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giovedì 20 marzo 2008

ricette e diritti umani

Martedì sera, passando davanti alla tv ho sentito la voce del papa dire "pasta con le straci" e mi sono fermata. Ma che sta dicendo? ho chiesto a mio marito. Ma quando il papa parla in tv mio marito dalla sua poltrona impreca preventivamente e pertanto non aveva sentito nulla. Me ne sono quindi andata al mio computer chiedendomi perché il Papa parlasse di cucina dal suo pulpito e come fosse questa pasta alle straci. E le straci, che erano? Straccetti? Boh.
Ho poi letto sul giornale che il povero (si fa per dire) uomo, aveva lanciato un meritevole appello al mondo: Basta con le stragi!
La cosa mi ha divertita, perché, politicamente corretto o meno, questi qui-pro-quo sollazzano reciprocamente tutti i popoli.

Però questa idea di una pasta con le straci mi intriga, devo trovare il modo di ricavarne un buon piatto.
Si accettano suggerimenti.

lunedì 11 febbraio 2008

Intervallo

A causa di una piccola indisposizione la vostra blogger preferita si concede ancora un giorno di riposo.
Tornerà domani "più bella e splendente che pria". Ciao marina

mercoledì 23 gennaio 2008

giovedì 17 gennaio 2008

preghiere elettriche

Preghiere elettriche.











Ero appena tornata in Italia dopo i tre anni passati a Teheràn. Era la mia prima domenica a casa.
Dormivo nel mio letto, nella mia stanza, nella mia città. Ma ancora un senso di irrealtà e confusione mi accompagnava in quei primi giorni di assestamento.
Sul finire del sonno mi raggiunse un suono. Un suono lento, sicuro, trionfante. Un suono di campana. Dalla Basilica di San Giovanni arrivava fino a me il richiamo alla Messa delle 9. Io non sono cristiana, come chi mi legge sa bene, ma è stato in quel momento che ho capito di essere tornata a casa. Il mio paese, è il paese in cui suonano le campane. I credenti vanno a Messa o dicono una preghiera privata, gli altri-quelli come me-sanno comunque che è domenica, che la giornata sarà più lenta, più calma, più affettuosa. Il suono delle campane è un suono bellissimo. Le campane risuonano da millenni. Suonavano a Creta, in Cina ed in India duemila anni prima di Cristo, come pure a Roma e a Pompei. Ma è con il cristianesimo che si diffondono in Europa, si piazzano sul campanile e suonano il loro richiamo. Il suono delle campane ha per me un effetto rassicurante. E’ un suono in cui mi adagio volentieri perché accompagna ma non incalza. Il suo ritmo uguale, prevedibile, tranquillizza. Poi sparisce lasciando per un po’ la sua eco. Ed è impossibile dire quale sia il momento preciso in cui il suono non c’è più. Lo riassorbe il silenzio, direbbe Barenboim. Quella domenica mattina mi accorsi, sotto l’onda di quel suono, che le campane mi erano mancate e che anche la mia città mi era mancata. “Non sono home-sick” dicevo in quegli anni a chiunque me lo chiedesse. Ed era vero. Ma ecco, sentendo il suono delle campane comprendevo che, senza essere malata di lontananza, il mio essere aveva continuato ad attendere una percezione familiare, un odore, un riflesso di luce, o un suono appunto. Adesso il suono delle campane sta lasciando la mia città. Sempre più spesso il suono che arriva è quello di un apparecchio elettrico. Ah, l’indecenza delle campane artificiali, dei dischi brutali con il loro scampanio volgare, assordante, metallico, senza identità.








Purtroppo un’altra sostituzione sta avvenendo. Al Cairo, il Ministero degli Affari Religiosi ha deciso che i muezzin che nelle quattromila moschee cittadine, cinque volte al giorno, chiamano i fedeli alla preghiera, siano sostituiti da un’unica registrazione. La voce sarà scelta tra 2500 pretendenti, tutti dottori in materie religiose ed esperti in salmodia sacra. Sarà la voce più bella, più chiara e vibrante quella prescelta. Verrà registrata e verrà mandata in onda attraverso 4000 radio ad orari rigorosamente sincronizzati. Ma la gente del Cairo protesta. Questo intervento che dovrebbe essere volto a ridurre l’inquinamento acustico, mostruoso nella immensa città, è vissuto come un’offesa al loro muezzin di quartiere, come una mutilazione della spiritualità racchiusa nell’ adhan, la chiamata dei fedeli.
È anche un’alterazione della vita del quartiere. Finite le chiacchiere sul muezzin giù di voce, sul muezzin che ha sbagliato nel salmodiare. Finita la piccola discussione tra fedeli di quartieri diversi circa l’esattezza e la puntualità del “loro” muezzin.
Era possente il richiamo alla preghiera che si sentiva al Cairo. In occasione di un mio soggiorno nella grande città mussulmana ne restai colpita. Impressionanti tutte quelle voci che più o meno allo stesso momento si alzavano tese nel cielo.
Io non sono neanche mussulmana, ma questa ulteriore perdità di umanità di un rito religioso mi dispiace.
Quando vivevo a Teheràn arrivava fino a casa mia la voce del muezzin di una piccola moschea di quartiere. Aveva effetti diversi su di me. Talvolta ne percepivo solo la nota malinconica, perché malinconica ero io; tal’altra mi sembrava energica, guerriera, forse addirittura minacciosa. Racchiudeva un monito. Altre volte il fatto che a quel richiamo milioni di persone si chinassero e volgessero una preghiera, o un pensiero, verso il loro Dio, mi commuoveva. Quanta solitudine alberga nel cuore dell’uomo. Quanta paura, quanto bisogno di consolazione! Altre volte ero infastidita, peggio, resa rabbiosa, all’idea che tutta quella gente interrompesse le sue fatiche quotidiane per ringraziare un Dio che le faceva vivere in miseria e spesso nel terrore, che non si prendeva per loro più pena di quanta se ne prendesse il loro Imperatore. E il loro Imperatore non se ne prendeva punto! E maledicevo l’ignoranza che assediava quella gente, come sempre e ovunque assedia gli umili.
Una mattina al bazar, bevevo il tè in una bottega di tappeti mentre uno dopo l’altro me ne stendevano davanti a decine. Si svolgeva il rito senza il quale non si compra neanche un fazzoletto a Teheràn. La merce si mostra, il prezzo si tace. Si dirà poi e allora si comincerà a discuterne. E verso mezzogiorno la voce del muezzin della Moschea del bazar si alzò possente e vicinissima. I due inservienti e il proprietario si scusarono brevemente e si ritirarono nel corridoio accanto. Restai lì sola a bere il mio tè, davanti a mucchi di tappeti favolosi, mentre quei tre uomini, inginocchiati su dei logori tappetini da preghiera, mormoravano le loro orazioni. Ricomparvero dopo poco, tranquilli, agguerriti e pronti a trattare.
E ricordo un'altra volta, in un lungo spostamento su una corriera in Afghanistàn: all’ora precisa in cui la voce del muezzin si stava alzando nei loro paesi, l’autista si fermava e tutti scendevano dall’autobus con i loro tappetini, li srotolavano e si inginocchiavano verso il deserto. Le fronti in terra, le mani sollevate a coppa, qualcuno, sunnita, in piedi, nudi, sulla terra, pregavano. Tutto si fermava.
Quando si riprendeva il viaggio loro sembravano rinfrancati. Le donne restavano a bordo, chiuse nei loro chador. Pregavano, se lo facevano, ferme ai loro posti. Del resto trattennero anche la pipì, per diciotto ore-tanto durò il viaggio su quella corriera-e mentre gli uomini si passavano brocche di acqua l’un l’altro, le donne masticavano solo cipolle crude. Spegne la sete la cipolla, o almeno dovrebbe. Fu anche la tappa in cui un uomo, che non aveva mai visto evidentemente viso di donna, viaggiò tutte le diciotto ore con il capo voltato indietro, verso mia sorella e me, che sedevamo in fondo. Diciotto ore, senza mai distogliere gli occhi da noi. Lo fotografai, pensando che questo lo avrebbe costretto ad una reazione qualsiasi. Subì l’oltraggio impassibile. Sembrava drogato. Fu un'esperienza metà umoristica, metà inquietante..
Ma per tornare alle voci del muezzin e delle campane, a me piacciono entrambe. Penso che possano suonare come un piccolo richiamo a pensare a sé, ad un sogno o ad un ricordo, una pausa nel ritmo della giornata.
Ma se diventano elettriche, si confonderanno con gli altri suoni della città, cacofonia a cacofonia. Peccato.




venerdì 14 dicembre 2007

incombendo il Natale...

Ricetta della Minestrina di Nain

Arrivando al tramonto in un caravanserraglio approssimativamente trasformato in locanda, dopo trecento chilometri di deserto su una strada dritta-e sottile- come una spada, uscendo da una tempesta di vento che vi ha quasi uccisi, troverete questa minestrina non solo appropriata ma squisita. È indicata in tutte le situazioni di stress estremo.

Acqua salata sul fuoco, scottarvi appena una pastina, condire con succo di lime, rosso di uovo e, in mancanza di panir-il formaggio fresco iraniano- abbondante parmigiano.
Versarla su del pane raffermo per ottenere una zuppa.



Qualcuno storcerà il naso: ma che rob’è? È quello che ho detto, una semplice minestrina. Ma è leggera, delicata, profumata. E nutriente insieme.
Dopo la minestrina di Nain, il mondo e le sue beghe scompaiono in una lontananza rassicurante. Il nostro stomaco è a posto. Ha ricevuto la sua attenzione e la sua cura.
Quella notte io dormii uno dei sonni migliori della mia vita. Dimenticai la fatica di quella tappa pesante e la paura di avanzare nel vorticare della sabbia, in un nulla che mulinava e mugghiava, mentre la polvere entrava nel naso e si metteva in gola. Soprattutto scacciai dalla mia mente il momento orribile in cui i fari trasformarono in muro impenetrabile l’impalpabile polvere rossastra e ci ritrovammo di colpo muso a muso con una grossa berlina che ci veniva incontro, in corsa folle, dalla direzione opposta; lo scarto all’ultimo secondo che ci buttò fuori della pista e lo sforzo affannoso per rientrare sulla carreggiata, mentre intorno tutto vorticava, fischiava, ruggiva, nella notte del deserto.
Una tempesta di sabbia è molto peggio della nebbia. Ha lo stesso effetto di disorientamento e accecamento, ma è accompagnata da un concerto pauroso di suoni minacciosi ed ha un corpo palpabile.
Quando infine arrivammo a Nain, lasciandoci alle spalle la tempesta e il fantasma di un incidente mortale schivato per un’inezia, non trovai la forza di ordinare niente e al cameriere del caravanserraglio che mi chiedeva che cosa volessi, risposi solo con un muto sguardo. Lui scelse oculatamente per me, mio marito e mia figlia, la minestrina di Nain, più un conforto che una pietanza.
In suo ricordo, quando chiediamo al cibo, non di saziarci, né di stuzzicarci, né di sbalordirci, ma semplicemente di ristabilire in noi una sensazione di “a posto” leggero, in famiglia facciamo ricorso alla “Minestrina di Nain”.
Certo, per noi ha un sapore speciale, ma sono sicura che piacerà anche a voi. Quello che bisogna imparare non è l’esecuzione del piatto, così modesta, ma la scelta del momento giusto.
Di ritorno dagli acquisti di Natale potrebbe essere uno di quei momenti.

giovedì 2 agosto 2007

incontri/tre

È il 1994. Berlusconi ha trionfalmente vinto le elezioni. I maggiori intellettuali e dirigenti della sinistra italiana partecipano ad un incontro di analisi del voto e soprattutto della sconfitta subita. Arrivo con un anticipo clamoroso anche per una come me e trovo un bel posto in seconda fila, lato corridoio.Posto strategico per una rapida fuga. Rapidamente la sala si riempie, si riempie fino a tracimare verso l’uscita. Siamo accorsi in molti giacché siamo in molti a chiederci: Perché?
Per un po' riesco a tenere riservato per un' amica ritardataria il posto accanto al mio, ma debbo poi cederlo ad un’anziana signora che, mentre sposto le mie cose dalla sedia, non riconosco. Mi ringrazia sorridendo e allora ho un soprassalto di lucidità: è Carla Capponi, partigiana. Se qualcuno non sapesse di chi si tratta, ecco in poche parole chi era Carla Capponi.
Quando entrò nella Resistenza romana, subito dopo l’8 settembre del ’43, aveva 22 anni e da subito fece capire chiaramente che le funzioni di sostegno e appoggio generalmente affidate dai suoi compagni alle donne, le andavano strette. Infatti, poiché questi non volevano dotarla di un’arma, se la procurò da sola rubandola di dosso ad un milite della Guardia Nazionale Repubblicana (la superpolizia del partito fascista) su un autobus affollato. Originale borseggiatrice! Combattè tra le vie Casilina e Prenestina contro le colonne tedesche che si dirigevano su Cassino. Combattente con il grado di Capitano, fu tra gli organizzatori e gli esecutori dell’attentato di Via Rasella contro un contingente dell’esercito tedesco. L’attentato fu poi preso a pretesto dai tedeschi per attuare la feroce strage delle Fosse Ardeatine. Tutta la sempre risorgente, pretestuosa polemica sul rapporto causa effetto e quindi responsabilità (!) tra attentato di via Rasella e strage delle Fosse Ardeatine, esula dal mio racconto, come spero esuli da voi. In seguito fu parlamentare del PCI e attivissima nelle battaglie delle donne. Scrisse un' autobiografia che chiamò, molto intenzionalmente, “Con cuore di donna”. Fu decorata di Medaglia d’oro al Valor Militare. Questa Claudia Capponi mi si siede dunque accanto. Ha i capelli candidi, raccolti intorno al viso delicato, è vestita di nero ed è molto elegante, di un’eleganza vecchia maniera e molto personale. Minuta, forse anche per l’età (aveva all’epoca 76 anni). Un pezzetto di storia è seduto accanto a me. Si tratta di un pezzetto di storia che mi riguarda molto da vicino. Anche mio padre ha combattuto nella resistenza ed è decorato di Medaglia d’argento. Quando incontro Carla Capponi è morto da tre anni ed io sto malaccio. La politica è uno dei ganci cui tento di attaccare la mia vita. Subito inizia una vera e propria processione di gente che si sporge per salutarla, che le fa cenno, che le indirizza brevi frasi. Lei sorride ora a questo, ora a quello, tranquilla, cordiale, vivace. I fotografi che girano nella sala le scattano delle foto. In qualche archivio di giornale sono sicuramente finita anche io, vicina a lei. Settantaseienne ma bella, senza ombra di smentita. Forse anche un po’ vanitosa.
È lei a rivolgermi la parola, come se ci si conoscesse già, da compagna a compagna. -Quanta gente! mi fa. -Devi essere arrivata prestissimo! -faccio segno di sì. -Posso guardarli?- e indica i giornali che ho posato sulle ginocchia. Muta le porgo i miei tre giornali. Li sfoglia rapidamente in cerca di percentuali e risultati regionali. -Mai vista una sconfitta così!- mi fa. So di dover dire qualcosa, ma non so che cosa. A dire il vero non mi sento neanche bene. La sala è troppo piena e fa caldo. La mia possibile via di fuga è ostruita da decine e decine di persone in piedi. Cerco di non pensarci e finalmente apro bocca. -Lei è Carla Capponi-. Affermativa, senza punto di domanda. Conferma sorridendo.- Medaglia d’oro al Valore militare.-le comunico nel mio tono piatto, un po’ burocratico. Le scappa proprio da ridere e mi allunga un colpetto sul braccio. -Dammi del tu e lascia stare la medaglia.- Mi butto come una cieca contro un muro. -Anche mio padre era nella Resistenza.- In quella stagione mio padre non lo nominavo mai, se non con mio marito e il mio psichiatra.- Si volta a guardarmi vivacemente. -A Roma? -Sì,credo.( Mio padre era di pochissime parole). -Forse l’ho conosciuto!- esclama. -Come si chiama? -Le dico il nome di mio padre. -No, fa sicura- Non l’ho conosciuto.- Poi torna al tono allegro. -Del passato ricordo tutto! Tutto! Ma del presente! -e ridacchia. -Quanti anni hai? mi fa. -Cinquanta. -Beh, vedrai. -Mio padre ha ricevuto la medaglia d’argento-dico io. Frase del tutto fuori tempo nella scarna conversazione. –Anche lui?- No- la correggo- non d’oro, d’argento.-Oh, fa lei, queste medaglie! Figurati che a me l’hanno data per il mio coraggio virile!- e ride. Il chiacchiericccio si spegne e la seduta penitenziale ha inizio. Fu interessante. Istruttivo. Divertente, persino. Qualcuno, non ricordo più chi, disse anche la parola “sfiga”, nella ilarità generale. Carla Capponi ascoltava con il mio stesso interesse. Faceva cenno di sì o scuoteva la testa. Dalla mimica direi che concordavamo su diversi punti. Ma forse è solo la mia immaginazione. Quando la riunione terminò una signora venne vicino a noi per accompagnarla fuori. Io ero già in piedi per evitare la calca all’uscita. Lei si alzò con scioltezza. Non so che espressione avessi in viso, ma mi sorrise con calore e mi disse: -Non prendertela così, nessuna sconfitta è per sempre.- Disse proprio così: Nessuna sconfitta è per sempre.
Banale, direte voi. Scontato. Retorico. Consolatorio. Assolutorio. Non per me. Primo: perché l’ha detto Carla Capponi. E secondo: perché l’ha detto a me.

Carla Capponi è morta nel 2000.

lunedì 30 luglio 2007

la brocca di Samangàn

Ho trovato una foto della cena a Samangàn con la brocca all'Amuchina in primo piano. Sì, è quell'acqua di color verdino.
Merita di lasciare una traccia.

Come pure la bellezza della tavola cui mi rendo conto di aver fatto torto con la mia scarna descrizione.
Il visetto che si affaccia sulla sinistra è quello della mia piccola figlia. Di Armando, il mago dell'Amuchina, si vede solo, in primo piano il braccio impavido. Comunque rivedendo il colore dell'acqua devo ammettere che Armando non ebbe tutti i torti.

venerdì 27 luglio 2007

vizi capitali/tre/gola

Giorno funesto: Rolando ha chiuso per ferie. Inizia per me una serie di sabati in cui vagherò per la città in cerca di un pallido sostituto. So già che non lo troverò.

Da quarant' anni tutti i sabati, tranne rarissime eccezioni, pranzo in una trattoria vicino casa. La chiamerò da Rolando, perché per nulla al mondo ne rivelerei il vero nome, neanche sotto tortura. Fu aperta nella primavera del 1967 da una coppia di robusti abruzzesi che fino ad allora avevano gestito una pompa di benzina Esso, D. e Natalina. Mio marito ed io, non ancora sposati, ne fummo in assoluto i primi due clienti e ne siamo oggi i più vecchi. Qui ci starebbe bene un ahimé, ma di fronte alla cucina di Rolando neanche del passare del tempo ci si può rammaricare. Mangiare da Rolando per me non si configura come mangiare fuori, ma come mangiare a casa, solo in una diversa sala da pranzo. Infatti da loro sono proprio come a casa mia. Il sabato a pranzo i clienti sono sempre gli stessi, da decenni ormai ci conosciamo ed è piacevole per tutti chiacchierare da un tavolo all’altro in amicizia. La precedente attività di D. non faceva presagire quello che quei due abruzzesi semplici e “ruspantini” potessero combinare insieme in cucina. La spesa veniva fatta da D. con la stessa cura e la stessa attenzione con cui l’avrebbe fatta per la sua tavola e con lo stesso spirito Natalina ha sempre cucinato. D. è morto due anni fa e Natalina, benché un po’ malandata, (porta il busto) ancora sovrintende in cucina sul lavoro dei due figli, Rolando e Fabio. Di figli ne ha avuti cinque, due femmine che hanno preso altre strade (insegnante una, commercialista l’altra) e tre maschi che, dopo la scuola alberghiera, hanno continuato il mestiere nel quale con passione e coraggio il padre si era cimentato. Uno dei tre, Alessandro, ha sposato una giovane turista cinese, capitata casualmente a cena nel locale e innamoratasi insieme della cucina e di Alessandro. Lui l'ha seguita ad Hong Kong, dove ha aperto una succursale del locale. È diventato uno dei locali più cari e richiesti di Hong Kong. Stessi prodotti della casa madre di Roma. Tutto arriva dall’Italia, mozzarella fresca di bufala compresa, e così i vini e i pomodori e l’olio. Qui a Roma sono rimasti Rolando e Fabio a mandare avanti il locale. Con qualche novità rispetto alla “carta” paterna. Infatti hanno inserito il pesce che prima D. non cucinava mai. Rolando va alle aste a Fiumicino a comprarlo (per Natale mi porta talvolta con sé) e Fabio lo cucina con una mano esatta eppure fantasiosa. La clientela della sera è completamente diversa da quella che io incontro il sabato a pranzo.Così mi racconta mia figlia, più "serotina" di me. Non più noi vecchi habitués, ognuno con le sue piccole manie e i suoi desiderata, ma un po' di mondanità.
Bella gente -dice ironico Rolando. Molto vicino al locale c’è un palazzo del Ministero della Difesa. Per un periodo ci abitò Salvo Andò, allora Ministro; adesso ne vedo uscire spesso Parisi. Io prendo in giro Rolando- Com’è che non mi hai fatto la crostata di ricotta? ah già, adesso cucini per il Ministro.- Ma Rolando è un vero filosofo -Marì, i ministri passano, ma tu resti. -E tira fuori la crostata. Rolando l’ho visto bambino. Stava in cucina sul seggiolone mentre Natalina cucinava. E così ho visto nascere e crescere gli altri figli di Natalina. Rolando mi dà le sue ricette e mi manda a casa i suoi piatti quando non sto bene. Io gli do il ketchup fatto da me e i limoni del mio terrazzo con cui lui fa il limoncello. Ha due figli, la più piccola, Irene, ha l’eta di mio nipote Tommaso. Con lui siamo alla terza generazione di frequentatori e già dimostra di apprezzare la cucina della casa. Allora, di questa famosa cucina, parliamone. Il minestrone di ceci, o quello di verdure sono minestre pastose ma morbide, un equilibrio perfetto tra un sapore e l’altro, mai una nota stonata, e il piccolo tocco di olio a crudo sopra.
Le sue melanzane alla parmigiana semplicemente non hanno uguali. Sontuose, irripetibili, ricche ma salde, non precipitano al suolo come una frana sfatta, ma non sono asciutte e stoppacciose come un cartone. Sono ferme ma generose. Natalina ha dato il ‘là’ 40 anni fa’ e tutto si fa come lei decise allora. Tutto a mano naturalmente. Non solo le fettuccine e gli gnocchi, come è semplicemente doveroso, ma anche la famosa pasta alla chitarra, vero banco di prova di un' abruzzese autentica e persino i rigatoni per la carbonara. La carbonara è un piatto talmente semplice e radicale che l’esecuzione è difficilissima. Non è un paradosso. Se commettete un errore non potrete nasconderlo. La carbonara non dev’essere asciutta, ma guai se invece i rigatoni navigano nel grasso. Il senso delle proporzioni nella carbonara è imperativo. Del resto le parole equilibrio e misura tornano costantemente in cucina. La cucina da Rolando è un connubio felicissimo tra tradizione abruzzese e romana. Qualcuno forse storcerà la bocca alla parola ‘coda alla vaccinara’ e lì commetterà un errore non perdonabile. Dimenticate la caricatura che ne viene fatta nei filmacci di ambientazione romana. La coda alla vaccinara è un piatto frutto di pazienza illimitata e gusto sottile. La coda va privata del grasso in eccesso ma lasciata morbida, va cotta lentissimamente insieme ad abbondante sedano in un sugo leggero di pomodoro. Il risultato è che la carne è morbida e si stacca dall’osso senza bisogno del coltello e il sugo è fluido e saporoso. È perfetto per condire la pasta. Tutto quello che si cucina da Rolando è di prima qualità. Molti prodotti vengono dal piccolo paese dell’Abruzzo dove Rolando ha l’orto e il frutteto. Così le castagne per la crema e le mele per la crostata, come pure le lonze, i prosciutti, il guanciale, le salsicce, e il maialino che, arrostito, si scioglie in bocca senza lasciare nessun residuo di grasso. A parlare del maialino ho un piccolo senso di colpa, perché, nonostante diversi tentativi, non riesco a diventare vegetariana. L’olio è quello di casa e quando nella cucina italiana si parte da un olio buono si è a metà dell’opera. Se poi si sanno pulire le verdure, senza lasciare residui duri allora si può aspirare a chiamarsi cuoco. Anche dei semplici broccoletti saltati in padella possono raggiungere le vette del gusto. E da Rolando si raggiungono. Quando, qualche anno fa’, Rolando comparve su un’ importante guida noi vecchi clienti ci allarmammo -Adesso arriveranno a frotte.- Infatti arrivarono, ma grazie a dio vanno la sera e io non li vedo e non li sento e continuo ad andare da Rolando senza dovermi vestire diversamente dalla mia passeggiata mattutina. Dal canto suo Rolando si informò presso un avvocato, vecchio cliente, per sapere se poteva pretendere di essere cancellato dalla guida, non avendo mai dato la sua autorizzazione. Insoddisfatto della risposta ad ogni buon conto protestò telefonicamente. E del giornalista cui doveva la citazione in guida disse testualmente: -Se si ripresenta gli dico che non c’è posto.- Questa è un’altra deliziosa caratteristica di Rolando: seleziona i clienti. Io ho imparato a riconoscere al primo sguardo quelli che non accetterà. Si affacciano, io lo guardo e ridacchio aspettando il classico –I tavoli sono tutti prenotati.-Allora che aveva questo che non andava?-gli chiedo. Spesso l’unico torto del respinto è di essere straniero. Non per razzismo. Rolando non sa nemmeno che cosa sia il razzismo, ma ritiene che gli stranieri in linea di massima non siano in grado di capire la sua cucina. -È piena la strada di ristoranti adatti ai turisti-dice -Perché proprio qui?-
La sua cucina è troppo raffinata nella sua semplicità. Il ristorante di Rolando si trova su una delle strade percorse dalle grandi manifestazioni politiche che finiscono a S. Giovanni. Certi sabati 'politici', gente insolita si affaccia e Rolando decide sui due piedi se accoglierli o no. Non ha preclusioni politiche, la politica non è una cosa davvero seria per lui. Cucinare e mangiare bene lo è. È molto professionale, con i suoi nuovi avventori, ma passando accanto al mio tavolo mi lancia commenti a mezza bocca, di un’ ironia squisita come il suo ciambellone con la crema. Ad ognuno dei tre fratelli, che ho visto nascere e crescere, io voglio bene e viceversa. Loro mi sfottono per il mio appetito, scherzano sul fatto che, se decido di fare una dieta, poi sono incapace di resistere due sabati di seguito. Ma, affetto a parte, alla loro cucina non rinuncerei mai.
E, last but not least, la parola Gola là dentro non è mai stata pronunciata. La gola non esiste. Esiste il gusto: o ce l’hai o non ce l’hai. Ed esiste la salute e il benessere e la gioia di vivere.
Anche per questo mi trovo bene da Rolando.

sabato 21 luglio 2007

sotto la protezione di buddha




Non si faccia confusione: la claustrofobia è una cosa( e mi appartiene), la paura del vuoto è un’altra cosa. Si chiama acrofobia e a differenza delle vertigini, che provocano la sensazione di “tutto gira”, ha un effetto paralizzante su chi ne soffre. Costui deve per difesa appiattirsi più che può al suolo, in attesa che l’attacco passi e che egli possa riprendere la posizione eretta.

E’ di acrofobia che soffre Armando, il nostro compagno di viaggio in Afghanistàn e la solidarietà che mi lega ad ogni fobico mi impone di narrare la sua esperienza per come effettivamente si svolse. Senza le fantasiose costruzioni di improbabili marinai mongoli.
Armando voleva tanto salire all’interno del Grande Buddha, insieme a tutti noi, e nonostante la moglie lo pregasse di desistere iniziò e portò gagliardamente a termine la salita. A quei tempi le fobie erano per me solo termini di greco antico e basta. Ma alle paure altrui sono sempre stata sensibile. Forse qualcosa mi diceva che dovevo guadagnare dei crediti finché ero in tempo. Salire sul Grande Buddha era un’impresa. All’interno del Buddha una specie di stretta galleria attorcigliata su su stessa partiva da un piede della statua e saliva per 53 metri verso la testa imponente, con gradini irregolari e mangiati dal tempo.

Affacciati dagli occhi del Buddha ci godemmo per un po’ lo spettacolo. Sia pure dal fondo della parete di roccia che costituiva l’occipite della testa del Buddha, Armando guardò assieme a noi il panorama. Ci preparammo quindi a ridiscendere. Fu allora che Armando, di botto, si sentì male e si lasciò scivolare al suolo rifiutandosi di rialzarsi e di percorrere anche solo un metro in piedi.
La moglie più che preoccupata era seccata per la sua testardaggine. Tutti noi un po’ lo esortammo, un po’ ci scherzammo su, un po’ attendemmo che gli passasse. Ma la situazione sembrava irrisolvibile e così si decise che Armando avrebbe fatto i 53 metri di discesa tutti sul suo sedere, ancorato per maggior sicurezza a due di noi che lo tenevano per le braccia. Sembrava un bambino che ancora non ha imparato a camminare e che si cimenta nella discesa di una scala. Era bianco e tremante e cercava di sorridere. Due uomini lo portavano e io gli camminavo dietro, rincuorandolo e contando per lui i metri che via via ci lasciavamo alle spalle. Era una specie di telecronaca sui generis: dai, Armando, siamo alla bocca, forza siamo al collo...
Ci mettemmo un tempo infinito, non solo perché continuamente lui ci implorava con dei “basta, basta!”, tentando di aggrapparsi alle rocce sporgenti o a qualunque appiglio per fermarsi, ma anche perché era impossibile non ridere. Pur nella comprensione per il suo terrore la scena era oggettivamente comica.
Arrivammo infine ai piedi del Buddha. All’aperto, ma raso terra. Bastò perché Armando riacquistasse colore e vita. Uno di noi, il vero cinico della compagnia, Luciano, scattò una foto durante la discesa. Benché poco riuscita è comunque interessante e un po’ macabra. Armando sta ad occhi chiusi e l’impressione che si ricava è che si tratti del trasporto di un cadavere.
Quando i Talebani hanno fatto saltare i Buddha di Bamyan perché esecrabili ai loro occhi di mussulmani fanatici, nel dolore per la perdita, per la storia pre-islamica di quel paese, di una così straordinaria testimonianza, mi concessi però un piccolo sorriso al ricordo di quanto filo da torcere avevano dato al povero Armando.
Che pure li rimpianse. L’ho incontrato infatti in occasione di un matrimonio e abbiamo ricordato assieme l’episodio. Dice che è stato l’attacco di acrofobia più grave della sua vita, ma che ne valeva la pena.
E' stato lieto di sapere che una organizzazione internazionale si sta impegnando nella raccolta di fondi per la ricostruzione, in tempi migliori, dei Buddha di Bamyan.
Intanto, dallo scorso giugno, un artista Giapponese, Yamagata, sta allestendo un complicato sistema di raggi laser che nella notte proietteranno sulle pareti della roccia di Bamyan le immagini dei due Buddha. Ho ricordato ad Armando che anche con le divinità e affini la vita è un do ut des: Buddha lo protesse allora, metta mano al portafogli e si adoperi per proteggerlo a sua volta.

venerdì 20 luglio 2007

piede libero

Era l’aprile del ‘77 e venni a Roma da Teheràn per sostenere l’esame di abilitazione all’insegnamento nelle scuole italiane all’estero.
Erano gli anni forti del femminismo. Fu occupato il Governo Vecchio e fu fatta la manifestazione notturna con la parola d’ordine “riprendiamoci la notte”.
Al convegno femminista di Paestum le donne cominciarono a dividersi. Le romane sempre più coinvolte nella politica, le milanesi sempre più nella pratica dell’inconscio. Da Teheràn io non capivo che cosa stesse accadendo. Divise! Divise?
Mi sembrava impossibile.
Nel corso di una manifestazione di sostegno a Claudia C. diverse donne furono arrestate. Credo che avessero spaccato delle vetrine e divelto dei sanpietrini. Erano le donne dell’autonomia che facevano le loro prime uscite rumorose. Tutto questo accadeva mentre io ero a Teheràn e ne leggevo sui giornali italiani che andavo a comprare all’hotel Sheraton. Un’ora e mezza tra andare e tornare da casa mia!
Me ne scrivevano le amiche e mia sorella, ma le lettere impiegavano un tempo disperante. Ero sempre in ritardo rispetto agli avvenimenti. Ma di Claudia C. sapevo tutto. Claudia era una ragazza che era stata violentata da un branco. Ripetutamente minacciata perché non testimoniasse al processo per stupro, non aveva ottenuto protezione dalla Polizia. Era quindi stata violentata una seconda volta per dissuaderla con il terrore dalla partecipazione al processo. La manifestazione in cui avvennero gli atti di violenza da parte delle donne era una manifestazione di protesta contro l’inadempienza grave della Polizia. Il discorso sulle ragioni di quella inadempienza sarebbe lungo e costringerebbe il mio fegato, anche dopo trent’anni, ad inghiottire bile in quantità industriale. Comunque, secondo me, oltre ai sanpietrini anche il Capo della Polizia andava divelto.
Quando giunsi a Roma si teneva un’udienza preliminare per decidere circa le donne che avevano manifestato violentemente e che erano state arrestate. Eravamo fuori del palazzo di giustizia, qualche centinaio appena ma molto incollerite, quando uscì l’avvocata delle nostre compagne per informarci che erano state rinviate a giudizio e rilasciate a piede libero. Gridava per farsi sentire da tutte noi che attendevamo in ansia ed eravamo in uno stato di furia mal trattenuta.
Quando quell’espressione così antica e assurda, ‘rilasciate a piede libero’, uscì dalla sua bocca, esultammo in un sollievo che divenne presto ilarità.
Fu un attimo. L’eco di quel “piede libero” ancora vibrava nell’aria di aprile che eravamo tutte a piedi nudi e alzavamo nell’aria i nostri zoccoli colorati. “Piede libero! Siamo tutte a piede libero! Piede libero! Siamo tutte a piede libero!”
Non avrei mai più ascoltato quell’espressione anacronistica senza istintivamente sfilare il piede dalla scarpa. Zoccoli non ne porto più, porto per lo più scarpe da ginnastica e liberare il piede non è più così immediato, ma comunque potrei ancora farlo. Perché quel piede nudo e quel grido che lo accompagnava fu liberatorio, infuriato e allegro insieme. Per dire intero il mio pensiero il senso di libertà, furia e allegria di quel grido andrebbe recuperato. Invece le donne tacciono. Ne viene stuprata una al giorno nel nostro paese e una a settimana viene ammazzata, nel piagnisteo generale. Ma le donne tacciono. Siamo diventate tutte ragazze per bene?

giovedì 12 luglio 2007

in spiaggia

Me ne sto sdraiata al sole. Ogni tanto sollevo la testa e getto un’occhiata verso la riva, dove mia figlia e Tommasino giocano nell’acqua. È ridicolo, ma mi sembra di dover controllare entrambi. Anche mia figlia intendo, che invece bada benissimo a se stessa e al piccolo. Ma le abitudini sono dure a morire. Mi vengono in mente i mesi di luglio che io e lei passavamo insieme alla Casa Valdese dell’isola d’Elba. Lugli come oasi felici. Gente speciale i Valdesi. Aperti, accoglienti, rispettosi di qualunque diversità. Mai nessuno mi ha chiesto se credessi, o in chi o in cosa credessi, non una volta mi hanno proposto di partecipare ad una funzione, né mi hanno domandato perché non vi partecipassi. Né che cosa facessi tra di loro. Speciali davvero, se pensate che fu un pastore valdese ad insegnare a ballare il tip tap a mia figlia e a me, nei locali della Facoltà di Teologia! All’Eba, la casa valdese era autogestita. Io mi inserivo con piacere in una oganizzazione in cui si collaborava tutti insieme al buon andamento della comunità. Con la mia amica Sandra preparavamo la colazione al mattino e qualche volta, il giovedì sera, quando la cuoca aveva il suo giorno di libertà, improvvisavamo per tutti, una cinquantina di persone, pastasciutte di grande successo, il cui principale ingrediente era la nostra allegria e l’affetto e la complicità che ci univa. Per l’attenzione con cui seguivo, senza mai distrarmi, i giochi di mia figlia sulla spiaggia, e la velocità di intervento, il pastore rideva di me. Stambecco con occhi di aquila, mi chiamò. Non è male per una miope. Non dimenticherò mai le giornate di pic nic al mare, ogni volta una spiaggia diversa, il clima di tranquilla familiarità con cui ognuno si faceva carico dei bambini di tutti. Ma il mio sguardo vigile di apprensiva non lasciava mai il corpo magro di mia figlia. Qui è tutto diverso, per mille ed una ragione, ma si respira comunque un’atmosfera che mi ricorda quelle mattine lontane. Sulla spiaggia c’è un’aria di calma e tranquillità. Bambini, famiglie, non so se di fatto o sacramentate, giovani che si guardano e si fanno guardare. Sono le 6 del pomeriggio ma il sole è ancora alto sopra il paese. Alle nostre spalle, le colline a terrazze dove una volta c’erano le vigne.
I bambini fanno i giochi di sempre, scappano dal mare e gli corrono incontro. Sono amanti spaventati, i bambini. La sabbia è pulita, anche il mare è tranquillo.
Ogni tanto si sente il grido solito: Mamma, guarda!-E la madre di turno: Ho visto, bravo!-Quante imprese le madri ammirano da secoli, le stesse microscopiche, straordinarie scoperte di ogni bambino. Osservo la baia, con il piccolo approdo turistico da una parte e la collina di verde asciutto che digrada fino al mare dall’altra, le file di tetti di paglia dei piccoli capanni, i lettini e gli ombrelloni colorati. Sembra un quadro di Raul Dufy. Quei piccoli capolavori brillanti che della vita colgono solo la superficie. Quei quadri, che io amo, e che sembrano dirti “Va tutto bene. Ecco, la vita è così: semplice. I bambini giocano, i giovani si innamorano, le barche rientrano in porto. Tutto è proprio come sembra. Potete stare tranquilli.”
Perché non lasciarsi convincere? Ma sì, possiamo stare tranquilli: la vita è proprio come sembra sulla spiaggia.

mercoledì 27 giugno 2007

luigi meneghello

Luigi Meneghello è morto ieri.Se volete leggere qualcosa di suo scegliete'Libera nos a Malo'. Se volete ascoltare la sua voce: http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/

sabato 23 giugno 2007

Orso e Penelope

Se aveste mai dormito con un gatto
o con un cane adagiato sopra al grembo,
ora conoscereste un altro sonno-
anch'esso animato da sogni
e da fantasmi, ma indenne da mentali
avvitamenti e conseguenti crucci e vacui spasmi-
proteso al cuore originario della vita:
l'uno da cui siamo venuti tutti
e a cui tutti torneremo.
Se aveste mai dormito con un gatto
o con un cane adagiato sopra al grembo,
ora sapreste cos'è la vera pace:
la felicità di assentarsi
dal frastuono e assieme
la prontezza di non mancare
mai all'appuntamento buono.
Se aveste mai dormito con un gatto
o con un cane adagiato sopra al grembo,
ora sapreste che la metamorfosi è possibile-
che uomo e gatto e cane sono
entità volatili e cangianti: nel sonno
condiviso scompaiono le stinte
gerarchie tra cavalieri e fanti.

Franco Marcoaldi
'Animali in versi' Einaudi Editore

giovedì 21 giugno 2007

solstizio d'estate

A proposito di fenomeni astronomici: 21 giugno, solstizio d’estate.
Il sole sembra fermarsi. E’ il giorno più lungo dell’anno e la notte più breve.
Questa sensazione di sospensione dura fino al 24 giugno quando il sole sembra riprendere il suo corso sorgendo gradualmente sempre più a sud.
Da tempi immemorabili questo periodo fra il 21 e il 24 viene festeggiato presso tutte le popolazioni. Sui riti pagani, legati all’acqua e al fuoco, si sono innestati quelli cristiani.
La notte che chiude il periodo solstiziale e che la chiesa cattolica ha dedicato a S. Giovanni Battista, è piena di riti, magie, leggende e scaramanzie.
E’ la notte in cui le streghe si riuniscono per raccogliere erbe.
Fra queste l’ hipericum perforatum che si stringeva in un mazzetto e si portava con sé per tenere lontani gli spiriti maligni.
('Detto erba di S. Giovanni ha dimostrato di avere un’efficacia sia pure modesta e non frutto di suggestioni nelle depressioni subcliniche e nelle distemie. In Germania tende ad essere uno dei farmaci di prima scelta in queste patologie’. G. Jervis 'La depressione' Laterza).
E’ la notte in cui si lasciano all’aperto immersi in acqua iperico, foglie e fiori di lavanda, mentuccia, ruta e rosmarino. Al mattino successivo le donne vi si lavano il volto.Viene considerata un’acqua di salute e di bellezza.
Fino a poco tempo fa’ nella notte di S. Giovanni le nostre campagne brillavano dei grandi fuochi accesi dai contadini. Ne 'La luna e i falò', il suo ultimo libro, li ricorda con nostalgia poetica Cesare Pavese.
Se nessuno di questi riti (tra i tanti che avrei potuto ricordare) ci attira o ci convince godiamoci almeno questi lunghi giorni di
sole prima che le giornate riprendano a declinare. Lo faranno. Impercettibilmente, ma lo faranno.


lunedì 28 maggio 2007

Adriano e Marguerite



Su indicazione di un amico sono stata recentemente alla casa delle letterature, per una mostra su Marguerite Yourcenar e il suo viaggio in Giappone.
La mostra è molto ridotta, alcuni oggetti erano già stati tolti, altri non ancora installati. Insomma non tutto ha funzionato a dovere. Ma già vedere i due grandi ritratti affiancati, Marguerite con i suoi occhi chiari e le sue bellissime rughe e l’imperatore Adriano nella sua marmorea solennità mi ha ripagata. Il giardino di aranci conserva l’incanto di sempre, vi hanno aggiunto dei tavoli e alcune ragazze con i loro libri vi studiavano nel silenzio.
Mi sono fermata a leggere il giornale, poi sono tornata per via del Governo Vecchio. Per quanti anni ho percorso quella strada, in almeno due stagioni della mia vita!
E’ come sempre, un po’ appartata e un po’ disadorna. Riconosco ogni pietra e ogni palazzo. Ed è tutto un trasalire un po’ nostalgico e un po’ doloroso.
Sono spuntati dei negozietti nuovi, tra questi una bottega dove vendono piccoli busti romani. L’esuberante ragazza brasiliana che lo gestisce confonde allegramente uno con l’altro gli imperatori filosofi, ma alcuni dei busti sono dei perfetti ritratti. Fra questi uno bellissimo dell’Imperatore Adriano, il mio Imperatore, venduto ad un prezzo pazzescamente alto. Senza rimpianto lo lascio dietro la piccola vetrina. A casa ne ho un altro, anche se non così perfetto.
Anche se penso che le coincidenze sono negli occhi di chi guarda, ritrovarmelo davanti subito dopo averlo lasciato nella casa delle letterature, mi ha convinta che forse era arrivato il momento di parlarne. Il fatto è che una frequentazione di almeno venti anni mi lega all’imperatore, del quale ho seguito le tracce fin dove e fin quando ho potuto.
La mia è una passione totale. La domanda che tutti mi pongono è : perché?
Io li dirotto verso il come. Racconto i miei viaggi, le mie letture, i miei studi, i miei scritti. Ma sul perché taccio. Il fatto è che le vere passioni non hanno perché.
Ci prendono e ci portano. Talvolta ci affratellano ad altri appassionati.
La Yourcenar sarebbe una grande scrittrice anche se non avesse scritto di Adriano e l’amerei comunque per lei sola, ma in più lei ha scritto di Adriano e questo rende anche lei speciale ai miei occhi. Anche lei un po’ più vicina a me.
Infatti, per quanto pazzesco possa sembrare, io sento una strana affinità con l’Imperatore Adriano, una vicinanza, una somiglianza. Insomma per me non è un personaggio storico e basta, è un amico intimo, di cui credo di conoscere la mentalità e la psicologia, i gusti e i pensieri.
E che non mi stanco di studiare.
Di questo amore per il grande imperatore ho contagiato tutta la mia famiglia e potremmo forse configurarci come una piccola setta. Accettiamo adepti.
Verranno però sottoposti ad un breve ma severo esame. Li guarderemo guardare il busto di Adriano dei musei capitolini. Solo se il loro sguardo si illuminerà li accoglieremo tra noi.

La verità è che proprio ieri sera, rileggendo la Historia Augusta, mi sono accorta di aver raggiunto l’età di Adriano quando Adriano morì. Sul tempo, la sua misura, il suo peso mi interrogavo già da adolescente. Le domande di un adolescente non sono necessariamente meno profonde di quelle di un filosofo, né le risposte più insufficienti. Quanto alle mie oggi sono confuse, ma nella confusione un pensiero ai segni del passato è sempre stabilizzante. Credo che oggi chiederò udienza all’Imperatore.

giovedì 24 maggio 2007

trovato!

Sono in buona compagnia: era Camus, il grande Camus, a dire che
"Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare".

le paon

dal mio breviario laico, stamattina è uscita questa

Le paon

En faisant le roue, cet oiseau,
dont le pennage traine à terre,
apparait encore plus beau,
mais se decouvre le derrière.

Quando allarga la ruota questo uccello
bellissimo a vedere
con le penne che strascicano a terra
sembra ancora più bello
-ma si scopre il sedere-

Guillaume Apollinaire