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domenica 3 maggio 2015

Leggendo Ode al Monte Soratte di Claudio Damiani /1

Sono una lettrice ingenua.Voglio dire: per leggere ho solo me stessa. Non ho niente cui appoggiarmi. Non gli strumenti della critica letteraria, non teorie interpretative. Ho me stessa e dietro di me tutti i libri letti. Dietro e dentro di me. Il linguaggio con cui esprimo il mio pensiero su un libro non può che essere semplice e quotidiano e riconosco che esso è spesso insufficiente, anzi, inadeguato, rispetto al libro stesso. Se poi si tratta di poesia l'inadeguatezza è ancora più evidente.
Credo che chi ha letto il mio blog nel corso di questi anni sappia bene che nel presentare un libro non mi sono mai avventurata in analisi critiche, ma ho sempre parlato solo del mio rapporto con il libro stesso.

Oggi voglio comunque parlare di un libro di poesia: Ode al Monte Soratte di Claudio Damiani. Editore Fuorilinea. Il libro raccoglie 18 poesie, un dialogo, un racconto e 9 disegni di Giuseppe Salvatori, un artista che non conoscevo.



Quello che nell'indice è chiamato dialogo -e che ha la forma di dialogo tra Francesco e Laura- è ancora una lunga poesia in cui la voce del poeta ha come un'eco che ci rimanda non tanto le sue parole ma i suoi affetti. È una cronaca-ricordo poetica di una salita (la parola ascensione non mi sembra adatta, non so perché) al Monte Soratte, il protagonista della piccola raccolta.

Nel racconto che chiude il libro c'è un incontro tra un pastore di pecore e una insegnante ed è stato come una scossa elettrica alla mia memoria e mi ha riportata a quando ero una giovane insegnante che ogni mattina partiva all'alba per un piccolo paese di quasi montagna nella sua vetturetta e si fermava lungo la strada per respirare quella natura di erba, prati, luce, radi alberi e fiori di prato senza nome. Restavo un po' così, senza né fare né pensare, solo raccolta nella felicità di quella natura
semplice che non aveva nulla di spettacolare.
E ho ricordato un mio incontro, più povero di quello narrato nel libro, ma che ha avuto origine nello stesso modo e credo dallo stesso sentimento.
Quando mi fermavo lungo la strada che portava a Bellegra, restavo spesso a guardare le greggi di pecore al pascolo, perché le pecore mi affascinavano di tenerezza. Un giorno mi inoltrai, ma poco, nel campo. Destai però l'allarme di tre grossi cani pastore, bianchi e veloci che da lontano puntarono dritti su di me attraversando a cavallo di se stessi il campo con intenzioni severe. Il mio amore per i cani è assoluto, ma quei tre grossi animali col pelo bianco luccicante di rugiada mi impaurirono e restai lì incerta e un po' paralizzata. Poi feci l'unica cosa che un istinto un po' animalesco mi suggerì. Mi sedetti in terra aspettandoli. Mi raggiunsero in un attimo e trovatami in quella posizione arresa decisero che non ero una minaccia per le pecore affidate alla loro sorveglianza. E mi annusarono, girandomi strettamente intorno. Così potei parlargli e dichiarargli il mio amore e toccarli anche, mentre con le loro code oscillanti mi dicevano di star tranquilla perché avevano capito chi ero e che potevo restare e anche se, naturalmente, non mi amavano perché ero solo una sconosciuta per loro, pure accettavano il mio amore e mi rassicuravano sul fatto che se ci fossimo conosciuti meglio anche loro avrebbero potuto amarmi. Dopo qualche colpetto col muso e piccole strusciature amichevoli dei fianchi ripartirono al galoppo, senza voltarsi indietro, una veloce elastica nuvola bianca. Mi rimasero le mani inumidite dalle carezze e addosso l'odore di pelo e acqua, terra e erba. Il mio incontro finì così. Nessun ulteriore sviluppo ma quell'incontro ancora mi emoziona e mi commuove. E leggere una situazione in partenza così simile -anche se il racconto del poeta continua con un'altra ricchezza di narrazione e riflessione- è diventato prezioso, quasi fosse scritto proprio per me.
Questa sensazione del resto mi succede sempre con la poesia di Claudio Damiani e suscita in me un sentimento di gratitudine, ma anche di timidezza, come di fronte a un regalo di valore ma immeritato.

Ora mi accorgo di aver parlato di me e non delle poesie raccolte nel libro.
Ma voglio farlo, ci tengo molto a farlo.
Lo farò, con la necessaria cautela, e nel mio solito linguaggio, non preparato, non esperto, molto presto.

Intanto riporto almeno una poesia. (E speriamo che copiarla non sia una scorrettezza).

Quando io mi siedo qui, su questo muretto
lungo il sentiero, non è un punto particolare
non c'è una vista particolare
è un punto qualsiasi, e io mi siedo,
sto un po' fermo e guardo le fronde degli alberi,
ornielli forse, con le foglioline piccole,
che mi stanno davanti, faggi anche, accanto a loro,
e ascolto il loro silenzio, l'oscillare lieve delle foglie,
sento il silenzio del sentiero, della terra,
il muoversi impercettibile di ogni cosa, come un brulichio
o un ronzio che diventa sempre più forte,
come un mare, come una lava che bolle,
e io sono dentro questo cratere di fuoco
perfettamente calmo, come avessi una tuta
magica che mi protegge dal calore,
dal rumore assordante, eppure sento questo silenzio,
il muoversi impercettibile delle foglie,
lo scorrere del tempo come lo scorrere
d'un'acqua, d'un ruscello, d'una fonte
vicina e insieme lontana, che non sai dov'è.




                                         Jean Baptiste Camille Corot Il Monte Soratte-1826


domenica 22 giugno 2014

dal passato d'amore

Camminavo in salita sotto le magnolie
Arrivavano parole come pesci argentei 
nuotando libere nella mia acqua
Le sentivo sulle labbra come l’antico bacio caldo
Una foglia lucente dipinta di verde volò a terra e si propose al mio sguardo
raccolse un sorriso 
e volò più in là
Nessun uccello cantava ma cantavano i pesci
"Sei il primo ricordo senza spine"
dissi al pesce più piccino che mordicchiava il mio orecchio
"Sei la prima foglia del mondo" 
dissi alla foglia
"la prima foglia verde
che luce ai miei piedi".
Le parole hanno questo di bello,
non muoiono. 
Giungono un mattino dal passato d’amore 
e nuotano con noi.
m.p.

lunedì 24 dicembre 2012

natale

I muscoli facciali mi dolgono a forza di rispondere sorridendo: grazie, anche a te; grazie, anche a voi; grazie, anche a lei. Sul Natale abbiamo ed ho, detto e scritto di tutto. Cos'altro si può dire sul Natale?
Nella mia mente scorre continuamente, come i sottotitoli di un telegiornale, una sola parola: farcela.


lunedì 6 giugno 2011

Caro Guglielmo

Caro Guglielmo, vorrei tentare di dare una risposta alla tua domanda, per nulla banale, e che sembrerebbe inoppugnabile. "Perché ciò che ci sta vicino dovrebbe ferirci per la sua bellezza?"

Ti dirò il mio pensiero.
I motivi per cui la bellezza può ferirci possono essere tanti. Sono sicura di non poter riuscire ad immaginarli tutti.
La bellezza del mondo può ferirci quando qualcuno che amiamo non c'è più e non può più goderne. Allora un papavero squillante, la distesa placida del mare, nubi rosee al tramonto o qualsiasi altra piccola o grande meraviglia della natura, può farci molto male. È nemica, è crudele.
Possiamo sentirci feriti dalla bellezza quando amiamo qualcuno che, chiuso in un ospedale, intravede appena uno spicchio di cielo, e spesso neanche quello. O quando amiamo qualcuno che non ha il dono della vista o lo ha perduto, e tutta la bellezza del mondo gli è preclusa.
Oppure giace in uno stato che non è vita e non ancora morte e fuori della sua stanza la bellezza del mondo fiorisce crudelmente.
La bellezza può ferirci nei nostri viaggi in paesi lontani quando si accompagna alla più spaventosa miseria, a corpi abbandonati senza forze sulla strada, consumati dalla fame, dalla malattia. Allora la bellezza del mondo (ad esempio le acque viola e arancio del Gange al tramonto), che pure non cessa di vibrare, li offende e ci offende e col nostro insopprimibile palpito di commozione, a nostra volta offendiamo quella umanità diseredata.
Di alcune di queste ferite della bellezza ho fatto e faccio esperienza. Altre le immagino.

Ma poi tu parli dei ricordi. Sono belli per sempre, tu dici. Te lo contesto. I ricordi belli possono non essere belli affatto. La loro bellezza può essere sfregiata dal dolore e possono diventare molto crudeli. E noi possiamo, ma inutilmente, desiderare di sfuggirli. La bellezza dei bei ricordi può diventare orribile e la riconquista di un loro volto più benigno è un cammino che può durare anni. Mi chiedo qualche volta se mai lo ritroveremo.

Scusami per questo intervento sulle tue parole. Credo di averne inteso anche il senso amichevole e te ne ringrazio.
marina


domenica 30 maggio 2010

la presa dell'oceano

Non l'ho mai raccontato a nessuno. Nes-su-no. Perché ho sempre pensato di aver commesso una imprudenza colpevole. Di essere stata sommamente sciocca, superficiale, irresponsabile.
Durante un viaggio a Sri Lanka, verso le sei del pomeriggio arrivammo in un piccolo paese sulla costa: quattro case e l'oceano. Mentre gli amici che viaggiavano con me si riposavano sulla veranda della guest house io andai verso la spiaggia, attirata dalle onde sonore, dal rosso del sole colato sulle acque, dal fumo dei camini nell'aria. Tutto l'insieme trasmetteva la sensazione di una voglia spavalda di vivere e di approfittare di ogni istante. Mi tuffai in acqua sapendo, perché lo sapevo, che su quella costa quella era l'ora delle correnti, l'ora dei grandi risucchi, l'ora in cui la potenza dell'oceano indiano si mascherava di voluttà. Ma in quella sera ero così affamata di vita da esser pronta a giocarmela. Quando l'oceano mi risputò sulla spiaggia, dopo avermi sepolta, con divina indifferenza, più e più volte, più che grata per essere stata restituita alla vita, mi sentii pazzamente irresponsabile verso la figlia di dodici anni che avevo lasciato a casa. Raggiunsi i miei amici sulla veranda e bevvi la mia birra Cobra sentendo di non poter confessare a nessuno di aver messo a rischio la mia vita per l'impeto di un momento.
Ogni tanto, in questi giorni difficili, mi sento come quella sera sotto il braccio possente dell'oceano: sommersa e travolta e trascinata e soffocata. E aspiro a rivivere quell'attimo fatale in cui il mare mi risputò sulla terra e tornai a respirare l'aria della sera. Buttata sulla spiaggia mi riorientai nel mondo e nella vita. Io aspetto quel momento. So che l'oceano smorzerà pian piano la sua forza e ci sarà una spiaggia ad accogliermi. Ma il fatalismo non mi si addice. E ora come allora sto tentando di nuotare.

giovedì 18 marzo 2010

Visible Différence


Per la prima volta dopo due anni dalla morte di mia madre metto mano ai libri presi nella casa dei miei genitori. Li ho divisi con le sorelle in modo casuale. Molti appartengono alla famosa collana la Medusa di Mondadori e tra questi trovo molti autori italiani: Chiara, Pratolini, Giorgio Saviane,Tomizza, Tobino, Berto. Scelgo un libro di Tobino che non conoscevo: La brace dei Biassoli. Nella scelta influisce il mio amore per Tobino ma anche quella parola "brace" e il quadro raffigurato sulla copertina. È La gare St. Lazàre di Manet, quadro famosissimo.Victorine Meurent, modella e pittrice lei stessa, è seduta contro la cancellata della stazione, ha un minuscolo cagnolino addormentato in grembo; indossa un abito blu chiuso da bottoni chiari e sulla massa di capelli rossi che si sciolgono sulle spalle porta un alto cappello ornato di fiori. Alza lo sguardo dal libro che tiene aperto tra le mani e ci guarda dritto negli occhi proprio come ci guarda in quell'altro quadro famosissimo, mentre è tutta nuda sulla dormeuse di Olympia. Chissà perché è stato scelto proprio questo quadro per accompagnare il libro. E chissà se questo apparteneva a mia madre o a mio padre. Stranamente sulla prima pagina non c'è nessuna scritta. Manca la Al slanciata e definitiva di mio padre e la L scolpita di mia madre con cui quei due segnavano i propri territori libreschi come ogni altro territorio. Ma è il libro stesso a dirmi che apparteneva a mia madre: si apre spontaneamente alla pagina 101 per effetto di un segnalibro corposo. È un foglietto rosa stretto e lungo piegato più volte ad organetto, uno di quei foglietti esplicativi che accompagnano i prodotti di bellezza. Elizabeth Arden-Visible Différence, c'è scritto. E io rivedo il vasetto bianco sul comò di mia madre. E rivedo lei mentre prende la crema rosata sulla punta delle dita e la stende attenta e veloce sul viso. Poi si accosta allo specchio e si guarda, seria e compiaciuta. Ne aveva motivo, mia madre.
Mia madre era una donna molto bella che ha dimenticato di fare bella anche me, ma, cosa molto più grave, ha dimenticato di godersi la sua bellezza. Semplicemente non poteva accettare che la bellezza che si accompagna al corpo è buttata via se il corpo non ne riceve gioia. Qualcuno le aveva fatto credere che la bellezza forse un'arma da rivolgere contro le altre donne e non un dono che la vita le aveva fatto perché lei ne ricavasse piacere. Quando è morta aveva novantuno anni ed era ancora bella. Mi capita di pensare che, forse, se avesse dedicato quella bellezza a qualche amante sarebbe stata una madre diversa. Chissà.
La pagina dove sembra essersi arrestata la lettura di mia madre inizia così: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi". Forse mia madre ha interrotto qui la sua lettura perché distolta da una delle mille attività su cui dispiegava le sue inesauribili energie o forse quelle due righe iniziali le sono spiaciute. Il libro è del 1977. Allora mia madre aveva 63 anni ma capelli bianchi il nero assoluto della sua testa altera non ne ospitava. E la parola ritirarsi non faceva parte del suo vocabolario.
Dispiego il foglietto rosa, minutamente scritto in quattro lingue. Vi si illustra l'effetto penetrante della crema, che "idrata e rivitalizza, protegge e ammorbidisce la pelle". E penso alla pelle di mia madre. Quella dei suoi ultimi anni, fragile, trasparente, leggera come carta velina. E quella liscia e luminosa che l'ha irradiata in tutti i giorni della sua vita. Penso al contatto con la sua fronte fredda e irrigidita mentre riposava composta nel suo letto di morte e a quello bruciante della sua mano nello schiaffo. La pelle di una madre è molte cose, mi dico.
Rimetto il foglietto al suo posto e resto incerta, sospesa tra due pensieri: iniziare regolarmente il libro dalla prima pagina o proseguire la lettura da dove mia madre l'ha interrotta. Qualche cosa nelle pagine già lette da mia madre mi impaurisce. Eppure, che cosa posso trovarvi? Mia madre non usava sottolineare i libri e gli sguardi non lasciano segni. Ma ugualmente l'idea di leggere il libro attraverso gli occhi di mia madre per qualche ragione non mi va, come mai mi è piaciuto ripercorrere la sua via. Anche se poi in fondo è proprio quello che ho fatto. Ci sono battaglie che combattiamo fin da giovani e per tutta la vita e per vincere le quali solo in età avanzata troviamo la forza. Quando ormai le battaglie sono perse.
Allontano malinconie e pensieri e comincio a leggere da quella frase: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi" senza più interrompermi fino al termine del libro. Sono in tutto una cinquantina di pagine in cui Tobino racconta le ultime due settimane di vita di sua madre, ritiratasi a morire nella casa della sua infanzia, tra i ritratti dei Biassoli, la sua famiglia di origine, la più importante e rispettata del paese.Tobino passa le notti su un letto accanto a quello della madre, di giorno vi si accomoda per parlare con lei, poi si alza e guarda la Magra che "si spiega dai plumbei monti"; i suoi pensieri per la madre sono accompagnati dal murmure del faticoso respiro di lei ma anche dalle voci di quei personaggi favolosi, di cui si intuiscono l'orgoglio, la dissennatezza, l'eccentricità e "le virtù feroci." Ma a quei Biassoli la madre appartiene fino in fondo, ad essi si è ricollegata nella scelta di morire in quella casa, in quella stanza che era stata la sua di fanciulla e che aveva lasciato il giorno delle nozze. E i Biassoli muoiono con lei, l'ultima vivente di quella famiglia, decaduta per l'errore fatale e disonorevole di un fratello, Alfeo, scomparso giovanissimo. I suoi morti rivivono nei pensieri e nelle parole della donna che soffre di sapere "che con lei i Biassoli definitivamente sarebbero finiti, con la sua morte qualcosa in lei, dentro di lei invincibile, si sarebbe incenerito, le immagini di tutti i suoi, che così violente vivevano nella sua morte, non sarebbero più state."
È questo dunque il senso di quella parola "brace" che mi ha portata a questo libro, penso. La brace dei ricordi che sfumano, dei nomi che non tornano più a mente, delle curiosità cui nessuno potrà più dare risposta, dei volti che nelle vecchie foto scolorano o diventano anonimi. Tutte le famiglie hanno le loro braci, che si raffreddano nei camini del tempo e della dimenticanza. Non ho un senso così forte della famiglia, della schiatta, dell'appartenenza da poter davvero sentire l'altra perdita che fa soffrire la madre di Tobino- la fine del nome di famiglia che cessa con lei- ma conosco invece la tenerezza addolorata per lo sbiadire delle esistenze che furono, per le vite che cadono di dosso ai corpi quando questi si sbriciolano nella morte, per l'onda della dimenticanza che copre la fatica di vivere di ognuno di noi. Chi prima chi poi, ognuno destinato ad appiattirsi nel mormorio sempre più flebile dei secoli. È la perdita dei pensieri, dei sentimenti, delle speranze, dei dolori, la perdita delle individualità riassorbite in un tutto indistinto che non so scrivere con la maiuscola. Altri lo cantino. Io appartengo piuttosto a coloro che lo accettano come accettano tutte le leggi fisiche ma che gli oppongono la necessità del tener traccia e di trasmetterla; per prolungare, forse solo di una generazione, il ricordo di coloro che con il sangue ci hanno dato la vita e con essa le piccole idiosincrasie o le patologie dolorose, i talenti e le caratterialità, hanno cioè formato parti di noi, quelle parti su cui noi stessi abbiamo poi lavorato, nell'incrocio degli eventi e degli incontri della nostra vita, per trovare il nostro profilo più vero, la nostra voce più autentica. Per riconoscerci individui nuovi ma allacciati a quei rami antichi.
Il libro ha una fine insospettata che capovolge la perdita in ritrovamento, ma non ve la racconterò, nel caso voleste leggerlo. Lo finisco rapidamente ma non lo poso. Lo sfoglio ancora. Quel fogliettino rosa che torno a guardare, assume ora per me un nuovo significato.Visible Différence, Differenza Visibile. Penso alle differenze tra me e mia madre, alla costante incompatibilità che così tanto l'offendeva, affronto imperdonabile, meritevole di disamore. Penso anche ai suoi gesti che talvolta riaffiorano in me, a quanto mi indispettiva una volta scoprire queste sue tracce in me. Ma non si fruga nelle braci per scegliere e scartare, si raccolgono tutte, non è possibile fare diversamente. Perché sono particelle minute, inestricabili l'una dall'altra. Sì, la radicalità della nostra differenza era visibile, mia madre ed io lo sapevamo entrambe. Lei deve averla riconosciuta subito in me. Io l'ho sentita da piccolissima. E non era riconciliabile. Per questo intorno a noi, quasi spaventati dalla nostra spinta repulsiva, tutti si affrettavano sempre a sottolineare le piccole somiglianze, a enfatizzarle, a metterle in primo piano. Dovevano occultare la Visible Différence, sfumarla, impedirle di deflagrare. Oggi dei tratti che mi accomunano a mia madre sorrido: alcuni sono piacevoli, mi fanno contenta, altri, che avrei preferito non avere, li sento ormai miei, integrati nella mia individualità e non li combatto più. Perché so di aver salvato quella Visible Différence che pure tanta sofferenza mi ha procurato. E quando le sue conseguenze si fanno ancora sentire -a così tanta distanza di tempo!- riesco lo stesso e ancora a sentirmene contenta, perché la bambina testarda e tenace che sono stata ha sempre voluto conservarla e, anche se fin quasi a soccombere, è riuscita a difenderla. Non sono tanto i fatti, una loro vistosa discontinuità, che ci allontanano da un modello che la nostra intima natura rifiuta, ma la conservazione del nucleo più profondo della nostra sostanza umana. Se non ho saputo radicalmente fare altra la mia vita rispetto a quella di mia madre, pure non ho mai aderito intimamente al suo ordine. È la continuità con il nostro io più profondo, la fedeltà alla sua voce più autentica che vanno salvaguardate. La Visible Différence. E questa non è andata persa. Io posso ritrovare ad ogni momento in me quella voce di bambina che diceva io sentendosi altra, sentendosi se stessa, assaporando la dolorosa ma inebriante visibile differenza.
Questo pensiero scaccia via la sciocca paura di leggere da capo il libro, lo sguardo sullo sguardo di mia madre. Leggere da qui non significherà rimodellarsi su un pensiero che non è mio, -era questa la paura inconscia- come se l'imperativo antico ancora potesse risuonare dentro di me e costringermi alla vecchia battaglia. Riprendo dunque il libro dall'inizio. Mi resta ancora da scoprire perché La gare Saint Lazare sia stato scelto per la prima di copertina. Osservo ancora il quadro. La donna e la bambina sono una madre e una figlia, questo è chiaro. Quella madre che legge è la mia? E alza lo sguardo dopo avere arrestato la lettura alla pagina 101? E io sono la bambina ritratta di spalle nell'abito con la gonna a corolla simile a quelli che mia madre mi confezionava, ricamandoli a punto smock? La bambina che stringe le sbarre della cancellata e guarda verso il vapore bianco che si alza dalla stazione? Le stazioni, luogo privilegiato per i sogni di altrove di me bambina. E le sbarre, tra me e quei sogni.

Ma non si può spingere a tanto l'arbitrarietà della lettura di un quadro. Così apro il libro alla prima frase: "La chiesa di Vezzano vide mia madre bambina, in essa si sposò, la vide morta la mattina di tiepido sole del 4 ottobre 1947."
Mi fermerò alla pagina 101, decido, dove si è fermata mia madre e su quel punto di confine rimetto il segnalibro, la Visible Différence.

domenica 14 marzo 2010

San pi greco

Non sapevo che il pi greco avesse il suo giorno dei festeggiamenti. L'ho scoperto proprio ora sulla home page di Google. Ma la cosa mi piace. Devo dire che fin dai tempi della scuola quel numeretto elegante e versatile mi ha sempre affascinata.
Mi sembrava una specie di grimaldello per le situazioni difficili, quelle da mani nei capelli.
Ed erano rassicuranti le parole che avevano a che fare con lui. Il pi greco è un rapporto (bello!) una costante (bellissimo!). E ci si fanno un sacco di cose. Cosa c'era di più tranquillizzante e risolutivo? Così, quando tra compagne eravamo alle prese con qualche faccenda che ci sembrava insormontabile -non solo matematica, non solo scolastica-di fronte alla domanda: e allora che facciamo? - io proponevo trionfante: Moltiplichiamo per 3 e 14! La faccenda veniva così definitivamente archiviata da una risata e si passava ad altro.
Avevo dimenticato San pi greco e il suo potere. Oggi gli rendo omaggio. E retrospettivamente mi dico che se alcune ciambelle della mia vita non hanno buco, è colpa mia: avrei dovuto moltiplicare per pi greco!

giovedì 3 settembre 2009

pensieri

"La sua mancanza? E' una sorta di fame d'aria. Non soltanto parole e oggetti la ricordano, ma anche l'aria. Anche all'aria manca qualcosa." Sandor Marai

Sandor Marai scrisse queste parole già vecchissimo, nei suoi ultimi mesi di vita, dopo la perdita della moglie.

Io so che la mancanza di qualcuno di importante per noi ridisegna gli spazi, e il tempo ed ogni altra cosa. All'aria non avevo mai pensato ma capisco che Marai aveva ragione.

domenica 16 agosto 2009

pensieri tarquiniensi/tre

Anche questa estate eccoci qui nella nostra casa di Tarquinia, noi tre sisters e i nostri mariti. Per molti anni ognuno di noi ha passato le sue vacanze in posti diversi del mondo ma da tre anni, per varie ragioni, nel mese di agosto siamo tutti qui.
La casa è grande e consente ampi margini per viverci senza urticarsi troppo.
Ci vuole naturalmente un po’ di duttilità e buona volontà da parte di tutti.

La casa è ad ottocento metri dal mare, ma il mare non è un bel mare. Aveva una sua bellezza semplice quarant’anni fa', quando mio padre costruì la casa, -la costa diritta e nuda, le dune con i gigli di mare, la spiaggia grigia e leggera- ma il mare ormai è sporco, le dune impoverite, le case a ridosso.
La campagna però è molto bella -una campagna operosa- e la città di Tarquinia è un gioiello antico. Da anni quando vengo nella nostra casa, al mare non mi ci affaccio neanche.
La considero una casa di campagna arieggiata da aria di mare. Il mare lo guardo da lontano, dall'alto della cittadina -e allora è bello e luminoso come tutti i mari- o dalla terrazza del piccolo cimitero monumentale -e allora diventa addirittura misterioso: in vista di quel mare i morti riposano da qualche migliaio di anni.
Se avrò voglia di mare raggiungerò Capalbio -a pochi chilometri- con spiaggia e mare puliti e per niente affollati o, spingendomi più a nord, Talamone. O mi fermerò ad Ansedonia. Un piccolo tuffo tra i veri ricchi e nell'acqua gelida di quel tratto di mare.
Ma forse resterò campagnola.
La mia intenzione per questo soggiorno a Tarquinia è di leggere, scrivere, pensare, camminare.
Un'atmosfera di pigrizia ci prende tutti appena arriviamo qui e si aggiunge a quella che già caratterizza le mie sorelle.
La Prima Sorella odia ogni tipo di moto; credo di non averla mai vista correre, forse qualche volta avrà affrettato il passo per giungere in tempo ad un appuntamento. Ma non ne sono certa: la puntualità non è una delle sue preoccupazioni.
La sua sistemazione prediletta è su un divano, mollemente distesa, la sigaretta in una mano e una minuscola strisciolina di carta di giornale che arrotola e srotola tra le dita.
Veramente ha allevato un figlio, passando attraverso periodi di floridezza economica ma anche di ristrettezze e quindi le sue corse e i suoi affanni li ha avuti anche lei. Ma, passata la turbolenza economica, riassumeva immediatamente la sua posizione naturale. E se la debbo pensare a distanza io la penso sul suo divano, con la sua sigaretta e il suo "rotolino". Ciò nonostante è ancora attiva, nel commercio, ma, a parte quando lavora, il moto fisico la disgusta.
La sua pigrizia ha le sue eccezioni nei pranzi e nelle cene che le piace organizzare. Pranzi e cene semplicemente perfette, con pietanze di una cucina classica, solenne, che ha sempre resistito agli accoppiamenti di sapori tanto fantasiosi quanto improbabili e privi di armonia che la moda della Nouvelle cusine ha introdotto nella gastronomia italiana.
La tavola che apparecchia a casa sua è sempre talmente bella da intimidirmi un po'. Tutti quei bicchieri brillanti, le posate barocche, i piatti decorati. E la varietà di tovaglie e vasellame. Mia sorella ha un talento speciale per ricevere. Una capacità naturale nel guidare cameriere ed aiutanti con cortesia ma decisione ed ottenere sempre il risultato che si aspetta. Il tutto conservando la sua aria bonaria.
La Terza Sorella ha un tipo diverso di pigrizia che si applica, oltre che al moto fisico, al pronunciare parole, anche durante pranzi e cene. L'eccezione alla sua pigrizia è sempre consistita nel rispondere ai desideri e alle esigenze di Nostra Madre. Il rapporto tra la Terza Sorella e Nostra Madre è sempre stato di infinito amore reciproco. Quando Nostra Madre si è fatta più anziana, la Terza Sorella, in occasione delle feste natalizie, ha messo da parte la sua pigrizia e si è alternata alla Prima Sorella nell'organizzare a casa sua i pranzi e le cene particolarmente laboriosi della nostra tradizione familiare. Io no. Io ho sempre dato il mio contributo lavorando nella mia cucina -agnolotti e cappelletti fatti a mano, preparazione dei fritti, brodi, sughi, paté ecc- trasferendo poi il tutto, con mio grande sollievo, alternativamente nella casa della Prima Sorella o in quella della Terza Sorella. Ci fu una sola eccezione, ricordata come memorabile sia da loro che da me, in occasione di un intervento chirurgico subito dalla Prima Sorella e tenuto nascosto a Nostra Madre. Poiché la Terza Sorella sa organizzare i pranzi ma non sa cucinare, lei assistette la Prima Sorella in clinica e io cucinai e organizzai in casa mia i pranzi e le cene di rigore. Solo dopo Nostra Madre venne a capo di questa assoluta e strabiliante novità. Dalla prova uscii promossa ma psicologicamente sfinita per l'ansia da prestazione, soddisfare le aspettative materne essendo un compito da far tremare "le vene e i polsi".
La Prima Sorella invece ha sempre amato competere con il modello materno, per me inarrivabile, di riunioni familiari. L'amore tra Nostra Madre e la Prima Sorella non era inferiore in tenerezza a quello che la univa alla Terza Sorella, ma conteneva un piccolo filo di reciproco dispetto. La Prima Sorella aveva subito docilmente l'autoritorismo materno in tutta l'infanzia ma, divenuta donna, aveva cominciato a nutrire un po' di rancore, e di voglia di ribellione, anche se attutiti dalla somiglianza dei gusti; Nostra Madre, dal canto suo, che era stata irritata e delusa dalla mancanza di volontà negli studi da parte della Prima Sorella, gliene voleva ancora un po'. Non tanto perché desse una grande importanza agli studi, quanto perché la Prima Sorella si era fatta superare da me. Ma soprattutto Nostra Madre aveva vissuto la relativa emancipazione della Prima Sorella dalla sua volontà, con grande dispetto e come perdita di potere. La Prima Sorella continuava ad essere dentro di lei la figlia dolce e bisognosa di protezione, perciò la sua sopraggiunta capacità di opporlesi la faceva doppiamente arrabbiare. Ma basta di parlare di amore materno: in presenza di più figli non è mai, secondo me, una buona idea. Io penso infatti che l'amore materno -come quello paterno del resto- molto difficilmente possa essere distribuito egualmente.
Se questo fatto mi appare del tutto ragionevole e spiegabile -poiché ogni figlio ha una diversa personalità questa può incontrarsi o scontrarsi con quella dei genitori- penso, non di meno, che tanta obiettività possa essere fatta propria dai figli ormai adulti, ma non possa compensare mai né mai recare sollievo a quello tra i figli che ha ricevuto meno amore.

La personalità di noi tre sorelle è molto diversa e solo il grande affetto che ci ha sempre legate ci ha consentito di conservare il nostro rapporto senza grossi conflitti anche dopo la perdita dei nostri genitori.
A onore di tutte e tre bisogna dire che nessun conflitto è nato per questioni materiali o di interesse. In questo abbiamo appreso la lezione familiare, che ci indicava i beni materiali decisamente e definitivamente insignificanti rispetto agli affetti.
Se qualche conflitto c'è stato ha riguardato piuttosto il confronto di volontà e mentalità e la differenza di approccio ai vari problemi, oltre alla rivendicazione di piccoli oggetti, di valore puramente simbolico: il "mattarello" con cui Nostra Madre stendeva la sfoglia di pasta all'uovo, già appartenuto a sua Madre, mia nonna Agnese; la cornice in cuoio con la foto di Nostra Madre fatta da un famoso studio fotografico dell'epoca. (Aveva ventisei anni ed era di una grande bellezza. Forse volevamo impadronirci della bellezza materna che nessuna di noi aveva ereditata fino in fondo?); i taccuini di nostro padre con i suoi turni di volo; i suoi gemelli militari bruniti, con l'aquila ad ali spiegate ed altre cose di analogo valore puramente affettivo.
Quando, sia pure frenate dal desiderio comune di conservare il nostro accordo, sono nate delle discussioni tra di noi, quello che stavamo contendendoci, a mio parere, era l'amore dei nostri genitori. Del tutto irrazionalmente io pensavo di aver diritto ad un risarcimento e avrei voluto che le mie sorelle lo ammettessero; ma, del tutto logicamente, le mie sorelle non mi riconoscevano questo diritto. Il tirare a sorte comunque mi ha consegnato la cornice in cuoio con il ritratto di Nostra Madre e i gemelli bruniti di mio padre e io mi ritengo soddisfatta.
Penso di aver avuto dalla sorte molto più di quello che mi sarebbe stato attribuito in vita da mia madre. Lo dico come pura constatazione.
Mi accorgo di aver appena scritto "mia madre", mentre mi ero data l'obbligo di scrivere ogni volta "Nostra Madre". Il fatto è che quando i figli sono più di uno, secondo me, ad ognuno tocca una madre diversa e questo pensiero, benché io lo respinga per amore di serenità, riaffiora continuamente. Nel mio caso specifico, mia madre non è la stessa Madre delle mie sorelle. I nostri ricordi sono diversi, spesso non combaciano o addirittura si contraddicono a vicenda. Quando le mie sorelle parlano di Nostra Madre io non la riconosco e le ascolto sempre con un senso di meraviglia e di incanto.
Come pure, quando parlano di mio padre, io le ascolto con un senso di fastidio e di ribellione. Immagino che accada in molte altre famiglie. Noi abbiamo avuto la fortuna e la sfortuna di avere due genitori straordinari -fuori dell'ordinario, letteralmente- per molti aspetti. Alcuni positivi, altri, molti altri, negativi.
Fa parte della loro straordinarietà il fatto di essere stati così diversi nel loro comportamento con noi tre figlie? Io non credo. Credo anzi che in questo siano stati perfettamente ordinari. Ma sono pochi i figli capaci di riconoscere ed ammettere questa disparità così dolorosa e, in quanto ai genitori, nessuno di loro è disposto a farlo. Ciò non di meno la letteratura e la psicologia testimoniano e riconoscono ampiamente questo "accidente" della natura umana.
Adesso noi tre sorelle, le sisters, ci troviamo a convivere per un po' di tempo.
So già che cosa comporterà questo. Ognuna di noi riprenderà il suo ruolo solito, quello da sempre attribuitole in famiglia ed ognuna delle dinamiche sperimentate nella fanciullezza, adolescenza e giovinezza si riprodurrà senza variazioni.
Intanto le figure dei tre mariti si faranno sempre più pallide e sbiadite agli occhi delle rispettive mogli, prese dalla rappresentazione del loro passato e torneranno a farsi visibili ai loro occhi solo quando il trio tornerà a dividersi.
Io metterò in atto la mia forma di pigrizia che consiste nell'ignorare qualunque esigenza alimentare per dedicare la mia attenzione ed il mio tempo alla lettura e alla scrittura. Ed opporrò il mio diniego ad ogni invito, per quanto allettante, ad impegnarmi in pranzi elaborati. Per non pesare sugli altri giurerò di vivere di caffellatte-panini-frutta-caffellatte.
Il Primo Cognato invece, grande cuoco e grande gaudente, si dedicherà alla cucina in forma compulsiva, con la collaborazione di mio marito sotto forma di aiutante per le attività più banalmente esecutive: triterà prezzemolo, sbuccerà pomodori, laverà cozze e spellerà peperoni, pronto ad ogni bassa manovalanza per il piacere di banchettare grazie alla iniziativa culinaria del Primo Cognato. Il Terzo Cognato, dal canto suo, farà la spesa quotidiana, quella di acquisti di routine e in fondo facili, lasciando a mio marito l'onore e l'onere delle scelte delle materie prime più delicate.
Si verificherà insomma quel miracolo per cui tre uomini normalmente poco inclini ad assumersi responsabilità in cucina, trovandosi insieme formeranno una squadra perfettamente efficiente di cuochi, che ci solleverà di ogni problema in merito. Questo sfoggio di alacrità non durerà più di una settimana, dopo di che i mariti ridiventeranno pelandroni.
Intanto però la Prima Sorella, gelosa del suo ruolo di Signora Cuoca, entrerà in violenta contrapposizione con il Primo Cognato, tentando di coinvolgermi in sfide di superiore arte culinaria.
Non ottenendo, a causa della mia pigrizia, il mio contributo, rinuncerà a competere ma criticherà aspramente le pietanze cucinate dal marito, pur mangiandole di gusto.
La Terza Sorella si farà gli affari suoi, parlando poco, osservando molto, leggendo e tentando di sottrarsi alle iniziative ricreative del Terzo Cognato.
Il Terzo Cognato infatti è un'anima inquieta, bisognoso di distrarsi continuamente. Possibilmente frequentando i grandi consorzi agricoli del posto, le affascinanti ferramenta e i mercatini locali. Per il resto del tempo solleciterà discussioni di politica, cui tutti gli altri tenteranno di sottrarsi. Grazie al cielo non ci sono conflitti politici tra di noi. Infatti, se il Primo Cognato in quanto figlio di generale dell'Arma, consevatore, maschilista ed imprenditore ha votato Berlusconi, considera però la politica un argomento di discussione privo di interesse e non raccoglie le provocazioni del Terzo Cognato. Io l'ho già avvertito che non intendo farmi rovinare l'estate dalla polemica politica e che se mi si avvicinerà sventolando l'Unità o il Manifesto e prorompendo in squillanti
"Guarda qua!" metà furiosi e metà disperati, mi alzerò e me ne andrò. Tornerò però ad unirmi a lui in occasione delle visite ai negozi di ferramenta che esercitano un fascino irresistibile anche su di me.
Le cose, più o meno, potrebbero andare così.
Ma la vostra cronista è pronta a rettifiche e smentite.

mercoledì 12 agosto 2009

pensieri tarquiniensi/due

I rumori della notte fanno compagnia alla mia insonnia. Si stagliano su un silenzio compatto e pulito e lo trasformano in materia di sogni.
Cani che ululano o abbaiono lontani; il barbagianni timido che lancia il suo grido; la sua voce non è armoniosa ma rauca - sembra schiarirsi la gola- ma popola la notte di misteriose lontananze; il treno che corre ritmicamente e ogni tanto fischia, un lungo fischio interrogativo: sta correndo con le sue luci ordinate dietro la casa. Non so perché ma mi portano ai miei sedici anni e al mio primo amore.
E io mi rivedo quasi ragazza e sorrido nel buio e non so bene che cosa sia a riportarmi a quei giorni.
Non ricordo se dalla casa dei miei sedici anni nel paese d’Abruzzo dova passavo l’estate si sentisse il fischio del treno, mi sembra improbabile, la stazione era lontana, né saprei dire se il barbagianni sfiorasse quelle notti col suo volo elegante; i cani forse abbaiavano, sì.
Capisco che non sono i rumori che mi riportano a quelle notti di ragazzina innamorata ma il silenzio. Il silenzio di quelle notti in cui i miei erano pensieri giovani e trepidanti. Quel silenzio si legava ai silenzi del mio primo amore contro cui ostinatamente ma inutilmente bussavo. Forse sono questi silenzi che si richiamano l’un l’altro.
Ma mentre il silenzio di queste notti mi placa l’anima quello me la turbava di scontento e di apprensione. Era apprensione per quella storia d’amore perché presagivo che i silenzi di quel ragazzo timido e testardo avrebbero alla fine disperso la nostra storia. Accadde proprio così, anche se non solo così. Ma non dispersero comunque l’amore, perché il primo amore, lo sanno tutti, non si scorda mai.
La genesi, la natura di quell’amore e la fine di quella storia, analizzati una vita più tardi nel lavoro di analisi della mia vita, mi dissero molte cose di me, anche della me degli anni successivi, mi mostrarono come una mia modalità si ripetesse sempre e sempre, perché proveniente da una storia ancora precedente ed infantile: la storia della mia famiglia.
Dovrei forse ringraziare quel ragazzo per avermi aiutato a capire, quando ormai non ci frequentavamo più da 32 anni, molte cose di me.
Ora che sono una vecchia signora avvertita provo un senso di dolore per quel ragazzo innamorato incapace di esprimere i propri sentimenti e per quella ragazza innamorata così bisognosa di sentirseli dichiarare. Mi piacerebbe che, in un’altra dimensione, quella storia d’amore fosse andata avanti e quei due avessero trovato la via per dare e ricevere rassicurazione. E magari incontrarli un giorno in una via e riconoscerli e vederli felici.
Del resto, neanche l’uomo che venne dopo rispose al bisogno di quella ragazza: ci sono bisogni che non soddisfatti nell’infanzia non lo saranno mai più.
Ma in queste ore silenziose, mentre il treno va, e subito il silenzio riveste la notte, i rimpianti sono ormai da tempo dietro le spalle e così pure i rancori. E i sogni non sono più legati alla disponibilità altrui, non dipendono che da noi stessi. Quanta strada per arrivarci!
In questa casa penso spesso a mia madre, qualche volta mi sembra di udirne la voce o di intravederne la figura –alta, elegante, col suo piglio autoritario- ed esito nel compiere un gesto –cambiare di posto a un servizio di piatti, fissare un nuovo filo per stendere i panni- chiedendomi se è corretto, proprio come lei lo avrebbe fatto, e capisco che una casa che è stata la sua casa una volta, lo sarà per sempre. Almeno per me.
La Prima e la Terza Sorella hanno una scioltezza, una “padronanza” della casa del tutto spontanea, mentre io mi ci debbo ogni volta richiamare, compiendo un esercizio di volontà.
Ma la notte la casa è più mia. Mia madre dorme al piano di sotto.

venerdì 5 giugno 2009

ponti e ponteggi



Per oltre un anno ho tentato di ricordare il cognome di una persona che non sento da molti anni e che pure, in un periodo della mia vita, è stata molto importante per me.
Si tratta dunque di un cognome che avrei dovuto ricordare. Invece niente, il vuoto più assoluto.
Va bene l'età e va bene i neuroni che se ne vanno, e va bene le sinapsi che si diradano, ma...

Non mi ci volle molto a capire che il mio cervello rispecchiava l'ambivalenza delle mie intenzioni.
Da un lato il desiderio di rintracciare quella persona per saperne la condizione, per testimoniarle la mia memoria e il mio affetto; dall'altro il desiderio di lasciar sfumare questo, come altri ricordi, verso un deposito sicuro ma mai attinto, quel luogo fatto di chiaroscuri in cui giace la nostra vita passata.

In questa confusione di desideri, conducevo la mia battaglia con la memoria servendomi di ogni mezzo: l'esplorazione del più piccolo pezzetto di carta nei miei cassetti, delle vecchie agende, delle rubriche;
l'accanita ricerca in Internet, centinaia e centinaia di pagine sfogliate, scorse, mettendo assieme tutte gli elementi in mio possesso, ricerca infruttuosa, malgrada la potenza del mezzo, perché condurre una ricerca senza un cognome è dura anche nella favolosa era Internet e Facebook;
poi le richieste a tutti i conoscenti comuni, richieste reiterate ogni tot mesi in attesa che le loro memorie si sbloccassero. In almeno un caso il cognome non hanno voluto dirmelo nascondendosi dietro la fallacia della memoria.
E' stato questo a scatenare la mia implacabile determinazione.
Mi sono quindi recata negli uffici della Telecom dove una volta erano disonibili tutti gli elenchi telefonici di tutte le città di Italia. Ero pronta a sfogliare dalla a di Abado alla z di Zucchi l'elenco telefonico della città in cui sapevo che quella persona viveva e poi se necessario tutte le città della regione e poi perché no, tutte le città d' Italia in attesa di leggere un cognome che, ne ero certa, avrei riconosciuto.

La Telecom però non offre più questo servizio.

Allora ho provato a comprarli, gli elenchi, ma anche questa possibilità si è rivelata inesistente. Non li vendono più, si consultano in rete ma A PARTIRE DAI COGNOMI ovviamente.

Ho anche provato ad avere gli elenchi dei frequentatori di almeno un luogo che sapevo con certezza essere stato frequentato da quella persona per un certo periodo di tempo. Ma quegli elenchi mi sono stati rifiutati.

Intanto erano passati mesi e mesi. Ma la ricerca folle continuava.

Ormai le armi più potenti si erano spuntate nelle mie mani. Mi restavano pratiche al limite dell'esoterico e dell'occulto.
Feci così ricorso alla scrittura automatica, tracciando all'improvviso su carta il nome proprio, nella speranza che il cognome venisse trascinato appresso automaticamente. Niente.

Ormai ero fiaccata nelle mie capacità inventive e la mia intraprendenza si sentiva agli sgoccioli.

Non mi restava che rassegnarmi a sperare in un improvviso risveglio della memoria e ad attendere forse anni che improvvisamente si ricostituisse il percorso necessario a raggiungere quella informazione nascosta nel mio odioso cervello.

Ma la parola rassegnazione non rima con marina e così mi rifiutai di dichiararmi sconfitta.
Ma ero davvero all' ultima spiaggia.

Decisi cioè di affidarmi alla potenza evocativa della musica. Così presi l'abitudine di ascoltare incessantemente, mentre ero al computer, musica di quel periodo o musica che avevo avuto occasione di ascoltare insieme a quella persona.
Scrivevo i miei post o rivedevo il mio libro e intanto sullo sfondo la musica andava con il compito di lavorare dentro di me.

Un giorno poi, mentre scrivevo di Seneca e sullo sfondo Leonard Cohen continuava a bere tè con Suzanne, all'improvviso nell'interno della mia testa come su uno schermo bianco si stamparono tre lettere e subito io seppi che quelle lettere appartenevano a quel cognome.
Ma seppi anche, non so come, che non erano le lettere iniziali. Facevano parte del nome ma non ne erano l'inizio. Sapevo che c'era almeno un'altra lettere se non una sillaba prima ed altre lettere dopo.

Ma questo era il primo successo dopo un anno di fatica investigativa e l'entusiasmo mi dette una nuova forza.


Così una sera mi misi al lavoro: cominciai a premettere per iscritto a quelle tre lettere tutte le lettere dell'alfabeto finché con assoluta certezza trovai la prima lettera. Ora avevo quattro lettere, le prime quattro lettere!
Dopo un anno abbondante avevo quattro lettere! Ben due sillabe! Un trionfo addirittura.
E fu il trionfo che mi dette il coraggio di continuare in quel lavoro di ricostruzione: passai così a posporre a quelle quattro lettere tutta la serie di sillabe dell' italiano.
Scelsi quelle compatibili con i canonici incontri di lettere della lingua italiana, cioè, nel mio caso, solo quelle inizianti con consonante. Procedetti da ba be bi bo bu attraverso ca ce ci co cu eda de di do du e avanti così, nessuna sillaba esclusa, pronunciandole ad alta voce e scrivendole poi.

Le scrivevo accanto al mio gruzzolo di sillabe iniziali nella speranza che la solita scrittura automatica mi prendesse ad un certo punto la mano e la guidasse a tracciare l'intero cognome. Non accadde.

Puntai allora sulla speranza che quelle prime due sillabe potessero richiamare in qualche modo alla mia mente un barlume confuso di ipotetica ultima sillaba. Così mi misi a pronunciare le prime sillabe, seguite da un borbottio indistinto seguito con voce chiara da tutte le sillabe della nostra lingua, sia quelle inizianti con consonante che quelle inizianti con vocale. Da ac, ad, af eccetera, e poi ba be bi e così via...
Procedevo attraverso i miei borbottii e nulla accadeva.

Ma sentivo che Galileo era con me. Prova ed errore, mi ripeteva il suo metodo. Prova ed errore.
E prova ed errore dopo prova ed errore, ad un certo punto la mia mente trasalì e mi attestò che l'ultimo tentativo aveva centrato l'obiettivo: riconobbi l'ultima sillaba!
Ora avevo le due sillabe iniziali e l'ultima. E in mezzo? Lavoravo da diverse ore e ignoravo quante lettere mi mancassero.
Tenendo conto della lunghezza media dei cognomi italiani potevo sperare che mi mancasse una sola sillaba. E così ripartii incastrando tra le sillabe ormai note tutte le sillabe italiane compatibili. E finalmente, non per effetto di una illuminazione ma come risultato di un sistematico lavoro di incastro, la sillaba mancante, la maledetta sillaba mancante venne fuori!
Eccolo lì il cognome che inseguivo da più di un anno! Eccolo lì, inequivocabilmente lui! Quattro sillabe conquistate a forza di tempo e tenacia.

Ero esaltata dal successo ma sfinita dalla fatica.
Così me ne andai a dormire rimandando all'indomani la ricerca su Internet con nome e cognome.
Prima me lo appuntai, per sicurezza. Ma è certo che un cognome ricostruito con così tanta fatica non si dimentica più.

Il giorno dopo finalmente condussi la mia ricerca in Internet con i miei due elementi base,belli chiari: nome e cognome. Potei così seguire quella persona e la sua vita negli ultimi venti anni attraverso le sue diverse attività, presenze e partecipazioni.

E poi?
E poi non so, la mia rabbia famelica di notizie si era come placata, il mio slancio si era esaurito nel corpo a corpo della ricerca, o semplicemente sentii il bisogno di mettere da parte in quel deposito in cui giace la nostra vita passata anche quel faticato ricordo. Forse un giorno userò il risultato della mia ricerca per comunicare con quella persona, forse no. Quello che mi sembra importante è, oltre alla riscoperta della mia antica tenacia, sapere che esiste una via di comunicazione tra il passato e il presente e che i ponti non sono rotti.




mercoledì 20 maggio 2009

la mia raccolta


Più o meno da un anno ho intrapreso un lavoro di indagine sulla mia vita. Indagine orale, anzi mentale; niente autobiografia; e limitata alle cose buone che la vita mi ha dato. Lo scopo di questo lavoro della memoria è quello di preparmi alla vecchiaia e, detto molto semplicemente, alla morte. Non fatevi spaventare dalla parola. Non conto di morire nell'imminenza ma non posso neanche escluderlo e voglio poter confortare la mia vecchiaia e l'addio alla vita con la consapevolezza dei doni ricevuti. Noi abbiamo la tendenza a ricordare (e a lamentarci) delle cose dolorose, tristi, brutte che la vita ci ha dispensato e a dimenticarci di quanto di buono e di bello abbiamo goduto. Questo può generare una vecchiaia amara, spesso ingiustamente amara, e io non voglio né far torto alla vita né amareggiarmi indebitamente. Così pesco, qua e là negli anni, senza ordine alcuno, giornate o anche solo momenti luminosi, e li metto da parte in un mucchietto che via via cresce, di positività e riconoscenza. Io credo che non occorra aver scavallato i sessanta per condurre questa operazione. Penso anzi che andrebbe fatta periodicamente, che chiunque dovrebbe dedicare ogni tanto un giorno o anche un'ora a rievocare qualche speciale momento felice, a richiamarlo alla propria memoria, a inventariare così il positivo che la vita gli ha sicuramente elargito. Non parlo solo di grandi gioie ma anche di piccole, apparentemente scontate felicità.
Metto come esempio un ricordo che fa stabile parte della mia raccolta di doni ricevuti.
Ogni volta in cui sono salita sul traghetto per Ponza e seduta sulle panche di legno, nell'aria salmastra e luminosa ho navigato verso l'isola. E appoggiata al parapetto ho visto i delfini saltare allegramente e lanciare grida di saluto. E ho scorto ad un tratto il profilo dell'isola e, ogni volta con la stessa emozione, l'ho vista sorgere, il giallo delle ginestre, il verde delle terrazze a vite, il viola, il grigio, il bianco, l'ocra delle rocce e tutto quel blu definitivo, assoluto, magnifico e ineguagliabile. E il porto rosa che mi accoglie e le grida dei marinai all'attracco e il piede che finalmente si posa sulla banchina e quella sosta commossa, a guardarmi intorno, a riconoscere, ad amare, a ringraziare. Questo io l'ho vissuto, ed è presente in me con vivezza e precisione e niente me lo porterà via. Questo è stato un dono della vita e io lo metto da parte e, sentitamente, ringrazio.

lunedì 20 aprile 2009

conviti

In gruppo più che parlare & tener banco mi piace ascoltare & osservare. Il che va benissimo per l'equilibrio delle serate. Infatti la maggior parte della gente preferisce parlare & tener banco piuttosto che ascoltare & osservare. Divisici così i compiti passiamo il tempo piacevolmente. I problemi nascono quando allo stesso tavolo si siede un altro osservatore & ascoltatore. Io identifico immediatamente lui, lui identifica immediatamente me. In genere cominciamo ad osservarci reciprocamente. Il che non va bene perché per tenerci d'occhio tra di noi perdiamo di vista il resto della brigata. Ricordo la volta in cui decisi di correre ai ripari. Al mio silenzioso scrutatore, seduto davanti a me, dissi: Mi faresti un favore? Certo! rispose prontamente lui. "Disinteressati di me e concentrati sugli altri." Arrossì violentemente. Infatti era molto giovane. Ma io lo rincuorai subito: "Potremmo dividerci i compiti. Tu ti occupi degli uomini e io delle donne". Benché ancora rosso, sorrise. "Facciamo il contrario" disse. Acconsentii. La serata andò magnificamente bene. Ogni tanto io gettavo là un'osservazione, un assenso, una domanda, tanto per alimentare la libidine di eloquio degli altri. Lui invece era troppo silenzioso, tanto da attirarsi ad un certo punto un richiamo dalla padrona di casa. Lo redarguii con lo sguardo: gettare lì delle frasi ogni tanto è fondamentale, benedetto ragazzo! Al momento dei saluti feci in modo di restare un po' in disparte con lui. "Che ne pensi della festeggiata?" gli chiesi. "Fasulla" fu la risposta. "E tu  del marito che mi dici? " chiese lui. "Infelice" gli risposi. Soddisfatti e concordi ci demmo la mano e ci salutammo. Il ragazzo aveva della stoffa. Sono certa che l'esperienza di quella serata gli sarà servita in seguito.

mercoledì 7 gennaio 2009

fare lo sgambetto...

Giorni fa scherzando sara-guccia mi ha dato della sovversiva e questo mi ha indotta a ricordare...

"Tu sei sovversiva, ma non eversiva" disse.
Ed io, confesso, dovetti ricorrere al vocabolario per apprezzare la differenza.
Ma il vocabolario non mi aiutò. Non quello di italiano. Vi trovai solo che si poteva essere sovversivi in un senso più ampio che eversivi, in un senso che non si limitava all'azione politica. Ma lui, lui parlava proprio di azione politica.
Così andai alla fonte, al latino. Ma, anche lì, non trovai una risposta chiara.
Le cose che si potevano e-vertere o sub-vertere erano sostanzialmente le stesse.
C'era una sola, piccola differenza e a quella mi attaccai: sub-vertere poteva significare, oltre che "abbattere, atterrare, rovesciare, e rimuovere dalle fondamenta" come il fratello e-vertere, anche "far inciampare".
Ripensando al tono con cui aveva detto "sei sovversiva, ma non eversiva" -un tono indulgente, che significava: "non è colpa tua, se sei fatta così"-gli chiesi chiarimenti.
Mi confermò che la sottile differenza non l'avrei trovata sui vocabolari, ma solo nel linguaggio politico dei militanti cui lui faceva riferimento.
La sintetizzò così: "Tu non prepareresti una rivoluzione, ma se scoppiasse vi parteciperesti".
Corressi quell'analisi: "Non potrei cospirare, ma parteciperei ad una sommossa di popolo, se ne condividessi il fine."
"E' la stessa cosa", disse.
Obiettai ancora: "No, il cospiratore non è il popolo".
"Il cospiratore è un'avanguardia" disse.
"Spesso l'avanguardia non ha il popolo dietro", replicai. "Pensa a Pisacane, al 1799 a Napoli."
Si infastidì. "Il popolo segue l'avanguardia se l'avanguardia si muove per il popolo. Tu stai parlando di rivoluzioni borghesi"
"Ma il cospiratore che diritto ha di agire violentemente, in nome del popolo? E come fa a sapere quello che vuole il popolo?" chiesi.
"L'avanguardia", disse, "legge la volontà del popolo."
"E se sbaglia a leggere?" insistetti.
"Ecco", e chiuse il cerchio: "Questa conversazione dimostra che sei sovversiva, ma non eversiva". Non aggiunse "Peggio per te", ma mi sembrò implicito.

Lasciai perdere. Il rigore logico che lo assisteva in ogni discussione di qualunque tema si trattasse, sembrava dissolversi quando si toccava quello cruciale della rivoluzione. La credeva imminente, era disposto a prepararla.
Un anno dopo ancora ripensavo a quella sottile differenza, in forza della quale lui era in prigione ed io conducevo la mia solita vita.
Non fatevi strane idee: sto parlando di un uomo buono, giusto, generoso, straordinariamente intelligente. Non ha mai fatto male ad alcuno. Ma era eversivo, lui.

Comunque -ci sono persone che cambiano il nostro vocabolario, oltre che la topografia della nostra città- da allora osservo che compio piccoli atti sovversivi.
Atti che non mi porteranno in galera, ma che tendono a "far inciampare" meccanismi, organizzazioni, e iter consolidati.
Ne faccio un solo esempio. Quando si tratta di scrivere una lettera -di chiarimento, protesta, domanda- ad una amministrazione o ente, o società- io mi rifiuto di scrivere usando le formule solite, gli standard già pronti del linguaggio burocratico .
E spesso, invece di scrivere: All'attenzione di...Mi rivolgo a voi per...Con la presente chiedo che...Distinti saluti... eccetera -lo conoscete tutti il burocratese, no?-scrivo qualcosa del tipo: "Cara Enel, perché mi hai addebitato due volte il secondo bimestre? Sappi che non te lo pagherò. Fammi sapere come intendi regolarti.
ciao, marina

Mio marito dice: Sei pazza e sorride divertito.
Anche l'impiegato Enel sicuramente si dice: Questa è pazza.
Invece no: sono sovversiva.
Del resto, lui l'aveva detto.





martedì 23 dicembre 2008

chiedimi...

Sa di cadere la foglia?
Si sente arrossire?
No, è la risposta. 
Ma le risposte non sono interessanti.
Solo le domande hanno senso.



Quando insegnavo avevo una vera fame di domande. E cercavo di sollecitarne dai miei alunni. Gli rompevo le scatole fino all'inverosimile.
Scendevo a patti. "Se tu fai A ME una domanda su questo argomento, io NON  la faccio a te". 
E loro abboccavano.  E per farmi la domanda che li avrebbe messi al riparo da una mia erano costretti a fermare il pensiero su quel fatto che fin lì avevano ignorato. Ma devo confessare che indurli a riflettere su un argomento (storia, geografia, narrativa che fosse) non era il mio vero scopo. Non il primo, almeno. La verità è che io amavo le loro domande e non volevo farne a meno. E quando non avevo la risposta ed ero costretta a cercarla con loro, ero particolarmente contenta. Come pure quando dovevo dire: "Questa domanda è troppo difficile per me. Ci devo riflettere. Devo studiare." 
Ma le domande che più mi facevano felice erano quelle assurde, prive di ogni logica e di ogni senso. Quelle che scardinavano il mondo dalle fondamenta e lo lasciavano lì da ricostruire.
Solo i ragazzini sanno fare di queste domande. E uno dei motivi per cui li amiamo, penso, è proprio questo. Perché il loro sguardo interrogativo ci spolvera il pensiero.

Dei ragazzini amo anche le risposte. E quanto più ci sembrano fantasiose ed utopistiche tanto più stanno indicando la sola ragionevole direzione in cui procedere.
Forse per governare il mondo bisogna fare in modo che i ragazzini ci facciano delle domande e che ci diano le risposte.
Ma attenzione: presto, molto presto il ragazzino verrà inghiottito dalla polvere del nostro pensiero. Della freschezza del suo dobbiamo quindi approfittare precocemente, prima che le nostre risposte logiche abbiano soffocato le loro domande folli.

martedì 2 dicembre 2008

odore di cane

Fine autunno. Giorni fa’, come ogni anno, ho estratto dai fogli di giornale i tappeti arrotolati nel caldo dell'estate e li ho distesi nelle stanze di casa. Tutti meno uno, come faccio da molti anni. Ieri per la prima volta sono tornata a distendere anche quell'uno, il preferito del mio cane Orso. Da quando Orso ci lasciò non lo avevo più usato. In ginocchio lo srotolo e ne tendo bene le frange. Lo tratto con rispetto, ci cammino sopra quasi in punta di piedi. A suo tempo, prima di avvolgerlo nei giornali, lo pulii accuratamente. Eppure non sa di aceto, sa ancora di Orso. E' pulito, nitidi i colori, ma conserva quell'odore di pelo bagnato, vitalità e muscoli che emanano i cani
Non è la mia immaginazione malata. Quell'odore di cane lo sentono anche le mie due gatte che, senza aver mai conosciuto Orso, ispezionano il tappeto centimetro per centimetro, guardinghe ma molto interessate, mentre i piccoli nasi mirabolanti quasi penetrano tra nodo e nodo; poi rassicurate ci si rotolano voluttuosamente sopra.
Guardo il mio tappeto persiano. Viene da Kermàn, ha duecento anni ed è ancora bellissimo ma per me è semplicemente il tappeto preferito da Orso. Lo occupava quasi tutto con il suo grande corpo fulvo e da lì mi guardava con i suoi sguardi di comprensione totale. Quanto può valere questo tappeto? mi chiedo. Francamente non lo so: ai miei occhi il suo pregio maggiore è di restituirmi il sentore del mio amatissimo cane. Forse sono un po' barbara, certo animalesca come le gatte, ma, chiesto cortesemente permesso, mi sdraio voluttuosamente sul tappeto anch’ io e cerco dentro di me lo sguardo amoroso di Orso.

martedì 28 ottobre 2008

con o senza?

Si diventa solo corpo.
L'infermiera, l'inserviente, il tecnico di radiologia, il radiologo, la segretaria stessa, ti guardano e vedono solo un corpo.

Il corpo deve svolgere delle mansioni.

Per la segretaria il corpo deve saper scrivere per riempire accuratamente una scheda, compilando persino la voce dove ad una sessantacinquenne si chiede se è incinta. Per il tecnico di radiologia il corpo deve saper assumere a comando le posizioni più improbabili e deve saperlo fare sollecitamente. Per l'infermiera come pure per l'inserviente, che si affrettano verso mete sconosciute, il corpo deve essere lesto a spostarsi e a cedere il passo. Per il radiologo -il professore!- il corpo deve saper sorridere grato e chinare il capo deferente.

E tu diventi corpo. Non è del tutto spiacevole. Come corpo non sei responsabile di nulla. Esegui a comando e ti senti leggero. Sono gli altri che si prendono la responsabilità di sapere se quello che tu fai, seguendo le loro indicazioni, è bene o è male. Nessun dilemma morale per il corpo. E neanche pratico.

Come corpo ti danno un numero -128- ma, dietro, il tagliandino porta scritto che questo definirti con un numero non "pregiudica la cortesia, il ripetto, la cordialità e il calore umano di tutti loro". Il corpo se la ride quando legge quelle parole.
Il numero, scrivono, serve solo per rispettare la privacy del corpo, e la riservatezza della persona che ha portato il suo corpo fino lì da loro. Il corpo però non ha riservatezza né può averne in quel luogo dove viene spogliato, manipolato, spostato, fotografato, fatto risuonare, atteggiato in vario modo. E quanto alla persona, lei è restata sulla soglia. Ad osservare.

Ti accorgi che stai per ridiventare persona quando, al momento di firmare l'assegno, la segretaria ti chiede con un sorriso seducente, se vuoi pagare "solo 130 euro, senza ricevuta o 180 con ricevuta". Di nuovo persona, puoi effettuare una scelta, prendere una decisione autonoma. Opti per 180 euro, perché il corpo è passivo e obbediente, ma la persona, lei, s'incazza e quando esci dalla clinica nella mattina radiosa tieni nella mano la sacrosanta ricevuta fiscale.

Questa storia me ne ha fatta venire in mente un'altra che vi racconto nel post successivo.

corpo


Mi è tornata in mente un'esperienza vecchissima, risalente agli anni '70, in cui non solo mi sono sentita solo corpo, ma, semplicemente, nudamente, corpo di animale.
Come ogni anno mi ero recata al consultorio familiare del comune per il pap test.
Erano i primi tempi in cui ne era stato aperto uno ed ero entusiasta di questo servizio offerto gratuitamente a noi donne.
Ero lì sul lettino nella fatidica posizione ginecologica quando il medico, uomo, nel prepararsi ad eseguire l'intromissione del tampone, restava come folgorato dalla meraviglia e, si sarebbe detto, dall'estasi. Lanciava un grido altissimo chiamando l'infermiera: "Vieni! Sta ovulando! l'infermiera accorse e restarono incantati di fronte a quel miracolo della natura che si produceva nel mio corpo, scambiandosi dei partecipatissimi: Guarda! Guarda!
All'inizio, malgrado la sensazione umiliante di essere un organismo esposto alla curiosità e al piacere altrui, fui troppo sorpresa per avere qualsiasi reazione, poi, passando i minuti, e non potendo fuggire poiché portavo in me lo speculum, mi limitai a un "Fate presto per favore!"( Il self control non mi ha mai fatto difetto.)
L'infermiera, semplicemente entusiasta di assistere per la prima volta in vita sua allo spettacolo di un'ovulazione ritenne giusto condividere con me, che in definitiva ero la proprietaria di quegli ovuli, quell'attimo di conoscenza e volle spiegarmi dettagliatamente i particolari della mia fisiologia, mentre io protestavo sempre più umiliata: "Per favore, basta!" Quando infine mi liberarono e potei tornare a vestirmi dietro il paravento ero talmente sconvolta che uscii stringendo ancora tra le mani le mutande. (qui avevo scritto mutandine, ma di fronte all'accesso di ira di blonde, ho dovuto correggerlo in mutande.)

La storia ebbe un piccolissimo seguito, del tutto casuale. Il consultorio si trovava nel parco vicino casa, al secondo piano di un vecchio edificio che ospitava anche un centro anziani. Verso l'estate mentre passeggiavo con il mio cane Buck nel parco, lui partì per una delle sue fughe-provocazione, che mi sfiancavano ma lo divertivano moltissimo. Lo rincorsi, un po' preoccupata perché aveva preso la via del centro anziani e temevo che, con la sua mole imponente, che nascondeva però un cuore angelico, potesse spaventare qualche vecchio signore. Mentre correvo lo sentivo abbaiare. Arrivai trafelata ed assistetti alla scena seguente: Buck, zampe larghe, posizione di massima dissuasione, fulvo come non mai, abbaiava furiosamente contro un uomo che impugnava un ramo e che, livido, gli gridava: "Sciò! Sciò!" Era il medico, esperto di anatomia e fisiologia femminile ma totalmente inconsapevole del fatto che un cane non è una gallina. I vecchietti del centro anziani, blandamente, lanciavano dei: "Ma non gli fa niente! Non abbia paura!". Richiamai Buck, liberando il medico, che vistosi in salvo, passò dal terrore all'ira ed aprì bocca per redarguirmi. Mentre Buck mi saltava festosamente intorno, fulminandolo con lo sguardo, gli sibilai: "Non dica niente! Lei non dica niente!". Il poveretto, benché esterefatto, capì di dover obbedire e fatto cautamente dietrofront sparì nell'edificio. Non ci fu verso di farsi dire da Buck che cosa avesse fatto quel tizio per meritarsi tutta la sua ira. A me è sempre piaciuto pensare che il mio cane avesse annusato in lui l'uomo che mi aveva fatto sentire così male.

lunedì 13 ottobre 2008

riordinando cassetti

La notte ferma, silenziosa, raccolta. Ma piena di grilli complici. Un cielo così lontano, ma così intenerito.
E la luna che non volle mancare.
Gli odori caldi del giorno piano piano si erano raffreddati ma ancora bussavano al cuore e alla testa. Rarefatti, forse erano diventati più penetranti.
Quando si è molto giovani non ci si rende conto delle trappole. Che la vita possa allestire uno scenario e ritirarsi dietro le quinte per vedere come te la cavi, non ti passa neanche per la testa. Così lasci fare, e sei pronta a giurare.
A credere. Ma dentro, io non ero così. Non sono mai stata così. Giovanissima, con intatto il desiderio di amare e di essere amata, sempre sentivo una voce –piccola voce sensata- che mi ammoniva senza severità, con affetto addirittura.
“Conserva questo momento come ricordo, vedi com’è bello? Come è pieno e come è vero? Accoglilo e mettilo da parte.”
Lo struggimento della fine -presente in tutti i presenti- non mi ha mai risparmiata. La consapevolezza del tempo e del suo lavorìo inarrestabile si occupava sempre di me!
Per questo raccolsi o accolsi un sasso? Non lo so. Il sasso non ha più la sua scritta fiduciosa. Scolorito, scabro, trascurabile sasso testimonia ormai solo di se stesso.
Ricordare è come farsi uno shampoo. Tutta quella candida, fresca schiuma che ci attutisce i suoni all’orecchio!
Che stordimento piacevole!
Ma quando l’acqua –uno sguardo al calendario del 2008, del 2008!- dissolve la spuma e porta via l’ottundimento e la frescura, la nostra testa rimane sgombra, e assieme ai rivoli che ci serpeggiano sulle spalle va via l’ultimo ricordo ingannatore.
Non sono del tutto sicura che ci scivoli addosso solo l’acqua. Forse quel salato all’angolo della bocca sono lacrime.
Ma, a operazione terminata, guardandoti allo specchio, se sei molto fortunata, vedi ancora i tuoi occhi. Gli stessi occhi. E puoi dirti –se sei molto fortunata, ed io lo sono- non sono cambiata. E al ricordare dedichi forse una poesia, o una breve riflessione spassionata, o un'accusa recriminatoria, in fondo ben poco convinta.
Checché se ne pensi si equivalgono.
Certo, se riesci a costruire una piccola, modesta, personale poesia sulla tua nostalgia e sui tuoi antichi sentimenti, essi tornano a te ancora più puliti e più amichevoli, perché avranno prodotto su carta quel piccolo precipitato di vita.
Ma voglio rassicurare chi sfugge alla religione della poesia.
In ogni caso –così la penso- nessun attimo della nostra vita sarà stato inutile.
Non lo sono i più feroci e non lo sono i più assurdi e non lo sono i più delicati.
Non c’è proprio niente di inutile nella vita.
Peccato che, spesso, ce ne accorgiamo solo al momento dei saluti.

lunedì 15 settembre 2008

riassaporare l'estate: i suoni

C'è un centro, occupato da me, e arrivano i suoni.

Il chiùchiùchiù delle tortore è vicinissimo; il loro chiacchiericcio musicale mi arriva da un punto posto in alto davanti a me; anche senza aprire gli occhi so dove sono, le vedo, posate su un ramo dell’olivo, la coda rosea arruffata dal vento, il capino tondo che si sporge incuriosito intorno.
Nell’ora meridiana sto distesa sul prato, immersa nel benessere di questo silenzio caldo, affidata all’abbraccio di quest’ora quieta.
Altissimo sopra di me un aereo avanza nel cielo, il ronfare ovattato dalla lontananza mi sorvola e si allontana verso est; lo sento assottigliarsi, smorzarsi lentamente; poi sparisce, lasciandosi dietro ancora una piccola bava di suono.
Ora non c’è più. C’è un momento di silenzio assoluto, pieno di una voce assoluta.
Un soffio di vento improvviso fa cantare tutti i cespugli di oleandro e la chioma dell’acacia si gonfia sonora.
Mi arriva il grido di una cincia e lontano l’abbaiare impaziente di un cane.
Al piano superiore della casa una porta sbatte. La porta! Esclama la Terza Sorella alle mie spalle.
Oltre la siepe al fondo del giardino, nella casa dei vicini si seguono le Olimpiadi; mi arriva la voce dei commentatori sportivi e anche se non ne capisco la parole ne percepisco il tono eccitato.
Dal vicino campo da tennis, invece, giungono i tonfi ritmici della palla sulla terra battuta e a tratti l’esclamazione vibrante di un giocatore. Dietro gli occhi chiusi vedo la palla colpire di piatto il terreno e l’impronta netta che vi lascia disegnata.
E’ come una sinfonia cui la mia mente presta immagini. Tutto accade lentamente; i suoni si accostano senza sovrapporsi, sono come pennellate successive di smalto sulla superficie azzurra del silenzio di quest’ora. Riservata e personale, c'è scritto sopra. Questo primo pomeriggio sonoro, che sa di pino ed eucalipto, compone una melodia delicata, senza picchi o strappi, fluida come le onde di vento che percorrono il prato e danno il la ai cespugli di lantana.
Qualcuno sotto il portico alle mie spalle sposta una sedia per sedersi e prende a sfogliare il giornale. Le pagine frusciano, sembrano ingarbugliate dal vento; avverto il gesto stizzito con cui il lettore le riassesta battendole sul piano del tavolo. Potrebb’essere mio marito. Chiunque sia non disturba il mio riposo, forse mi pensa addormentata.
D’improvviso un calabrone si getta in picchiata verso di me, sento il il suo volo ronzante vicino alla testa, mi sfiora quasi; spalanco gli occhi allarmataa e accenno a sollevarmi, ma il calabrone s’impenna di nuovo e vola lontano.
Mi riparo gli occhi dal sole e guardo il cielo sopra di me. Nel mio campo visivo, come in uno stemma, si scolpisce a destra uno spicchio di cipresso, col suo verde scuro e compatto; a sinistra, invece, il verde argenteo dell’olivo disegna la sua trama cangiante e leggera. Tra i due verdi il celeste del cielo è netto ma delicato.
Una tortora si posa sul prato e lancia il suo richiamo invitante a pochi passi dai miei piedi.
Piego la testa per guardare il cipresso imponente dalla base fino alla cima sottile, che punta dritta verso il sole. Come è alto e largo e folto! Lo piantò mio padre 37 anni fa’. Altri tre cipressi gli sono compagni, ma questo è il più grande e il più bello. Fra le vecchie foto che studiavamo sere fa' tra sorelle ce n’è una in cui mi appoggio al cipresso, giovani entrambi, e con un braccio ne circondo il tronco. Se oggi volessimo circondare il cipresso dovremmo allargare le braccia tutte e tre e forse premere per comprimere il fogliame vigoroso.
Quando piantò il cipresso mio padre non aveva sessanta anni, quando invece piantò l’olivo ne aveva già ottanta. L’olivo è una pianta meticolosa, senza nessuna fretta o avventatezza; tenace ma lenta, assapora bene la terra dove deve crescere e prosperare; ha bisogno di prendere confidenza con il terreno prima di decidere che fa per lui e iniziare il suo percorso.
Per piantare un ulivo a 80 anni ci vuole molta fede nella vita, un grande amore per la terra e molta, molta forza. Piantare un ulivo a 80 anni è un gesto di fiducia ma anche di sfida. E’ il gesto di qualcuno che non teme né la vita né la morte. Era proprio così mio padre.
Poco discosto dall’ulivo il mio giovane avocado allarga i suoi rami ordinati e armoniosi.
Così lento è l’ulivo nella sua crescita (ogni anno la Prima Sorella delusa e scontenta, esclama: ma questo ulivo non cresce mai? Invece l’ulivo cresce, con i suoi tempi, ma cresce; infittisce i rami anche se quasi non ingrossa il tronco) così veloce e impetuoso è l’avocado. L’ho portato qui tre anni fa' ed era poco più di un grosso ramo singolo; ora è un albero, un piccolo giovane albero spavaldo, che oppone la sua straordinaria elasticità ai venti degli inverni tarquiniensi che sanno di burrasca marina.
-Perché non mi hai regalato un seme?- Il pensiero mi attraversa d’improvviso la mente diretto ad una persona lontana lontana nello spazio ma più ancora nel tempo.
Vorrei potergli rivolgere la mia protesta, anzi il mio rimprovero: dovevi regalarmi un seme!
Non i diamanti ma i semi sono "per sempre".
E poi penso al seme di avocado che mi regalò trent'anni fa' un amico scomparso e i cui semi ho distribuito tra altri amici. Uno di quei semi è l'alberello di avocado che ora luce al sole.
Un seme produrrà nuovi semi, frutti che fruttificheranno e si distribuiranno sulla terra, creando nuovi affetti e nuove relazioni.
Lo capisco in questo momento: è un seme quello che dovremmo regalare a tutti i nostri affetti.
Balzo in piedi e comincio a frugare il giardino in cerca di semi. Non è più tempo di contemplazione.