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giovedì 20 ottobre 2011

pietà

È strano come si capovolgano i sentimenti. Aver così tanto odiato Gheddafi, tutto di lui, ed averne desiderata la cattura e anche la fine, sì. Ed ora provare questa pietà per l'uomo riverso faccia al cielo. Eppure lui non conosceva pietà.

martedì 20 gennaio 2009

storia della felicità/diciassette/tocca a me

Al termine della mia estenuante cavalcata attraverso i secoli sulle tracce della felicità e dopo essermi sciroppata un librone di mostruosa e quasi ripugnante consistenza, (vedere, per chi vuole, i miei post di storia della felicità) mi sento di affermare, in barba ad ogni considerazione letta fin qui, che essere felici è la cosa più facile di questo mondo.
Essere felice non è mai stato il mio problema ed io credo che non lo sia per nessun essere umano. Il vero problema è essere sereni.

La felicità, secondo me, è un bagliore improvviso, fugace ma intenso, qualcosa che accade e poi decade.

La felicità è varia e differenziata, multiforme, individuale e imprevedibile come sono vari e differenziati, multiformi, variabili e imprevedibili gli esseri umani.
La felicità è diversa per ognuno di noi e per noi stessi varia nel tempo. Come se le nostre antenne per captarla si orientassero in direzioni diverse.

Circa il tempo la felicità ha un andamento misterioso.
In genere la felicità si misura in manciate di secondi o di minuti. Mi voglio allargare: un'ora, va, e non ci pensiamo più.
Può succedere però che si impianti un po’ più a lungo e scivoli in una sensazione di benessere.
Ma il benessere, ammettiamolo, può essere noioso.
Non è un caso se gli amanti ci promettono la felicità e i mariti il benessere.
Ma naturalmente non è un caso se noi aspiriamo e alla felicità e al benessere. Cioè, sostanzialmente, ad avere un marito ed un amante. O più amanti, alla bisogna.

Comunque per me la felicità è solo quella fulminea, quella che ti strappa in alto, come un’onda potente e ti rilascia sul bagnasciuga della normalità.

La felicità è inconsistente, volatile, non ha corpo, lei.
Ma è invece strettamente legata al nostro di corpo. Si respira con i polmoni, si aspira con l’olfatto, si tocca, con le mani, con i piedi, si assapora con il palato, con la lingua, si assorbe con gli occhi, si ascolta con l’udito.

La felicità, è intanto, percezione e sensazione.
Ma non per questo è volgare come da molte parti si dice della materialità.
Perché tutto passa dal nostro corpo, anche il piacere così sottile del ragionamento o l’ascesi di Santa Caterina da Siena. La materialità felice è spirituale al suo modo.
Se a piedi nudi camminiamo sull’erba e sentiamo il piacere del soffice e del fresco e dell’imperlato, questo piacere diventa gioia dell’anima tutta. Pienezza di essere sulla terra con i nostri piedi nudi. Vivi, e a contatto con la nostra terra nuda. E si alza da quel centro di noi che non sappiamo bene dove collocare e che non è poi così importante collocare da qualche parte, una specie di vibrazione di allegrezza e di profonda soddisfazione, uno slancio di approvazione alla vita in generale e al nostro essere vivi in particolare.
Questa è, secondo me, la felicità.

Dunque parte dal corpo e dal corpo si irraggia verso regioni apparentemente immateriali che la moltiplicano e la esaltano.
Perché la felicità è esaltazione. Quell’ex, quella piccola particella che compone la parola ex-altazione, dice senza nessuna possibilità di equivoco che ci stiamo staccando da qualche cosa, che stiamo sollevandoci.
Infatti ci stiamo sollevando dal corpo, senza il quale la felicità mai ci avrebbe toccati ma che ora si fa tramite verso una pienezza che ci sembra posta in un luogo più alto.
E’ anche per questo che non credo al Paradiso. Manca la base per la felicità. Manca il corpo.

Ma questo di cui ci parli è il piacere, ohibò! Potrebbe obiettare qualcuno.
Sì, sono pagana, risponderò.
Ma poi, se il sapore della mortadella nella rosetta fresca ci trasmentte un vero piacere fisico, un sapore diverso, le famose madeleines ad esempio, ci possono trasmettere felicità o un sentore di felicità, trascorsa o da venire.
Se addento un cappero io sono felice. Sì mi piace il suo sapore spinto e il salato che lo circonda, ma io sono anche felice, perché addento insieme l’immagine del fiore aperto e il suo profumo e la roccia di Ponza fiorita con il mare sullo sfondo e il rumore confuso del porto e il fischio del vaporetto. E tutto questo sta lì sulle mie papille gustative e si chiama attimo di vita che mi fa felice.

Quando parlammo del colpo del KO, quello che ci atterra brutalmente, Artemisia suggerì che parlassimo anche di quello che ci esalta di più. Usò proprio questo verbo. Esaltare. Non parlò di felicità, ma io la intesi così, perché, per me, la felicità è solo quella che ci esalta.

Conosciamo naturalmente  anche la gioia. E le gioie che ci consolano l’anima, che ci riscaldano la via, che ci sostengono o ci abbracciano o ci accompagnano. Non voglio sminuirle.
Del resto sono loro che hanno o non hanno durata, è per loro che soffriamo, la mancanza di serenità ci fa soffrire molto di più della mancanza di felicità. Ma queste gioie non hanno per me nessun nesso con la felicità.
Fanno parte della serenità. Forse dovrei parlarne a parte. E forse lo farò. Qui dico solo che la serenità è fatta di qualcosa di troppo immateriale, dal mio punto di vista, per avere anche pallidamente a che fare con la felicità. E' armonia, un pizzico di distacco, assaporamento lento, pacatezza: questo è serenità.
Un cielo sereno è un cielo sgombro di nubi. Lo amiamo certo. Colore a smalto, disteso. Come non amarlo?
Ma la felicità è quell’unico raggio di sole che all’improvviso fora le nubi e ci brilla davanti agli occhi e ci mostra l’infinito pulviscolo della vita. Questa è la felicità.
Il cielo sereno io lo amo e in verità mi dà gioia, ma se il cielo fosse sempre sereno mi scasserebbe i cabbasisi. Perché la felicità è un subitaneo e la serenità è tempo che si distende. E, benché giunta a sessantacinque anni di età, sono sempre incline a preferire il subitaneo.

E’ anche la gratuità che mi fa amare gli attimi di felicità. La serenità si conquista. Richiede applicazione, lavoro, fatica, impegno. Sacrificio anche, e costanza, e saggezza. Insomma un grande dispendio di energie. Dopo di che, ormai serena, puoi dirti: questa serenità me la sono guadagnata. Bene, autocongratuliamoci con noi stessi. E non indulgiamo certo a rimpiangere le energie profuse.
Ma un regalo è un'altra cosa!
Un regalo ti fa sentire baciata dalla vita. Un regalo lo accogliamo come un gesto d'amore.
Ecco, la vita mi vuole bene e mi regala il profumo del lentischio. O la distesa di papaveri sotto l'acquedotto romano. E per tutto questo non mi chiede niente in cambio.
La felicità è la gratuità della vita, e basta la gratitudine per pagare il debito.

Io sono tendenzialmente una persona molto "felicitabile". Sono anche molto "infelicitabile". Ma questo non mi dà preoccupazione. Lo accetto e l'ho sempre accettato come il prezzo da pagare a quella esaltazione che si produce improvvisamente in me e mette a tacere tutti i problemi, le ansie, le paure. Per un momento breve, sì, ma che da solo ci illumina di una luce, vorrei dire...illuminante. Capisco che è tautologico, ma il punto è proprio questo. La felicità sono attimi potentemente illuminati e illuminanti, in cui ci sentiamo vivi in un modo diverso dal solito, cogliamo il nostro essere vivi, in presa diretta, senza nessuna operazione riflessiva. E arrivo a pensare, benché la scienza non lo dica, che se il piacere erotico non fosse capace di diventare anche illuminante, forse la specie non si riprodurrebbe. Grandi amplessi e arrivederci.

La felicità è come un faro potente che ci rende consapevoli della vita, come solo il dolore, il suo vecchio alter ego, sa fare. Io, perdonatemi la banalità, trovo che la felicità sia preferibile.

Così come è legata al mio corpo la felicità è legata al corpo più grande da cui vengo e che mi contiene. La terra. Che significa anche il cielo e i mari, tutti i venti e le acque e molto altro ancora. La felicità è natura. Minerale, vegetale, animale (ammesso e non concesso che questa distinzione abbia un senso che vada al di là della praticità classificatoria).
Così il rumore della corsa un po' arruffata di un cane che entra in casa e ti cerca è la felicità.
E lo è l'angolo d'incidenza dello sguardo di un uomo nei nostri occhi. Sconosciuto, spesso.
Lo è il tiglio aspirato a vent'anni e mai più uscito dai nostri sensi e lo è toccare la superficie scontrosa del frutto che ti offre il ragazzino di Yazd. E gli occhi di quel ragazzino sono la felicità.
Poi ti allontani ed ecco, è finita anche la felicità.
E la spiaggia di ciotoli di Chiaia di Luna e la parete franosa verso cui alzi lo sguardo intimorito è la felicità. Ed è felicità la coda di un gatto che ti sfiora la guancia mentre dormi.
La natura dunque, cioè il corpo da cui mi sono staccata, e il mio corpo. E l'incontro con altri corpi naturali.
Questo incontro è felicità.

Che non si produce sempre, perché, io non la conosco, ma la felicità ha una sua ricetta fatta di coincidenze. E' la coincidenza tra il mio essere che si dispone ad accogliere e tutto il resto, che fa la felicità. Anche la coincidenza tra il mio essere e un apparente nulla. Stai ferma in un deserto uniforme e non c'è neanche il vento a parlare di vita. Ma per qualche ragione che ignori invece la vita ti parla.
E' quando la vita ti parla e ti senti intensamente vivo che c'è la felicità.

E, per me, la felicità è priva di riflessione.
La riflessione viene dopo ed è un piacere ma è altra cosa.

La felicità è di tutti. Io penso che ogni essere umano viva questi momenti di illuminazione ed esaltazione. Essi vengono, e se ne vanno. E forse è meglio così, perché sono talvolta così intensi che non sarebbero sostenibili più a lungo.
In questo senso, nel senso che intendo io, la felicità è facile, disponibile, gratuita.
Ci raggiungerà senza che noi la cerchiamo.
Non è difficile essere felici. Basta vivere.

La serenità, lei, richiede invece tanta lena. Se per essere felici basta un attimo di generosità della vita, per essere sereni, spesso, non basta la fatica di una vita intera.

Io sono grata, dal profondo della mia più intima sincerità, alla sorte che mi ha fatta pronta ad ogni fugace apparizione della felicità.
E senza la più piccola protesta accetto il rovescio di questa medaglia, la predisposizione a ricevere tutti i messaggi lancinanti di dolore della vita stessa.
Va bene così. In nessun caso, mai, rinuncerei ad un momento di felicità per liberarmi di un'ora di dolore.


Mi piacerebbe leggere dei vostri momenti di esaltazione felice.
Il vecchio gioco di Snoopy “la felicità è....” era molto meno ingenuo di quanto si possa pensare. Del resto, Schulz era un fine psicologo, a mio avviso.
Perciò, la parola a voi.

La foto di Ponza è di mia proprietà.








lunedì 12 gennaio 2009

quanto è bella la musica?


Quanto sono belli i musicisti! Tutti, tutti belli, anche quando sono brutti e hanno facce storte e corpi sgraziati. Quanto sono belli i musicisti, quando stanno nella musica e la sentono nella testa e nelle braccia e nelle gambe e nelle gole. Con gli occhi chiusi o spalancati, feroci, teneri o perduti. Quanto sono belli i musicisti quando si danno il tempo l'uno con l'altro con un cenno della testa o contano, uno, due, tre e imbracciano la chitarra o sospendono le mani sui piano e poi le posano decisi. Quanto sono belli i musicisti che sputano l'anima tra i denti nelle loro trombe e nei loro sax, o la soffiano nei loro flauti. Quanto sono belli i musicisti quando non riescono a tener ferme le spalle né le gambe e guardano davanti a sé ma forse non vedono nessuno. Quanto sono belli i musicisti quando fanno musica insieme. Sono belli i musicisti, donne uomini giovani e vecchi. Con le limpide voci dei trent'anni e quelle consumate dalla vita, e fanno di sì con la testa mentre seguono la musica o fanno di no per accompagnarne il ritmo e dicono sì alla musica e dicono "no, non voglio smettere, perché è questo che voglio dalla vita, è solo la musica, è cantare e suonare e stare con chi mi capisce, capisce il mio bisogno e la mia febbre". Sono belli i musicisti quando si allontanano da noi nelle loro astronavi sonore e mentre suonano vanno da qualche parte che sanno solo loro e noi lo sentiamo e lo capiamo e siamo appesi alle loro voci e ai loro suoni, timorosi che smettano. Quanto sono belli i musicisti. M'incantano i musicisti e in verità io li amo, messaggeri di un ineffabile che è tale qualunque musica facciano. Perché il ritmo è la vita, la melodia è il tempo che ci accompagna e se Bach è la perfezione che ci assoggetta, una canzone è la nostra speranza e il nostro pianto e se Mozart ci convince a dire sì all'esistenza che ci consuma, una canzone accompagna tutti i nostri minuti istanti. Quanto sono belli i musicisti che spaccano il tempo sulle loro batterie e percuotono i nostri cuori sui loro tamburi. Quanto sono belli i musicisti che lanciano le voci dei loro violini verso i cieli e le raccolgono nelle loro palme. Sono belli i musicisti, amorosi con i loro strumenti, che li abbracciano e li sfiorano e li accarezzano e li insultano. Come è bella la loro bellezza e preziosa la loro esistenza. E la musica, quanto è bella la musica?

Senza la musica la vita sarebbe un errore
Friedrich Wilhelm Nietzsche



lunedì 8 dicembre 2008

neologismi e sentimenti

Nello stesso posto, alla stessa ora, s'incontrarono scoramento e speranza.
Parlamentarono tra di loro, realisticamente, senza distogliere gli occhi l'uno dallo sguardo dell'altra.
Infine fu deciso che, poiché né l'una né l'altro erano pronti a lasciare il cuore che li ospitava entrambi, entrambi lo avrebbero abitato, ma reciprocamente intrecciando le loro fibre affinché non se ne potesse più distinguere l'appartenenza né soppesare il peso dell'uno o dell'altra. 
Fu così che nacque la scoranza un sentimento generalmente non catalogato o descritto; un sentimento che l'autocorrezione Word si ostina a non riconoscere, sottolineando la parola in rosso. 
Ma il cuore dice che la scoranza esiste, anche in mancanza di un riconoscimento ufficiale.
E il cuore è il solo competente in fatto di sentimenti.


domenica 30 novembre 2008

ancora sul colpo da K.O.

@Franca: Ti diffido formalmente da qualunque cedimento, abbattimento, crinatura! Tu sei forte, indomabile, nessuno ti può abbattere! Ho detto.

@Artemisia- mi stai togliendo il post di bocca! Aspetta e ci occuperemo anche dei nostri momenti di esaltazione!|

@ Giorgio: ho adorato leggere la parola"pagare", ma il professionista sei tu. C'è già abbastanza gente che si improvvisa nel nostro paese!


sabato 29 novembre 2008

sul colpo del K.O.

Come promesso rispondo qui ai numerosi commenti che sono arrivati al mio post "Il colpo del K.O."

Guglielmo commenta così: "Ma il K.O. non è quando non ci si rialza più?". Va bene che sono finita a terra, Guglielmo, ma prima o poi il ring lo sgombrano, no? :-)

Paola dancer e Cristiana si demoralizzano quando si finge una normalità che nel rapporto non c'è, quando non si vogliono affrontare i problemi, quando ci si rifiuta di discutere, magari di accapigliarsi. Quando si finge che tutto è a posto. E' la finzione che fa soffrire, mi sembra. La finzione e l'essere messi nella impossibilità di dire le proprie ragioni, di farsi capire e di capire.
Capisco quanto questa situazione sia pesante e quanta frustrazione procuri. Non mi sorprende che siano due donne a denunciarla. Nella mia esperienza spesso gli uomini considerano i chiarimenti, le lunghe discussioni in cui noi donne ci ingolfiamo volentieri, come pura perdita di tempo. Anche Arnica montana soffre quando le negano un chiarimento, quando i fraintendimenti restano in piedi. Ma arnica montana finisce K.O. anche di fronte ad un abbandono. Beh, cara amica, l'abbandono è un uppercut preso il quale pochi restano in piedi!

Gelato al limone, spiritosamente, ha deciso di prendermi in parola e non ci dice che cosa lo atterri. Anche UIFPWO8,  al secoloMaurizio, ha lasciato un commento scherzoso. Grazie ad entrambi per il sorriso.

Il colpo inferto a La mente persa è davvero duro: una madre laudatrice del Silvio nazionale.
C'è poco da scherzare, penso che sia davvero spiacevole verificare che la propaganda attecchisce anche in casa propria.

Sileno si sente al tappeto di fronte all'immagine del nostro paese ignavo, ormai incapace di indignarsi, in una fase di arretramento morale. 
Capisco e condivido questo sentimento ma mi puntello sulla constatazione che esiste nel nostro paese tanta gente sensibile, attenta, capace ancora di indignarsi. Come lui. Bisogna diventare contagiosi!

E' l'inganno e il tradimento che abbattono -temporaneamente, sia chiaro- Franca, Farfalla leggera, Dona e a. o. Anche non rispettare la parola data è infliggere un bel colpo. Lo accusa Pietro.
La fiducia viene ritirata ma il colpo è duro da riassorbire. Esperienza che ho fatta. Confermo che è amarissima. L'amica che mi ingannò mi ferì sanguinosamente, ma, malgrado tutto, la consapevolezza di non essere stata io a tradire mi medicò.


Evviva Saretta, mai messa al tappeto da nessuno, tranne da....sua madre! Ma si sa, le madri hanno armi misteriose e micidiali. Mia madre non mi metteva K.O. la ribellione non si è mai spenta in me, ma forse chi ti lascia "intronato" anche senza averti messo al tappeto ti fa un male altrettanto grande, perché duraturo.

Il colpo del K.O. di Guccia lo sento molto da presso: deludere gli altri mi fa star male. Ma ogni volta mi butto in corsa per riparare e insomma, bene o male ci metto una pezza.

Ronna 'ndunetta, Amalteo,  Rino e Anonimo soffrono quando vengono giudicati superficialmente.
Riconosco che è spiacevole, ma è un'esperienza che reggo abbastanza bene. Forse perché è una esperienza quotidiana, assolutamente comune. Continuamente la gente spara giudizi su tutti, così ad una semplice occhiata o dopo una breve conversazione. Ci ho fatto l'abitudine. Essenzialmente me la prendo quando i giudizi negativi su di me sono meditati, quelli superficiali li addebito alla... superficialità e penso sempre di poterli modificare.
Anonimo soffre anche per la solitudine intellettuale. Mi chiedo se possa significare il non aver trovato coloro che giudicano il mondo come lui. Forse è solo un problema di incontri giusti, perché una solitudine di questo genere mi sembra quella del grande genio, della persona talmente avanti rispetto alla sua epoca da essere sola col suo pensiero. E in tal caso alla solitudine non c'è rimedio alcuno.


L'indifferenza ferisce Gagarin, l'incapacità di alcune persone di uscire dal proprio egocentrico particolare e di ascoltare il problema dell'altro. Anche semplicemente di rivolgergli un rapido: Come stai? Se ne incontrano continuamente di questi tipi, sono così comuni che neanche mi sorprendono più. Sono abbastanza difesa dal fatto che ascoltare i problemi altrui mi interessa, anche in mancanza di affetto, mi interessa capire il tipo umano. E poi, forse, non mi aspetto mai che la gente si interessi ai miei problemi e non avendo aspettative in questo campo non soffro neanche delusioni.

Maria Cristina denuncia ogni tentativo di chiuderla in gabbia, di impedirle di andare. Condivido al mille per mille! Ma no, non riescono a mettermi K.O. e non mi pare neanche che riescano a metterci lei. Entrambe troviamo il modo di fuggire. C'è sempre una via di fuga: io ho spesso percorse quelle dentro di me. 

Siamo ora alle dolenti note cui ci richiama Giorgio. Lo mette a terra il non essere ricambiato nell'amore, nell'innamoramento, nei sentimenti. Beh, viene da dire che questo abbatte tutti! 
Ma per Giorgio la ragione sta nel non poter esprimere i suoi sentimenti di fronte ad una mancanza di reciprocità. E' vero che la mancanza di amore dell'altro ci impone di tacere il nostro. Brutta esperienza. Anche il restare chiusi in una situazione affettiva ormai esaurita perché legati dall'amore dei figli è una situazione da K.O. ma non per Giorgio. Lui trova comunque la capacità di indagare il senso del suo soffrire e al tappeto non ci va. Lo invidiamo in molti, penso.

Sono molto sensibile al colpo che atterra papavero di campo: il veder frainteso un proprio moto sincero a tal punto da ricevere un attacco in cambio del proprio slancio. E' orribile e io temo continuamente di essere fraintesa, sento sempre il bisogno di spiegarmi, di chiarire, di giustificarmi addirittura. Probabilmente rompo le balle con questa mia preoccupazione. Ma il fraintendimento di una nostra buona intenzione fa troppo soffrire!

Per ultima cito Tez, perché è la mia gemellina! "Mentire me stessa", dice lei. "Non potermi dire", dico io. Ma le due cose si intrecciano e si accompagnano, si accavallano e diventano la stessa cosa. E' il vederci sottratta la nostra autenticità. Sì, Tez, questo è il nostro colpo del K.O.! 


venerdì 28 novembre 2008

il colpo del K.O.

Molti torti possono essermi fatti. Molte ferite mi possono essere inflitte. Vulnerabile, come tutti, molti colpi possono essermi inferti.
A me i miei, a voi i vostri. Ne esiste una bella varietà.

Ma, tra i miei, vince senza ombra di dubbio il tapparmi la bocca. Il mettermi in condizione di non esprimere me stessa. Di non poter dire, a voce o per iscritto. Di non potermi dire.


Chi mi fa questo, mi fa davvero male.
Mi mette davvero a terra. K.O.
Quando poi mi rialzo per un po' resto stordita e istintivamente, come un pugile suonato, mi metto in posizione di guardia, per ripararmi dai colpi che ancora potrebbero arrivare. 

Qual è il colpo del vostro K.O.?

mercoledì 26 novembre 2008

Tom, Jerry, Lucrezio Caro, Tommasino ed io


Tommasino ed io ci affrontiamo in una furiosa battaglia con i cuscini del divano che si conclude con me sepolta sotto tre cuscini sui quali lui cavalca allegramente. -Ti ho distrutta?- chiede dall'alto della sua posizione di predominio. (Così mi sente dire a mia figlia quando torna a casa dopo che lui mi ha tenuta impegnata nei suoi giochi "da maschio".) -Sì, ammetto ansimante, mi hai distrutta.- Allora scende e mentre mi libero dei cuscini mi domanda serio: -Sei contenta?-
-Certo, gli rispondo, lo sai che mi diverto a giocare con te.- Il che è la pura verità. -Bene, fa lui solenne, dopo lo rifacciamo. Adesso sei stanca.- Non mi resta che ringraziare.

Tommasino non ama essere troppo "sbaciato". E' molto "vero uomo" in questo.
Ma costituisce per me una terribile tentazione. Così mentre disegna gli do un bacio di sfuggita sulla nuca e poi gli dico: -Te ne posso dare un altro?  il dottore mi ha detto che mi farebbe bene alla salute darti un bacio ogni tanto.- Sorride divertito. -Tu nonna mi puoi dare tutti i baci che vuoi.- Io esulto fra di me. -Ma se non non hai la tosse, no!- Mi affloscio. 


Spaparanzati sul letto davanti alla tv Tommasino ed io "ci facciamo due cartoncini", come dice lui. Cioè guardiamo Tom e Jerry.
Lui mi sta praticamente spalmato addosso.
Ad un certo punto esclama soddisfatto: Come sei comoda, nonna!
Io mi crogiuolo nella felicità.
Penso a mia figlia e la ringrazio di avermi dato un nipote.
Penso a mia madre e la ringrazio di avermi data la vita.
Penso a Lucrezio Caro e all'inno a Venere. Alle stirpi degli animali e degli uomini che si susseguono. -Debbo andarlo a rivedere, mi dico, non mi ricordo più il verso in latino-.
Poi Jerry lancia un grido e scappa lungo un ramo d'albero inseguito da un Tom furioso.
Così torno al "cartoncino" e mi assesto un po' meglio sotto il piccolo corpo caldo di Tommasino.


Esiste la maternità, esiste la paternità, esiste la fraternità. Ma la "nonnità", perché non esiste?

venerdì 21 novembre 2008

al vento


Quando era molto piccola mia figlia aveva paura del vento. Chiudeva gli occhi, incassava la testolina tra le spalle e agitava nell'aria le piccole mani, come a difendersi da un assalto. Io la riparavo col mio corpo e ho più volte pensato che sarebbe bello se con la stessa facilità potessi riparare mia figlia dagli assalti della vita. Invece non si può, ahimé. E, doppio ahimé, non si deve.

Il vento io invece lo amo. E l'ho sempre amato, anche da bambina.

Amo le brezze leggere, i soffi, i refoli, le bave di vento. Gli aliti sospirosi, gli spifferi persino. Amo i mulinelli, le raffiche taglienti, i turbini veloci.
Stando ben protetta amo anche i tornados, che dio mi perdoni, e i cicloni e gli uragani.
Amo il generoso ponentino romano e lo scirocco che soffia d'Africa, amo la tramontana che pizzica e il maestrale sontuoso. Amo il vento dell'est e dell'ovest, del nord e del sud.

Lo amo al mare, quando si spalanca tra quei due infiniti, quello d'acqua e quello di cielo; lo amo in città quando trova le sue vie e in montagna quando risale lungo le pareti maestose; e lo amo sui campi; sui campi -grano, papaveri, margherite o erba-erba- mi fa commuovere.

Amo il vento perché passa sul mio corpo e lo tocca. Amo stare in contatto con un elemento della natura. Mi piace sentirmelo addosso, come cosa viva che unisce me a lei.

Mi piace il vento anche perché varia, eppure è sempre lui.
Gira, si leva, si posa, soffia, cala, spira, alita. Aleggia leggero, quasi impalpabile e tira con forza, s'alza e cade.

E mi piace perché ha un suono. Perché sibila e urla e soffia e ulula e grida e mormora e sospira.

E mi piacciono le banderuole. Nei negozi di paese, nei grandi ferramenta, nei consorzi, sempre sono esposte delle banderuole. E ogni volta mi incanto a guardarle. Sono rigide, per non deformarsi sotto l'urto del vento, ma leggere, per rispondergli con prontezza. Quelle in alluminio sono le mie preferite. Aggiungono lo scintillio.
Sulla nostra casa in campagna la banderuola non c'è.
Quando dissi a mio padre: "Perché non ce ne metti una?" alzò semplicemente le spalle. Mio padre riconosceva i venti a naso e in più non era tipo da preoccuparsi da dove soffiasse il vento.

Neanche io mi preoccupo della direzione del vento; non è certo perché "si volge ad ogni aura indicando qual vento tiri" che vorrei una banderuola; è la grazia con cui la banderuola asseconda il vento che mi conquista: così sveltamente elegante e così temeraria!

Piantata su un tetto, silhoutte impavida nel cielo, offre alla vita la sua sottile sagoma, come tutti noi, in fondo.

Credo che sia proprio l'offrirsi che mi commuove in lei, l'esporsi, il non stare al riparo.

E' ingiusto che la banderuola sia diventato un epiteto dispregiativo. La banderuola non lo merita. Per non farle torto io preferisco usare "volta gabbana".

Alla lingua non si comanda lo so. E' vano tentare di indirizzarla, la lingua è un organismo vivente e si alimenta come le pare. Però mi piacerebbe stravolgere il significato metaforico ormai stratificato e poter dire, con orgoglio, con soddisfazione, vibrando insieme all'aria, "sono una banderuola!".

venerdì 14 novembre 2008

non c'è titolo

Ci sono giorni in cui penso che ogni sforzo per migliorare me stessa sia inutile. E ne provo una grande stanchezza. E addirittura sento la voglia di lasciarmi andare alla deriva e lungi dal tentare di mantenermi su una linea accettabile di galleggiamento morale, provo il desiderio di peggiorarmi, di incanaglirmi, di disgustarmi definitivamente.(Distrattamente avevo scritto "disguastarmi", che ne penserebbe Freud?).
E di lasciar prevalere quelle parti di me -l'Ombra, come le chiama Giorgio- che combatto da sempre, che non stimo, che disprezzo, anzi.
Una volta, quando mi capitavano momenti così, telefonavo alla mia amica Nuccia.
Non glieli raccontavo -non ce n'era bisogno- ma parlavamo di questo e di quello e le cose, piano piano, tornavano a posto. Ma soprattutto mi raccontava a me stessa. Dalle sue parole riemergeva la marina che ero, che sono stata, che era adolescente insieme a lei e poi una giovane ragazza, sempre insieme a lei. E attraverso il suo racconto, solo attraverso il suo racconto di me, mi riconciliavo con me stessa. E mi ritrovavo e mi affezionavo di nuovo a me stessa tanto da volermi di nuovo migliorare, da partire di nuovo per quella impresa che consiste nel coltivare le parti migliori di noi e nel guardare in faccia l'Ombra e dirle: no, non prevarrai. Lei mi faceva ridere.
Le più belle risate della mia vita le ho fatte con Nuccia. Le più limpide, le più innocenti, le più allegre. Ma Nuccia non c'è più. E una parte importante di me non c'è più. Tutte le cose che lei sapeva di me -lei sola. Belle, brutte, banali. Tutte quelle cose, chi me le ricorderà? Chi me le racconterà? Lei sapeva di me cose che io non sapevo o non ricordavo. Lei mi raccontava senza stancarsi i miei sedici anni, i miei venti, i miei ventiquattro. Ricordi? mi diceva. E io: no, non ricordo, dimmi. Perché Nuccia aveva una memoria prodigiosa. Prodigiosa quella della sua mente. Prodigiosa quella del suo cuore. Nuccia è morta lo scorso febbraio e di lei non ho mai scritto.
Mi sembrava che un blog non fosse un posto dove parlare di una cosa così grossa come la perdita di Nuccia; mi sembrava di farle torto portandola su questi monitor estranei a lei. Provavo un ritegno, una resistenza, una vergogna, addirittura. Mi sembrava di metterla in vetrina. Nuccia è stata una persona di una semplicità assoluta. Assoluta. Mai, neanche per un istante, ha disegnato per gli altri un qualche ritratto di se stessa. Era, se stessa. Sempre. E temevo di fare di lei un ritratto, artefatto, costruito, falso in definitiva, di non saper rispettare la sua assoluta, ingenua, semplicità. Ma ingenua, nel senso nobile di questa parola, ingenua, come avrebbe potuto dirlo lei che conosceva il latino come la sua dispensa, ingenuo come nato libero e quindi schietto, spontaneo, senza malizia.
E mentre di Nuccia tacevo, mi chiedevo come altre persone potessero -con delicatezza, con dolore, con sincerità- parlare della perdita di un'amica, di un amico. Leggevo con una specie di stupore e di incredulità e di ammirazione, le loro testimonianze. Le invidiavo, persino. Vero Giulia?
Non so che cosa si sia sfaldato oggi in me. Che cosa mi abbia infine autorizzata a parlarvi di Nuccia. La sua piccola persona -l'altezza, l'ossatura, i lineamenti, tutto era minuto in lei. Ma aveva una tenacia incredibile e una serietà che stava lì come un giacimento sicuro. La sua allegria, la sua spensieratezza, non la inficiavano.
Cantavamo insieme. E provavamo passi di danza. Sua madre ci preparava il panino per la merenda e noi tornavamo a studiare Cartesio dopo la sosta.
Per gli esami di maturità ci vedevamo all'alba. Le ripetevo la storia mentre lei ancora dormiva. Ma verso sera io cadevo addormentata e lei ripeteva la letteratura greca a me. Avevamo ritmi diversi, ma neanche questo ci impediva di dividere tutto. "La sua più vecchia amica." Così mi ha presentata Alberto, il marito, ad altri amici, conoscenti, parenti, il giorno dei funerali. E io ho sentito l'orgoglio, la grazia, di essere stata -di essere- la sua più vecchia amica. La sua più vecchia amica. E lei, la mia più vecchia amica. Ma anche la più giovane, sempre. Nuccia per me è rimasta sempre giovane, anche quando la vita ha consumato le sue forze, ha deluso le sue speranze, ha scolpito due rughe all'angolo della sua bocca. Le nostre delusioni erano gemelle, perché la vita delude in modi diversi ma imparzialmente. Ma quando ci sentivamo o ci vedevamo, tutto veniva respinto in un luogo lontano ed irrisorio. Ridevamo ancora.
Qualche anno fa abbiamo frequentato insieme l'Università della terza età. Lei imparava il bridge. Io ripresi a giocarlo, dopo essermene disgustata, solo perché lo facevo con lei. Tornate sui banchi di una scuola, riprendemmo spontaneamente le vecchie abitudini. Nasconderci dietro gli alunni seduti davanti per chiacchierare e ridere. Darci di gomito, dimenticare a casa i libri, suggerire. Quando toccava a lei giocare la mano, io le facevo segni discreti e lei -vecchia scuola- li coglieva al volo. Uscivamo nella sera romana, nel cuore della città, e guardavamo le vetrine, come da ragazze e non avevamo voglia di tornare a casa, di separarci, come da ragazze.
E quando bisognava che una di noi dicesse all'altra le sue quattro verità, allora: severa io, severa lei. Senza mezzi termini, senza indulgenze. Ma con un affetto senza condizioni, sempre.
Non eravamo assolutorie l'una con l'altra, ma comprensive sì, sempre.
Quando Nuccia mi perdonava l'errore, il fallo, allora anche io potevo perdonarmi. E quando io le dicevo: Nuccé, adesso basta, non prendertela con te" lei sapeva che poteva farlo. Sono stata una buona amica? Spero di sì. Spero tanto di sì. Di non averla mai delusa, di non averla mai ferita. So di non averla mai ingannata, mai tradita. Ma basta? Che cosa direbbe Nuccia di questa mia domanda? "Ma va, va!" mi direbbe "piantala!". Nuccia era malata. L'ultima volta che l'ho vista faceva dell'ironia su se stessa e organizzava tutto quello che occorreva per assisterla. Avrei voluto piangere. Ma Nuccia aveva una forza che ti calamitava addosso la sua volontà e la sua volontà era, ancora una volta: "Piantala, marì". Sapevo bene la lezione, la conosco: non si piange davanti al malato, ci si fa vedere forti e speranzosi; gli si fa coraggio. La so la lezione, me l'ha insegnata la vita. Ma a me manca l'abbraccio che non le ho dato quel giorno, il pianto che non ho fatto con lei quel giorno; come avevo fatto in tanti altri giorni. Perché Nuccia ed io, insieme, non abbiamo solo riso. Abbiamo pianto, anche.
Perché se dividi la vita con un'amica vi succede di tutto, di ridere e di piangere e di aver paura. Oggi provo un desiderio violento di imporla al mondo, di dire al mondo che non è scomparsa una persona trascurabile, un' anziana professoressa in pensione, una moglie moderatamente contenta, una madre assiduamente presente, una nonna strepitosamente alacre. E' scomparsa una ragazza briosa, vivace, audace, che amava le gonne corte e fumava come una turca, che seduceva i ragazzi in un batti baleno e s'impuntava come un somaro testardo se la si prendeva di punta. Permalosa, ma non con me. Spalancava gli occhi -l'unica cosa grande di Nuccia, due grandi occhi castani, maliziosi e un po' alteri- e corrugava le sopracciglia: "Che hai detto?" mi chiedeva, già pronta all'ombra. Poi scoppiava in una risata: che ti possino, marì". Come se si svegliasse bruscamente e riconoscesse che ero io, io, ad aver detta quella frase, io che avevo il passaporto per tutte le frasi. Come tutti i permalosi pensava che anche gli altri lo fossero. Ma io non lo sono. O non lo ero, dice mia figlia. (Io però insisto: non lo sono). E qualunque cosa decidesse di dirmi, io l'ascoltavo con interesse, con curiosità. Sapevo che il suo punto di vista su di me era privilegiato, e il suo sguardo acuto. Facevamo un gioco negli ultimi anni. Quando la chiamavo, la rimproveravo:"debbo telefonarti sempre io!" e quando a chiamare era lei, faceva lo stesso: "Certo che se non ti chiamo io!". Forse, a pensarci bene, io l'ho chiamata un po' più spesso. Sì, credo di sì. Perché lei ha continuato ad insegnare anche dopo di me e aveva una vita più faticosa della mia. Sono contenta di averla chiamata io più spesso. Adesso potremmo tirare una linea e contarle queste famose chiamate. Perché sono finite. Il saldo è lì e non si modificherà. E questa, anche se la tiro per le lunghe, come se dovessi salutarla al telefono, proprio ora, questa non è una delle nostre telefonate. Malgrado questo io sento che di un saluto si tratta. La morte di Nuccia l'ho accantonata, come mi capita di fare con le cose troppo pesanti. Come la confezione di sei bottiglie di Ferrarelle. La lascio lì, accanto alla porta temporaneamente e aspetto di avere un po' di forze fresche per sollevarla e metterla nel sottoscala.
Ma oggi, benché no, di forze fresche io non ne abbia, oggi sento di doverla riprendere su di me la morte di Nuccia, di doverla guardare da tutti gli angoli, di doverla chiamare come si chiama, il suo nome esatto essendo: perdita. La perdita non è materia per me. Le perdite mi sbriciolano. Ma non posso più fare finta di niente.
Nuccia direbbe-vi parrò strano ma io so sempre, lo so, che cosa Nuccia direbbe- Nuccia direbbe: "me ne sono andata, marì, non ci sono più." E forse aggiungerebbe una parolaccia, perché era linguacciuta, un tipo spiccio, la mia amica Nuccia. E io risponderei con una parolaccia, perché anche io sono un tipo spiccio.
E rideremmo. Insieme.



Ieri sera Tafanus ci ha informato di aver perso un'amica carissima. Forse è questo che oggi mi ha portata a parlare di Nuccia. I dolori dovremmo sempre dividerli.

mercoledì 29 ottobre 2008

per Aisha

Non ho parole per dire il mio orrore per la fine di Aisha Ibrahim Dhuhulow, morta per lapidazione a Chisimaio (occupata dalle Corti Islamiche, integralisti omologhi ai talebani afgani) perché ritenuta colpevole di adulterio.
Però, anche in mancanza della capacità di esprimere il dolore e la rivolta, non riesco a passare sotto silenzio questa atrocità, come se fosse una qualsiasi notizia di cronaca.
Faccio perciò solo quello che posso fare, dedico queste due righe ad Aisha, nostra sorella di 23 anni.

martedì 28 ottobre 2008

con o senza?

Si diventa solo corpo.
L'infermiera, l'inserviente, il tecnico di radiologia, il radiologo, la segretaria stessa, ti guardano e vedono solo un corpo.

Il corpo deve svolgere delle mansioni.

Per la segretaria il corpo deve saper scrivere per riempire accuratamente una scheda, compilando persino la voce dove ad una sessantacinquenne si chiede se è incinta. Per il tecnico di radiologia il corpo deve saper assumere a comando le posizioni più improbabili e deve saperlo fare sollecitamente. Per l'infermiera come pure per l'inserviente, che si affrettano verso mete sconosciute, il corpo deve essere lesto a spostarsi e a cedere il passo. Per il radiologo -il professore!- il corpo deve saper sorridere grato e chinare il capo deferente.

E tu diventi corpo. Non è del tutto spiacevole. Come corpo non sei responsabile di nulla. Esegui a comando e ti senti leggero. Sono gli altri che si prendono la responsabilità di sapere se quello che tu fai, seguendo le loro indicazioni, è bene o è male. Nessun dilemma morale per il corpo. E neanche pratico.

Come corpo ti danno un numero -128- ma, dietro, il tagliandino porta scritto che questo definirti con un numero non "pregiudica la cortesia, il ripetto, la cordialità e il calore umano di tutti loro". Il corpo se la ride quando legge quelle parole.
Il numero, scrivono, serve solo per rispettare la privacy del corpo, e la riservatezza della persona che ha portato il suo corpo fino lì da loro. Il corpo però non ha riservatezza né può averne in quel luogo dove viene spogliato, manipolato, spostato, fotografato, fatto risuonare, atteggiato in vario modo. E quanto alla persona, lei è restata sulla soglia. Ad osservare.

Ti accorgi che stai per ridiventare persona quando, al momento di firmare l'assegno, la segretaria ti chiede con un sorriso seducente, se vuoi pagare "solo 130 euro, senza ricevuta o 180 con ricevuta". Di nuovo persona, puoi effettuare una scelta, prendere una decisione autonoma. Opti per 180 euro, perché il corpo è passivo e obbediente, ma la persona, lei, s'incazza e quando esci dalla clinica nella mattina radiosa tieni nella mano la sacrosanta ricevuta fiscale.

Questa storia me ne ha fatta venire in mente un'altra che vi racconto nel post successivo.

martedì 16 settembre 2008

come uscire dal tempo dell'odio?



Hanno seminato odio e disprezzo. C'è sempre chi è pronto a raccogliere. Ad Abdul l'odio ha tolto la vita. A 19 anni.
L'odio è contagioso. Lo sento che mi si cristallizza dentro. Siamo entrati in una spirale che non può che farci molto male.
Non se ne esce, temo. O, comunque, io non so come uscirne.

domenica 31 agosto 2008

la parola sfida l'immagine



Ad esempio, a questa storia che le immagini sono più coinvolgenti, dicono di più, toccano di più delle parole, io non ci credo.
Vuoi mettere un film? -dicono. No, non lo voglio mettere. E rispondo: Vuoi mettere un libro?
Così vi racconto il mio laghetto di Pellicone dopo avervelo servito con le foto. Le foto, a metterle su blogger, si sono mortificate. Erano molto belle aperte con i-Photo e ora sono piccola cosa. Ma ci lavorerò su. Però ne aggiungo un'altra, spero che si vedano le farfalle bianche sul cespuglio fiorito.

Per intanto:

Arrivo al laghetto verso le dieci del mattino. Cielo smaltato. Tanto sole. Un silenzio remoto disteso sulle tombe etrusche e sulla vegetazione, disordinata ed esuberante. Si cammina per dieci minuti sotto il sole e sotto il volo di giovani falchetti. Cerco di dimenticare che si nutrono di prede vive e ne ammiro il volo elegante facendomi schermo dal sole con il braccio. Il posto di ristoro è ancora chiuso; panche di legno, pergolato di caprifoglio. Si scende verso il lago su un sentierino arso, attraverso un boschetto fitto di noccioli e larici, di un bel verde scuro, lasciandosi alle spalle una lunga radura gialla. Nell'ultimo tratto il boschetto si fa scarno ed emana un profumo amaro. I profumi li sentiamo con il palato, è così evidente. Sui cespugli di marruca vola una folata di farfalle bianche. Eppure non vedo inflorescenze. Forse le farfalle, semplicemente si divertono. Il sentiero si apre sul piccolo lago e subito si ha un senso di fresco e di pulito. Il silenzio è meno silenzioso: l'acqua del fiume chiacchiera con i sassi bianchi, gli spumeggia un po' intorno, poi se ne scende lesta verso il mare. Il mare non è possibile presagirlo, perché la roccia basaltica, grigio-nera, per noi che siamo qui sotto, è imponente e solenne proprio come una montagna: il fiume si getta giù sui gradoni lisci. La parete scura è forata in più punti dai nidi degli uccelli. Un ragazzo traffica silenzioso intorno ad una canoa gonfiabile. Ci salutiamo, poi lui sale e via. Il gesto morbido del remo che ruota e scompare verso sud. Penso agli Etruschi che sormontarono questo fiume di un ponte imponente per l'epoca. Per me gli etruschi sono il tufo rosso di queste terre, le distese giallastre dei campi mietuti e il verde scuro, insondabile, dei boschi di querce e lecci. E tutti quei morti! Sono convinta che ci osservano, ma il loro sguardo è amichevole. E il lago è di un bel celeste sereno, a tratti più intenso, a tratti quasi verde. Riceve il riflesso del bosco che lo cinge su due lati e dei cespugli rosa del sottobosco, la cui sfumatura trema sull'acqua. Piante cui non so dare un nome. Né so darlo al sentimento che mi ispira questo luogo silenzioso e raccolto, la sua bellezza profonda eppure così semplice. Gratitudine? Sì un piacere, un benessere, un'ammirazione colma di gratitudine. Mi tolgo i sandali ed avanzo nell'acqua. E' fresca, il terreno sabbioso, ma saldo. Cammino un po' lungo la riva circolare, dando piccole spinte all'acqua; si crea qualche iridescenza. Avanzo verso il centro del laghetto, poi mi rifaccio brava cittadina ed esco. Una farnia ha un ramo talmente basso che sembra un sedile. Mi ci sistemo e scrivo per un po'. Che pace! Una ragazza compare dal sentiero. Ha un sorriso beato. Sosta un po', scatta delle foto, anche una a me che scrivo, poi saluta e se ne va. Come si diventa cortesi e rispettosi al cospetto della bellezza, osservo. "Non sempre" puntualizza scettico mio marito. E' vero, non sempre. Penso a tutta la bellezza di questo paese in cui sono nata e alla sua gente così spesso sorda e ignara. E' vero. Eppure, questo posto, così bello, mi comunica un senso di fiducia: voglio credere nella bellezza. La bellezza salverà questo paese.

lunedì 18 agosto 2008

esercizi per le vacanze/venti/odio e rock 'nd roll

"Per odiare ci vogliono molte energie. Soltanto chi è riposato dispone dell'impeto e della tensione necessari a proiettarsi verso un sentimento così duro e totalizzante."

da: Ioanna Karistiani- Le catene del mare
editrice e/o - 2008

esercizio: appena avvertite il bisogno di odiare qualcuno, partite a razzo e fate una bella corsa spossante. Riducetevi ansimante e piegato ad angolo retto, ma risparmiatevi questa orribile forma di inquinamento che è l'odio.
Se non amate la corsa beh, allora odiate pure, ma sappiate che l'odio fa più male a voi che a chi lo riceve. E comunque anche un bel rock 'nd roll consuma parecchie energie!

domenica 20 luglio 2008

allarme equivoco

Ciao Artemisia, ti ringrazio per le parole di stima del tuo commento, ma mi dispiace se la mia ultima frase del post sul mio io politico ha potuto dare adito alla lettura che tu ne hai data.
Dicendo che "la sola opposizione che riconosco è la mia" non intendevo AFFATTO dire che "io sono la sola a resistere" come dici tu. Al contrario quello che volevo dire è proprio quello che tu affermi e cioè che "ognuno resiste a modo suo". E che la sola opposizione in cui "il mio io politico" si riconosca è la mia. E la mia panoramica sui politici teoricamente all'opposizione serviva a spiegare perché non mi è possibile riconoscermi in nessuno di loro. E non a caso o per errore aggiungevo che la mia opposizione è " poco appariscente e molto silenziosa, ma non per questo meno oppositiva." Meno oppositiva, non più oppositiva e tanto meno la sola. Rivendicavo per me il diritto di considerarmi in opposizione anche senza aver partecipato alla manifestazione dell'8 luglio o senza unirmi ad altre analoghe. Perché quello che ho letto in rete è che coloro che non sono scesi in piazza sono o idioti o imbelli, o rassegnati.
La mia non era un'accusa presuntuosa (in questo caso la mia sicuramente esistente presunzione non era presente), ma a difesa del mio modo "poco appariscente e molto silenzioso" di resistere.
So che i "resistenti" sono moltissimi nel nostro paese. Il mio sentirmi sola non significa che sono sola a stare all'opposizione, ma, appunto, che chi tace come me, magari a denti stretti, NON per questo è meno oppositivo. Ho pensato che le mie ragioni andassero chiarite. E, onestamente, rileggendo le mie parole, penso di averle chiarite. Ma so che quando la nostra intenzione comunicativa non viene colta, la colpa, nella maggior parte dei casi, è nostra. Per questo ho sentito di dover aggiungere questi chiarimenti: non è l'accusa di presunzione che respingo ma quella di mancanza di rispetto verso i "compagni resistenti" -nel senso più lato del termine- che pensano o agiscono diversamente da me in questo momento così difficile.

In senso più generale penso che qualunque opposizione non potrà agire concretamente se, attraverso un lavoro di anni non riusciremo a cambiare il senso comune di questo paese. Per me la vera opposizione delle forze politiche dovrebb'essere un'opposizione culturale, cioè un lavoro lungo, minuzioso, che gli attuali leader politici non sono in grado di fare, perché, in forma e misura diversa, sono ALL'INTERNO DELL'ATTUALE SENSO COMUNE. Spero in qualcuno che trovi la forza e la spinta ideale per rimboccarsi le maniche e intraprendere un lavoro politico di vecchia scuola. Questo naturalmente non può che essere fatto dentro e con la società. Io ne sono solo un minuscolo pezzetto, ma darei volentieri il mio contributo.
Ma basta, sto andando troppo per le lunghe.
Torno al mio silenzio. Rispettoso di altrui!

mercoledì 16 luglio 2008

separazioni

Cammino al sole, un po' sovrappensiero, portandomi in una busta la mia riserva di tropico. Due manghi pachistani -gialli, setosi, gonfi di umore-; due avocados del Messico, verdi-viola; due papaye di non so dove. Questo caldo mi suggerisce sempre nostalgie e ricordi. Mi affido ai sapori e ai profumi per riassaporare qualche emozione passata. Mentre la mia mente sta sorvolando l'Atlantico, verso Cuba, sull'altro lato della strada vedo G. e provo un moto di gioia. Cammina all'ombra col suo passo tranquillo, l'alta figura corredata di zainetto, la testa con i capelli mossi, il bel volto bruno. D'impulso vorrei attraversare la strada per abbracciarlo, ma aspetto più prudentemente per vedere come intende regolarsi. Le regole le ha sempre dettate lui. Quando arriviamo alla stessa altezza alza la mano per salutarmi, rallentando ma senza fermarsi. Salve, mi dice sorridendo. Ciao, gli faccio io, e ripeto il suo gesto, salutandolo con la mano.
Ma il mio cuore si stringe. G. era il compagno di mia figlia, il padre del mio nipotino. Per qualche anno ho creduto che fosse un nuovo figlio per me e gli ho voluto bene. Gli voglio ancora bene, ma lui, che non ha nulla contro di me, ciò nonostante ritiene che il tempo della familiarità sia finito.
La familiarità, del resto, non è mai stata troppa. G. è una persona molto riservata, chiusa persino. Ma buonissima, dolce, sensibile, attenta. È molto intelligente e molto colto. E' una persona in vista nel mondo del volontariato e degli aiuti umanitari. Ha scritto dei libri, collabora a riviste, giornali; viene intervistato spesso. Ma resta una persona schiva, che dice tranquillamente la sua ma senza alzare polvere. E' un "comunista" molto duro e molto puro. Ideologico per necessità intima. Ha rifiutato più volte incarichi di prestigio, remunerati abbondantemente, per non sfiorare nemmeno le zone rischiose del potere, del compromesso, del pragmatismo. Sono certa che anche lui è affezionato a me e alla mia famiglia; ma nel suo codice, rigido come tutto in lui è rigido, la confidenza è poca anche in famiglia, figuriamoci tra ex. Ex cosa, poi? Suocera? Ha solo venti anni meno di me, ma a me è sempre parso un mio coetaneo, se non addirittura più vecchio di me. Eppure ha uno spiccato senso dell'umorismo. Solo che di lui tutto va intuito o rubato di straforo. Niente è mostrato apertamente.
Ogni anno mi regalava dei libri. Regalarmi dei libri è una impresa impossibile. Intorno a me nessuno si azzarda. Ma lui non ne ha mai sbagliato uno. Spesso li avevo già letti, ma il punto non era questo: il punto era che sapeva quali libri desideravo leggere. Quando è entrato a far parte della mia famiglia, benché mi intimidisse un po' con i suoi silenzi e il suo sguardo osservatore, il mio cuore si è riempito di affetto per lui. E pensarlo accanto a mia figlia, quando io fossi scomparsa, mi tranquillizzava. Un uomo buono, onesto, intelligente, con dei valori solidi da trasmettere ad un figlio. Che cosa desiderare di più per la propria figlia ed il proprio nipote? Ma la storia non è andata così. Le ragioni appartengono a loro. Io però non ho più questo figlio grande, serio e buono, così impacciato nelle piccole quotidianeità, ma così a posto, così giusto. Qualcuno cui affidare una figlia. Così saggio, ma anche, temo, così testardo.
Sono poche le persone che riescono a comprimere i miei slanci affettivi. E comunque, non per sempre. Capìtolano tutti prima o poi. Con G. penso che ci sarebbero voluti anni per entrare in vera confidenza. Ma io sono una persona tenace e sono certa che ci sarei riuscita. Ora però non lo vedo più. Solo se, come ieri mattina, lo incontro casualmente. Senza parlare, con quel salve! corredato del suo sorriso leggermente triste, ha dettato la nuova regola: se ci si incontra non ci si ferma a parlare.
So che potrei fingere di non aver capito la regola o addirittura infrangerla di prepotenza, ma io rispetto gli spazi psicologici altrui, perché so quanto possano essere vitali. Così, se lo incontrerò di nuovo, metterò su un sorriso allegro, che gli dica che il mio sentimento per lui è senza ombre, e gli lancerò un ciao. Ma, come ieri mattina, qualche lacrima ci scapperà. Solo, aspetterò che abbia girato l'angolo.

giovedì 10 luglio 2008

preghiera laica per Eluana

Milano, 9 luglio (Adnkronos)
I giudici della Corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro, la giovane donna che da 16 anni vive in stato vegetativo irreversibile, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Eluana si trova in coma permanente dal 18 gennaio del 1992, dopo un incidente stradale, e il padre, Beppino Englaro, dal 1999 chiede di potere sospendere i trattamenti alla figlia.

Con il provvedimento depositato oggi l'uomo, in qualità di tutore, puo' tecnicamente richiedere fin da subito ai responsabili del reparto dove è in cura la ragazza, di sospendere le cure 'nasogastriche'. Questo nonostante che, da un punto di vista giuridico, il decreto potrebbe, entro 60 giorni, essere soggetto ad un nuovo ricorso in Cassazione e la Procura Generale, come aveva fatto in passato, potrebbe impugnare la sentenza.

La decisione della corte, sessanta pagine in tutto, si basa soprattutto sul convincimento manifestato da Eluana prima dell'incidente, che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere artificialmente, privata delle capacità percettive e di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Da un punto di vista prettamente medico, infatti, un provvedimento già agli atti del caso formalizzava di fatto l'irreversibilità del processo 'morboso' a cui è soggetta la ragazza.

Per i giudici, inoltre, il fatto che la giovane fosse cattolica non implica che la stessa debba ancora soggiacere ad una inesorabile piena condivisione di tutte le regole, anche morali, della sua fede. Del resto Eluana, come ha spiegato il padre ''non è mai stata di fatto una cattolica praticante e, al di là della sua intima religiosità, è stata sempre critica verso qualunque richiesta istituzionale di adesione a pratiche o ideologie che fosse basata sul puro e semplice principio di autorità''.

Nel provvedimento la corte ricorda anche che la stessa Eluana, quando un suo amico entrò in coma, si recò in una chiesa e accese un cero ''ma per chiedere come grazia non che il suo amico, in coma a causa di un incidente stradale, potesse continuare a vivere, ma che invece potesse morire''

Io prego ogni e qualsiasi ragionevolezza umana ed ogni e qualsiasi umana pietà perché raggiunga la Procura Generale e la induca a rinunciare ad un ulteriore ricorso.

venerdì 20 giugno 2008

Storia della felicità/dieci/essere felici non è romantico

Il romanticismo più che un movimento consapevole di sé fu una diffusa sensibilità culturale e l’uomo romantico più che accomunato da visioni teoriche era unificato da un temperamento.
I romantici, dopo la fiammata della rivoluzione francese, tutta azione, tornano alla riflessione e riscoprono l’emotività e la sensibilità.
Essi ridanno fascino e appeal alla sofferenza. Il dolore, quello dell’animo, ritrova persino uno scopo: elevarsi sopra la superficialità e raggiungere fini più elevati. In questa posizione si sente il ricordo della vecchia cara “valle di lacrime” del cristianesimo, come viatico per il Paradiso.
Il romanticismo ama la sofferenza molto più che la felicità; considera l’illanguidire nella malinconia molto più chic che ridere nell’allegria; ha in Werther il suo mito e in Schopenhauer il suo pessimista più vertiginoso.
Ma i romantici, come i cristiani di secoli prima, hanno una fede ed una speranza: la Gioia. Questo è un termine ricorrente nei loro scritti.
Che cosa rappresenta esattamente la Gioia per i romantici?
Essa ha una notevole somiglianza con l’eterna forza spirituale che i cristiani chiamano Grazia. Con una differenza non da poco però: i romantici non parlano della Gioia come di una forza conferita da Dio. Essa è immanente, giace dentro di noi così come in grembo alla natura, non è concessa dall’alto, né mediata dalla chiesa.
Inoltre, se la gioia è una promessa, essa deve realizzarsi non in un altro mondo ma in questo.
Ed anche se la Gioia ci venisse incontro solo nel Paradiso, questo può essere anticipato artificialmente: vedi il rapporto di Thomas de Quincey con l’oppio o quello di Baudelaire con l’hashish.
L’altra freccia all’arco romantico è rappresentata dall’arte.
“Tutta l’arte è dedicata alla gioia -dice Schiller- e non c’è impresa più alta o più seria che rendere l’uomo felice”. Nasce così la sua ode alla gioia, “An die Freude”, che Beethoven metterà in musica imprimendogli uno slancio vitale possente.
Personalmente posso testimoniare che cantare, ma in tedesco! l’Inno alla Gioia di Beethoven, spalanca l’anima all’ottimismo e fornisce persino una frizzante energia fisica.

Friedrich von Schiller

mercoledì 18 giugno 2008

vizi capitali/cinque/superbia

Più o meno un anno fa iniziavo una mia piccola riflessione sui sette vizi capitali guidata dalla serie di sette piccoli libri della Raffaello Cortina Editore.
Dopo quattro puntate la lasciai in sospeso, distratta da altri temi.
Recentemente però, un commento in cui EnzoRasi mi definiva "altera" me lo ha fatto tornare in mente.
Lì per lì ho provato solo un moto di sorpresa e lungi dal considerarla un'offesa, o una critica, mi sono sventatamente crogiolata nell'idea che si trattasse addirittura di un complimento. Mi sono cioè immaginata come una di quelle donne di regale bellezza che con inscalfibile sicurezza di sé entrano in una sala e ottengono d'emblée un tributo di ammirato ossequio.
Non so, un po' l'effetto che produce Grace Kelly quando compare davanti a Cary Grant in abito di chiffon blù notte nel film Caccia al ladro.
A chi non piacerebbe vedersi come la protagonista di questa scena? Soprattutto se invece, nella vita reale, ci si sente tutt'altro che una Grace Kelly e si entra e si esce dalle sale spesso intruppando nella propria stessa fretta e precipitazione.
Successivamente però ho riflettuto su quella parola lasciata cadere lì e mi sono resa conto che una donna altera, con appena una punta in più di malevolenza, può anche essere definita superba. E la superbia lei, non mi piace. Né mi piace essere vista così, qualunque sia il film che si sta girando.
Mi è rimasta comunque la piccola curiosità di sapere se ero stata definita altera perché immaginata come Grace Kelly o perchè considerata come Capaneo.

Naturalmente so bene che altero e superbo non si equivalgono nella nostra lingua.
Una persona altera, a detta del Devoto-Oli, è "improntata a maestà, dignità, fierezza."
Tutte caratteristiche che ben possono attribuirsi alla Grace Kelly in chiffon blù notte.
Mentre un superbo è "assolutamente convinto della propria superiorità sugli altri (reale o presunta) e quindi abituato a trattarli con arroganza e disprezzo."
L'altero invece non ha alcun bisogno di trattare nessuno con arroganza né con disprezzo, perché gli altri si inchinano spontaneamente di fronte a lui, cui riconoscono appunto questa superiore "degnità".
Inoltre, una persona altera non è tale per effetto di un suo consapevole atteggiamento, per un suo concorso attivo, ma per lo sguardo che le viene tributato dagli altri. L'altero è innocente, il superbo no. Un superbo mette in scena un comportamento attivo, il superbo fa il superbo.
Come sempre sono affascinata dalla ricchezza della nostra lingua che scava così sottilmente nella realtà, procedendo a definirla, lembo per lembo.
Ma dopo questo autocompiacimento di parlante, per prossimità analogica, mi sono ricordata di aver tralasciato di parlare della superbia, il vizio capitale e sono tornata ai miei piccoli libri.

Di superbia si occupa Michael Eric Dyson, un pastore battista della Pennsylvania: è uno degli intellettuali neri più accreditati negli USA e si occupa di critica sociale.


All'inizio Dyson ci fa una brevissima storia della superbia.
Dai greci fu condannata senza remissione, come il più grande dei vizi; così la giudicano Omero, Tucidide, Erodoto, Eschilo, Platone: la Ηyβρις distrugge tutte le altre virtù che garantiscono il vivere civile.
Solo Aristotele, non a caso un bel po' immodesto e aristocraticamente superbiotto, considera la superbia un "ornamento delle virtù": colui che si ritiene degno di grandi cose, essendone davvero degno, per Aristotele merita ciò che rivendica, è giustamente superbo.

Per il cristianesimo la superbia fu il peccato capitale per eccellenza. Da Gregorio Magno ad Agostino a Tommaso d'Aquino, non ci sono voci discordanti.
Dopo i padri della chiesa anche i filosofi e i poeti vedono nella superbia il più grave di tutti i peccati. Così Alexander Pope, Jonathan Swift, David Hume, Baruch Spinoza.

Essendo un pastore Dyson si interessa alla superbia espressa nella fede.
Il fedele superbo perde "un sano scetticismo circa la propria religione, e il tormentoso interrogarsi che una fede autentica genera."
"L'orgoglio della propria religione, della maniera in cui qualcuno interpreta e si pone al servizio di Dio, è un'aberrazione della fede".
Qui Dyson spende qualche parola di stima, orgoglioso ma non superbo, per la Chiesa Battista, cui appartiene, da cui ha imparato che "dobbiamo rispondere non solo a Dio, ma anche agli altri esseri umani".
Alla scuola della Chiesa Battista Dyson ha imparato anche ad impadronirsi della versione positiva della superbia: l'orgoglio.
(Io ho letto il libro in traduzione italiana -di Alessandro Serra- e non so quale termine Dyson usi nella sua lingua per esprimere la differenza di concetto. Tranne nel capitolo tre in cui, a proposito dell'orgoglio dei bianchi, lo chiama appunto "hubris", cioè la Hybris greca.)
La sua attenzione si rivolge all'orgoglio etnico, quel sentimento legato all'appartenenza ad un gruppo con alle spalle una storia.
Analizza molto bene il meccanismo per mezzo del quale si è imposto l'orgoglio bianco, che fa riferimento ai bianchi come alla universalità umana e mostra come negli USA questo orgoglio razziale si sia mascherato, di volta in volta, da orgoglio civico, orgoglio americano, orgoglio individuale. Questo orgoglio bianco ha compresso l'orgoglio nero, umiliato già dal tragico incontro storico con i bianchi, determinando una mancanza profonda di autostima da parte dei neri.
I neri, ci dice Dyson, si lasciano "penosamente sedurre dal fascino del disprezzo verso se stessi... Per i neri "l'acqua bianca è più bagnata".
Dyson appassionatamente si rivolge ai neri afro-americani perché ricordino la lezione di Martin Luther King: "Dobbiamo levarci in piedi e dire: Sono nero e sono bello..." (I have a dream).
I neri debbono apprendere il "giusto orgoglio" di se stessi, "della propria carne e della propria mente", schivando le trappole che l'orgoglio bianco continuamente tende loro e liberandosi dalla "fascinazione del colore chiaro" che percorre le elites nere degli USA.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro in cui Dyson, parlando dell'orgoglio bianco come "superbia" identitaria affronta il dibattito sulla identità americana. Prima dell'11 settembre del 2001 questa identità era vista come fluida, comprendente diverse lingue, o etnie, o religioni; facente perno, secondo l'area, su maggioranze diverse, sicché gruppi minoritari in alcune aree del paese potevano invece contribuire a costituire la maggioranza "americana" in altre.
Dopo l'11 settembre del 2001 "si stabilì un profilo rigido e preciso di chi e di che cosa fosse veramente americano. E questo concetto lasciò poco spazio al dissenso o alla contestazione."
L'accentuata rigidità nello stabilire il "noi" portò alla identificazione di un più vasto "loro". La paura porta ad un restringimento dei canoni identitari e ad alla demonizzazione di un "loro" sempre più ampio.
Attraverso questo meccanismo l'orgoglio nazionale, legittimo, diviene inevitabilmente superbia. Questo è il rischio per gli Usa, dice Dyson. (Per me è molto più che un rischio e l'11 settembre ha solo aggravato una situazione di scarsa consapevolezza del profilo della politica estera del proprio paese da parte dei cittadini degli Stati uniti d' America.)
In questi giorni dice Dyson sono ancora validi gli ammonimenti che il teologo cristiano Reinhold Niebuhr rivolse alla nazione americana nel 1950, durante la guerra di Corea, quando Mac Arthur voleva bombardare la Manciuria:
"Le grandi nazioni sono troppo forti per essere distrutte dai loro nemici. Ma possono essere facilmente sconfitte dalla loro stessa superbia."