lunedì 20 luglio 2020

Noi e loro

Noi che viviamo ancora sulla terra

ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto la terra,

vicino alle radici degli alberi,

tra essi, con essi,

formando parte di essi,

vegetali che vedono, sentono, odono

e che chiamiamo morti perché così li chiamano.


Miguel Angel Asturias

mercoledì 1 luglio 2020

madri e figlie

Eravamo due donne e un uomo. E c'era complicità tra madre e figlia.

Ora l'uomo non c'è più e non si è ricostruito un equilibrio tra madre e figlia.

Io so che la complicità non tornerà. 

Quella fattiva sì, quella che serve per affrontare il mondo di fuori.

Ma non tornerà l'intimità dello spirito. La vicinanza del cuore.

La madre e la figlia si sono deluse.

Forse la vicinanza vissuta nel vecchio tempo le aveva illuse e da illusione a delusione è la legge della vita.


Ora troppe cose sono state dette e troppe non sono state dette. E queste non si possono dire e quelle non si possono ritirare.


È doloroso, ma è accaduto, farà parte della storia della madre e della figlia.

Sarà la figlia a raccontarla. Non importa.



Alla domanda del nipote la nonna non rispose. La risposta sarebbe stata troppo lunga. E non solo sua. Non riguardava solo lei e non fu data.



Ho accettato che le ombre si addensino su di me, sulla mia figura di madre.

Nessuna figlia si china a guardare la vita di sua madre.

Chi crede di farlo non può che farlo come figlia e di quella vita vede solo una faccia del poliedro.

La faccia che la riguarda. È naturale, non è una colpa.

Di equivoco in equivoco madri e figlie procedono. 

La figlia crede di sapere la madre e la madre crede di sapere la figlia.



Quanta sincerità ci si può permettere?

La domanda è questa.

Non c'è risposta e si resta in silenzio.

Mentirsi diventa l'unico modo di volersi bene.



lunedì 29 giugno 2020

un’alba

Camminavo in salita sotto le magnolie.

Arrivavano parole come pesci d’argento 

nuotando libere nella mia acqua.

Le sentivo sulle labbra come un bacio fresco.

Una foglia lucente dipinta di verde volò a terra e incontrò il mio sguardo,

colse un sorriso e

volò più in là.

Nessun uccello cantava ma cantavano i pesci.

-Sei il primo ricordo senza spine-

dissi al pesce più piccino che mordicchiava il mio orecchio.

-Sei la prima foglia del mondo- 

dissi alla foglia

-La prima foglia verde

che luce ai miei piedi-


Le parole hanno questo di bello,

non muoiono. 

Giungono un mattino 

e nuotano con noi. 

m.p.


sabato 27 giugno 2020

Fragile? No grazie.

Non sono fragile, sono vulnerabile. A farmi male non ci vuole niente, ma fiaccare la mia resistenza è tutt’altra cosa. 


Per molto tempo non l’ho capito. Non comprendevo la differenza, mi pensavo, indifferentemente, fragile o vulnerabile. E non coglievo la distinzione. 

È strana questa confusione in una persona con il culto della lingua, che per tutta la vita, da bambina fino a...domani ha letto, nota bene non sfogliato, proprio letto il vocabolario come il più appassionante, il più avvincente dei romanzi. E ne ho comprati e letti diversi.

E ho sempre considerato il giorno in cui imparavo una nuova parola come un giorno fortunato, un giorno portatore di gioia. 


Credo che se allora mi avessero chiesto la differenza tra le due parole non avrei saputo dirla. O forse sì, chissà, ma come qualcosa che non riguardava me, come una differenza che non mi concerneva. Vivevo nella caligine. 


Mentre mi confrontavo con la depressione e apprendevo a coglierne i segni negli altri - con empatia, con pena, con tenerezza anche- nell’osservazione delle nostre vite faticose, tirate avanti a denti stretti nella sofferenza incomunicabile che le gravava, nella mia mente si fece strada un pensiero. 


Un pensiero che poi non solo si è radicato, ma arricchito di osservazioni e constatazioni fino a diventare una vera e propria teoria. Scrivo teoria, così, per ipocrita rispetto delle regole della scienza, ma per me non è una teoria, ma un assioma, una verità evidente di per sé, “un principio certo per immediata evidenza”. (Treccani). Una legge.

La Prima Legge dell’io* depresso e purtuttavia vivente. Vivente in una società. 


Che cosa dice la Prima Legge dell’io depresso? 

Colui/colei che è depresso/a e nondimeno vive è forte.



Dice che coloro che vivono in stato di depressione -che vivono un giorno dopo l’altro, dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba la condizione di depressione- sono persone forti. Fortissime. Ben più forti di quelli che la depressione non la conoscono e la confondono con la malinconia, con la tristezza, con lo sconforto. 


Forti perché portano avanti le loro giornate tra gli altri, “i sani”, contorcendosi, trascinandosi, ripescando se stessi da abissi inscrutabili, da terrori inesplicabili.

E le portano avanti le loro giornate e aprono bocca e parlano e dicono buon giorno e buona sera e  sorridono e rispondono e fanno, lavorano, salgono sugli autobus, scendono dagli autobus, entrano nei negozi e fanno la spesa o negli uffici comunali e chiedono i certificati, le carte di identità. E della loro identità non sanno più nulla e dubitano di averne una, e non si sentono coincidenti con nulla se con la loro sofferenza. Eppure vivono. 


Per questo sono forti e io m’inchino dinanzi a loro, rispettosa, deferente e insieme colma di considerazione e di sofferente alterigia. Sono così forti loro, sono così forte io! 

Infatti io so di essere vulnerabile e che chiunque con una parola, una sola, può farmi tanto male che per riparare la ferita ci vogliono venticinque punti e disinfettanti e garze sterili e fasciature, bende e cerotti, ma, MA, so che, benché così piagata, io dirò ancora buongiorno e buonasera e il piede destro seguirà il sinistro mentre continuerò a camminare sulla terra. 

In forza della Prima Legge dell’io depresso. 


*io come lo intende lo psicologo, non l’io di Freud

mistero

Nello spam ho trovato vecchissimi commenti che risultano non pubblicati. Mi scuso soprattutto perché non riesco comunque a pubblicarli.

venerdì 26 giugno 2020

dormire tra le braccia di Simenon

Non si può. No, non si può dormire tra le braccia di Simenon. Sto leggendo il suo Memorie intime e, stranamente, non mi piace come è scritto. È dettagliato ma superficiale. È pieno di fatti di luoghi di persone di panorami di avvenimenti ma nessuna risonanza intima o almeno personale. O pochissime. Tranne l'amore per il figlio Marc. Una figlia, la più piccola, si suiciderà; questa è l'occasione che lo spinge a scrivere il libro. Per i suoi quattro figli e a loro si rivolge con tenerezza. Ma anche in questa tenerezza, non so bene, c'è qualche cosa di lezioso, quasi di eccessivo; interrompe i paragrafi con "buona notte figli miei"; oppure ogni tanto "bambino mio" detto al figlio di 41 anni. Sì, lo so, i figli sono sempre bambini per noi genitori, ma se vuol chiamarlo bambino forse le memorie doveva scriverle solo per i figli e invece ha scelto di pubblicarle. Quindi da una parte un raccontare senza metterci la propria anima, dall'altro un eccesso di anima un po' sdolcinato..

Simenon appare come un uomo che sfrutta a pieno la vita, affamato di sesso, di cibo, di vino, di movimento, di esperienze; un uomo che si gode tutto quello che il suo nome, la sua posizione economica può dargli;
un uomo che si sposta continuamente, che vive ora qui ora là, in fazendas, grandi alberghi, motel, castelli, fattorie, appartamenti di lusso, piccole camere ammobiliate, tenute con boschi, laghi e spiagge private.
E tutto per lui si aggiusta sempre, le donne gli dicono sempre sì, la guerra lo sfiora soltanto, i ménage a trois non creano drammi, le malattie si rivelano alla fin fine inesistenti.
Forse sono acida, ma quest'uomo è troppo baciato dalla fortuna per essere vero. Così mi viene da pensare.

Per ora siamo ancora al primo figlio e siamo a pagina 280 e ha ancora sette anni da percorrere.
Mi aspettano ancora 800 pagine: lo leggo a piccoli passi, troppi dettagli, troppi avvenimenti, mi affatica girovagargli dietro.

È una lettura da non leggere prima di addormentarsi. Prima di addormentarmi: mi affolla la mente che non riesce a fermarsi su niente, su un pensiero, una riflessione, una scena.
È così che non si può dormire tra le braccia di Simenon.


Lo scrittore superbo di tanti romanzi qui sembra aver perduto il controllo della sua materia che lo sovrasta e sovrasta anche me.
Ma certo sono io che non so leggerlo, non ho trovato forse la chiave giusta per entrarvi davvero dentro; ci dev'essere un modo diverso per leggerlo.
Ma non riesco ad afferrarne il ritmo; anzi manca di ritmo e, per quanto mi riguarda, se non trovo un ritmo nella scrittura io provo disagio: il testo diventa come una canzone senza musica.
Chi ha letto Jazz di Toni Morrison sa di che cosa sto parlando; come pure chi ha letto Proust. Nei loro libri circola una musica diversissima e inconfondibile. Questo Simenon non ha musica.

Il post lo scrissi anni fa, poi il libro lo finii, ma la mia impressione rimase la stessa. 










il prolungato addio

Da tempo guardo al mondo con lo sguardo dell'assenza. 
È uno sguardo che sta sulla porta. Lo sguardo di qualcuno che non è più padrone di casa, ma già ospite. È lì e non è già più lì, guarda e immagina. Così io guardo e immagino. Immagino il mondo quando il padrone di casa se ne sarà definitivamente andato.
Nel mio immaginare, gli altri sono tutti presenti e ormai in pace con la mia assenza. Non voglio che chi mi ama soffra. E guardo alle loro vite con speranza ma anche con un senso di impotenza che si sforza di diventare accettazione, quella sensazione che l'assenza porta con sé, di non poter più intervenire, in sostegno, in difesa, in appoggio. Questo è forse l'esercizio più difficile per l'assente ancora presente.

È strano che della mia assenza ancora nessuno si avveda, che io risulti presente a tutti gli effetti. Forse perché mi adopero nel frattempo in un prolungato addio. 

Immagino, ma intanto provvedo. O tento di farlo. Un prolungato addio richiede piccoli gesti quasi impercettibili agli altri, subliminali quasi: frasi, parole, piccoli accorgimenti, e sorrisi speciali di cui io sola so il significato nascosto, che un giorno, spero, sarà chiaro anche a chi resta. 
Perché la speranza è davvero l'ultima dea e il già assente, che tuttavia è presente, se non ha né vuole, un futuro cui guardare per sé, volge comunque il suo sguardo avanti, verso quello che sarà il passato del suo sé di oggi e il futuro di tutti gli altri, il loro futuro con sé assente. Guarda già indietro per vedere un avanti, l'avanti degli amati. 

Il prolungato addio comporta anche atti, disposizioni, riordini, accortezze, avvisi. L'assente ha tanto da fare e cerca di farlo al meglio. Il suo fare è rischioso, si basa su previsioni e, si sa, le previsioni sono difficili da fare e possono essere sbagliate. Va così in fretta il mondo! L'assente -e tuttavia presente-  ha un numero limitato di dati su cui basarsi e, per leggerli, la sua sola esperienza. Poca cosa davvero. Ma vi attinge a piene mani, la scruta, la analizza, la rivede, la seziona. Non scarta niente -le scelte felici e gli errori- perché tutto può servire e tutto viene messo a disposizione.
L'assente vive nel futuro.

Non ha nessuna intenzione di lasciare disposizioni. Odia l'idea di darne per il futuro degli altri. Pensa a qualche breve suggerimento, a qualche piccolo consiglio. E pensa tanto, ma tanto, a rassicurazioni e incoraggiamenti. I piccoli consigli non sono dettagliati, ma generali, tali che trasmettano intera la fiducia che ripone in chi resterà. Pensa a una partenza leggera, il più leggera possibile, affinché il vuoto che lascerà -infatti l'assente sa che lascerà un vuoto, e questa è l'atroce consapevolezza dell'assente che di vuoti se ne intende-  affinché quel vuoto non sia gravato da prescrizioni, richieste, compiti da assolvere. 

Aveva anche pensato di raccontarsi, senza indulgenze, piagnistei, o roventi accuse a se stesso. Ma no, non si processerà. La sua pietà per gli esseri umani accoglie anche se stesso. Questo sentimento non coincide con l'assoluzione con formula piena. È piuttosto il riconoscersi nella propria fragilità e nelle proprie contraddizioni -in definitiva nella sua umanità- è rispettare anche per sé il mistero che avvolge e talvolta sostanzia tutte le vite umane. L’assente presente ha tutte le intenzioni di viaggiare con un bagaglio leggero.

Chissà quante delle cose sperate saranno realtà. L'assente lo ignora ma intanto opera perché questa sua anomala assenza serva il giorno in cui sarà diventata definitiva. 







giovedì 25 giugno 2020

sul Caso, la grande lotteria


LA GRANDE LOTTERIA
Sul tema del Caso, magari di sfuggita, per accenni, ho scritto più volte.
E' un tema che mi affascina. Del resto, lungo la storia, esso ha affascinato persone ben più grandi di me. Si può dire che non ci sia filosofo, dall'antichità ad oggi, che non si sia posto il problema del Caso e della sua presenza nelle nostre vite.
Io ho cominciato a riflettere sul Caso quando ero ancora un’adolescente. I miei due temi di riflessione sono stati il Caso e il Tempo. Né li ho più abbandonati. Ma, non temete, sono stata, per il resto, un'adolescente sciocca e confusa, come ogni altro adolescente.
Oggi poi ho sentito il bisogno di scrivere in forma più chiara e diffusa le mie riflessioni sul Caso, su questa forza possente che agisce sulle nostre vite.
Noi usiamo molto spesso l'espressione per caso, casualmente, e, apparentemente, riconosciamo al Caso un ruolo importante e continuo nelle nostre vite. Ma, spesso, usiamo quei termini a sproposito, come garbatamente ci suggerirebbe uno psicologo. 

Addebitiamo cioè al Caso piccoli avvenimenti della nostra vita che sono invece frutto di nostre decisioni più o meno consapevoli e hanno magari origine in momenti abbastanza lontani dal presente o in nostri stati interni.

Molto più spesso però, a mio parere, evitiamo di riconoscere la portata del Caso in fatti ben più importanti e determinanti della nostra vita, sembriamo ignorare o dare per scontata l'impronta che, dall'inizio, egli vi ha impressa.
Io penso che coloro che credono in un Dio creatore e coloro che credono che siamo il prodotto di trasformazioni evolutive, come pure coloro che sul punto si astengono da un parere definitivo — credenti, atei e agnostici— possano forse concordare sul fatto che noi siamo, comunque, forme della vita
La loro origine e il/la loro fine resta materia di personali convinzioni che qui non mi interessano né tratterò. Dico solo, en passant, che mi piacerebbe pensare che tutti riconoscano uguale dignità alle tre posizioni.

E dunque occupiamoci del Caso. Infatti "l'impronta di Sua Maestà il Caso" (Federico il Grande) nelle nostre vite è impressionante.
Noi partecipiamo ad una lotteria dove la truffa non c'è perché non c'è intenzionalità.
Nasciamo. Potremmo nascere nella Siria, nella foresta amazzonica, nel Ciad.
Ma ecco che nasciamo nella metà ricca del mondo. Il primo intervento del Caso ci dà un Luogo.

Il secondo intervento del Caso ci dà un Tempo.
Potremmo nascere nell'età del ferro, nel Trecento dopo Cristo, o nel Settecento. Prima o dopo l'affermarsi del cristianesimo, prima o dopo la rivoluzione industriale.
Nasciamo invece nel XX secolo. 

E sarà il Caso a decidere di noi e del nostro cromosoma Y o X. Saremo di genere maschile o di genere femminile sulla base del Caso.
Il Caso ci darà la predisposizione al diabete, il labbro leporino o la sterilità. O niente di tutto questo. 
La Grande Lotteria Genetica (Jonathan Haidt in "La felicità: una ipotesi") deciderà del funzionamento dei nostri reni, della chimica del nostro cervello, della nostra reattività alle punture di vespa.
A questo punto siamo nati, siamo nati nell'Occidente prospero, nel secolo XX, dopo le due guerre mondiali. 
Entro questo Occidente il Caso ci affida all'Italia, in un territorio di grande bellezza, facilità climatica, ricchezza storica e artistica.
Il Caso si occupa di collocarci prima o dopo il fascismo e anche prima o dopo il vaccino antipoliomielite.
Il Caso deciderà se avremo un padre e una madre o se saremo orfani da subito.
Sarà il Caso a mandarci in un orfanotrofio o in una villa in Brianza. O nel due camere e servizi di un impiegato statale. E sarà il Caso a stabilire se nasceremo nell'Italia del boom o in quella della recessione.
Quando dalla lotteria usciamo con un corredo ben misero alcuni chinano il capo reverenti e dicono: sia fatta la volontà di Dio, Lui sa, la mia sorte è il disegno della divina Provvidenza. 
Ma la maggior parte delle persone -che peraltro non hanno modo di fare diversamente-, prende il dato appunto come un dato e da quello partono, inscrivono la loro vita in quel quadro prestabilito e si danno da fare per cambiare in meglio la loro storia, per provare a scriverla di propria mano.
Lo facciamo tutti. Cerchiamo, detto brevemente, una forma di felicità. Ognuno la sua forma, beninteso. 

Permettetemi di inserire qui un po’ delle citazioni che trovereste  se interrogaste Google.
Alcune ne sottolineano l’incidenza nelle nostre vite, altre ne escludono ogni forza motrice.

  • A differenza della natura, la storia è piena di eventi: il miracolo del caso e dell'infinitamente improbabile vi ricorre con tale frequenza da far sì che parlare di miracoli sembri assurdo. (Hannah Arendt)
  • Bisogna aspettare dal caso che ci procuri i nostri pensieri. (Jean Rostand)
  • Colui che non lascia niente al caso raramente farà cose in modo sbagliato, ma farà molte poche cose. (George Savile)
  • Come osiamo parlare di leggi del caso? Non è forse il caso l'antitesi di ogni legge? (Bertrand Russell)
  • Il caso ci protegge più di qualunque legge. (Trilussa)
  • Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. (Anatole France)
  • Il caso ha una grande parte [nella nostra] nascita e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci permette d'attendere a lungo i favori del primo. Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il nostro passato. È inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde fuori del suo campo e del suo raggio d'azione in qualche oggetto materiale che noi non supponiamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo mai. (Marcel Proust) (NB a Marcel Proust ho voluto fare più spazio in questo repertorio). 
  • La casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo. (Giacomo Biffi)
  • Non credo al caso. Nella storia ci sono soltanto degli incontri. Il caso non esiste. (Elie Wiesel)
  • Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi. (Milan Kundera)
  • Non lo so... se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza... ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento. (Forrest Gump)
  • Più si invecchia e più ci si convince che Sua sacra Maestà il Caso fa i tre quarti del lavoro in questo miserabile universo. (Federico il Grande)
  • Se fosse il caso a governare il mondo, tante ingiustizie non avverrebbero. (Humphrey Bogart)
  • Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità. (Shôhei Ôoka)
  • Vi sarebbe dunque un insieme di eventi che viene battezzato caso e che, per ciò, esclude la responsabilità. Paul Virilio ha scritto che l"invenzione" del naufragio accompagna quella della nave e l'incidente ferroviario segna la diffusione del treno. (Stefano Rodotà)
  • Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vitaè una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra. (Tiziano Terzani)

 E ancora: 


Quante altre citazioni potremmo mettere! A favore e a sfavore. 

A me piace ricordare la conclusione di un dialogo con una persona ormai assente, ma con la quale continuo a dialogare.. 
“Le forze che agiscono nella nostra vita sono molte e diverse. Anche quelle che determinano le nostre scelte lo sono. L'inconscio è solo una di queste forze. Esiste il caso, esiste l'altro. Esiste il mondo fatto di luogo e di tempo in cui ci muoviamo. (Giovanni Jervis). 

Non ha chiuso definitivamente il mio personale corpo a corpo con il tema del Caso, ma ha aperto un ventaglio che mi aiuta a stemperare la rigidità del mio pensiero. Grazie, Professore.




mercoledì 24 giugno 2020

Easy blog, I love you!

La felicità è quando trovi l’App per tenere in vita il tuo blog su iPhone e iPad! 

martedì 7 gennaio 2020

il Tempo e il metodo Aciman


Sto tentando di fare mio il "metodo Aciman", come lo chiamo tra me e me, perché ho scoperto che, sia pure fugacemente, può aiutare a vivere il nostro presente, la nostra quotidianità, un po' più felicemente. (Fatta naturalmente la tara delle varie infelicità delle nostre vite).

Nel "metodo Aciman" il presente viene come soppresso e questo contraddice tantissime voci che ci sollecitano a viverlo come unica forma del tempo che realmente ci appartenga. Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, è quindi perfettamente logico affermare che tutto quello che ci resta sia il presente. 
E infatti.

Circa il futuro, dal "carpe diem" di Orazio al "di doman non v'è certezza" di Lorenzo il Magnifico, una lunga tradizione ammonisce a non tenerlo in alcun conto. Virgilio, se dobbiamo dare credito alla Appendice virgiliana, addirittura insolentisce coloro che del futuro si curano: Pereant qui crastina curant. Vada in malora chi si cura del domani.

Quanto al passato, accanto alle voci che si appellano al ricordo e alla memoria non poche altre consigliano di opporre una cesura netta tra presente e passato e di chiudere quest'ultimo in un cassetto buttandone la chiave. "Il passato non è". Dante Gabriel Rossetti. 
(Tenete conto che D.G.Rossetti è colui che ha scritto di sé: "Il mio nome è Sarebbe potuto essere. Mi chiamo anche Non più, troppo tardi." )

Rispetto al tempo André Aciman in Città d'ombra- Guanda editore
consiglia un'originale, anzi rivoluzionaria operazione.
Andare alla ricerca della felicità, o di scampoli di felicità, tentando di vivere il presente come fosse già passato. Riassaporandolo, rotolandoselo sulla lingua come un esperto sommelier farebbe con il vino. Degustandolo sotto forma di ricordo, spostandosi nel futuro per sperimentare il presente come un momento del passato. È allora che per Aciman il presente diventa felice: quando diventa passato. 

Non è un'operazione facile. Ci si impegna in una parallasse mnemonica. 
[vedi Treccani: Parallasse s.f. dal gr parallaxis, mutamento, deviazione; derivato da parallasso, cambiare, spostare = Spostamento angolare apparente di un oggetto, quando viene osservato da due punti di vista diversi].

Si cambia il punto di osservazione e l'osservato muta. L'osservato è il nostro presente. A questo dobbiamo guardare, dice Aciman, avendone come una memoria anticipata. Ed ecco che, contrariamente a tutte le voci che riducono la nostra vita al presente, questo, "stretto tra il ricordo e la memoria anticipata, non esiste". Questo giorno, questo momento, in un rapido cambio di scena lo proietto sullo schermo del passato; su quello schermo lo guardo e ne colgo aspetti, significati e qualità che altrimenti non riconoscerei. 
Non è come dirsi "ma sì, in fondo non sto troppo male, non è poi una brutta giornata"; queste sono autoconsolazioni che Aciman non tollererebbe. Un po' gaglioffe, un po' ingenue. No, è un autentico scavo archeologico che porta alla superficie della coscienza qualcosa di cui forse diverremmo consapevoli solo dopo dieci, venti, anche cinquant'anni. E di questo momento, di questo giorno potremmo solo provare rimpianto. Della sua possibile felicità ci accorgeremmo sì allora, ma con amarezza.
Perché, ci ammonisce Aciman: "Ciò che conta e che non muore mai è il ricordo della vita immaginata che avevamo sperato di vivere".

Infatti dei molti torti che possiamo fare a noi stessi -e ve lo dice una che di torti a se stessa ne ha fatti molti- ce n'è uno imperdonabile: non accorgersi di essere felici mentre lo si è. 
Il metodo Aciman può essere di aiuto per sottrarci a questa terribile condanna.

Se poi occuparvi del Tempo, passato, presente o futuro che sia, non è pratica che vi interessi, invece che ad Aciman potete rivolgervi a Dagerman. Potreste  trovare liberatoria la sua radicalità (rammentando però che si tolse la vita a 31 anni).
"Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l'eternità non si cura di me. Ma chi mi chiede di curarmi dell'eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo...il tempo è una falsa misura per la vita. Stig Dagermann


 Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
 Andre Aciman

 Stig Dagerman 1923-1954










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domenica 3 giugno 2018

io e Lui

‪Il #lutto è un reato senza prescrizione.‬

‪Il #lutto è una malattia senza remissione.‬

‪Il #lutto è un innamoramento non corrisposto.‬

‪È vero che la vita continua ma chi la vive non sei più tu.


loro e Lui 
‪"Quando scompare qualcuno che ci è caro, paghiamo con mille cocenti rimpianti la colpa di sopravvivere"‬
‪Simone de Beauvoir‬

"Quando qualcuno muore...il domani può cambiarci e portare un irriconoscibile io.‬
‪Xavier Marias



Mio nipote. Tommi.

Mio nipote.
Qualche volta entra, bacio, ciao bella, si siede, mangia, si alza, si rimette lo zaino in spalla, grazie e va. A giocare a pallone o a suonare nella sua band.
Qualche altra volta, entra, bacio, ciao nonna. Mangia, prende la chitarra e cantiamo: canti partigiani, o pacifisti, o di protesta; oppure dallo smartphone mi fa sentire Ghali, o qualche gruppo per me misterioso come System of down. Mi ha fatto conoscere Toxicity. 
Oppure lui suona la chitarra, i Metallica o gli U2. O Bob Marley. 
Oppure prima ancora di sedersi a tavola già comincia a interrogarmi: ma tu lo sapevi che Bob Dylan faceva parte del Movement? Oppure: nonna tu lo conosci Majakovsky? Ma lo conosci di nome o lo hai letto? E ti piace? Lo sai che si è ammazzato?
È vero che i futuristi italiani erano fascisti?
O anche, Guarda! mi fa. E mi fa vedere qualche meme da riderci su. 
O, come oggi, mi entra in casa cantando a mezza bocca Pacem in terris, per tornarsene subito a scuola per la lezione di musica. 
Spesso s’impadronisce del mio iPad o del mio computer. Li usa entrambi in contemporanea. Riesce a ungerli come se dovesse farci crostini. 
Delle volte si mette a fare i compiti mentre ascolta musica. Intanto risponde a messaggi, ride di non so cosa, digita forsennatamente, e ricomincia a fare esercizi di matematica. 
Ha 14 anni, è sempre affamato, alto, ben piantato e un sacco bello. È anche buono, il che un po’ mi inquieta. Speriamo che il mondo non se ne approfitti troppo.
Quando esce, dopo appena mezz’ora o dopo due ore, immancabilmente mi dico che, sì, per vederlo, sentirlo, toccarlo e per il bacio che sempre mi spetta sulla porta di casa, all’entrata e all’uscita, vale comunque la pena di vivere.
Tommi. Mio nipote.

Contrordine compagni!

Cari amici, oggi sono molto fiera di me. Ho effettuato un' operazione di altissima tecnologia. Almeno per le mie ridotte capacità.
Ho importato in questo blog il blog essenzialmenteinezie che avevo aperto qualche mese fa perché sostituisse questo.
Perché l'ho fatto?
Perché mi sono accorta di provare quasi un senso di colpa per aver abbandonato il vecchio blog. Perché ho pensato che era inutile fare un nuovo blog per separarmi dal vecchio se poi ogni tanto tornavo a sfogliarlo, a rileggerlo ora qui ora là.

Il senso di estraniamento che provo rispetto alla Marina che ero è rimasto, un disagio che non riesce a trasformarsi in tenerezza o nostalgia. Forse accadrà, forse no.
Ma in una cosa almeno sono sempre la stessa Marina: quando faccio una sciocchezza sono pronta a riconoscerlo.
Non è cambiando il template, l'intestazione o le etichette che si testimonia un cambiamento.
Così ecco che le inezie essenziali e le essenzialmente inezie si sono riunite.
indipendentemente da quello che io sento e so di me.


P.S.
Qui di seguito ho incollato quello che era il biglietto di benvenuto del blog essenzialmente inezie -il blog 2, lo chiamerò così- come trait d'union tra le mie due creature.
Invece i pochi post che vi erano pubblicati li ha importati per me Blogger e li ha disposti in ordine cronologico.

Cari amici, eccomi qui. Se siete arrivati qui è perché siete passati sul mio blog storico e ve ne ringrazio. L'ho lasciato lì, dopo dieci anni di vita, dal 2007 al 2017. Era andato rarefacendosi e inaridendosi, un lento morire che mi dava anche disagio.
Quando, in cerca non so di cosa, rileggevo un vecchio post toccavo dolorosamente con mano quanto io fossi cambiata e quanto l'identità di quella marina si fosse sfarinata. E non conta se quella marina valesse poco o tanto. Ero io e non lo sono più.
Perciò ho fatto una capriola grammaticale e ho dato inizio al blog del mio presente, della marina che sono oggi.


Da "inezie essenziali" a "essenzialmente inezie" il significato slitta e non di poco.
Quando scrivevo "inezie essenziali" ritenevo, evidentemente, che nelle inezie che via via venivo scrivendo ci fosse qualcosa di essenziale che chiedeva di essere scritto e forse meritava di essere letto. Essenziale per me e, perché no, per qualcun altro nella blogosfera; qualcuno che si scoprisse in sintonia con il mio modo di sentire e, almeno in parte, vi si riconoscesse.
Ma trasformando quell'aggettivo "essenziali" in un avverbio "essenzialmente" il significato cambia e non superficialmente.
Infatti "essenzialmente inezie" dice che quello che scrivo è fatto alla radice di inezie, che smettono di essere essenziali.

Se sono rimasta comunque nell'ambito lessicale della essenzialità e della inezia una ragione, un significato c'è. Per ora è confuso anche per me, ma penso che pian piano verrà fuori.

Comunque, perché scriverle queste piccolezze, questi nonnulla, queste minuzie? Quanto narcisismo mi porta a scriverle?
In tutti noi che affidiamo a un blog i nostri pensieri, ricordi, versi o versetti, racconti, riflessioni, un po' di narcisismo è sempre presente. Almeno credo.
Ma, dato per scontato il mio tasso di narcisismo, per non farmi torto, tra le ragioni del mio scrivere aggiungo la mia solitudine e il mio bisogno di comunicare i miei nonnulla di oggi. 
A presto, marina