lunedì 23 novembre 2020

la tentazione del diavolo

 Forse qualcuno pensa che la razionalità piova dal cielo, che scenda su di noi come lo Spirito Santo (per chi crede allo Spirito Santo).


Io penso di no. Quando la vita ci impone di confrontarci con avvenimenti perturbanti, sconvolgenti, che suscitano forti emozioni, la prima tentazione è di abbandonarci a quelle emozioni. Siamo pronti a consegnare, chiavi in mano, la nostra casa, il nostro animo, noi stessi alla deriva emozionale.


La razionalità interviene dopo. Dopo un tempo più o meno lungo che varia da persona a persona.

Io non sono un Primo Levi ( e quanti potrebbero dire di esserlo?) che in una intervista affermò: “Non ho mai reazioni istintive: quando le ho le reprimo perché la mia regola è la razionalità”. 


È solo attraverso un richiamo all’ordine che faccio appello alla mia razionalità, che respingo il mio disorientamento per affrontare la prova che la vita mi propone.

Questo è valso e vale per la pandemia, come pure per il mio recente problema di salute.


Mi appoggio alla razionalità, respingo la tentazione di fuggire dalla realtà e di abbandonarmi al disordine emotivo.

Non ci sono meriti in questo, né demeriti per chi prova e non riesce o per chi non prova perché già il provare presuppone una volontà cosciente.

 

Quello che voglio dire è che la razionalità ha comunque un costo perché l’abbandono può essere molto confortevole o almeno di aiuto. 


Ho vissuto anche io una fuga dalla realtà. La tentazione della fuga è sempre presente.

Ma la razionalità contiene in sé anche un premio. Infatti la realtà ci raggiunge sempre, non ammette escamotage. 

Cosicché, quando si presenta a riscuotere il suo, se abbiamo al nostro fianco la razionalità, abbiamo il più potente alleato per disinnescare la potenza distruttiva che la realtà può avere.


Non so fino in fondo perché ho sentito il bisogno di scrivere qui queste mie considerazioni.

Forse solo per rendere più chiaro a me stessa il mio pensiero.

mercoledì 21 ottobre 2020

Non esistono piccole storie

Non esistono piccole storie. Questa non è solo una mia convinzione, né solo una verità, ma anche il titolo di un piccolo grande libro. L'autore si firma Johannes Bruckner e di lui si sa poco. Da molto tempo racconta su Twitter storie parcellizzate in tweet. Storie finora nascoste nelle pieghe della Storia, con protagonisti già oscuri improvvisamente, magicamente resi vivi di fronte ai nostri occhi. Storie restituite alla loro dignità e alla loro ricchezza di significato. Non ne ho mai persa una e di ognuna sono grata a chi me l'ha fatta conoscere. 

Non sono storie facili da leggere. Dense di ingiustizie, di dolore, di violenza, ma anche di rivincite.

Dal gennaio scorso quelle storie sono state raccolte e hanno dato vita a un libro. 216 pagine di emozioni e sentimenti. E di Storia, quella con la a maiuscola che ognuna di quelle storie ha contribuito a costruire. 

L'editore è People, esiste anche in ebook. 






Rieccomi

Care amiche e cari amici. Gli accertamenti sanitari mi  hanno preso un po' di tempo. Adesso ho una diagnosi. Ho un mieloma asintomatico. Spero che resti asintomatico per sempre. Il che pure potrebbe accadere. Al momento procediamo con controlli, abbastanza ravvicinati. 

Sono seguita dalla UOC di ematologia dell'Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, vicinissimo a casa mia. È un ambiente ampio, luminoso, ordinato, improntato all'efficienza e alla cortesia.Vi lavorano tutte donne e sono straordinarie. Ho in loro la massima fiducia. 

Confesso che il mio umore non si giova di questa novità, ma mi impegno per essere reattiva. 

Poiché non intendo dedicare all'indesiderato ospite altro tempo e altro spazio sul mio blog per ora vi saluto.
A presto, marina


 

giovedì 17 settembre 2020

Non sputiamo sul SSN



 Nel Day Hospital di ematologia dell’Ospedale San Giovanni-Addolorata di Roma c’è anche una piccola bibliotechina a disposizione dei pazienti per ingannare le attese. È un reparto modello: persone competenti, cortesi, cordiali, fonti di buon umore. Tutte. Quelli che parlano sempre male del nostro Servizio Sanitario Nazionale dovrebbero visitarlo. In questi giorni sono un po’ occupata in accertamenti, ma torno presto. 

domenica 6 settembre 2020

et voilà!

 Ho tolto un po' di Java script, ho dimezzato il numero di post nella home page e il caricamento mi sembra più veloce.

Adesso vorrei ravvivare i colori come qualcuno di voi mi ha suggerito.

MI rimetto a studiare e vediamo che cosa ne esce fuori.


Intanto vi presento la Gatta Gabardina, entrata nella mia vita due anni fa.

È una gatta opportunista e tirannica, ma l'amo lo stesso.  




sabato 5 settembre 2020

suggerimenti?

 Ho cercato in Internet, ma l'unica soluzione alla lentezza del caricamento che ho trovato è diminuire il numero di post che compaiono nella home page. Li ho dimezzati, ma è lento come prima.

Da che cosa può dipendere?

Provo a togliere tutte le foto?

Se avete suggerimenti li accolgo a braccia aperte.

Grazie.


posso scrivere casino? posso

Insomma è un gran casino. La lentezza del caricamento è esasperante anche per me, mai vista una cosa simile! È colpa del template Scribe? Chissà se posso abbandonarlo e cambiare. Mi sento come se fosse la prima volta che uso questo mezzo. 

Ho pensato di trasferire il blog su un'altra piattaforma, ma sono praticamente paralizzata dal timore di fare qualche errore e di vedermi cancellare tutto il blog. Forse dovrei rivolgermi a un super megagalattico esperto. 

Intanto vi rendo partecipi di un piccolo episodio. Stamattina su via Macchiavelli mentre cercavo monete da dare a un vecchio davvero ridotto male, un passante di media età sorpassandomi velocemente mi ha lanciato la seguente frase: "Brava! Aiuta la criminalità organizzata. Scema!" Al mio classico: Scemo ci sarai tu! sempre andando il tizio sghignazzante ha aggiunto trionfalmente: Boccona! e ha voltato l'angolo.

Mi è rimasta in gola quello che avrei voluto rispondergli: Meglio boccona che st.....

Tutto sommato meglio così, capace che mi menava pure.

Adesso cerco in Internet come risolvere il problema lentezza. A presto.  

 


giovedì 3 settembre 2020

grazie!

 Cari, carissimi amici, (amiche e amici, che ve lo dico a fa?), non sapevo che qualcuno mi leggesse ancora!

Non ricevo notifiche da quel dì, non so cosa sia successo. È solo grazie a Guglielmo e a Twitter che poco fa ho scoperto che ancora qualcuno passava da queste parti. Non so dirvi quanto mi abbia fatto piacere questa scoperta. Vi ringrazio con tutto il cuore. Quando, in momenti di improvvisa energia, ho scritto un post pensavo che non sarebbe stato letto da nessuno. Ma vi pensavo da qualche parte e mi bastava.

Qui è cambiato tutto, l'interfaccia, le notifiche (inesistenti) e le impostazioni sono saltate, mi trovo malissimo. Devo studiarla questa nuova versione e ora che so che qualcuno si ricorda ancora di me ce la metterò tutta.

Poco fa, uno per uno, ho pubblicato i vostri commenti che giacevano in attesa di moderazione senza che lo sapessi. 

Per scrivere uso un programmino penoso, easy blog che permette di pubblicare dal telefonino. 

Devo tornare al computer, dove in effetti mi siedo di rado e solo per cose burocratiche.

Vi ringrazio ancora con tanto tanto affetto e passo a studiare. 




lunedì 20 luglio 2020

Noi e loro

Noi che viviamo ancora sulla terra

ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto la terra,

vicino alle radici degli alberi,

tra essi, con essi,

formando parte di essi,

vegetali che vedono, sentono, odono

e che chiamiamo morti perché così li chiamano.


Miguel Angel Asturias

lunedì 29 giugno 2020

un’alba

Camminavo in salita sotto le magnolie.

Arrivavano parole come pesci d’argento 

nuotando libere nella mia acqua.

Le sentivo sulle labbra come un bacio fresco.

Una foglia lucente dipinta di verde volò a terra e incontrò il mio sguardo,

colse un sorriso e

volò più in là.

Nessun uccello cantava ma cantavano i pesci.

-Sei il primo ricordo senza spine-

dissi al pesce più piccino che mordicchiava il mio orecchio.

-Sei la prima foglia del mondo- 

dissi alla foglia

-La prima foglia verde

che luce ai miei piedi-


Le parole hanno questo di bello,

non muoiono. 

Giungono un mattino 

e nuotano con noi. 

m.p.


sabato 27 giugno 2020

Fragile? No grazie.

Non sono fragile, sono vulnerabile. A farmi male non ci vuole niente, ma fiaccare la mia resistenza è tutt’altra cosa. 


Per molto tempo non l’ho capito. Non comprendevo la differenza, mi pensavo, indifferentemente, fragile o vulnerabile. E non coglievo la distinzione. 

È strana questa confusione in una persona con il culto della lingua, che per tutta la vita, da bambina fino a...domani ha letto, nota bene non sfogliato, proprio letto il vocabolario come il più appassionante, il più avvincente dei romanzi. E ne ho comprati e letti diversi.

E ho sempre considerato il giorno in cui imparavo una nuova parola come un giorno fortunato, un giorno portatore di gioia. 


Credo che se allora mi avessero chiesto la differenza tra le due parole non avrei saputo dirla. O forse sì, chissà, ma come qualcosa che non riguardava me, come una differenza che non mi concerneva. Vivevo nella caligine. 


Mentre mi confrontavo con la depressione e apprendevo a coglierne i segni negli altri - con empatia, con pena, con tenerezza anche- nell’osservazione delle nostre vite faticose, tirate avanti a denti stretti nella sofferenza incomunicabile che le gravava, nella mia mente si fece strada un pensiero. 


Un pensiero che poi non solo si è radicato, ma arricchito di osservazioni e constatazioni fino a diventare una vera e propria teoria. Scrivo teoria, così, per ipocrita rispetto delle regole della scienza, ma per me non è una teoria, ma un assioma, una verità evidente di per sé, “un principio certo per immediata evidenza”. (Treccani). Una legge.

La Prima Legge dell’io* depresso e purtuttavia vivente. Vivente in una società. 


Che cosa dice la Prima Legge dell’io depresso? 

Colui/colei che è depresso/a e nondimeno vive è forte.



Dice che coloro che vivono in stato di depressione -che vivono un giorno dopo l’altro, dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba la condizione di depressione- sono persone forti. Fortissime. Ben più forti di quelli che la depressione non la conoscono e la confondono con la malinconia, con la tristezza, con lo sconforto. 


Forti perché portano avanti le loro giornate tra gli altri, “i sani”, contorcendosi, trascinandosi, ripescando se stessi da abissi inscrutabili, da terrori inesplicabili.

E le portano avanti le loro giornate e aprono bocca e parlano e dicono buon giorno e buona sera e  sorridono e rispondono e fanno, lavorano, salgono sugli autobus, scendono dagli autobus, entrano nei negozi e fanno la spesa o negli uffici comunali e chiedono i certificati, le carte di identità. E della loro identità non sanno più nulla e dubitano di averne una, e non si sentono coincidenti con nulla se con la loro sofferenza. Eppure vivono. 


Per questo sono forti e io m’inchino dinanzi a loro, rispettosa, deferente e insieme colma di considerazione e di sofferente alterigia. Sono così forti loro, sono così forte io! 

Infatti io so di essere vulnerabile e che chiunque con una parola, una sola, può farmi tanto male che per riparare la ferita ci vogliono venticinque punti e disinfettanti e garze sterili e fasciature, bende e cerotti, ma, MA, so che, benché così piagata, io dirò ancora buongiorno e buonasera e il piede destro seguirà il sinistro mentre continuerò a camminare sulla terra. 

In forza della Prima Legge dell’io depresso. 


*io come lo intende lo psicologo, non l’io di Freud

mistero

Nello spam ho trovato vecchissimi commenti che risultano non pubblicati. Mi scuso soprattutto perché non riesco comunque a pubblicarli.

venerdì 26 giugno 2020

dormire tra le braccia di Simenon

Non si può. No, non si può dormire tra le braccia di Simenon. Sto leggendo il suo Memorie intime e, stranamente, non mi piace come è scritto. È dettagliato ma superficiale. È pieno di fatti di luoghi di persone di panorami di avvenimenti ma nessuna risonanza intima o almeno personale. O pochissime. Tranne l'amore per il figlio Marc. Una figlia, la più piccola, si suiciderà; questa è l'occasione che lo spinge a scrivere il libro. Per i suoi quattro figli e a loro si rivolge con tenerezza. Ma anche in questa tenerezza, non so bene, c'è qualche cosa di lezioso, quasi di eccessivo; interrompe i paragrafi con "buona notte figli miei"; oppure ogni tanto "bambino mio" detto al figlio di 41 anni. Sì, lo so, i figli sono sempre bambini per noi genitori, ma se vuol chiamarlo bambino forse le memorie doveva scriverle solo per i figli e invece ha scelto di pubblicarle. Quindi da una parte un raccontare senza metterci la propria anima, dall'altro un eccesso di anima un po' sdolcinato..

Simenon appare come un uomo che sfrutta a pieno la vita, affamato di sesso, di cibo, di vino, di movimento, di esperienze; un uomo che si gode tutto quello che il suo nome, la sua posizione economica può dargli;
un uomo che si sposta continuamente, che vive ora qui ora là, in fazendas, grandi alberghi, motel, castelli, fattorie, appartamenti di lusso, piccole camere ammobiliate, tenute con boschi, laghi e spiagge private.
E tutto per lui si aggiusta sempre, le donne gli dicono sempre sì, la guerra lo sfiora soltanto, i ménage a trois non creano drammi, le malattie si rivelano alla fin fine inesistenti.
Forse sono acida, ma quest'uomo è troppo baciato dalla fortuna per essere vero. Così mi viene da pensare.

Per ora siamo ancora al primo figlio e siamo a pagina 280 e ha ancora sette anni da percorrere.
Mi aspettano ancora 800 pagine: lo leggo a piccoli passi, troppi dettagli, troppi avvenimenti, mi affatica girovagargli dietro.

È una lettura da non leggere prima di addormentarsi. Prima di addormentarmi: mi affolla la mente che non riesce a fermarsi su niente, su un pensiero, una riflessione, una scena.
È così che non si può dormire tra le braccia di Simenon.


Lo scrittore superbo di tanti romanzi qui sembra aver perduto il controllo della sua materia che lo sovrasta e sovrasta anche me.
Ma certo sono io che non so leggerlo, non ho trovato forse la chiave giusta per entrarvi davvero dentro; ci dev'essere un modo diverso per leggerlo.
Ma non riesco ad afferrarne il ritmo; anzi manca di ritmo e, per quanto mi riguarda, se non trovo un ritmo nella scrittura io provo disagio: il testo diventa come una canzone senza musica.
Chi ha letto Jazz di Toni Morrison sa di che cosa sto parlando; come pure chi ha letto Proust. Nei loro libri circola una musica diversissima e inconfondibile. Questo Simenon non ha musica.

Il post lo scrissi anni fa, poi il libro lo finii, ma la mia impressione rimase la stessa. 










il prolungato addio

Da tempo guardo al mondo con lo sguardo dell'assenza. 
È uno sguardo di chi sta sulla porta. Lo sguardo di qualcuno che non è più padrone di casa, ma già ospite. È lì e non è già più lì, guarda e immagina. Così io guardo e immagino. Immagino il mondo quando il padrone di casa se ne sarà definitivamente andato.
Nel mio immaginare, gli altri sono tutti presenti e ormai in pace con la mia assenza. Non voglio che chi mi ama soffra. E guardo alle loro vite con speranza ma anche con un senso di impotenza che si sforza di diventare accettazione, quella sensazione che l'assenza porta con sé, di non poter più intervenire, in sostegno, in difesa, in appoggio. Questo è forse l'esercizio più difficile per l'assente ancora presente.

È strano che della mia assenza ancora nessuno si avveda, che io risulti presente a tutti gli effetti. Forse perché mi adopero nel frattempo in un prolungato addio. 

Immagino, ma intanto provvedo. O tento di farlo. Un prolungato addio richiede piccoli gesti quasi impercettibili agli altri, subliminali quasi: frasi, parole, piccoli accorgimenti, e sorrisi speciali di cui io sola so il significato nascosto e che un giorno, spero, sarà chiaro anche a chi resta. 
Perché la speranza è davvero l'ultima dea e il già assente, che tuttavia è presente, se non ha né vuole un futuro cui guardare per sé, volge comunque il suo sguardo avanti, verso quello che sarà il passato del suo sé di oggi e il futuro di tutti gli altri, il loro futuro con sé assente. Guarda già indietro per vedere un avanti, l'avanti degli amati. 

Il prolungato addio comporta anche atti, disposizioni, riordini, accortezze, avvisi. L'assente ha tanto da fare e cerca di farlo al meglio. Il suo fare è rischioso, si basa su previsioni e, si sa, le previsioni sono difficili da fare e possono essere sbagliate. Va così in fretta il mondo! L'assente -e tuttavia presente-  ha un numero limitato di dati su cui basarsi e per leggerli la sua sola esperienza. Poca cosa davvero. Ma vi attinge a piene mani, la scruta, la analizza, la rivede, la seziona. Non scarta niente -le scelte felici e gli errori- perché tutto può servire e tutto viene messo a disposizione.
L'assente vive nel futuro.

Non ha nessuna intenzione di lasciare disposizioni. Odia l'idea di darne per il futuro degli altri. Pensa a qualche breve suggerimento, a qualche piccolo consiglio. E pensa tanto, ma tanto, a rassicurazioni e incoraggiamenti. I piccoli consigli non sono dettagliati, ma generali, tali che trasmettano intera la fiducia che ripone in chi resterà. Pensa a una partenza leggera, il più leggera possibile, affinché il vuoto che lascerà -infatti l'assente sa che lascerà un vuoto, e questa è l'atroce consapevolezza dell'assente che di vuoti se ne intende-  affinché quel vuoto non sia gravato da prescrizioni, richieste, compiti da assolvere. 

Aveva anche pensato di raccontarsi, senza indulgenze, piagnistei, o roventi accuse a se stesso. Ma no, non si processerà. La sua pietà per gli esseri umani accoglie anche se stesso. Questo sentimento non coincide con l'assoluzione con formula piena. È piuttosto il riconoscersi nella propria fragilità e nelle proprie contraddizioni -in definitiva nella sua umanità- è rispettare anche per sé il mistero che avvolge e talvolta sostanzia tutte le vite umane. L’assente presente ha tutte le intenzioni di viaggiare con un bagaglio leggero.

Chissà quante delle cose sperate saranno realtà. L'assente lo ignora ma intanto opera perché questa sua anomala assenza serva il giorno in cui sarà diventata definitiva.