Visualizzazione post con etichetta lutto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lutto. Mostra tutti i post

lunedì 20 luglio 2020

Noi e loro

Noi che viviamo ancora sulla terra

ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto la terra,

vicino alle radici degli alberi,

tra essi, con essi,

formando parte di essi,

vegetali che vedono, sentono, odono

e che chiamiamo morti perché così li chiamano.


Miguel Angel Asturias

domenica 3 giugno 2018

io e Lui

‪Il #lutto è un reato senza prescrizione.‬

‪Il #lutto è una malattia senza remissione.‬

‪Il #lutto è un innamoramento non corrisposto.‬

‪È vero che la vita continua ma chi la vive non sei più tu.


loro e Lui 
‪"Quando scompare qualcuno che ci è caro, paghiamo con mille cocenti rimpianti la colpa di sopravvivere"‬
‪Simone de Beauvoir‬

"Quando qualcuno muore...il domani può cambiarci e portare un irriconoscibile io.‬
‪Xavier Marias



giovedì 19 maggio 2016

Quali pensieri passano?

Qualche volta mi sembra che tutto quello che so della vita coincida con tutto quello che so del dolore.
Quando questa lama mi affetta cervello e cuore interviene una specie di commozione liquida che affoga quel pensiero e insieme lo solleva, come un'onda, una di quelle onde che conosciamo tutti. 
Strapazzata da quella commozione non formulo un pensiero, piuttosto sento qualcosa che si esprime attraverso di me, qualcosa che dice che tutto quello che so della vita coincide con tutto quello che so del dolore e dell'amore.
L'amore. Il dolore. 
Mi dispiace scrivere qui queste parole, ma io sento —e poi penso— che amore e dolore non siano separabili.
Due lutti hanno segnato la mia vita. Due amori li hanno generati.
Amore e Morte "che per lo mar dell'essere" signoreggiano. Così ha scritto il poeta, il più vicino a me, il più amato, il più letto. 
Amore e Morte e il dolore che li lega.
A questo pensavo poco fa. 






mercoledì 28 gennaio 2015

sessanta secondi, un minuto

Non sono i giorni, no. I giorni vanno per conto loro, masticano il tempo, nessuno sa come.
Sono i minuti, i secondi, che bisogna fronteggiare. E a denti stretti costringere il pensiero su una idea, una immagine, un oggetto. Trovarne di piatti, inerti, sterili, senza echi. 
Non farsi prendere, bisogna, sfuggire, sottrarsi. Questa battaglia logora.

venerdì 19 settembre 2014

Che cosa ho imparato/che cosa sto imparando/leggere

Riprendo a scrivere senza nessun ordine cronologico della mia esperienza di apprendimento sul lutto.

I libri sono sempre stati per me -oltre a una delle mie più grandi passioni- una delle vie attraverso cui ho tentato di conoscere il mondo, la vita, me stessa.
Per questo, quando sono stata in grado di farlo, mi sono rivolta ai libri che parlano della mia esperienza di perdita. È stata una ricerca di aiuto, che ancora continua. L'ho cercato e lo cerco in quei libri che narrano un'esperienza diretta, lettere, diari, in quelli che la trasformano in letteratura (ma partono tutti da una esperienza, più o meno mascherata e trasformata). L'ho cercato negli studi teorici, nei saggi, nelle ricerche di coloro che hanno studiato il lutto, che ne hanno fatto oggetto della loro analisi e della loro riflessione.
L'ho cercato nella poesia. La poesia, ancora oggi, tocca il mio animo, lo penetra, lo commuove, talvolta lo solleva o lo consola. La poesia è quella che mi arriva più vicina.

Ho conosciuto personalmente molte persone in cui è nato questo stesso bisogno, questa sete di comprensione e risonanza con altri che hanno vissuto o vivono la stessa esperienza -non solo nell'incontro viso a viso, dolore con dolore- ma anche in quell'incontro a distanza che è la lettura.

Ho scoperto questo: che si vuole imparare il più possibile su questo evento che sconvolge la vita e spesso la devasta, lo si vuole indagare. Ognuno si rivolge alle letture più congeniali, più vicine alla propria sensibilità (ma ha fame anche di quelle più lontane) o a quelle che sono più alla sua portata; è certo comunque che ci si passano titoli, nomi di autori, di testi. E quelli che non leggono direttamente perché leggere non fa parte delle loro abitudini, dei loro interessi, del loro costume o della loro cultura, ascoltano sempre gli altri, quelli che parlano delle proprie letture e ne riferiscono gli effetti, gli esiti, i barlumi di efficacia. E io li ho visti e li vedo, quasi sospesi, in attesa di una frase, un concetto, anche solo una parola, che renda comprensibile, che dia senso a quello che stanno vivendo.

Chi legge diventa così un tramite, e anche questo fa parte della condivisione, il più prezioso degli aiuti.
Niente infatti può sostituire l'incontro con quelli che io chiamo i fratelli e le sorelle nel dolore.

Delle mie letture e di quello che mi hanno dato e mi danno scriverò, senza ordine, senza un programma.
Il lutto non consente programmi.



giovedì 28 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/asincronia

Il dolente è asincrono rispetto a tutti coloro che lo circondano. Può succedere anche con persone che hanno subito il suo stesso lutto, proprio lo stesso, intendo, legato alla scomparsa della stessa persona. Ma nessun lutto è del tutto  uguale a nessun altro lutto, il dolore non è sempre lo stesso dolore. Il tempo non è lo stesso tempo. Le relazioni con lo scomparso sono state diverse e diverse restano ora che lo scomparso è scomparso; l’amore è stato diverso –senza gerarchie, ma diverso.
Questo è un dramma nel dramma. E aggiunge dolore a dolore e spesso mina i rapporti tra persone vicinissime, che hanno avuto lo stesso morto, che condividono il morto eppure hanno perso una persona diversa; cosicché altro e differente è il loro dolore e il loro lutto, vivono in modi diversi l’assenza-presenza, la mancanza, l’abbandono.

Talvolta la perdita fa deflagrare antichi conflitti, mai emersi, mai percepiti, o ne crea di nuovi. Nascono sospetti reciproci, lacerazioni, insofferenze, rabbie e solitudini. Nascono dubbi, le vie del dolore divergono e la relazione tra sopravvissuti ne viene intaccata, spesso nel profondo. E nessuna relazione che subisca questa prova tornerà mai com’era, com’è stata. Talvolta migliora, si arricchisce, scopre nuovi terreni di incontro; tal’altra si incrina, s’impoverisce, diventa arida per quanto ci si sforzi e si finga. E nessuno sa se mai potrà ritrovare vita, vivere una qualità migliore, se ne nascerà una più ricca vicinanza. È una scommessa. I dolenti non sanno se la vinceranno. Qualcuno non la vede o finge di non vederla. Qualcuno rimuove. Qualcuno si ribella e si batte. Qualcuno si arrende. Accetta le separazioni ulteriori che si creano nella cerchia dei suoi affetti e questa ulteriore forma della perdita e della solitudine. Che la ritenga meritata o immeritata, l'accetta e si arrende.

giovedì 21 agosto 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/oscillazioni

Il dolente "inconsolabile” è insopportabile anche alle persone più vicine. Egli prende allora a mentire. E scopre che intorno a lui tutti non chiedono altro che di credere alle sue menzogne, tutti chiedono solo di essere ingannati.

I suoi piccoli miglioramenti, reali, progressivi e faticosi, i suoi piccoli passi in avanti che sono sempre oscillatori e incostanti, discontinui, e che comportano un avanzare e un regredire, vengono afferrati al volo e quasi congelati; il dolente viene subito immobilizzato nel suo primo tentativo di “normalità” e da quel punto non potrà più tornare indietro. Implicitamente subito gli viene detto: “Ecco, stai meglio e d’ora in poi starai –dovrai stare- sempre meglio". E tutti prenderanno a trattarlo con il più disinvolto tono consueto, spingendolo sempre più verso un occultamento del proprio dolore. Così gli altri verranno molto infastiditi se un giorno, timidamente, il dolente dirà una frase, anche solo una parola che ancora parli della persona perduta non come persona già appartenente ad un passato mitico, ma appena scomparsa, vicina, al centro del suo mondo, al centro del suo dolore. Il motto degli altri è: non si accettano ricadute.

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/gli esercizi

Ripenso a quello che ha scritto la mia amica Angela sul suo blog

"Se non facciamo del nostro dolore un tempio…è possibile che si riescano ad accettare, col cuore infine… altre angolazioni, altri punti di vista, non fissità ma movimento.


L’idea di una porta socchiusa, non sbarrata".

Io so che Angela ha ragione, che le sue parole contengono il solo possibile germoglio di un progredire. E credo e so che queste parole sono un incoraggiamento che Angela rivolge a se stessa, non un ammaestramento rivolto ad altri.
Perché Angela sa anche, su di sé, che il tempo per l’accettazione, per aprire quella porta sbarrata, non è decretabile dagli altri e neanche dal dolente stesso. E che costui, nascostamente, si sottopone a prove, a esercizi. Alcuni gli procurano una indicibile angoscia, in altri fallisce. Riporta anche piccole vittorie. Ma su queste non può fare affidamento, deve considerarle –per il momento- temporanee, provvisorie, perché cammina su un terreno instabile, avanza in un territorio che alterna tratti di terra solida a improvvisi vuoti, mancamenti, frane.

Qualcuno talvolta si accorge che il dolente ha pianto o lo sorprende a piangere e allora, poiché il tempo trascorso dall'evento tragico è per lui ormai tanto, "sufficiente", gli chiede: “Che è successo?”. Il dolente ringoia il pianto, risponde "niente" e subito si adegua al tono quotidiano della conversazione che per lui è invece fatua, inutile e inconcludente. Si rimbozzola nella menzogna. Viene ricacciato nella menzogna. Perché gli altri non sanno che sta solo facendo degli esercizi.

giovedì 31 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/i ricordi

Il dolente ha così tanti ricordi da cui ripararsi.
Attraversa le ore della giornata con cautela e circospezione, tutta concentrata sui gesti minuti da compiere, sulle piccole incombenze, trama e ordito ormai della sua vita: comprare il latte, cambiare l’acqua nella ciotola della gatta, passare in farmacia, lavare due stoviglie.
Si lascia assorbire da quelle occupazioni per difendersi da un vento tormentoso che spinge verso di lei brandelli di ricordo come nuvole sfrangiate. Ogni tanto alza una mano  davanti a sé nel gesto di chi tenta di ripararsi gli occhi da una polvere alzatasi d’improvviso da terra per un colpo d’aria o da un moscerino fastidioso. È un gesto fugace che le sfugge, incontrollato, quasi impercettibile per chi le sta vicino, così piccolo e rapido è. 
Con quel fragile schermo tenta di ripararsi dal vento della memoria, continuamente risorgente, di tenerlo lontano da sé, di conservare vuoto e nero lo schermo della sua mente, nero come il monitor di un computer, bianco come lo schermo di un cinema.  
Talvolta un ricordo spezza ogni difesa e la raggiunge fino al centro del petto. Sono flash che le provocano una fitta e insieme una stretta che quasi  le arresta il respiro e non può che arrendersi a quella forza prepotente e implorante insieme. E mentre viene avvolta nella nube ulcerante del ricordo, abbassa lo sguardo sull’orologio per controllare la durata di quella folata che la strazia, attendendo che quel tempo del ricordo passi, quel tempo inevitabile che si è rivelato più forte di lei, di ogni sua circospezione, di ogni suo trucco. Quel controllare il tempo è come il contare di una partoriente, tra una contrazione e l’altra, contiene rassegnazione, la rassegnazione di chi non può difendersi da un assalto, e resta lì ad aspettare che la violenza le passi sopra. Si concentra sulla lancetta dell’orologio contando mentalmente i secondi. In quei secondi, in quei minuti lo squarcio sul passato si prende tutto il suo corpo, la stringe soffocandolo in ogni sua parte: il dolente si ferma in mezzo alla strada, si ferma qualunque cosa stia facendo, trattiene il fiato  e col fiato il dolore, mentre le lacrime non si lasciano trattenere.
Poi torna a respirare e dal polso lo sguardo le scivola sulla mano, sulla pelle sottile e disegnata di rughe, sulle nocche visibili, la sua mano di vecchia. Ho vissuto troppa vita, pensa e troppa vita fa troppi ricordi.

mercoledì 30 luglio 2014

quando qualcuno parla anche per noi

È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore, se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?

Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o 
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.

Da “Innamoramenti” di Xavier Marias



quando qualcuno parla anche per noi


"Immaginai che fossimo tutti seduti nel salotto, con un buco al posto di Arnold. “Tanti buchi” mi dissi. “Tutta la casa piena di buchi. Dove stava seduto. Dove giocava a carte. A tavola.” 
Marya Hornbacher Al centro dell’inverno


martedì 29 luglio 2014

che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/il contratto

Un’altra delle scoperte del dolente è che la com-passione, la sintonia e l’empatia non sono mai incondizionate. Che gli altri stipulano con lui un contratto, non detto ma ferreo, vincolante nelle loro intenzioni: io ti offro condivisione in cambio di superamento. All’inizio la condizione non compare, è invisibile e addirittura inimmaginabile per il dolente; è inconsapevole, inconscia addirittura in chi sta vicino al dolente. Ma il contratto presto emergerà e il dolente deve riconoscerlo e prenderne atto.

Il dolente si sente monotono, noioso e soprattutto colpevole e si sforzerà di rispettare il contratto.

domenica 13 aprile 2014

domenica

Il silenzio domenicale
rimbomba di parole
eco che si ribella
alla conversazione interrotta 

I passi domenicali
lenti di sperdizione
cercano di percorrere
senza ripercorrere

Il lutto domenicale
si porta abbottonato
come un cappotto pesante
che ci si stringe alla gola

Il mattino domenicale
chiede solo
di diventare lunedì.
m.p.




lunedì 2 settembre 2013

ricordando Violeta Parra



*Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me dió dos luceros,


Que cuando los habro


Perfecto distingo,


Lo negro del Blanco,


Y en el alto cielo,


Su fondo estrellado,


Y en las multitudes


Al ombre que yo amo…

Grazie alla vita che 
mi ha dato tanto,
 mi ha dato due astri 
che quando li apro perfettamente distinguo 
il nero dal bianco,
 e nell’alto cielo 
il suo sfondo stellato, 
e tra le moltitudini 
l’uomo che amo…
Violeta Parra 1917-1967

sabato 24 agosto 2013

Dicono di me

"Piangere l'assenza di una persona è un po' come innamorarsene di nuovo"
Eleanor Dymott

domenica 7 luglio 2013

il cammino


Tu sei il mio camino de Santiago
la mia Compostela di passi in croce

Questo è successo nelle ore più accecanti:
che mi chiedessi se il Santo mi avrebbe accolto a braccia aperte]

colme di cielo

Tu sei il mio Santiago 
il mio camino por Compostela
dove il Santo 
occhi muti
pallido rossore al volto
non spalanca braccia al cielo
né al caminante
né al suo cammino.
m.p.

venerdì 14 giugno 2013

forma vuota

Quando cammino in strada c'è sempre accanto a me uno spazio vuoto ma circoscritto, una forma vuota che mi cammina accanto. Un involucro d'aria e d'assenza. Io la sento accanto a me, e questa forma fatta di vuoto, di aria, io la vedo con la coda dell'occhio. Come quando qualcuno ci cammina a fianco e noi pur guardando davanti o voltandoci dall'altro lato a guardare una vetrina, una macchina, un passante, continuiamo a vederla, a sentirla presente accanto a noi, ne sentiamo il passo, ne percepiamo il respiro.
La persona che camminava al mio fianco non c'è più, ma la forma vuota continua a camminare accanto a me. Capita che mi sfiori una mano, che mi tocchi leggermente una spalla, che si accosti o discosti dal mio fianco, proprio come una volta colui che mi camminava accanto. Io non la percepisco come compagnia, conforto, sostegno, ma come assenza: è una forma fatta di assenza, di mancanza. E questa assenza mi cammina accanto e io vado, noi andiamo, la mancanza ed io, l'assenza ed io, nelle strade. Nessuno può vedere un'assenza e infatti nessuno la vede e quando mi salutano, salutano me, me sola e non sanno di salutare anche l'assenza.

domenica 2 giugno 2013

il sassodolore


Il dolore che porto in tasca
-sasso pesante-
non si sa dove posarlo
Non si può dire a nessuno
-tienilo per un po'
per un'ora di rifiato-

Il sasso che porto in tasca
non si sgretola al tempo
È inscalfibile

Più inscalfibile del sassodolore
c'è solo un reticolo di atomi di carbonio
-il diamante-
Ma il peso dei diamanti
si misura in carati
il peso del sassodolore
in chili
quintali
tonnellate.
m.p.

cena


Sul vassoio la mela
-rossa
il mezzo bicchiere di vino
-chiaro
il passato di verdure
-fresche di stagione.

La lampadina è incerta
trema
la luce viene e va
le foto scompaiono e appaiono
giocano a nascondersi
mostrano e celano i loro sorrisi
di un tempo
ormai alle spalle dei vivi

Ci sono sorrisi
cui è impossibile rispondere
e foto a colori
che allo sguardo sono antiche
come fossero in bianco e nero
-foto ormai bugiarde

Bisogna guardare il fondo
della scodella 
ostinatamente
perché le foto non irrompano
nella fragile realtá.
m.p.

giovedì 30 maggio 2013

fiumi d'amore

L'onda naviga sull'onda
il desiderio sul desiderio
verso la confluenza.

Due fiumi scorrono accanto
-come il Rio Negro e il Solimoés-
Per differente temperatura e densità
ancora le acque non si confondono
ma il Rio Negro delle chiome di lei
e il lucore Solimoés degli occhi di lui
trovano piano l'armonia di un solo corpo
rotolano con la forza inarrestabile
che natura impera
verso l'amalgama di un desiderio solo
una sola corrente
e confluiscono
non più divisibili
nel grande Rio delle Amazzoni
gloria di quel paese che ha nome
passione.

m.p.