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sabato 31 maggio 2014

Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis


Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.


Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela,  via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.

sabato 24 aprile 2010

mai titolo fu più appropriato: contro il sentito dire

Lunedì 26 e martedì 27 aprile presso la Facoltà di Psicologia dell'Università "La Sapienza" di Roma (via dei Marsi, 78- Aula III) si terrà il Convegno "Contro il sentito dire- Omaggio alla memoria di Giovanni Jervis". Il Convegno, frutto di collaborazione tra la Facoltà di Medicina e quella di Psicologia, ha il seguente programma:



26 Aprile 2010 / 09:00-13:00

Indirizzi di saluto

Luigi Frati, Magnifico Rettore
Maria D’Alessio, Preside della Facoltà di psicologia
Luciana Rita Angeletti, Direttore della Sezione di storia della medicina

Ore 9:30
Relazione d’apertura
Luciano Mecacci: Giovanni Jervis, un intellettuale del secondo Novecento.
Chair: Giacomo Marramao

Ore 10:00 ‒ Discussione

Ore 10:15
Dialogo I: Sul ‘dizionario’ del Manuale critico di psichiatria.
Giovanni de Girolamo ‒ Stefano Mistura
Chair: Patrizia Guarnieri

Ore 11:15 Discussione

Ore 11:45
Psichiatria I
Luigi Onnis: Giovanni Jervis, coscienza critica della riforma psichiatrica italiana.
Leo Nahon: Jervis e Basaglia, psichiatria come scienza e psichiatria come arte.
Chair: Giovanni de Girolamo

Ore 12:45 Discussione


Ore 15:00

Patrizia Guarnieri: Presente e passato. L’interesse di Jervis per la storia nella psichiatria.
Vincenzo Caretti: Giovanni Jervis e l’antipsichiatria inglese.
Antonio Maria Ferro: Il pensiero di Giovani Jervis sulla relazione d’aiuto. Un importante contributo nella formazione degli operatori in psichiatria.
Chair: Paolo Migone

Ore 16:30 ‒ Discussione

Ore 17:00
Dialogo II: Ermeneutica e relativismo
Giacomo Marramao ‒ Mario Miegge
Chair: Alessandro Pagnini

Ore 18:00 ‒ Discussione

Martedì 27 aprile

Ore 9:00
Psicologia della società e della politica
Luigi Cavallaro: La società degli individui e i suoi dilemmi. Note a margine di “Individualismo e cooperazione”.
Gilberto Corbellini: Metodo scientifico, storia, evoluzione e laicità nella ricerca intellettuale di Giovanni Jervis.
Chair: Giorgio Bartolomei
Ore 10:00 ‒ Discussione

Ore 10:15
Psicoanalisi
Nino Dazzi: Il rapporto con la psicoanalisi nella prospettiva teorica di Giovanni Jervis.
Alessandro Pagnini: Jervis e l’epistemologia della psicoanalisi.
Chair: Vincenzo Caretti

Ore 11:15 ‒ Discussione


Ore 11:45
Psicoterapia
Giorgio Bartolomei: “La psicoanalisi come esercizio critico”, una rilettura del testo di Jervis sulla psicoanalisi come pratica terapeutica.
Paolo Migone: Il problema della pluralità dei metodi di ricerca sul processo in psicoterapia.
Chair: Nino Dazzi
Ore 12:45 ‒ Discussione


Ore 15:00
Psicologia clinica
Riccardo Williams: Corpo, relazione e patologia, il contributo di Jervis alla psicologia clinica.
Stefano Meacci: Pinocchio e l’identità mancata, il contributo di Jervis alla psicologia clinica del bambino.
Chair: Antonio Maria Ferro
Ore 16:00 ‒ Discussione

Ore 16:30
Il rapporto con Ernesto de Martino
Clara Gallini: Problematiche efficacie simboliche ‒ Con Ernesto de Martino sul terreno del tarantismo
Federico Leoni: La materia dell’umano. Jervis, De Martino, Callieri
Chair: Mario Miegge

Ore 17:30 ‒ Discussione

Ore 17:45
Filosofia della psicologia
Mario De Caro: L’illusione della volontà cosciente e il semicompatibilismo di Jervis.
Massimo Marraffa: Precarietà e malafede. Jervis sulle illusioni della soggettività autocosciente.
Chair: Gilberto Corbellini

Ore 18:45 ‒ Discussione

mercoledì 21 ottobre 2009

il re è nudo

Sono quasi certa che ne parli anche Seneca nelle Lettere a Lucilio, ma dovrò fare qualche ricerchina: mi riferisco agli occultatori, semplici e composti.
Gli occultatori, io li chiamo così, sono quelle persone che non sanno o non possono o non vogliono sottrarsi alla tentazione di nascondere pezzi sgradevoli della realtà, anche se sono evidenti, plateali, sotto gli occhi di tutti.
Gli occultatori, si badi bene, non hanno niente in comune con i bugiardi, tipi umani molto più semplici e concreti.
Gli occultatori sono gente con una fede incrollabile, la sicurezza cioè che, se sistematicamente negata, la realtà sgradita esiterà, vacillerà e infine si sfalderà, per ricostituirsi poi in una forma più accettabile, addirittura opposta alla sua stessa natura: diventerà cioè un'altra realtà.
Ammetterete che per credere di riuscire a trasformare la realtà semplicemente negandola ci vuole una buona dose di ingenua, addirittura infantile, fiducia.
Quelli che io chiamo occultatori semplici conducono questa operazione solo nei confronti di se stessi. Sono coloro che si raccontano piccole o grandi storie con cui mascherano, mistificano, edulcorano fatti, situazioni, condizioni della propria vita che tutti, ma proprio tutti riescono a vedere perfettamente bene. La donna o l'uomo traditi sotto i loro stessi occhi e convinti di vivere un perfetto, sereno rapporto di coppia potrebbero rappresentare, abbastanza bene, la categoria degli occultatori semplici. Meglio ancora li rappresenta la donna che parla severamente degli uomini delle sue amiche tralasciando di portare alla sua coscienza il modo indegno con cui il suo uomo si comporta con lei. Gli occultatori semplici si fingono felici con se stessi e con gli altri perché non sopportano di doversi dire che non lo sono. Tutti noi ne incontriamo nella nostra vita e, ammettiamolo, sono irritanti. Malgrado la pena che possono suscitare in me io trovo la conversazione intima con un occultatore piuttosto fastidiosa. Essa è fatta di fumo e a discutere di fumo mi annoio e spesso mi irrito. In fondo mi si sta chiedendo di avallare una perfetta non-realtà e si manca anche di rispetto alla mia intelligenza delle cose. Ma, ciononostante, non combatto mai il desiderio dell'occultatore semplice di restare al buio, di nascondere l'aspra realtà: immagino che non abbia abbastanza coraggio o forza per riconoscerla nella sua secca nudità. Il mio sentimento nei suoi confronti è compassionevole, intuisco la sua vulnerabilità e mi taccio. Anche quando mi dicono: ma tu che cosa pensi? Dimmi la verità. E i loro occhi mi implorano: NON mi dire la verità. Nessuno ama che la verità gli venga servita su un vassoio. E, comunque, alla propria verità si deve arrivare con il proprio passo e personalmente. Diciamo che si può ogni tanto gettare lì un amo perché l'occultatore, se vuole, lo afferri con i suoi fragili denti e se ne serva per spezzare la rete di bugie in cui si è volontariamente avvoltolato.
Quelli che invece davvero mi stanno sulle palle sono gli occultatori composti. E, da sempre, io sto sulle palle a loro.
L'occultatore composto conosce la realtà, essa è ben presente ai suoi occhi e non gli importa che la sua ricostruzione fasulla non venga creduta. Quello che conta per lui o per lei è che la realtà si taccia. Che un'altra realtà si affermi e venga dichiarata vera. L'occultatore composto vuole fare degli altri i suoi complici, vuole che mentano assieme a lui. Per questo lo chiamo composto, perché alla sua personale menzogna (che peraltro riconosce perfettamente come tale) vuole aggiungere la mia. Egli ti guarda negli occhi e sorridente ti dice: beh, mi sembra che la riunione sia andata bene; oppure, che la squadra abbia giocato bene; oppure ancora: che le cose nel paese vadano a gonfie vele. (Gli esempi presi non coprono la grande varietà di campi in cui gli occultatori composti possono intervenire con le loro contro-verità ). E intanto con lo sguardo ti sfida. Avanti smentiscimi, fai un passo, nega questa contro-verità. Ne hai il coraggio? E la sua contro-verità la proclama ad alta voce, con sicurezza, e la ripete nel silenzio altrui, certo che, ripetendola a voce alta, essa soppianterà la pura realtà fattuale. E per lo più ci riesce.
Ci riesce perché ti coglie di sorpresa, e, quanto più la sua affermazione è manifestamente sovvertitrice della realtà fattuale, tanto più riduce gli altri, attoniti e imbarazzati, al silenzio. Trasecolano, ma tra sé e sé.
Gli occultatori composti ed io abbiamo sempre fatto scintille. Io appartengo fin da piccolissima alla categoria de "il re è nudo". Cosa che gli adulti intorno a me non sopportavano e che mi ha procurato, sin da piccolissima, l'epiteto di "cattiva". "Cattiva" non significava affatto tutte le solite cose che si attribuiscono ad un bambino per qualificarlo così: disobbedienze varie, piccoli imbrogli, sottrazioni ai propri piccoli doveri ecc. Ma quando mai! Io avevo, e purtroppo ho, un super-io ipertrofico. Il cuore di quel "cattiva" era il fatto che sentivo il bisogno, irrefrenabile, di ristabilire, in chiaro, le realtà che, intorno a me, i grandi si affannavano a mascherare e che, con la straordinaria intelligenza che hanno tutti i bambini, io riconoscevo perfettamente. E non mi piegavo alle loro menzogne che mi offendevano. E, se mio padre sorrideva appena e lasciava cadere, mia madre diventava irosa. Fu lei a fissarmi nel ruolo di "cattiva". A sua giustificazione c'è la mentalità del tempo: i bambini non dovevano sapere e, se intuivano, dovevano fingere.
Ma io ero la "figlia di mezzo" e, stretta tra la noncuranza dell'uno e l'antipatia dell'altra, non avevo altra sponda che la mia intelligenza. Non avrei permesso che vi attentassero; potevano dirmi "cattiva" quanto volevano: non mi avrebbero messa a tacere.
Quelli come me, quelli che proclamano che "il re è nudo" talvolta sono portati in trionfo, come nella favola, ma più spesso sono mal tollerati.
Gli occultatori di professione li odiano per ovvi motivi; ma li odiano anche gli altri, quelli che tacciono e fingono di credere al fulgore dell'abito del re. Confesso che anche per me non è facile oppormi ad un occultatore composto; non riesco quasi mai, sui due piedi, a dire: ma che cazzo vai dicendo? Vengo sempre colta di sorpresa, sopraffatta dall'enormità della falsità dell'affermazione dell'occultatore composto; ma sempre -sempre- ripresami, torno su quell'affermazione e la rettifico. Certo, con il passare degli anni, sono diventata più cauta, forse anche più pavida. Ma trovo sempre il guizzo, quella piccola quota di rispetto per me stessa, che mi induce a riprendere il discorso e a dire semplicemente: no, la riunione NON è andata bene, la squadra NON ha giocato bene, e le cose, nel paese, NON vanno a gonfie vele.
Questi piccoli esempi, nella loro banalità, coprono il fatto che gli occultatori composti possono fare un grande male; nella sfera collettiva ed in quella privata. Sono pericolosi: io sollecito ognuno di noi ad opporsi, sempre, alle loro contro-verità. Facciamo in modo che queste non diventino, mai, senso comune delle cose, e che gli occultatori non trasformino le loro menzogne in verità.




martedì 6 ottobre 2009

l'ultima dea

Roma, Foro Olitorio: resti del tempio della Dea Speranza






Philip Roth: Indignazione - Einaudi 2009

"Cerca di essere più grande dei tuoi sentimenti. Non sono io che te lo chiedo, ma la vita. Altrimenti finirai spazzato via dai tuoi sentimenti. Spazzato via senza poter più tornare indietro. I sentimenti possono essere il più grande dei problemi. I sentimenti possono giocare gli scherzi più crudeli." (il corsivo non è mio)

Quando ho incontrato questa frase mi sono fermata. E l'ho riletta. Alzava tanta polvere dentro di me.
Mi sono interrogata: che cosa significa, realmente, essere più grande dei propri sentimenti?

Ho riletto un po' di definizioni su dizionari della lingua e su dizionari di filosofia, psicologia, psicanalisi. Evitando i tecnicismi, filosofi, psicologi e psicanalisti concordano, grosso modo, sul fatto che i sentimenti sono stati affettivi della coscienza, colorano, segnano, danno una particolare tonalità alle nostre sensazioni, ai nostri pensieri, alle nostre idee e alle nostre rappresentazioni. Dunque alle nostre scelte, alle nostre azioni, alle nostre condotte?

Quando si tratta di sentimenti a me piace rileggere il libro Teoria dei sentimenti di Agnes Heller. E' un lavoro di analisi vasto e profondo, che fa appello anche al corpus letterario. Benché sia un libro di trent'anni fa ha ancora moltissimo da insegnare.
Del resto la riflessione teorica sui sentimenti è ancora oggi ferma all'impostazione che ha avuto lungo tutto il secolo XX: ruota cioè intorno al rapporto tra sentimento e pensiero, fra sentimento e razionalità.

Sia che ci si disponga a credere il sentimento un fattore di disturbo dell'agire razionale rispetto allo scopo come in Freud (l'organo del pensiero o dell'agire razionale rispetto allo scopo è l'Io, assalito da due lati, dagli affetti-istinti (Es) da una parte e dalla "cultura morale" (Super-io) dall'altra); sia che, al contrario, sia il pensiero razionale a venir classificato fattore di disturbo come in Jung ("Niente tuttavia disturba tanto il sentimento quanto il pensiero"), sembra che questo nodo non possa essere in nessun modo sciolto. E che ci stringa sempre.

"L'uomo è certamente un'essenza unitaria", dice la Heller, "però la personalità è scissa."
"La personalità unitaria", dice ancora la Heller, "esiste solo come tendenza, e solo come eccezione."

Il nodo dunque riguarda ognuno di noi e ci accompagna nella nostra vita.

In questa contrapposizione il personaggio di Philip Roth (una madre che parla al figlio ventenne) sembra collocarsi sul versante del pensiero.
Ma non ciecamente direi. Non c'è disprezzo nelle sue parole, ma allarme.
La donna non dice al figlio di ignorare i suoi sentimenti, di negarli, di disprezzarli. Ma di stare in guardia. Non esprime una condanna ma un avvertimento. "I sentimenti possono giocare gli scherzi più crudeli".

E usa questa espressione così particolare: cerca di essere più grande dei tuoi sentimenti.

Come si fa ad essere più grandi di un nostro moto interno, forte, pulsante?
Come possiamo accogliere i nostri sentimenti ma non esserne in balia?
Rispettarli ma non farcene accecare?
Guidare noi, cioè il centro del nostro essere, la barca, senza derivare -andare alla deriva?

Ma il centro del nostro essere nella realtà non esiste, dice la Heller. E' solo un'aspirazione, una tendenza, una risultante mai fissata una volta per tutte.

La scissione dunque resta e noi, tirati da forze diverse, con sirene diverse che ci parlano con voci diverse, dobbiamo mantenere una rotta difficile.
Abbiamo uno scopo. Abbiamo di volta in volta molti scopi, ma abbiamo fondamentalmente uno scopo: essere noi e fare nostra la vita. (Non "fare la nostra vita", ché questo è semplicemente inevitabile).

Allora forse -forse- essere più grandi dei nostri sentimenti significa tenere l'occhio fisso allo scopo e dominare quei sentimenti che, malgrado una illusione di soddisfacimento immediato, ci allontanano dal nostro vero scopo: essere noi e fare nostra la vita.

Sì, penso che Philip Roth abbia inteso dire questo.

Ma che cosa accade se per riconoscerci, per sapere come è questo noi e qual è la vita davvero nostra, impieghiamo -e spesso accade- l'intera vita? O gran parte di essa?
In questo lungo, lento processo di chiarimento accade spesso che i sentimenti ci ingannino, ci distolgano dallo scopo o che a farlo siano invece quelle istanze interiorizzate, codici comportamentali e giudizi di valore, che troviamo pronti ad accoglierci alla nostra nascita -sì con papà Freud mi sento più a mio agio, pur con tutti i limiti imposti al suo pensiero da quasi un secolo di critica riflessione e ricerca-

A questo Philip Roth risponde: non potrai più tornare indietro.

Che cosa non darei per incontrare Philip Roth, per discutere per lui quel fenomeno per molti aspetti sorprendente, per cui, qualunque scoperta su di noi, anche se arrivata tardi, anche se dovesse inficiare gran parte del cammino della nostra vita, ci dà un senso di soddisfazione, di arricchimento, di crescita.
Come se di fronte a noi avessimo ancora tutta la vita davanti e le recenti scoperte potessero ancora modellarla e indirizzarla felicemente allo scopo.
O come se il vero rovello della nostra vita, più ancora che il raggiungimento dello scopo, fosse conoscerci, avere di noi stessi una più profonda consapevolezza e della nostra vita trascorsa una più profonda conoscenza.

O forse questo fenomeno si chiama semplicemente speranza. Ed è lei, l'ultima dea, a farcene dono.

giovedì 6 agosto 2009

gratitudine

La gratitudine è un sentimento forte e delicato. E’ forte perché è impossibile respingerlo persino nel caso in cui non lo volessimo provare, in cui improvvisamente si affacciasse in noi nei confronti di un “nemico”; è delicato perché si solleva dal nostro cuore come una marea notturna, lo gonfia dolcemente, teneramente.
La gratitudine, più di ogni altro sentimento, chiede di essere dichiarata. Solo l’amore ha questa stessa impellenza di dirsi, di comunicarsi.
La gratitudine va dichiarata e lo sa. Ma non sempre la dichiariamo. E questo è forse da addebitare alle nostre trascuratezze, agli orgogli, alla mancanza di umiltà, alla illusione che ci sarà sempre tempo per farlo.
Io mi sento di ammonirvi: dichiarate la vostra gratitudine senza esitazioni.


Ora che il Professore non c’è più la mia sola consolazione –ma consolazione non è la parola giusta e la parola giusta non la so- risiede nell’avergli dichiarato la mia gratitudine.
Questo non lenisce il dolore, e neanche scalfisce il senso di perdita. E’ piuttosto un senso di sollievo, un sospiro quasi con cui mi dico: gliel’ho detto, l’ho scritto, nero su bianco e lui lo ha letto.
E immagino persino il sorriso con cui il Professore lo ha letto.
Immaginiamo sempre tante cose delle persone che ci rinsegnano a vivere. Ma alcune, più che immaginarle, le sappiamo. Quel sorriso io lo so.

In questi giorni sui giornali molte persone, più o meno qualificate, hanno scritto il loro ricordo e la loro testimonianza per Giovanni Jervis. E in molti di quegli articoli io l' ho riconosciuto. Ma ho sentito che mancava una voce che parlasse per me e che veniva taciuto di lui qualche cosa di molto significativo, di decisivo anzi: il suo modo di essere “medico”. Questa parola, svilita da una mala pratica diffusa, è, alla sua radice, una parola bellissima e particolarmente significativa. Anche il Professore l’amava e sapeva realizzarla nel suo senso più umano e più nobile: sapeva "medicare".
In questi giorni ho pensato molto ai suoi pazienti, ai miei colleghi in malattia che, fortunati nella sfortuna di star male, hanno incontrato lui sulla loro strada di sofferenza e oggi sento che potrei piangerlo solo con uno di loro. Con qualcuno che, come me, lo abbia conosciuto nel colloquio terapeutico che con lui era, innanzitutto, incontro umano. Un incontro sostenuto da una intelligenza vivissima, da una chiarezza di pensiero straordinarie, e da una cultura così vasta e profonda che arricchiva per semplice “esposizione”. Ma un incontro le cui principali qualità erano l’intensità della sua partecipazione e la delicatezza del tratto, la distanza esatta tra la “com-passione” e la lucidità, qualche cosa di non scomponibile il cui risultato era che ci si sentiva una persona anche quando non si credeva più di esserlo.
Io vorrei che questa sua capacità, umana e professionale insieme, e che il Professore non chiamerebbe MAI arte, trovasse pubblico riconoscimento e in questi giorni dolorosi mi chiedo che cosa potrei fare perché questo accada senza mancare in alcun modo alla sua lezione di riservatezza.
Il professore era infatti un uomo riservato e discreto; non compariva sui teleschermi, né diceva la sua sui giornali ad ogni stormir di foglia o di fatto di cronaca. Ebbi occasione di ringraziarlo per questo e lui mi confessò che, di fronte ai ripetuti inviti ad intervenire in dibattiti televisivi, si era posto l’interrogativo sull’effetto che questo potesse fare ai suoi pazienti e fu contento di sentire dalla mia voce che la sua scelta così controcorrente era stata giusta.
Vorrei aggiungere qualche osservazione critica su di lui. Il Professore se l' aspetterebbe, l’esigerebbe anzi, perché il dubbio, a partire da se stesso, era l’essenza del suo “ragionamento”. Ma mi scuserà, e mi scuserà chi mi legge, se di lui non so, non posso, dire altro che bene.
Non addebitatelo al mio affetto né alla mia gratitudine, che pure sono grandi, ma accreditatelo solo alla sua qualità umana.
Grazie ancora, Professore.

venerdì 24 luglio 2009

benzina

Tra le tante funzioni che l'ansia può svolgere ce n'è una davvero singolare e tendenzialmente molto utile: quella di carburante.
Delle volte l'ansia mattutina è come un'iniezione di benzina che ti costringe a buttarti fuori di casa e ad avventurarti a grandi passi sulle strade cittadine.
I responsabili della nostra politica energetica dovrebbero tenerne conto.

giovedì 27 novembre 2008

storia della felicità/sedici/Freud ci apre gli occhi


Circa la felicità Freud esordisce così:
"Ci si sente inclini ad affermare che l'intenzione di rendere l'uomo felice non fa parte del piano della creazione." 
Voilà. Metteteci una pezza.

Io penso che avrei letteralmente adorato andare in analisi con Freud. Ecco un esempio di chiarezza:
Ad una paziente la cui patologia apparve presto legata alle circostanze della sua vita e che gli chiedeva cosa potesse fare per lei, Freud, magnanimo, rispose: "Senza dubbio il fato troverà più facilmente di me il modo per guarirla dalla sua malattia. Ma lei si persuaderà che sarà un grande successo se riusciremo a trasformare la sua infelicità isterica in infelicità comune. Con una vita mentale tornata alla salute lei sarà meglio armata contro questa infelicità." Freud non ha mai avuto peli sulla lingua. E questo me lo rende davvero simpatico.

Freud era dunque un tipo che si poneva  modesti traguardi: restaurare l'infelicità comune o normale (gemeines Unglück).


Ma nel mondo diversificatissimo della terapia della parola che ha preso le mosse da Freud questa esemplare e realistica modestia sembra non aver attecchito ed oggi esistono addirittura intere scuole di psicologia contemporanea che si spingono fino a promettere ai loro pazienti "autentica felicità". 


Per comprendere l'idea di Freud circa la felicità, basta sapere che prima di intitolare "Il disagio della civiltà" il suo famoso saggio, Freud lo aveva chiamato "L'infelicità nella civiltà."

E guardiamolo con l'occhio di Freud l'essere umano a caccia di felicità.

Dunque l'uomo si batte per diventare felice. Questo suo impegno verso la felicità ha una faccia negativa ed una positiva: "Esso mira da un lato all'assenza di dolore e dispiacere e dall'altro a provare forti sensazioni di piacere. Nel suo significato più ristretto la parola "felicità" è in rapporto solo con quest'ultimo."
La felicità insomma è una sensazione di piacere e qui si sente forte l'eco di Bentham. 
Il principio di piacere è una caratteristica naturale dell'uomo, è una forza primitiva ed esigente che governa i "processi primari " della mente.

Il "principio di piacere" si scontra però ben presto con un "processo secondario" che costringe gli esseri umani a controllare i loro desideri per scendere a patti con il "principio di realtà".

Il rapporto tra i due principi è antagonistico: la richiesta di piacere è sempre in lotta contro la realtà. Eppure il principio di piacere, insaziabile, lotta contro tutto ciò che vuole imporgli dei limiti: che sia il "processo secondario" interiore, della mente, o che sia l'ambiente esteriore circostante.
"IN ENTRAMBI I CASI SI TRATTA DI UNA BATTAGLIA CHE IL PRINCIPIO DI PIACERE E' DESTINATO A PERDERE.
IL SUO PROGRAMMA E IN CONTRASTO CON IL MONDO INTERO, COL MICROCOSMO COME COL MACROCOSMO.
NON ESISTE ALCUNA POSSIBILITA CHE SI REALIZZI. TUTTE LE LEGGI DELL'UNIVERSO SONO CONTRARIE."

Non sembrerebbe esserci altro da dire. Ma Freud sembra ben deciso a non lasciare illusioni.
Ciò che chiamiamo felicità per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico. "Quando una qualsiasi situazione desiderata dal principio di piacere si prolunga produce al massimo una moderata soddisfazione."

Inoltre, attenzione, l'uomo non viaggia mica nel vuoto! Le condizioni dell'esistenza rispondono al nostro infinito desiderio di piacere con l'infinita possibilità di dolore. Sic.

Tre sono le possibili origini del dolore: "dal nostro stesso corpo, destinato alla decadenza e alla dissoluzione, che non può neppure evitare il dolore e l'ansia come segnali di avvertimento; dal mondo esterno, che può prendersela con noi con forze distruttive gigantesche e spietate; e infine dai nostri rapporti con gli altri. La sofferenza che deriva da quest'ultima causa è forse per noi più dolorosa di qualunque altra."

Nell'elencare tutte le strategie che gli uomini usano per raggiungere la felicità Freud ripercorre in pratica la storia di questa caccia al tesoro: l'edonismo, la chimica, l'isolamento volontario, le pratiche ascetiche, il lavoro umanitario, l'approccio estetico, la virtù.. e tutte destinate al fallimento.

Ci sono tutti nel discorso di Freud: gli stoici e la loro rinuncia ascetica, l'esilio beato di Rousseau, la speranza di Agostino, la virtù di Socrate e Platone, Sade e il suo edonismo, le droghe di de Quincey e Baudelaire, il sogno di rifare il mondo di Marx, la gioia del lavoro di Weber e Smith... 

E c'è l'amore erotico, la strategia più naturale per tutti noi e quella che ci avvicina più di ogni altro metodo a quella meta.
Ma, ci mette ancora una volta in guardia Freud: Noi non siamo mai "così indifesi contro la sofferenza come quando siamo innamorati, mai così disperatamente infelici come quando abbiamo perduto l'oggetto del nostro amore."

CHE FARE, DOKTOR FREUD?
Ebbene "il programma di diventare felici che il principio di piacere ci impone non può essere realizzato." Ma NOI NON DOBBIAMO E IN VERITA NON POSSIAMO RINUNCIARE AI NOSTRI SFORZI PER CONDURLO PIU VICINO ALLA REALIZZAZIONE, CON UN MEZZO O CON UN ALTRO."

La consapevolezza non deve avere "UN EFFETTO PARALIZZANTE". E nei fatti non ce l'ha.

Ha finito, Doktor Freud?
Sì, il Doktor Freud ha finito, ma, paradossalmente, ascoltarlo mi fa sentire molto ma molto meglio. POTERE DELLA PAROLA CHIARA.

venerdì 7 novembre 2008

mi perplimo...

Ho scoperto che esiste in Psichiatria la Cyber Therapy e che ha persino delle branche e sottobranche.

1-la Email-based therapy, in cui la comunicazione tra l'utente e il Cyber-master (il terapeuta), avviene attraverso uno scambio di mail.

2-la Voice/Video Conference therapy, in cui la comunicazione avviene per mezzo di programmi come Messenger o alternativamente Facebook in cui si può comunicare scrivendo o parlando tramite microfono, con l'eventuale ausilio di una webcam.

3-la Avatar therapy, che prevede l'utilizzo di avatar, cioè di una incarnazione di noi stessi in un personaggio, ed in cui la comunicazione avviene in Second Life.

Esiste una Società Internazionale di Cyber therapy e si è tenuto nel luglio scorso un Convegno mondiale in Italia, a Verbania, in cui si sono magnificati i risultati (90 % dei casi di fobie, attacchi di panico e disturbi dell'alimentazione risolti felicemente).

Senza entrare nel merito e tenendo per me tutte le mie riserve, mi chiedo: esiste un controllo su queste pratiche terapeutiche, in cui è così facile spacciarsi e millantare? O chiunque può andare nel web e dichiararsi terapeuta? Crearsi un piccolo mercato approfittando della sofferenza altrui?

E, soprattutto, il Mago di Arcella lo sa?



IL MAGO DI ARCELLA

giovedì 28 agosto 2008

ricerca senza fine


"Più riesci a protenderti all'indietro, nel passato storico, e all'ingiù, verso ciò che è dopo di te e in basso, e all'infuori, verso l'altro da te, e più la tua vita si estende.
La longevità si libera della capsula temporale. Questa è la vera longevità, un durare di più che dura per sempre, perché non c'è capolinea."


James Hillman non è tra i miei pensatori preferiti, ma gli riconosco una grande originalità, la voglia di guardare al mondo e alla persona umana con uno sguardo nuovo, liberandosi dai facili assiomi. Ciò nonostante spesso mi irrita, come un ottimista che vuol convincerci che ogni cosa è bene per noi. Mi è capitato, leggendolo, di chiedermi: ma da che cosa fugge quest'uomo? perché non si arrende alla realtà? Insomma mi azzardo a fargli io una diagnosi psicologica! Presunzione, certo, ma anche una incompatibilità di fondo.
Forse, banalmente, non sono una persona cui sia facile far coraggio e le parole di James Hillman suonano al mio orecchio come una consolazione per ingenui.
Ma il libro dedicato a quell'età che non è ancora vecchiaia ma è già ripiego hanno una bella forza, si accordano forse allo spirito con cui io vivo la mia età.
Dice James Hillman che quando ci si avvicina alla vecchiaia il nostro pensiero torna spontaneamente indietro e ripercorriamo gli eventi della nostra vita, per ricostruire la nostra storia, per darle e darci un senso.
Le persone anziane leggono biografie, seguono programmi di storia alla televisione, visitano vecchie rovine, frequentano musei, riparano vecchi attrezzi di lavoro, catalogano vecchie monete, riproducono punti e ricami di duecento anni fa...

"Sono fantasie di longevità...
Più indietro riesci ad andare con l'immaginazione, più la tua vita si estende.
Penetrando nelle radici della tradizione, allunghiamo la vita alle nostre spalle. Ma possiamo estenderla anche all'ingiù: nei discendenti."


La ricerca di senso, credo, ci accompagna lungo tutta la vita. Almeno per me è stato così. Ora che ho molto più materiale -molti e molti anni in più- da indagare, intravedere un senso al mio vivere dovrebbe essere più facile. Ma la ricerca continua.

venerdì 13 giugno 2008

indovina indovinello...

Uno è un pittore amatoriale americano del XIX secolo, uno è Chagall e uno è un paziente schizofrenico.
Non in quest'ordine. E la domanda è: quanta follia c'è in un artista?







venerdì 1 febbraio 2008

politica e psicologia

Piccola pillola di psicologia politica.

La psicologia politica come disciplina non esiste. Ma esistono diversi tentativi di chiarire il rapporto che tra di esse intercorre.
Vale la pena tentare di individuare degli “universali psicologici che possono suggerirci precisi meccanismi esplicativi per una varietà di situazioni storiche.” Jon Elster “Political Psychology” Cambridge 1993.


Nel suo libro “Individualismo e cooperazione” Giovanni Jervis sostiene che soffermarsi a considerare gli eventi politici da un punto di vista anche psicologico può semplificare le cose.
Senza naturalmente pretendere di spiegare la storia con facili formule interpretative, è evidente che esistono alcuni temi, significativi per l’agire politico, sui quali gli psicologi possono dare qualche contributo.
Ad esempio le concezioni della natura umana che, in modo più o meno esplicito, guidano le decisioni politiche; il modo in cui gli esseri umani si valutano a vicenda; e, soprattutto, i modi in cui vengono prese le decisioni che porteranno allo scontro o alla cooperazione. Lo studio dei meccanismi psicologici che “costruiscono cooperazione” e di quelli che invece la ostacolano è un tipico terreno sul quale la psicologia può dire la sua.

La politica, che si esprime attraverso azioni e fatti, si nutre però di idee.
Dice Jon Elster: "Le idee dovrebbero essere giudicate dai loro discendenti e non dai loro antenati.”


Questo suo è un invito a ripensare e ad applicare la vecchia distinzione di Max Weber fra i due criteri per valutare le azioni umane.
A-Il criterio per cui valutiamo i comportamenti sulla base dei principi dichiarati che li ispirano (o anche su quelli che noi crediamo che li ispirino).
Questo criterio Weber lo chiama “criterio delle intenzioni”.
B-Il principio che valuta i comportamenti per come essi si manifestano, per le loro conseguenze, i loro effetti. Questo secondo è, per Weber, il criterio della responsabilità.

In fondo è il contrasto tra chi pensa che le scelte valide in politica siano quelle che producono risultati utili e chi invece è convinto che le scelte valide siano quelle che nascono da principi virtuosi.
PRIMA AVVERTENZA: da questo non discende una condanna dei principi virtuosi.

Giudicare dalle intenzioni è un atteggiamento spontaneo ma ha i suoi limiti. Giudicare sulla base dei risultati è, quasi sempre, più sensato.
SECONDA AVVERTENZA: attendere a giudicare, prendersi il tempo necessario.

L’etica della responsabilità è TIPICAMENTE un’etica laica. In che senso? Nel senso che non discende dall’adesione ad un sistema di valori ma dall’analisi della situazione concreta cui la si applica. Chi vi aderisce si chiede quali conseguenze scaturiranno dai suoi atti. E se ne assume la responsabilità.

L’etica dei principi o etica assoluta ( o della testimonianza o dei sentimenti o delle intenzioni) è un’etica TIPICAMENTE “religiosa”, nel senso più lato del termine.
Chi vi aderisce si chiede se le sue azioni siano coerenti e lo mantengano fedele alla sua “chiesa”, o sistema di riferimento. In questo modo tende a respingere la sua responsabilita nei confronti delle conseguenze delle sue azioni.

Queste osservazioni dovrebbero aiutarci a scegliere tra due diversi atteggiamenti politici. Quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri problemi, dobbiamo trovare insieme un comportamento che li risolva” e quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri principi, dobbiamo trovare insieme i comportamenti che li esprimano e li affermino.”

A tutti noi succede o è successo di propendere per il secondo atteggiamento.
Le parole d’ordine, gli appelli alla testimonianza e allo schieramento, sono molto mobilitanti. Fanno nascere slanci e speranze, ma allontanano spesso dalla realtà.
Quasi tutti abbiamo la debolezza di preferire l’etica assoluta all’etica responsabile. Questo ci consente infatti la gratificazione di una migliore percezione di noi stessi.

TERZA AVVERTENZA: non identifichiamo necessariamente uno o l’altro atteggiamento con la nostra o altrui parte politica.

QUARTA AVVERTENZA: l’adesione all’etica assoluta può depotenziare il nostro senso critico.
Quando la mancanza di senso critico prevale nella cittadinanza, la politica che prende piede è quella degli slogan, delle bandiere, della retorica.



IL COMMA DI MARINA
Il leader politico non può seguire l’onda della emotività dei suoi simpatizzanti. Il suo compito è più difficile e più alto. Il leader politico deve avere anche una funzione pedagogica, deve portare verso la razionalità e la ragionevolezza i suoi simpatizzanti.
E’ per questo che la sua statura intellettuale e morale deve essere superiore a quella del suo simpatizzante. Il discorso della classe politica specchio della società è falso anche quando è vero. Nel senso che se è così è male che sia così. Una classe dirigente deve esprimere un di più rispetto ai cittadini. Altrimenti deve cedere la mano a quelli tra i cittadini che sono capaci di esprimere questo di più.

Mi accorgo che questo post è una grossa pillola, quasi un cachet.
La pianto lì. Ma tornerò per una nuova somministrazione.

sabato 8 dicembre 2007

caccia alla volpe




Animalia quaedam ne inveniri possint vestigia sua circa ipsum cubile confundunt.
Alcuni animali, per non essere scoperti, cancellano le proprie tracce davanti alla loro tana.

Idem tibi faciendum est alioqui non deerunt qui persequantur.
Lo stesso devi fare tu altrimenti non mancherà chi verrà a cercarti.

Qualche volta provo la tentazione di stamparmi dei bigliettini da visita con questa osservazione di Seneca e di tenerne sempre uno con me per consegnarlo a chi, insistentemente, richiede la mia compagnia.
Non mi piace mentire. Ogni volta che è possibile preferisco non farlo.
Ma sono pronta a mentire a chi non mi accetta con le mie- piccole, meschine ma mie- caratteristiche.
Quando declino un invito, dichiaro, generalmente, le ragioni vere per cui lo faccio.
Con chi non le accetta, le contesta, le nega, le minimizza o vuole uniformarmi alle sue, di caratteristiche, non mi resta che cancellare le tracce davanti alla mia tana: mentire. E lo faccio senza rimorso alcuno. Il risultato è paradossale.
Finisce che frequento molto di più le persone che mi lasciano libere di NON frequentarle, che le persone che mi pressano perché le frequenti. Le prime mi lasciano intorno l'aria fresca della libertà, ed incontrarle sarà sempre un piacere; le seconde mi opprimono e me ne dovrò difendere.
Sto preparando una mezza menzogna per un'amica che lo sarebbe molto di più se, invece di rimproverarmi e lamentarsi ogni volta che ci incontriamo, per tutte le volte in cui NON ci incontriamo, semplicemente si godesse la mia compagnia cui sembra tenere così tanto. Lasciandomi godere la sua.
Ho provato a farle questo discorso, liscio liscio come un sillogismo, all'ultimo nostro incontro. Ma non ha sortito nessun risultato. Eccomi quindi qui pronta ad ingannarla come, insistentemente, mi chiede.
Non mi piace la caccia. Non potrei mai essere cacciatore. Ma non sono disposta a farmi preda.

giovedì 29 novembre 2007

primo amore all'indicativo

Prima o poi dovevamo arrivarci. Si plana sempre sulla realtà. Volenti o nolenti.
Eccoci quindi all’ indicativo.
Per tradizione, in ogni grammatica è definito il modo della realtà e, addirittura, dell’obiettività.
Si tratta di obiettività grammaticale, va da sé, perché come si mente bene con l’indicativo non si mente bene con nessun altro modo. (Per quanto, anche il gerundio, è un bel mentitore. Ma ne parleremo più in là).
Ora, poiché la realtà non solo predomina, ma spesso opprime anche le nostre vite, l’indicativo dispone di otto-tempi-otto, fra semplici e composti. Vale a dire che c’è sempre un tempo per la realtà. Per richiamarci a...per ricordarci la...per metterci di fronte alla...
Secondo me, che noi si usi l’indicativo per mentire è un semplice riflesso di autodifesa da tutta questa dose massiccia di realtà che ci vuole sopraffare. È quasi una sfida: “Sei il modo della realtà? Beh, ti faccio vedere io come ti piego bene alle mie esigenze menzognere”.
In pratica il presente indicativo dice semplicemente questo: ciò di cui ti parlo accade mentre te ne parlo. Semplicemente?
Mentire al presente indicativo è semplicemente uno spasso. Proviamo?
Ti amo. Dico, statisticamente, quante volte questo bell’indicativo presente sarà stato il modo della realtà? Non aggiungo altro.
Appena un cenno, perché mi affascina, al presente storico. Quando narriamo fatti, accaduti nel passato, parlandone al presente. Tecnica sia del racconto orale che della narrazione scritta, con cui rendiamo coinvolgenti gli avvenimenti di cui parliamo.
Il presente storico è una specie di zoom su un avvenimento passato, o un flash-back, inserito nel racconto.
“La Camera era al completo. Tutti i seggi dei parlamentari occupati. Il solito brusio passava di banco in banco. Ed ecco, si alza Giacomo Matteotti e chiede la parola...” Efficace, vero? Di botto, te lo vedi davanti, l’alta figura, il viso magro e nobile, l’atteggiamento determinato. Sì, il presente storico è un bell’espediente linguistico.
Un presente che invece odio è quello acronico. Quello delle sentenze, delle leggi, dei proclami. Tutti i E’ fatto divieto di...”, tutti i “Chiunque omette il pagamento di..., tutti i “Chi troppo vuole nulla stringe...ecc tutti gli “Alleanza Nazionale difende le donne dalla violenza” (letto stamattina sui muri di via Labicana): Insopportabili, no?

Dell’imperfetto dell’indicativo, voglio solo sottolineare l’aspetto fantastico. Imperfetto ludico o onirico lo chiamano i linguisti.
Quando i bambini nei loro giochi si dicono: allora io ero il capo degli indiani e..No, il capo degli Indiani ero io..No, ero io, e via così, discutendo. Come mi ha detto ieri sera Tommasino, ma in forma interrogativa: Tu eri Power ranger rosa, nonna? E io (che a vedermi attribuire il rosa come colore di riferimento normalmente mi incavolo) “Certo! E tu eri Power ranger verde?” “No, io ero Power ranger rosso, il capo”. Mica scemo, il piccoletto.
E poi, quando ci raccontiamo i sogni: E allora il Che veniva verso di me, mi tendeva il suo fucile e mi diceva: tienilo tu. (Sogno che feci davvero. Non fate commenti).
Di tempi ce ne sono ancora sei, ‘sta realtà è davvero invasiva.
Di futuro ne ho letto uno simpatico sul giornale stamattina: Giordano PRC: Valuteremo a gennaio la nostra permanenza nel governo. Chiediamo di definire a gennaio le nuove priorità dell’esecutivo e da queste dipenderà la nostra collaborazione futura. Bel futuro roseo, per il Governo, n’est pas?
Potrei rispondere con un futuro anteriore con valore “suppositivo”: Avrà avuto il via libera da Bertinotti, per fare questa affermazione.

Coraggio, ancora quattro tempi e ci liberiamo dell’indicativo. Dei due Trapassati, il Remoto è ormai “remoto” anche nello scritto. Abbandoniamolo al suo destino o a quegli autori che ancora si pongono il problema di scandire la realtà, di indagare nelle sue pieghe, nei polizieschi-dove stabilire i tempi al millesimo comporta avere o non avere un alibi- o nei romanzi di ambientazione ottocentesca, dove anche i sentimenti hanno una successione standard: Come l’ebbe vista si sentì infiammare. Quando lo ebbe salutato chinò gli occhi a terra e arrossì. Nel leggerlo o ci tuffiamo nell’onda romantica o ci spazientiamo. Ma insomma quanto sarà durato mai questo scambio di sguardi?!
Il Trapassato Prossimo è spesso velato di rimpianto o di pentimento: ti avevo telefonato per invitarti a cena, ma non ti ho trovato..Ti avevo cercata su Google, ma poi non ho avuto il coraggio di chiamarti..(Intanto erano passati sei anni, lei era incinta di un altro e lui andava al cinema da solo).
Riepilogando: presente, imperfetto, futuro semplice e anteriore, trapassato prossimo e remoto fatti.

Ed eccoci alla mia passione: I passati, il prossimo e il remoto.
Spia infallibile di molte magagne.
Ormai lo avrete capito che mi piace indagare, sia pure scherzosamente, le relazioni d’amore.
E allora vediamone una. Richiamiamo in gioco anche l’imperfetto, qui ne vale la pena.
Che cosa rende questi tre tempi così differenti? La prospettiva del parlante, l’atteggiamento con cui si guarda al passato, con cui questo viene percepito. Solo questo. Ma è tutto. E il parlante, lui, lo sa, e molto bene. O, se non lo sa, è il suo inconscio a saperlo.

Indicativo Imperfetto.
Io ti amavo. Storia passata? Manco per idea! Questo imperfetto è una patente contraddizione in termini. Nessuno che si sia davvero scrollato di dosso un sentimento usa questo imperfetto accorato e/o accusatorio. Non sentite l’eco di quell’amore in quelle tre sillabe? E la vena di rimpianto, il dire: “se tu... se io... se noi.. O anche: “Che cosa hai fatto? Perché hai rovinato tutto? Oppure: Perché non abbiamo capito?”
Quel “Ti amavo” è un imperfetto che è un presente e se non è un presente è solo perché non può, perché qualche cosa glielo impedisce..
Va bene, mi sto facendo trasportare, il fatto è che già nella mia testa si è presentata tutta una storia, con i suoi personaggi...

Indicativo Passato Prossimo.
Io ti ho amato. Bello, pulito, il passato prossimo rivive il processo nei suoi riflessi successivi, collegando il fatto di aver amato con un implicito risultato attuale: ti ho amato, ma ora amo mia moglie/mio marito. Ti ho amato, poi qualcosa non ha funzionato, ma mi fa piacere ricordare il nostro amore, ti penso con affetto, il nostro amore è stato un momento importante della mia vita e tu una figura cara. Il passato prossimo è il vero tempo del vero passato, il tempo del vero distacco, del disamoramento vero. E’ quello che consente la possibilità di rivivere la storia, parlandone con l’altro o dentro di noi, senza sofferenza, rimpianto, rancore, solo con la tenerezza del ricordo. Io ti ho amato. Non serve aggiungere “ma non ti amo più”: è già in quel passato prossimo.

Io ti amai. La rigidità, la drammaticità, l’enfasi di questo passato remoto, grida menzogna! menzogna! lontano un chilometro. Chi usa il passato remoto “vuole inserire l’azione entro coordinate temporali nette, ha bisogno di marcarne la compiutezza, lo stacco rispetto al presente.”(Serianni). Il passato remoto è enfatico e proprio per questo è spia di una insicurezza di fondo. “Ti amai. Ecco, glielo dico così, perché è più netto. Più passato. Ti amai. Sì, suona definitivo.” E invece il parlante è caduto nell’autoinganno. Il bisogno di chiudere quell’azione tra due termini, sia pure non espliciti (Ti amai tra l’80 e l’84) è il bisogno di tappare dentro un contenitore quell’amore che potrebbe ritornare a galla, come un cadavere mai davvero zavorrato per bene. Il parlante non PUO’ fare ricorso al passato prossimo: non è pronto ad usarlo, perché il passato prossimo segnerebbe un’ accettazione del fatto trascorso che invece non ci si può permettere. Dico “ti amai,, perché ho paura che quell’amore dal passato stinga sul mio presente. In pratica il parlante tampona il passato per paura che si rovesci sul presente.
Infatti è solo il superamento che può consentirci di parlare di qualche momento della nostra vita al passato prossimo. Perché, non fatevi ingannare dal termine, il passato prossimo è il meno “prossimo” che ci sia. E’ prossimo al nostro presente ma nella sua veste di passato, è prossimo al nostro cuore come i ricordi da cui abbiamo imparato, quelli che possiamo tenerci stretti, non quelli di cui ci dobbiamo liberare perchè ci fanno male, non quelli che dobbiamo negare...
Il Passato Remoto è un tempo pericoloso. Lo usiamo per nasconderci qualche cosa e invece ci tradisce. Ma, evidentemente, per chi lo ascolta, è un tempo speranzoso. La spia, cui, eventualmente, può attaccarsi. "Ha detto ti amai. Perché? Forse in fondo, in fondo, mi ama ancora, o può tornare ad amarmi!" Qui sto facendomi prendere la mano di nuovo, un’altra storia mi si sta presentando alla mente..
Perciò basta, la faccio finita.
Ma voglio terminare con una domanda: del vostro primo amore che cosa direste? L’ho amata? L’ amai? L’ amavo? NON MENTITE! Tanto vi sgamo.

lunedì 22 ottobre 2007

depressione/uno/bile nera da Saturno

Noi viviamo in una società che rifiuta i depressi. Eppure non ce ne sarebbe bisogno, giacché loro, i depressi, si rifiutano da soli.
Dal semplice malinconico al depresso clinico, attraverso tutte le sfumature di una malattia che si metamorfizza come un virus, la risposta della nostra società è la stessa: fastidio e condanna sociale. Questo nella sostanza, che le vacue trasmissioni televisive e la litania insopportabile dei falsi depressi-oggi sono così depresso!-non intaccano di una virgola. Una società che dà come traguardo il successo non può considerare il depresso che un fallito, perché il suo vero successo è il semplice mantenersi in vita.
Cercherò di limitare per quanto possibile l’uso di questo termine, così abusato che guarderei con favore una legge che ne vietasse l'uso a chiunque non fosse o fosse stato affetto da questa patologia. Così come introdurrei una condizione vincolante per coloro, medici, psichiatri, psicanalisti, psicologi, filosofi(sì ce ne sono)terapeuti di ogni formazione ed indirizzo, che vogliano curare, ma anche solamente scrivere di questa patologia: l'averne sofferto in un precedente momento della loro vita, o, proprio al limite, aver conosciuto il male psichico. Io ho fiducia e anzi ammirazione per l'immaginazione umana, questa freccia di una tale portata che scavalca lo spazio e il tempo e questo, spesso, in entrambe le direzioni; ma (avversativa forte) so che il male psichico è inimmaginabile per chi non lo abbia mai conosciuto. Sospetto che sia uno stratagemma della natura stessa, perché il timore non infiacchisca e scoraggi i sani. Infatti loro, i sani, sono molto più deboli di quegli altri loro, i malati, ma non lo sanno e non possono saperlo. Non sanno che con la forza che ci vuole per vivere da malati psichici, delle loro vite "normali" uno di quei malati ne potrebbe vivere tre. Peccato che non vorrebbe.
Questa è però solo una mia teoria, che mi piacerebbe sviluppare e sottoporre ad una verifica più ampia che le mie osservazioni, i miei incontri e contatti, le mie riflessioni e le mie esperienze. Lo farò prima o poi.
Per tornare al termine "depressione" da qui in poi lo sostituirò con il termine "mal di vivere" con l'avvertenza che, come tutti i termini con un contenuto poetico, è evocativo e non definitorio.

Del mal di vivere avrei intenzione di ripercorrere la storia (a tappe, tranquilli) perché la trovo una storia paradigmatica: mi sembra infatti che testimoni senza ombra di smentita il continuum sostanziale attraverso cui la persona umana si muove da qualche migliaia di anni, pur nell’evolversi culturale.
È anche una storia affascinante perché scorrendola si incontrano i più grandi geni dell'umanità. Uomini e donne di cui per lo più si ignora la loro sofferenza psichica, abbagliati come siamo dalla loro genialità. Forse non sarebbe male cominciare ad aggiungere piccoli particolari "clinici" quando sui manuali scolastici parliamo dei grandi personaggi: così per render loro l'onore delle armi. Che si sia stati l'Imperatore Adriano, Flaubert, Baudelaire, Schopenhauer, Luciano, Lucrezio, Cioran, Rossini, Schumann, pur vivendo nella sofferenza, dovrebbe essere considerato elemento non trascurabile di quelle vite. Ho citato così, a caso, i primi nomi che mi sono venuti in mente, ma potrei continuare a lungo e forse dovrei, perché tutto questo fiume di sofferenza cristallizzato in opere straordinarie, di musica, pittura, letteratura, riflessione filosofica ecc. andrebbe almeno riconosciuto. Se poi mi mettessi in testa di fare un elenco di grandi uomini e donne suicidi, trasformerei questo piccolo post in un unico, imponente, necrologio di celebrità. Non lo farò.

Inizierò invece la mia piccolissima storia del mal di vivere a partire da molto, molto lontano.
La prima testimonianza che incontriamo, infatti, almeno nel mondo occidentale, è quella di un anonimo scriba egiziano, risale a quattromila anni fa’ ed è conosciuta con il titolo significativo di Ode del disperato.


La morte è oggi davanti a me
come la salute per l’infermo
come uscire fuori da una malattia.
La morte è oggi davanti a me
come l’odore della mirra
come sedersi sotto la vela in un giorno di vento.
La morte è oggi dinanzi a me
come il profumo del loto
come sedersi sull’orlo dell’ebbrezza.
La morte è oggi dinanzi a me
come la fine della pioggia
come un uomo che ritorna a casa dopo una campagna oltremare.
La morte è oggi dinanzi a me
come quando il cielo si rasserena
come il desiderio che è in un uomo di rivedere la propria casa
dopo innumerevoli anni di prigionia.

Mi permetto di segnalare due espressioni, perché tornano costantemente sulle labbra dei sofferenti.
‘uscire fuori’ e ‘prigionia’.

L’ode risale al Medio Regno, ma non è la sola testimonianza dell’epoca. Papiri e geroglifici testimoniano che i disperati si suicidavano nella valle del Nilo, pugnalandosi, o lasciandosi affogare,o, spessissimo, gettandosi in pasto ai coccodrilli.

Intanto nel Vicino Oriente Antico il mal di vivere veniva testimoniato in numerose tavolette ritrovate in Mesopotamia. Nel ‘Dialogo sulla miseria umana’ un anonimo si dichiara ‘schiacciato dalla vita’ e i testi di saggezza babilonese rimandano una visione potentemente pessimista della vita. Sono numerose le testimonianze di uomini sofferenti di disturbi che ricordano la nostra’depressione ansiosa’.
È Erodoto poi, a parlarci del mal di vivere che serpeggia tra i Persiani.
Neanche il mondo ebraico sfugge alle più cupe considerazioni sulla condizione umana e Geremia lancia al cielo il suo grido di protesta: “Maledetto il giorno in cui nacqui!”. Il senso con cui oggi noi qualifichiamo di “geremiadi” le lamentazioni piagnucolose, dipende solo dal fatto che non riusciamo a credere alla sua sofferenza e alla sua disperazione esistenziale.
Ci sono però due libri dell’Antico Testamento che espongono in modo inequivocabile il mal di vivere nelle culture semitiche. Il libro di Giobbe (V sec.a.C.) e soprattutto il libro dell’Ecclesiaste, o Qoelet (II sec. a.C.). “Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento”.
Dopo dodici capitoli di lamentele sulla vanità dell’esistenza lo scrittore del Qoelet conclude. “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti”. Nonostante questa chiusa “forte” che sempre le autorità cristiane citano per compensare la desolazione del libro, resta che persino tre profeti, Geremia, Elia e Giona sono stati tentati dal suicidio.
E poi tocca ai Greci, con il loro profondo senso della tragicità dell’esistenza, i Greci chiusi tra le Parche e gli Dei capricciosi. I miti che percorrono la poesia e la tragedia greca mostrano una concezione chiaramente pessimista dell’esistenza. Teognide, Esiodo, e, nell’Iliade, Bellerofonte- considerato dalla Kristeva uno dei primi depressi della storia- denunciano la loro sofferenza. Nella traduzione del Pindemonte Bellerofonte “solo e consunto da tristezza errava infelice pel campo Aleio e l’orme de’ viventi fuggia”.
Eraclito afferma la infelicità totale del mondo a partire dalla sua personale ‘malinconia nera’, mentre Democrito gli fa eco, sia pure con schietta ironia. Dell’infelicità preferisce ridere e lo fa con Ippocrate: ”L’uomo è pazzo poiché non ha alcuna vergogna di dirsi felice”.


Ma quali sono per gli antichi le cause di questo male di vivere che così tante voci testimoniano?
La spiegazione scientifica che percorrerà i secoli sarà la ‘teoria degli umori’.
La base la pone Pitagora. Il cosmo è composto da quattro elementi: sole, terra, aria e mare. Nel corpo umano ai quattro elementi corrispondono quattro ‘umori’: la flemma, il sangue, la bile gialla e la bile nera. Empedocle elabora e precisa la teoria di Pitagora: l’equilibrio di ogni essere umano dipende dall’equilibrio interno di questi umori. Nel malinconico predomina la bile nera. Noi diciamo ancora “sono di umore nero”.
Intorno al 400 a. C. Ippocrate, il grande medico greco, preciserà che, se in eccesso, la bile nera provoca “ansia e abbattimento costante”. L’eccesso di bile nera è determinato dal cervello con il concorso di un trauma dello spirito.
È semplicemente stupefacente la chiarezza di questa analisi!
Ecco come si esprime Ippocrate: "È il cervello a provocare follia o delirio, a ispirarci il timore e la paura, giorno e notte, a causare l’insonnia, a farci commettere errori, a renderci ansiosi senza motivo...”
Galeno poi (II sec. d. C.) descrive così i suoi pazienti: “ presentano un sonno raro, disturbato, interrotto, palpitazioni, vertigini; sono tristi ansiosi..” e lega le “affezioni dell’anima al temperamento del corpo”.
È evidente come la medicina dell’antichità sia pervenuta molto presto ad una nosologia corretta della depressione. Del depresso ha sottolineato anche la particolare lucidità intellettuale.
Ma chi afferma, senza mezzi termini, il rapporto tra temperamento malinconico e creatività è Aristotele, nella Metafisica. “Tutti gli uomini che furono eccezionali in filosofia, in politica, in poesia o nelle arti erano...manifestamente malinconici” E cita Bellerofonte, Aiace, Empedocle, Socrate e Platone.
Dal canto suo, l’astrologia, che all'epoca è una scienza in piena espansione, tenta di spiegare il temperamento malinconico creativo con l’influsso di Saturno.
Saturno, solitario e vagabondo, ma anche inventore dell’agricoltura e delle tecniche. Genio e malinconia. Nelle previsioni degli astrologi l’influenza di Saturno è apportatrice di bene e di male. Ancora oggi noi diciamo “temperamento saturnino” per indicare una bizzarra dualità: malinconico e fantasioso, creativo e instabile.
Tutto questo indagare cause e rimedi (che poi vedremo) del mal di vivere nell’antichità, testimoniano in modo inoppugnabile la sua ampia diffusione nel mondo greco-romano.
La filosofia dell’angoscia di Epicuro, la malinconia esistenziale di Lucrezio-un angosciato cronico che si toglierà la vita a soli quarantarè anni-basterebbero da sole a provarla.
Seneca poi le darà un nome che percorrerà i secoli: taedium vitae.
Ne "La serenità dello spirito" e nelle "Lettere a Lucilio", il suo giovane amico depresso, Seneca descrive la fatica di vivere come solo un buon testo odierno sulla depressione potrebbe fare.
Fino a Seneca un pregiudizio favorevole sembra circondare il depresso e addirittura Menandro sembra considerarla semplicemente la più ovvia condizione umana: “Sono un uomo, ecco una buona ragione per sentirmi triste”.
È nel III secolo che l’immagine della malinconia comincia ad appannarsi: da condizione esistenziale dolorosa ma sostanzialmente ‘innocente’, con cause naturali, comincia a diventare prova di scarsa forza morale, fiacchezza dello spirito.
Dalla filosofia alla medicina, dalla medicina alla morale, sta per entare in scena la religione.
Tutto è pronto per l’intervento del cristianesimo: per la definitiva demonizzazione della malinconia e la sua assimilazione al peccato.

Io preferisco però chiudere questo post con un verso di Ovidio, luminoso e illuminante: Accogli questo dolore perché ti insegnerà molto.

sabato 20 ottobre 2007

sorrida, prego!

Umorismo
Quando mi sento un po’ giù -un giù riparabile anche se già gravoso- ricorro ad alcune letture che hanno il potere di farmi ridere.
Ho diverse possibilità. Posso scegliere Comma 22, o il Candido o, per i casi più seri, Laurence Sterne. Del Tristram Shandy mi bastano le prime venti pagine. Penso che riuscirebbe a farmi ridere anche sul patibolo. Ho anche altri libri- frecce al mio arco, ma non voglio trasformare questo post in una lunga prescrizione terapeutica.
Del resto, secondo me, niente è più soggettivo che il ridere. Mentre piangiamo più o meno tutti per le stesse scene di un film, ridiamo spesso in passaggi diversi e una scena che fa solo sorridere uno spettatore scatena invece l’ilarità di un altro.
Si piange insieme ma spesso si ride soli.
Il riso e il sorriso hanno costituito oggetto di attenzione di filosofi, psicologi, antropologi, e scrittori. Tra questi Bergson, Pirandello, Kierkegaard e Freud.
Per Freud (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) l’umorismo è un meccanismo con il quale esprimiamo dei contenuti del nostro inconscio, -attinenti alla sessualità e all’aggressività- altrimenti repressi. Con il motto di spirito risolviamo rapidamente, risparmiando energia psichica, una situazione emotivamente spiacevole.
L’aggressività, ad esempio, eludendo la censura del Super-io, si esprime senza costituire trauma per il nostro interlocutore. Questo accade grazie al motto di spirito, alla battuta umoristica, ma anche attraverso l’ironia. Ed era proprio qui che volevo arrivare. All’ironia. Ne parlerò facendomi aiutare dal Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli, studiato nei lontani anni ottanta.

Ironia/retorica
L’ironia ειρονεια è una metafora, cioè uno spostamento, un trasferimento di vocabolo e/o di senso. Intorno alla definizione di ironia hanno lavorato studiosi di discipline diverse, attratti ognuno da uno dei suoi aspetti. Prevale comunque la concezione di ironia come “antifrasi” o “inversione semantica”, cioè il ‘dire l’opposto’ di ciò che si crede e che realmente è. L’autoironia poi è un specie di citazione di se stessi, il riportare la parola propria o il proprio pensiero sottolineandone l’errore, l’inammissibilità,l’inopportunità o l’inadeguatezza.
L’ironia è distanziamento: menzione di un enunciato cui si invita a non prestar fede.
L’ironia è anche uno “sgonfiamento dell’enfasi, del prendersi sul serio; vuole indurci a ridimensionare il mondo e noi stessi, ma non è né superficialità né futilità”.
Prototipo dell’ironista è Socrate, che demolisce le vuote ostentazioni, aiuta mentre mette in difficoltà, è sfuggente, imprevedibile e saggio mentre si finge ignorante.
L’ironia ha una forma aggressiva, l’antifrasi, che si ha quando un’espressione viene usata per dire l’opposto di ciò che essa significa (Bravo! Bene! per rimproverare o disapprovare.) O quando, al tizio che mi sbatte in faccia la porta di un negozio sorrido dicendo –Grazie, lei è un vero gentleman.- Se invece gli rivolgo un “Studiato ad Oxford, vero? “siamo al sarcasmo, che è più aggressivo ed aspro. Era una antifrasi il termine “Eumenidi” –benevole- con cui si indicavano le Parche, e serviva per tenersele buone, aveva cioè valore apotropaico.

Ironia/pratica
L’ironia è un’arte, un’arte in cui occorrono due artisti, uno per pronunciare l’enunciato ironico, l’altro per afferrarlo.
Presuppone infatti sempre la capacità, nel destinatario, di afferrare lo scarto tra il livello superficiale e il livello profondo di un enunciato, di operare, cioè, una manipolazione semantica per decifrare correttamente il messaggio.
Se l’interlocutore B non riconosce l’ironia dell’interlocutore A e risponde al livello superficiale del discorso si crea un fenomeno di “slittamento comunicativo” –io la chiamo ironia al quadrato- e l’ironista tra i due si concederà un piccolo sorriso interno alle spalle dell’interlocutore “sordo” all’ironia.
L’ironia può essere leggera, tagliente, fredda, sottile, pesante, bonaria, arguta, faceta, beffarda, amara, crudele, ma per me è sempre divina. Sia che me ne stia servendo io, sia che ne sia l’oggetto.
Fine anni sessanta. Andava molto di moda una esuberante bijoutterie, lanciata dalla maison Chanel, fatta di lunghe catenine dorate di mille fogge diverse. Ne avevo al collo una chilata circa su un treno verso Milano ed un simpaticissimo signore di Bologna mi disse “Ma poteva ben mettersi un monile!” con un irresistibile accento emiliano. Se con cortesia mi avesse fatto osservare che, a suo avviso, per carità, senza offendere, tutte quelle collanine erano troppe, mi avrebbe sicuramente indispettita e me le sarei tenute. Ma quel signore era un ironista. Così non solo risi -e al ricordo ancora rido- ma chiusi definitivamente il mio rapporto con la bijoutterie Chanel.
Io adoro l’ironia, anche quando ne sono oggetto. E credo all’autoironia, castigatore di tutte le nostre velleità. L’ironia e il dubbio sono compagni, entrambi rifiutano il dogma, la verità data una volta per tutte.
Io credo all’ironia come si crede ad una divinità minore, o a quei piccoli santi di paese, che non compaiono più sul calendario ma sono oggetto di culti tenaci nei più minuscoli comuni italiani.
Io non solo credo che l’autoironia sia cosa buona e giusta, ma la considero potentemente terapeutica. Mi ci faccio delle belle docce, rovesciandomela in testa ed insaponandomici ben bene, ogni giorno. L’ironia può essere crudele, si dice. È vero, ma è sempre preferibile ad una dichiarazione di guerra.
Freud stesso la raccomanda come mezzo per “aggirare espressioni dirette più facilmente aggressive”. L’ironia non mente, rimanda. “Sto dicendoti A invece di B. Vogliamo arrestarci qui, senza che io debba dirti proprio B?”
L’ironia interroga anche: senti, vogliamo scherzarci su questa faccenda?
È un’opportunità di ridere insieme invece di accapigliarsi.

Ironia/roma
E qui veniamo alla parola che secondo me fa binomio con ironia: roma.
L’ironia sta a questa città come i gianduiotti stanno a Torino e i baci a Perugia. È molto meno dolce, ma non è necessario limitarne l’assunzione.
In questa città dove vivere non è una ‘sinecura’ milioni di possibili conflitti e scontri sono stemperati ogni giorno da una battuta ironica. Tragedie vengono evitate con una sola frase, morti ammazzati risparmiati in forza di una parola e un livello accettabile di civile inciviltà si conserva solo grazie all’indole ironica della popolazione. Indole che subito contagia i nuovi arrivati, che immettono allegramente la loro peculiare versione di ironia nel grande fiume ironico che percorre la capitale e che di rivolo in rivolo la bagna tutta. Senza ironia non ce l’avremmo fatta per secoli e secoli a guardare la faccia del potere senza lasciarci andare a carneficine violente, a cruente insurrezioni, a rivolte sanguinose, o almeno ad una defenestrazione.
E senza autoironia non avremmo potuto accettare la nostra ignavia, la nostra indolenza, la nostra paraculaggine, il nostro cinismo, la nostra viltà. Senza l’ironia non potremmo accettare né noi stessi né gli altri. Invece li accettiamo, ha quasi del miracoloso quanti ne riusciamo ancora ad accettare, anche in questi tempi orribili.
E inoltre ci accettiamo, come accettiamo l’immagine che circola di noi nel resto del paese. Non conosco nessun’altra città italiana che avrebbe sopportato senza un sussulto, senza furori o querimonie, tutti gli improperi che ci vengono rivolti da decenni. Ma noi niente. Una battuta ironica e via. Fa parte del gioco, un gioco che giochiamo da qualche millennio. Non è stato merito nostro, non del tutto almeno. La storia ha voluto così. Ha gravato su di noi, dandoci compiti che, onestamente, avremmo potuto assolvere anche peggio di così. Ci teniamo il Papa da milletrecent’anni o giù di lì. Senza ironia non ce l’avremmo fatta. Io ne ho visti un paio sfilare in portantina. Dico, in portantina. Senza ironia non avrei potuto. Senza ironia non potremmo sopportare il convergere qui di tutti gli scontenti e gli incazzati del paese, senza ironia non potremmo tollerare il passa e spassa di tutte le auto diplomatiche di tutti i paesi del mondo in duplice copia (accreditati presso lo Stato italiano e presso la Santa Sede). Senza ironia come tollerare gli intollerabili mille parlamentari piovuti qui con la loro fame di potere da tutte le parti di Italia, con i loro corteggi, le loro clientele, i loro arrivismi e le loro albagie? Senza ironia come tollerare le strade pubbliche trasformate in private dall’arroganza dei berlusconi, le mille camionette da aggirare davanti alle case e agli uffici dei potenti, e tutte le cerimonie pubbliche, in tutti i luoghi simbolo di un’intera nazione e tutti i cortei, politici, religiosi, casinisti che siano e tutte le udienze papali e tutti gli incontri al vertice e tutte le maratone, per questo e per quello, in difesa di questo e di quello, e i turisti? I turisti. I turisti imperversano per fortuna in mille altre città italiane. (Beccatevene un po’ anche voi). Ma da noi si aggiungono! Pensate che ce la faremmo a non abbatterne un centinaio l’anno se la dea ironia non ci assistesse? Noi guardiamo la varia umanità che attraversa ai semafori e li contiamo: cinquanta, cento, senza lasciarci passare, dietro alla loro guida con l’ombrellino giallo. Giapponesi sorridenti, americani in infradito, francesi con la puzza sotto il naso, tedeschi d’assalto, e sorridiamo. E le comitive di abruzzesi, lombardi, molisani, e di ogni altra regione italiana pronti a travolgerci, a passare su di noi per non separarsi di una incollatura l’uno dall’altro. Noi ci scostiamo, ci scambiamo sguardi di intesa tra di noi, bofonchiamo un po’ e lanciamo lì la battuta ironica. Salvi! Siete salvi! Senza ironia, forse, non l’avreste scampata.
Non so immaginare un’altra cittadinanza ugualmente capace di assumersi tutti questi oneri senza vedersi riconosciuto alcun onore, venendo invece sputtanata ad ogni angolo d’Italia. È solo l’ironia che ci permette di farlo. E noi la spargiamo su tutto, su ogni e qualunque cosa e persona. L’ironia non ha confini, non conosce tabù (Freud docet), investe i viventi tutti e la vita stessa e la morte con lei. Proprio come dice Kierkegaard: l’ironia è “l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza”.
Questo è il nostro piccolo talento che tenta di compensare tutti i nostri vizi, i nostri difetti, le nostre meschinità. Ne siamo orgogliosi, è vero, ma anche lì, non crediate, senza esagerare, con riserva. Quando un romano dice con strafottenza “so’ de Roma”, solo un altro romano sa che dentro di sé sta chiedendosi ironico: “e allora?boh..”.

giovedì 5 luglio 2007

restate con me

Leggendo un testo di psicologia positiva mi è capitato di imbattermi in interessanti e convincenti spiegazioni di alcuni miei comportamenti, atteggiamenti, propensioni. Le spiegazioni sono per me convincenti non perché mi si attaglino, ma perché corredate da accurati, documentati e multidisciplinari esperimenti, in cui lo studio dell’evoluzione, la biologia e la genetica si accompagnano alla psicologia cognitivo-comportamentale e alla psicosociologia.
Paroloni? Niente affatto. Pratici, verificabili esperimenti di facilissima comprensione per me e per ognuno. Ne scelgo qui uno solo.

Quando si tratta di fare un acquisto, di qualunque entità sia, io tendo a non prendere in esame più di un numero limitato di articoli. Provo un senso di impazienza, che può presto trasformarsi in irritazione, verso quelle persone che mi coinvolgono in estenuanti, per me, ricerche dell’ottimo, del perfetto equilibrio tra qualità e prezzo e della mitologica, sempre per me, ottimizzazione. Ne ricordo una, Aurelia, alla quale pure mi lega dell’affetto, che è stata il mio tormento in un periodo in cui ristrutturavo la mia casa. Cara amica, architetto preparato e immaginativo, voleva assolutamente che io facessi ogni volta la scelta più appropriata. E i parametri rispetto ai quali valutava la giustezza della scelta, erano infiniti, diversificati e sottili.
Io tentavo di sottrarmi a quella ricerca estenuante, esaminando un numero limitato di opzioni, tre modelli di sanitari per il bagno, una decina di disegni di mattonelle per la cucina, tre, quattro tipi di legno da parquet, e così via, ma lei tenace, ogni volta aggiungeva un articolo nuovo, confrontava la qualità, sottolineava la possibile durata, la resistenza, le oscillazioni anche minime di prezzo, ecc. Anche la via della delega mi era preclusa: la scelta non solo doveva essere la più accorta, ma anche mia. Pure questo era un parametro da soddisfare. Ne è derivato che una ventina di anni dopo, in occasione di nuovi lavori nella mia casa, ho fatto tutto da me, evitando di coinvolgerla nella mia attività. Il risultato mi ha vista ugualmente soddisfatta e molto meno stressata. Fino a ieri sera pensavo che all’origine di questo diverso modo di procedere ci fosse, da parte mia, l’impazienza, che pure mi contraddistingue e una certa dose di pressapochismo e superficialità. E forse una eccessiva disinvoltura nell’impiego delle mie risorse economiche. Da parte di Aurelia uno scrupolo professionale meritevole e una piccola ossessione innocente.

Ho scoperto che insieme costituivamo il set di un interessante esperimento di diverse modalità di ricerca della felicità e che la mia, eureka!, era quella appropriata.
L’esperimento ruota attorno al ‘paradosso della scelta’, come lo chiama lo psicologo Barry Schwartz.
Apprezziamo le scelte e ci mettiamo nelle condizioni di compierne, anche se spesso esse minano la nostra felicità.

La parola ‘scelta’ ha per ognuno di noi una carica affettiva positiva ed ‘ampia scelta’ ci suggerisce l’idea di libertà e di maggiori possibilità di felicità. Ma gli individui che, sulla base di questa carica affettiva, cercano di valutare tutte le opzioni, trovare altre informazioni e fare la scelta giusta, cioè di massimizzare gli utili, come direbbe un economista (leggere la parola ‘economista’ con una lieve sottolineatura di fastidio e insofferenza), prendono in media decisioni sì lievemente migliori, ma al termine della loro scelta sono meno contenti delle decisioni stesse e più inclini all’ansia, alla insoddisfazione e alla momentanea depressione.
Questi individui vengono da Schwartz definiti ottimizzatori. La mia amica Aurelia ne è un chiaro esempio.
Quanto a me, rientro nella categoria dei soddisfatti, quegli individui cioè che valutano una gamma di possibilità finché non trovano qualcosa che vada bene a sufficienza. Allora smettono di cercare.
La ricerca è sempre generatrice di ansia. Dichiarandola terminata, l’ansia si riduce. Anche il bisogno di dimostrare la propria efficienza si riduce, con conseguente sollievo. La scelta stessa, con il passare del tempo, lascia più soddisfatti, perché il soddisfatto esula dal bisogno di confrontarla con i successivi articoli comparsi sul mercato, mentre l’ottimizzatore continua la sua ricerca, almeno mentale, anche dopo aver compiuto la sua scelta.
Paradossalmente si può dire che l’ottimizzatore ricava da ogni euro speso minore felicità del soddisfatto. Nell’economia della felicità, il soddisfatto anche se ha speso meno oculatamente il suo euro, ne ha fatto un uso più saggio.

La mia modalità istintiva ogni tanto mi vede vincente sul piano della felicità raggiunta e questo, per una che ha perso alla lotteria corticale (il livello di felicità di default del nostro cervello è ampiamente determinato dai nostri geni, come gli studi sulle onde cerebrali hanno dimostrato da tempo) è una piccola ma incoraggiante rivincita.

Probabilmente questo sermoncino avrà annoiato molti di voi, ma riflettete che, se applicherete il paradosso della scelta anche alla scelta dei blog di affezione, avrete più probabilità di essere soddisfatti della vostra lettura e quindi più felici.
Perciò restate con me e vi farò felici.

venerdì 27 aprile 2007

Ah ah

E’ stato Dioniso che ha concesso agli uomini la prerogativa degli dei: la capacità di gioire, ridere e far festa.
Ma il Dio che ci ha donato il riso è nato dalla violenza e dal travaglio. Quale che sia il mito di origine di Dioniso che preferiamo accogliere, esso contempla un corpo dilaniato e smembrato da cui il cuore è estratto a forza. La lezione che sembra potersi trarre è che il riso, l’allegria, la festa si pagano, e addirittura in anticipo.
E’ da qui che è venuta la cattiva fama che il riso ha avuto per secoli.
Ma è sempre da qui che viene la spiegazione più semplice del valore del riso. Il riso dà sollievo dalle atrocità del mondo, nasconde per pochi attimi al nostro sguardo l’orrore che potrebbe consumarci.
E’ a tal punto vero che abbiamo ormai una considerevole mole di prove a favore delle proprietà analgesiche del ridere. E persino i meccanismi biologici attraverso cui ciò accade, cominciano a chiarirsi. Potrebbe essere una vasocostrizione a ridurre il flusso del sangue alla pelle diminuendo conseguentemente la sensibilità dei recettori cutanei, o il rilassamento muscolare provocato dalle risate, o la spiccata e particolarissima attività elettrica nel cervello in concomitanza con il coinvolgimento in una risata: l’effetto è comunque analgesico.
Da anni inoltre si indaga sugli effetti terapeutici dello humor nella psicoterapia, anche
se i pareri in proposito sono violentemente discordi.
Per quanto mi concerne io mi sento di dichiarare che una buona battuta di spirito, spezzando la rigidità formale del colloquio terapeuta-paziente, non solo apre la porta ad un momento di sollievo ma, come una sorta di insight, di improvvisa illuminazione, consente lampeggianti intuizioni che possono portare alla comprensione per una via meno dolorosa.

Shakespeare lo sapeva:

Datemi un abito da buffone,
tutto ciò che voglio è una giacca multicolore,
non c’è altro abito al mondo.
Datemi dunque il mio abito da buffone,
datemi il permesso di dire ciò che penso
e io purgherò da un capo all’altro
l’impuro corpo di questo infetto mondo.

Come lo sapeva Tommaso Moro



Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo.
Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche ad altri.


Meno autorevolmente aggiungo: se proprio dovete ammalarvi di depressione cercate di nascere a Roma:l'autoironia vi salverà.