Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2014

Un incontro

-Ma tu guarda, Simona! ciao, come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui?
Che faccio qui? Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Oppure, guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.  
-Misuro il mio fallimento, rispondo.
Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene, condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse ad aspettare un crodino anche lei.
-È un peccato che parli di fallimento, proprio tu. 
Proprio io. Che vorrà dire, proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare. Molto understatement, molto  modestia ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi? Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà rinunciarci–-Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente, quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.   
-Ho due figli, ci pensi? No, non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America, l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare.
Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno, figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo tavolino.
Butta giù il crodino, guarda l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi, devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.

sabato 24 luglio 2010

ripescando

Ora solare (o anche "Il fiato")

Sotto il cielo celeste con piccole nuvole bianche appese qua e là Lei respira la fragranza della sua terrazza. Intanto dà corda ai pensieri colmando di coscienza fluttuante quell'ora che le è stata donata. Ieri sera, dallo schermo legislatore la voce ha detto: mettete indietro gli orologi di un'ora, e lei ha eseguito. Non c'è da compiacersi in festeggiamenti: tra qualche giorno il nuovo ritmo diventerà routine e il tempo tornerà a stringersi su di lei. La tenaglia inciderà ancora le sue tacche nella carne della sua vita. Ma quest'oggi c'è davvero un'ora in più. Lei la consegna al ricordo disordinato. La prima ombra a comparire è come sempre quella di Lui. Un gabbiano di città divide il cielo in due con un grido. Al di sopra resta la rarefazione delle speranze, i bisbigli delle illusioni, la parola futuro come sincopato messaggio pubblicitario. Lei li osserva con attenzione. Al di sotto c'è il suo corpo disteso al sole sul lettino verde da stabilimento marittimo e dalla posizione supina lei guarda ai portavasi aerei da cui spiove l'ultima fioritura di petunie. L'ultima fioritura, pensa. La palpebra destra prende a batterle in sussulti veloci segnalando l'incontro con l' improvvisa comprensione di un dato fin lì sfuggitole. Quest'ora in più, estratta dal tempo canonico, sfuggita quasi per miracolo alla quotidiana programmazione, mai scelta, subita piuttosto, l'ha portata a rispondere alla domanda sulla sua vita che non aveva mai tempo di porsi. Così Lei sale sul cornicione e si lancia nel vuoto celeste senza un fiato.

Lui si aggira inquieto nello studio solenne. Gli hanno restituito un'ora ma non sa come sottrarla al vuoto sterile in cui si sente precipitato d'autorità. Da non sa dove scaturiscono ricordi. Lui cerca di riportare nell'ordine, nello spazio apposito dedicato al trascurabile, i pensieri che lo agitano. Ma questi si precipitano incontenibili indietro nel tempo, quando ancora poteva scegliere tra l'ambizione dell'ascesa e lo sforzo di equilibrio con gli affetti. Gli affetti? L'amore. Per la prima volta lo chiama così, come non lo aveva mai chiamato. Questo il trucco che escogitò: non dargli mai nome "amore". Fu facile così troncare senza ripensamenti e incasellare anche Lei nel novero del trascurabile. Ma quella scelta, quella scelta ora morde in quest'ora che gli avanza. Così Lui apre con un'accelerazione cardiaca che lo spaventa quella vecchia agenda -terzo cassetto a destra della bella scrivania di avvocato di successo. Ne sfuggono due lettere che legge con un risorgere di sentimenti in espansione, che gli invadono l'ora e l'anima e le membra tese del corpo. Quest'ora in più sta disordinando la sua vita, liscia fin qui come una coperta ben tesa sul letto, o gliela sta ripresentando come un'alba promettente? Respinta la domanda inutilmente analitica, Lui afferra il telefono e compone quel numero vecchio ma forse non ancora troppo vecchio. Dall'altra parte neanche un fiato.

martedì 8 settembre 2009


No, 21 gradi centigradi sono davvero troppo, troppo pochi! Questo calo di temperatura mi riduce alla disperazione!
Per protesta, questa è la mia dichiarazione d'amore al caldo.




"Che caldo!" pensò. Ma l'intenzione non era certo quella di lamentarsi.
Il vento ardente le gonfiava il vestito turchese e le sollevava i capelli bruni. Il sudore alla base della nuca si asciugava sotto l'alito caldo e lei si sentiva espandere verso l'esterno, come una corolla che si apre alla luce.
Camminava di un passo lento e assorto, attraversando in diagonale la strada per evitare le macchie d'ombra. Non lo faceva per sfida, ma per una specie di necessità irriflessa: "tenersi sempre al sole" dicevano le cellule del suo corpo.
E se partecipava agli scambi di battute usuali tra gli abitanti della città quando il caldo africano bussava alle porte -oggi non si respira! Saranno più di quaranta gradi! Si soffoca!- lo faceva come se rispondesse ad una liturgia. La sua esclamazione -Che caldo! si integrava con quelle degli altri in un dialogo già scritto cui partecipava senza nessuna convinzione, solo per non sollevare questioni, come si partecipa ad un rito religioso di una religione differente: con rispetto e distacco. La sua religione era proprio il sole -il dio più caldo e più buono- e in estate si sentiva come una specie di cospiratrice; nascondeva il suo amore segreto per il caldo come se fosse un vizio o una congiura, qualche cosa di troppo incomprendibile ed offensivo per ogni abitante di quella città, un segreto tra lei e l'astro dardeggiante.
Sapeva quanto male si diceva del suo idolo luminoso e non dubitava che la scienza avesse ragione. Ascoltava compunta tutti i consigli soliti che ad ogni inizio di stagione le televisioni e i giornali elargivano con solerzia. Non esponetevi troppo al sole, indossate delle lenti scure, mettete delle creme protettive, copritevi la testa, rinfrescatevi di frequente...Li conosceva tutti. Non ne seguiva nessuno. Non era scettica, no: ma era offesa. Le sembrava che per amore si potesse ben correre il rischio di un'eccessiva esposizione, di un colpo di calore, di un dardo negli occhi! E per quanto riguardava il suo corpo, non riusciva a credere che il sole potesse far male anche alla più piccola parte di sé. Il sole era un piacere così intenso, così languido, così febbrile. Ricevere il sole era come fare l'amore: il suo corpo si espandeva, si tendeva, si apriva; diveniva disponibile e arreso e insieme voglioso e implorante.
Il sole era un amante ed esserne posseduta era il più divino dei piaceri.
Di questo non parlava mai a nessuno. Non voleva aggiungere stimmate a stimmate."

venerdì 6 febbraio 2009

sfumature del tempo

A quest'ora guardo il tramonto e il suo rosa mi rende stupefatto.
Nella finestra di fronte si inscrivono le tue mani giovani, che corrono sul piano.
Ma non sento la musica. I vetri sono serrati.
I tuoi ed i miei.
Che cosa suoni non lo so.
Non ti ho mai vista. Non so come sei.
Solo le tue mani che corrono sul piano.
Il pozzo del giardinetto divide le nostre gole, la mia palpita emozionata-  se la tua pianga non lo saprò mai.
Ora si tinge tutto il cielo di rosso e avvampa oltre i pini gonfi.
Se tu sapessi quello che so io, apriresti la finestra di botto e grideresti: Aiuto!
Se io ricordassi quello che sei tu, danzerei sul tetto senza paura e cadere sarebbe l’ultimo dei miei pensieri.
Sono entrambe ignare le nostre menti?
Ma il cuore mi resta incrostato. E il tuo? Rotola il tuo? Ho bisogno di darti un nome. Ti chiamerò TU, perchè sì, perché qualunque altro nome peserebbe su di te.
Ma se io cantassi per te e tu suonassi per me non avrebbe più senso questa sera?
E anche questa vita?
Invece ognuno ha il suo citofono e la pelle contiene e separa i corpi.
Se trovi il modo di spellarmi ti porterò con me nelle strade della città.
Perché è vero: tu non hai forse compiuto i tuoi vent'anni ma io nego, recisamente, di aver mai compiuto i miei cinquanta.
Tutti i pomeriggi tu suoni il piano e smetti solo quando è troppo basso il sole.
Tutti i pomeriggi io ascolto il tuo concerto senza note.
Non ti vedo lasciare la stanza.
Quanti “non”.
Non ti vedo.
Non ti sento.
Non ti parlo.
Le mani piano piano spariscono nel buio.
Non sei più lì dov’eri solo poco fa’.
Ridono di me e hanno paura di me.
Io sono il matto del terzo piano.
Tu chi sei?





Nota: per la ragazza che studia il piano tutti i giorni e per il matto che abitava nel mio palazzo.


sabato 13 dicembre 2008

lettura facoltativa

Cari amici, vi informo che ho pensato di usarvi come reattivi chimici, sperimentando su di voi l'effetto di un mio racconto.
Questo non comporta in nessun modo per nessuno di voi l'obbligo morale di leggerlo.
Né di esprimersi su di esso una volta letto. Potete tacere e passare oltre.
Ma, se lo leggete e se poi decidete di dire la vostra tenete bene a mente che dovete imperativamente essere giudici severi. E sinceri. 
Bando ad ogni affettuosa complicità.
Se c'è un campo in cui il rigore è d'obbligo è lo scrivere. E il leggere.
Tanto, anche in caso di stroncatura, vi voglio bene lo stesso.

Il racconto si intitola "Occupati solo della punteggiatura" ed è coperto da una Licenza Creative Commons. Questo significa che ne va sempre indicato l'autore, che nessuno può sfruttarlo a fini economici e che non può essere modificato in alcun modo. Ma è a disposizione di tutti.
E' scaricabile
QUI

giovedì 15 maggio 2008

per rispondere a Julo/ciò un blog/otto

...Continua dal post precedente
Per tornare al mio nome e al suo destino, che ora definirò, in un guizzo di fantasia linguistica, mortificante e lacrimevole, ho in proposito una domanda angosciante da liberare.
È mai possibile che mai, nessun musicista mai, in tutto il globo mai, si sia sentito ispirato da una Marina? Che nessun musicista abbia avuto un primo amore di nome Marina, o una compagna di vita, regolare e sacramentata o anche irregolare e clandestina, un’amante, un semplice amorino, un flirt, una passioncella, una dolce amicizia, una simpatia sentimentale, una memorabile scopata, una sveltina, tiè! Insomma una Marina qualunque nella sua vita capace e meritevole di ispirare una canzone degna di questo nome? È mai possibile? Statisticamente no, non lo è. Ne deduco che una malìa al contrario circonda il nome di Marina, un maleficio astrale, chissà. Porto, evidentemente, il più esecrato ed esecrabile nome dell’orbe terraqueo.
Un nome che si spalma su di noi marine rendendoci indegne di attenzione artistica.
Ma al destino non mi arrendo. Né a quello cinico e baro, né a quello lacrimevole e mortificante.
C’è stato infatti un momento in cui ho addirittura pensato di commisssionare una canzone ad un cantautore. Lo avevo anche identificato. Si chiamava Sergio, era il cantante di uno sconosciutissimo gruppo che allietava le serate dei “villeggianti” nel paese delle mie vacanze. Il nome del gruppo non lo ricordo più, ricordo però che lui era nato a Strangolagalli e che mi regalò una rosa rossa ed un libro di fiabe. Quanti anni avrò avuto? Perché mi regalava fiabe e rose rosse? Boh, misteri dell’altro secolo. Comunque io ero una pre-adolescente con la fissa di una canzone a mio nome e disposta a-quasi-tutto per ottenerla. Non ricordo se Sergio di Strangolagalli si rifiutò di scrivere una canzone per me o se in manca di ispirazione ci dovette rinunciare. Comunque non se ne fece niente. In un altro periodo della mia vita decisi invece che la Canzone per Marina me la sarei scritta da me. Ma evidentemente le Marine non si autoispirano neanche, perché la canzone non vide mai la luce.
Attenzione non pensate di cavarvela citandomi “La storia di Marinella” di Fabrizio De Andrè, come prova dell’esistenza di una bella canzone dedicata al mio nome. Non accetterò succedanei o surrogati. Una Marinella non è una Marina! Ve l’ho già spiegato. In più la povera sfigata festeggia la primavera scivolando nel fiume al termine del suo primo appuntamento d’amore! E poi, con tutto il rispetto e addirittura l’amore per De André, una favola l’amore lo disincarna e io voglio invece una vera canzone d’amore. Dietro si deve sentire il desiderio se no non vale.
A questo punto quindi inserirò, non una digressione, ma un appello. Non so se gli appelli vengano dalla critica considerati digressioni o interpolazioni o cos’altro, ma qui inserirò il mio appello e la critica, militante o meno, volente o nolente, se lo beccherà. Come pure l’eventuale lettore.

Pubblico appello ai musicisti della nazione.
Qualcuno scriva una canzone per marina.
Volete fare un gesto di bontà? Dedicatemi una canzone. Non a me, come persona, ma a me come rappresentante ufficiale di tutte le Marina della terra. Quanto a me, proprio me come persona, mi farete felice. Di più: colmerete un vuoto affettivo che mi prostra dalla prima adolescenza. Ve lo chiedo con gentilezza, ecco: scrivete una canzone per me. Solo allora il mio cuore troverà pace, quando sulle spiagge, intorno alle fiamme dei falò estivi, i giovani si commuoveranno cantando una canzone il cui titolo suonerà semplicemente “Dedicata a Marina”. Voglio una melodia davvero speciale, niente che sia meno che musicalmente esatto, ispirato e intenso.

Con questo appello ritengo di avere a sufficienza allungato il brodo del mio racconto, sono a pagina tredici e praticamente ho ancora tutto il mio materiale intatto. Avrete notato spero l’uso del termine ‘materiale’. Con materiale uno scrittore intende quelle tre, quattro cose che ha da dire. Ora io non sono così certa di avere quattro cose da dire e forse neanche tre, ma che siano quattro, tre, due, una, via! le ho ancora tutte nella mia testa, ancora non ve ne ho messi a parte. Questo vuol dire che, supponendovi almeno un po’ curiosi, resisterete ancora a leggermi, se non altro per poter poi dire: ma tu guarda questa, quanto l’ha fatta lunga per dire ‘sta cagata colossale! Intendiamoci io preferirei che i vostri commenti fossero di natura diversa, ma sono disposta ad accettare anche un commento così spiccio e fuori dai denti piuttosto che essere abbandonata a pagina tredici. Continua...

ciò un blog/capitolo sette

Riepilogo delle puntate precedenti: di come la nostra autrice abbia dato inizio alla corrente letteraria dei Ri-principianti, allo scopo di trasformare un blog negletto in un libro superfluo. O forse deleterio.

Oggi riprenderò semplicemente dal momento in cui ho scoperto che nessuno, ma proprio nessuno aveva registrato la presenza nel cyber spazio delle tre creature che vi avevo lasciate andare.
Questo mi confermò nella convinzione che tenere un blog comportasse zero rischi e che avrei potuto tranquillamente procedere con la confezione del mio blog autentico.
Ho fin qui tralasciato l’aspetto impaginazione e grafica del blog, per lo stesso motivo per cui anche adesso non gli dedicherò più di qualche parola: e cioè che non vedo la ragione di rivelare a voi per intero la mia goffaggine e la mia inettitudine, soprattutto dato che, bene o male, le ho superate e sono approdata al momento fatidico in cui la cornice del blog è pronta e si tratta di cominciare a nutrirlo. Perché in effetti un blog è una vera e propria creatura, silenziosa ma famelica, che reclama la sua carne fresca quotidianamente.

Era il 9 di aprile, mese in cui il mio umore, altrimenti tendente al grigio spento con oscillazioni, imperiodiche, di color crema di noccioline, si stabilizza su un bel colore roseo, che va caricandosi e accendendosi man mano che le ore di insolazione crescono fino a raggiungere nel pieno dell’estate la sua massima intensità. Si stria allora di ogni possibile tonalità arcobalenica e avvampa trionfalmente fino al solstizio di autunno, quando malinconicamente ogni tinta prende ad impallidire e il mio umore torna ad attestarsi sul suo bel grigio topo. Attestarsi è un termine improprio e, quanto meno, ambizioso. Diciamo piuttosto che le oscillazioni, capricciose, si muovono intorno ad una retta malinconicamente sbrindellata, sollevandosi talvolta verso il “chi c’è là fuori?” e ricadendo, stancamente, verso il “lasciatemi spegnere qui”.
Ma di parlarvi delle oscillazioni del mio umore non mancheranno occasioni.
Era aprile, dicevo e trovandomi in quello stato di pre-grazia, decisi che potevo consentirmi un blog intimista.
Aprii così con un piccolo post in cui introducevo quelli che sarebbero stati temi ricorrenti del mio blog: ricordare, musica, malinconia. Come vedete temi universali, con un piccolo tocco di riflessione filosofica, non troppo evidente per non spaventare un eventuale lettore refrattario alla riflessione, non troppo nascosta per attirare invece un lettore che vi fosse disponibile.
I primi giorni procedetti così, mantenendomi su un piano che mi sembrava squisitamente equilibrato. Per firmare questo blog non adottai nessun anagramma del mio nome, limitandomi ad occultare il mio cognome. Cosa che del resto, come vi sarete accorti, faccio anche ora. Circa il mio nome ho parecchie cose da recriminare. Innanzitutto la sua banalità: mi sembra inappropriata alla mia personalità scoppiettante. Ma un padre amante del mare lo trovò simbolicamente appropriato. Secondariamente è un nome che porta con sé, come diminutivo, il terribile marinella. Ora marinella fa, ovviamente, molto stabilimento balneare. Il litorale italiano è pieno di Lidi che si chiamano La Marinella. Sono per lo più lidi di second’ordine, perché quelli veramente chic hanno nomi tipo la casetta, la capannina, il retiro o qualche cosa d’altro seguito dalla parola beach. Quindi, non solo il diminutivo del mio nome fa molto stabilimento balneare, ma anche stabilimento balneare di second’ordine.
Mi sembra una ragione sufficiente per rifiutarlo decisamente.
Ma, diminutivo a parte, il mio nome ha a mio avviso altri e non inferiori handicap.
Almeno nella cultura popolare del nostro paese. È infatti legato ad una canzoncina che mi perseguita dagli anni sessanta. Marina by Rocco Granata. Ho sempre pensato che il mio nome, niente di speciale, per carità, ma neanche il più brutto della terra, fosse vittima di una congiura perniciosa, la cui prova provata era appunto l’esistenza di quella canzoncina insulsa.
Prendete il verso che dice “una ragazza mora MA carina”. Mi innervosisce. Quel MA è l’insopportabile spia di un più che scontato pregiudizio favorevole nei confronti delle ammalianti bionde. Mentre non mi consta esserci una contraddizione in termini tra l’essere carina e l’essere mora, come mi sembra inutile specificare che io sono.
Per la verità anche come mora sono insufficiente. Infatti mi si potrebbe più veritieramente definire bruna. La parola mora portando con sé, almeno al mio orecchio, un senso di capello corposo e pesante, nero fino al midollo e sensuale fino alla perdizione. Ora i miei capelli sono invece sottilissimi, aerei e svolazzanti e per nulla sensuali. Comunque nella categoria delle more non sono del tutto abusiva.
Quindi la canzonetta incriminata mi si attaglia perfettamente. Inutile far finta di niente. E infatti mi è stata ripetuta fino allo sfinimento. Qui ne riporto i, chiamiamoli così, versi.


Mi sono innamorato di Marina
Una ragazza mora ma carina
Ma lei non vuol saperne del mio amore
Cosa faro' per conquistarle il cuor
Un girono l'ho incontrata sola sola
Il cuore mi batteva mille all'ora
Quando le dissi che la volevo amare
Mi diede un bacio e l'amor sboccio'

Marina, Marina, Marina
Ti voglio al piu' presto sposar
Marina, Marina, Marina
Ti voglio al piu' presto sposar

O mia bella mora
No non mi lasciare
Non mi devi rovinare
Oh, no, no, no, no, no


L’autore non se ne dolga, non troppo almeno, ma la sua canzonetta è il parto malato di una personalità insufficientemente maturata, caratterizzata dalla massima incapacità di versificazione e da una insopportabile sordità musicale. Spero che questa mia osservazione rientri nel diritto di critica e che il signor Rocco Granata non mi quereli. Più legittimamente avrei dovuto querelarlo io, per avermi infelicitato l’adolescenza e la prima giovinezza e inseguita fino alle soglie della vecchiezza. Perché la verità è che la persistenza nel ricordo di una nazione dei motivi musicali è inversamente proporzionale al loro valore. La gente dimentica piccoli gioielli, miracoli di equilibrio, buon gusto e grazia tra testo e musica e ricorda invece ostinatamente, pervicacemente, implacabilmente canzonette prevedibili nella melodia e insignificanti nel testo. Sicché questa canzonetta è ancora presente e viva nella memoria della nazione tutta e non manca occasione di ascoltarla ancora oggi. Giorni fa’ ho dovuto abbandonare precipitosamente l’autobus su cui mi ero a forza incastrata perché dalla suoneria di un telefonino portatile è partito il tragico, sfacciato motivetto!
Sul signor Rocco Granata devo dire che non contento di aver stigmatizzato noi Marina, qualche anno dopo, implacabile, si avventò sulle Manuela. Il risultato fu meno insultante della sua prima composizione, ma comunque spiacevole. Non mi sono confrontata con nessuna Manuela in proposito, ma penso di potermi esprimere per loro. Comunque una canzone brutta come Marina secondo me ancora non ha visto la luce in questa nazione.
Ed è triste che noi “marina” non abbiamo meritato altro dall’ingegno della nazione medesima.
E qui arriviamo, finalmente, alla sostanza del mio discorso, al vero punto dolens.
Il punto dolens è che ho sempre sentito la mancanza di una vera, bella canzone dedicata al mio nome.
Una canzone per Marina mi manca, come la negazione di un diritto, come l’ingiustizia beffarda di un destino cinico e baro. Su cinico e baro voglio digredire.
È un’espressione così trita, usata, abusata, e rimasticata che andrebbe vietata per legge. Ma, nello stesso tempo, e come altre espressioni simili, tipo becero e cialtrone, è così lapidaria che farne a meno non si può. O almeno, non si può se non si ha voglia di sforzare un po’ la propria fantasia linguistica alla ricerca di un’espressione con la stessa lapidarietà ma una sua originalità. Questa voglia io non ce l’ho punto. Voi vi chiederete perché una persona che non ha fantasia linguistica, né voglia di lavorarci un po’ intorno, voglia invece scrivere un libro e nutrire anche la speranza di vederlo pubblicato. La risposta risiede nel costume di questo paese, dove, come è sotto gli occhi di tutti, si fa il senatore essendo più adatto a fare il postino e il postino essendo più adatto a fare l’attore porno e l’attore porno essendo più adatto..No, stop, qui non ci siamo, infatti l’attore porno è forse l’unico caso in cui la meritocrazia funzioni in Italia e nessuno può improvvisarsi attore porno abusivamente. Per la contraddizion che nol consente. Diciamo allora semplicemente che io sono un perfetto esempio dell’odierno costume nazionale che consiste nel voler raggiungere il successo senza aver nessuna delle qualità specifiche per il settore in cui si aspira a raggiungerlo e neanche quella volontà di impegnarsi che potrebbe riscattare la mancanza di talento. Ecco, ho sputato il rospo. Del resto già all’inizio avevo detto di me che non ho nulla da dire e che appunto per questo avevo aperto un blog. Se senza aver nulla da dire si fa legittimamente un blog, senza saper scrivere si fa legittimamente un libro. Chiaro come il sole. Anche chiaro come il sole è un’espressione priva di originalità, ma vale per questa la digressione di cui sopra. Continua...

martedì 11 marzo 2008

Ciò un blog/capitolo sei

Riepilogo delle puntate precedenti: di come, a forza di digressioni, la nostra autrice sia riuscita ad arrivare al capitolo sei del suo blog-che-aspira-a-diventare-un-libro.


Ho appena scoperto una controindicazione alle digressioni con cui, come ricorderete, sono solita infarcire i miei testi.
Se, cioè, sospendete per mezza giornata-il tempo di una permanente veloce dal vostro coiffeur di fiducia e della spesa settimanale al più vicino supermercato- se sospendete, dicevo, il vostro Lavoro di Scrittura, quando vi rimettete al computer e provate a riprendere il filo del vostro discorso, vi trovate di fronte ad un inesplicabile caos, privo di senso e di logica e risalire per li rivi del discorso stesso si rivela impossibile. Avete presenti quelle espressioni algebriche inutilmente, a mio parere, complicate, in cui una parentesi graffa ne contiene una quadra, che ne contiene una spericolata sequenza di tonde, ognuna delle quali chiede di essere sciolta, prima di riuscire anche solo a sospettare, che cosa quella infame espressione voglia veramente rappresentare? Ebbene con le digressioni letterarie, accade la stessa cosa. Segnalo qui che esiste in rete un programmino per semplificare espressioni algebriche, mentre un programma analogo per eliminare digressioni a matrioska dai libri-o aspiranti tali-grazie a Dio ancora non è stato inventato. Potrebbe sì aiutarmi a capire di che cosa sto parlando, ma il mio libro-o aspirante tale-ne verrebbe drasticamente ridotto.
Questa difficoltà a rintracciare il filo del discorso comporta la necessità di riprendere il proprio Lavoro di Scrittura con una osservazione qualsiasi, magari della natura di questa con cui appunto ho ripreso. Che, cioè, non ha alcun interesse per il lettore né alcun significato al fine della storia che si ha in mente di raccontare. Per fortuna ha però, o almeno dovrebbe avere, un Effetto Straniante. L’ Effetto Straniante va molto di moda nel mondo delle lettere e in pratica, dal punto di vista del lettore, si potrebbe semplificare così: Ma che cazzo sta dicendo questo?
Nel preciso momento in cui si pone questa domanda il lettore si sente “straniato”. E, in subordine, stranito. Quale sia il vantaggio di sentirsi straniato per il lettore e per quale motivo il farlo sentire così debba essere considerato un merito letterario non lo so, ma so che si sale molto nella considerazione dei critici e non intendo lasciarmi sfuggire questa occasione di essere, sia pure casualmente, straniante.
Ora, se vi siete sentiti straniati almeno quanto me, siamo sulla buona strada e possiamo riprendere, in qualche modo, il nostro discorso.

Discorso che non riprenderò affatto da lì dove ci eravamo fermati ma, con un salto logico che dovrebbe straniarvi ancora di più, ricominciando da capo.
A questo mio exploit ci tengo molto. Infatti tutti gli espedienti letterari fin qui da me utilizzati non hanno niente di originale, ma sono scopiazzature più o meno riuscite di autori brillanti ed erano in voga già qualche secolo fa’ nel mondo delle lettere. Ma il riprendere pari pari il primo brano del proprio libro, facendolo in pratica ricominciare da capo, è cosa che non si era fin qui veduta. Siamo cioè in pieno sperimentalismo. Naturalmente è una scommessa, perché può darsi che questa minuscola idea abbia uno strabiliante successo di publico e di critica, che venga salutata come un arguto sbeffeggiamento, come un’idea di ciclicità dell’arte, e quindi della vita, come la rivoluzione copernicana della tecnica espressiva e la prima pietra del romanzo del secondo millennio, ma può darsi anche il lettore, già abbondantemente straniato, si incazzi di brutto, butti tutto all’aria, inveisca senza controllo e abbandoni me, il mio blog, il mio aspirante libro e, per uno scrupolo di sicurezza, anche la Rete.
Poiché però l’artista, quello vero intendo, se non è più avanti del suo tempo non è proprio nessuno, mi resta la residua speranza che nel 3094, questo mio artificio possa venir riconosciuto come paradigma della corrente letteraria dei Ri-principianti, che dominarono la scena letteraria europea negli anni dal 2008 al 2028. Vent’anni in fondo non sono pochi.
Perciò, ecco qua:
“Ciò un blog. Stabiliamo preliminarmente che quel "ciò" non significa “questa cosa”, non è cioè il pronome dimostrativo, ma la grafia che più mi aggrada per dire “io ho”.......
Come vedete l’audacia sperimentale ha in me poca lena, ma se volete davvero sperimentare l’effetto che un Ri-principiante può fare sul suo lettore, ecco qua il link per voi. Godetevi questa ri-principiatura mentre io vado avanti con il mio racconto.
Non oggi però perché un impellente bisogno di socialità mi chiama verso blog altrui. Continua...

lunedì 25 febbraio 2008

ciò un blog/capitolo cinque

Riepilogo delle puntate precedenti: di come la nostra autrice, nel tentativo di trasformare un blog in un libro, in mancanza di ispirazione la tiri per le lunghe, affidandosi alla tecnica della digressione, per allungare il brodo

Se rileggerete l’ultima frase del precedente capitolo, incontrerete la parola eco e noterete che ho scritto una eco, questo lo dico soprattutto per l’eventuale correttore di bozze, perché non si azzardi ad apportare correzioni. Naturalmente non è affatto certo che io incontri sulla mia strada un correttore di bozze, né che ci saranno mai delle bozze da correggere, ma, ove ci fossero, il loro correttore è avvisato: eco è femminile e come tale va trattato. Mi capita spessissimo di leggere un eco di questo e un eco di quello e ciò indispettisce l’insegnante di grammatica che ronfa in me. Mentre Eco, per chi ancora non l’avesse appreso, era una Ninfa dei boschi e per la precisione quella così sfigata che, tra tutti i giovani dediti a nulla fare che popolano gli ambienti mitologici, si innamorò proprio del più narcisiaco, vale a dire Narciso stesso che non vedeva al di là del suo elegantissimo naso e passava il suo tempo a specchiarsi nelle acque di un corso d’acqua. Non riuscendo a ricordare se si trattava di un fiume o di un lago ho scritto corso, ma forse non sono riuscita ad evitare comunque il possibile errore perché se si trattasse di un lago il termine corso non sarebbe comunque esatto perché il lago, comunque, non corre. Per cui forse è meglio che io cancelli il corso d’acqua e lo sostituisca direttamente con lago. Con questi ultimi due periodi ho veramente esagerato, lo so.
Mi rendo perfettamente conto che essi sono non solo superflui, anzi decisamente inconsistenti, privi del più elementare significato, ma inoltre notevolmente irritanti, e sento il montare della vostra pressione che si sta facendo strada fino a me. Sento perciò la necessità di aprire qui una digressione sulle digressioni. Non dico un piccolo saggio ma qualche piccola osservazione per definire, così, bonariamente, tra di noi, una volta per tutte, il senso che le digressioni hanno nella mia scrittura.

Ma prima devo anticipare una piccola pre-digressione. Voglio cioè portare alla vostra attenzione il fatto che parlando del mio modo di scrivere non l’ho appunto chiamato semplicemente ‘modo di scrivere’ ma con il ben più nobile termine di “scrittura”. Ora i due termini malgrado tutto si equivalgono, almeno nel lessico del Devoto Oli, tanto che l’uno serve a definire l’altro, ma non si equivalgono affatto nella considerazione del mondo delle lettere. Sono i signori nessuno, quelli che non hanno mai pubblicato un romanzo, quelli che stendono relazioni, o saggi o report che hanno un “modo di scrivere”, gli altri, gli artisti, hanno una “scrittura”, che è né più né meno il loro modo di scrivere ma contiene una dose massiccia di autogratificazione. Chiamare “scrittura” il mio “modo di scrivere” è una nobilitazione anticipata del mio lavoro e dato che dubito di una futura nobilitazione voglio almeno assicurarmi quella previa. Sul fatto che, per indicare la mia azione di scrivere, io abbia parlato di “lavoro” non posso che ripetermi: è anche questa una nobilitazione previa. Significa semplicemente che quello che sto facendo in questo preciso momento va considerato alla stregua di un lavoro, cioè di una impegnativa e nobile attività umana e non di un passatempo, in fondo innocuo, ma privo comunque del benché minimo interesse per il resto dell’umanità. Si tratta cioè di produzione di Cultura. A questo ci tengo e siccome ci tengo molto Cultura l’ho scritto con la maiuscola di modo che sia chiaro a tutti quanto ci tengo.
Ma per tornare alla digressione sulle digressioni, vi prego di considerarle per quello che realmente sono. Non un ingorgo incontrollato del mio pensiero, né un’ossessione patologica per la esemplificazione e la cura del dettaglio, ma nella loro realtà di artificio letterario volto ad allungare il brodo. Avendo deciso che questo sarà il mio primo libro, ho anche deciso che devo precipitarmi a scriverlo per evitare che qualcun altro venga colto dalla mia stessa idea e arrivi prima di me con il suo bel libro pronto davanti all’editore x. Questo dovrebbe farvi capire che dietro alle pagine che avete fin qui letto un’idea di libro, malgrado ogni legittimo dubbio, c’è. Ora, poiché mi sembra evidente che non posso portar lì all’editore un piccolo libbriccino di non più di venti pagine -quante in effetti ne basterebbero per raccontare la storia che, prima o poi, comincerò a raccontare- ne scaturisce la necessità di allungarla, la storia, per presentarmi all’editore con non meno di sessanta pagine. Il modo più veloce che conosco per allungare una pagina e spalmare su tre cartelle un fatto che, anche ben descritto, ne riempie a mala pena una, è quella di inserire delle digressioni. Naturalmente ognuno digredisce a modo suo, secondo le sue possibilità. Laurence Sterne, che con l’arte della digressione ci si è fatto un nome, faceva digressioni non solo lunghe pagine e pagine, infarcite a loro volta di altre digressioni, spesso più lunghe del companatico che andavano ad infarcire, ma anche digressioni di peso, digressioni di sostanza, digressioni che, magari venissero in mente a me, con un paio ci potrei fare un picccolo libriccino da portare ad un editore minore tra quelli piccoli.
Anche se, a dirla tutta, mi sembra di aver notato che spesso i piccoli editori, proprio per compensare il fatto di essere piccoli, cosa che evidentemente soffrono come ferita narcisistica, preferiscono pubblicare cose lunghe sulle trecento pagine, mentre il grande editore che dalla solidità della sua posizione se ne frega dell’opinione altrui, pubblica anche libriccini che, compresa la copertina, l’indice, la prima pagina con una dedica a padri, madri, figli, amici e a qualche guru morto, e quella con i ringraziamenti finali, non arrivano alle cinquanta.
Ora l’arte della digressione di Laurence Sterne io non la posseggo, né del resto posseggo niente altro alla Laurence Sterne, scrittore per il quale nutro una vera venerazione. Posseggo però quel tanto di.....
Continua...

ciò un blog/capitolo quattro

Riepilogo delle puntate precedenti: di come, allo scopo di trasformare un blog inutile in un libro inutile, la nostra protagonista si sia esercitata preliminarmente nella stesura di un blog post-strutturalista, un blog sentimental-romantico ed un blog erotico-estremo. Di come si sia affidata alla tecnica anagrammatica per uscire dall’ attanagliante problema della scelta dei tre alias con cui firmare le sue tre virtuali creature.

Dopo aver mentito filosoficamente, romanticamente ed eroticamente, ero stanca e provata. Improvvisarsi esperta di post-strutturalismo, di erotismo estremo e nello stesso tempo candidamente sentimentale, aveva richiesto alla mia vena immaginativa un impegno così consistente che per diversi giorni mi trascinai sulla tastiera del computer senza un minimo slancio creativo.
Intanto però un acuto sentimento di colpabilità cominciava ad agitarsi dentro di me, mentre mi piovevano addosso da ogni dove accuse ed anatemi. Dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, minacciosi rimproveri ed imperativi quesiti morali mi venivano quotidianamente gettati in faccia. “Intendi dunque rifiutare la maternità di tre blog? Si abbandona una creatura dopo averla concepita? La si usa come cavia in esperimenti eugenetici? Si abortiscono esseri potenziali? E forse che l’essere non è già nella sua potenzialità?”
Nascondevo la testa sotto le coperte ma anche nei sogni una mostruosa gigantesca figura mi interpellava chiamandomi assassina! assassina! Tre, ben tre ne avevo prodotti, al solo fine di crearne un quarto! Ed ora volevo sbarazzarmene, tre minuscoli blog innocenti, già al loro primo vagito, tre teneri, palpitanti blog, alitanti dell’alito della vita, ed io volevo abbandonarli nello spazio nero del Web! Peggio, meditavo di sopprimerli appena ne avessi concepito un quarto di mia più piena soddisfazione. Nazista! Mengele in gonnella! Così, lanciandomi sguardi di fuoco con i minuscoli occhietti affogati nel grasso, il mostro gridava al mio indirizzo, brandendo un cartello con scritto: “Diritto alla vita per ogni blog. L’embrione di blog è vivo dall’atto della sua ideazione.”
Mi svegliavo tremante, in sudori di velenosa acidità, e mi precipitavo al computer nella speranza che i miei tre blog cavia si fossero abortiti spontaneamente, che il dio dei blogger li avesse richiamati a sè, o in ultima istanza che la mia ormai tentennante lucidtà avesse fallito e che io avessi dimenticato di impartire l’ordine fatale: SALVA! Ed invece no, i tre erano ancora lì.
A quel punto accettai di essere immorale, amorale e puttana. Mi confessai assassina e buttai ogni scrupolo dietro le spalle. Avrei monitorato i tre blog e poi li avrei soppressi. Sì, lo avrei fatto e se dal più alto dei pulpiti un uomo in eleganti scarpette da sera rosse, con un cappello in pelle di foca ed un mantello di seta bordato di ermellino, mi avesse ammonita, accecandomi con il bagliore delle gemme inanellate alle sue dita, a rispettare la blog-vita, gli avrei semplicemente risposto: tiè!
Questa decisione mi riportò alla mia calma abituale, anzi dopo la temperie morale il mio spirito si rilassò completamente, virando al neghittoso e all’indolente.
Mi limitai così a collegarmi regolarmente ai miei tre blog per vedere se qualcuno si fosse accorto della loro esistenza e quali reazioni avessero suscitato. Perché i miei blog trovassero lettori puntavo naturalmente solo sul Caso, perché mi guardai bene dal far trapelare in alcun modo e con chicchessia l’esistenza in rete di tre blog tre di mia fattura. Non registrai alcun accesso in nessuno dei tre blog. Ma non mi meravigliai più di tanto. Pur credendo al Caso e alla sua potenza generatrice mi rendevo perfettamente conto che la probabilità che qualcuno si trovasse a passare su un blog con il nome di “ohohoh-blog”, (per quello erotico), “cogititans-blog” (per il filosofico) e “giuggiola-blog” (per il sentimental romantico) era molto bassa. Voi vi starete forse chiedendo la ragione di quell’iterativo” cogititans”.
Il fatto è che il semplice “cogitans-blog” già era presente nel mondo blogger e mi fu rifiutato dalla piattaforma scelta e inoltre mi piaceva l’idea di presentarmi come una persona che non solo cogitava ma cogitava e ricogitava. L’”ohohoh-blog” penso di non dovervelo spiegare e “giuggiola-blog” secondo me, era non solo abbastanza dolce, ma conteneva anche una minuscola allusione ad un mondo naturista. È mio convincimento che i sentimentali abbiano anche un penchant per il mondo della natura, e che le giuggiole siano emblema perfetto del loro ingenuo ed ascientifico concetto di natura stessa. Mentre, a ben vedere, la natura può essere non solo spietata, ma decisamente antisentimentale. Questo pensiero però lo avevo tenuto per me, ché per la fortuna di un blog sentimentale romantico l’ingenuità e magari anche la dabbenaggine dei lettori è assolutamente indispensabile ed è opportuno lasciare nella loro mente un’ombra appena, una eco di struggimento e vacuità. Continua...

domenica 17 febbraio 2008

prima della 194/racconto

Ho osservato che ogni tanto qualcuno torna a pubblicare un suo vecchio post. Mi chiedevo quale ne fosse lo scopo. Ho capito che è perché alcune cose tornano di attualità e si sente il bisogno di ricordarle.
Così ho deciso di ripubblicare un post che risale a cinque mesi fa'. È un racconto, ma è fatto solo di verità.

Le femministe.

“Non andarci da quel macellaio- le disse Daniela- dammi retta. Non è per i soldi, te li presto volentieri, ma da quel macellaio no, non ci devi andare. Quello ci si ingrassa e ti tratta pure male.Vai dalle femministe, ti aiuteranno loro.” E le dette l’indirizzo. “Le femministe? Quelle che gridano per le strade, che vanno sui giornali? Sei pazza, te e loro” le disse suo marito. Ma R. gli rispose che costava poco e poi almeno era una vera clinica. “Fa’ come vuoi, sei tu che ci devi andare” chiuse lui.
Era una strada tranquilla, vicino al fiume. Un piccolo appartamento al piano terra. Prima di entrare R. esitò. Come erano le femministe? C’erano già altre donne. Stavano messe come lei, lo capì subito dagli sguardi. Erano come il suo, c'era dolore, paura, vergogna. Le femministe, invece, non erano come se le aspettava, erano normali, ecco. La accolsero sorridendo, pratiche, allegre. Le sembrarono così forti, così sicure.
Lei invece aveva paura. Di tutto. Aveva paura e si sentiva male, non vomitava ma tutto il giorno aveva la nausea. Si svegliava all’alba, per un rigurgito di acidi fino in gola, si tirava su e piangeva, in silenzio. Suo marito dormiva. Anche il bambino dormiva. La casa era fredda e silenziosa. Lei piangeva un po’, poi si alzava. Non mangiava quasi niente e dimagriva. Era pallida e sempre sudata. Il medico della mutua l’aveva rimproverata. “Ti avevo detto che per te figli basta! Benedette donne, ma che avete al posto del cervello?” Però quando lei gli aveva chiesto un nome, qualcuno da cui andare, uno bravo, ma che non prendesse troppo, si era scurito, le aveva risposto che lui non conosceva nessuno, colleghi che facessero aborti, no, lui non li conosceva. E le aveva segnato il ferro. “Mangia -le aveva detto- e fatti cambiare turno.”
Loro, le femministe, le fecero poche domande: “Quante settimane? Hai bisogno di soldi? Ce la fai? Sì, ce la faceva, le sembrò anzi poco. Com’era possibile? Quel dottore voleva quattro volte di più.
“La settimana prossima allora. Appuntamento in aeroporto, alle nove. La nostra compagna M. vi accompagnerà, non dovete preoccuparvi di niente. Se non avete il passaporto ci pensiamo noi. C’è una cosa, importante: non dovete farvi accompagnare da uomini. Né mariti, né compagni, fratelli, amanti, padri. Niente uomini, è chiaro?” Sì, era chiaro.
Partì sola. La sua amica Daniela avrebbe voluto accompagnarla, ma come faceva con i bambini? Era la prima volta che R. prendeva un aereo, che entrava in un aeroporto. Era grande, pieno di voci. Si sentiva stordita. Ma M. la loro accompagnatrice, era sorridente, e aveva già imparato i loro nomi. Le fece ridere: "Non vomitate tutte insieme perché se no ci arrestano!"
A Londra faceva freddo, il pullman che le aspettava aveva i finestrini appannati e non si vedeva niente. La clinica era fuori città, intorno tutte costruzioni di mattoni rossi. Le fecero aspettare in una stanza mentre M. parlava con una impiegata, consegnava le schede con i nomi, i documenti e il certificato con le settimane indicate. Loro non dovettero fare niente: seguivano come un piccolo gregge spaventato. Un’infermiera che parlava un po’ di italiano le accompagnò al piano di sopra. Scherzava: qui niente O ssole mio, vero? Le divisero, quattro per stanza. Erano stanze grandi, molto calde, con enormi finestre, le pareti e i pavimenti erano verdi. In ogni stanza c’era un telefono a gettoni. M. portò i gettoni. “Volete telefonare a casa?” Ma R. non telefonò. Suo marito era in officina e sua madre non sapeva niente di niente.
Passarono il pomeriggio chiacchierando, leggendo qualche giornale, raccontandosi le loro storie. Qualcuna pianse, qualcun’altra spavalda rideva. Verso le sei portarono il tè e dei panini, della frutta sciroppata, troppo dolce. Lei si girò nel letto tutta la notte, senza riuscire a dormire. Sentiva le altre sospirare e girarsi, ma nessuna parlò.
Gli interventi iniziarono il mattino dopo, molto presto. Scesero nella sala operatoria due per volta. A ognuna di loro avevano dato una specie di grembiule di cotone bianco, che si chiudeva dietro con dei laccetti e ognuna portava la sua scheda con sé. Sotto il grembiule solo le mutandine. Lei sentiva freddo o forse era la paura. Ma sul pianerottolo, M. le abbracciò, una per una. A lei tirò leggermente la coda di cavallo. “Tranquilla- le disse- fra poco ci rivediamo”.
Si svegliò sentendo cantare. Non capì dove era, poi si ricordò. Sentì le lacrime scorrerle sulla faccia e richiuse gli occhi. C’era un sole pallido che entrava dai finestroni e la ragazza nel letto accanto al suo si lamentava, ancora mezza addormentata. R. Restò così, con le braccia sotto le coperte, ferma, piangendo in silenzio. Quando portarono il pranzo lei disse “No, non ho fame”. Ma l’infermiera restò accanto al letto finché non ebbe mangiato tutto il pollo e le carote lesse.
Passò il pomeriggio senza pensare a niente, le altre si erano un po’ rianimate, solo quella vicino a lei pianse fino a sera. Tornò M. con i gettoni e lei chiamò suo marito. “Come stai?-le chiese- Fa freddo? Il bambino sta bene.” Più tardi passarono con delle gocce per aiutarle a dormire. R. le mandò giù senza dire niente, ma lo sapeva che tanto era inutile, non le facevano nessun effetto. Sentiva un peso sul petto ma non piangeva più. Pensava al suo bambino, che l'aspettava a casa. "Gli voglio comprare quell’astuccio con la lampo". Fu l’ultimo pensiero, poi si addormentò, di botto.
Il mattino dopo, alle otto, erano già sul pullman per l’aeroporto e a mezzogiorno sbarcarono a Fiumicino. Al momento di salutare le altre R. si sentì sola, non avrebbe voluto lasciarle. Alcune presero un tassì, altre trovarono i mariti ad aspettarle. Lei ed M. presero il pullman per il terminal. In città si salutarono e questa volta le venne da piangere. M. l’abbracciò: "Pensa solo a stare bene- le disse guardandola negli occhi- solo a stare bene". Sorrideva, incoraggiante, ma anche lei aveva gli ochi lucidi.
“Questi viaggi non li posso più fare” si disse, guardando la figuretta di R. che si allontanava.

giovedì 7 febbraio 2008

ciò un blog/capitolo tre

Riepilogo delle puntate precedenti: di come, allo scopo di trasformare un blog inutile in un libro inutile, la nostra protagonista si sia esercitata preliminarmente nella stesura di un blog post-strutturalista, un blog sentimental-romantico ed un blog erotico-estremo.

Preparato dunque il mio primo post filosofico, in cui imbastivo quattro chiacchiere poco significative sulla scrittura postuma, l’ho lasciato andare nel mondo della rete firmandolo con il nome di Mirana.
Questa del nome da darsi per pubblicare un blog è una questione imbarazzante. Mi pone di fronte ad un dissidio insolubile, quello tra uno spasmodico desiderio di fama e una insicurezza capillare. Capillare lo uso a proposito per indicare che scorre in ognuna delle mie cellule. Il desiderio di fama vorrebbe che io proclamassi orgogliosamente il mio nome ad ogni occasione e quindi naturalmente in questa specifica occasione in cui finalmente pubblico qualche cosa anche io. D’altro canto la timidezza, compagna in subordine della insicurezza primigenia che mi corrode, vuole invece che io mi nasconda dietro l’anonimato o al più dietro uno pseudonimo di fantasia. A parte che lo pseudonimo di fantasia richiede appunto fantasia e invece alla necessità io ne risulto sprovvista, cozza in più con un forte senso della mia identità, benché svalutata, e mi rende molto difficile vedermi, immaginarmi, chiamarmi con un nome diverso dal mio. Cosicché la tecnica anagrammatica è la mia unica risorsa perché l’anagramma mi consente di conservare una piccola parte di me, sotto forma di sillabe sparse. Anagrammare il nome marina non consente molte scelte di buon gusto, non più di tre, a parer mio: mirana, amrina e ramina. Non dite nulla! Repellono anche me: il primo fa molto “letterina”- fidanzata o meno con calciatore di ordinanza-il secondo già va meglio, buttando un po’ sull’esotico, sull’ indopachistano per la precisione, che in questo periodo va molto di moda. Anzi sono sicura che se davvero mi chiamassi Amrina anche se non necessariamente Singh o Gupta non avrei difficoltà alcuna a pubblicare qualunque stronzata. Il terzo è terribile, lo so, con quell’assonanza con raminga o quel richiamo irresistibile verso il gioco del ramino.
Ma insomma, tant’è, le sillabe del mio nome sono queste. Il lettore preciso e un po’ maniacale si premurerà immagino di verificare l’esistenza di altri possibili anagrammi del nome marina e scoprirà che in effetti ne esistono. Li conosco pure io, ma non li riporto qui, perché, se il lettore è maniacale e puntiglioso, gli farà piacere andarseli a ricavare per proprio conto, per prendermi eventualmente in castagna, mentre se si tratta di un lettore tranquillo e tutto sommato acquiescente si accontenterà dei miei tre anagrammi ed anzi si sentirà sollevato dal fatto di non doversi sorbire un elenco anagrammatico.
L’anagramma orientaleggiante Amrina, lo scelsi per firmare il mio post di erotismo estremo perché l’erotismo tinto di orientale ha secondo me, ma anche nell’immaginario diffuso, una intensità ed un mistero molto più potente.
Il Ramina toccò invece al blog sentimental romantico, perché Ramina è pur sempre un diminutivo e, sempre secondo me, diminutivi e vezzeggiativi col sentimentale e il romantico si accordano perfettamente.
Segnalo, en passant, che anche Armani-e lo dico con orgoglio-è un possibile anagramma del mio nome.
E, benché normalmente io non creda né al destino, né ai suoi segni, non posso del tutto sottrarmi alla fascinazione di questa coincidenza. Infatti se in un momento di irresponsabile autoesaltazione, decidessi di spendere in una sola volta tutto il mio capitale in un’opera d’arte, lo farei solo ed esclusivamente per un tailleur pantaloni di Armani.
E benché io non lo abbia mai conosciuto, né Egli abbia mai conosciuta me, non ho il minimo dubbio di essere la sua Musa o, in subordine, il suo manichino; giacché, in accordo con la filosofia platonica, l’idea di tailleur pantaloni di Armani, è appunto l’Idea–Filosofica-di-Tailleur-Pantaloni, “quella forma certa e immutabile, di cui non si può dire per nessun motivo che sia errore ed opinione”. Con buona pace di Valentino e persino di Jean Paul Gaultier, che pure mi fornisce il suo antitraspirante.
Vorrei qui incistare una piccola osservazione sul binomio oppositivo deodorante/antitraspirante. Ho appreso di recente che il termine deodorante non va MAI usato da una signora, né MAI riferito ad una signora. Il de-odorante, suggerisce l’idea che la signora abbia un odore e che questo sia tale da dover essere neutralizzato. Mentre il termine antitraspirante, indica chiaramente che la signora in oggetto, traspira. Cioè effettua uno scambio aereo con l’ambiente. Ma nulla autorizza a credere che questo scambio produca un odore. Par conséquent il prodotto che si occupa di impedire questo scambio aereo diventa nella sensibilità diffusa un piccolo marchingegno volto semplicemente a regolare lievi aliti, piccoli zeffiri, correnti frizzantine. Questo fatto, oltre a conservare della signora in questione un’immagine immateriale, eterea, quasi da amor cortese, consente a Jean Paul Gaultier, come effetto non tanto secondario, di elevare esponenzialmente il prezzo del suo antitraspirante "Gaultier".
Ma, per tornare al mio blog filosofico, come già vi ho detto lo firmai con lo pseudonimo di Mirana. Per consolarmi, almeno in parte, dello sgradevole effetto “letterina” riflettei tra me e me che Mirana consente comunque un richiamo sottilmente evocativo. C’è quella piccola radice mir, che può anche rimandare a mirabile, mirare e, per chi sa le lingue, anche a miroir. Ora miroir, per chi le lingue non le sa, in francese significa specchio e un discorso sullo specchio e lo specchiarsi, va benissimo non solo in blog psicologici, ma impegnandosi un po’, anche in blog filosofici. Non so se sia compatibile con il post-strutturalismo, ma converrete che il numero di coloro che veramente conoscono lo strutturalismo è decisamente inferiore a quello di coloro che, come me, fingono di conoscerlo. L’eventualità di vedere quindi scoperto il mio bluff era veramente bassa. Era molto più probabile che un eventuale lettore, sentendomi parlare di specchio e di doppio (perché se si è intellettuali -ed io ambisco non ad esserlo ma almeno ad apparirlo- lo specchio va sempre con il doppio) in relazione alla filosofia post-strutturalista, fingesse di aver chiara la relazione e anzi, presa per buona la mia osservazione, si affrettasse a fare un bel copia e incolla e ad inserirla nel suo blog.
Ho scoperto che è così che la rete si riempie di fantasiose castronerie.
Inoltre non avevo ragione di ritenere che un vero intenditore di filosofia strutturalista leggesse i blog in generale e men che meno il mio. Se poi i filosofi strutturalisti leggessero i blog, secondo me leggerebbero blog in tedesco perché, nel mio immaginario, non esiste lingua davvero filosofica tranne il tedesco e sono certa che un vero intenditore di filosofia, qualunque sia la sua lingua madre, dovendo leggere un’opera filosofica scritta, poniamo, in francese dal suo francesissimo autore, se la fa preventivamente tradurre in tedesco. Così io, scrivendo in italiano un post sul post- strutturalismo, in cui citavo un libro scritto in francese non correvo nessun rischio di venire sputtanata da un filosofo tedesco alla mia prima uscita sul mondo blogger.
Per l’erotico estremo non avevo, purtroppo, materiale di prima mano-anzi vi prego di tener conto di questo aspetto mortificante della mia vita, che, ormai giunta alla mia età, non spero più di poter correggere- e presi contatto con la sorella di un’ amica di infanzia della massaggiatrice di mia sorella, che speravo potesse aiutarmi a stendere almeno il primo post, avendo avuto una relazione con un giovane svedese di colore che faceva spettacoli nei locali porno di Stoccolma e non aveva remore a praticare sesso a pagamento anche in pubblico. Poiché però il giovane nel frattempo era morto di aids, la mia curiosità fu trovata indelicata. Ne consegue che per il primo post del mio blog di eros estremo, mi dovetti limitare ad inserire una foto abbastanza esplicativa, scaricata da Internet. La scelsi esplicativa ma in bianco e nero perché l’esplicativo tra il lusco e il brusco ha un effetto molto più eccitante. Immagino. Essendo molto miope sin dalla giovinezza, con un apporto di presbiopia dovuto all’età, non sono del tutto certa nè che la foto fosse eccitante né che fosse esplicativa.La firma Amrina però doveva, secondo me, compensare la mancanza di un vero racconto di sesso estremo, almeno fino a che la sorella dell’amica d’infanzia della massaggiatrice di mia sorella avesse superato il suo lutto per l’amante svedese e si fosse dichiarata disponibile a qualche piccola confidenza.
Quanto al blog sentimental romantico fu invece interamente opera mia. Ero certa di non dover né improvvisare né millantare. Io ho infatti, a dispetto delle apparenze, un’indole molto sentimentale e molto romantica. La melassa è il mio ambiente naturale, ho visto Via col vento almeno una ventina di volte e inoltre in quei giorni stavo ripassando in tv Guerra e pace. Carte in regola quindi. Aprii perciò il mio blog con un post delicatamente roseo, in cui ricordavo il mio primo bacio. Ad essere sincera fino in fondo, io sono sì romantica e sentimentale, ma non ho una grande memoria e il mio primo bacio non lo ricordavo. Ricordavo però il secondo, e poiché in fondo anche i secondi ed i terzi sono fatti della stessa pasta e per arrivare ad un bacio veramente significativo bisogna essere giunti almeno al decimo, ritenni che anche il secondo andasse bene allo scopo.
Naturalmente non mi limitai ad una descrizione, che quelle vanno bene per blog realisti e disincantati, ma mi dilungai sui risvolti emotivi conturbanti-palpiti e tremori per intendersi-e sull’imprinting indimenticabile che il primo bacio lascia nell'animo di qualunque fanciulla. Almeno in persone dotate, a differenza di me, di una memoria appena appena efficiente.
Avendo quindi esordito sui miei tre blog, stremata da questo exploit di creatività, per una settimana non feci più niente. Continua...

mercoledì 30 gennaio 2008

ciò un blog/capitolo due

Riepilogo della puntata precedente: del diritto di avere un blog e di applicarsi a ricavarne un libro.

Sull’impronta e lo stile da dare al mio blog non avevo all’inizio le idee chiare. Ho deciso perciò di seguire il metodo galileiano e di procedere per prova ed errore. Ho così aperto non meno di tre blog sperimentali, su diverse piattaforme e con diverso stile grafico. Anche il post di inizio lo volevo molto diverso, andando dall’erotico estremo, al sentimental-romantico, al filosofico post-strutturalista.
La scelta del post- strutturalismo è stata decisa dal prefisso post.
Non che io abbia le idee molto chiare sul presente, ma se c’è una cosa che non mi è sfuggita è che solo essendo post si ha qualche speranza di esser in. Post-post è ancora meglio, ma una ricerchina in google non mi ha dato i risultati sperati. Ho trovato cioè il post-post-comunismo, e di questo mi risultano chiare le ragioni, ma nessuna corrente filosofica post-post. Ne ho dedotto che, o la filosofia procede molto meno velocemente della revisione storica o google non è poi questa gran figata. Comunque il post-strutturalismo da parte sua presentava anche un altro vantaggio: compariva in Wikipedia in una voce, concisa sì fino all’ermetismo, ma corredata di nomi esemplificativi.
All’inizio, nel leggerli, mi sono sentita abbastanza inquieta. L’idea di dover dare una scorsa a Lacan e Derrida per potermi spacciare per post-strutturalista mi sembrò infatti disturbante. Stavo orientandomi verso il neo-stoicismo, ammesso che esista, – infatti una corrente neo-qualchecosa è di prestigio almeno quanto una post-qualche cosa d’altro-quando ho scoperto che anche Foucault e Barthes erano post strutturalisti. Avendo letto "Critica di un discorso amoroso" di Ronald Barthes e il libro di un amico di Foucault, poi morto di aids, che accusa il filosofo di non avergli voluto procurare un farmaco rarissimo e costosissimo, lasciandolo così morire, pensai che a partire da queste scarne letture, grazie ad una spregiudicata capacità affabulatrice, qualcosa avrei sempre potuto imbastire e detti inizio al blog filosofico. Volendo ridare un’occhiata al libro per verificare che l’autore fosse poi effettivamente morto-cosa indispensabile perché il post avesse una qualche credibilità e un minimo di appeal- divenni matta nel tentativo di cacciarlo fuori dal mio data base. Per i miei libri io ho un catalogo tenuto da un data base sofisticatissimo, nella sua versione “punto 6”, di cui però io uso e male, solo qualche funzione elementare della versione punto 1. Questo comporta che per mettere in ordine i miei libri io debba spesso ricorrere all’assistenza di una mia amica , maga del File Maker come pure di ogni altra diavoleria informatica. Se il termine informatica sia stato da me utilizzato appropriatamente in questo contesto sinceramente lo ignoro, infatti, nonostante l’impegno, non riesco ancora a capirne a pieno il significato. O meglio, se spiegatomi, mi resta chiaro per pochi minuti, dopo di che svanisce nell’indifferenziato magma della mia ignoranza di ritorno. Quanto alla mia amica non ne scrivo il nome perché non vorrei correre il rischio che prendiate a rivolgervi a lei per i vostri dubbi informatici sottraendole tempo per risolvere i miei. Comunque alla fine scoprii che se non rintracciavo il famoso libro era perché non era catalogato sotto "All’amico che non mi ha salvato la vita", ma, attenzione, sotto “A’ l’amì qui non m’a pas sauvé la vie.” Questo per dirvi che donna sono io. Infatti non ricordavo di averlo letto in francese. So che questo potrebbe significare che mi sono spinta ormai troppo in là nella perdita di neuroni e sinapsi, ma, se ci pensate, può anche significare, come in effetti è, che io leggo indifferentemente in italiano ed in francese e che il francese mi è così congeniale ed ormai così connaturato, che aver letto un libro in italiano o in francese non comporta per me alcuna differenza. A questo piccolo particolare ci tengo. Poiché da questa mia opera deve uscire di me un’immagine apparentemente dequalificante ma sottesamente positiva, cominciare con lo stabilire che leggo in, almeno, due lingue mi sembra fondamentale.
Rintracciato il libro, che per inciso non vale proprio niente e anzi mi stupisco che Gallimard abbia potuto pubblicarlo, ho rapidamente verificato l’esattezza dei miei ricordi e ne ho tratto così il mio primo post post-strutturalista. Questo gioco di parole tra post, termine inglese per “messaggio testuale, con funzione di opinione e commento, inviato ad uno spazio comune su Internet per essere pubblicato, da to post, spedire” e post, “dopo, dal latino”, non è voluto, ma casuale; lo accolgo però volentieri e anzi ci sformo anche un po’ per non averci pensato io. Continua...

mercoledì 23 gennaio 2008

ciò un blog/capitolo uno

Ciò un blog ovvero Come trasformare un bla bla immateriale in un libro inutile a maggior gloria della odierna editoria.

Capitolo primo.

Ciò un blog. Stabiliamo preliminarmente che quel 'ciò' non significa 'questa cosa', non è cioè il pronome dimostrativo, ma la grafia che più mi aggrada per dire 'io ho'. Potrei e forse dovrei scriverlo c, acca, o, 'c’ho', ma a me quella c così sola, irresistibilmente mi suona dura sicché il 'c’ho' io lo leggo 'co'. Forse a voi non succede, ma a me sì e in fin dei conti l’autore sono io, no? L’autrice veramente.
Sono autrice e ciò un blog. Ci tengo a farvelo sapere perché il blog segna l’apice della mia sfacciataggine autoriale. Perdonate la nuova digressione, ma se i patti sono chiari l’ amicizia si prolunga, sicché.
Il termine autoriale, è oggetto di una controversia linguistica, tra chi lo vuole scritto con la i, come ho testè fatto io e chi lo vuole scritto senza la i, autorale.
Mi sembra che i due caposcuola siano, rispettivamente, Giuliano Ferrara e Sabina Guzzanti, di cui ricordo una disputa televisiva a botte di “incolta” e “grassone”. Noterete che mi sono schierata con Giuliano Ferrara. L’ho fatto per questioni di peso, in un corpo a corpo anche dialettico mi triturerebbe. Per tornare alla mia sfacciataggine, e al mio blog, ho deciso di tenerne uno, non perché io abbia qualcosa di urgente e significativo da dire al mondo, ma per farmi compagnia in giornate piatte e avvilite e risolvere, senza troppa fatica, un vecchio problema di realizzazione.
Infatti scrivere un blog è molto meno difficile che scrivere un libro e non prevede la necessità di sottoporre il proprio lavoro allo sguardo selezionatore di un editore. Si scansa così il rischio mortificante del rifiuto e dell’insuccesso, il terribile rischio dell’annichilimento di tutte le proprie ambizioni e della propria ragione di essere. Nessuno può legittimamente dirti, no questo blog fa cagare, non puoi pubblicarlo. Tu lo butti là nel maremagnum we-we-webbico e chi si è visto si è visto. Inoltre potrai sempre dire di aver scelto un modo post-post-moderno, democratico e globalizzato di comunicare. Una scelta che dovrebbe da subito collocarti nella parte avanzata del mondo delle lettere. E nelle cene in società potrai sempre dire: ciò un blog. Che poi, a dirlo a voce, nessuno si rende conto se questo "ciò" lo stai pensando con l’acca e l’apostrofo oppure proprio così come lo pronunci.
Ho fatto cenno alla globalizzazione perché il mio blog io, ce l’ho in due lingue, italiano e inglese e sto studiando la possibilità di farmelo tradurre in un’altra lingua ancora. Però tentenno. Infatti non ho ancora capito bene se, ai fini dell’essere all’avanguardia e post-post moderni convenga che io me lo faccia tradurre in cinese o in arabo. Vecchie simpatie politiche mi farebbero propendere per il cinese, come pure la possibilità di avere lettori a miliardate, ma devo dire che l’arabo ha a sua volta le sue ragioni. La scelta dell’arabo infatti suona molto provocatoria, molto scontro-di-civiltà e inoltre il traduttore prende meno. Il perché non lo so. Sembra che i cinesi che bazzicano in prossimità del mio quartiere abbiano tutti una floridezza economica che li porta a considerare la traduzione un lavoro di seconda scelta, cui piegarsi solo con condiscendenza. E con richieste tariffarie decisamente alte per le mie finanze. Gli arabo-parlanti invece, sono decisamente più sfigati e si accontentano di molto meno pur di avere un lavoretto che non li costringa a trascinarsi enormi lenzuolate di souvenir dall’Esquilino al Ponte Sant’Angelo.
Voi vi chiederete che garanzia abbia io che il cinese o l’arabo in questione non si limiti a ingarbugliare caratteri alla carlona senza darsi davvero la pena di tradurre fedelmente e con un minimo di vivacità le pagine del mio blog. Non ne ho nessuna al momento, ma pensavo di ingaggiare un secondo cinese o un secondo arabo, cui far fare una supervisione del lavoro di traduzione del primo cinese. O del primo arabo.
Spero che le puntualizzazioni non vi annoino perché debbo farne un’altra. Riguarda il termine ‘alla carlona’. Io ho creduto per molti anni che questa espressione usata da mia madre si riferisse al modo trascurato e approssimativo di sbrigare le faccende domestiche di mia sorella Carla, che, essendo un po’ troppo florida ai tempi, poteva verosimilmente essere chiamata Carlona. Solo recentemente ho scoperto che l’espressione si riferisce invece all’Imperatore Carlo Magno, e al suo tratto semplice e bonario. Ora lo sapete anche voi. Del resto è pur vero che voi non conoscete mia sorella Carla e forse il quesito non ve lo sareste posto. Però io ci tengo ad essere precisa, questo è il mio primo libro e la scrittura deve essere, come sento spesso dire, meditata. Io la medito e all’occorrenza la chioso.
Il blog invece non lo chioso e, se è per questo, neanche lo medito. Infatti trovo che non ne valga la pena. Quando ho deciso di aprire un blog mi sono fatta una passeggiata esplorativa sui blog già presenti in rete nella mia lingua. La mia lingua, se aveste dei dubbi, è l’italiano. Non posso dire di averli esaminati tutti, ma dopo averne scorsi una cinquantina ho capito che quello che si richiede ad un blogger non è di avere qualche cosa da dire- e da questo punto di vista io sono perfettamente in linea- ma di mettersi a disposizione per uno scambio di commenti incrociati con altri blogger che parimenti non hanno nulla da dire. Non mi sfuggì che i commenti sono intinti nel miele ma la pasta è fatta di acida competitività.
Poiché ho spalle sufficientemente ampie per raccogliere commenti aggressivi e una lingua sufficientemente tagliente per ricambiare, sento di stare nel mondo blogger a buon diritto e con pari dignità di tutti gli altri.Continua...

domenica 4 novembre 2007

sogni d'oro

Fu la disperazione a portarlo all'Istituto per il Sonno Bianco. Supino, nudo, sotto la grande cupola di cristallo, mentre la pelle gli rabbrividiva come calamitata via dal corpo, contò fino a quattrocentoventi, come gli avevano detto, prima di sentirsi svanire in una indistinta luminosità.
Dimesso, la prima notte a casa tardò ad addormentarsi. Era inquieto, ansioso, incerto. Tecnicamente l'intervento era riuscito. "Alla perfezione" gli avevano assicurato. Ma ora era solo e lo aspettava la notte e il suo primo sonno non assistito.
"Come potevano essere certi di aver asportato fino all'ultimo incubo? Di non aver lasciato qualche ganglio, qualche frammento di immagine, anche un solo fotone?". "Devi avere fiducia"-gli disse sua moglie-"Andrà tutto bene, mettiti giù, dormi".
Lasciò accesa la televisione, perché gli conciliasse il sonno.
Si svegliò tardi al mattino. Riposato e quasi incantato dalla sua prima Notte Pulita.
Alla prima visita di controllo disse al Professore tutta la sua soddisfazione, il suo sollievo per quelle notti senza incubi, senza terrori, senza spaventi, senza ansie, senza corse affannose restando fermo, senza lunghi precipitare e faticosi difendersi, senza i mostri, le battaglie, le grida, il sangue, l'orrore..
"Basta, non deve pensarci più. È tutto finito, passato, ormai lei sta perfettamente bene. Lei non avrà più sogni, mai più, glielo garantisco. Ormai il suo cervello produce solo Sonno Bianco". Uscì dall'Istituto sentendosi nuovo, sano ed ottimista.
Tre mesi dopo, di notte, lasciò silenziosamente il suo letto e raggiunse la spiaggia. Entrò in acqua e si incamminò verso il largo.
Il mare era scuro, la notte era scura. Mentre l'acqua saliva verso il torace, le spalle, il mento, la bocca, lui pensava solo che finalmente si sarebbe liberato del Bianco, che l'oscurità, il fondo, la notte, lo avrebbe presto abbracciato....



Johan Heinrich Füssli (1706-1782)-L'incubo

Da un po' di tempo i sogni mi ripropongono il peggio del mondo e della vita. Guerre cruente, mostri, morti, spaventosi incidenti, terrori senza senso, insomma il classico repertorio degli incubi.
Al risveglio per un po' resto scossa, provata. Non capisco che cosa si sia messo in testa il mio cervello. (Mi piace l'idea di un cervello che si mette in testa qualche cosa). Comunque sta dando il peggio di sé. Ma, a dire il vero, grande sognatrice, non vorrei mai rinunciare a sognare. Notti senza sogni, che noia! Quelli che davvero mi godo sono quelli in cui sogni, e intanto sai che stai sognando. Se il sogno è bello, ti dici, benché dormiente:"Meglio in sogno che niente!". Se il sogno è brutto, ti tranquillizzi: "Tanto fra un po' mi sveglio". So che il fenomeno della consapevolezza di sognare ha un nome, ma non me lo ricordo. Comunque sia è una grande invenzione.

lunedì 8 ottobre 2007

le città nella città

Una volta grande viaggiatrice, la signora non viaggia più da tempo.
Tutti i mezzi di trasporto le sono ormai preclusi, le stanno stretti.
Non prende più i pullman o i treni con le porte a chiusura automatica. Né traghetti o cabinovie. Ha detto addio agli aliscafi e considera le navi, anche le più imponenti, la quintessenza dell'angusto. Da tempo ha cancellato gli aerei dai suoi mezzi di locomozione. Non per paura di precipitare, ma perché non può restare chiusa in ambienti stretti.
Ma la signora ama ancora viaggiare, spostarsi, curiosare. E non ha dimenticato il brivido di piacere che si prova quando si organizza un viaggio, le carte spiegate sul tavolo e tutta la libertà e la fantasia mobilitate nella scelta dell'itinerario.
Il carattere della signora non è arrendevole neanche nei confronti del destino e poiché ha la fortuna di vivere nella grande città che molti considerano la più bella del mondo, la città che è impossibile conoscere del tutto, è nella città che programma il suo viaggio.
Parte al mattino presto, bagaglio leggero. Una borsa a mano, un libro. Alla fermata del tram il solito brivido di eccitazione prima di una partenza. Si siede dietro l'autista e via, si parte. Come una volta il mondo scorre dietro un finestrino, ma a brevi intervalli le porte si aprono e volendo, in ogni momento, la signora potrebbe essere fuori, libera come l'aria.
Scende nei pressi della grande piazza caotica e inizia ad esplorarne i dintorni con lo sguardo curioso con cui ha sempre guardato ai paesi diversi dal suo.
Grandi donne nere avvolte in tessuti dai colori sgargianti, con fantasiosi turbanti sulle belle teste erette, le vengono incontro. Piccoli uomini scuri, gli occhi vivacemente mobili, parlano tra loro in una lingua nervosa. Bambine con gli occhi allungati e treccine ritte sulla testa le intralciano il passo. Coppie con pelli brune passeggiano, lei in fruscianti shalwar kameez, lui con panciotti di seta sotto lunghe giacche con il collo alto.
Minuscole donne scurissime, le mani decorate con disegni marroni, il capo coperto da sciarpe bianche scivolano nella folla. Sul marciapiede affollato strusciano i sari colorati e grandi uomini neronotte in pantaloni verdi e gialli entrano nei caffè.
Le insegne dei negozi hanno lingue e caratteri diversi. Le merci, colori, consistenze, fogge insolite.
La signora cammina e osserva le giubbe pakistane, gli ampi pantaloni afghani, i bubu dell'Africa equatoriale, a disegni geometrici, con grandi campi di colore.
Nelle botteghe tigri, elefanti, giraffe in legno, minuscoli ombrellini cinesi con frange colorate, i copricapi di lana grezza dei mujahiddin di Massud, il cappotto a righe verdi e viola di Karzai, i grandi ponchos marroni e neri del Perù, le porcellane a grana di riso bianche e blù della Cina, le ciotole di legno scuro del Senegal, i complicati gioielli d'oro del Dubai. Una musica reggae raggiunge la signora da un alimentari giamaicano.
È tutto il mondo che si riversa nella grande piazza, tutti i paesi convergono e divergono.
Una cacofonia pulsante di vita la circonda. La signora l'assapora.
Ora siede a riposare nel giardino al centro della grande piazza. Legge qualche pagina del suo libro. La trottola di latta colorata di un piccolo cinesino le atterra tra i piedi. Alcuni vecchi con la pelle di cuoio sono assorti in un complicato gioco di tessere.
Si fa ora di pranzo e la signora esita indecisa tra il grosso ristorante degli uomini d'affari cinesi, con i suoi pesci esposti nelle vasche schiumeggianti o la minuscola trattoria indiana à importer. È il profumo di curry a vincere e la signora siede accanto a una famiglia indiana. Sul piatto accanto al riso le polpettine piccanti e la birra Cobra nel bicchiere di plastica.
La signora riprende il suo viaggio assaporando una pasta di mandorle e pistacchio. Entra nel grande mercato coperto. Gli odori forti, i colori accesi, le verdure mai viste, i tuberi enormi, i fasci di erbe, le polveri variegate la accolgono. Urtoni, grida, merci trascinate, voci incomprensibili, quel concerto meraviglioso che rimbomba sotto le grandi volte, viene da molto lontano e porta molto lontano. Un bazar! La signora sente il suo cuore allargarsi.
Nel padiglione accanto, due svelti sarti bangladeshi le prendono approssimative misure, in meno di un'ora le cuciranno calzoni di garza violetta. Intanto la signora gironzola nelle strade adiacenti. Compra piccoli souvenir per gli amici, sacchetti di spezie e bustine di perline colorate: sempre porta qualche piccolo dono di ritorno da un viaggio.
Quando si avvia di nuovo alla fermata del tram per una stradina interna, la signora è raggiunta da un forte odore di incenso. Lo segue come una traccia fin sulla porta di un piccolo locale ombroso. Un grande Buddha rosso, nero e oro siede sereno e accogliente tra i vapori di incenso. La signora sosta davanti alla grande statua, cui offre la sua piccola riflessione. Ora l'illusione è perfetta.
In quella città cui appartiene da sempre la signora prova forte il senso di estraniamento che è forse l'esperienza più preziosa di ogni viaggio. Sul tram che la riporta a casa la signora, stanca e felice, accosta la testa al finestrino. Sul tramonto si staglia un grande arco di marmo e due pini, alti e solenni, si muovono piano nel vento.
È bello tornare a casa.

lunedì 1 ottobre 2007

le femministe

“Non andarci da quel macellaio- le disse Daniela- dammi retta. Non è per i soldi, te li presto volentieri, ma da quel macellaio no, non ci devi andare. Quello ci si ingrassa e ti tratta pure male.Vai dalle femministe, ti aiuteranno loro.” E le dette l’indirizzo. “Le femministe? Quelle che gridano per le strade, che vanno sui giornali? Sei pazza, te e loro” le disse suo marito. Ma R. gli disse che costava poco e poi era una vera clinica. “Fa’ come vuoi, sei tu che ci devi andare”.
Era una strada tranquilla, vicino al fiume. Un piccolo appartamento al piano terra. Prima di entrare R. esitò. Come erano le femministe? C’erano già altre donne. Stavano messe come lei, lo capì subito dagli sguardi. Erano come il suo, c'era dolore, paura, vergogna.Le femministe non erano come se le aspettava, erano normali, ecco. Le accolsero sorridendo, pratiche, allegre. Le sembrarono così forti, così sicure.
Lei invece aveva paura. Di tutto. Aveva paura e si sentiva male, non vomitava ma tutto il giorno aveva la nausea. Si svegliava all’alba, per un rigurgito di acidi fino in gola, si tirava su e piangeva, in silenzio. Suo marito dormiva. Anche il bambino dormiva. La casa era fredda e silenziosa. Lei piangeva un po’, poi si alzava. Non mangiava quasi niente e dimagriva. Era pallida e sempre sudata. Il medico della mutua l’aveva rimproverata. “Ti avevo detto che per te figli basta! Benedette donne, ma che avete al posto del cervello?” Però quando lei gli aveva chiesto un nome, qualcuno da cui andare, uno bravo, ma che non prendesse troppo, si era scurito, le aveva risposto che lui non conosceva nessuno, colleghi che facessero aborti, no, lui non li conosceva. E le aveva segnato il ferro. “Mangia -le aveva detto e fatti cambiare turno.”
Loro, le femministe, le fecero poche domande: “Quante settimane? Hai bisogno di soldi? Ce la fai? Sì, ce la faceva, le sembrò anzi poco. Com’era possibile? Quel dottore voleva quattro volte di più. “La settimana prossima allora. Appuntamento in aeroporto, alle nove. M. vi accompagnerà, non dovete preoccuparvi di niente. Se non avete il passaporto ci pensa D. Passate da lei, dopo. C’è una cosa, importante: non dovete farvi accompagnare da uomini. Né mariti, né compagni, fratelli, amanti, padri. Niente uomini, è chiaro?” Sì, era chiaro. Partì sola. Daniela avrebbe voluto accompagnarla, ma come faceva con i bambini? Era la prima volta che R. prendeva un aereo, che entrava in un aeroporto. Era grande, pieno di voci. Si sentiva stordita. Ma la loro guida era sorridente, e già sapeva i loro nomi. Le fece ridere: non vomitate tutte insieme perché se no ci arrestano! A Londra faceva freddo, il pullman che le aspettava aveva i finestrini appannati e non si vedeva niente. La clinica era fuori città, intorno tutte costruzioni di mattoni rossi. Le fecero entrare in una stanza e intanto la loro guida parlava con una impiegata, consegnava le schede con i nomi, i documenti e il certificato con le settimane indicate. Loro non dovettero fare niente: seguivano come un piccolo gregge spaventato. Un’infermiera che parlava un po’ di italiano le accompagnò al piano di sopra. Scherzava: qui niente o sssole mio, vero? Le divisero, quattro per stanza. Erano stanze grandi, molto calde, con enormi finestre, le pareti e i pavimenti erano verdi. In ogni stanza c’era un telefono a gettoni. La guida portò i gettoni. “Volete telefonare a casa?” R. non telefonò. Suo marito era in officina e sua madre non sapeva niente di niente.
Passarono il pomeriggio chiacchierando, leggendo qualche giornale, raccontandosi le loro storie. Qualcuna pianse, qualcun’altra spavalda rideva. Verso le sei portarono il tè e dei panini, della frutta sciroppata, troppo dolce. Lei si girò tutta la notte, senza riuscire a dormire. Sentiva anche le altre sospirare e girarsi, ma nessuna parlò. Gli interventi iniziarono il mattino dopo, molto presto. Scesero nella sala operatoria due per volta. Ognuna in una specie di grembiule di cotone bianco, che si chiudeva dietro con dei laccetti, ognuna portava la sua scheda con sé. Sotto il grembiule solo le mutandine. Lei sentiva un po’ freddo o forse era la paura. Ma sul pianerottolo, la loro guida le abbracciò, una per una. A lei tirò leggermente la coda di cavallo. “Tranquilla- le disse- fra poco ci rivediamo”. Si svegliò sentendo cantare. Non capì dove era, poi si ricordò. Sentì le lacrime scorrerle sulla faccia e richiuse gli occhi. C’era un sole pallido che entrava dai finestroni e la ragazza nel letto accanto al suo si lamentava, ancora mezza addormentata. Restò così, con le braccia sotto le coperte, ferma, piangendo in silenzio. Quando portarono il pranzo lei disse “no, non ho fame”. Ma l’infermiera restò accanto al letto finché non ebbe mangiato tutto il pollo e le carote lesse. Passò il pomeriggio senza pensare a niente, le altre si erano un po’ rianimate, solo quella vicino a lei pianse fino a sera. La guida portò altri gettoni e lei chiamò suo marito. “Come stai? Fa freddo? Il bambino sta bene.” Più tardi passarono con delle gocce per aiutarle a dormire. Le mandò giù senza dire niente, ma lo sapeva che tanto era inutile, non le facevano nessun effetto. Sentiva un peso sul petto ma non piangeva più. Pensava al suo bambino, a casa. -Gli voglio comprare quell’astuccio con la lampo- Fu l’ultimo pensiero, poi si addormentò, di botto. Il mattino dopo, alle otto, erano già sul pullman per l’aeroporto e a mezzogiorno sbarcarono a Fiumicino. Al momento di salutare le altre si sentì sola, non avrebbe voluto lasciarle. Alcune presero un tassì, altre trovarono i mariti ad aspettarle. Lei, la guida e un’altra presero il pullman per il terminal. In città si salutarono ancora e questa volta le venne da piangere. La guida l’abbracciò: "Pensa solo a stare bene- le disse- solo a stare bene." Sorrideva, incoraggiante, ma anche lei aveva gli ochi lucidi.
“Questi viaggi non li posso fare più” si disse la guida allontanandosi.

domenica 23 settembre 2007

lo specchio

Piroetta, piroetta, piroetta. La figura ruota nello specchio e la lunga gonna di raso lancia schegge di luce. Sprofondato nella poltrona il professore la contempla soddisfatto, come l’avesse creata lui.
E in fondo è così. Razzolava sull’isola, scroccando cene e brevi soggiorni nelle belle case sul porto. Poi spariva negli inverni romani. Per ricomparire ai primi di giugno, appena gli aliscafi riprendevano le loro corse.
Vendeva i frullatori Bimby nelle case, ma questo non lo sapeva nessuno dei suoi amici estivi.
Lui invece lo sapeva ma a lei non lo aveva mai detto. Avrebbe dovuto confessarle di aver chiesto un dettagliato rapporto su di lei, alla più capace delle agenzie investigative di Milano.
Innamorarsi di una ventiduenne senza origini certe, era un conto, ma portarsi in casa che so, una troietta, magari malata, tutto un altro.
Capriccio, la chiamava tra sé e sé, ma la verità era che lo faceva star male solo con uno sguardo. Sua moglie, cioè, la ex moglie, era stata perspicace come sempre, la schifosa: “Hai perso la testa, va, quella di te ne fa polpette”.
E invece no, lei non chiedeva mai niente, era sempre pronta a seguirlo ovunque, lo aspettava in casa anche per giorni, quando lui era all’estero e mai una volta che l’avessero sorpresa con un altro. Perché, certo, almeno i primi tempi della loro relazione, la sorveglianza era continuata. Beh, era il minimo della precauzione, a dimostrazione che era meno fesso di quanto sua moglie, cioè, la ex moglie, credesse.
Sorrise soddisfatto, mentre lei ancora piroettava e poi gli si buttava addosso, nell’entusiasmo per quel vestito da sera.
Lo avrebbe indossato nella festa sullo yacht. Festa di fidanzamento, sì. Lui lo aveva deciso all’ultimo momento: era ora che la vedessero tutti, il periodo di prova era finito e che crepassero di invidia. Parleranno, certo, altro che! parleranno e sparleranno, ma intanto eccola là, ventidueenne e roba sua. Con quel seno così eretto, quella dolcezza nella pelle e quel modo di fare sesso, ridendo, come un gioco. Parlate, parlate pure. Io la mia perla l’ho trovata e me la tengo. Si alzò, con un sospiro di soddisfazione. Ancora agile, ancora fermo. Sessantasei ma portati molto bene. Non sfiguravano insieme. Anche se Delia, sua figlia, era stata velenosa: "Non sembra tua figlia, sembra la mia". Del resto, era comprensibile. Si preoccupava per la sua posizione di figlia unica. "Ti scodellerà mica un figlio, quella"? L’aveva tranquillizzata. Niente figli, quella fase della vita era passata. Adesso voleva godersela. Alla faccia di tutti, colleghi e amici. E della moglie, cioè, ex moglie.
Tre mesi dopo erano sposati. "Non voglio feste e cazzi vari- lui le aveva detto e lei tranquilla: "Va bene, che m’ importa?" Si erano sposati a Trevignano, in Comune, testimone per lui la sua segretaria, per lei il fratello. In viaggio di nozze erano andati a New York. Le trasvolate ormai lo stancavano un po’, ma lui aveva voluto portarcela lo stesso. New York era la città adatta a lei, vitale e frizzante proprio come lei. E vederla felice era diventato il suo unico obiettivo. Non la chiamava più “capriccio”, ma “pupina”. Gli era uscito una sera, così, dopo aver fatto l’amore, in un momento di tenerezza e di gratitudine. E Pupina aveva sorriso e lo aveva spettinato.
Tornati a Roma la vita aveva ripreso i suoi ritmi di sempre. Lo studio, i congressi, il poker. Ma tutto quello che lo allontanava da lei lo infastidiva. L’ex moglie, sì esatto, l’ ex moglie, lo aveva incontrato in aeroporto. "Ma sei un cencio- gli aveva detto la maledetta. "Arranchi, eh?" Che stronzona! e poi che credeva, di essere rimasta uguale, lei? Lifting o non lifting, era andata. Glielo disse: "Sei andata e non solo di testa". Ma lei aveva riso: "Sì, andata, ma almeno non mi devo guardare le spalle."
Questa cosa del guardarsi le spalle non gli era piaciuta. Lei aveva sempre avuto la spiacevole caratteristica di arrivare a capire le cose prima di lui. Il crollo delle Parmalat a lei non l’aveva fregata, ed era stata lei a metterlo in guardia su Federici, quella piccola cimice arrivista del suo aiuto, quando tentò di fargli le scarpe.
Così ogni tanto ci ripensava: che voleva dire con questa storia del guardarsi le spalle? Fu preso dalla tentazione di richiamare quelli dell’agenzia investigativa, ma scacciò l’idea. Anzi la trovò ripugnante. Pupina gironzolava per boutique, parrucchieri, aveva un paio di amiche tra quelle che una volta l’accoglievano nelle loro case sull’isola. Ci teneva a fare lei la padrona di casa, adesso, e lui era contento. Niente di più, lo sapeva, era sempre a casa al suo ritorno. Guardava un po’ di televisione. Le piaceva il tennis. Stava prendendo lezioni. E andava in piscina. Ma la accompagnava ovunque l’ autista e aveva l’ordine di aspettarla. E poi quasi sempre c’era anche sua figlia Delia. Frequentavano lo stesso circolo. Figuriamoci se sua figlia non la teneva d’occhio. No, la vecchia strega era gelosa, ecco tutto. Sorrise soddisfatto. La vecchia è sola, pensò e io ho una moglie giovane e bella. E innamorata. Sì, innamorata, perché no, dopo tutto? Era ancora un bell’uomo, elegante, un po’ appesantito forse, ma insomma, la sua parte ancora la faceva, no? Davanti allo specchio si dette qualche piccolo schiaffetto sulla guance prima di raggiungerla nella sua stanza. Era solo per sentirsi più sicuro che prendeva il sildenafil, solo una piccola garanzia in più ecco. Aveva cominciato a prenderlo all’inizio della loro relazione, quando era più incerto e non voleva correre il rischio di qualche fiasco ed ora continuava, così, per non scadere nelle sue prestazioni. L’aveva abituata bene, pensò con un risolino. Forse avrebbe potuto diminuire un po’ le dosi, non che ne facesse un uso spropositato, ma quei piccoli fastidi erano seccanti. La vampa che lo avvolgeva dal collo fino alla testa, quel rossore, che lo imbarazzava anche. Ma lei rideva, lo prendeva in giro. "Diventi tutto rosso!" Piccoli inconvenienti, niente di grave, e ne valeva la pena, quella picola peste era imprevedibile, le scappavano voglie improvvise. Sorrise, indulgente e orgoglioso insieme. Evidentemente le piaceva, no?
Ma lui non esagerava nell’assunzione, no, del resto stava bene, in perfetta salute, si controllava periodicamente, tutto a posto. Si sorrise nello specchio, ammiccando a quel se stesso così accorto e così fortunato e prima di spegnere la luce buttò giù le due pillole azzurre.
Lo trovò una mattina la cameriera, un po’ storto sul letto. Pupina stava già facendo la colazione e, accorsa, chiamò la segretaria di lui perché le mandasse di urgenza un medico. Ma non c’era più nessuna urgenza. Lei non pianse ma apparve confusa, scossa. Non ci volle molto al giovane collega per capire cos’era stato. La confezione era ancora lì sulla mensola del bagno dove andò a lavarsi le mani dopo aver esaminato il corpo. Scosse la testa: Fesso -pensò -il professore.
Mentre la segretaria, precipitatasi in lacrime, iniziava a fare le telefonate d’uso, lei andò nella sua stanza, aprì la cabina armadio e si fermò indecisa. Poi prese un abito nero, ne scosse un po’ il tessuto morbido. Lino e seta, senza maniche, una piccola scollatura rotonda e la gonna che terminava con un plissé fittissimo.
Sarebbe andato bene, pensò. A lui non piaceva, -Troppo classico per te- le aveva detto, ma lei ci teneva ad avere anche qualcosa di classico. "Può sempre servire." Lo infilò rapidamente -tanto, ormai, lui non poteva dispiacersi-e prima di raggiungere gli altri di là, si fermò davanti allo specchio. Piroetta, piroetta, piroetta.

sabato 15 settembre 2007

quarantanove righe

Correva per prendere l’autobus, la borsa a tracolla che le batteva sul fianco, quando si sentì chiamare. Giulia! Rallentò, voltò il capo ma l’autobus nel superarla aprì le porte, così accelerò di nuovo e salì. Un po’ ansante, si volse a guardare. Sul marciapede un uomo la guardava attraverso i vetri, aveva qualcosa di familiare, l’atteggiamento forse, le braccia lungo i fianchi, la testa sollevata, l’espressione seria. Sparì subito, mentre l’autobus ripartiva veloce. Nel corso della giornata il pensiero di quell’uomo come un prurito continuò a disturbarla: Chi era? Perché l’aveva chiamata? Chi era?
La sera tornava a piedi verso casa, lentamente, sul lungofiume, senza pensare a niente, quando d’improviso si arrestò: Marcello! Era Marcello! Lo riconobbe in quel momento, ne rivide i lineamenti, ne risentì la voce. Sì era Marcello. Il modo di pronunciare il suo nome, un po’ domanda, un po’ ordine, era il suo. Come aveva fatto a non riconoscerlo all’istante? Si sentì subito agitata e subito dopo triste e subito dopo ancora le venne da sorridere. Marcello! Quanti anni erano passati? Venti forse, da quando si erano salutati. A Strasburgo, nella Citroen parcheggiata presso il Reno, il cielo minacciava pioggia e lei per non irritarlo reprimeva il desiderio di una sigaretta. Ma lui non sembrava arrabbiato, neanche triste, o offeso. Stanco e muto.
Muto come sempre. D’impulso aveva provato il desiderio di ferirlo, di dirgli qualche cosa che lo costringesse a parlare, a tirare fuori uno dei suoi sentimenti così bene nascosti: -Se hai qualche cosa da dire, dilla. Sono noiosi i tuoi silenzi.. Ma lui alzò le spalle. -Mi dispiace- disse solo. -Torniamo, allora-. Tornarono. La lasciò davanti alla Marc Bloch, l’università era ancora piena di luci accese, cadevano le prime gocce di pioggia. Lei gli posò un bacio veloce sulla guancia, lui si irrigidì appena. Finito. Dopo quattro anni finito.
Perché provava quel rancore se era lei che stava lasciandolo? Un senso di colpa, sì e anche di liberazione. Ma sotto a tutto scorreva un rivolo acido di rancore.
Piano piano dimenticò il rancore e dimenticò anche lui.
Tornò in Italia, si sposò, si separò, qualche anno di grande amarezza. Ora era sola e felice di esserlo. Tranquilla in una vita dove si sentiva padrona. Sola, un po’, sì, ma mai troppo, mai tanto da pensare di tornare stabilmente con un uomo. No. Qualcuno che le interessasse un po’ di più capitava, ma Giulia era prudente e dopo un paio di serate gentilmente e fermamente lo allontanava.
Adesso, appoggiata al parapetto del fiume, guardando l’acqua scura e veloce, sentì tutto il freddo di quelle decisioni, così razionali, così prudenti. Che giornata strana, inconcludente, peggio, che giornata fastidiosa, tutto il giorno a rimuginare su quel grido: Giulia! E adesso l’assalto dei ricordi.
I ricordi, loro, d’improvviso squarciarono un buio e una confusione di venti anni: È stato lui a lasciarmi! Non io. Lui è stato. Sentì un nodo in gola, scosse la testa per scacciare il pianto che sentiva salirle dal petto. -Lui mi ha lasciata, con il suo silenzio, con la sua reticenza, con quegli occhi sempre attenti e controllati. Lui ha reso tutto impossibile. E l’altro, il francese massiccio e insistente, gran parlatore e amante perfetto, l’altro non c’entrava proprio niente. Una comparsa, appena. Marcello, lui, l’aveva scacciata con la sua ombra. Ecco il perché del rancore. Lei non aveva fatto altro che allontanarsi, rendendo ufficiale una distanza che lui aveva fissata.
E dovevano passare venti anni perché lo capisse! Si pentì di non essersi fermata a quel grido, di non averlo aspettato, di non averlo guardato in faccia. E poi? Che cosa avrei fatto? Che cosa gli avrei detto? Mentre si interrogava si sentiva riempire di rabbia, di delusione, di dolore e di un’ira che le serrò i denti. Perché mi hai lasciata? Ecco che cosa gli avrebbe detto! Io ti amavo, perché mi hai lasciata?