piccoli borseggiatori, finiscono in galera, mentre i grandi criminali godono di impunità.

Nettuno schiuma rabbia per come abbiamo ridotto il mare nostrum, pattumiera chimica.

Potrei continuare. Non c'è dio, piccolo o grande, che non abbiamo offeso, né semidio, né Musa, così come i nostri Penati. I nostri Penati non possono scagliarsi contro di noi, ma possono piangere. E infatti piangono. Ma non sono inascoltati. Il loro lamento sale agli dei.
C'è un gran ribollire di rabbia e indignazione sull'Olimpo e una gran voglia di farla finita con noi italici.

Ma il più furioso, il più accanito, il più indignato contro il popolo italico è il padre Giove. La giustizia rantola al suolo, ogni giorno la inzaccheriamo di più e Giove sbuffa e brontola, un brontolio sordo che si addensa sul nostro capo. Per questo ci ha accecati: affinché noi ci si perda definitivamente.
E noi, gli italici, stupidamente ciechi, sempre più ci lasciamo accecare mentre ci crediamo e ci diciamo prosperi e felici.

I pochi che tengono gli occhi aperti li hanno colmi di allarme, ma come tante Cassandre, non trovano, nel loro paese, alcun ascolto.

giovedì 18 dicembre 2008

pianeta in ordine

"Essere immortale è cosa da poco: tranne l'uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. Ho osservato che, nonostante le religioni, tale convinzione è rarissima. Israeliti, cristiani e musulmani professano l'immortalità, ma la venerazione che tributano al primo dei due secoli prova ch'essi credono solo in esso, e infatti destinano tutti gli altri, in numero infinito, a premiarlo o a punirlo".




Secondo questa logica -che ho sottratto a "L'aleph" di Borges- più ci occupiamo di descrivere, immaginare, regolare e temere i secoli che verranno, legando la nostra futura  condizione al nostro comportamento in questo, più dimostriamo di non prestar loro alcuna fede. Tutta quella eternità dedicata a premiarci o a punirci per il nostro breve soggiorno terreno? Che esagerazione!


Va bene sbirciare di tanto in tanto nella supposta stanza chiusa, ma descriverne nei minimi particolari l'arredamento e soprattutto dirci che vi troveremo un accogliente divano solo se avremo sprimacciato bene i cuscini di quello della nostra attuale casa, significa alterare la gerarchia tra la famosa stanza eterna -col suo bel divano o il suo letto di spine- e questo modesto condominio terreno. 

Come è possibile credere che un tempo così breve e così insignificante come la nostra esistenza terrena possa determinare l'eternità?


Eppure i credenti -come si assolutizzano nel definirsi- sono pronti a giurare non solo che quella stanza esiste e che loro l'abiteranno, ma anche che tutto in quella stanza dipende da come avranno saputo rassettare il miniappartamento che abitano qui e che così diviene l'unica realtà veramente importante anche ai loro occhi.
Almeno la tenessero in ordine!




Quanto a me, che so di essere mortale e temo quanto è giusto la morte, ho anche un inafferrabile sentore di immortalità. L'affido ai miei atomi di carbonio che, in un tempo incalcolabile -cioè letteralmente non calcolabile- si combineranno ad altri atomi e daranno vita -daranno vita!- a qualche forma che non sarò io ma che sarà fatta anche di me. Naturalmente se nel frattempo le condizioni sul pianeta che mi ospita non saranno state alterate al punto che le necessarie reazioni non potranno più verificarsi.
Anche in questo caso, teniamolo in ordine questo pianeta: ne va della mia immortalità.

Discuto amabilmente di questo tema con il coniuge.
L'ipotesi che mi inquieta, dice il mio "personal scientific advisor", è remota. Le leggi fisiche (e quindi anche quelle chimiche) che presiedono all'universo, sono immutabili. A meno che, a meno che...e mi mette in guardia nei confronti delle armi atomiche a fusione nucleare (la bomba ad idrogeno per intendersi). Infatti, a differenza di quelle a fissione nucleare, così demodé, in caso di un loro utilizzo si disferebbe la struttura stessa degli atomi che mi compongono. 
Si disferebbe la struttura dei miei atomi!? Gli atomi che mi fanno immortale?!
Entro nella giornata con una preoccupazione in più.


 

lunedì 10 novembre 2008

il futuro arriverà

Domani la Corte di Cassazione, a sezioni unite civili, si esprimerà, in via definitiva, sulla sorte di Emanuela Englaro, la giovane che dal 1992 si trova in stato vegetativo permanente, ossia irreversibile. E' nutrita e idratata artificialmente.


"Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l'intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto." (dott. Luca Carra-Zadig)



Verrà un giorno -non ne dubito- in cui gli uomini ricorderanno con orrore i tempi in cui corpi già morti, privi di coscienza e incapaci di ogni funzione, venivano tenuti prigionieri in letti, come cadaveri procrastinati. E come questo accadesse anche contro il loro espresso volere. E inorriditi racconteranno come gli si infilassero tubi nel naso e nella bocca, e venissero iniettati di aghi e sostanze, e alimentati a forza, e attaccati a macchine enormi e mostruose e vilipesi per mesi ed anni e decenni. E riferiranno come quei corpi si piegassero e piagassero e deformassero e si ritirassero, assumendo le piccole fattezze di mummie non ancora mummificate. Racconteranno come quei corpi divenissero proprietà delle autorità civili e come quelle religiose li usassero per riaffermare il proprio potere sugli animi della popolazione.
Narreranno come quei corpi venissero sottratti a coloro che più li avevano amati in vita per usarli in battaglie nominalistiche in cui la posta era il potere della collettività sull'individuo.
Racconteranno il paradosso per cui il loro stato veniva definito "vita" e come, coloro che collezionavano così esseri umani ormai cadaveri, si definissero vigili custodi della vita.
Quel giorno qualcuno chiederà scusa a qualcun altro.

mercoledì 29 ottobre 2008

per Aisha

Non ho parole per dire il mio orrore per la fine di Aisha Ibrahim Dhuhulow, morta per lapidazione a Chisimaio (occupata dalle Corti Islamiche, integralisti omologhi ai talebani afgani) perché ritenuta colpevole di adulterio.
Però, anche in mancanza della capacità di esprimere il dolore e la rivolta, non riesco a passare sotto silenzio questa atrocità, come se fosse una qualsiasi notizia di cronaca.
Faccio perciò solo quello che posso fare, dedico queste due righe ad Aisha, nostra sorella di 23 anni.

giovedì 10 luglio 2008

preghiera laica per Eluana

Milano, 9 luglio (Adnkronos)
I giudici della Corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro, la giovane donna che da 16 anni vive in stato vegetativo irreversibile, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Eluana si trova in coma permanente dal 18 gennaio del 1992, dopo un incidente stradale, e il padre, Beppino Englaro, dal 1999 chiede di potere sospendere i trattamenti alla figlia.

Con il provvedimento depositato oggi l'uomo, in qualità di tutore, puo' tecnicamente richiedere fin da subito ai responsabili del reparto dove è in cura la ragazza, di sospendere le cure 'nasogastriche'. Questo nonostante che, da un punto di vista giuridico, il decreto potrebbe, entro 60 giorni, essere soggetto ad un nuovo ricorso in Cassazione e la Procura Generale, come aveva fatto in passato, potrebbe impugnare la sentenza.

La decisione della corte, sessanta pagine in tutto, si basa soprattutto sul convincimento manifestato da Eluana prima dell'incidente, che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere artificialmente, privata delle capacità percettive e di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Da un punto di vista prettamente medico, infatti, un provvedimento già agli atti del caso formalizzava di fatto l'irreversibilità del processo 'morboso' a cui è soggetta la ragazza.

Per i giudici, inoltre, il fatto che la giovane fosse cattolica non implica che la stessa debba ancora soggiacere ad una inesorabile piena condivisione di tutte le regole, anche morali, della sua fede. Del resto Eluana, come ha spiegato il padre ''non è mai stata di fatto una cattolica praticante e, al di là della sua intima religiosità, è stata sempre critica verso qualunque richiesta istituzionale di adesione a pratiche o ideologie che fosse basata sul puro e semplice principio di autorità''.

Nel provvedimento la corte ricorda anche che la stessa Eluana, quando un suo amico entrò in coma, si recò in una chiesa e accese un cero ''ma per chiedere come grazia non che il suo amico, in coma a causa di un incidente stradale, potesse continuare a vivere, ma che invece potesse morire''

Io prego ogni e qualsiasi ragionevolezza umana ed ogni e qualsiasi umana pietà perché raggiunga la Procura Generale e la induca a rinunciare ad un ulteriore ricorso.

mercoledì 16 aprile 2008

Storia della felicità/sette/il secolo XVIII

Quale giorno migliore di questo per pensare alla felicità?


Voltaire, quando ancora sorrideva.



Se sul finire del XVII secolo Locke e Hobbes hanno chiamato, il secolo dei Lumi risponde. Lo percorre infatti, in lungo e in largo, l’aspirazione alla felicità terrena.
È un abate (Pestré) a pronunciare la parola scandalosa: diritto alla felicità. Lo farà compilando appunto la voce "Felicità" dell'Enciclopedia di Denis Diderot.
Ma come attuare questo diritto? Nessuno scrittorte del secolo si sottrarrà a questa domanda e sul tavolo della produzione letteraria si rovesciano opere ed opere di ogni natura e consistenza, trattati, saggi, epistole, discorsi, tutte alla caccia della felicità.

Naturalmente una impennata di così grande favore e fiducia nella possibilità della felicità terrena ha origini diverse. Non solo le precedenti riflessioni di Locke e Hobbes, ma cause molto materiali: l’ascesa degli stati-nazione capaci di mantenere ordine e sicurezza nella società; i progressi nella produttività agricola; l’ espansione del commercio; il tasso di mortalità decrescente, (migliore alimentazione degli animali, maggior consumo di carne, più proteine); la coltivazione di nuove terre e la diffusione di nuove colture(mais, patata, caffè brasiliano, zucchero delle Indie Occidentali, tabacco della Virginia).
L’aspirazione alla felicità può farsi sentire perché le energie di uomini e donne non sono più tutte concentrate nello sforzo di mantenersi vivi.
Diminuiscono carestie ed epidemie, e se nel XVII secolo un terzo della popolazione europea aveva trovato la morte per fame, guerra, malattie, i tre fantasmi cominciano ad impallidire. Solo nell’ultimo decennio del secolo i conti, inevitabilmente, si riequilibreranno.

L’illuminismo (o gli illuminismi) dal canto suo gioca un ruolo importante.
Appoggiandosi alla scienza fisica di Newton e a quella della natura umana di Locke, gli illuministi diffondono l’immagine di un universo armonioso, governato da leggi comprensibili.
Al centro di questo mondo troneggiano gli esseri umani, privi di peccato originale, capaci con le loro forze e la loro libera ricerca di migliorare la propria condizione terrena.
La felicità che si persegue non è più solo individuale, è ad intere società e addirittura all’umanità tutta che gli illuministi vogliono recare felicità.
Questo quadro "felice", non inganniamoci, è relativo: tra il dire e il fare...ci sono i privilegi, le classi, lo sfruttamento, le ineguaglianze.
Gli squilibri violenti porteranno alla grande fiammata della Rivoluzione Francese.

Una grossa scossa alla fiducia del secolo nella possibilità di una vita felice sarà quella tremenda che distrugge Lisbona nel 1755. Terremoto, seguito da tsunami, da incendi, da epidemie.
E Voltaire rimette tutto in discussione.
Ma se il terremoto di Lisbona sconvolge così a fondo la fiducia di Voltaire è perché la sensazione che la vita potesse essere buona aveva ormai conquistato ampi territori culturali. Il grande illuminista riesaminò le sue affermazioni circa la naturale armonia dell’universo e compì un giro di 180 gradi. Al termine scrisse il suo capolavoro, Candide, in cui sarcasticamente deride la sua stessa pretesa che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Ma, una volta seminata, l’illusione della felicità non poteva più essere strappata agli umani. Almeno non a quegli umani infiammabili e determinati che sono i Francesi.
Aux armes citoyennes....


Jean-Pierre Houel- Prise de la Bastille.

giovedì 3 aprile 2008

storia della felicità/sei/Lutero, Calvino, Locke ed Hobbes


Martin Lutero
Non entrerò nel dibattito storico sul tono dell’umore di Lutero. Non so se sia stato o no affetto da disturbo bipolare. Mi attengo a quello che lui disse di sé. Dall’infanzia in poi “ho sofferto di tristitia ricorrente”, alternata a periodi di “coraggiosa ricerca della gioia”.
Qualunque sia la diagnosi corretta, il suo umore sembra aver influenzato il suo pensiero sulla felicità. Esso muove, infatti, in due direzioni. Vira in un certo momento ma conserva di fondo un dissidio, che a me sembra interno alla sua personalità.

Da un lato “il mondo è male e questa vita piena di infelicità”, e gli uomini e le donne “sono bestie selvagge”.
(E il povero Lutero cerca di correggere questa sua natura bestiale con terribili pratiche ascetiche, che prevedono digiuni, autoflagellazione, preghiera estenuante e penitenze varie.)
E' il peccato che rende gli uomini infelici, è Satana il grande infelicitatore dell'umanità.
“Un cristiano dovrebbe essere allegro, ma il diavolo gli defeca addosso.”
D’altra parte, in origine, Dio non ci ha fatti per soffrire. Ha collocato l’uomo nell’Eden, no?
Come uscire da questa contraddizione tra una vita “piena di infelicità” e “il dover essere allegro?”

Lutero la compone, riflettendo, in una famosa notte di meditazione, sul Cap. 1, Versetto 17 delle Lettere di San Paolo ai Romani, in cui compare questa frase che gli parve illuminante: “Il giusto vive mediante la fede.
Dunque è grazie alla fede che l’uomo può vivere come giusto.
Noi siamo cioè “giustificati”, resi giusti, grazie alla sola fede. La fede impedirà a Satana di "defecarci addosso".
La fede, per altro, è un dono di Dio.
Da cui la dottrina delle predestinazione, che, in effetti, non sembra molto incoraggiante per gli umani.
È vero che la fede giunge a salvare l’uomo dalla sua bestialità e dagli attacchi di Satana, ma la fede data da Dio è a numero chiuso. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

Lutero però, effettua un tipo di rivoluzione che, tra i grandi meriti che ha, interviene anche a mitigare lo sprezzo per la vita umana.
Se la Scrittura è l’unica fonte della verità, se la gerarchia ecclesiastica non è più la sola deputata a leggere la parola di Dio, c’è una rivalutazione di ogni uomo e di ogni donna e la vita ordinaria ne viene come “santificata” (Charles Taylor).
Così Lutero riabilita la quotidianeità, i legami familiari, la semplice operosità.
Si sposa con una ex suora, ha sei figli e ridà dignità al matrimonio, all’amore per la propria moglie, al lavoro per sostenere la famiglia: tutto diviene “Frutto dello Spirito”.
Quanto alle afflizioni della vita, sì effettivamente non sono piacevoli, ma basta con il rivoltolarcisi dentro, alla maniera del cristianesimo ufficiale -e qui Lutero spezza la catena della “sofferenza come merito”- piuttosto facciamo del nostro meglio per portare con gioia la nostra croce.
Francamente a me questa pretesa di farci gioiosamente soffrire, sembra piuttosto irritante.
Inoltre trovo che la differenza tra "soffri che questo porterà i suoi frutti nell'altro mondo" e "se devi soffrire fallo con gioia perché Dio ci vuole allegri", non sia di quelle che ti cambiano la vita.

Di Calvino non dirò niente. Dopo aver letto che noi umani siamo “orde pullulanti di infamia” non mi sento di addentrarmi ulteriormente nelle sue tenebrose vicinanze.

Giovanni Calvino


Mi concedo invece una boccata d’aria con John Locke e Thomas Hobbes.
Gli Inglesi del XVII secolo, malgrado guerre e rivoluzioni, o forse proprio a causa di queste, si pongono la domanda cruciale: Ma perché il Paradiso deve essere solo nell’al di là? Non potremmo crearci un piccolo Paradiso anche qui sulla terra?.

Gerry Winsanley, pronuncia in proposito due parole “rivoluzionarie”:
“Mentre gli uomini guardano il cielo, immaginando una felicità o temendo l’inferno dopo la morte, i loro occhi sono distratti e non vedono i loro diritti di nascita e ciò che è loro dovere fare qui sulla terra, mentre sono vivi.”
Diritti di nascita. Tenere a mente.

John Locke
Locke raccoglie il messaggio.
Nel Saggio sull’intelletto umano (1689) con la famosa tabula rasa Locke fa piazza pulita non solo delle idee innate, ma anche del peccato originale!
Il male è presente nella nostra vita sotto forma di Disagio, concetto che per Locke include i “mali del corpo e l’inquietudine della mente”.
Noi desideriamo essere liberati dal disagio, ci sentiamo spinti verso la Felicità.
Ed essa coincide con l’eliminazione del Disagio, sia corporeo che mentale.
Siamo pericolosamente vicini ad Epicuro.

D’altra parte però Dio ci chiede di usare la nostra ragione e la nostra libertà per riconoscere il vero piacere e il vero dolore. Locke, a questo proposito, si dimostra molto pragmatico.
“...la virtù è di gran lunga l’affare migliore”, perché l’alternativa è la Infelicità infinita dopo la vita.
Ma, se il piacere di un uomo è il dolore di un altro, quale è la via da seguire?
Qui Locke vacilla e arretra. Non se la sente di affermare che molte e diverse possono essere le direzioni verso la felicità umana. Per timore di sfilare il tappeto del Giudizio Universale, sotto i piedi della moralità, resta fedele al principio che la via è una sola, quella, virtuosa, verso il Paradiso dell’al di là...


Thomas Hobbes
Hobbes invece, non si fa di questi scrupoli.
Egli dichiara piattamente che non c’è “niente semplicemente e assolutamente buono o cattivo”, ma solo quello che, di volta in volta, desideriamo o detestiamo.
E la Felicità non è uno stato conquistabile una volta per tutte sotto forma di un animo quieto, una mente tranquilla e appagata. “...il Finis Ultimus, il Summum Bonum di cui si parla nei libri degli antichi filosofi morali, non esistono”.
“...la vita non è che movimento e non può essere mai senza desiderio, né senza timore, né senza senso”.

I due erano in contatto ed è possibile che la radicalità di Hobbes si sia riverberata sul pensiero di Locke. Che afferma: “probabilmente non saremo mai liberi [dal Disagio] in questo Mondo.” Infatti, appena colmiamo uno stato di disagio, rispondendo al nostro desiderio, subito ce ne sorge uno nuovo.
Fin qui Locke non sembra offrire una grande consolazione ai suoi contemporanei, cui restano solo piccole fugaci sortite dallo stato di Disagio.
Ma Locke, la sua rivoluzione l'ha già compiuta.
Infatti l’idea che noi non siamo al traino di Dio verso la felicità, che non è la grazia elargita a renderci felici, ma noi stessi, imprime negli animi uno slancio ed una speranza nuovi.
Nel suo trattato sull’educazione Locke afferma: “La felicità o l’infelicità degli uomini è per lo più opera loro”.
“Il compito dell’uomo è di essere felice in questo mondo godendo delle cose della natura che servono alla vita, alla salute, al benessere e al piacere, e confortandosi con la speranza di un’altra vita quando questa finirà”. L’altra vita dunque smette di essere il riferimento ossessivo di ogni azione dell’uomo e diviene un pensiero confortevole.
Ma Locke aggiunge qualche altra cosa ancora più importante: non solo dobbiamo fare del nostro meglio per procurarci la felicità, ma dobbiamo essere liberi di farlo.
Nessuno, in materia di felicità, ha il diritto di predisporla per noi. Il paternalismo degli Imperatori filosofi, per la prima volta, viene sradicato. (Purtroppo non per sempre, come gli stati etici dimostrano).
Ognuno è libero di disegnare il suo percorso verso la felicità e, finché non fa del male agli altri, deve essere lasciato libero di seguirlo.
Stato, Governo, leggi, come non debbono imporre la fede, non debbono legiferare in materia di felicità.
Gli individui debbono essere liberi; risponderanno dei passi che compiono verso la loro felicità direttamente a Dio e alla propria coscienza.
Ne discende un interessante corollario.
Se la felicità umana è prevista dalle leggi della natura e dall’ordine della creazione, se la natura stessa la mette potenzialmente a nostra disposizione, ogni governo che impedisca il suo raggiungimento non governa secondo le leggi naturali.
Questa piccola idea sarà foriera di qualche rivoluzione.
Ma ce n’è un’altra che circola in Europa in quegli anni: se questa benedetta felicità è una condizione naturale perchè non la si può ottenere interamente con mezzi umani, senza alcuna guida divina?


Posso fare una piccola osservazione personale, non esegetica, ma così di tipo estetico? Tanto di cappello a John Locke, ma l'uomo Thomas Hobbes mi piace di più.
Ha i capelli un po' stoppacciosi e disidratati, ma che sguardo!

domenica 30 marzo 2008

sfogliando La Rivelazione del Buddha

Anuradhapura-1980



Sedakasutta
(il discorso di Sedaka)
da: SamyuttaNikaya, 47.19

Un tenpo il Beato soggiornava tra i Sumbha, in una loro città chiamata Sedaka.
Ivi il Beato si rivolse ai monaci dicendo: [...]O monaci, colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri e colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso.



tra Kandy e Badulla-1980

Questo passo è di cruciale importanza per una giusta comprensione dell’etica buddhista.
Questo è il commento che ne ha fatto Nyanaponika Thera*

“Queste due affermazioni sono complementari e non debbono essere considerate o citate separatamente. [...]La protezione di se stessi costituisce l’indispensabile fondamento della protezione e dell’aiuto che che si possono dare agli altri.La protezione di se stessi non ha alcuna implicazione egoistica: essa significa autocontrollo, maturazione morale e spirituale. [...] Ma una vera protezione di se stessi è possibile solamente se non è in conflitto con la protezione degli altri; chi cerca la propria protezione a spese degli altri si espone alla violenza e al pericolo;
[...] La protezione di se stessi e la protezione degli altri corrispondomno alle due grandi virtù complementari del buddhismo, la saggezza e la compassione. La giusta protezione di sé è l’espressione della saggezza, la giusta protezione degli altri è l’espressione della compassione.”


nella campagna di Anuradhapura-1980

Proseguendo, nel discorso di Sedaka, il Beato, Buddha, spiega anche in che modo ci si prenda cura di se stessi e degli altri.
Alcune di queste pratiche alludono ad una forma di contemplazione che mi riesce di difficile comprensione. Ma le altre sono: la pazienza, il non nuocere, l’amore, e la solidarietà. Tutte pratiche comprensibilissime. Non sempre facili da attuare, certo.



ninfee sulla strada di Batticaloa-1980

*Nyanaponika Thera = Monaco “Theravada,” la più antica scuola buddhista.
Tedesco di nascita (il suo nome era Siegmund Feniger-1901 Hanau), ma di cultura orientale. Morì nel 1994 a Kandy, nello Sri Lanka, dove viveva dagli anni '30.

P.S. Vorrei specificare che del Buddhismo so veramente poco. Ma di buddhisti ne ho incontrati molti. In India, nello Sri Lanka, ad Hong Kong, in Thailandia e, nascostamente, a Takht-i-Rustam (Samangan) in Afghanistan.

martedì 25 marzo 2008

giunchiglie al sole


Il clima tempestoso di ieri mattina, mi ha invitata alla pigrizia, liberando il ricordo verso le Pasque della mia vita.
Di stampata nella mia memoria ce n’è una, di quando ero una bambina che muoveva incontro alla vita fiduciosa e incuriosita.
La passai a casa di nonna Agnese, la mia nonna materna, perché mia sorella, di soli due anni più grande di me, aveva una delle classiche malattie infettive da cui sul momento ero indenne e in quel periodo ero stata allontanata da casa precauzionalmente.
Per me era insieme una festa ed un’avventura. Adoravo, letteralmente, mio nonno Giulio, che faceva blocco, per me, con il suo cane Fido II, un pastore tedesco di natali un po’ incerti ma di cuore e mente gagliardi. Volevo bene anche a nonna Agnese, ma di fronte alla personalità di quel suo grande e autorevole marito, ai miei occhi sbiadiva un po’. Nonna era la sfoglia di pasta all’uovo stesa ad asciugare, l’odore del sugo con la carne in umido, il mormorio dei suoi rimbrotti, e la cura per gli animali che ospitava sul terrazzo.
Aveva una bellezza delicata, dei tratti aristocratici, un corpo minuto ed una fede cristiana molto scrupolosa. Amava tutte le tradizioni, che le comprendesse o no, e conduceva una infaticabile battaglia per la conversione di quell’uomo di fede comunista, che al cospetto di un prete digrignava i denti e che, di origine toscana, considerava la bestemmia un semplice modo di dar sfogo alle irritazioni provocate dalla vita quotidiana. Nonna era molto operosa, sempre intenta a qualche faccenda, si prendeva cura delle piante, di svariati animali, tra cui una tartaruga e, per un certo periodo, di una scimmietta, e aveva un sorriso felice per accogliere ognuno dei suoi otto nipoti. Quando mi svegliai, quella mattina di Pasqua, era già lì che trafficava intorno al tavolo della colazione, apparecchiato di bianco, con il giallo delle sue giunchiglie in un vaso e le uova colorate sul piatto con il bordino dorato, circondate dal salame in fette sottili. Aveva fatto il pane, evento eccezionale, e la casa ne restituiva il profumo.Non tradii il mio prediletto caffellatte, ma la tavola variopinta mi conquistò.
Dopo la colazione, uscii con mio nonno e con il cane, un giro nel quartiere, naso all’aria, la mano in quella di mio nonno, che aveva un concetto della sicurezza personale di sua nipote che manco Rudolph Giuliani. Qualunque sconosciuto si avvicinasse a meno di un metro di distanza dalla mia persona veniva fulminato dalla più minacciosa delle occhiate, mentre la mano stringeva un po’ più la mia.
Ci si sentiva importanti, anzi preziosi, oltre che assolutamente al sicuro, con nonno Giulio. Ma il giro doveva terminare presto, nonna era stata tassativa: quando si scioglievano le campane dovevamo essere a casa. Mio nonno era ateo ma tollerante, considerava la fede di mia nonna una pratica bislacca ma innocente e, amandola senza riserve, si assoggettava ai suoi imperativi. Almeno finché non scoppiava nelle sue famose collere che rimbombavano fin nelle scale del palazzo.
Tornammo con il giornale, puntuali, e passammo un po’ di tempo a spazzolare Fido in terrazzo. Questa era una pratica cui mi dedicavo ogni volta con entusiasmo. “Sul tavolo!”, comandava nonno e Fido con un balzo elegante montava sul tavolo di marmo. “A te la spazzola” e io iniziavo l’operazione che eseguivo con scrupolo ed orgoglio, scambiando, ma senza farmi vedere, qualche bacio con il cane entusiasta. Questo fatto delle campane che si scioglievano aveva del misterioso, ma chiestane spiegazione a nonno ne ricevetti il segno, accompagnato dallo scuotimento del capo, che riservava alle bizzarrie mistiche della moglie: un gesto arioso della mano nell'aria, che io interpretavo come "cose vaghe, fumose".
Poi nonna mi chiamò e mi fece inginocchiare accanto a lei, davanti alla finestra aperta. Entrava il sole, l’aria di aprile, e prima una, poi due, poi cento campane presero a suonare. Segno della croce e una preghiera che non ricordo ripetuta al seguito di nonna, finché nonno passando davanti alla stanza lanciò un grido: “Fai alzare quella bambina di lì!” Ricordo nonna che fa spallucce e la mano ferma di nonno sulla mia testa: “Vuoi alzarti?” Veramente stare in ginocchio non è che mi piacesse tanto, ma nel complesso era una pratica nuova e mi incuriosiva. “Ecco, è finita” protestò nonna e mi lasciò libera. “Lascia in pace le ragazzine, Agnese, te l’ho detto mille volte!” e nonna che borbottava, a bassa voce: “Ateo, peccatore, neanche a Pasqua!”
L’ateo e peccatore era un uomo onesto, leale, generoso, pulito nell’anima, scrupoloso verso il prossimo suo e dotato di una grande capacità di amore. Lei era docile, un po’ pettegola, maliziosa, ma buona e dotata anche lei di una grande capacità di amore.
Io li trovavo divertenti, quelle diatribe non mi impressionavano punto. A casa mia non accadeva nulla di simile. Questioni sul recitare o meno le preghiere, sull’inginocchiarsi o no, non si ponevano.
Mio padre considerava la Chiesa faccenda che non lo riguardava, mia madre, cattolica non praticante, ammesso che significhi qualche cosa e non sia solo una squisita ipocrisia, spediva noi a Messa, con la cameriera da bambine e poi da sole.
Tutto quel dramma familiare intorno a gesti e parole era per me interessante e movimentava i soggiorni in casa dei miei nonni. Infatti la sera nonna Agnese recitava il rosario e tentava di includermi nella sua pratica. Ma nonno minaccioso vegliava sulla libertà del mio spirito: “Se vorrà recitare il rosario lo farà a diciotto anni!” tuonava.

Il ricordo della mia Pasqua finisce qui. Immagino ci sarà stato il pranzo con gli zii ed i cugini, ma nella mia mente si è inciso solo quel frammento, io inginocchiata accanto a nonna davanti alla finestra aperta e l’onda del suono delle campane che viaggiava sul sole. Inserirò tra le mie Pasque "diverse" questa appena trascorsa.Il pranzo di Pasqua l'ho fatto in piedi, mentre sollecitavo il mio nipotino Tommaso, un po' influenzato, che sbocconcellava di malavoglia il suo. Lui ed io soli, còre a còre.
Se le campane ad un certo momento si siano sciolte, non lo so. Per me hanno suonato tutta la mattina.

domenica 2 marzo 2008

ancora poesia pagana

Ancora Pessoa da: "Il guardiano di greggi".

IX

Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri
e i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
e con le mani e i piedi
e con il naso e la bocca.

Pensare un fiore è vederlo e annusarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.

Per questo quando in un giorno di calura
mi sento triste di goderlo tanto,
e mi sdraio sull'erba,
e chiudo gli occhi accaldati,
sento tutto il mio corpo coricato nella realtà,
so la verità e sono felice.


X

“Salve, guardiano di greggi,
che stai lungo la strada,
cosa ti dice il vento che passa? “.

“Che è vento, e che passa
e che è già passato prima,
e che passerà dopo.
E a te cosa dice?”
“Molto più di questo.
Mi parla di molte altre cose.
Di memorie e di ricordi
e di cose che non ci sono mai state”.

“Non hai mai sentito passare il vento.
Il vento parla solo del vento.
Ciò che hai sentito da lui è menzogna,
e la menzogna è in te.”

lunedì 18 febbraio 2008

paganesimo non è una parolaccia

Si parla molto di religione sui blog in questi giorni. E il tema mi trova disponibile. Anzi mi offre l’opportunità di dire qualche cosa che mi sta a cuore.
Quando parlo di me e del mio rapporto con le religioni, in genere dico che non appartengo a nessuna religione, oppure che non sono credente di nessuna chiesa, qualche volta uso il termine agnostica, qualche volta per far prima, ma molto malvolentieri, uso atea. Tutte queste perifrasi e tutti questi termini mi lasciano scontenta. Scontenta perché non mi definiscono.
Atea, proprio non mi piace. Ateo è come i cristiani vogliono definirmi. In negativo. È un termine che finge di essere descrittivo ed è invece pesantemente spregiativo. Loro vogliono dirmi: tu sei priva. Ti manca qualche cosa. Non solo il vero Dio, ma anche la fede che lo accompagna. Tu non credi in Dio, dunque tu non credi.

Quando mi sento molto disponibile al dialogo, e nello stesso tempo assolutamente certa delle mie incertezze, come solo la ragione e sua figlia la scienza sanno essere, uso, per puro espediente argomentativo, il termine agnostica, con cui intendo dire solo che non credo in alcun Dio trascendente ma non posso a filo di ragione dimostrarne la non esistenza.
In un certo senso è la mia massima concessione ai credenti in qualche Dio.
Ma la faccio per un estremo e in fondo orgoglioso scrupolo. Infatti penso che l’onere della prova non spetti a me. L’onere della prova spetta al credente. Lui sostiene che un dio trascendente, invisibile, immateriale e con una storia e qualità al di fuori di tutte le leggi della natura, esiste. Ebbene, sta a lui dimostrarlo.

“Spetta alle persone di fede spiegare, specificare le proprie speciali convinzioni.
Esse infatti, non solo mi chiedono di mettere a tacere l’intelligenza critica, alimentata dalla ragione ed espressa dalla scienza, ma anche di invalidare il comune senso della realtà.”Steven Hawkins.

Faccio un solo esempio, che prendo dalla religione cristiana cattolica, la più diffusa, almeno anagraficamente, nel mio paese. Parlo del dogma dell’Assunzione in cielo di Maria madre di Dio. Lo faccio senza ironia. Seriamente. Con spirito analitico. Prendendo sul serio quello che la chiesa cattolica dice. Essa dice che, a differenza di Gesù, sua madre Maria non è mai morta, perché il suo corpo vivente, di carne, sangue ed ossa ad un certo momento si è elevato in aria e salendo sempre più in alto è scomparso nel cielo.
Io credo che nel momento in cui mi chiedono di credere una cosa che esula da ogni senso della realtà, da ogni legge fisica, debbano sentirsi impegnati a dimostrarla.
I cristiani invece non si preoccupano affatto di dimostrarlo. Anzi, dicono che va accettato così, che è un dogma e in quanto tale lo si accetta senza spiegazioni.
Se loro chiamano “atea” me, posso chiamare loro a-razionali?

Dopo aver chiarito questo sarà più chiaro perché anche quella a di agnostico, quell’alfa privativa non mi piace. Rispetto allo spirito religioso le alfe privative mi disturbano. Le trovo riduttive, false ed ingiuste. Presuntuose e spregiative da parte di chi le usa per etichettare persone diverse da loro. Persone non diverse tout court, ma solo diverse da loro. Infatti non esiste il diverso ma solo qualcuno diverso da qualcun altro.
Io non mi sento priva di niente -non in questo campo, almeno. Anzi, io non sono priva di niente.

Escluso quindi atea ed agnostica ci sono almeno due modi che sento di poter usare per definirmi. Uno è quello che più spontaneamente mi viene alle labbra: pagana.
L’altro lo accetto con calore dal suggerimento di Arrigo Levi e di Norberto Bobbio: credente laico. Sì, io posso dire di me che sono un credente laico e che sono pagana.
Parlerò prima di Levi e di Bobbio, perché la loro lezione è perfetta.
Dicone entrambi: La nostra fede non è in un Dio creatore, ma in un Dio creatura: nell’essere umano.”
Esiste il credente religioso, quello che crede in una serie di cose rivelate, e il credente laico, che crede “alla libera ricerca della verità, attraverso l’esame critico e la discussione”; è cioè laico nel suo senso più pieno.
La laicità non la rivendico come mia esclusiva. Se vuole, il credente religioso può farla sua, può approfittarne, accettando di confrontarsi sullo stesso piano del credente laico, di incontrare le sue stesse domande, i suoi stessi dubbi, le sue stesse difficoltà.
Io non ho nulla contro il credente religioso. Ha lui qualche cosa contro di me?
Io non gli chiedo di diventare credente laico. Accetti una reciprocità. Rispetti il mio credo laico e non voglia trasformarmi in credente religioso.
Io accetto che egli viva la sua condizione, accetti che io viva la mia. Sospenderò il mio giudizio sulla sua. Sospenda il suo sulla mia. Egli crede che io abbia bisogno di essere salvata dalla mia condizione? Anche io credo che egli abbia bisogno di essere salvato dalla sua. Ma non la etichetterò in modo dequalificante e non invaderò la sua intimità. Non tenterò di convertirlo. Faccia lo stesso con me. Io avrò fede nell’opera della ragione e speranza che lo illumini. Egli abbia fede nel Dio che proclama.
Se io posso accettare la sua fede nell’indimostrato, egli può accettare la mia nel dimostrabile. Accetti cioè la pari dignità delle nostre fedi.

Il discorso sulla fede e sul credere è sempre legato a quello sulla morale.
Quale è l’operazione che viene fatta dalle grandi religioni in questo campo?
Esse “allineano la spiritualità con il bene morale e il male morale con il materialismo”. Sostengono che le esigenze morali dell’uomo non nascono dal basso, dalle naturali e concrete necessità di convivenza degli esseri umani, ma calino invece dall’empireo (senza ironia), da ispirazioni divine. Le grandi religioni sostengono che senza Dio non ci sarebbe moralità. E affermano una identità tra la fede in un Dio e la moralità umana. Questa identità, lo dico per inciso, è smentita, ahimé, dalla storia delle grandi religioni e dei loro fedeli-
Chi crede nel soprannaturale- dicono- sta dalla parte degli angeli, chi crede nella realtà materiale sta dalla parte della scimmia. Come disse nel 1864 Benjamin Disraeli nella sua polemica contro Darwin: “La domanda è la seguente: l’uomo è una scimmia o un angelo? Mio Dio, io sto dalla parte degli angeli!”
Io credo che credente o non credente l’uomo sia una scimmia, che può anche operare come opererebbe un angelo, se un angelo esistesse. E che gli uomini da sempre, ben prima delle grandi religioni, hanno costruito sistemi morali molto alti,di grande spiritualità, cercando dentro di sé quelle leggi che li guidassero nel difficile compito di dare un senso alla loro vita e a quella dei loro simili.

Ma è tempo di giungere al termine pagano.
Spazziamo da subito tutte le incrostazioni diffamatorie, insultanti, spregiative, ridicolizzanti che la propaganda cristiana ha utilizzato storicamente nei confronti dei pagani.
Liberiamo questo termine anche dei miti e delle leggende che lo appesantiscono e lo delimitano in un ambito ristretto. Prendiamolo nel suo significato più pulito, più spoglio.
I pagani erano solo gli abitanti dei pagi, di villaggi agricoli defilati dalle correnti culturali delle grandi città, che restavano perciò più aderenti alle vecchie tradizioni, soprattutto alla religiosità più antica.
I pagani svolgevano importanti funzioni sacrali, tra cui l’organizzazione dei Paganalia. Questa era una festa mobile, per lo più celebrata ai primi di gennaio. In quella occasione si offriva la burranica, ossia una pozione di latte e mosto cotto, alla dea Panda (da pandere=aprire) il cui tempio era sempre aperto, giorno e notte, ogni giorno dell’anno, per ogni viandante in cerca di protezione. Si pensa che la Dea Panda si sovrapponesse alla Dea Cerere, perché i giorni della festa erano anche detti feriae sementivae.
I pagani, per i Romani di Roma, erano incolti e retrogradi, per i cristiani, che trovarono in loro i più refrattari alla predicazione e alla assimilazione, divennero i più malvagi. Presto poi per i Cristiani pagani significò semplicemente non cristiani.

Ma quei pagani che nei loro villaggi e nella loro vita da contadini mantenevano stretto il legame con la natura e aperta la comunicazione con il suo mistero e la sua bellezza, erano credenti ingenui usando ingenuo, sia nel significato di nato libero, come per i Romani erano, che nel significato di semplice, schietto, spontaneo.
Il pagano si sente natura e si rivolge con i suoi sentimenti intatti a divinità che sono anch’esse natura.
Se trasportiamo questo tipo di fede ai nostri giorni (tralasciando le fantasie New Age), il pagano di oggi, anzi io, pagana di oggi, credo ad una natura senza maiuscola, non personificata né distinta da me. Sono natura anche io e ognuno di noi lo è; siamo natura, siamo vita e questo è tutto. Una immortalità fatta di atomi ci conserverà ancora come vita. Fino a quando non lo so.
Le domande stesse sono parte della natura. Esse si formano nel mio cervello. È lui a produrle, ad alcune sa dare risposte ad altre non ancora, ad altre forse non potrà mai darne.
Mi si potrebbe obiettare: dov’è la fede in questo? La fede è nel vincolo, credere nel vincolo. Il vincolo che unisce me, creatura naturale, alla natura tutta e quindi alle altre creature naturali.
Questa è la fede e il suo precetto è: rispettare il vincolo.
Riconoscersi creatura naturale tra altre creature naturali-alberi, acque, cani, rocce e tutti gli uomini ed ogni donna-in un tutto che non sappiamo svelare fino in fondo ma cui dobbiamo la nostra attenzione, la nostra riflessione e il nostro rispetto.
Credente nella creatura umana, pagana e laica: è così che io sono.

domenica 17 febbraio 2008

poesia pagana

Mi preparo a parlare di paganesimo e sento la necessità di farmi precedere da una piccola anticipazione.

C’è infatti un’opera di poesia che esprime meravigliosamente il senso che il paganesimo ha per me. Si tratta del poemetto “Il custode di greggi” di Alberto Caeiro, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa.
Confesso che tutte le sue identità multiple mi hanno sempre confusa e sconcertata.
Mi sembra di intuirne la “necessità” per Pessoa, ma nello stesso tempo esse lo rendono quasi irreale, gli addensano intorno il sospetto che un Fernando Pessoa non sia mai davvero esistito.
Caeiro invece-che esistito non è-ha per me una fisionomia inconfondibile. È un’anima bucolica, intensamente terrena eppure spalancata su una dimensione lontanamente oltre. Scusatemi, non so dirlo diversamente.
Il poemetto è tutto bello ed è inscindibile, tanto che sto pensando di inserirlo pian piano tutto. Sembra una canzone unica, con piccole soste per guardarsi intorno.
Oggi vi invito ad ascoltare le prime note.


I
Non sono mai stato guardiano di greggi,
ma è come se lo fossi.
La mia anima è come un pastore,
conosce il vento e il sole
e va per mano alle stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della Natura senza persone
viene a sedermisi accanto.
Ma io sono triste
come un tramonto immaginato,
quando rinfresca in fondo alla piana
e si sente la notte entrata
come una falena dalla finestra.
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che deve essere nell'anima
quando essa pensa che esiste
e che le mani colgono fiori a sua insaputa.
Un suono di campanacci oltre la curva della strada, e i miei pensieri sono contenti. Mi spiace solo di saperli contenti perché se non lo sapessi invece di essere contenti e tristi sarebbero allegri e contenti.
Pensare molesta come uscire sotto la pioggia quando il vento cresce e la pioggia pare più forte.
Non ho ambizioni né desideri. Essere poeta non è una mia ambizione.
È la mia maniera di stare solo.
E se mi capita di desiderare,
per pura immaginazione, di essere un agnello
(o il gregge intero
per sparpagliarmi su tutto il colle
e sentirmi contemporaneamente più cose felici),
è solo perché sento ciò che scrivo al tramonto
o quando una nuvola passa una mano sulla luce
e scivola un silenzio sull'erba.
Quando mi siedo a scrivere versi
oppure, passeggiando per viottoli e sentieri,
scrivo versi sul foglio che mi porto nel pensiero,
sento di avere in mano un vincastro
e vedo un profilo di me stesso
in cima alla collina,
sorvegliando il mio gregge e guardando le mie idee,
sorvegliando le mie idee e guardando il mio gregge
e sorridendo vagamente come chi non capisce ciò che si dice
e vuole far finta di capire.
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a larghe falde,
quando mi vedono sulla mia porta
appena la diligenza spunta in cima al colle.
Li saluto e auguro loro sole,
e pioggia, quando la pioggia è necessaria,
e che nelle loro case, presso
una finestra aperta,
ci sia una sedia prediletta
ove possano sedersi leggendo i miei versi.
E che leggendo i miei versi pensino
che io sono una cosa naturale :
quell'albero antico, per esempio,
sotto la cui ombra si sedevano da bambini,
con un tonfo, stanchi di giocare,
e si asciugavano il sudore della fronte accaldata
con la manica del grembiule a righe.

II
II mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l'abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra,
e talvolta guardando dietro di me...
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene...
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero...
Mi sento nascere a ogni momento
per l'eterna novità del Mondo...
Credo nel mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso a esso
perché pensare è non capire...
Il Mondo non è stato fatto perché lo si pensi
(pensare è un'infermità degli occhi)
ma perché lo si guardi e si sia d'accordo con esso...
Io non ho filosofie: ho sensi...
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama
ne sa perché ama, ne cosa sia amare...
Amare è l'eterna innocenza, e l'unica innocenza, non pensare...


Qualcuno potrebbe dire che non sia presente il sacro?
Qualcuno potrebbe negare che sia pagano?


I versi sono tradotti da Maria Josè de Lancastre.

venerdì 15 febbraio 2008

sit in di protesta



Roma, 14 Febbraio 2008.
Giornata no per me. Tendenzialmente una di quelle in cui non c'è che chiudersi in casa e aspettare che passi. Ma c'è il sit in per la difesa della 194 e la protesta per la violenta intimidazione di cui è stata fatta oggetto Silvana, di Napoli. Vado, non vado. Avrei bisogno della mia tana. Ma come sottrarsi, quando si DEVE? Quindi scatta l'imperativo categorico, da me a me: Falla finita, Marì. Così vado. Vado con mia sorella. Arriviamo sul posto: quattro gatte. Ma ancora per poco. Pian piano aumentiamo, ma ci accorgiamo presto che siamo tutte storiche, vecchia generazione insomma. Ci salutiamo, rivediamo visi amici, proviamo a scherzare. La domanda "Pensavi di dover tornare in piazza per la 194?" gira su tutte le bocche e riceve risposte diverse. La mia risposta è : Sì, ho sempre saputo che saremmo dovute tornare in piazza, che le donne dovranno sempre tornare in piazza. Niente è conquistato per sempre per noi donne. Del resto sono anni che lo dico, ad ogni occasione. Non che non siamo contente di ritrovarci, ma dopo una mezz'oretta cominciamo ad allarmarci perché cresciamo di numero, ma le giovani non si vedono. Verranno? Non verranno? Dove sono? Girano battute: è San Valentino,stanno dal parrucchiere.. Che ne sanno... si staranno facendo la ceretta. Poi le giovani cominciano ad arrivare. Arrivano alla spicciolata, prima un po', poi un po' tante, poi in massa. Ci sentiamo sollevate. Arrivano le giovani e sono impazienti; scalpitano. Che stiamo a fare qui? basta col sit in.
"Corteo, corteo". Io giro e faccio foto, scambio saluti e mi sento rinascere: ci sono donne di tutte le età. Siamo almeno tre generazioni. "Andiamo al Ministero della Giustizia". Ormai siamo davvero tante. Tra noi diversi uomini, giovani, meno giovani; solidali, amici. La polizia vuole tenerci lì. Bisogna trattare. Abbiamo già bloccato il traffico su un lungo tratto di Lungotevere e due ponti sono chiusi; il traffico impazzisce, i clacson assordano. Alla fine i poliziotti si arrendono: va bene passate. Attraversiamo il ponte e siamo su via Arenula. Il primo incidente accade mentre attraversiamo Lungotevere. Fermiamo le macchine con un cordone per permettere a tutte le altre di passare. Ma si sa, noi donne non siamo truppa; avanziamo lentamente, indolenti, chiacchierando,indicandoci gli striscioni, discutendo far di noi. Un automobilista, in terza o quarta fila si incazza, scende dalla macchina, apostrofa una di noi: aò te voi levà? Facce passà, levate.
Questo non ci piace, questo non va per niente bene. In dieci almeno ci rivolgiamo contro di lui, e lo riaccompagnamo alla sua macchina; -siediti e aspetta- gli fa una piccoletta, con un berrettino di lana con le ali. Sembra Asterix. E l'uomo si siede, smadonna, poi prova a ridere. Ma si siede e aspetta.Asterix sollecita quelle più lente: Aò, ve movete? Qui ci facciamo menà!" Intanto continuiamo ad aumentare, ad occhio siamo intorno alle tremila; il calcolo è facile: piazza Cairoli ne contiene duemila lo sappiamo da trent'anni e qui siamo molte di più. Questa seconda sosta sotto il Ministero dura il tempo ditracciare qaulche scritta sul marciapiede antistante. I poliziotti lasciano fare. "Andiamo in Prefettura" No al Senato! Ma la verità è che la nostra meta è Palazzo Grazioli, l'abitazione privata di Berlusconi. C'è molta confusione. Intanto dalle finestre lungo via Arenula donne si affacciano dalle finestre, sventolano sciarpe, ci applaudono. Noi applaudiamo loro. Si risentono vecchi slogan insieme a molti nuovi ma i canti sono gli stessi; Ci facciamo le foto, ci scambiamo i volantini, si intrecciano telefonate con amiche e compagne a Napoli, a Milano, a Bologna. "Qui siamo tremila, e lì?" "Ragazze, a Bologna sono tremila!"Gira la voce. Si esulta. Ragazze. Mi viene da ridere. Eppure è proprio così, è pieno di ragazze! le giovani ho voglia di abbracciarle e una, che nel marsupio porta una bimbetta di pochi mesi, una, me l'abbraccio davvero. Riprende la trattativa, la polizia è nervosa e non ha torto. "Doveva essere un sit in" continuano a dire, " non potete fare un corteo". "Siamo troppe per il sit in" obiettiamo noi, "dobbbiamo avanzare per forza" e spingiamo. I poliziotti indietreggiano, poi si impuntano. Una spinta ancora e il loro cordone è sfondato. Fanno un primo tentativo di carica poco convinto per la verità, per ricacciarci indietro. I buuu, buuu si sprecano. Alla fine arriva l'ordine dalla Prefettura: fatele passare. Arriviamo all'Argentina. Il traffico sulla piazza si blocca. I tassisti imprecano, ci insultano. Un poliziotto li rimbecca in malo modo. La piazza è occupata, da dietro premono per entrare. La polizia dice basta, è finita, tornate a casa. L'aria si fa più tesa. A casa vacci tu, gli sibila una ragazza. Forse aggiunge stronzo. I poliziotti s'incazzano di brutto: scioglietevi o carichiamo! Scioglietevi? Ci incazziamo pure noi. E' un tira e molla. Noi spingiamo per passare, loro spingono per farci arretrare.
Poi una piccoletta viene spinta con più decisione da un poliziotto, un'altra salta su inviperita, un'altra ancora si fa sotto al poliziotto. Allora la polizia carica. Un urtone bello grosso, i manganelli alzati ma solo come deterrente; si inciampa; Tutte gridiamo Vergogna! Vergogna! Una ragazza si prende una serie di manate respingenti sul torace, un'altra ancora viene strattonata; una reagisce, si volta e sputa al poliziotto. Viene presa per le spalle e portata nella camionetta, mentre la polizia riforma il cordone."Libera! Libera! Libera! La rivogliamo fuori tra di noi subito! Ma questa volta i poliziotti sono incazzati sul serio. "Provo a parlare con uno. Non sente ragioni: Tutto, ma gli sputi in faccia no!" Ha ragione, dico io melliflua, ma è giovane, lasciatela, dai. Intanto i poliziotti scattano foto a tutte noi. Questa delle foto è una vecchissima storia e la battuta è sempre la stessa. "Attàccatela in camera e... Non la riferirò, in fondo sono una signora! Nel casino generale interviene Franca Rame, che da venti minuti almeno è alla testa del corteo. Tratta, pacata ma decisa. "Qui nessuna di noi si muove se la ragazza non viene rilasciata". La cosa va per le lunghe. Io guardo l'orologio: stasera Tommasino viene a dormire da me e devo farmi trovare a casa. Finalmente la ragazza è rilasciata e ci aprono un corridoio per raggiungere Piazza Venezia. Passiamo a cinquanta metri da casa di Berlusconi. Si grida fino a sgolarci. Poliziotti ci precedono e ci seguono. I fotografi si divertono e stanno con noi, alcuni ci incitano pure, vorrebbero qualche altro tafferuglio. Io continuo a guardare l'orologio. Alla fine sbuchiamo sulla piazza, ci sfrangiamo, ci diamo appuntamento per l'8 marzo.
Scusate se la cronaca arriva con ritardo ma la vostra cronista ha passato la mattinata con il suo nipotino.

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