Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
giovedì 20 ottobre 2011
pietà
È strano come si capovolgano i sentimenti. Aver così tanto odiato Gheddafi, tutto di lui, ed averne desiderata la cattura e anche la fine, sì. Ed ora provare questa pietà per l'uomo riverso faccia al cielo. Eppure lui non conosceva pietà.
domenica 16 ottobre 2011
Qualche immagine del mattino dopo.
Abito tra la Merulana e la Labicana, dal mio terrazzo a est vedo le statue della Basilica di San Giovanni e a ovest il Colosseo. Ieri, posizione scomoda ma strategica e in clima di guerra non è inappropriato parlare di strategia.
Esco molto presto, giro per il quartiere.
Persone con macchine fotografiche e telefonini raccolgono immagini. Molto silenzio. Passi cauti, sguardi incerti. Giornalisti con le cineprese; due di loro vorrebbero intervistarmi. Carabinieri e poliziotti che scattano foto. Di fronte alla casa dei miei genitori quattro macchine completamente distrutte. La banca tra via Merulana e via Labicana mostra le vetrine infrante, lo sportello del bancomat bruciato. Lungo via Merulana cassonetti bruciati, i resti arsi dell'impalcatura per i lavori del vecchio ufficio di igiene. Persiste la puzza di bruciato. A terra sanpietrini, bastoni, spranghe di ferro, uno scarponcino nero, perso nella corsa. Tante bottiglie infrante e vuote. Birra, ma anche whisky e rum. Scritte sui muri. Una stella a cinque punte. Scritte in inglese, fuck austerity, revolutiòn, con il corretto accento sulla o; una scritta in caratteri greci.
Ma un altro orgoglioso proclama: "So de Roma" e, sotto, la data in numeri romani.
Un altro scrive: "Pianta grane, non piantare tende."
"Non finisce qui" un altro ancora.
Un uomo di colore in clergyman mi cammina a fianco per un tratto e osserva con me. Poi dice: "Dovrebbero andare dove si decide davvero." " Assaltare il lusso è un diritto" gli fa eco una scritta sul muro alle spalle di San Clemente.
Quello che vedo intorno a me, nella mia passeggiata mattutina, si chiama rovine.
Le rovine sono materiali e morali. E si sono imposte. Sui giornali, nelle televisioni, alla radio, nei nostri occhi, nelle nostre parole. Saranno riusciti a esautorare le ragioni di chi ha ragione?
Le rovine morali dureranno più delle rovine materiali?
Solo i manifestanti pacifici, le centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, non hanno lasciato tracce nel quartiere, penso. Ma voglio disperatamente sperare che saranno proprio loro a lasciare una traccia nella storia.
domenica 25 aprile 2010
mercoledì 17 marzo 2010
guardare dove si mettono i piedi
Berlino- Bebelplatz. Una lastra di vetro protegge una stanza interrata, le pareti coperte di scaffali vuoti. È una biblioteca ma i libri non ci sono. Dove sono finiti i libri? In fumo. Al rogo.
La lastra, opera dello scultore israeliano Micha Ullman, sorge lì dove nel maggio del 1933 avvenne il grande rogo in cui i nazisti bruciarono oltre 25.000 libri ritenuti pericolosi.
La lastra è luminosa di notte e di giorno riflette il cielo.
Credo che quel vetro ci dica anche quanto sia fragile il confine tra la barbarie e la civiltà.


Io sapevo della targa sulla piazza con la famosa citazione di Heinrich Heine: « Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone » ma non avevo mai visto la stanza sotterranea. L'ho scoperta da poco e ci tengo a mostrarla.
Noi umani abbiamo continuamente bisogno di richiami per la nostra memoria, per questo innalziamo monumenti. In genere ai monumenti si alza lo sguardo. Qui invece lo sguardo si abbassa. Potremmo dire che si deve guardare dove si mettono i piedi.
Proprio come le pietre di inciampo, le stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig.
Da decenni le va installando sui marciapiede di fronte alle casa di uno o più deportati. Sono sanpietrini classici che si distinguono solo perché la loro superficie superiore è di ottone e porta inciso nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione.
Il 28 gennaio scorso, giorno della memoria, ne ha installate trenta a Roma, in diversi punti della città da cui furono prelevati deportati.
Alcune di queste, solo un mese dopo, erano già state imbrattate di vernice nera da ignoti di cui si sa tutto.
La storia insegna?
La lastra, opera dello scultore israeliano Micha Ullman, sorge lì dove nel maggio del 1933 avvenne il grande rogo in cui i nazisti bruciarono oltre 25.000 libri ritenuti pericolosi.
La lastra è luminosa di notte e di giorno riflette il cielo.
Credo che quel vetro ci dica anche quanto sia fragile il confine tra la barbarie e la civiltà.


Io sapevo della targa sulla piazza con la famosa citazione di Heinrich Heine: « Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone » ma non avevo mai visto la stanza sotterranea. L'ho scoperta da poco e ci tengo a mostrarla.
Noi umani abbiamo continuamente bisogno di richiami per la nostra memoria, per questo innalziamo monumenti. In genere ai monumenti si alza lo sguardo. Qui invece lo sguardo si abbassa. Potremmo dire che si deve guardare dove si mettono i piedi.
Proprio come le pietre di inciampo, le stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig.
Da decenni le va installando sui marciapiede di fronte alle casa di uno o più deportati. Sono sanpietrini classici che si distinguono solo perché la loro superficie superiore è di ottone e porta inciso nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione.
Il 28 gennaio scorso, giorno della memoria, ne ha installate trenta a Roma, in diversi punti della città da cui furono prelevati deportati.
Alcune di queste, solo un mese dopo, erano già state imbrattate di vernice nera da ignoti di cui si sa tutto.
La storia insegna?
mercoledì 10 marzo 2010
altri tempi o altri uomini?
dal Centro Loris Fortuna di Udine, scrive Romeo Mattioli
"Nelle elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia del 1968 la lista del Partito Socialista Unificato (Psi-Psdi unificati), per la circoscrizione di Udine, fu ricusata per vizio formale.
I socialisti friulani, che rappresentavano il secondo partito con il 22,5%, pur percorrendo tutti i gradi di ricorso, sempre respinti, non gridarono al golpe o alla lesione della democrazia né manifestarono in piazza, ma accettarono con dignità e compostezza l'esito dei ricorsi.
Aprirono, invece, al loro interno, un acceso dibattito giungendo ad un congresso straordinario. Eppure le norme per la preparazione e presentazione della lista erano state scrupolosamente rispettate. Infatti, all'ultimo momento, il presentatore designato fu colpito da improvviso collasso cardiocircolatorio acuto, e la lista fu presentata da persona diversa.
Oggi, per le liste ricusate, il Pdl si sottrae ad una autocritica interna e tende a trasferire le sue carenze nelle istituzioni. Mai Francesco De Martino, che allora occupava un posto rilevante nel governo, si sarebbe sognato di dire che, se non si riammettono le liste, "può succedere di tutto", tantomeno minacciare di scendere in piazza."
da la repubblica del 8/03/2010
martedì 2 marzo 2010
eppure mi ricorda qualcuno...
IL CAPO del governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo (...). Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per interesse morale, una parte per astuzia, una parte per interesse (...). La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto (...) sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt' al più il leader di un partito di modesto seguito (...). In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio di italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile, e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti (...); mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare".
Il testo della Morante del primo maggio 1945, è tratto da "Pagine autobiografiche postume", pubblicate in Paragone Letteratura 456, febbraio 1988 (segnalato in "Testi Infedeli" da Stefano Nespor)
da la Repubblica del 26 febbraio
questa è Milena
Questo è il bel volto di Milena Jesenskà. Io lessi da adolescente le lettere che Franz Kafka le inviò negli anni della loro relazione, tra il 1920 e il 1923. Non avevo mai visto una sua immagine ma intorno a quella giovane donna fantasticavo. Sentivo che doveva essere stata una donna fuori del comune, se rendeva così accesa e così tremante la voce di Franz. Che, parlando di lei, aveva potuto definirla "fuoco vivo". Un anno dopo la fine della loro corrispondenza (ma non del loro sentimento) Kafka moriva. Milena invece visse ancora, visse fino a conoscere il nazismo e a divenirne una accanita nemica. Una nemica combattente, sia con la sua attività giornalistica che con la partecipazione alla resistenza cèca contro la germanizzazione del suo paese. Nel 1939 Milena fu sottoposta a processo per alto tradimento nei confronti del Reich e avviata al campo di Ravensbruck dove morì dopo una lunga e atroce prigionia.
Un libro della scrittrice cèca Marie Jiraskova "La scelta tradita" ricostruisce la sua vita, attraverso i due matrimoni, la sua attività di traduttrice e giornalista, l'impegno politico nel partito comunista cèco, il processo, la prigionia, la morte. Il libro è molto interessante anche se non di piacevole lettura; ha però un merito grande: restituisce finalmente a Milena il suo profilo intero di persona sottraendola a quel cliché di "donna amata da Kafka" che, come succede per molte altre donne, mutila la sua personalità. Per questo ho voluto mettere qui la sua foto per guardarla negli occhi e darle pieno riconoscimento.
lunedì 1 marzo 2010
gente de l'Aquila
Sono commossa, sono ammirata, sono fiera di loro e sono grata a tutte queste persone.
Grazie l'Aquila.
Il racconto di Anna è QUI
mercoledì 27 gennaio 2010
Giornata della Memoria
Il mio contributo alla Giornata della Memoria consiste nella segnalazione di due libri, entrambi di Imre Kertész, lo scrittore ungherese premio Nobel per la Letteratura nel 2002.
Il primo è quella che viene considerata la sua opera più importante "Essere senza destino", edito da Feltrinelli nel 1999. In esso Kertész racconta l'esperienza di una ragazzino quindicenne ebreo ungherese deportato nel 1944, passato attraverso i campi di Auschwitz, Zeitz e Buchenwald e liberato nel 1945. Quel ragazzino è Kertész stesso che, tornato in Ungheria, per dieci anni lavora a questo libro, respinto da ogni editore ungherese, poi pubblicato in patria nel 1975 ma accolto dal silenzio. Kertész fu anzi messo al bando dalla comunità letteraria fin dopo la caduta del Muro. Che cosa c'era nel libro di così intollerabile? La descrizione spassionata di un sistema di spersonalizzazione dell'individuo che accomuna ogni regime dittatoriale.
Il libro rappresenta un unicum nell'ambito della letteratura sull'Olocausto a causa del modo di narrare l'esperienza nei campi.
Io lo lessi nel 2002 e mi colpì molto. Mentre seguiamo il ragazzino, che parla in prima persona, nella sua atroce esperienza, restiamo come straniati dal modo naturale, quasi irriflessivo, con cui la vive e la racconta, come se fosse una normale avventura adolescenziale.
Questo ha su chi legge un grande impatto emotivo; da un lato ci si sente quasi rassicurati da tanta semplicità, dall'altro si sperimenta l'assurdità alienante di quel mondo quasi in prima persona e si resta atterriti.
Kertész scrive: "Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza...". È questo che spaventa nel libro, questo che ci fa sentire perennemente esposti all'assurdità del male e alla sua normalità e banalità. Se Hannah Arendt la analizza, Kertész ce la mostra in presa diretta.
L'altro libro, "Dossier K.", è uscito, sempre presso Feltrinelli, nel 2009 ed è una autobiografia in forma di intervista. È Kertesz stesso a porsi le domande da cui si snoda il racconto e se ne fa anche di scomode. Ripercorre la sua vita con atteggiamento più riflessivo che narrativo, dall'infanzia, attraverso l'esperienza nei lager e il ritorno in patria, la scoperta della scrittura, la tarda affermazione, il Nobel e la depressione.
Il testo vibra di ironia e di sfida alle convenzioni e ai luoghi comuni.
Parlando del suo presente egli lo descrive così: "Malattia. Depressione. Salute. Gioia di vivere."
"Tutt'e quattro insieme?" si chiede. E si risponde: "Per quanto possa sembrarti strano, sì."
martedì 26 gennaio 2010
carte di identità/Alì Shariati
La sorte dell' Iran continua ad appassionarmi. Vorrei tanto per quel popolo un lieto fine, dopo un secolo di violenze di ogni tipo: coloniali, dittatoriali, belliche, rivoluzionarie, ideologiche. Un approdo alla democrazia, una semplice, modesta democrazia non utopica.
Leggo tutto quello che posso sull'Iran: letteratura, saggi, cronache.
Una figura di grande interesse è quella di Alì Shariati ( Mashaad 1933- London 1977)
Alì Shariati, sociologo e filosofo, con il suo discorso intellettuale contribuisce a preparare la rivoluzione iraniana contro lo Sha ma muore prima della fase rivoluzionaria -forse di crepacuore, forse eliminato da sicari iraniani- a Londra, dove si è rifugiato dopo un periodo in carcere. Suo padre era un pensatore rivoluzionario, molto critico nei confronti del clero e propugnatore di una riforma dell'islam sciita; sostenne una distinzione tra islam coranico e islam superstizioso; riteneva ad esempio infondata la credenza nell'attesa del Dodicesimo iman; questa posizione probabilmente gli costò la vita.
Alì Shariati cresce alla scuola di suo padre e ne eredita l'interesse per il rapporto tra religione e politica. Ma ha un'indole più complessa che lo porta ad alternare periodi di attivismo politico ad altri di appartata riflessione.
Studia sociologia e filosofia in Francia dove frequenta Massignon, Sartre e Franz Fanon.
Matura lì un pensiero del tutto originale che mescola insieme gnosi, misticismo, esistenzialismo, marxismo e sciismo. Questo, in particolare, diventa nel suo pensiero oggetto di una critica radicale che egli paragona a quella del protestantesimo luterano nei confronti della Chiesa di Roma. Egli stesso definirà la sua posizione "protestantesimo islamico".
Nel periodo parigino Alì Shariati entra in contatto con i dissidenti iraniani all'estero.
Nel 1963, tornato in Iran è subito arrestato alla frontiera dalla Savak, la famigerata polizia politica dello Sha. Uscito di prigione si allontana dalla politica attiva e studia il sufismo, ne legge i testi classici e medita. Questa sua lontananza dalla politica gli fa ottenere una cattedra universitaria. Inizia così una nuova fase politicamente attiva della sua vita, quella delle lezioni seguite da studenti infiammati e affascinati dal suo pensiero che affollano la sua aula assetati di una visione più complessa e moderna della società. Nelle sue lezioni svolge un' analisi marxista della società, critica severamente il clero parassitario ed oscurantista e l'approccio superstizioso al Corano, e alza sempre più forte la voce contro la illiberalità del regime dello Sha Palhavi. Si fa così tre nemici: i partiti di sinistra a causa della sua attenzione alla religione -cui egli rivendica il ruolo di forza mobilitatrice delle coscienze e che invece i movimenti di sinistra bollano come"sovrastruttura"-; lo Sha e il suo potente apparato repressivo e il clero sciita.
In quegli anni pubblica "Islamologia", in cui sostiene che l' Islam non è incompatibile con la modernità; la religione islamica, quale descritta nel Corano, sostiene, si basa sul consenso e dunque sulla democrazia; gli ulema, invocando il monopolio della interpretazione vogliono sostituirsi a Dio e pertanto sono idolatri; lo Sha stesso si presenta come nuovo idolo ed il clero è suo complice. Queste le sue più radicali affermazioni.
Egli dimostra che è possibile studiare il Corano alla luce della ragione e affronta senza ipocrisie anche la condizione femminile.
Alì Shariati diviene così punto di riferimento per una generazione di intellettuali che rivendicano un discorso non clericale sulla religione.
Ma egli non si pone né contro né fuori la religione, trasforma anzi la religione in ideologia, in dottrina politica capace di orientare individui e masse. Questo aspetto del suo pensiero sarà molto apprezzato da Komeini che lo userà nella sua propaganda pre e post rivoluzionaria.
Le tesi del libro scardinano dei punti fermi della tradizione sciita.
Per Shariati l' imamato, la guida del popolo da parte di un imam illuminato, ha una funzione simbolica, come l'idea di una società senza classi per il marxismo.
Egli invoca un Islam senza chierici.
Rilegge il Corano sottolineandone gli aspetti liberali e la grande attenzione data alla giustizia sociale. Sottolinea la divisione, presente nel Corano, tra oppressi e oppressori e mette per la prima volta in contatto settori attenti ai valori religiosi con l'intellettualità di sinistra e la gioventù urbana secolarizzata.
Per Shariati l' Islam è il principale vettore di liberazione degli oppressi. Egli conia una nuova
parola d'ordine: Islam terza via. Una via cioè che scorre tra capitalismo e comunismo, tra materialismo e idealismo.
Egli studia il rapporto tra i sessi nella società islamica. Critica la reificazione femminile.
La donna tradizionale, dice, è merce sessuale che passa dal padrone padre al nuovo padrone cui il padre la vende; la donna modernista che tenta di emanciparsi per imitazione del modello occidentale cade però in un mimetismo caricaturale; le donne mussulmane debbono costruirsi una identità propria attraverso la riscoperta delle proprie radici. Il modello additato da Shariati è Fatima, la figlia del profeta Maometto.
Ma Shariati precisa che Fatima non va seguita in quanto madre degli imam Husayn e Hasan o come moglie di Alì, il primo Imam dello sciismo, e neppure come figlia del Profeta, ma come donna che partecipa attivamente alla vita politica. Il Corano, dice, la mostra mentre svolge ruoli familiari ma anche sociali e politici.
Così Shariati propone alle donne iraniane Fatima come modello femminile attivo nella società.
Il suo motto lapidario è: Fatima è Fatima, non è figlia o moglie o madre: è solo Fatima.
I vertici del clero si preoccupano per queste sue posizioni, ma Komeini, dal suo esilio, intuisce che Shariati con il suo grande seguito e la sua difesa della religione può essere utile al suo progetto di rivoluzione religiosa e frena il clero in subbuglio e pronto a dichiarare Shariati apostata.
Ma il regime dello Sha, che teme per l'impatto della suo critica sociale e politica, lo arresta nel 1973.
Sarà una campagna internazionale a farlo liberare nel 1975 (anno in cui l'Iran dello Sha è definito da Amnesty International come paese peggior violatore dei diritti umani- cosa questa che in occidente in molti hanno dimenicato). Quando esce dalla terribile prigione di Komiteh, ancora oggi sinonimo di terrore, Shariati è molto provato fisicamente e psicologicamente e ripara a Londra.
Per costringerlo a tornare il regime blocca la moglie e le figlie mentre stanno lasciando Teheràn per raggiungerlo. Per Shariati è un colpo terribile. Tornato dall'aeroporto dove era andato ad attendere l'arrivo della sua famiglia, si mette a letto dove verrà trovato morto il mattino successivo. Secondo i suoi seguaci la sua morte misteriosa è dovuta ai sicari dello Sha o del clero stesso.
Così Shariati non vedrà la rivoluzione islamica che ha contribuito a preparare, non vedrà le donne velate nei cortei contro lo Sha né la ridistribuzione dei beni confiscati al dittatore e alla sua nomenclatura.
Ma non vedrà neanche l'uso che Komeini farà delle sue parole d'ordine. I'Islam nero di Komeini salirà infatti al potere anche grazie alle parole d'ordine dell'islam rosso di Shariati. La sua figura poi verrà ridimensionata e infine liquidata da Komeini. Nella costruzione della sua teocrazia Komeini dirà che in attesa del Dodicesimo iman e del suo regno di giustizia gli ulama ne esercitano il potere. Proprio ciò che Shariati contestava! Oggi le sue idee sono ancora usate, in forma distorta, dal potere degli ayatollah e da Ahmadinejad.
Malgrado tutto però il "vero" Shariati non è stato dimenticato. La sua casa di Mashad è stata trasformata in un piccolo museo.

venerdì 1 gennaio 2010
che giorno è oggi?
Anno MMDCCLXIII ab Urbe condita


*ianval= focaccia cotta al forno, farina di farro, latte, miele, olio, sale.
**strena, ae= dono augurale.
***mensa augurale: deve comprendere farro, frutti d'albero, miele e bevande fermentate
mercoledì 30 dicembre 2009
trovato
Come faccio ogni anno in questo periodo, ho scelto il motto incaricato di farmi da guida nel corso del nuovo anno che si avvicina. Un po' ammonizione, un po' esortazione, un po' incoraggiamento.
Quest'anno niente citazioni particolarmente colte, la parola non è a i filosofi ma al popolo.
Al popolo della mia città.
Il motto in questione è: Nun c'è trippa pe' gatti.
Circa la sua origine ci sono diverse narrazioni.
La più accreditata dice che Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, usò per primo questa espressione quando nel bilancio comunale da approvare trovò la voce "frattaglie per gatti" e, chieste spiegazioni, si sentì dire che si trattava del costo di mantenimento di un gruppo di felini incaricati di difendere dalle scorribande dei topi i documenti conservati negli archivi del Campidoglio. Il racconto dice che Nathan pronunciò la famosa espressione Non c'è trippa per gatti e depennò la spesa: che i gatti badassero da soli alla propria alimentazione, ad esempio pascendosi dei topi cui dovevano dare la caccia.
In bocca al popolo poi l'espressione diventò Nun c'è trippa pe' gatti e l'uso smise di essere strettamente contabile e si colorò di numerosi sensi e sfumature. Questa formula dissuasiva viene usata di fronte a richieste altrui considerate capricciose o eccessive o semplicemente importune cui non si intende aderire. Potrebbe usarla, ad esempio, una donna concupita da un corteggiatore sgradito. L'uso che se ne può fare è però molto estensivo.
La frase diventerà il mio motto per l'anno 2010. Dovrà guidarmi nel compito di risparmiare me stessa di fronte alle richieste dei gatti metaforici.
giovedì 1 ottobre 2009
tempo
Vi siete mai chiesti che cosa accadeva intorno a voi il giorno in cui siete nati? Io ho cercato in internet e ho trovato questo.
VENERDI 1 OTTOBRE 1943
In un discorso agli Ufficiali, riuniti a Roma al Teatro Adriano, il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani getta le basi per la ricostruzione di un esercito nuovo e moderno, basato su strutture organizzative diverse da quello che si era da poco disciolto e che nel frattempo potesse rispondere alle esigenze del particolare momento storico. Lesse anche un messaggio di Mussolini che, tra l'altro, così diceva:
"... da molti indizi appare che il popolo italiano, percosso e umiliato dall'obbrobrioso tradimento, ordito soprattutto ai suoi danni, è nuovamente in piedi. Ancora una volta la storia dovrà riconoscere che il nostro popolo possiede la facoltà millenaria di risorgere anche nelle più dure e più drammatiche situazioni, non appena una parola d'ordine ed uno spirito nuovo esaltino i cuori e la volontà concorde di tutti. Oggi questo spirito nuovo si riassume nel binomio Fascismo-Repubblica, è sotto questa rivoluzionaria bandiera che i soldati italiani riprenderanno il loro posto di battaglia".
Abbastanza orribile, vero? Da far venire voglia di restarsene nel ventre materno.
Ma, a dispetto di Graziani, Mussolini & compagnia (non) bella, il primo ottobre del 1943 Napoli, dopo le sue Quattro giornate di resistenza popolare accoglieva, già libera, le truppe alleate!
Dev'essere stata questa notizia a convincermi a venir fuori!
E adesso un assaggio, ma solo un assaggio, davvero; mai vorrei propinarvi un intero poemetto in versi!
Vita senza metrica
Giace la rima nel suo recesso
coglierla è arduo io lo confesso
ma della vita narrar l’amaro
chiede un usbergo vuole un riparo
per non soccombere del pianto all’onda
esige almeno fragile sponda
Nel novecentoquarantatré
venni alla vita non so perché
nel nuovo secolo io me ne andrò
ed il motivo l’ignorerò
ma del mistero che mi presiede
la mia ragione più non si chiede
né più s’interroga l’animo stanco
circa il destino del nostro branco
Semplice Caso, Deità, Follia
rigida legge o anomalia
senza principio lungofluire:
resterà uguale il mio morire
Era d’ottobre il giorno uno
autunno freddo crudo di guerra
inevitabile che per nessuno
portassi gioia su questa terra
latte in razioni bombardamenti
il coprifuoco rastrellamenti
odî privati nel pubblico orrore:
la ninnananna non fu d'amore...
Basta così. Mi sono anche allargata troppo.
VENERDI 1 OTTOBRE 1943
In un discorso agli Ufficiali, riuniti a Roma al Teatro Adriano, il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani getta le basi per la ricostruzione di un esercito nuovo e moderno, basato su strutture organizzative diverse da quello che si era da poco disciolto e che nel frattempo potesse rispondere alle esigenze del particolare momento storico. Lesse anche un messaggio di Mussolini che, tra l'altro, così diceva:
"... da molti indizi appare che il popolo italiano, percosso e umiliato dall'obbrobrioso tradimento, ordito soprattutto ai suoi danni, è nuovamente in piedi. Ancora una volta la storia dovrà riconoscere che il nostro popolo possiede la facoltà millenaria di risorgere anche nelle più dure e più drammatiche situazioni, non appena una parola d'ordine ed uno spirito nuovo esaltino i cuori e la volontà concorde di tutti. Oggi questo spirito nuovo si riassume nel binomio Fascismo-Repubblica, è sotto questa rivoluzionaria bandiera che i soldati italiani riprenderanno il loro posto di battaglia".
Abbastanza orribile, vero? Da far venire voglia di restarsene nel ventre materno.
Ma, a dispetto di Graziani, Mussolini & compagnia (non) bella, il primo ottobre del 1943 Napoli, dopo le sue Quattro giornate di resistenza popolare accoglieva, già libera, le truppe alleate!
Dev'essere stata questa notizia a convincermi a venir fuori!
E adesso un assaggio, ma solo un assaggio, davvero; mai vorrei propinarvi un intero poemetto in versi!
Vita senza metrica
Giace la rima nel suo recesso
coglierla è arduo io lo confesso
ma della vita narrar l’amaro
chiede un usbergo vuole un riparo
per non soccombere del pianto all’onda
esige almeno fragile sponda
Nel novecentoquarantatré
venni alla vita non so perché
nel nuovo secolo io me ne andrò
ed il motivo l’ignorerò
ma del mistero che mi presiede
la mia ragione più non si chiede
né più s’interroga l’animo stanco
circa il destino del nostro branco
Semplice Caso, Deità, Follia
rigida legge o anomalia
senza principio lungofluire:
resterà uguale il mio morire
Era d’ottobre il giorno uno
autunno freddo crudo di guerra
inevitabile che per nessuno
portassi gioia su questa terra
latte in razioni bombardamenti
il coprifuoco rastrellamenti
odî privati nel pubblico orrore:
la ninnananna non fu d'amore...
Basta così. Mi sono anche allargata troppo.
Ma per chiudere in bellezza ecco la splendida pianta che mi ha appena regalata Marcella.
sabato 25 luglio 2009
giovedì 11 giugno 2009
domenica 7 giugno 2009
società e voto
ANDARE A VOTARE GUIDATI DALLA RAGIONE
Repubblica — 05 giugno 2009
"Il pericolo c' è, ed è reale. Una bolla di stanchezza e di disperata indifferenza - non sappiamo quanto vasta - rischia di installarsi nel cuore civile e politico del Paese, e di risucchiare dentro di sé - verso l' astensione - una parte che potrebbe rivelarsi anche non trascurabile dell' elettorato tradizionalmente, o anche solo potenzialmente, "progressista". E infatti è inutile nasconderselo: fra il popolo della sinistra italiana (per favore, non chiamiamolo più "gente"), e i partiti in cui dovrebbe riconoscersi, mai la distanza e l' incomprensione sono state tanto forti e diffuse. Nello scollamento c' è di tutto: vuoto di idee, logoramento di parole, consunzione di gruppi dirigenti - insomma, un' autentica caduta verticale della rappresentanza. È, purtroppo, la nostra Italia: e Michele Serra ne ha appena dato, ieri, su questo giornale un ritratto impeccabile. A questo sentimento di disaffezione è inutile opporre la logica delle convenienze tattiche, o il richiamo delle appartenenze: chi ne è preso, è ormai al di là della soglia raggiungibile con discorsi di tal genere. Ma non dovrebbe tuttavia essere insensibile alla forza della ragione. Cos' è mai stata, la sinistra, senza ragione, senza pensiero, senza analisi, ricerca, capacità di mettere in prospettiva situazioni ed eventi? Ed è dunque alla ragione molto più che al cuore che bisogna parlare, in questo momento - e soprattutto, alla ragione dei giovani. Proviamo allora a farlo. Per prima cosa, bisogna stare attenti a non lasciarci abbagliare dalle difficoltà del Pd (per non dire dei partiti alla sua sinistra), fino a non vedere un altro aspetto della realtà politica che ci circonda. Vale a dire, il fatto che in Italia, come del resto in Europa e in tutto l' Occidente, sta tornando con forza inaspettata, sull' onda della crisi, e malgrado le inadeguatezze dei suoi partiti "storici", rimasti drammaticamente indietro, un grande e inedito "bisogno di sinistra": nel senso di una nuova domanda di politica (mentre la destra si era fatta interprete solo del populismo antipolitico), di regole condivise (mentre la destra aveva fatto dell' anarchia mercatista la sua bandiera), di legami sociali (mentre la destra si era appagata di un individualismo acquisitivo e consumista che faceva il deserto intorno a sé), di misura e di eguaglianza come parità nelle opportunità di vita e nelle possibilità di accesso alle risorse e alle conoscenze (mentre la destra non aveva saputo che elevare a proprio simbolo la "dismisura" privata del suo leader). Se si guarda bene, si vede che lo scarto fra il popolo della sinistra e la sua rappresentanza politica è tanto più acuto, quanto più quella frattura comincia a rivelare questo secondo scompenso: fra le nuove domande rese urgenti dalla crisi, e le risposte che quei partiti, qui e ora, sono in grado di offrire. Se le cose stanno in questi termini, è comunque indispensabile che il nuovo "bisogno di sinistra" - come esigenza di una politica, di un' etica e di un' economia guidate da una progettualità sociale che non trovi nel mercato e nei consumi la sua sola razionalità - emergente dalla forza stessa del presente, non si disperda, trovi il tempo e lo spazio per cristallizzarsi e per presentarsi per quello che è davvero: uno straordinario motore di innovazione e di cambiamento. Ma se invece la reazione a tutto ciò è l' astensione - perché riusciamo a vedere solo il vecchio dei partiti e non la novità dirompente che gli si sta formando intorno - noi rendiamo irriconoscibile politicamente e socialmente la domanda di una nuova cultura della misura, delle regole, della sobrietà, della stessa accumulazione capitalistica e dello stesso rapporto fra valore d' uso e valore di scambio (è Manuel Castells ad usare questi termini, non qualche dinosauro paleomarxista); in altri termini, noi renderemmo clandestina niente di meno che la domanda di un mondo nuovo. E c' è poi un altro ordine di considerazioni, non meno impegnativo e concettualmente vincolante. È in atto in Italia un tentativo di sfondamento populista della coscienza politica del Paese, di totalizzazione plebiscitaria del suo senso comune, e quindi di scarnificazione della nostra democrazia. Esso fa leva su strati profondi del carattere nazionale, e cerca di esaltare pulsioni antiche, selezionate da una storia millenaria. Non credo sia un' operazione destinata al successo: per il berlusconismo è piuttosto un' incendiarsi del cielo al tramonto, che l' annuncio di una nuova alba. Ma questo non toglie che già il solo provarci stia riempiendo il terreno di scorie e gli animi di tossine, e che qualunque intrapresa in questa direzione vada contrastata con estrema decisione. Ogni giorno che passa l' orizzonte si colma di macerie. Probabilmente, anche Fini lo sta capendo benissimo, e forse comincia a capirlo almeno una parte della Chiesa. Ma di nuovo, l' astensione renderebbe irriconoscibile questa volontà di opporsi («non in mio nome» diceva bene ieri Serra), questa esigenza di contrasto per imporre un' altra idea di Italia, più adulta, più matura, più liberata. In qualche modo, ci priveremmo dello stesso diritto di poterci non dire berlusconiani. Io non so se il Partito democratico sia - come è stato detto - «un amalgama mal riuscito». So però che comunque è troppo presto per affermarlo, e che quella formazione nasce da un tentativo generoso e lungimirante, e che i venti anni che lo hanno preceduto, e a cui ha posto fortunatamente fine, sono stati i peggiori della sinistra italiana - anche se sono stati gli anni che la hanno vista per la prima volta al governo, e nessuno può sottovalutare l' importanza dell' evento. È la ragione e non il cuore a spiegarci che indietro non si torna. Ed è la ragione che deve portarci alle urne, e guidare la nostra decisione. - ALDO SCHIAVONE
L'articolo, secondo me, è molto molto interessante. Fate come me, non vi focalizzate sulla indicazione di voto: è l'analisi che merita riflessione.
Di Aldo Schiavone ho letto recentemente "L'Italia contesa" edito da Laterza. Piccolo libro che contiene un barlume di speranza.
Repubblica — 05 giugno 2009
"Il pericolo c' è, ed è reale. Una bolla di stanchezza e di disperata indifferenza - non sappiamo quanto vasta - rischia di installarsi nel cuore civile e politico del Paese, e di risucchiare dentro di sé - verso l' astensione - una parte che potrebbe rivelarsi anche non trascurabile dell' elettorato tradizionalmente, o anche solo potenzialmente, "progressista". E infatti è inutile nasconderselo: fra il popolo della sinistra italiana (per favore, non chiamiamolo più "gente"), e i partiti in cui dovrebbe riconoscersi, mai la distanza e l' incomprensione sono state tanto forti e diffuse. Nello scollamento c' è di tutto: vuoto di idee, logoramento di parole, consunzione di gruppi dirigenti - insomma, un' autentica caduta verticale della rappresentanza. È, purtroppo, la nostra Italia: e Michele Serra ne ha appena dato, ieri, su questo giornale un ritratto impeccabile. A questo sentimento di disaffezione è inutile opporre la logica delle convenienze tattiche, o il richiamo delle appartenenze: chi ne è preso, è ormai al di là della soglia raggiungibile con discorsi di tal genere. Ma non dovrebbe tuttavia essere insensibile alla forza della ragione. Cos' è mai stata, la sinistra, senza ragione, senza pensiero, senza analisi, ricerca, capacità di mettere in prospettiva situazioni ed eventi? Ed è dunque alla ragione molto più che al cuore che bisogna parlare, in questo momento - e soprattutto, alla ragione dei giovani. Proviamo allora a farlo. Per prima cosa, bisogna stare attenti a non lasciarci abbagliare dalle difficoltà del Pd (per non dire dei partiti alla sua sinistra), fino a non vedere un altro aspetto della realtà politica che ci circonda. Vale a dire, il fatto che in Italia, come del resto in Europa e in tutto l' Occidente, sta tornando con forza inaspettata, sull' onda della crisi, e malgrado le inadeguatezze dei suoi partiti "storici", rimasti drammaticamente indietro, un grande e inedito "bisogno di sinistra": nel senso di una nuova domanda di politica (mentre la destra si era fatta interprete solo del populismo antipolitico), di regole condivise (mentre la destra aveva fatto dell' anarchia mercatista la sua bandiera), di legami sociali (mentre la destra si era appagata di un individualismo acquisitivo e consumista che faceva il deserto intorno a sé), di misura e di eguaglianza come parità nelle opportunità di vita e nelle possibilità di accesso alle risorse e alle conoscenze (mentre la destra non aveva saputo che elevare a proprio simbolo la "dismisura" privata del suo leader). Se si guarda bene, si vede che lo scarto fra il popolo della sinistra e la sua rappresentanza politica è tanto più acuto, quanto più quella frattura comincia a rivelare questo secondo scompenso: fra le nuove domande rese urgenti dalla crisi, e le risposte che quei partiti, qui e ora, sono in grado di offrire. Se le cose stanno in questi termini, è comunque indispensabile che il nuovo "bisogno di sinistra" - come esigenza di una politica, di un' etica e di un' economia guidate da una progettualità sociale che non trovi nel mercato e nei consumi la sua sola razionalità - emergente dalla forza stessa del presente, non si disperda, trovi il tempo e lo spazio per cristallizzarsi e per presentarsi per quello che è davvero: uno straordinario motore di innovazione e di cambiamento. Ma se invece la reazione a tutto ciò è l' astensione - perché riusciamo a vedere solo il vecchio dei partiti e non la novità dirompente che gli si sta formando intorno - noi rendiamo irriconoscibile politicamente e socialmente la domanda di una nuova cultura della misura, delle regole, della sobrietà, della stessa accumulazione capitalistica e dello stesso rapporto fra valore d' uso e valore di scambio (è Manuel Castells ad usare questi termini, non qualche dinosauro paleomarxista); in altri termini, noi renderemmo clandestina niente di meno che la domanda di un mondo nuovo. E c' è poi un altro ordine di considerazioni, non meno impegnativo e concettualmente vincolante. È in atto in Italia un tentativo di sfondamento populista della coscienza politica del Paese, di totalizzazione plebiscitaria del suo senso comune, e quindi di scarnificazione della nostra democrazia. Esso fa leva su strati profondi del carattere nazionale, e cerca di esaltare pulsioni antiche, selezionate da una storia millenaria. Non credo sia un' operazione destinata al successo: per il berlusconismo è piuttosto un' incendiarsi del cielo al tramonto, che l' annuncio di una nuova alba. Ma questo non toglie che già il solo provarci stia riempiendo il terreno di scorie e gli animi di tossine, e che qualunque intrapresa in questa direzione vada contrastata con estrema decisione. Ogni giorno che passa l' orizzonte si colma di macerie. Probabilmente, anche Fini lo sta capendo benissimo, e forse comincia a capirlo almeno una parte della Chiesa. Ma di nuovo, l' astensione renderebbe irriconoscibile questa volontà di opporsi («non in mio nome» diceva bene ieri Serra), questa esigenza di contrasto per imporre un' altra idea di Italia, più adulta, più matura, più liberata. In qualche modo, ci priveremmo dello stesso diritto di poterci non dire berlusconiani. Io non so se il Partito democratico sia - come è stato detto - «un amalgama mal riuscito». So però che comunque è troppo presto per affermarlo, e che quella formazione nasce da un tentativo generoso e lungimirante, e che i venti anni che lo hanno preceduto, e a cui ha posto fortunatamente fine, sono stati i peggiori della sinistra italiana - anche se sono stati gli anni che la hanno vista per la prima volta al governo, e nessuno può sottovalutare l' importanza dell' evento. È la ragione e non il cuore a spiegarci che indietro non si torna. Ed è la ragione che deve portarci alle urne, e guidare la nostra decisione. - ALDO SCHIAVONE
L'articolo, secondo me, è molto molto interessante. Fate come me, non vi focalizzate sulla indicazione di voto: è l'analisi che merita riflessione.
Di Aldo Schiavone ho letto recentemente "L'Italia contesa" edito da Laterza. Piccolo libro che contiene un barlume di speranza.
lunedì 18 maggio 2009
segnalazione
Ho ricevuto questa mail in seguito ad un mio post sull'emigrazione italiana in Svizzera negli anni 60/70. Spero che qualcuno sia in grado di aiutare il sig. Raphael Engel nel suo progetto.
"Egrega Signora,
Ho letto le sue intervenzioni su un blog dalla Svizzera e vedo que lei ha una coscienza humana.
Stiamo realizzando un documentario televisivo sullo statuto dello stagionale e i problemi relativi ai ricongiungimenti famigliari nella Svizzera degli anni 60-90.
Cerchiamo testimoni che possano riferire su questo capitolo di storia svizzera.
Lei saprebbe come aiutarci a difundere questa nostra informazione (vedda documento).
Grazie e cordiali saluti
Avec mes salutations les meilleures,
Raphaël Engel
Journaliste à Temps Présent
Tel: ++41 79 615 20 60
Télévision Suisse (TSR)
Quai Ernest-Ansermet 20
CP 234
1211 Genève 11 - CH
raphael.engel@tsr.ch
QUESTO è IL QUESTIONARIO
La Televisione della Svizzera Romanda cerca testimonianze sulle consequenze umane del vecchio statuto dello stagionale.
Avete vissuto personalmente anni difficili ai tempi in cui la Svizzera non permetteva i ricongiungimenti familiare dei lavoratori stagionali ? (Periodo 1950-1980)
I vostri figli hanno vissuto per un certo periodo in Svizzera da clandestini ?
Forse siete stato anche voi un bambino clandestino ?
Forse conoscete una storia interessante di clandestinità in Svizzera ?
La vostra testimonianza potrebbe essere molto interessante.
La Televisione della Svizzera Romanda (TSR) sta lavorando ad un documentario di « Temps Presents » sul tema dei bambini clandestini nel periodo in cui vigeva lo statuto dello stagionale.
Vi ringraziamo anticipatamente per il Vostro contributo e Vi invitiamo a prendere contatto con noi senza impegno.
La discrezione è garantita
Raphaël Engel
079 615 20 60
raphael.engel@tsr.ch
Marina Frigerio
031 991 42 86
marina.frigerio@bluewin.ch (Segreteria telefonica)
Indirizzo postale :
Raphaël Engel
Télévision Suisse
CP 234
CH - 1211 Genève 8
"Egrega Signora,
Ho letto le sue intervenzioni su un blog dalla Svizzera e vedo que lei ha una coscienza humana.
Stiamo realizzando un documentario televisivo sullo statuto dello stagionale e i problemi relativi ai ricongiungimenti famigliari nella Svizzera degli anni 60-90.
Cerchiamo testimoni che possano riferire su questo capitolo di storia svizzera.
Lei saprebbe come aiutarci a difundere questa nostra informazione (vedda documento).
Grazie e cordiali saluti
Avec mes salutations les meilleures,
Raphaël Engel
Journaliste à Temps Présent
Tel: ++41 79 615 20 60
Télévision Suisse (TSR)
Quai Ernest-Ansermet 20
CP 234
1211 Genève 11 - CH
raphael.engel@tsr.ch
QUESTO è IL QUESTIONARIO
La Televisione della Svizzera Romanda cerca testimonianze sulle consequenze umane del vecchio statuto dello stagionale.
Avete vissuto personalmente anni difficili ai tempi in cui la Svizzera non permetteva i ricongiungimenti familiare dei lavoratori stagionali ? (Periodo 1950-1980)
I vostri figli hanno vissuto per un certo periodo in Svizzera da clandestini ?
Forse siete stato anche voi un bambino clandestino ?
Forse conoscete una storia interessante di clandestinità in Svizzera ?
La vostra testimonianza potrebbe essere molto interessante.
La Televisione della Svizzera Romanda (TSR) sta lavorando ad un documentario di « Temps Presents » sul tema dei bambini clandestini nel periodo in cui vigeva lo statuto dello stagionale.
Vi ringraziamo anticipatamente per il Vostro contributo e Vi invitiamo a prendere contatto con noi senza impegno.
La discrezione è garantita
Raphaël Engel
079 615 20 60
raphael.engel@tsr.ch
Marina Frigerio
031 991 42 86
marina.frigerio@bluewin.ch (Segreteria telefonica)
Indirizzo postale :
Raphaël Engel
Télévision Suisse
CP 234
CH - 1211 Genève 8
sabato 25 aprile 2009
ricordare
"Resisteva il popolo, tutto, con una muta, scontrosa, impassibilità. Resisteva ai neofascisti, ai quali non dette la menoma collaborazione. Nessuna città fu meno prona di Roma ai nuovi tirannelli. [...]
Roma, ancora oppressa dai tedeschi e dai fascisti, si sentiva già avulsa dal resto d'Italia, indipendente da quel governo del settentrione. E resisteva ai tedeschi, incurante delle grida che minacciavano di morte chi non si presentasse al servizio del lavoro. Al primo bando si presentò poco più del due per cento dei chiamati; al secondo bando non si presentò, si può dire, nessuno (un ufficiale tedesco, un 'tecnico' dell'occupazione, che era stato in Olanda, in Polonia, in Francia, non se ne capacitava. Dappertutto, diceva, ho visto che al primo bando si presentava il venticinque, il trenta per cento dei chiamati, al secondo si arrivava al quarantacinque, al cinquanta per cento; ma qui da voi è impossibile, non viene nessuno). Era una ribellione muta, paziente, incrollabile. Un giorno il comando tedesco fece sfilare per le vie della città un'intera divisione, carri armati, auto blindate, negli autocarri soldati in perfetta tenuta di guerra, i fucili mitragliatori puntati verso la strada, una perfetta, terribile, macchina di guerra. I romani la lasciarono passare con qualche occhiata distratta, i crocchi si discioglievano al passaggio, gente che aspettava l'autobus si allontanava perché non si credesse che stesse ferma a spettacolo. "
Paolo Monelli: Roma 1943-Einaudi, Torino - 1993
Roma, ancora oppressa dai tedeschi e dai fascisti, si sentiva già avulsa dal resto d'Italia, indipendente da quel governo del settentrione. E resisteva ai tedeschi, incurante delle grida che minacciavano di morte chi non si presentasse al servizio del lavoro. Al primo bando si presentò poco più del due per cento dei chiamati; al secondo bando non si presentò, si può dire, nessuno (un ufficiale tedesco, un 'tecnico' dell'occupazione, che era stato in Olanda, in Polonia, in Francia, non se ne capacitava. Dappertutto, diceva, ho visto che al primo bando si presentava il venticinque, il trenta per cento dei chiamati, al secondo si arrivava al quarantacinque, al cinquanta per cento; ma qui da voi è impossibile, non viene nessuno). Era una ribellione muta, paziente, incrollabile. Un giorno il comando tedesco fece sfilare per le vie della città un'intera divisione, carri armati, auto blindate, negli autocarri soldati in perfetta tenuta di guerra, i fucili mitragliatori puntati verso la strada, una perfetta, terribile, macchina di guerra. I romani la lasciarono passare con qualche occhiata distratta, i crocchi si discioglievano al passaggio, gente che aspettava l'autobus si allontanava perché non si credesse che stesse ferma a spettacolo. "
Paolo Monelli: Roma 1943-Einaudi, Torino - 1993
di Carla Capponi
da Storiaememoria. it
Tante donne, operaie, contadine, studentesse, impiegate, aristocratiche, casalinghe, suore. Tutte volontariamente, spontaneamente, senza un ordine, senza un appello se non quello del loro cuore, scesero in campo trasformando la città, le campagne della provincia, assediate, saccheggiate, bombardate, in tanti rifugi segreti ove trovarono salvezza "i poveri figli di mamma"; i soldati di quelli esercito che Mussolini aveva portato alla guerra e alla disfatta. C'è chi ha ironizzato sul numero dei partigiani riconosciuti: "troppi", è stato scritto: "avete gonfiato il numero dei partecipanti". Contro questa accusa e la presunzione di reinterpretare i fatti, la storia di quei 272 giorni di occupazione nazifascista di Roma, voglio portare un contributo, un approfondimento, di conoscenza, su chi, pur non combattendo con le armi, ha lottato, rischiando forse più di me, con meno gloria. Troppe donne non sono state neppure riconosciute patriote e dei loro nomi, del loro coraggio si è persa la memoria. Dovendomi limitare per motivi di tempo all'analisi degli ultimi mesi quando si preparava la liberazione di Roma da parte degli alleati, dovrei tacere del grande contributo di partecipazione civile dato dalle donne l'8 settembre, e nei due giorni di combattimenti che seguirono, per la difesa, di Roma da parte dei militari. Consentitemi tuttavia di ricordare, perché è essenziale ai fini della comprensione del coinvolgimento delle masse femminili nelle operazioni di guerriglia che si svilupparono nei nove mesi successivi, come iniziò il loro impegno, la loro scelta di lotta. Nella battaglia combattuta dai militari, dalla Magliana alla Montagnola, a Porta San Paolo, 414 militari caddero nei combattimento, ma ci furono anche a combattere con loro e a morire, 156 civili morti e 27 donne che perirono portando soccorso ai feriti, aiuto ai combattenti; tra di esse una decorata di Medaglia di Argento al Valor Militare.122 furono le donne arrestate portate a Via Tasso e a Regina Coeli, di loro molte furono deportate in Germania. Dieci furono assassinate per le strade di Roma nelle dimostrazioni contro i rastrellamenti e negli assalti ai forni. Una fu, uccisa a Viale Giulio Cesare sotto la Caserma dell'81° fanteria, mentre con altre centinaia di donne reclamava la liberazione di duemila rastrellati costretti nella caserma, il suo nome è Teresa Gullace (Medaglia d'Oro al Valor Civile); un'altra in quello stesso giorno, 3 marzo 1944, fu uccisa sui gradini della chiesa di Piazza dei Quiriti. Otto donne furono fucilate davanti al mulino del forno Tesei a Ponte di ferro; sul luogo fu messa una lapide con i nomi, che attualmente è scomparsa. Un'altra fu uccisa nel cuore di Roma umbertina, la signora Calò Carducci, nel tentativo di impedire ai tedeschi, che avevano fatto irruzione nella sua casa, di arrestare suo figlio con un gruppo di militari da lei nascosti; un'altra ancora fu uccisa al Tiburtino Terzo, Maria Martinelli. Grande era la massa dei militari sbandati, bloccati a Roma nell'impossibilità di rifugiarsi a sud oltre la linea Gustav, per sfuggire alle fucilazioni o alla deportazione. Alto era il numero dei prigionieri di guerra inglesi, americani, francesi, fuggiti dai campi di prigionia bisognosi di essere nascosti, sfamati, vestiti. Alto era il numero dei funzionari, impiegati, lavoratori che, piuttosto che aderire al Governo della Repubblica fascista, si diedero alla macchia passando nelle file della Resistenza. Una massa di uomini, tutti con la pena capitale già emanata per bando dai nazisti e dai fascisti, che trovarono, fin dall'8 settembre, aiuto e salvezza, nel coraggio e nella determinazione delle donne romane. Roma aveva già subito bombardamenti, devastazioni, a San Lorenzo, al Tiburtino ecc.; la popolazione era stremata da tre anni di razionamenti; scarsi erano i rifornimenti per la distruzione delle vie di comunicazione e aver accolto oltre centocinquantamila profughi fuggiti dalle città distrutte del Garigliano, da Cassino a Latina, da Frascati e da tutta la costa laziale. Si disse dei romani che una metà di essi ospitava l'altra metà. Al primo momento di spontanea solidarietà e partecipazione, seguì il momento dell'organizzazione e, fu per l'esperienza e l'opera dei componenti, i partiti politici antifascisti, per la riorganizzazione dei militari nella clandestinità, con a capo il Colonnello Montezemolo, che riuscì creare una rete di collegamenti così efficiente da tener testa, alla perfetta macchina poliziesca, repressiva, micidiale dei nazisti. Le donne che provenivano dalla file dei partiti politici antifascista, molte delle quali uscite da pochi giorni dalle carceri, tornate dal confino nelle isole, decisero di formare un Comitato di Coordinamento per le attività di assistenza e di appoggio alle forze combattenti, civili e militari. Il Comitato era composto da donne di varie esperienze politiche. Alcuni nomi che ricordo: Clara Cannarsa, Adele Bei, Egle Gualdi, la Fancello, Maria Maggi, Ebe Riccio, la Ripa di Meana, la principessa Doria, Marcella Lapiccirella, Laura Lombardo Radice, Laura Garrone, Titina Maselli, Marisa Cinciari, la dott.ssa Fancello, le sorelle Bruni, la contessa Stelluti Scala ed altre. Il Comitato di Coordinamento, nato a Roma, possiamo dire che fu il primo abbozzo di quello che al Nord prese il nome di "Gruppi di difesa della donna", che organizzò più di settantamila donne, la gran parte delle quali, mai riconosciute né patriote né partigiane. Nacquero i comitati di zona negli otto quartieri in cui era stata divisa Roma dalle forze della Resistenza che si collegavano al centro per mezzo di giovani staffette. Molti e pesanti, sempre rischiosi, furono i compiti svolti nei nove mesi. Diffusione di volantini con gli appelli alla popolazione romana o alle donne stesse. La diffusione dei giornali; io stessa ho avuto in casa fino alla fine del mese di dicembre, il centro dello smistamento della stampa clandestina per la quarta forza di Roma, dei giornali del Partito Comunista (l'Unità) e del Partito D'azione, (Risorgimento Liberale), dei cattolici comunisti (La Voce operaia). Purtroppo a novembre fu individuata la tipografia di Via Basento dove furono arrestati Leone Ginzburg, Gastone e Manlio Rossi Doria, l'architetto Mario Fiorentino e tutti i tipografi. Erano quasi sempre le donne, che andavano e venivano, con i pacchi della stampa. I giornali dell'epoca avevano un solo foglio, di piccole dimensioni così da poterlo piegare e mettere in tasca o da poterlo infilare nelle buche delle lettere e sotto le saracinesche dei negozi. Alcune di queste postine sono divenute celebri: Titina Maselli, la Scialoia, Franca Angelini, Giovanna Ribet, Laura Garroni, (divenuta poi artificiere dei G.A.P., con il nome di Caterina), Marisa Cinciari, Anna Carrani (della Manifattura Tabacchi), Nanda Coari, Maddalena Accorinti, Marina Ghirelli (passata poi ai G.A.P.), la Signora Usiello (moglie di un barbiere di Via del Boschetto, che aveva la responsabilità della diffusione della stampa tra le botteghe della zona Monti). La Signora Perna, la signora Bruscani, Giuliana e Marcella De Francesco. Erano le donne che trasportavano le armi, nella borsa della spesa, attraverso, la città, che prelevavano i chiodi a tre punte dalle officine dell'A.T.A.G. del Prenestino, ritiravano gli spezzoni, prodotti nelle officine del GAS di San Paolo, che saranno usati per confezionare le bombe dagli artificieri Giorgio Labò, Gianfranco Mattei, Giulio Cortini, Laura Garrone, bombe che saranno usate negli attacchi ai nazisti di piazza Barberini, della stazione Termini, di Via Rasella, di Via Claudia, di Via dei Due Macelli e per decine di altre azioni. Sono le donne che si organizzano per assalire i forni ove si panifica il pane bianco per fascisti e nazisti. Gli assalti avvengono nei quartieri di Trionfale, Borgo Pio, Via Leone Quarto, davanti alla sede delle delegazione, per protestare contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte. A guidarle in questi quartieri sono le sorelle De Angelis, Maddalena Accorinti ed altre. Sempre in Via Leone Quarto viene assalito il forno De Acutis, ma qui c'è il consenso dello steso proprietario, che distribuito il pane e la farina, si dà alla clandestinità. Altri assalti avvengono in Via Vespasiano, in Via Ottaviano, in Via Candia, al Tiburtino Terzo durante lo sciopero generale indetto per il 3 maggio, dove viene uccisa, dalla P.A.I., Maria Martinelli, madre di quattro bambini. Sono le donne che accompagnano i prigionieri fuggitivi fuori città per collegarli ai nuclei partigiani dei Castelli romani; a volte esse sono giovanissime come Gloria Chilanti (quattordici anni), che accompagnò un marinaio russo attraverso Roma, per metterlo in collegamento con i partigiani di Monterotondo. Ognuno fa quanto è necessario, con prudenza, con intelligenza, con astuzia, col cuore. A causa della mancata risposta dei romani all'appello nazista per il lavoro obbligatorio, iniziano ì rastrellamenti per le vie dei quartieri di Roma; il più massiccio fu quello condotto nel quartiere Quadraro durante la notte del 17 aprile 1944. Duemila uomini furono rastrellati, strappandoli letteralmente dal letto delle proprie case durante la notte; settecento di essi furono deportati in Germania. Iniziano gli imponenti arresti nelle file della Resistenza, tra cui molte donne: Elettra Pollastrini, Lina Trozzi, Vera Michelin, arrestate, sono condannati e deportate nel carcere duro in Austria. Carla Angelini, Bianca Bucciarelli, la signora Fontana e la signora Rodriguez, mogli di ufficiali dei Carabinieri, subiscono confronti crudeli, interrogatori durissimi; così Maria Teresa Regard, Iole Mancini, la Di Pillo e tante tante altre (122). Nessuna di esse ebbe un cedimento; furono, con il loro silenzio, le più dure e temíbili avversarie della macchina di morte nazi-fascista. Un esercito solidale, silenzioso, senza divisa, senza gradi, senza il “soldo”; un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso, e valore al ruolo della donna nella società italiana, degradato ed offeso dalla teoria fascista che vedeva le donne solo come delle fattrici di figli per la patria. Si organizzano gli scioperi nelle fabbriche romane ove lavorano le donne; alla Manifattura Tabacchi è Anna Carrani che organizza le operaie; mi collego con lei, inviata da Adele Bei, per fissare le modalità, i tempi e le richieste sindacali. La riunione avviene in una piccola osteria vicino piazza Mastai, a Via della Luce, nell'intervallo del pranzo; si stabilisce di dare inizio allo sciopero con una sola ora di sospensione dal lavoro, senza uscire dalla Manifattura. Le richieste erano: aumento della razione del pane, indennità di bombardamento, aumento dei salario. Lo sciopero si organizza per il primo di Aprile; così anche alla Stacchini di Via Baccina ove le operaie formano una delegazione che avanza le stesse richieste. Sono avvertite le autorità fasciste e la prefettura, che intervengono promettendo i miglioramenti. Il secondo sciopero è il 3 maggio: ottocento operaie restano fuori della Manifattura Tabacchi per più di un'ora, per unire la loro protesta allo sciopero generale indetto per quel giorno, dal Comitato quadripartito. Lo sciopero generale del 3 maggio riuscì solo parzialmente; il successo maggiore si ebbe alla tipografia del "Il Messaggero", ove tutti gli operai si astennero dal lavoro. Il giornale usci con molto ritardo, stampato alla meglio da tipografi raccattati in altri giornali. Il direttore, Spampanato, si vendicò compiendo l'elenco degli assenti, che consegnò ai tedeschi; 19 operai furono arrestati. Scioperarono, anche se parzialmente, gli operai della Società Tudini e Talenti e del mattatoio. Non scioperarono i tranvieri perché i fascisti, forse avvertiti da qualche "delatore", mandarono le guardie repubblicane e truppe tedesche ad occupare i depositi, obbligando il 3 mattina, con minacce, i conducenti a riprendere il servizio e a far uscire tutte le vetture scortate da una guardia repubblichina. Furono organizzati in vari quartieri comizi volanti e lanci di manifestini a Piazza Fiume, a Largo Tassoni, a Piazzale Flaminio, a Piazza Bologna, al Quadraro e a Tesatccio. Gruppi di donne manifestanti tentano di bloccare i tram appoggiate dai G.A.P. che riescono, in qualche caso, a far saltare gli interruttori elettrici, bloccando il traffico tranviario. Altri assalti ai forni si verificano con successo a Montesacro, a Val Melaina e al Tiburtino Terzo, ove, come ho già accennato, Caterina Martinelli trovò la morte e la sua piccola figlia restò per sempre paralizzata. Gli scioperi dei 3 maggio, anche se parziali, conseguono un certo successo; c'è una distribuzione straordinaria di viveri, una serie di piccole concessioni sul lavoro e promesse di un aumento ai tipografi e alle tabacchine. In attesa della liberazione di Roma da parte degli Alleati, di cui si sente prossimo l'arrivo, per la rottura del fronte a Cassino, si organizza la sorveglianza ai ponti per impedire che vengano fatti saltare. Gli operai delle grosse aziende industriali formano turni di vigilanza sulle officine A.T..A.G., del gas, al mattatoio affinché non vengano distrutti i macchinari Importanti azioni sono compiute dai G.A.P. di zona dal 20 al 30 maggio. I componenti dei G.A.P. centrali, i superstiti dei massicci arresti avvenuti per la delazione di uno di essi (Gugliemo Blasi) sono inviati in provincia e a sud di Roma nelle zone prossime al fronte, per preparare l'insurrezione. Gli Alleati hanno promesso un "'Campo di lancio" con armi sul monte Gennaro (Tivoli) che sarà preannunciato da Radio Londra con la parola d'ordine "la neve è caduta". Il G.A.P. di Mario Fiorentini è, inviato a Tivoli, la gappista Lucia Ottobrini a Castel Madama con i partigiani comandati dal capitano Rocchi e dal tenente Gaudiosi. Il G.A.P. Pisacane di Bentívegna è incaricato del campo di lancio del monte Gennaro. Ricordo come partimmo quel pomeriggio, con due biciclette senza freni e gli zaini pesanti con dentro i fari elettrici. Eravamo diretti a Tivoli per collegarci con i partigiani di monte Gennaro, ma a Ponte Mammolo fummo bloccati da una colonna di carri armati tedeschi, che correvano verso Roma, seguiti da molti soldati appiedati. Fummo bloccati, tememmo per qualche momento di essere messi al muro non appena avessero scoperto il contenuto dei nostri zaini, ma si contentarono di rubarci una bicicletta. Prima di arrivare a Bagni di Tivoli incontrammo gli americani che spuntavano avanzando tra il grano alto e gli ulivi e che ci salutavano con i visi allegri e stanchi, con il medio e l'indice posti a "V", in segno di vittoria ... Ci abbracciammo felici e d'improvviso ci sentimmo cadere di dosso tutte le sofferenze, le angosce, la paura, la fame. Ci buttammo su quell'unica bicicletta, io sulla canna con lo zaino sul manubrio e Bentivegna a pedalare, per arrivare prima di loro e avvertire Gerratana che Tivoli era stata liberata e gli Alleati marciavano verso Roma.
Tante donne, operaie, contadine, studentesse, impiegate, aristocratiche, casalinghe, suore. Tutte volontariamente, spontaneamente, senza un ordine, senza un appello se non quello del loro cuore, scesero in campo trasformando la città, le campagne della provincia, assediate, saccheggiate, bombardate, in tanti rifugi segreti ove trovarono salvezza "i poveri figli di mamma"; i soldati di quelli esercito che Mussolini aveva portato alla guerra e alla disfatta. C'è chi ha ironizzato sul numero dei partigiani riconosciuti: "troppi", è stato scritto: "avete gonfiato il numero dei partecipanti". Contro questa accusa e la presunzione di reinterpretare i fatti, la storia di quei 272 giorni di occupazione nazifascista di Roma, voglio portare un contributo, un approfondimento, di conoscenza, su chi, pur non combattendo con le armi, ha lottato, rischiando forse più di me, con meno gloria. Troppe donne non sono state neppure riconosciute patriote e dei loro nomi, del loro coraggio si è persa la memoria. Dovendomi limitare per motivi di tempo all'analisi degli ultimi mesi quando si preparava la liberazione di Roma da parte degli alleati, dovrei tacere del grande contributo di partecipazione civile dato dalle donne l'8 settembre, e nei due giorni di combattimenti che seguirono, per la difesa, di Roma da parte dei militari. Consentitemi tuttavia di ricordare, perché è essenziale ai fini della comprensione del coinvolgimento delle masse femminili nelle operazioni di guerriglia che si svilupparono nei nove mesi successivi, come iniziò il loro impegno, la loro scelta di lotta. Nella battaglia combattuta dai militari, dalla Magliana alla Montagnola, a Porta San Paolo, 414 militari caddero nei combattimento, ma ci furono anche a combattere con loro e a morire, 156 civili morti e 27 donne che perirono portando soccorso ai feriti, aiuto ai combattenti; tra di esse una decorata di Medaglia di Argento al Valor Militare.122 furono le donne arrestate portate a Via Tasso e a Regina Coeli, di loro molte furono deportate in Germania. Dieci furono assassinate per le strade di Roma nelle dimostrazioni contro i rastrellamenti e negli assalti ai forni. Una fu, uccisa a Viale Giulio Cesare sotto la Caserma dell'81° fanteria, mentre con altre centinaia di donne reclamava la liberazione di duemila rastrellati costretti nella caserma, il suo nome è Teresa Gullace (Medaglia d'Oro al Valor Civile); un'altra in quello stesso giorno, 3 marzo 1944, fu uccisa sui gradini della chiesa di Piazza dei Quiriti. Otto donne furono fucilate davanti al mulino del forno Tesei a Ponte di ferro; sul luogo fu messa una lapide con i nomi, che attualmente è scomparsa. Un'altra fu uccisa nel cuore di Roma umbertina, la signora Calò Carducci, nel tentativo di impedire ai tedeschi, che avevano fatto irruzione nella sua casa, di arrestare suo figlio con un gruppo di militari da lei nascosti; un'altra ancora fu uccisa al Tiburtino Terzo, Maria Martinelli. Grande era la massa dei militari sbandati, bloccati a Roma nell'impossibilità di rifugiarsi a sud oltre la linea Gustav, per sfuggire alle fucilazioni o alla deportazione. Alto era il numero dei prigionieri di guerra inglesi, americani, francesi, fuggiti dai campi di prigionia bisognosi di essere nascosti, sfamati, vestiti. Alto era il numero dei funzionari, impiegati, lavoratori che, piuttosto che aderire al Governo della Repubblica fascista, si diedero alla macchia passando nelle file della Resistenza. Una massa di uomini, tutti con la pena capitale già emanata per bando dai nazisti e dai fascisti, che trovarono, fin dall'8 settembre, aiuto e salvezza, nel coraggio e nella determinazione delle donne romane. Roma aveva già subito bombardamenti, devastazioni, a San Lorenzo, al Tiburtino ecc.; la popolazione era stremata da tre anni di razionamenti; scarsi erano i rifornimenti per la distruzione delle vie di comunicazione e aver accolto oltre centocinquantamila profughi fuggiti dalle città distrutte del Garigliano, da Cassino a Latina, da Frascati e da tutta la costa laziale. Si disse dei romani che una metà di essi ospitava l'altra metà. Al primo momento di spontanea solidarietà e partecipazione, seguì il momento dell'organizzazione e, fu per l'esperienza e l'opera dei componenti, i partiti politici antifascisti, per la riorganizzazione dei militari nella clandestinità, con a capo il Colonnello Montezemolo, che riuscì creare una rete di collegamenti così efficiente da tener testa, alla perfetta macchina poliziesca, repressiva, micidiale dei nazisti. Le donne che provenivano dalla file dei partiti politici antifascista, molte delle quali uscite da pochi giorni dalle carceri, tornate dal confino nelle isole, decisero di formare un Comitato di Coordinamento per le attività di assistenza e di appoggio alle forze combattenti, civili e militari. Il Comitato era composto da donne di varie esperienze politiche. Alcuni nomi che ricordo: Clara Cannarsa, Adele Bei, Egle Gualdi, la Fancello, Maria Maggi, Ebe Riccio, la Ripa di Meana, la principessa Doria, Marcella Lapiccirella, Laura Lombardo Radice, Laura Garrone, Titina Maselli, Marisa Cinciari, la dott.ssa Fancello, le sorelle Bruni, la contessa Stelluti Scala ed altre. Il Comitato di Coordinamento, nato a Roma, possiamo dire che fu il primo abbozzo di quello che al Nord prese il nome di "Gruppi di difesa della donna", che organizzò più di settantamila donne, la gran parte delle quali, mai riconosciute né patriote né partigiane. Nacquero i comitati di zona negli otto quartieri in cui era stata divisa Roma dalle forze della Resistenza che si collegavano al centro per mezzo di giovani staffette. Molti e pesanti, sempre rischiosi, furono i compiti svolti nei nove mesi. Diffusione di volantini con gli appelli alla popolazione romana o alle donne stesse. La diffusione dei giornali; io stessa ho avuto in casa fino alla fine del mese di dicembre, il centro dello smistamento della stampa clandestina per la quarta forza di Roma, dei giornali del Partito Comunista (l'Unità) e del Partito D'azione, (Risorgimento Liberale), dei cattolici comunisti (La Voce operaia). Purtroppo a novembre fu individuata la tipografia di Via Basento dove furono arrestati Leone Ginzburg, Gastone e Manlio Rossi Doria, l'architetto Mario Fiorentino e tutti i tipografi. Erano quasi sempre le donne, che andavano e venivano, con i pacchi della stampa. I giornali dell'epoca avevano un solo foglio, di piccole dimensioni così da poterlo piegare e mettere in tasca o da poterlo infilare nelle buche delle lettere e sotto le saracinesche dei negozi. Alcune di queste postine sono divenute celebri: Titina Maselli, la Scialoia, Franca Angelini, Giovanna Ribet, Laura Garroni, (divenuta poi artificiere dei G.A.P., con il nome di Caterina), Marisa Cinciari, Anna Carrani (della Manifattura Tabacchi), Nanda Coari, Maddalena Accorinti, Marina Ghirelli (passata poi ai G.A.P.), la Signora Usiello (moglie di un barbiere di Via del Boschetto, che aveva la responsabilità della diffusione della stampa tra le botteghe della zona Monti). La Signora Perna, la signora Bruscani, Giuliana e Marcella De Francesco. Erano le donne che trasportavano le armi, nella borsa della spesa, attraverso, la città, che prelevavano i chiodi a tre punte dalle officine dell'A.T.A.G. del Prenestino, ritiravano gli spezzoni, prodotti nelle officine del GAS di San Paolo, che saranno usati per confezionare le bombe dagli artificieri Giorgio Labò, Gianfranco Mattei, Giulio Cortini, Laura Garrone, bombe che saranno usate negli attacchi ai nazisti di piazza Barberini, della stazione Termini, di Via Rasella, di Via Claudia, di Via dei Due Macelli e per decine di altre azioni. Sono le donne che si organizzano per assalire i forni ove si panifica il pane bianco per fascisti e nazisti. Gli assalti avvengono nei quartieri di Trionfale, Borgo Pio, Via Leone Quarto, davanti alla sede delle delegazione, per protestare contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte. A guidarle in questi quartieri sono le sorelle De Angelis, Maddalena Accorinti ed altre. Sempre in Via Leone Quarto viene assalito il forno De Acutis, ma qui c'è il consenso dello steso proprietario, che distribuito il pane e la farina, si dà alla clandestinità. Altri assalti avvengono in Via Vespasiano, in Via Ottaviano, in Via Candia, al Tiburtino Terzo durante lo sciopero generale indetto per il 3 maggio, dove viene uccisa, dalla P.A.I., Maria Martinelli, madre di quattro bambini. Sono le donne che accompagnano i prigionieri fuggitivi fuori città per collegarli ai nuclei partigiani dei Castelli romani; a volte esse sono giovanissime come Gloria Chilanti (quattordici anni), che accompagnò un marinaio russo attraverso Roma, per metterlo in collegamento con i partigiani di Monterotondo. Ognuno fa quanto è necessario, con prudenza, con intelligenza, con astuzia, col cuore. A causa della mancata risposta dei romani all'appello nazista per il lavoro obbligatorio, iniziano ì rastrellamenti per le vie dei quartieri di Roma; il più massiccio fu quello condotto nel quartiere Quadraro durante la notte del 17 aprile 1944. Duemila uomini furono rastrellati, strappandoli letteralmente dal letto delle proprie case durante la notte; settecento di essi furono deportati in Germania. Iniziano gli imponenti arresti nelle file della Resistenza, tra cui molte donne: Elettra Pollastrini, Lina Trozzi, Vera Michelin, arrestate, sono condannati e deportate nel carcere duro in Austria. Carla Angelini, Bianca Bucciarelli, la signora Fontana e la signora Rodriguez, mogli di ufficiali dei Carabinieri, subiscono confronti crudeli, interrogatori durissimi; così Maria Teresa Regard, Iole Mancini, la Di Pillo e tante tante altre (122). Nessuna di esse ebbe un cedimento; furono, con il loro silenzio, le più dure e temíbili avversarie della macchina di morte nazi-fascista. Un esercito solidale, silenzioso, senza divisa, senza gradi, senza il “soldo”; un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso, e valore al ruolo della donna nella società italiana, degradato ed offeso dalla teoria fascista che vedeva le donne solo come delle fattrici di figli per la patria. Si organizzano gli scioperi nelle fabbriche romane ove lavorano le donne; alla Manifattura Tabacchi è Anna Carrani che organizza le operaie; mi collego con lei, inviata da Adele Bei, per fissare le modalità, i tempi e le richieste sindacali. La riunione avviene in una piccola osteria vicino piazza Mastai, a Via della Luce, nell'intervallo del pranzo; si stabilisce di dare inizio allo sciopero con una sola ora di sospensione dal lavoro, senza uscire dalla Manifattura. Le richieste erano: aumento della razione del pane, indennità di bombardamento, aumento dei salario. Lo sciopero si organizza per il primo di Aprile; così anche alla Stacchini di Via Baccina ove le operaie formano una delegazione che avanza le stesse richieste. Sono avvertite le autorità fasciste e la prefettura, che intervengono promettendo i miglioramenti. Il secondo sciopero è il 3 maggio: ottocento operaie restano fuori della Manifattura Tabacchi per più di un'ora, per unire la loro protesta allo sciopero generale indetto per quel giorno, dal Comitato quadripartito. Lo sciopero generale del 3 maggio riuscì solo parzialmente; il successo maggiore si ebbe alla tipografia del "Il Messaggero", ove tutti gli operai si astennero dal lavoro. Il giornale usci con molto ritardo, stampato alla meglio da tipografi raccattati in altri giornali. Il direttore, Spampanato, si vendicò compiendo l'elenco degli assenti, che consegnò ai tedeschi; 19 operai furono arrestati. Scioperarono, anche se parzialmente, gli operai della Società Tudini e Talenti e del mattatoio. Non scioperarono i tranvieri perché i fascisti, forse avvertiti da qualche "delatore", mandarono le guardie repubblicane e truppe tedesche ad occupare i depositi, obbligando il 3 mattina, con minacce, i conducenti a riprendere il servizio e a far uscire tutte le vetture scortate da una guardia repubblichina. Furono organizzati in vari quartieri comizi volanti e lanci di manifestini a Piazza Fiume, a Largo Tassoni, a Piazzale Flaminio, a Piazza Bologna, al Quadraro e a Tesatccio. Gruppi di donne manifestanti tentano di bloccare i tram appoggiate dai G.A.P. che riescono, in qualche caso, a far saltare gli interruttori elettrici, bloccando il traffico tranviario. Altri assalti ai forni si verificano con successo a Montesacro, a Val Melaina e al Tiburtino Terzo, ove, come ho già accennato, Caterina Martinelli trovò la morte e la sua piccola figlia restò per sempre paralizzata. Gli scioperi dei 3 maggio, anche se parziali, conseguono un certo successo; c'è una distribuzione straordinaria di viveri, una serie di piccole concessioni sul lavoro e promesse di un aumento ai tipografi e alle tabacchine. In attesa della liberazione di Roma da parte degli Alleati, di cui si sente prossimo l'arrivo, per la rottura del fronte a Cassino, si organizza la sorveglianza ai ponti per impedire che vengano fatti saltare. Gli operai delle grosse aziende industriali formano turni di vigilanza sulle officine A.T..A.G., del gas, al mattatoio affinché non vengano distrutti i macchinari Importanti azioni sono compiute dai G.A.P. di zona dal 20 al 30 maggio. I componenti dei G.A.P. centrali, i superstiti dei massicci arresti avvenuti per la delazione di uno di essi (Gugliemo Blasi) sono inviati in provincia e a sud di Roma nelle zone prossime al fronte, per preparare l'insurrezione. Gli Alleati hanno promesso un "'Campo di lancio" con armi sul monte Gennaro (Tivoli) che sarà preannunciato da Radio Londra con la parola d'ordine "la neve è caduta". Il G.A.P. di Mario Fiorentini è, inviato a Tivoli, la gappista Lucia Ottobrini a Castel Madama con i partigiani comandati dal capitano Rocchi e dal tenente Gaudiosi. Il G.A.P. Pisacane di Bentívegna è incaricato del campo di lancio del monte Gennaro. Ricordo come partimmo quel pomeriggio, con due biciclette senza freni e gli zaini pesanti con dentro i fari elettrici. Eravamo diretti a Tivoli per collegarci con i partigiani di monte Gennaro, ma a Ponte Mammolo fummo bloccati da una colonna di carri armati tedeschi, che correvano verso Roma, seguiti da molti soldati appiedati. Fummo bloccati, tememmo per qualche momento di essere messi al muro non appena avessero scoperto il contenuto dei nostri zaini, ma si contentarono di rubarci una bicicletta. Prima di arrivare a Bagni di Tivoli incontrammo gli americani che spuntavano avanzando tra il grano alto e gli ulivi e che ci salutavano con i visi allegri e stanchi, con il medio e l'indice posti a "V", in segno di vittoria ... Ci abbracciammo felici e d'improvviso ci sentimmo cadere di dosso tutte le sofferenze, le angosce, la paura, la fame. Ci buttammo su quell'unica bicicletta, io sulla canna con lo zaino sul manubrio e Bentivegna a pedalare, per arrivare prima di loro e avvertire Gerratana che Tivoli era stata liberata e gli Alleati marciavano verso Roma.
sabato 7 marzo 2009
la mia piccola repubblica sconfitta
Scrivo con il portatile, stando sul letto perché mi sento stanca come se avessi spaccato pietre per ore sotto il sole e non mi tengo in piedi. Invece sono stata accudita e coccolata amorosamente da tutta una schiera di giovani donne attive, efficienti e allegre. Solo che ho sbattuto la faccia contro il carrozzone degli psicoeffetti speciali. Sembra che l'unico grande condottiero a non aver mai conosciuto una sconfitta sia stato Alessandro Magno. Tutti gli altri, liberatori o conquistatori, hanno preso delle belle tramvate. Così Cesare e così Napoleone, e non me ne potrebbe fregare di meno, ma così anche Garibaldi che difese inutilmente la Repubblica Romana, lo stato cui, in questi anni di strapotere vaticano sulla politica del mio paese,va spesso il mio pensiero, nostalgico e amareggiato. Sì, rimpiango la Repubblica Mazziniana e maledico mille volte gli ipocriti francesi, che la stroncarono con le armi. Né mai li perdonerò. Che si sappia. Comunque per tornare alle sconfitte, che cosa fa un generale sconfitto? Come prima cosa bestemmia, fuma nervosamente sigari puzzolenti e sbatte furioso il frustino sugli stivali. Poi però analizza le ragioni della sua sconfitta e ne trae indicazioni per le prossime battaglie. Così io. Non ho stivali né frustino, non fumo sigari, puzzolenti o meno e non ho abbastanza rabbia in corpo per bestemmiare. Mi sento anzi del tutto svuotata, uno straccetto umido e floscio. La sconfitta che ho subita, dovendo ritirarmi da Collevecchio sotto i colpi di mortaio dei miei fantasmagorici, originalissimi, massimamente creativi disturbi psichici, è pesante. Per la piccola repubblica che sono io è grave almeno quanto quella subita da Garibaldi, Mameli, Manara, Dandolo...Solo che loro erano eroi e io sono solo una piccola resistente. Al momento non posso neanche immaginare di scendere di nuovo in campo, mi fa troppo male tutto. Ma posso basarmi su una esperienza lunga anni ed anni e dirmi che piano piano ricostituirò una piccola sommetta di fiducia che mi farà sporgere di nuovo la testa fuori del mio territorio. Non so quanto tempo ci vorrà, ma so che è possibile riprendere fiducia, basta non accogliere sfide troppo alte, essere umili e pazienti e indulgenti con se stessi.
PRINCIPII FONDAMENTALI
I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
II. Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.
V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll'interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
VII. Dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici.
VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale.
Per essere sincera fino in fondo mentre tornavo verso casa mi sono chiesta: se tu avessi saputo che saresti stata così male, saresti andata ugualmente per incontrare Angela e gli altri? Pensaci bene. Ci tenevi così tanto! Ci ho pensato per diversi kilometri e poi ho dovuto ammettere che no, se lo avessi saputo non sarei andata a Collevecchio perché sono stata veramente troppo troppo male. Però, dal momento che ormai è accaduto e ne sono uscita fuori viva, sono contenta di essere andata a Collevecchio e di aver incontrato Angela e gli altri. Ho patito altre volte altrettanto orribili sofferenze per incontri con persone o luoghi di nessun valore. Invece a Collevecchio ho almeno respirato persone ricche di affettività, di sincerità, di intelligenza del cuore. E ho incontrato occhi di fronte ai quali è stato possibile piangere senza vergognarmi. Non è una cosa che accada sempre. Perciò grazie, amici. Scusate le impuntature del mio fottutissimo sistema nervoso centrale et periferico e siate certi che la ritirata era semplicemente la sola cosa che io potessi fare. Fidatevi della massima esperta mondiale di psicomarina.
E adesso anche se non c'entra molto voglio mettere i Principi Fondamentali della Costituzione della Repubblica Romana del 1849.
PRINCIPII FONDAMENTALI
I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
II. Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.
V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll'interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
VII. Dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici.
VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale.
Iscriviti a:
Post (Atom)












