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venerdì 26 giugno 2020

il prolungato addio

Da tempo guardo al mondo con lo sguardo dell'assenza. 
È uno sguardo di chi sta sulla porta. Lo sguardo di qualcuno che non è più padrone di casa, ma già ospite. È lì e non è già più lì, guarda e immagina. Così io guardo e immagino. Immagino il mondo quando il padrone di casa se ne sarà definitivamente andato.
Nel mio immaginare, gli altri sono tutti presenti e ormai in pace con la mia assenza. Non voglio che chi mi ama soffra. E guardo alle loro vite con speranza ma anche con un senso di impotenza che si sforza di diventare accettazione, quella sensazione che l'assenza porta con sé, di non poter più intervenire, in sostegno, in difesa, in appoggio. Questo è forse l'esercizio più difficile per l'assente ancora presente.

È strano che della mia assenza ancora nessuno si avveda, che io risulti presente a tutti gli effetti. Forse perché mi adopero nel frattempo in un prolungato addio. 

Immagino, ma intanto provvedo. O tento di farlo. Un prolungato addio richiede piccoli gesti quasi impercettibili agli altri, subliminali quasi: frasi, parole, piccoli accorgimenti, e sorrisi speciali di cui io sola so il significato nascosto e che un giorno, spero, sarà chiaro anche a chi resta. 
Perché la speranza è davvero l'ultima dea e il già assente, che tuttavia è presente, se non ha né vuole un futuro cui guardare per sé, volge comunque il suo sguardo avanti, verso quello che sarà il passato del suo sé di oggi e il futuro di tutti gli altri, il loro futuro con sé assente. Guarda già indietro per vedere un avanti, l'avanti degli amati. 

Il prolungato addio comporta anche atti, disposizioni, riordini, accortezze, avvisi. L'assente ha tanto da fare e cerca di farlo al meglio. Il suo fare è rischioso, si basa su previsioni e, si sa, le previsioni sono difficili da fare e possono essere sbagliate. Va così in fretta il mondo! L'assente -e tuttavia presente-  ha un numero limitato di dati su cui basarsi e per leggerli la sua sola esperienza. Poca cosa davvero. Ma vi attinge a piene mani, la scruta, la analizza, la rivede, la seziona. Non scarta niente -le scelte felici e gli errori- perché tutto può servire e tutto viene messo a disposizione.
L'assente vive nel futuro.

Non ha nessuna intenzione di lasciare disposizioni. Odia l'idea di darne per il futuro degli altri. Pensa a qualche breve suggerimento, a qualche piccolo consiglio. E pensa tanto, ma tanto, a rassicurazioni e incoraggiamenti. I piccoli consigli non sono dettagliati, ma generali, tali che trasmettano intera la fiducia che ripone in chi resterà. Pensa a una partenza leggera, il più leggera possibile, affinché il vuoto che lascerà -infatti l'assente sa che lascerà un vuoto, e questa è l'atroce consapevolezza dell'assente che di vuoti se ne intende-  affinché quel vuoto non sia gravato da prescrizioni, richieste, compiti da assolvere. 

Aveva anche pensato di raccontarsi, senza indulgenze, piagnistei, o roventi accuse a se stesso. Ma no, non si processerà. La sua pietà per gli esseri umani accoglie anche se stesso. Questo sentimento non coincide con l'assoluzione con formula piena. È piuttosto il riconoscersi nella propria fragilità e nelle proprie contraddizioni -in definitiva nella sua umanità- è rispettare anche per sé il mistero che avvolge e talvolta sostanzia tutte le vite umane. L’assente presente ha tutte le intenzioni di viaggiare con un bagaglio leggero.

Chissà quante delle cose sperate saranno realtà. L'assente lo ignora ma intanto opera perché questa sua anomala assenza serva il giorno in cui sarà diventata definitiva. 







giovedì 25 giugno 2020

sul Caso, la grande lotteria


LA GRANDE LOTTERIA
Sul tema del Caso, magari di sfuggita, per accenni, ho scritto più volte.
E' un tema che mi affascina. Del resto, lungo la storia, esso ha affascinato persone ben più grandi di me. Si può dire che non ci sia filosofo, dall'antichità ad oggi, che non si sia posto il problema del Caso e della sua presenza nelle nostre vite.
Io ho cominciato a riflettere sul Caso quando ero ancora un’adolescente. I miei due temi di riflessione sono stati il Caso e il Tempo. Né li ho più abbandonati. Ma, non temete, sono stata, per il resto, un'adolescente sciocca e confusa, come ogni altro adolescente.
Oggi poi ho sentito il bisogno di scrivere in forma più chiara e diffusa le mie riflessioni sul Caso, su questa forza possente che agisce sulle nostre vite.
Noi usiamo molto spesso l'espressione per caso, casualmente, e, apparentemente, riconosciamo al Caso un ruolo importante e continuo nelle nostre vite. Ma, spesso, usiamo quei termini a sproposito, come garbatamente ci suggerirebbe uno psicologo. 

Addebitiamo cioè al Caso piccoli avvenimenti della nostra vita che sono invece frutto di nostre decisioni più o meno consapevoli e hanno magari origine in momenti abbastanza lontani dal presente o in nostri stati interni.

Molto più spesso però, a mio parere, evitiamo di riconoscere la portata del Caso in fatti ben più importanti e determinanti della nostra vita, sembriamo ignorare o dare per scontata l'impronta che, dall'inizio, egli vi ha impressa.
Io penso che coloro che credono in un Dio creatore e coloro che credono che siamo il prodotto di trasformazioni evolutive, come pure coloro che sul punto si astengono da un parere definitivo — credenti, atei e agnostici— possano forse concordare sul fatto che noi siamo, comunque, forme della vita
La loro origine e il/la loro fine resta materia di personali convinzioni che qui non mi interessano né tratterò. Dico solo, en passant, che mi piacerebbe pensare che tutti riconoscano uguale dignità alle tre posizioni.

E dunque occupiamoci del Caso. Infatti "l'impronta di Sua Maestà il Caso" (Federico il Grande) nelle nostre vite è impressionante.
Noi partecipiamo ad una lotteria dove la truffa non c'è perché non c'è intenzionalità.
Nasciamo. Potremmo nascere nella Siria, nella foresta amazzonica, nel Ciad.
Ma ecco che nasciamo nella metà ricca del mondo. Il primo intervento del Caso ci dà un Luogo.

Il secondo intervento del Caso ci dà un Tempo.
Potremmo nascere nell'età del ferro, nel Trecento dopo Cristo, o nel Settecento. Prima o dopo l'affermarsi del cristianesimo, prima o dopo la rivoluzione industriale.
Nasciamo invece nel XX secolo. 

E sarà il Caso a decidere di noi e del nostro cromosoma Y o X. Saremo di genere maschile o di genere femminile sulla base del Caso.
Il Caso ci darà la predisposizione al diabete, il labbro leporino o la sterilità. O niente di tutto questo. 
La Grande Lotteria Genetica (Jonathan Haidt in "La felicità: una ipotesi") deciderà del funzionamento dei nostri reni, della chimica del nostro cervello, della nostra reattività alle punture di vespa.
A questo punto siamo nati, siamo nati nell'Occidente prospero, nel secolo XX, dopo le due guerre mondiali. 
Entro questo Occidente il Caso ci affida all'Italia, in un territorio di grande bellezza, facilità climatica, ricchezza storica e artistica.
Il Caso si occupa di collocarci prima o dopo il fascismo e anche prima o dopo il vaccino antipoliomielite.
Il Caso deciderà se avremo un padre e una madre o se saremo orfani da subito.
Sarà il Caso a mandarci in un orfanotrofio o in una villa in Brianza. O nel due camere e servizi di un impiegato statale. E sarà il Caso a stabilire se nasceremo nell'Italia del boom o in quella della recessione.
Quando dalla lotteria usciamo con un corredo ben misero alcuni chinano il capo reverenti e dicono: sia fatta la volontà di Dio, Lui sa, la mia sorte è il disegno della divina Provvidenza. 
Ma la maggior parte delle persone -che peraltro non hanno modo di fare diversamente-, prende il dato appunto come un dato e da quello partono, inscrivono la loro vita in quel quadro prestabilito e si danno da fare per cambiare in meglio la loro storia, per provare a scriverla di propria mano.
Lo facciamo tutti. Cerchiamo, detto brevemente, una forma di felicità. Ognuno la sua forma, beninteso. 

Permettetemi di inserire qui un po’ delle citazioni che trovereste  se interrogaste Google.
Alcune ne sottolineano l’incidenza nelle nostre vite, altre ne escludono ogni forza motrice.

  • A differenza della natura, la storia è piena di eventi: il miracolo del caso e dell'infinitamente improbabile vi ricorre con tale frequenza da far sì che parlare di miracoli sembri assurdo. (Hannah Arendt)
  • Bisogna aspettare dal caso che ci procuri i nostri pensieri. (Jean Rostand)
  • Colui che non lascia niente al caso raramente farà cose in modo sbagliato, ma farà molte poche cose. (George Savile)
  • Come osiamo parlare di leggi del caso? Non è forse il caso l'antitesi di ogni legge? (Bertrand Russell)
  • Il caso ci protegge più di qualunque legge. (Trilussa)
  • Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. (Anatole France)
  • Il caso ha una grande parte [nella nostra] nascita e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci permette d'attendere a lungo i favori del primo. Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il nostro passato. È inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde fuori del suo campo e del suo raggio d'azione in qualche oggetto materiale che noi non supponiamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo mai. (Marcel Proust) (NB a Marcel Proust ho voluto fare più spazio in questo repertorio). 
  • La casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo. (Giacomo Biffi)
  • Non credo al caso. Nella storia ci sono soltanto degli incontri. Il caso non esiste. (Elie Wiesel)
  • Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi. (Milan Kundera)
  • Non lo so... se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza... ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento. (Forrest Gump)
  • Più si invecchia e più ci si convince che Sua sacra Maestà il Caso fa i tre quarti del lavoro in questo miserabile universo. (Federico il Grande)
  • Se fosse il caso a governare il mondo, tante ingiustizie non avverrebbero. (Humphrey Bogart)
  • Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità. (Shôhei Ôoka)
  • Vi sarebbe dunque un insieme di eventi che viene battezzato caso e che, per ciò, esclude la responsabilità. Paul Virilio ha scritto che l"invenzione" del naufragio accompagna quella della nave e l'incidente ferroviario segna la diffusione del treno. (Stefano Rodotà)
  • Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vitaè una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra. (Tiziano Terzani)

 E ancora: 


Quante altre citazioni potremmo mettere! A favore e a sfavore. 

A me piace ricordare la conclusione di un dialogo con una persona ormai assente, ma con la quale continuo a dialogare.. 
“Le forze che agiscono nella nostra vita sono molte e diverse. Anche quelle che determinano le nostre scelte lo sono. L'inconscio è solo una di queste forze. Esiste il caso, esiste l'altro. Esiste il mondo fatto di luogo e di tempo in cui ci muoviamo. (Giovanni Jervis). 

Non ha chiuso definitivamente il mio personale corpo a corpo con il tema del Caso, ma ha aperto un ventaglio che mi aiuta a stemperare la rigidità del mio pensiero. Grazie, Professore.




lunedì 18 aprile 2016

ritorno a casa

Manco da mesi. Eppure questo posto che trascuro da tanto è come una casa-casa mia-e voi siete di casa. Siete la mia famiglia dell'iperuranio. 
Qui mi sento tranquilla. E persino protetta. Da così tanto tempo mi sento esposta a tutti i venti, a tutti gli imprevisti, a tutte le evenienze! 
La primavera dilata gli spazi, non so se ci avete fatto caso. Il fuori diventa più grande, tutti si spingono più lontano, sono più mobili, più avventurosi.
Per chi si è creato dei confini rassicuranti-pareti, persiane, porte- questi spazi nuovi che gli si aprono davanti costituiscono un'aggressione. Scatta un allarme interno e il primo riflesso è indietreggiare.
Che ci sia un posto in cui scriverlo, un posto dove passeranno -forse domani, forse fra un mese o due o quattro-persone amiche mi fa sentire meglio.
I blog? roba vecchia! dicono tutti. Avranno pure ragione loro, non discuto, ma se siamo disposti a riconoscere il nostro bisogno di comunicare, dobbiamo pure ammettere che la misura giusta, quella capace di accogliere e contenere il nostro bisogno è quella del blog. 
Ecco, volevo dire solo queste poche cose. 

A dire il vero non so se qualcuno mi leggerà, dopo tanto silenzio. Ma non è importante. Mentre scrivo io comunque vi penso, da qualche parte che non so, a fare cose che non so, ma, sempre, amici.
I miei amici di blog.Unici. Insostituibili.


martedì 18 novembre 2014

accettare

E poi vengono i giorni in cui preferisci chiamare velleità i piccoli talenti che non hai saputo difendere dalle circostanze. O da te stessa.

venerdì 19 settembre 2014

Che cosa ho imparato/che cosa sto imparando/leggere

Riprendo a scrivere senza nessun ordine cronologico della mia esperienza di apprendimento sul lutto.

I libri sono sempre stati per me -oltre a una delle mie più grandi passioni- una delle vie attraverso cui ho tentato di conoscere il mondo, la vita, me stessa.
Per questo, quando sono stata in grado di farlo, mi sono rivolta ai libri che parlano della mia esperienza di perdita. È stata una ricerca di aiuto, che ancora continua. L'ho cercato e lo cerco in quei libri che narrano un'esperienza diretta, lettere, diari, in quelli che la trasformano in letteratura (ma partono tutti da una esperienza, più o meno mascherata e trasformata). L'ho cercato negli studi teorici, nei saggi, nelle ricerche di coloro che hanno studiato il lutto, che ne hanno fatto oggetto della loro analisi e della loro riflessione.
L'ho cercato nella poesia. La poesia, ancora oggi, tocca il mio animo, lo penetra, lo commuove, talvolta lo solleva o lo consola. La poesia è quella che mi arriva più vicina.

Ho conosciuto personalmente molte persone in cui è nato questo stesso bisogno, questa sete di comprensione e risonanza con altri che hanno vissuto o vivono la stessa esperienza -non solo nell'incontro viso a viso, dolore con dolore- ma anche in quell'incontro a distanza che è la lettura.

Ho scoperto questo: che si vuole imparare il più possibile su questo evento che sconvolge la vita e spesso la devasta, lo si vuole indagare. Ognuno si rivolge alle letture più congeniali, più vicine alla propria sensibilità (ma ha fame anche di quelle più lontane) o a quelle che sono più alla sua portata; è certo comunque che ci si passano titoli, nomi di autori, di testi. E quelli che non leggono direttamente perché leggere non fa parte delle loro abitudini, dei loro interessi, del loro costume o della loro cultura, ascoltano sempre gli altri, quelli che parlano delle proprie letture e ne riferiscono gli effetti, gli esiti, i barlumi di efficacia. E io li ho visti e li vedo, quasi sospesi, in attesa di una frase, un concetto, anche solo una parola, che renda comprensibile, che dia senso a quello che stanno vivendo.

Chi legge diventa così un tramite, e anche questo fa parte della condivisione, il più prezioso degli aiuti.
Niente infatti può sostituire l'incontro con quelli che io chiamo i fratelli e le sorelle nel dolore.

Delle mie letture e di quello che mi hanno dato e mi danno scriverò, senza ordine, senza un programma.
Il lutto non consente programmi.



giovedì 28 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/asincronia

Il dolente è asincrono rispetto a tutti coloro che lo circondano. Può succedere anche con persone che hanno subito il suo stesso lutto, proprio lo stesso, intendo, legato alla scomparsa della stessa persona. Ma nessun lutto è del tutto  uguale a nessun altro lutto, il dolore non è sempre lo stesso dolore. Il tempo non è lo stesso tempo. Le relazioni con lo scomparso sono state diverse e diverse restano ora che lo scomparso è scomparso; l’amore è stato diverso –senza gerarchie, ma diverso.
Questo è un dramma nel dramma. E aggiunge dolore a dolore e spesso mina i rapporti tra persone vicinissime, che hanno avuto lo stesso morto, che condividono il morto eppure hanno perso una persona diversa; cosicché altro e differente è il loro dolore e il loro lutto, vivono in modi diversi l’assenza-presenza, la mancanza, l’abbandono.

Talvolta la perdita fa deflagrare antichi conflitti, mai emersi, mai percepiti, o ne crea di nuovi. Nascono sospetti reciproci, lacerazioni, insofferenze, rabbie e solitudini. Nascono dubbi, le vie del dolore divergono e la relazione tra sopravvissuti ne viene intaccata, spesso nel profondo. E nessuna relazione che subisca questa prova tornerà mai com’era, com’è stata. Talvolta migliora, si arricchisce, scopre nuovi terreni di incontro; tal’altra si incrina, s’impoverisce, diventa arida per quanto ci si sforzi e si finga. E nessuno sa se mai potrà ritrovare vita, vivere una qualità migliore, se ne nascerà una più ricca vicinanza. È una scommessa. I dolenti non sanno se la vinceranno. Qualcuno non la vede o finge di non vederla. Qualcuno rimuove. Qualcuno si ribella e si batte. Qualcuno si arrende. Accetta le separazioni ulteriori che si creano nella cerchia dei suoi affetti e questa ulteriore forma della perdita e della solitudine. Che la ritenga meritata o immeritata, l'accetta e si arrende.

venerdì 22 agosto 2014

maternale amore

Le valli oscure del corpo d'amore che il desiderio rende feconde:
è lì che s'incarna la passione: ecco un nuovo aurorale amore che non lascia scelta.
Diventato destino resisterà fino all'ultima valle fino all'ultimo tramonto.
m.p.

giovedì 21 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/oscillazioni

Il dolente "inconsolabile” è insopportabile anche alle persone più vicine. Egli prende allora a mentire. E scopre che intorno a lui tutti non chiedono altro che di credere alle sue menzogne, tutti chiedono solo di essere ingannati.

I suoi piccoli miglioramenti, reali, progressivi e faticosi, i suoi piccoli passi in avanti che sono sempre oscillatori e incostanti, discontinui, e che comportano un avanzare e un regredire, vengono afferrati al volo e quasi congelati; il dolente viene subito immobilizzato nel suo primo tentativo di “normalità” e da quel punto non potrà più tornare indietro. Implicitamente subito gli viene detto: “Ecco, stai meglio e d’ora in poi starai –dovrai stare- sempre meglio". E tutti prenderanno a trattarlo con il più disinvolto tono consueto, spingendolo sempre più verso un occultamento del proprio dolore. Così gli altri verranno molto infastiditi se un giorno, timidamente, il dolente dirà una frase, anche solo una parola che ancora parli della persona perduta non come persona già appartenente ad un passato mitico, ma appena scomparsa, vicina, al centro del suo mondo, al centro del suo dolore. Il motto degli altri è: non si accettano ricadute.

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/gli esercizi

Ripenso a quello che ha scritto la mia amica Angela sul suo blog

"Se non facciamo del nostro dolore un tempio…è possibile che si riescano ad accettare, col cuore infine… altre angolazioni, altri punti di vista, non fissità ma movimento.


L’idea di una porta socchiusa, non sbarrata".

Io so che Angela ha ragione, che le sue parole contengono il solo possibile germoglio di un progredire. E credo e so che queste parole sono un incoraggiamento che Angela rivolge a se stessa, non un ammaestramento rivolto ad altri.
Perché Angela sa anche, su di sé, che il tempo per l’accettazione, per aprire quella porta sbarrata, non è decretabile dagli altri e neanche dal dolente stesso. E che costui, nascostamente, si sottopone a prove, a esercizi. Alcuni gli procurano una indicibile angoscia, in altri fallisce. Riporta anche piccole vittorie. Ma su queste non può fare affidamento, deve considerarle –per il momento- temporanee, provvisorie, perché cammina su un terreno instabile, avanza in un territorio che alterna tratti di terra solida a improvvisi vuoti, mancamenti, frane.

Qualcuno talvolta si accorge che il dolente ha pianto o lo sorprende a piangere e allora, poiché il tempo trascorso dall'evento tragico è per lui ormai tanto, "sufficiente", gli chiede: “Che è successo?”. Il dolente ringoia il pianto, risponde "niente" e subito si adegua al tono quotidiano della conversazione che per lui è invece fatua, inutile e inconcludente. Si rimbozzola nella menzogna. Viene ricacciato nella menzogna. Perché gli altri non sanno che sta solo facendo degli esercizi.

mercoledì 30 luglio 2014

quando qualcuno parla anche per noi

È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore, se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?

Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o 
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.

Da “Innamoramenti” di Xavier Marias



martedì 29 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/il contratto

Un’altra delle scoperte del dolente è che la com-passione, la sintonia e l’empatia non sono mai incondizionate. Che gli altri stipulano con lui un contratto, non detto ma ferreo, vincolante nelle loro intenzioni: io ti offro condivisione in cambio di superamento. All’inizio la condizione non compare, è invisibile e addirittura inimmaginabile per il dolente; è inconsapevole, inconscia addirittura in chi sta vicino al dolente. Ma il contratto presto emergerà e il dolente deve riconoscerlo e prenderne atto.

Il dolente si sente monotono, noioso e soprattutto colpevole e si sforzerà di rispettare il contratto.

venerdì 4 luglio 2014

il filo di acciaio

Ero in strada e camminavo lenta adattando il passo al mio pensiero. E d'improvviso l'ho proprio sentito, percorrermi tutto il corpo, il filo di acciaio che mi tiene in vita, benché colpita duramente e senza cessa, ancora in vita.
Ho scoperto che è questo filo di acciaio, che ho sentito quasi fisicamente, a rendermi come sono, quella che sono: una persona capace di sostenere questi giorni e questi anni, anche nel crollo dei desideri, delle speranze, delle aspettative. Anche nell'amarezza, riconosciuta ormai come definitiva compagna.
Il filo di acciaio agisce per me, fa il suo lavoro per conto suo, mi tiene in salute e fa sì che, sola, io proceda nella vita. Ritta.
Dal filo di acciaio mi sento agita, una sensazione che ho già conosciuto. Nel filo di acciaio si esprime la potenza della natura, e strapparsi da dentro il filo di acciaio la natura non concede.
Cosa costi avere dentro di sé questo filo di acciaio, io sola so. E osservo gli inconsapevoli altri e sorrido dentro di me quando mi sento dire che sono forte.
Io, forte? Vorrei dire loro. Ma va, è lui che è forte, il filo di acciaio. Io, il mio io, lo ospita solo. Ed è un ospite indesiderato.

domenica 22 settembre 2013

la balena stanca

Sentirsi spiaggiati e non desiderare il mare.
Perché scriverne qui?

Sempre, quando scriviamo, c'indirizziamo a qualcuno. Scrivere per sé non esiste. È un puro proclama. O un'illusione. Sempre, nel buio o nella luce, cerchiamo qualcuno cui dire "Io sono, esisto. Ascoltami".
Nascondiamo le nostre carte. Talvolta le bruciamo. Perché bruciare le nostre parole ci dà l'estrema sensazione di liberarci di noi. Ma verrà un giorno in cui rimpiangeremo quelle parole, perché vorremmo interrogarle. Chi ero, allora? ci chiederemo. Ci cercheremo ma il luogo della ricerca non esisterà più. Avremo nascosto le nostre tracce a noi stessi.
Ma forse non importa, tanto continuamente ricostruiamo la nostra storia, e tutte saranno presunte, quando non pretestuose.

sabato 6 aprile 2013

ritirata

Provo un desiderio fortissimo di rifugiarmi da qualche parte. Un desiderio di luogo amico, fraterno. Che non richieda sforzi di volontà né infingimenti. È un pensiero breve ma è per tutti i miei amici di blog.

lunedì 24 dicembre 2012

diversa

Tutte le cose, anche le più insignificanti, sono diventate diverse. Oggetti ed alimenti, anche.
Tutte le cose le guardo in un modo diverso, ed emergono ai miei sensi diverse e nuove. Parlano una nuova lingua. Suscitano in me pensieri e considerazioni e commenti nuovi e diversi. Repulsioni nuove.
Sono loro diverse?
Sono io diversa.

Anche i nomi delle strade sono diversi. Ogni luogo, ogni spazio prende un nome nuovo ed ogni via, ed ogni piazza ha come nome una propria circonlocuzione: qui è accaduto questo, lì successe quello; qui normalmente si faceva questo, lì normalmente si svolgeva quello e così via...
Sono gli spazi e i luoghi nuovi e diversi?
Sono io diversa.

martedì 18 dicembre 2012

indietro...

La memoria del corpo, benché meno vasta di quella della mente, circoscritta e delimitata dalla nostra pelle così com'è, mi sembra talvolta più minuziosa e penetrante.
Ricordare con il corpo ha un effetto potente, totalmente coinvolgente e velocissimo, immediato.
In questo senso il nostro corpo si sposta nel tempo, senza ostacolo alcuno.
                                                                Pierre Auguste Renoir
Non servono, talvolta, neanche le madeleines, semplicemente all'improvviso il nostro corpo torna indietro di decine e decine di anni, e precipita indietro fino ad una festa, ad un ballo.
È questo il vero teletrasporto. Non so dire se è più doloroso che emozionante.

sabato 24 novembre 2012

per Silvia su Uccidersi a 15 anni


Cara Silvia, potrei sottoscrivere ognuna delle tue domande così arrabbiate. E sapessi quante volte mi sono indignata e arrabbiata come te per ognuno degli esempi che fai! Non solo perché sono stata una insegnante, fatto in fondo trascurabile, ma perché da molti anni penso che la scuola sia il capro espiatorio su cui la società intera scarica le sue responsabilità nei confronti dei giovani. E questo nello stesso momento in cui le toglie ogni autorevolezza, riducendo la figura dell'insegnante a quella di un "fallito" , uno “sfigato”, senza nessun riconoscimento sociale (basta pensare a come lo tratta economicamente e normativamente). E, per ragioni troppo lunghe da spiegare, il ruolo dell' insegnante  ha quasi completamente smesso di essere rispettato. Eppure gli insegnanti -per la maggior parte- tentano ancora con fatica e con sacrificio personale di essere una positiva figura di riferimento e di riparare, come possono, ai tanti danni che altre agenzie educative compiono.
Io partirei dalla famiglia. La famiglia oggi è sempre più incapace di educare i propri figli, delega sempre di più proprio alla scuola il suo compito educativo, nel desiderio di alleviare il peso delle proprie responsabilità e di alleggerirsi la coscienza dei propri errori e colpe. Ma mentre delega alla scuola quello che sarebbe il SUO compito educativo, rispetto alla figura dell'insegnante assume un tratto se non di disprezzo, quanto meno di noncuranza. E per il futuro dei propri figli desidera ben altro e a loro suggerisce ben altre vie di realizzazione nella società presentando loro quella dell'insegnante appunto come la figura di un fallito.
E poi. Odio la parola valori ma nella nostra società prevalgono valori fatti apposta per rendere insignificante la figura dell'insegnante. A me sembra che  la scuola sia lì solo come paravento di un fallimento più generale, collettivo.
Dopo la famiglia metterei tutte le figure pubbliche, quelle che creano il clima culturale di un paese per la loro visibilità, direi anzi per la loro invadenza nella nostra vita. I media arrivano con prepotenza e con una grande potenza di fuoco nelle vite dei nostri giovani. E che modelli propongono? Che storie raccontano? La parola d'ordine è poi che la televisione non deve essere educativa e meno che mai lo stato nelle sue articolazioni. Per carità, lo stato  etico! (così con un voluto fraintendimento si è risposto ad ogni appello, ad ogni richiesta di eticità nella sfera pubblica).  Nessuno poi chiederebbe mai e poi mai alla classe politica (lasciamo perdere la sua degenerazione ché la radice è molto più lontana) di essere guida del sentimento collettivo e NON di seguirlo, blandirlo, lisciargli il pelo per ottenerne il favore. Una volta i partiti incanalavano la più disordinata e meno razionale vitalità (rabbia, voglia di prevalere, autoaffermazione egoistica, rancori di classe ecc) in forme che erano sì rappresentative (nel senso proprio letterale) ma prima ancora rielaborative, e trasformative, formative in direzioni più meditate e si assumevano anche- perché no, voglio dire la parola oscena- una funzione pedagogica. 
E poi ci siamo tutti noi; che non siamo insegnanti, non siamo politici, non siamo intellettuali, non siamo commentatori e polemisti. Che conduciamo le nostre vite indifferenti. E se un giovane si stravacca sul sedile dell'autobus mentre la donna incinta o un vecchio si difende nella calca, non sentiamo mai il dovere civile di dirgli, ragazzino smetti di messaggiare o ascoltare musica e alzati. Come le volte in cui di fronte alla barzelletta derisoria della omosessualità che ci arriva all’orecchio ci limitiamo a scuotere la testa senza intervenire. Questi sono esempi minuscoli, forse ridicoli ma le situazioni in cui ogni adulto sarebbe chiamato a svolgere la sua piccola ma doverosa parte educativa possono essere moltiplicati per mille.
Io penso e da sempre, che è la società tutta -che poi significa uomini e donne in carne ed ossa nelle loro normali quotidiane vite- abbia il compito educativo, nessuno escluso.
Questo non significa-vorrei eliminare ogni equivoco- che considero tutti gli insegnanti, eccezioni miracolose. Ce ne sono di buoni, di cattivi, di pessimi. Ma respingo categoricamente l’idea, ormai acquisita, che la colpa dei più minuti o macroscopici comportamenti di eccesso o autodistruzione dei giovani sia della scuola e dei suoi insegnanti. Ti dirò di più, questa idea mi fa incazzare, come potrebbe testimoniare parecchia gente che mi conosce.
Forse questo discorso lo avrei dovuto scrivere ieri. Ma provavo rabbia, dolore, indignazione e tanti altri sentimenti confusi e ho scritto così  di getto, senza spiegare il mio pensiero. Evidentemente ho scritto male se ho potuto generare in te un equivoco così grosso.
Però se mi rileggo debbo almeno riconoscere di non aver tradito me stessa: non solo non ho mai scritto la parola insegnante ma ho parlato di di società e sempre alla prima persona plurale. NOI abbiamo fatto tanto soffrire quel ragazzino, NOI lo abbiamo lasciato solo, NOI non lo abbiamo capito, accettato, accolto, sostenuto, difeso: NOI lo abbiamo perso. E fra un mese, se non una settimana NOI lo avremo dimenticato.

P:S: In aggiunta, così una osservazione rivolta  A TUTTI NOI: Non è vero che mentre guardiamo con simpatia le folle che sfilano per le strade per il rinnovo del contratto di lavoro, invece osserviamo un po’ indifferenti, un po’ a disagio sfilare il corteo di omo e trans? E certo non ci uniamo a loro. Come per tante altre cose non sono i grandi principi che trasformano la realtà ma i piccoli quotidiani diffusi comportamenti.
Sono stanca, magari possiamo continuare a parlarne un’altra volta
Con simpatia, marina

giovedì 22 novembre 2012

a tempo perso


Ha scritto Tommaso Landolfi: Perdere tempo è come perdere sangue.

Non ci ha consegnato però la sua idea di tempo perso e di tempo ben impiegato, non ci dice qual è quella perdita di tempo che come un’emorragia impoverisce la nostra vita e la rende pallida, esangue. Io sono personalmente certa che il tempo fruttuoso è anche moltiplicatore allunga, cioè dilata, la nostra vita ed il suo stesso senso. Ognuno di noi ha una sua idea del tempo ben speso e nessuno dovrebbe indicare ad un altro in che modo spendere il suo, perché, sia chiaro, il tempo è la vita stessa e cosa farne è una insindacabile decisione individuale. Nella pratica però ognuno di noi ha molto da dire sul modo altrui di spendere il tempo. Personalmente mi capita di osservare esseri umani e di non capacitarmi del fatto che passino il loro tempo, che so, seduti in un salotto televisivo, sera dopo sera, commentando con passione insignificanti accadimenti o anche accadimenti di pregnante significato che loro stessi rendono trascurabili. E mi chiedo: ma la sera, quando si struccano o si tolgono la cravatta, come si sentono? Cosa pensano di se stessi e della loro giornata?
Questo è solo un esempio. Sono infatti molti i casi in cui l’uso che fanno del tempo i miei simili mi lascia non indignata, no, ma attonita, priva del più piccolo barlume di comprensione; sono tanti i comportamenti altrui che suscitano in me questa paralisi del giudizio, questa incapacità persino di dire: ma che cavolo di modo è questo di passare il proprio tempo! Sono usi del tempo che  mi travalicano e mi proiettano in  universi mentali imperscrutabili, di fronte ai quali non so che sgranare gli occhi e ammutolirmi. Eppure anche questa specie di sospensione del giudizio non è virtuosa, lo so: è come quando su un tabellone dei giudizi — scolastici o sportivi o di diverse nature concorsuali — accanto ad un nome si traccia la scritta “Non classificato”. C’è un giudizio più severo del dire a qualcuno che non è neanche stato giudicato? Beh, non so a voi, ma a me capita. Considerate questa una confessione.

Ah, voglio aggiungere che spesso è proprio il tempo perso il più fruttuoso dei tempi.
Io sono una sostenitrice del mio tempo perso.


domenica 18 novembre 2012

Scrittura immateriale


Quando entro nella notte senza il riparo del sonno so benissimo di non essere sola. Siamo in tanti ad entrarvi e ad assaggiare il sonno come una piccola tartina, un aperitivo cui non segue nessuna pietanza. E qualche volta mi chiedo cosa stiano facendo i miei insonni compagni nelle loro case.

Io di notte leggo e talvolta scrivo; tengo un bloc notes e una matita accanto a me sul letto. Ma se la mente è vigile, anche troppo vigile, il corpo invece è stanco e vuole stare disteso, le braccia abbandonate, il capo affondato nel cuscino: e così scrivo a mente.
Non formulo pensieri appoggiati al nulla, in disordinato svolgersi come razzi nella notte che vanno, ognuno per conto suo, in direzioni diverse: metto invece punti virgole maiuscole; la mia testa insomma è un blocco di appunti e io vado regolarmente a capo quando sento di aver percorso una riga.
Al mattino può succedere che io ricordi tutto distintamente, punti virgole a capo e maiuscole e metta tutto su carta. Altre volte tutto è svanito come se durante la notte qualcuno mi avesse rubato il bloc notes.
Qualche volta penso che il vero libro prodotto nella mia vita sia proprio questo romanzo di avanguardia, molto più futuribile di qualsiasi e-book.