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sabato 31 maggio 2014

Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis


Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.


Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela,  via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.

giovedì 22 ottobre 2009

basta saperlo


Oroscopo del giorno (e di ogni giorno), senza scomodare le stelle...


“Comincia, al mattino, col predire a te stesso: -M’imbatterò in un curioso, in un ingrato, in un insolente, in un imbroglione, in un invidioso, in un misantropo....”
Marc'Aurelio-

martedì 16 dicembre 2008

scelti per me da Marguerite Yourcenar

La lezione che ho ripassato oggi viene da una fonte molto lontana ed è stata scelta per me (così mi piace credere) da Marguerite Yourcenar.




Tao-Te-Ching, XV-9

Comment clarifier l'eau trouble? Laissez-la reposer et elle cessera d' être trouble.
Come rendere limpida l'acqua torbida? Lasciatela riposare e cesserà d'essere torbida.





L'arbre qui remplit le ciel est né d'une petite graine; la tour de neuf étages a commencé par une motte de terre; le voyage de mille Li commence avec le premier pas hors du seuil.
L'albero che riempie il cielo è nato da un piccolo seme; la torre di nove piani ha preso inizio da una zolla di terra; il viaggio di mille
Li comincia con il primo passo oltre la soglia.



da La voix des choses-Textes recueillis par Marguerite Yourcenar
Gallimard, Paris- 1987
(Le foto mie.)

giovedì 27 novembre 2008

storia della felicità/sedici/Freud ci apre gli occhi


Circa la felicità Freud esordisce così:
"Ci si sente inclini ad affermare che l'intenzione di rendere l'uomo felice non fa parte del piano della creazione." 
Voilà. Metteteci una pezza.

Io penso che avrei letteralmente adorato andare in analisi con Freud. Ecco un esempio di chiarezza:
Ad una paziente la cui patologia apparve presto legata alle circostanze della sua vita e che gli chiedeva cosa potesse fare per lei, Freud, magnanimo, rispose: "Senza dubbio il fato troverà più facilmente di me il modo per guarirla dalla sua malattia. Ma lei si persuaderà che sarà un grande successo se riusciremo a trasformare la sua infelicità isterica in infelicità comune. Con una vita mentale tornata alla salute lei sarà meglio armata contro questa infelicità." Freud non ha mai avuto peli sulla lingua. E questo me lo rende davvero simpatico.

Freud era dunque un tipo che si poneva  modesti traguardi: restaurare l'infelicità comune o normale (gemeines Unglück).


Ma nel mondo diversificatissimo della terapia della parola che ha preso le mosse da Freud questa esemplare e realistica modestia sembra non aver attecchito ed oggi esistono addirittura intere scuole di psicologia contemporanea che si spingono fino a promettere ai loro pazienti "autentica felicità". 


Per comprendere l'idea di Freud circa la felicità, basta sapere che prima di intitolare "Il disagio della civiltà" il suo famoso saggio, Freud lo aveva chiamato "L'infelicità nella civiltà."

E guardiamolo con l'occhio di Freud l'essere umano a caccia di felicità.

Dunque l'uomo si batte per diventare felice. Questo suo impegno verso la felicità ha una faccia negativa ed una positiva: "Esso mira da un lato all'assenza di dolore e dispiacere e dall'altro a provare forti sensazioni di piacere. Nel suo significato più ristretto la parola "felicità" è in rapporto solo con quest'ultimo."
La felicità insomma è una sensazione di piacere e qui si sente forte l'eco di Bentham. 
Il principio di piacere è una caratteristica naturale dell'uomo, è una forza primitiva ed esigente che governa i "processi primari " della mente.

Il "principio di piacere" si scontra però ben presto con un "processo secondario" che costringe gli esseri umani a controllare i loro desideri per scendere a patti con il "principio di realtà".

Il rapporto tra i due principi è antagonistico: la richiesta di piacere è sempre in lotta contro la realtà. Eppure il principio di piacere, insaziabile, lotta contro tutto ciò che vuole imporgli dei limiti: che sia il "processo secondario" interiore, della mente, o che sia l'ambiente esteriore circostante.
"IN ENTRAMBI I CASI SI TRATTA DI UNA BATTAGLIA CHE IL PRINCIPIO DI PIACERE E' DESTINATO A PERDERE.
IL SUO PROGRAMMA E IN CONTRASTO CON IL MONDO INTERO, COL MICROCOSMO COME COL MACROCOSMO.
NON ESISTE ALCUNA POSSIBILITA CHE SI REALIZZI. TUTTE LE LEGGI DELL'UNIVERSO SONO CONTRARIE."

Non sembrerebbe esserci altro da dire. Ma Freud sembra ben deciso a non lasciare illusioni.
Ciò che chiamiamo felicità per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico. "Quando una qualsiasi situazione desiderata dal principio di piacere si prolunga produce al massimo una moderata soddisfazione."

Inoltre, attenzione, l'uomo non viaggia mica nel vuoto! Le condizioni dell'esistenza rispondono al nostro infinito desiderio di piacere con l'infinita possibilità di dolore. Sic.

Tre sono le possibili origini del dolore: "dal nostro stesso corpo, destinato alla decadenza e alla dissoluzione, che non può neppure evitare il dolore e l'ansia come segnali di avvertimento; dal mondo esterno, che può prendersela con noi con forze distruttive gigantesche e spietate; e infine dai nostri rapporti con gli altri. La sofferenza che deriva da quest'ultima causa è forse per noi più dolorosa di qualunque altra."

Nell'elencare tutte le strategie che gli uomini usano per raggiungere la felicità Freud ripercorre in pratica la storia di questa caccia al tesoro: l'edonismo, la chimica, l'isolamento volontario, le pratiche ascetiche, il lavoro umanitario, l'approccio estetico, la virtù.. e tutte destinate al fallimento.

Ci sono tutti nel discorso di Freud: gli stoici e la loro rinuncia ascetica, l'esilio beato di Rousseau, la speranza di Agostino, la virtù di Socrate e Platone, Sade e il suo edonismo, le droghe di de Quincey e Baudelaire, il sogno di rifare il mondo di Marx, la gioia del lavoro di Weber e Smith... 

E c'è l'amore erotico, la strategia più naturale per tutti noi e quella che ci avvicina più di ogni altro metodo a quella meta.
Ma, ci mette ancora una volta in guardia Freud: Noi non siamo mai "così indifesi contro la sofferenza come quando siamo innamorati, mai così disperatamente infelici come quando abbiamo perduto l'oggetto del nostro amore."

CHE FARE, DOKTOR FREUD?
Ebbene "il programma di diventare felici che il principio di piacere ci impone non può essere realizzato." Ma NOI NON DOBBIAMO E IN VERITA NON POSSIAMO RINUNCIARE AI NOSTRI SFORZI PER CONDURLO PIU VICINO ALLA REALIZZAZIONE, CON UN MEZZO O CON UN ALTRO."

La consapevolezza non deve avere "UN EFFETTO PARALIZZANTE". E nei fatti non ce l'ha.

Ha finito, Doktor Freud?
Sì, il Doktor Freud ha finito, ma, paradossalmente, ascoltarlo mi fa sentire molto ma molto meglio. POTERE DELLA PAROLA CHIARA.

giovedì 13 novembre 2008

storia della felicità/quindici/Darwin/Nietzsche/

Arriva Darwin e getta il panico un po' ovunque. Anche nel dibattito sulla felicità.
J.S. Mill non aveva detto che "è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto"?
Se valeva per il maiale valeva anche per la scimmia.

Ma la scimmia, dice Darwin, siamo anche noi. C'è dunque una semplice felicità "animale" che ci apparenta.
Non contento, Darwin addirittura afferma: "Colui che comprenderà un babbuino, darà alla metafisica un contributo maggiore di Locke."
(E allora, come la mettiamo? Io direi di accettare questa insperata parentela, e di smetterla di disprezzare la ingenua felicità della scimmia. Spidocchiarsi, mangiarsi una banana -sbucciata, of course- e accoppiarsi quando il corpo lo chiede.
Basta con la spocchia del "siamo umani": piuttosto vediamo di imparare qualche cosa dalla natura cui apparteniamo.) chiusa la parentesi.


Darwin aveva l'intenzione di scrivere un'opera sulla felicità, ma non lo fece. Lasciò però qua e là delle osservazioni da cui si ricava l'idea di una felicità progressiva, da quella semplice "basata sulle impressioni dei sensi ad una più complessa, che coinvolge impressioni mentali o ideali come il ricordo o l'immaginazione."
Per l'idea che mi sono fatta io di Darwin, che in un passo definisce la sua "una vita felice" egli era soddisfatto del suo benessere, che gli consentiva di seguire le sue curiosità scientifiche, della sua libertà e della gioia che gli procuravano i suoi studi.
Penso che, a bordo della Beagle, Charles Darwin sia stato felice. E io ne sono felice per lui.



La Beagle in unacquerello del 1841 di Owen Stanley


Quanto a Nietzsche, confesso, non lo conosco abbastanza bene e spessissimo lo trovo oscuro; inoltre il testo che mi fa da guida in questo percorso intorno alla felicità non sembra avere le idee molto più chiare delle mie. Una delle poche certezze è che  l'Arte più di una volta è indicata da Nietzsche come grande forza redentrice.
Per il resto sul rapporto tra Nietzsche e la felicità ci si continua ad accapigliare.


Ho trovato in rete un esempio significativo.

Scrive G.C. "Mi sono sempre chiesto che cosa significhi "dire sì alla vita".
"Dire sì alla vita" significa vivere la contingenza senza dare alcun giudizio (al dilà del bene e del male)?
Se così è (chiedo delucidazioni), mi piacerebbe sapere se il superuomo potrebbe mai essere infelice, o almeno seccato: se mentre il superuomo spalma nutella sul suo panino, e accidentalmente il coltello gli scivola sulla camicia macchiandogli la camicia nuova, beh, questo superuomo potrebbe bestemmiare? Almeno, potrebbe "seccarsi" di questa contingenza? In che modo "dire sì alla vita", come vuol Nice, durante il quotidiano?"

Ed ecco una parte della risposta:

"Nella contingenza, l'uomo deve esprimere la sua volontà in modo assoluto, creando valori e diventando legge a se stesso. E accettando qualsiasi conseguenza: Amor Fati, amare ciò che accade necessariamente nel mondo. Nell'accettazione del Fato e nell'espansione della propria individualità aldilà di ogni morale o ragione, sta la realizzazione del superuomo nietzschiano."


Per chi volesse seguire tutto il dibattito lo troverà qui

Io tifo per il signor G.C. anche se trovo l'esempio sulla nutella poco significativo. Infatti, in presenza della nutella, non esiste possibilità di decremento della felicità. Se il sig. G.C. si impegna a sostituire la nutella con qualunque altro prodotto spalmabile io mi impegno ad unire la mia voce al suo ironico quesito.

lunedì 20 ottobre 2008

storia della felicità/quattordici/lottare con Karl Marx




Mi ha sorpreso leggere che Karl Marx partecipava a Londra a giochi di società.
L'ho sempre immaginato occupato in due sole attività: scrivere le sue riflessioni sulla società e fare figli. (Non escluso, sembra, uno illegittimo con la cameriera).
Comunque si narra che, in una serata mondana, dovendo dare la propria definizione del termine "felicità", abbia risposto: "Happiness: to fight".

Intanto però egli godeva della più borghese delle felicità, come sempre la definì: quella familiare, grazie a quella donna straordinaria per cuore ed intelletto che fu la moglie Jenny von Westphalen. Ma sulle contraddizioni dei grandi uomini si potrebbero scrivere volumi e non infierirò certo su papà Marx!

Lungo tutta la sua riflessione filosofica Marx tenne sempre presente la necessità per l'uomo di essere felice su terra, sgombrando il campo dalle speranze ultraterrene.

Ma la società capitalistica nega all'uomo ogni speranza di felicità terrena. L'umanità, sotto lo sguardo di Marx, mostra tutta la sua alienazione ed estraniazione.

Gli uomini sono estraniati dalla natura che è divenuta "altro" e nei cui confronti ha prevalso un atteggiamento ostile, predatorio, sfruttatore.

Gli uomini sono estraniati da sé stessi, perché hanno perso il senso della comune appartenenza alla specie umana.
Oddio, lo penso pure io! Non sarò mica comunista, sotto sotto?

Gli uomini sono estraniati dal loro lavoro, la funzione in cui più dovrebbero trovare realizzazione.

Infatti per Marx l'uomo è homo faber, egli è quello che fa.
Il lavoro è la sua forma di espressione e può portargli o togliergli la felicità.
La società capitalistica espropria l'uomo del suo lavoro e quindi del senso della sua vita.
Un lavoro che fa di un uomo "strumento servile" è causa della sua terribile frustrazione, dell'annientamento del senso stesso della sua esistenza.

E' solo lottando che l'uomo può riappropriarsi del senso della propria vita e liberandosi, in primis, dell'inganno della religione. Questa ha sempre contribuito alla stratificazione sociale in classi di privilegiati e di sfruttati, rinviando ad un mondo a venire il soddisfacimento del bisogno di uguaglianza e di libertà dell'uomo.

Questi bisogni saranno finalmente soddisfatti in una società di eguali.
La società comunista rimetterà la storia sui binari del progresso: nel comunismo si sanerà il dissidio fra uomo e natura e fra uomo e uomo.
E il lavoro sarà lo strumento della liberazione. Esso verrà infine riscattato, cesserà di essere la maledizione divina per il peccato di Adamo, per divenire il luogo della realizzazione dell'uomo e della donna, mezzo per fini più alti.
Alienazione dopo alienazione, tutte verranno spazzate via nella società comunista. E in essa tutti ed ognuno saranno felici.
Infatti "Ogni individuo lotta per essere felice" dice Marx, ma "la felicità dell'individuo è inseparabile dalla felicità di tutti".

Ma nessun governo illuminato farà dono ai suoi cittadini di una società giusta, come credevano i socialisti utopisti: uomini e donne dovranno prendere in mano il loro destino e lottare per realizzarlo.
Dunque la (promessa di) felicità è davvero to fight, sovvertire un mondo alienato ed alienante per costruirne uno nuovo e completamente diverso.

PS Chiedo scusa a Karl Marx per questa sbrigativa e frivola sintesi del suo pensiero. E' la reazione alla mostruosa fatica che feci in anni lontani per leggermi tutto Il Capitale. Fatica dalla quale non mi sono mai del tutto ripresa.

sabato 27 settembre 2008

Ramin Jahanbegloo mi ha detto...

Ieri ho partecipato ad una video-chat con Ramin Jahanbegloo. Il filosofo iraniano si trovava a Toronto dove insegna Scienze Politiche. Egli è una delle voci che si alzano costantemente in favore del dialogo interculturale e contro la guerra. Tiene un corso su Politica e non-violenza.

Nel 2006 mentre stava lasciando Teheràn per partecipare ad una Conferenza a Bruxelles fu arrestato e imprigionato nella famigerata prigione di Evin. Accusato di spionaggio, vi restò tre mesi, sottoposto a tortura, e fu poi liberato, senza alcun processo, grazie alla mobilitazione internazionale.

Così ha parlato del periodo della sua prigionia:
Ho pensato che dovevo resistere esistenzialmente alla violenza. Per me importante era leggere e scrivere. Scrissi 2000 aforismi sull'amore, la vita, la morte, la violenza per far funzionare il cervello ed è così che sono rimasto lucido.
Quando sono uscito non sentivo nessun desiderio di vendetta spirituale. Mia moglie mi ha portato l'autobiografia di Gandhi ed io l'ho letta e riletta. Ho letto tutto quello che mi davano, il Corano e libri di filosofia spirituale.




Ecco la domanda che gli ho rivolto:
Crede lei che il popolo iraniano saprà coniugare la sua religiosità con la libertà?

Questa è la sua risposta:
Il popolo iraniano come ogni altro popolo è formato di persone che credono nella libertà ed altre no. E tra quelli che vi credono alcuni cercano di formulare la loro idea di libertà dentro i paradigmi religiosi, altri al di fuori. Il senso della libertà per sé e per gli altri dipende dal tipo di religiosità; se è basata su una lettura rigorista genera fanatismi. Questo accade in ogni religione.
Il cristianesimo ha avuto San Francesco e Teresa d'Avila, ma anche l'Inquisizione. Com'è stato possibile estrarre dallo stesso Cristo pensieri violenti o pensieri generosi? Tolstoi ha estratto l'amore per il prossimo. L'Inquisizione ha estratto l'odio.
In Iran dipenderà dal fatto che i giovani accettino una visione morbida e non rigida della religione: il concetto di libertà deriva da una lettura morbida della religione.


Piccola nota: la domanda da me scritta in chat è stata amputata di una sua parte in cui sottolineavo come nel mio paese si assista sempre più al tentativo della sfera religiosa di invadere il campo della politica. Avevo formulato la domanda in francese, (che Jahanbegloo usa come una seconda lingua madre), proprio per evitare che il traduttore la modificasse, ma non è servito.

lunedì 22 settembre 2008

Storia della felicità/ tredici/il socialismo utopistico

Nella prima metà dell'Ottocento videro la luce diversi movimenti socialisti o comunisti i cui leader erano decisi a costruire, qui ed ora, la società perfetta che avrebbe garantito la maggiore felicità possibile al maggior numero di uomini e donne.

I socialisti utopisti (come li definì Karl Marx) partono tutti dall'osservazione delle terribili condizioni di vita delle classi lavoratrici, nelle miniere, nelle fabbriche, nelle baracche in cui vivevano, senza igiene, colpiti da malattie, e soffrendo un' alta mortalità infantile. Era il quadro che offrivano gli albori del capitalismo mentre in parallelo cominciava appena a costituirsi quella classe cui Marx rivolgerà il suo appello: il proletariato.

Per questi socialisti si trattava di immaginare una nuova organizzazione della socità, capace di produrre felicità per tutti.
Il loro errore secondo Marx è stato quello di aver disegnato dei modelli di società da sottoporre alle classi dominanti perché si convincessero della loro bontà e li mettessero in pratica.

Eppure dei tentativi di costruire realtà sociali diverse li fecero.

ETIENNE CABET

Ci provò Etienne Cabet (1788-1856) che con il suo libro infiammato "Voyage en Icarie" convinse diverse centinaia di socialisti, a lasciare l'Europa per tentare l' avventura nell'Illinois, a Nauvoo; qui, a detta di Cabet, li aspettava un mondo organizzato come una vera società comunista, senza proprietà privata, con la piena uguaglianza tra i sessi e in cui la concordia e la collaborazione avrebbero portato alla felicità.
Il risveglio per gli Icarii fu amaro. Problemi finanziari, dissidi, defezioni li travagliarono. Anche la natura sembrò disapprovarli: un tornado distrusse il tempio che avevano costruito, incendi si mangiarono le stalle e il mulino, si scatenò persino un'epidemia di colera. Nel frattempo Cabet si rivelava autoritario e si rendeva inviso alla maggior parte degli Icarii. L'esperimento morì con Cabet stesso, anche se aveva realizzato una integrazione tra sessi che restituiva dignità alle donne ed era riuscito ad organizzare un sistema scolastico gratuito ed un'orchestra di lavoratori.




ROBERT OWEN

Anche Robert Owen (1788-1856) promise la felicità per tutti mentre tentava di garantire almeno una vita meno dura per gli operai della fabbrica paterna di tessuti. Creò piccoli nuclei a base socialista in Scozia ma benché i suoi testi vi fossero diffusissimi, in Gran Bretagna pochi si lasciarono indurre a metterli in pratica. Così il suo sogno della fine di ogni proprietà privata e del sorgere di "una razza umana amalgamata in una sola famiglia intelligente e cordialmente unita, con una sola lingua, un solo intresse ed un solo obiettivo, la felicità permanente di tutti" restò il sogno suo e di pochi altri.




HENRY DE SAINT SIMON

Anche Saint Simon (1760-1825) fu un sognatore particolarmente ottimista. "L'età dell'oro non è nel passato, è nel futuro" è il suo epitaffio e rappresenta perfettamente il suo pensiero.
Malgrado la prigionia nelle Indie Occidntali, e quella decretatagli dai giacobini, un ricovero coatto in manicomio, il sequestro di tutti i suoi beni, restò fiducioso fino alla fine.
La sua idea che la società andasse studiata come un fenomeno naturale tra gli altri e che si dovesse riorganizzare in un sistema a difesa del proletariato e contro lo sfruttamento borghese, si diffuse e produsse, alla sua morte, il saintsimonismo, movimento politico ugualitario, con forti sfumature religiose che vedeva la felicità come realizzazione del messaggio evangelico. Nella socità saintsimoniana però la proprietà privata sarebbe sia pur parzialmente rimasta e uomini illuminati avrebbero gestito la conoscenza a vantaggio delle masse.



JOSEPH FOURIER

Fourier(1768-1830) invece riteneva che alla base della felicità ci fosse la piena soddisfazione personale realizzabile solo quando l'uomo lavora in un'attività che lo soddisfi e ad un progetto che lo interessi. Fourier progetta così la falange, gruppi di circa 1800 persone di entrambi i sessi che vivono in una serie di falansteri collegati fra di loro.
I falansteri sono strutture abitative collettive, in cui vi sono spazi per le riunioni, spazi per le attività lavorative, per i divertimenti comuni, e sono circondati da terre coltivabili. Ogni falansterio è economicamente autossuficiente e in esso donne e uomini hanno gli stessi diritti e praticano il libero amore.

Le personalità e i progetti dei socialisti utopisti sono molto diverse tra loro ma conducono la stessa analisi delle cause della infelicità di grandi masse.

In comune hanno anche il fatto di spostare lo sguardo dalla felicità dell'individuo a quella della collettività. Nessuno può essere felice se non lo sono tutti.
L'Icaria di Fourier e le falangi di Saint Simon sono solo avanguardie, vanno estese e debbono contagiare il mondo intero.
Il mondo intero non fu contagiato, ma sorsero comunità Oweniane in una quindicina in vari stati degli Usa e falangi sorsero in Romania, Russia, Brasile, Francia e negli Usa.

L'altro elemento in comune tra i socialisti utopisti è quello religioso.
Anche là dove non lo esplicitano traspare dal loro linguaggio biblico: Fourier parla di sè come del "Messia della ragione", per Cabet il comunismo è il cristianesimo nella sua purezza e Saint Simon considera la dottrina un cristianesimo nuovo e migliorato. Per lui infatti il cristanesimo è riassumibile in un solo precetto: trattare il prossimo come fratello. Applicato esso porta ad una società socialista.

Nonostante questo linguaggio religioso non si può sottovalutare la carica fattiva che scaturiva dalla loro critica sociale. Se l'elemento religioso era presente ve ne era un altro, intimamente rivoluzionario anche se mai dichiarato come tale: fare.

La lezione degli utopisti che Marx porterà a conclusioni radicali è che un mondo migliore non va sognato ma realizzato.

giovedì 18 settembre 2008

remake/tennis/ uno

Ristabilitami, ho ripreso a girare per blog. E, gira che ti rigira, sono capitata sul blog di marckuck, dove ogni tanto mi soffermo e ho trovato un post dove il tennis viene definito "metafora della vita". Mi sono ricordata così di aver dedicato al tennis, come metafora della vita, tre post lo scorso anno, quando il mio blog era ai suoi primi giorni di vita e aveva solo lettori di famiglia.
Rilettili, li ho trovati simpatici e ho deciso di riproporli. Non per pigrizia (che pure, grazie a Dio, non mi manca), ma per sottoporli ad un giudizio più ampio.

Eccoli in fila.


C’è stato un periodo in cui sostituivo la vita con il tennis. Per ore ed ore di giorni e giorni, per mesi e mesi di anni ed anni, solo osservando sullo schermo una partita di tennis dopo l’altra, sentivo in me un piccolo accenno di vitalità e nello stesso tempo la calma che solo una rappresentazione perfetta della realtà ci dà.
Per ogni sport troverete qualcuno pronto a giurare che è come la vita. Bhe, io sono di quelli che giurano sul tennis.
E posso dimostrarlo.

Il campo. Le sue misure precise, fisse, segnate da righe continuamente ritracciate.
Anche la vita è così. Si gioca tutta su un campo che non possiamo modificare. Non ampliarlo, dandoci più spazio, né ridurlo, rendendolo meno vertiginoso. E i confini, come le righe, se tentiamo di cancellarli, subito vengono ristabiliti.
E’ bene che i limiti ci siano, è bene che la vita si muova tra pochi, chiari, noti confini: c’è un tempo per apprendere, un tempo per sognare, un tempo per amare e per dare la vita, c’è un tempo per riflettere e riposare, c’è un tempo per invecchiare, e c’è la linea di out....

E c’è una rete. E’ verde, morbida ma ferma. Divide il noi dagli altri. Sta lì e ci insegna che non ci sarà mai nessun altro con cui potremo confonderci, che nessuna unità mai sarà totale e possibile. L’unità è durata pochi mesi, i pochi del misterioso processo della nostra formazione, poi ci hanno chiamati in campo. E da allora, sulla sua parte di campo, ognuno di noi è solo, e deve giocare la sua partita.

C’è un giudice di sedia ed è seduto in alto. Non sempre siamo proprio sicuri che ci sia. Infatti il giudice di sedia dovrebbe essere giusto, equanime, imparziale. Ma non lo è: sbaglia, si corregge, finge di non vedere, talvolta davvero è cieco. E allora i giocatori si impuntano, lo chiamano giù, venga a vedere perbacco, venga...
Di fronte al giudice di sedia i giocatori hanno comportamenti diversi. Alcuni lo ricoprono di contumelie, altri gli si ribellano, molti piegano la testa anche di fronte alla ingiustizia più smaccata. Alcuni si arbitrano da soli.

C’è una palla. Più pesante, meno pesante, più lenta, più veloce.
Continuamente ce la tirano contro. Noi la respingiamo, facciamo corse pazzesche per prenderla e rimandarla dall’altra parte, ma la palla ci torna indietro, ci torna sempre indietro..
E’ vero che ogni tanto riusciamo ad assestarle un colpo così forte o così veloce o così preciso che la palla non ritorna e noi tiriamo il fiato. Ma per qualcun altro, di là dalla rete, la palla invece è ritornata.

C’è il punteggio. Il punteggio è complicato, forse astruso, ma i giocatori lo conoscono perfettamente. E con quel punteggio imparano a misurarsi.
Sei a zero. E’ la vergogna. Non succede tutti i giorni ma può succedere e basta questo per rendere il gioco pericoloso e crudele. Proprio come la vita. Anche la vita può rifilarci un sei a zero.

Continua.....

lunedì 1 settembre 2008

storia della felicità/dodici/John Stuart Mill e Max Weber: ti odio capitale


John Stuart Mill fu tirato su a pane e Bentham. Di conseguenza niente felicità trascendente per lui, ma democrazia e utilitarismo. Eppure una fede Mill la ebbe: proprio la fede nella felicità, nel "principio di utilità" tanto che ne fece, giovanissimo, lo scopo della sua attività intellettuale.

Su questa fede si abbattè come un'onda una depressione clinica, che egli combatté con un sistema assolutamente originale. Si crogiolò e impastoiò ben bene nelle più disperate, sconsolate e deprimenti poesie del romanticismo inglese: Coleridge e Wordsworth.
Un anno di questa cura e la depressione, inorridita, rinculò.
In realtà, e tornando seria, la poesia gli servì per coltivare la sua emotività, per metterlo in armonia con il lato sentimentale ed immaginativo del suo spirito.
Scoprì inoltre che è meglio essere un essere umano insoddisfatto che un maiale soddisfatto: "è meglio essere Socrate insoddisfatto che uno sciocco soddisfatto". (C'è poco Bentham in questo).
La felicità ha per Mill un presupposto: la libertà. E' la libertà che ci consente di progettare la nostra vita e di indirizzarla verso la felicità. Per questo scrive a sostegno della liberazione delle donne: essa comporterebbe un "indicibile aumento della felicità privata di metà dell'umanità, finalmente liberata." Grazie, dear.
Mill mette in guardia contro una pericolosa categoria di pensiero che attenta alla nostra felicità: il mercato. "Diffondiamo l'idea che il pericolo più serio, per le prospettive future dell'umanità sta nell'influenza non contrastata dello spirito commerciale..."
Ciò che davvero voleva contrastare era l'appiattimento su immagini di felicità eterodirette, capaci di rendere gli individui massa indistinta tesa solo ad aumentare la sua fortuna e a compiacersi dei propri beni.
C'era ancora spazio per combattere questa tendenza?
Quanti davvero avrebbero preferito, con lui, essere Socrate?

E' sorprendente quanti studiosi della felicità abbiano vissuto periodi, più o meno lunghi, di depressione clinica. Un altro è Max Weber.



L'America vista da Max Weber , che vi soggiornò nel 1904, era percorsa da una cultura pervasiva e ineluttabile: lo spirito del capitalismo. La previsione di Weber è lapidaria: qualunque cosa avesse tentato di opporsi "alla cultura del capitalismo sarebbe stato distrutto con forza irresistibile."

Ne "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo", come è noto, Weber individua l'origine di quest'ultimo nell'idea protestante che il lavoro è una missione divina e che il successo, rappresentato spesso dall'accumulazione di capitale, costituisce un segno del favore divino. La tendenza a rimandare il godimento dei beni, l'uso della parsimonia e l'operosità crea capitale.
Ma quando si godranno i frutti del proprio lavoro? L'etica protestante rimanda questo godimento ad un futuro indefinito, perché la felicità che il lavoro promette di guadagnare finisce con il coincidere con il lavoro e il sacrificio stesso; in questa concezione "un uomo esiste per il proprio lavoro e non viceversa", osserva, criticamente, Weber.
Egli intuisce anche che la continua produzione di beni, oggetti, macchine, comodità varie, che il lavoro indefesso consente, sta trasformando, se non addirittura sostituendo, il concetto di felicità.
Al termine della sua opera, lucidamente descrive la società del consumo che nasceva in quegli anni: "I beni materiali hanno acquisito un crescente e infine un inesorabile potere sulla vita degli uomini, come in nessun altro periodo della storia."
Eppure per Weber non sarà la legislazione sociale a darci la felicità. Essa pone solo le basi per un vivere senza angosce materiali. E la politica deve solo creare le condizioni di libertà che garantiscano a tutti il perseguimento della felicità.
Quello che può sollevare l'animo umano e fargli realizzare il suo vero scopo è "la sua responsabilità personale, la sua profonda dedizione alle cose più alte, ai valori spirituali e morali dell'umanità...". Non ci sono però ricette né scientifiche, né filosofiche, né sociali per il raggiungimento di questo scopo.

lunedì 14 luglio 2008

storia della felicità/undici/"Capitale" felicità in America




Siamo in America e Adam Smith, considerato il padre del capitalismo, nella sua opera "La ricchezza delle nazioni", constata che "l'aumento della fortuna è il mezzo che la maggior parte degli uomini auspica e desidera per migliorare la propria condizione."
Padre del capitalismo sì, ma perplesso, Smith sembra dubitare che la ricerca della ricchezza possa garantire una soddisfazione durevole.
Concordano con lui Jefferson e Franklin: la ricerca della ricchezza è un potente motore di crescita individuale e sociale, ma rispetto alla felicità appare insufficiente. Inoltre introduce un elemento di sfasatura tra la felicità privata e quella pubblica, che, in una società giusta, debbono potersi conciliare. Come ottenere questo fondamentale equilibrio?
Jefferson pensa, ottimisticamente, che l'educazione alla razionalità e all'autocontrollo frenerà gli appetiti individuali, facendo sì che la ricerca dei piaceri privati non entri in conflitto con il bene pubblico nel suo complesso.
Secondo Hannah Arendt invece, la fiduciosa intenzione di Jefferson muore prima ancora di nascere. Nella società capitalistica la ricerca dei due beni entra subito in conflitto e l'aspetto privato della ricerca della felicità relega in secondo piano l'aspetto pubblico.
Prevale "il diritto dei cittadini a perseguire i propri interessi personali e ad agire quindi secondo le regole dell'egoismo privato".
La storia degli USA sembra dare ragione ad Hanna.
Nonostante le buone intenzioni dei padri della patria americana, i neri, strappati con la violenza alla terra d'Africa, non facevano parte degli uomini "tutti creati uguali e dotati di inalienabili diritti". Costituivano anzi le palate di carbone da gettare nella locomotiva del progresso del paese.
Inoltre la promessa di felicità che l'America costituì per milioni di uomini e donne che la raggiunsero nel XIX e XX secolo, non fu mantenuta se non a prezzo di lotte e sofferenze.
Dal punto di vista di queste grandi masse di uomini e donne, la ricerca della felicità in America è la storia della ricerca di uguaglianza e libertà. Storia lunga, faticosa e appassionante.

In America, secondo Alexis de Toqueville, la ricerca della felicità ha un aspetto paradossale. Nel suo "La democrazia in America" egli osserva che "nessuno potrebbe lavorare più duramente (degli Americani) per essere felice" eppure essi conducono una vita di insoddisfazione.
Corrono tutta la vita dietro un nuovo bene che gli possa garantire la felicità per disfarsene a favore di un altro e poi di un altro. Così per tutta la vita.
Ciò nonostante, almeno a tratti, de Toqueville continua a nutrire fiducia in un "egoismo illuminato" che assista la società americana e, assieme allo spirito religioso, la convinca che "essere buono è nell'interesse di ciascuno".
Questi momenti di ottimismo lasciano però spazio ad una inquietudine che percorre l'ultima parte dell'opera di de Toqueville e che entra nel cuore del discorso sulla felicità.
Scrive Alexis:
"Sto cercando di immaginare sotto quale nuova forma il dispotismo potrebbe riapparire nel mondo. In primo luogo vedo una moltitudine di uomini, simili e uguali, che girano continuamente alla ricerca dei piccoli e banali piaceri con cui nutrono la propria anima. Ciascuno di loro chiuso in se stesso è quasi indifferente al destino degli altri. Al di sopra di uomini simili c'è un potere immenso, protettivo, unico responsabile della loro gioia e del loro destino. Questo potere è assoluto, attento ai dettagli, ordinato, previdente e gentile. [...] Gli fa piacere vedere che i cittadini si divertono, purché non pensino ad altro che a divertirsi. Lavora volentieri per la loro felicità, ma vuole essere l'unico agente e giudice di essa."
Il minimo che si possa dire di questo straordinario osservatore è che de Toqueville aveva una grande capacità di spingere il suo sguardo avanti nel tempo.

Le foto ritraggono, in senso orario, Adam Smith, Alexis de Toqueville, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson.
Qui sotto invece, Hanna Arendt.

Di Hanna Arendt si ricordano tante frasi famose, ma negli anni in cui insegnavo, io portavo sempre con me, incollato sul diario un suo pensiero: "L'insegnante, di fronte al fanciullo, è una specie di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, e la indica loro in ogni particolare, dicendo: ecco il nostro mondo. L'insegnante è responsabile del mondo che mostra."

sabato 28 giugno 2008

non scherziamo con il tempo

Mirari soleo cum video aliquos tempus petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur quasi nihil datur. Re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos, quia res incorporalis est, quia sub oculos non venit ideoque vilissima aestimatur, imno paene nullum eius pretium est.
L. A. Seneca: De brevitate vitae 8-1

Mi meraviglio sempre quando vedo alcuni chiedere ad altri il loro tempo, e quelli sono più che disposti a concederlo.
Nessuno dei due guarda al tempo in sé, ma solo al motivo per cui è stato richiesto: lo si chiede come fosse nulla e come nulla fosse lo si concede. Si scherza con la cosa più preziosa di tutte senza accorgersene, perché è immateriale e non cade sotto gli occhi; perciò se ne fa pochissimo conto, anzi non gli si dà alcun valore.

venerdì 20 giugno 2008

Storia della felicità/dieci/essere felici non è romantico

Il romanticismo più che un movimento consapevole di sé fu una diffusa sensibilità culturale e l’uomo romantico più che accomunato da visioni teoriche era unificato da un temperamento.
I romantici, dopo la fiammata della rivoluzione francese, tutta azione, tornano alla riflessione e riscoprono l’emotività e la sensibilità.
Essi ridanno fascino e appeal alla sofferenza. Il dolore, quello dell’animo, ritrova persino uno scopo: elevarsi sopra la superficialità e raggiungere fini più elevati. In questa posizione si sente il ricordo della vecchia cara “valle di lacrime” del cristianesimo, come viatico per il Paradiso.
Il romanticismo ama la sofferenza molto più che la felicità; considera l’illanguidire nella malinconia molto più chic che ridere nell’allegria; ha in Werther il suo mito e in Schopenhauer il suo pessimista più vertiginoso.
Ma i romantici, come i cristiani di secoli prima, hanno una fede ed una speranza: la Gioia. Questo è un termine ricorrente nei loro scritti.
Che cosa rappresenta esattamente la Gioia per i romantici?
Essa ha una notevole somiglianza con l’eterna forza spirituale che i cristiani chiamano Grazia. Con una differenza non da poco però: i romantici non parlano della Gioia come di una forza conferita da Dio. Essa è immanente, giace dentro di noi così come in grembo alla natura, non è concessa dall’alto, né mediata dalla chiesa.
Inoltre, se la gioia è una promessa, essa deve realizzarsi non in un altro mondo ma in questo.
Ed anche se la Gioia ci venisse incontro solo nel Paradiso, questo può essere anticipato artificialmente: vedi il rapporto di Thomas de Quincey con l’oppio o quello di Baudelaire con l’hashish.
L’altra freccia all’arco romantico è rappresentata dall’arte.
“Tutta l’arte è dedicata alla gioia -dice Schiller- e non c’è impresa più alta o più seria che rendere l’uomo felice”. Nasce così la sua ode alla gioia, “An die Freude”, che Beethoven metterà in musica imprimendogli uno slancio vitale possente.
Personalmente posso testimoniare che cantare, ma in tedesco! l’Inno alla Gioia di Beethoven, spalanca l’anima all’ottimismo e fornisce persino una frizzante energia fisica.

Friedrich von Schiller

mercoledì 18 giugno 2008

vizi capitali/cinque/superbia

Più o meno un anno fa iniziavo una mia piccola riflessione sui sette vizi capitali guidata dalla serie di sette piccoli libri della Raffaello Cortina Editore.
Dopo quattro puntate la lasciai in sospeso, distratta da altri temi.
Recentemente però, un commento in cui EnzoRasi mi definiva "altera" me lo ha fatto tornare in mente.
Lì per lì ho provato solo un moto di sorpresa e lungi dal considerarla un'offesa, o una critica, mi sono sventatamente crogiolata nell'idea che si trattasse addirittura di un complimento. Mi sono cioè immaginata come una di quelle donne di regale bellezza che con inscalfibile sicurezza di sé entrano in una sala e ottengono d'emblée un tributo di ammirato ossequio.
Non so, un po' l'effetto che produce Grace Kelly quando compare davanti a Cary Grant in abito di chiffon blù notte nel film Caccia al ladro.
A chi non piacerebbe vedersi come la protagonista di questa scena? Soprattutto se invece, nella vita reale, ci si sente tutt'altro che una Grace Kelly e si entra e si esce dalle sale spesso intruppando nella propria stessa fretta e precipitazione.
Successivamente però ho riflettuto su quella parola lasciata cadere lì e mi sono resa conto che una donna altera, con appena una punta in più di malevolenza, può anche essere definita superba. E la superbia lei, non mi piace. Né mi piace essere vista così, qualunque sia il film che si sta girando.
Mi è rimasta comunque la piccola curiosità di sapere se ero stata definita altera perché immaginata come Grace Kelly o perchè considerata come Capaneo.

Naturalmente so bene che altero e superbo non si equivalgono nella nostra lingua.
Una persona altera, a detta del Devoto-Oli, è "improntata a maestà, dignità, fierezza."
Tutte caratteristiche che ben possono attribuirsi alla Grace Kelly in chiffon blù notte.
Mentre un superbo è "assolutamente convinto della propria superiorità sugli altri (reale o presunta) e quindi abituato a trattarli con arroganza e disprezzo."
L'altero invece non ha alcun bisogno di trattare nessuno con arroganza né con disprezzo, perché gli altri si inchinano spontaneamente di fronte a lui, cui riconoscono appunto questa superiore "degnità".
Inoltre, una persona altera non è tale per effetto di un suo consapevole atteggiamento, per un suo concorso attivo, ma per lo sguardo che le viene tributato dagli altri. L'altero è innocente, il superbo no. Un superbo mette in scena un comportamento attivo, il superbo fa il superbo.
Come sempre sono affascinata dalla ricchezza della nostra lingua che scava così sottilmente nella realtà, procedendo a definirla, lembo per lembo.
Ma dopo questo autocompiacimento di parlante, per prossimità analogica, mi sono ricordata di aver tralasciato di parlare della superbia, il vizio capitale e sono tornata ai miei piccoli libri.

Di superbia si occupa Michael Eric Dyson, un pastore battista della Pennsylvania: è uno degli intellettuali neri più accreditati negli USA e si occupa di critica sociale.


All'inizio Dyson ci fa una brevissima storia della superbia.
Dai greci fu condannata senza remissione, come il più grande dei vizi; così la giudicano Omero, Tucidide, Erodoto, Eschilo, Platone: la Ηyβρις distrugge tutte le altre virtù che garantiscono il vivere civile.
Solo Aristotele, non a caso un bel po' immodesto e aristocraticamente superbiotto, considera la superbia un "ornamento delle virtù": colui che si ritiene degno di grandi cose, essendone davvero degno, per Aristotele merita ciò che rivendica, è giustamente superbo.

Per il cristianesimo la superbia fu il peccato capitale per eccellenza. Da Gregorio Magno ad Agostino a Tommaso d'Aquino, non ci sono voci discordanti.
Dopo i padri della chiesa anche i filosofi e i poeti vedono nella superbia il più grave di tutti i peccati. Così Alexander Pope, Jonathan Swift, David Hume, Baruch Spinoza.

Essendo un pastore Dyson si interessa alla superbia espressa nella fede.
Il fedele superbo perde "un sano scetticismo circa la propria religione, e il tormentoso interrogarsi che una fede autentica genera."
"L'orgoglio della propria religione, della maniera in cui qualcuno interpreta e si pone al servizio di Dio, è un'aberrazione della fede".
Qui Dyson spende qualche parola di stima, orgoglioso ma non superbo, per la Chiesa Battista, cui appartiene, da cui ha imparato che "dobbiamo rispondere non solo a Dio, ma anche agli altri esseri umani".
Alla scuola della Chiesa Battista Dyson ha imparato anche ad impadronirsi della versione positiva della superbia: l'orgoglio.
(Io ho letto il libro in traduzione italiana -di Alessandro Serra- e non so quale termine Dyson usi nella sua lingua per esprimere la differenza di concetto. Tranne nel capitolo tre in cui, a proposito dell'orgoglio dei bianchi, lo chiama appunto "hubris", cioè la Hybris greca.)
La sua attenzione si rivolge all'orgoglio etnico, quel sentimento legato all'appartenenza ad un gruppo con alle spalle una storia.
Analizza molto bene il meccanismo per mezzo del quale si è imposto l'orgoglio bianco, che fa riferimento ai bianchi come alla universalità umana e mostra come negli USA questo orgoglio razziale si sia mascherato, di volta in volta, da orgoglio civico, orgoglio americano, orgoglio individuale. Questo orgoglio bianco ha compresso l'orgoglio nero, umiliato già dal tragico incontro storico con i bianchi, determinando una mancanza profonda di autostima da parte dei neri.
I neri, ci dice Dyson, si lasciano "penosamente sedurre dal fascino del disprezzo verso se stessi... Per i neri "l'acqua bianca è più bagnata".
Dyson appassionatamente si rivolge ai neri afro-americani perché ricordino la lezione di Martin Luther King: "Dobbiamo levarci in piedi e dire: Sono nero e sono bello..." (I have a dream).
I neri debbono apprendere il "giusto orgoglio" di se stessi, "della propria carne e della propria mente", schivando le trappole che l'orgoglio bianco continuamente tende loro e liberandosi dalla "fascinazione del colore chiaro" che percorre le elites nere degli USA.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro in cui Dyson, parlando dell'orgoglio bianco come "superbia" identitaria affronta il dibattito sulla identità americana. Prima dell'11 settembre del 2001 questa identità era vista come fluida, comprendente diverse lingue, o etnie, o religioni; facente perno, secondo l'area, su maggioranze diverse, sicché gruppi minoritari in alcune aree del paese potevano invece contribuire a costituire la maggioranza "americana" in altre.
Dopo l'11 settembre del 2001 "si stabilì un profilo rigido e preciso di chi e di che cosa fosse veramente americano. E questo concetto lasciò poco spazio al dissenso o alla contestazione."
L'accentuata rigidità nello stabilire il "noi" portò alla identificazione di un più vasto "loro". La paura porta ad un restringimento dei canoni identitari e ad alla demonizzazione di un "loro" sempre più ampio.
Attraverso questo meccanismo l'orgoglio nazionale, legittimo, diviene inevitabilmente superbia. Questo è il rischio per gli Usa, dice Dyson. (Per me è molto più che un rischio e l'11 settembre ha solo aggravato una situazione di scarsa consapevolezza del profilo della politica estera del proprio paese da parte dei cittadini degli Stati uniti d' America.)
In questi giorni dice Dyson sono ancora validi gli ammonimenti che il teologo cristiano Reinhold Niebuhr rivolse alla nazione americana nel 1950, durante la guerra di Corea, quando Mac Arthur voleva bombardare la Manciuria:
"Le grandi nazioni sono troppo forti per essere distrutte dai loro nemici. Ma possono essere facilmente sconfitte dalla loro stessa superbia."

lunedì 19 maggio 2008

Storia della felicità /nove/felici per legge?

Personalmente mi ha sempre colpito l’idea di “diritto alla felicità” inserito in Costituzioni, Carte dei Diritti, Preamboli a testi giuridici, Dichiarazioni solenni, ecc.
Non che non veda da quali esigenze nasca, ma, ciò non ostante, mi strappa sempre un sorriso.
Quanto invece questo tema venga preso sul serio dalla riflessione generale lo dimostra anche il Convegno tenutosi proprio lo scorso fine settimana a Cava dei Tirreni e organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Il Diritto dell’Uomo alla ricerca della felicità”.
Inoltre è uscito da poco un libro “Il diritto alla felicità” di Antonio Trampus Editore Laterza, Bari.

Posso mettere una piccola chiosa? Ci sarà prima o poi la più grande rivoluzione linguistica di tutti i tempi, quella che sostituirà come definizione dell’umanità tutta, l’espressione “uomo” con “persona umana”? Fine della chiosa.


4 luglio 1776 – America: la Dichiarazione di indipendenza proclama “il diritto al perseguimento della felicità”.

1789 Francia: la Dichiarazione dei diritti parla di “felicità di tutti”

1793 Francia la Costituzione Giacobina propone, la «felicità comune» come «fine della società».
La diversa formulazione sottolinea un «bene pubblico», stabilito dallo Stato che si fa promotore, autoritario, di una rivoluzione morale.

1946- La Costituzione Giapponese proclama il “diritto alla felicità”.

Sulla differenza sostanziale tra felicità di tutti o felicità comune, e quindi tra libertà e felicità, Immanuel Kant ha detto qualche cosa di definitivo.

“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)”.

Per Kant (1724-1804) l’azione politica non può fissare un’idea di felicità e da questa farsi indirizzare, perché produrrebbe paternalismo e dispotismo. L’autorità politica non ha diritto di intervenire sulle scelte, legittime, degli individui. (1793-Sul detto comune)

Più in generale, in merito alla felicità, la posizione di Kant contiene insieme severità e incoraggiamento.
Per Kant la felicità non rientra nei piani della natura.
C’è una scelta morale da operare, o meglio una priorità da stabilire. Prima viene la virtù. Ma la virtù a volte è dolorosa. E succede che coloro che vivono la condizione di felicità (detto nel senso che aveva la parola nel 700, di soddisfazioni dei desideri, e piacere) siano privi di virtù, operino nel male, siano cattivi.
La ragione ci dice che dobbiamo sviluppare una volontà buona che non nuoccia agli altri né alla nostra virtù, ma non ci assicura che sia compatibile con la felicità.
Possiamo però sperare che, una volta resici ”meritevoli di felicità” questa sia attingibile in un futuro( che Kant non definisce).
La lezione è semplicemente... kantiana e Kant o lo si ama o.... lo si ama.

Storia della felicità/otto/ nell’epoca degli illuminismi si parla con voci diverse

De Sade (1740-1814)
“Rinuncia all’idea di un altro mondo; non c’è. Ma non rinunciare al piacere di essere felice e di procurarti la felicità in questo.”
“Nessuna voce, se non quella delle passioni, può condurvi alla felicità."


Jean Francois de Beauvoir marchese di Chastelloux (1734-1788)
“Qualsiasi autorità che non sia esercitata per la felicità di tutti può essere solo fondata sull’impostura e sulla forza”.




Jeremy Bentham (1748-1832) (commento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che prevede il diritto alla felicità ): “Semplici stupidaggini, stupidaggini retoriche, stupidaggini sui trampoli”.
Questa espressione "STUPIDAGGINI SUI TRAMPOLI" è SEMPLICEMENTE MERAVIGLIOSA.



Giacomo Girolamo Casanova (1725-1798)
“Coloro che affermano che la vita è solo una combinazione di disgrazie intendono che la vita stessa è una disgrazia. Essendo una disgrazia la morte è dunque una felicità. Tali persone non scrivono in buona salute, con la borsa piena di denaro e l’anima soddisfatta per aver tenuto tra le braccia le Cecilie e le Marine, sicuri che ve ne saranno altre in futuro. Questi uomini appartengono a una razza di pessimisti...che può essere esistita solo tra filosofi spelacchiati e teologi farabutti o atrobiliari.Se il piacere esiste e possiamo goderlo nella vita, allora la vita è la felicità. Ci sono delle disgrazie, naturalmente, e io sono il primo a saperlo. Ma l’esistenza stessa di queste disgrazie dimostra che la somma totale della felicità è maggiore.”



Jean Jaques Rousseau (1712-1778) “Si deve essere felici. Questo è lo scopo di ogni essere senziente; questo è il primo desiderio che la natura ha impresso su di noi, l’unico che non ci abbandona mai.”
“La felicità non è il piacere.”
“La felicità è una condizione duratura che non sembra essere fatta per l’uomo in questo mondo. Tutto, qui sulla terra, è preda di un flusso continuo che non permette a nulla di assumere una forma costante. Tutte le cose cambiano intorno a noi, noi stessi cambiamo e nessuno può essere sicuro di amare domani ciò che ama oggi. Tutti i nostri progetti di felicità in questa vita sono perciò vacui sogni.”

Jean Jaques Rousseau merita qualche riga in più, per almeno due ragioni.
1-Egli muove una critica al progresso che si rivelerà anticipatrice delle riflessioni del Novecento.
Rousseau sostiene che la civiltà moderna (la modernità della sua epoca!) è una civiltà innaturale, che separa l’uomo dai suoi desideri e bisogni più naturali.
La capacità dell’uomo di “autoperfezionarsi” provoca una inquietudine continua, nuovi desideri e nuove insoddisfazioni.

“Il progresso delle scienze e delle arti non ha aggiunto niente alla nostra genuina felicità.”

“Quanto più l’uomo è rimasto vicino alla sua condizione naturale, tanto minore è la differenza tra le sue facoltà e i suoi desideri, e di conseguenza tanto meno si è allontanato dall’essere felice.”

2-Per Rousseau è l’associazione politica che può aiutare l’uomo a ricostituirsi una felicità dopo aver perso quella primitiva, naturale.
A questo serve il Contratto sociale. A forgiare un uomo nuovo senza egoismo e amour propre, sostituendo “un’uguaglianza morale e giuridica a qualsiasi disuguaglianza fisica la natura possa aver imposto agli uomini.”
La ”volontà generale” sarà virtuosa e farà gli uomini felici.
Il povero Rousseau è stato abbastanza strapazzato come responsabile di tutti gli esperimenti di ingegneria sociale condotti dopo di lui e di tutte le loro tragiche conseguenze. Non sono una rousseauologa, ma ricordo bene che egli ha anche scritto:

“NESSUN GOVERNO PUO COSTRINGERE I CITTADINI A VIVERE FELICI; IL MIGLIORE E’ QUELLO CHE LI PONE NELLA CONDIZIONE DI ESSERE FELICI SE SONO RAGIONEVOLI.”
da Scritti politici UTET Torino 1970

Io lo mando assolto.

sabato 10 maggio 2008

sabato inquieto



"Finché si è inquieti, si può stare tranquilli"
Julien Green


Chiuso tra la sua omosessualità e il suo cattolicesimo, Julien Green non conobbe altro che inquietudine. Ne fanno fede i suoi diari (solo sfogliati, per carità, si tratta di qualche migliaio di pagine!)
E dai suoi diari viene questa citazione. Nel testo aveva a che fare con il dissidio tra il Bene e il Male, ma io penso che il suo senso possa estendersi in molte direzioni.
Buon sabato a tutti voi: che siate inquieti quel tanto che basta.

mercoledì 16 aprile 2008

Storia della felicità/sette/il secolo XVIII

Quale giorno migliore di questo per pensare alla felicità?


Voltaire, quando ancora sorrideva.



Se sul finire del XVII secolo Locke e Hobbes hanno chiamato, il secolo dei Lumi risponde. Lo percorre infatti, in lungo e in largo, l’aspirazione alla felicità terrena.
È un abate (Pestré) a pronunciare la parola scandalosa: diritto alla felicità. Lo farà compilando appunto la voce "Felicità" dell'Enciclopedia di Denis Diderot.
Ma come attuare questo diritto? Nessuno scrittorte del secolo si sottrarrà a questa domanda e sul tavolo della produzione letteraria si rovesciano opere ed opere di ogni natura e consistenza, trattati, saggi, epistole, discorsi, tutte alla caccia della felicità.

Naturalmente una impennata di così grande favore e fiducia nella possibilità della felicità terrena ha origini diverse. Non solo le precedenti riflessioni di Locke e Hobbes, ma cause molto materiali: l’ascesa degli stati-nazione capaci di mantenere ordine e sicurezza nella società; i progressi nella produttività agricola; l’ espansione del commercio; il tasso di mortalità decrescente, (migliore alimentazione degli animali, maggior consumo di carne, più proteine); la coltivazione di nuove terre e la diffusione di nuove colture(mais, patata, caffè brasiliano, zucchero delle Indie Occidentali, tabacco della Virginia).
L’aspirazione alla felicità può farsi sentire perché le energie di uomini e donne non sono più tutte concentrate nello sforzo di mantenersi vivi.
Diminuiscono carestie ed epidemie, e se nel XVII secolo un terzo della popolazione europea aveva trovato la morte per fame, guerra, malattie, i tre fantasmi cominciano ad impallidire. Solo nell’ultimo decennio del secolo i conti, inevitabilmente, si riequilibreranno.

L’illuminismo (o gli illuminismi) dal canto suo gioca un ruolo importante.
Appoggiandosi alla scienza fisica di Newton e a quella della natura umana di Locke, gli illuministi diffondono l’immagine di un universo armonioso, governato da leggi comprensibili.
Al centro di questo mondo troneggiano gli esseri umani, privi di peccato originale, capaci con le loro forze e la loro libera ricerca di migliorare la propria condizione terrena.
La felicità che si persegue non è più solo individuale, è ad intere società e addirittura all’umanità tutta che gli illuministi vogliono recare felicità.
Questo quadro "felice", non inganniamoci, è relativo: tra il dire e il fare...ci sono i privilegi, le classi, lo sfruttamento, le ineguaglianze.
Gli squilibri violenti porteranno alla grande fiammata della Rivoluzione Francese.

Una grossa scossa alla fiducia del secolo nella possibilità di una vita felice sarà quella tremenda che distrugge Lisbona nel 1755. Terremoto, seguito da tsunami, da incendi, da epidemie.
E Voltaire rimette tutto in discussione.
Ma se il terremoto di Lisbona sconvolge così a fondo la fiducia di Voltaire è perché la sensazione che la vita potesse essere buona aveva ormai conquistato ampi territori culturali. Il grande illuminista riesaminò le sue affermazioni circa la naturale armonia dell’universo e compì un giro di 180 gradi. Al termine scrisse il suo capolavoro, Candide, in cui sarcasticamente deride la sua stessa pretesa che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Ma, una volta seminata, l’illusione della felicità non poteva più essere strappata agli umani. Almeno non a quegli umani infiammabili e determinati che sono i Francesi.
Aux armes citoyennes....


Jean-Pierre Houel- Prise de la Bastille.

giovedì 3 aprile 2008

storia della felicità/sei/Lutero, Calvino, Locke ed Hobbes


Martin Lutero
Non entrerò nel dibattito storico sul tono dell’umore di Lutero. Non so se sia stato o no affetto da disturbo bipolare. Mi attengo a quello che lui disse di sé. Dall’infanzia in poi “ho sofferto di tristitia ricorrente”, alternata a periodi di “coraggiosa ricerca della gioia”.
Qualunque sia la diagnosi corretta, il suo umore sembra aver influenzato il suo pensiero sulla felicità. Esso muove, infatti, in due direzioni. Vira in un certo momento ma conserva di fondo un dissidio, che a me sembra interno alla sua personalità.

Da un lato “il mondo è male e questa vita piena di infelicità”, e gli uomini e le donne “sono bestie selvagge”.
(E il povero Lutero cerca di correggere questa sua natura bestiale con terribili pratiche ascetiche, che prevedono digiuni, autoflagellazione, preghiera estenuante e penitenze varie.)
E' il peccato che rende gli uomini infelici, è Satana il grande infelicitatore dell'umanità.
“Un cristiano dovrebbe essere allegro, ma il diavolo gli defeca addosso.”
D’altra parte, in origine, Dio non ci ha fatti per soffrire. Ha collocato l’uomo nell’Eden, no?
Come uscire da questa contraddizione tra una vita “piena di infelicità” e “il dover essere allegro?”

Lutero la compone, riflettendo, in una famosa notte di meditazione, sul Cap. 1, Versetto 17 delle Lettere di San Paolo ai Romani, in cui compare questa frase che gli parve illuminante: “Il giusto vive mediante la fede.
Dunque è grazie alla fede che l’uomo può vivere come giusto.
Noi siamo cioè “giustificati”, resi giusti, grazie alla sola fede. La fede impedirà a Satana di "defecarci addosso".
La fede, per altro, è un dono di Dio.
Da cui la dottrina delle predestinazione, che, in effetti, non sembra molto incoraggiante per gli umani.
È vero che la fede giunge a salvare l’uomo dalla sua bestialità e dagli attacchi di Satana, ma la fede data da Dio è a numero chiuso. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

Lutero però, effettua un tipo di rivoluzione che, tra i grandi meriti che ha, interviene anche a mitigare lo sprezzo per la vita umana.
Se la Scrittura è l’unica fonte della verità, se la gerarchia ecclesiastica non è più la sola deputata a leggere la parola di Dio, c’è una rivalutazione di ogni uomo e di ogni donna e la vita ordinaria ne viene come “santificata” (Charles Taylor).
Così Lutero riabilita la quotidianeità, i legami familiari, la semplice operosità.
Si sposa con una ex suora, ha sei figli e ridà dignità al matrimonio, all’amore per la propria moglie, al lavoro per sostenere la famiglia: tutto diviene “Frutto dello Spirito”.
Quanto alle afflizioni della vita, sì effettivamente non sono piacevoli, ma basta con il rivoltolarcisi dentro, alla maniera del cristianesimo ufficiale -e qui Lutero spezza la catena della “sofferenza come merito”- piuttosto facciamo del nostro meglio per portare con gioia la nostra croce.
Francamente a me questa pretesa di farci gioiosamente soffrire, sembra piuttosto irritante.
Inoltre trovo che la differenza tra "soffri che questo porterà i suoi frutti nell'altro mondo" e "se devi soffrire fallo con gioia perché Dio ci vuole allegri", non sia di quelle che ti cambiano la vita.

Di Calvino non dirò niente. Dopo aver letto che noi umani siamo “orde pullulanti di infamia” non mi sento di addentrarmi ulteriormente nelle sue tenebrose vicinanze.

Giovanni Calvino


Mi concedo invece una boccata d’aria con John Locke e Thomas Hobbes.
Gli Inglesi del XVII secolo, malgrado guerre e rivoluzioni, o forse proprio a causa di queste, si pongono la domanda cruciale: Ma perché il Paradiso deve essere solo nell’al di là? Non potremmo crearci un piccolo Paradiso anche qui sulla terra?.

Gerry Winsanley, pronuncia in proposito due parole “rivoluzionarie”:
“Mentre gli uomini guardano il cielo, immaginando una felicità o temendo l’inferno dopo la morte, i loro occhi sono distratti e non vedono i loro diritti di nascita e ciò che è loro dovere fare qui sulla terra, mentre sono vivi.”
Diritti di nascita. Tenere a mente.

John Locke
Locke raccoglie il messaggio.
Nel Saggio sull’intelletto umano (1689) con la famosa tabula rasa Locke fa piazza pulita non solo delle idee innate, ma anche del peccato originale!
Il male è presente nella nostra vita sotto forma di Disagio, concetto che per Locke include i “mali del corpo e l’inquietudine della mente”.
Noi desideriamo essere liberati dal disagio, ci sentiamo spinti verso la Felicità.
Ed essa coincide con l’eliminazione del Disagio, sia corporeo che mentale.
Siamo pericolosamente vicini ad Epicuro.

D’altra parte però Dio ci chiede di usare la nostra ragione e la nostra libertà per riconoscere il vero piacere e il vero dolore. Locke, a questo proposito, si dimostra molto pragmatico.
“...la virtù è di gran lunga l’affare migliore”, perché l’alternativa è la Infelicità infinita dopo la vita.
Ma, se il piacere di un uomo è il dolore di un altro, quale è la via da seguire?
Qui Locke vacilla e arretra. Non se la sente di affermare che molte e diverse possono essere le direzioni verso la felicità umana. Per timore di sfilare il tappeto del Giudizio Universale, sotto i piedi della moralità, resta fedele al principio che la via è una sola, quella, virtuosa, verso il Paradiso dell’al di là...


Thomas Hobbes
Hobbes invece, non si fa di questi scrupoli.
Egli dichiara piattamente che non c’è “niente semplicemente e assolutamente buono o cattivo”, ma solo quello che, di volta in volta, desideriamo o detestiamo.
E la Felicità non è uno stato conquistabile una volta per tutte sotto forma di un animo quieto, una mente tranquilla e appagata. “...il Finis Ultimus, il Summum Bonum di cui si parla nei libri degli antichi filosofi morali, non esistono”.
“...la vita non è che movimento e non può essere mai senza desiderio, né senza timore, né senza senso”.

I due erano in contatto ed è possibile che la radicalità di Hobbes si sia riverberata sul pensiero di Locke. Che afferma: “probabilmente non saremo mai liberi [dal Disagio] in questo Mondo.” Infatti, appena colmiamo uno stato di disagio, rispondendo al nostro desiderio, subito ce ne sorge uno nuovo.
Fin qui Locke non sembra offrire una grande consolazione ai suoi contemporanei, cui restano solo piccole fugaci sortite dallo stato di Disagio.
Ma Locke, la sua rivoluzione l'ha già compiuta.
Infatti l’idea che noi non siamo al traino di Dio verso la felicità, che non è la grazia elargita a renderci felici, ma noi stessi, imprime negli animi uno slancio ed una speranza nuovi.
Nel suo trattato sull’educazione Locke afferma: “La felicità o l’infelicità degli uomini è per lo più opera loro”.
“Il compito dell’uomo è di essere felice in questo mondo godendo delle cose della natura che servono alla vita, alla salute, al benessere e al piacere, e confortandosi con la speranza di un’altra vita quando questa finirà”. L’altra vita dunque smette di essere il riferimento ossessivo di ogni azione dell’uomo e diviene un pensiero confortevole.
Ma Locke aggiunge qualche altra cosa ancora più importante: non solo dobbiamo fare del nostro meglio per procurarci la felicità, ma dobbiamo essere liberi di farlo.
Nessuno, in materia di felicità, ha il diritto di predisporla per noi. Il paternalismo degli Imperatori filosofi, per la prima volta, viene sradicato. (Purtroppo non per sempre, come gli stati etici dimostrano).
Ognuno è libero di disegnare il suo percorso verso la felicità e, finché non fa del male agli altri, deve essere lasciato libero di seguirlo.
Stato, Governo, leggi, come non debbono imporre la fede, non debbono legiferare in materia di felicità.
Gli individui debbono essere liberi; risponderanno dei passi che compiono verso la loro felicità direttamente a Dio e alla propria coscienza.
Ne discende un interessante corollario.
Se la felicità umana è prevista dalle leggi della natura e dall’ordine della creazione, se la natura stessa la mette potenzialmente a nostra disposizione, ogni governo che impedisca il suo raggiungimento non governa secondo le leggi naturali.
Questa piccola idea sarà foriera di qualche rivoluzione.
Ma ce n’è un’altra che circola in Europa in quegli anni: se questa benedetta felicità è una condizione naturale perchè non la si può ottenere interamente con mezzi umani, senza alcuna guida divina?


Posso fare una piccola osservazione personale, non esegetica, ma così di tipo estetico? Tanto di cappello a John Locke, ma l'uomo Thomas Hobbes mi piace di più.
Ha i capelli un po' stoppacciosi e disidratati, ma che sguardo!