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giovedì 18 marzo 2010

Visible Différence


Per la prima volta dopo due anni dalla morte di mia madre metto mano ai libri presi nella casa dei miei genitori. Li ho divisi con le sorelle in modo casuale. Molti appartengono alla famosa collana la Medusa di Mondadori e tra questi trovo molti autori italiani: Chiara, Pratolini, Giorgio Saviane,Tomizza, Tobino, Berto. Scelgo un libro di Tobino che non conoscevo: La brace dei Biassoli. Nella scelta influisce il mio amore per Tobino ma anche quella parola "brace" e il quadro raffigurato sulla copertina. È La gare St. Lazàre di Manet, quadro famosissimo.Victorine Meurent, modella e pittrice lei stessa, è seduta contro la cancellata della stazione, ha un minuscolo cagnolino addormentato in grembo; indossa un abito blu chiuso da bottoni chiari e sulla massa di capelli rossi che si sciolgono sulle spalle porta un alto cappello ornato di fiori. Alza lo sguardo dal libro che tiene aperto tra le mani e ci guarda dritto negli occhi proprio come ci guarda in quell'altro quadro famosissimo, mentre è tutta nuda sulla dormeuse di Olympia. Chissà perché è stato scelto proprio questo quadro per accompagnare il libro. E chissà se questo apparteneva a mia madre o a mio padre. Stranamente sulla prima pagina non c'è nessuna scritta. Manca la Al slanciata e definitiva di mio padre e la L scolpita di mia madre con cui quei due segnavano i propri territori libreschi come ogni altro territorio. Ma è il libro stesso a dirmi che apparteneva a mia madre: si apre spontaneamente alla pagina 101 per effetto di un segnalibro corposo. È un foglietto rosa stretto e lungo piegato più volte ad organetto, uno di quei foglietti esplicativi che accompagnano i prodotti di bellezza. Elizabeth Arden-Visible Différence, c'è scritto. E io rivedo il vasetto bianco sul comò di mia madre. E rivedo lei mentre prende la crema rosata sulla punta delle dita e la stende attenta e veloce sul viso. Poi si accosta allo specchio e si guarda, seria e compiaciuta. Ne aveva motivo, mia madre.
Mia madre era una donna molto bella che ha dimenticato di fare bella anche me, ma, cosa molto più grave, ha dimenticato di godersi la sua bellezza. Semplicemente non poteva accettare che la bellezza che si accompagna al corpo è buttata via se il corpo non ne riceve gioia. Qualcuno le aveva fatto credere che la bellezza forse un'arma da rivolgere contro le altre donne e non un dono che la vita le aveva fatto perché lei ne ricavasse piacere. Quando è morta aveva novantuno anni ed era ancora bella. Mi capita di pensare che, forse, se avesse dedicato quella bellezza a qualche amante sarebbe stata una madre diversa. Chissà.
La pagina dove sembra essersi arrestata la lettura di mia madre inizia così: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi". Forse mia madre ha interrotto qui la sua lettura perché distolta da una delle mille attività su cui dispiegava le sue inesauribili energie o forse quelle due righe iniziali le sono spiaciute. Il libro è del 1977. Allora mia madre aveva 63 anni ma capelli bianchi il nero assoluto della sua testa altera non ne ospitava. E la parola ritirarsi non faceva parte del suo vocabolario.
Dispiego il foglietto rosa, minutamente scritto in quattro lingue. Vi si illustra l'effetto penetrante della crema, che "idrata e rivitalizza, protegge e ammorbidisce la pelle". E penso alla pelle di mia madre. Quella dei suoi ultimi anni, fragile, trasparente, leggera come carta velina. E quella liscia e luminosa che l'ha irradiata in tutti i giorni della sua vita. Penso al contatto con la sua fronte fredda e irrigidita mentre riposava composta nel suo letto di morte e a quello bruciante della sua mano nello schiaffo. La pelle di una madre è molte cose, mi dico.
Rimetto il foglietto al suo posto e resto incerta, sospesa tra due pensieri: iniziare regolarmente il libro dalla prima pagina o proseguire la lettura da dove mia madre l'ha interrotta. Qualche cosa nelle pagine già lette da mia madre mi impaurisce. Eppure, che cosa posso trovarvi? Mia madre non usava sottolineare i libri e gli sguardi non lasciano segni. Ma ugualmente l'idea di leggere il libro attraverso gli occhi di mia madre per qualche ragione non mi va, come mai mi è piaciuto ripercorrere la sua via. Anche se poi in fondo è proprio quello che ho fatto. Ci sono battaglie che combattiamo fin da giovani e per tutta la vita e per vincere le quali solo in età avanzata troviamo la forza. Quando ormai le battaglie sono perse.
Allontano malinconie e pensieri e comincio a leggere da quella frase: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi" senza più interrompermi fino al termine del libro. Sono in tutto una cinquantina di pagine in cui Tobino racconta le ultime due settimane di vita di sua madre, ritiratasi a morire nella casa della sua infanzia, tra i ritratti dei Biassoli, la sua famiglia di origine, la più importante e rispettata del paese.Tobino passa le notti su un letto accanto a quello della madre, di giorno vi si accomoda per parlare con lei, poi si alza e guarda la Magra che "si spiega dai plumbei monti"; i suoi pensieri per la madre sono accompagnati dal murmure del faticoso respiro di lei ma anche dalle voci di quei personaggi favolosi, di cui si intuiscono l'orgoglio, la dissennatezza, l'eccentricità e "le virtù feroci." Ma a quei Biassoli la madre appartiene fino in fondo, ad essi si è ricollegata nella scelta di morire in quella casa, in quella stanza che era stata la sua di fanciulla e che aveva lasciato il giorno delle nozze. E i Biassoli muoiono con lei, l'ultima vivente di quella famiglia, decaduta per l'errore fatale e disonorevole di un fratello, Alfeo, scomparso giovanissimo. I suoi morti rivivono nei pensieri e nelle parole della donna che soffre di sapere "che con lei i Biassoli definitivamente sarebbero finiti, con la sua morte qualcosa in lei, dentro di lei invincibile, si sarebbe incenerito, le immagini di tutti i suoi, che così violente vivevano nella sua morte, non sarebbero più state."
È questo dunque il senso di quella parola "brace" che mi ha portata a questo libro, penso. La brace dei ricordi che sfumano, dei nomi che non tornano più a mente, delle curiosità cui nessuno potrà più dare risposta, dei volti che nelle vecchie foto scolorano o diventano anonimi. Tutte le famiglie hanno le loro braci, che si raffreddano nei camini del tempo e della dimenticanza. Non ho un senso così forte della famiglia, della schiatta, dell'appartenenza da poter davvero sentire l'altra perdita che fa soffrire la madre di Tobino- la fine del nome di famiglia che cessa con lei- ma conosco invece la tenerezza addolorata per lo sbiadire delle esistenze che furono, per le vite che cadono di dosso ai corpi quando questi si sbriciolano nella morte, per l'onda della dimenticanza che copre la fatica di vivere di ognuno di noi. Chi prima chi poi, ognuno destinato ad appiattirsi nel mormorio sempre più flebile dei secoli. È la perdita dei pensieri, dei sentimenti, delle speranze, dei dolori, la perdita delle individualità riassorbite in un tutto indistinto che non so scrivere con la maiuscola. Altri lo cantino. Io appartengo piuttosto a coloro che lo accettano come accettano tutte le leggi fisiche ma che gli oppongono la necessità del tener traccia e di trasmetterla; per prolungare, forse solo di una generazione, il ricordo di coloro che con il sangue ci hanno dato la vita e con essa le piccole idiosincrasie o le patologie dolorose, i talenti e le caratterialità, hanno cioè formato parti di noi, quelle parti su cui noi stessi abbiamo poi lavorato, nell'incrocio degli eventi e degli incontri della nostra vita, per trovare il nostro profilo più vero, la nostra voce più autentica. Per riconoscerci individui nuovi ma allacciati a quei rami antichi.
Il libro ha una fine insospettata che capovolge la perdita in ritrovamento, ma non ve la racconterò, nel caso voleste leggerlo. Lo finisco rapidamente ma non lo poso. Lo sfoglio ancora. Quel fogliettino rosa che torno a guardare, assume ora per me un nuovo significato.Visible Différence, Differenza Visibile. Penso alle differenze tra me e mia madre, alla costante incompatibilità che così tanto l'offendeva, affronto imperdonabile, meritevole di disamore. Penso anche ai suoi gesti che talvolta riaffiorano in me, a quanto mi indispettiva una volta scoprire queste sue tracce in me. Ma non si fruga nelle braci per scegliere e scartare, si raccolgono tutte, non è possibile fare diversamente. Perché sono particelle minute, inestricabili l'una dall'altra. Sì, la radicalità della nostra differenza era visibile, mia madre ed io lo sapevamo entrambe. Lei deve averla riconosciuta subito in me. Io l'ho sentita da piccolissima. E non era riconciliabile. Per questo intorno a noi, quasi spaventati dalla nostra spinta repulsiva, tutti si affrettavano sempre a sottolineare le piccole somiglianze, a enfatizzarle, a metterle in primo piano. Dovevano occultare la Visible Différence, sfumarla, impedirle di deflagrare. Oggi dei tratti che mi accomunano a mia madre sorrido: alcuni sono piacevoli, mi fanno contenta, altri, che avrei preferito non avere, li sento ormai miei, integrati nella mia individualità e non li combatto più. Perché so di aver salvato quella Visible Différence che pure tanta sofferenza mi ha procurato. E quando le sue conseguenze si fanno ancora sentire -a così tanta distanza di tempo!- riesco lo stesso e ancora a sentirmene contenta, perché la bambina testarda e tenace che sono stata ha sempre voluto conservarla e, anche se fin quasi a soccombere, è riuscita a difenderla. Non sono tanto i fatti, una loro vistosa discontinuità, che ci allontanano da un modello che la nostra intima natura rifiuta, ma la conservazione del nucleo più profondo della nostra sostanza umana. Se non ho saputo radicalmente fare altra la mia vita rispetto a quella di mia madre, pure non ho mai aderito intimamente al suo ordine. È la continuità con il nostro io più profondo, la fedeltà alla sua voce più autentica che vanno salvaguardate. La Visible Différence. E questa non è andata persa. Io posso ritrovare ad ogni momento in me quella voce di bambina che diceva io sentendosi altra, sentendosi se stessa, assaporando la dolorosa ma inebriante visibile differenza.
Questo pensiero scaccia via la sciocca paura di leggere da capo il libro, lo sguardo sullo sguardo di mia madre. Leggere da qui non significherà rimodellarsi su un pensiero che non è mio, -era questa la paura inconscia- come se l'imperativo antico ancora potesse risuonare dentro di me e costringermi alla vecchia battaglia. Riprendo dunque il libro dall'inizio. Mi resta ancora da scoprire perché La gare Saint Lazare sia stato scelto per la prima di copertina. Osservo ancora il quadro. La donna e la bambina sono una madre e una figlia, questo è chiaro. Quella madre che legge è la mia? E alza lo sguardo dopo avere arrestato la lettura alla pagina 101? E io sono la bambina ritratta di spalle nell'abito con la gonna a corolla simile a quelli che mia madre mi confezionava, ricamandoli a punto smock? La bambina che stringe le sbarre della cancellata e guarda verso il vapore bianco che si alza dalla stazione? Le stazioni, luogo privilegiato per i sogni di altrove di me bambina. E le sbarre, tra me e quei sogni.

Ma non si può spingere a tanto l'arbitrarietà della lettura di un quadro. Così apro il libro alla prima frase: "La chiesa di Vezzano vide mia madre bambina, in essa si sposò, la vide morta la mattina di tiepido sole del 4 ottobre 1947."
Mi fermerò alla pagina 101, decido, dove si è fermata mia madre e su quel punto di confine rimetto il segnalibro, la Visible Différence.

martedì 13 gennaio 2009

figlia di mezzo/venti/orologio in ritardo

Mentre raccoglieva gli effetti personali del Comandante, che l’indomani mattina avrebbe lasciato l’ospedale, la figlia di mezzo lo vide togliersi l’orologio con cui misurava le ore insonni della notte e consegnarglielo. Sorpresa, lo rifiutò. Finché, il Comandante insistendo, la figlia di mezzo si rassegnò a privarlo per quella notte di quel piccolo ausilio.
Non aveva capito, non essendo disposta a capire, il senso di quel gesto che il Comandante non aveva in alcun modo reso solenne.
Morto il Comandante durante la notte ospedaliera, la figlia di mezzo consegnò alla madre l’orologio che, così credeva, le era stato dato in temporanea consegna.
Solo sei anni dopo, improvvisamente, quella scena mattutina divenne abbagliante di chiarezza agli occhi della figlia di mezzo che desiderò rientrare in possesso dell’orologio indubitabilmente donatole dal Comandante in punto di morte.
Rifiutatole dalla madre, la figlia di mezzo lo ricevette poi dalle sorelle, quando, già molto ammalata, la genitrice non poteva più opporre veti. Fu così che a 13 anni dalla morte del Comandante, la figlia di mezzo entrò finalmente in possesso di quella sua accidentata eredità.

lunedì 15 dicembre 2008

figlia di mezzo/diciannove/offeso,offesa

Avendo scorto lacrime d'impotenza negli occhi del Comandante appena la sera prima, e considerando questa l’offesa peggiore che la vita potesse farle, la figlia di mezzo accolse con gratitudine il gesto di sputarle in faccia con cui quell’uomo, totalmente impedito nei movimenti, dichiarava guerra alla sua nuova condizione e la respingeva assieme all' alimento che lei gli offriva.
La figlia di mezzo respirò fondo e forte e tornò a porgergli il boccone, augurandosi un nuovo sputo ribelle. Ci sono infatti  circostanze nella vita in cui una lacrima è molto più intollerabile di uno sputo.

giovedì 20 novembre 2008

figlia di mezzo/diciotto/il paladino

Quando la figlia di mezzo, decenne o forse meno, si sentì affidare dalla madre sua sorella, più grande di lei di due anni, perché la proteggesse dagli sgarbi della vita, ignorò le sue proprie perplessità e si applicò al compito con la stessa diligenza con cui sempre si applicava ad ogni compito.
Ma continuò a domandarsi per molto tempo a chi sua madre avesse affidato lei.
Non trovando risposta a questo quesito, lo considerò inopportuno o mal posto e decise di accantonarlo dalla sua coscienza.

Il quesito sarebbe un giorno, ineluttabilmente, riaffiorato.

lunedì 3 novembre 2008

figlia di mezzo/diciassette/il Grande slam

Quando al tavolo di bridge la conversazione si spostò inopinatamente sul golf, la figlia di mezzo citò la casa di campagna in cui il Comandante passava sei mesi l’anno, dedicandosi a quello sport. Apprese senza alcun interesse che la padrona di casa contava a sua volta amicizie in quella località.
Invitata la settimana successiva a giocare come compagna di una signora appena presentatale, la figlia di mezzo gentilmente accettò, pur pentendosene presto a causa del maldestro stile di gioco della nuova partner.
Malgrado una insolita effervescenza nelle altre ospiti, la figlia di mezzo lasciò l'appartamento senza sospettare di aver giocato in coppia con l’ultima amante del Comandante -nonché sua temporanea convivente nella suddetta casa di campagna- appositamente intervenuta alla serata.
In occasione di un successivo invito, fu sconsigliata, dalla sua partner abituale di gioco, dal partecipare a quegli incontri di cui era la inconsapevole, vera attrazione. Così la figlia di mezzo ebbe conferma insieme della solidarietà e della velenosa crudeltà che le donne possono scambiarsi.

Poiché però quel gioco nel gioco aveva ormai guastato il suo piacere di bridgista, la figlia di mezzo smise da subito di giocare a bridge. Allontanarsi da quelle frequentazioni le sembrò più importante di qualunque Grande Slam.

venerdì 10 ottobre 2008

figlia di mezzo/sedici/no single? ahi, ahi, ahi!

Mentre stava per varcare la porta della chiesa al braccio del Comandante la figlia di mezzo lo vide arrestarsi bruscamente.
Girate le spalle al tempio il Comandante la guardò con un’attenzione mai dedicatale prima e le rivolse, con il più tranquillo e ordinario dei toni, la seguente domanda: -Che dici, ce ne torniamo a casa?-
La figlia di mezzo, non possedendo neanche un centesimo della forza rivoluzionaria del Comandante, declinò l’invito e si recò all’altare, ma per molti anni continuò a chiedersi come avesse fatto quell’uomo sempre altrove a percepire la vibrazione di pentimento nel suo braccio.
Non ebbe mai l’occasione di chiederlo al Comandante ma sì, naturalmente, quella di rammaricarsi della mancata risposta affermativa alla sua ordinaria domanda.

mercoledì 24 settembre 2008

figlia di mezzo/quindici/senza peccato

Quando la figlia di mezzo ormai giovane ragazza si accorse del piccolo segno scuro sul collo si applicò a nasconderlo agli sguardi della madre, che considerava con particolare severità qualunque esplorazione amorosa.
Intenta a leggere a letto la figlia di mezzo dimenticò temporaneamente ogni accortezza. Fu così che il Comandante si accorse del segno del crimine sul collo.
Contrariamente ad ogni regola pedagogica dei tempi, il Comandante le spettinò i capelli ridendo e le augurò la buona notte.
Per molto tempo la figlia di mezzo restò sveglia ad assaporare la squisita sensazione di essere priva di peccato.
Ma per qualche giorno evitò di esporre il collo agli sguardi della madre ben sapendo che sarebbe stata riprecipitata all’inferno.

martedì 2 settembre 2008

figlia di mezzo/quattordici/notti agitate

Giovane madre, la figlia di mezzo passava l’estate nella casa di campagna dei genitori, in quel crocevia fatto di astio e gelosia da una parte e noncuranza e fastidio dall’altra, che era il loro rapporto coniugale.

Stanca di inseguire in camicia da notte sua madre che in camicia da notte inseguiva il Comandante pedalante furtivamente verso appuntamenti galanti, la figlia di mezzo decise di affrontarlo.

Lo minacciò di ridicolizzarlo pubblicamente se non avesse cessato immediatamente di offendere la dignità materna, con l’esibizione della sua gagliardia, nonché della sua giovane preda, appena più giovane della figlia di mezzo.
L’ordine furibondo fu: massima discrezione.
Così la figlia di mezzo ottenne per se stessa e per la madre notti più tranquille.
Ma pagò quel gesto di solidarietà femminile con l’ostilità del Comandante, che sapeva sì perdere ma anche ricordare.

Il paradosso consisteva nel gelido senso di giustizia che portava la figlia di mezzo, appassionatamente innamorata del Comandante, ad affrontarlo, unica tra le figlie, nella difesa di una madre cui il suo cuore sentiva di poter dare quest' unico tributo.

venerdì 27 giugno 2008

figlia di mezzo/tredici/il velo islamico

Quando il gioco del calcio o forse essere un maschio la stancò, la figlia di mezzo si guardò intorno per imparare qualcosa di nuovo. Pensò che amare ed essere amata fosse una buona cosa da imparare. Si applicò quindi per ricevere amore come sempre si applicava ad ogni compito.
Ma come tutti sanno o dovrebbero sapere, l’amore è donato gratis, e la figlia di mezzo comprese presto che non poteva guadagnarselo come si era guadagnata rispetto e considerazione nel mondo dei suoi compagni di gioco. Inoltre se delle regole c’erano per giocare a quel gioco la figlia di mezzo non le conosceva. Fare un deciso passo indietro le parve allora l’unico modo dignitoso di riconoscere la sua inadeguatezza e lasciò così passare la sua pre-adolescenza.
Camuffò il suo giovane corpo come già aveva fatto con il suo giovane spirito, sperando che la maschera di indifferenza che prese ad indossare potesse un giorno diventare il suo vero volto. Quanto a questo, desiderando solo celarlo, indossò per un anno almeno un fazzoletto di seta lasciato scendere verso la fronte, da cui rifiutava di separarsi persino nell’aula scolastica.
Non volendo più essere maschio ma non riuscendo a farsi riconoscere come femmina, la figlia di mezzo vagolò in un limbo insieme insipido e urticante per un periodo di tempo in cui si costruì in forma definitiva la sua convinzione di essere brutta.

lunedì 16 giugno 2008

figlia di mezzo/dodici/amorose eruzioni

La figlia di mezzo non era sempre stata la figlia di mezzo.
Consapevole di questa banale verità ricercò nella sua memoria traccia di quell’età dell’oro in cui era sicuramente stata la figlia piccola.
Ma non ne trovò. I suoi primi ricordi sembravano risalire proprio alla nascita della sorella che avrebbe fatto di lei la figlia di mezzo.
In una delle prime estati, soffrendo la piccola di dolorose eruzioni cutanee, veniva curata con bagni disinfettanti a base di sali di iodio.
La figlia di mezzo le stava accanto e giocava con lei mentre era immersa nel bagno intensamente violetto.
Quelle immersioni nel viola furono la sola cosa che le invidiò.
Infatti, contrariamente ad ogni narrazione classica, la figlia, ormai divenuta di mezzo, non provò mai un moto di gelosia verso la nuova arrivata.

Solo nelle sue riflessioni da adulta la figlia di mezzo comprese le ragioni di quella mancata gelosia.
La figlia piccola non era venuta a portarle via un amore materno mai percepito.
Le recava invece la possibilità di un amore nuovo a consolazione della mancanza di quello.

martedì 27 maggio 2008

figlia di mezzo/undici/fase di atterraggio

Quando la madre, esasperata dai continui tradimenti, sbattendo violentemente la porta alle spalle del Comandante che partiva per uno dei suoi viaggi di lavoro, gli lanciava la più terribile delle maledizioni. -Che il tuo aereo possa precipitare!-, la figlia di mezzo, ancora bambina, usciva sul balcone della cucina e pregava appassionatamente un dio in cui allora credeva, perché le restituisse suo padre sano e salvo.
Nei giorni successivi tratteneva il fiato, offrendo alla madre la più totale, supina e ostile obbedienza.
Al ritorno del Comandante, la figlia di mezzo si sentiva ogni volta più certa che la forza della sua preghiera potesse far atterrare lievemente gli aerei.
Ma il peso di quell’opera di salvaguardia segnò per sempre il suo cuore di un insopprimibile rancore verso la madre.

Con gli anni smise anche di innalzare preghiere, perché in lei cominciò a farsi strada l’idea che quel dio che riportava indietro il Comandante avrebbe dovuto farlo spontaneamente, senza incidere di terrore e di odio la sua anima di bambina.

mercoledì 21 maggio 2008

figlia di mezzo/dieci/al largo

Quando comprese che quella sarebbe stata l’ultima notte, la figlia di mezzo stese in terra una coperta accanto al letto del Comandante e, chiusi gli occhi, restò per ore ad ascoltarne il respiro faticoso.
Fu un’ anziana suora a confermarle l'imminente decesso, informandola anche che nell’emergenza si doveva richiedere l’intervento immediato del medico di guardia, casualmente, quella sera, una dottoressa già nota alla figlia di mezzo come inflessibilmente cattolica. Senza guardarla in viso, la suora pregò la figlia di mezzo di informarla quando, a suo parere, fosse giunto il momento di lanciare il dovuto allarme.
Si allontanò dunque verso altre incombenze.
Qualche ora più tardi, e il Comandante ormai libero e in salvo, in un territorio guadagnato attraverso lunghe sofferenze, la figlia di mezzo avvertì la suora che, a suo parere, era giunto il momento di lanciare l’allarme.
La suora comprese, ma scattò, chiamando con la massima urgenza al capezzale del Comandante la dottoressa di guardia.
Arrivata precipitosamente, la dottoressa constatò che il Comandante le era sfuggito e furiosa apostrofò la figlia di mezzo chiedendole perché non l’avesse mandata a chiamare prima.
Ma la figlia di mezzo, senza una lacrima e senza una parola, si limitò a guardarla fissamente, finché non la costrinse a indietreggiare lungo il corridoio nel suo camice svolazzante.

Forse due ore in più o in meno di sofferenza non fanno poi una così grande differenza per un morente, ma la figlia di mezzo non aveva voluto far correre al Comandante il rischio che la dottoressa, in nome dei precetti del suo dio, gliele infliggesse.

giovedì 8 maggio 2008

figlia di mezzo/nove/genetica

Per molti anni dopo la morte del Comandante la figlia di mezzo continuò a temere che un giorno uno sconosciuto fratello o una sconosciuta sorella potessero bussare alla sua porta, rivendicando un posto nella sua vita e alterando la trama già critica dei suoi ricordi familiari.
Né valeva a tranquillizzarla la convinzione delle sue sorelle che il Comandante sapesse, con ogni evidenza, prudentemente gestire la sua vita sessuale.
Cominciava a rilassarsi e a scherzare anche lei sulle storie infinite del grande cacciatore, quando una sera su un tram semivuoto notò un uomo che ostinatamente la fissava. Di almeno una decina di anni più giovane di lei, aveva gli occhi dello stesso identico colore nocciola di quelli del Comandante. Paralizzata, la figlia di mezzo non riusciva a distogliere i suoi, mentre si sforzava di verificarvi la presenza di rivelatrici pagliuzze dorate.
Gettatasi dunque dal tram e vistasi inseguita, la figlia di mezzo decise di affrontare quel fratello che infine compariva a rivendicare la sua parte di amore e di ricordi paterni. Mai equivoco era stato più completo.
Poiché il giovane uomo, a lei geneticamente estraneo, si limitò a rivolgerle
un complimento e un invito, la figlia di mezzo, il cui cuore era ormai tutta una piroetta di sollievo, decise di festeggiare con lui la mancata agnizione.
E precipitando il malcapitato ammiratore nella più totale confusione, volle offrirgli ad ogni costo un bicchiere di prosecco, con il quale innalzò un brindisi alla definitiva conferma del suo stato di figlia di mezzo.

Solo molto più tardi la figlia di mezzo si chiese perché non sapesse più riconoscere né credere allo sguardo di ammirazione di un uomo.

lunedì 21 aprile 2008

figlia di mezzo/otto/scuolacalcio

Nell’ambito del suo piano per ottenere l’attenzione del Comandante, verso i dodici anni la figlia di mezzo decise di varcare l’ultimo confine rimasto fra lei e i ragazzini con cui giocava nelle sue vacanze.
Chiese quindi al Comandante che le insegnasse qualche rudimento del gioco del calcio. Con la stessa distrazione con cui avrebbe potuto dirle di no il Comandante acconsentì.
Messa quindi in campo nella partitella che si giocava nel giardino della sua infanzia, benché veloce ed agile, la figlia di mezzo fu presto dimenticata dagli altri giocatori.
Uscendo però prepotentemente dalla nebbia che sembrava averla resa invisibile, la figlia di mezzo alla prima occasione afferrò quel pallone che nessuno le passava mai e testardamente lo difese stringendolo tra le braccia, finché i cinque maschi, due adulti e tre ragazzini, non ebbero preso solenne impegno di passarglielo durante il gioco.
Fu così che la figlia di mezzo imparò, sia pur meno che passabilmente, a giocare a pallone, completando la sua formazione di maschio.
Ma poiché questa aveva compreso anche la difficile arte di non piangere, alla figlia di mezzo, che aveva ricacciato le sue lacrime nel fondo di se stessa, accadde di non più ritrovarle per anni ed anni.

figlia di mezzo/sette/maschio

Quando la figlia di mezzo capì che cosa significasse essere femmina nel mondo che si trovava ad abitare, decise immediatamente ed indefettibilmente di diventare un maschio.
Si applicò al compito con il massimo di concretezza pretendendo dal suo corpo l’esecuzione precisa di ognuna delle abilità in cui si esercitavano i maschi.
Cominciò quindi da subito a misurarsi con questi sul piano fisico. Molto alta per i tempi ma niente affatto robusta la figlia di mezzo compensò con il coraggio e la decisione la mancanza di peso e vinse molte sfide, incassando senza troppe recriminazioni la sua parte di colpi e riportando un’ infinità di ammaccature, segni e cicatrici su gambe e braccia. Ma ne distribuì altrettanti.
Mentre la madre tentava inutilmente di ingentilirla, la figlia di mezzo remava controcorrente puntando ad essere, per il Comandante, quel figlio maschio che la natura gli aveva rifiutato e che forse, dico forse, avrebbe potuto attirare la sua attenzione.
Per tutto l’arco della sua giovinezza la figlia di mezzo, che il Comandante consuetamente si lasciava alle spalle, recriminò con se stessa per non essere riuscita a portare a termine quell’opera di trasmutazione sessuale.

martedì 1 aprile 2008

figlia di mezzo/sei/telefonate

Quando il Comandante dal suo letto di ospedale le chiese di fare per lui una telefonata, la figlia di mezzo sentì qualcosa di violento agitarsi nel suo stomaco.
Ma ignorandolo attentamente portò a termine l’incarico.
Presentatasi alla donna sconosciuta come la figlia del Comandante, le trasmise il messaggio che questi le aveva consegnato. Usò le parole esatte che il Comandante aveva pronunciato e che, per precauzione, si era ripetuta come un mantra lungo tutto il pomeriggio.
-Il Comandante era malato ma nessuna visita in ospedale era opportuna-.
Quando posò il più delicatamente possibile la cornetta, la figlia di mezzo non si chiese quanto fosse stato appropriato da parte del Comandante affidarle quell’incarico, ma solo se quell’anomalo addio potesse essere di qualche consolazione per la donna che lo aveva ascoltato dalla sua voce.
Dovendosi occupare degli ultimi giorni di vita del Comandante, la figlia di mezzo dimenticò o forse finse di dimenticare.
Ma quando, a un mese dalla morte del Comandante, ricevette a sua volta una telefonata anomala, la figlia di mezzo fu costretta al ricordo.
E quando una donna che si qualificava come figlia-della-sconosciuta, le gridò in faccia che era stata disumana, volgare e crudele, la figlia di mezzo rispose educatamente di aver solo rispettato alla lettera le istruzioni del Comandante. Nell’aggiungere che questi era ormai morto, la figlia di mezzo tornò a sentire quel qualcosa di violento agitarsi dentro di sé, ma posò il più delicatamente possibile la cornetta.
Quindi non seppe far altro che ripetere come un mantra le poche parole che il Comandante le aveva a suo tempo affidate, per accertarsi di averle correttamente riportate.

lunedì 17 marzo 2008

figlia di mezzo/cinque/litania

Ho deciso di riprendere la serie "figlia di mezzo" che pubblicai nei primi giorni del mio blog.
Per tutti gli amici che sono venuti a farmi visita solo in seguito metto qui il link ai primi quattro, minuscoli, episodi.
Vi renderete conto che non seguono nessun ordine, né cronologico, né logico.
Vengono come e quando vogliono e li scrivo quando e come posso.

Nel grande ospedale cattolico dove l’urgenza e un consiglio amico avevano fatto ricoverare il Comandante, all’alba e al tramonto una preghiera litanica risuonava in ogni camera, a conforto di molti e a turbamento di alcuni.
Temendo che quel rito tecnologico fosse di fastidio per il paziente, la figlia di mezzo tentò maldestramente di manomettere l’impianto per ridurne il volume nella stanza. Infastidito dal suo trafficare il Comandante ne chiese spiegazioni e ottenutele liquidò rapidamente la faccenda dichiarando di aver già provveduto, attraverso l’astrazione, al suo personale silenzio.
Da quel giorno uscendo all’alba o entrando al tramonto nell’ospedale, mentre risuonava ovunque la preghiera, anche la figlia di mezzo smise semplicemente di sentirla e il più perfetto, il più assoluto e il più fresco dei silenzi ne lenì il tormento.
Della straordinarietà di quell’esperienza molto tempo dopo chiese spiegazione ad uno psichiatra che le confermò come in situazioni di estrema necessità, l’io umano possa ritirarsi in regioni irraggiungibili da qualunque suono.
Ma si mostrò comunque colpito dalla evidente estensione di quella forma di autotutela dal Comandante alla figlia di mezzo.

mercoledì 9 maggio 2007

figlia di mezzo/quattro/attenti al lupo

Proprio mentre lasciava la stanza di ospedale dove il Comandante era ricoverato, la figlia di mezzo fu raggiunta da questa domanda: -La tua vita, la consideri realizzata?-

Nonostante la violenta sorpresa, la figlia di mezzo sapeva che nessuna domanda di un morente può considerarsi incongrua. Tornò quindi ai piedi del letto e dichiarò al Comandante senza mezzi termini il fallimento della propria vita.
Su richiesta, si spinse a testimoniare anche l'incerta realizzazione delle vite delle sorelle.

Poiché sembrava non esserci altro da dire, la figlia di mezzo tornò a mettersi la giacca, con tutta la lentezza che le fu possibile, nella speranza di sentirsi dire le quattro parole che sole avrebbero giustificato l’improvviso interesse del Comandante per la condizione del suo vivere. -Mi dispiace per te-.

Poiché le quattro parole non furono pronunciate la figlia di mezzo comprese che quella domanda conteneva comunque qualcosa di incongruo: il desiderio del Comandante di rivalutare, sul suo letto di morte, la propria esistenza, nel confronto con l'esistenza delle proprie figlie.

Quando nel corridoio dell’ospedale sentì uno sciatto infermiere cantare- attenti al lupo, attenti al lupo- la figlia di mezzo seppe che il lupo aveva azzannato anche lei.
Ma uscendo nel sole del maggio più atroce della sua vita, poiché l’amore consiste nel perdonare, la figlia di mezzo perdonò senza sforzo al Comandante di essere un lupo.

figlia di mezzo/tre/tempo

Mentre gli elicotteri le svolavano sulla testa, controllando il corteo di lavoratori in protesta nel quale procedeva lentamente, all'improvviso all'angolo di una strada, la figlia di mezzo vide distintamente suo padre morto, con il vecchio giaccone blù da marinaio e il giornale nella tasca. Il Comandante volgeva ancora il suo sguardo incuriosito al mondo e forse nel mondo vedeva anche lei.
La figlia di mezzo capì che non poteva fargli un saluto. Dopo dieci anni non ancora.

figlia di mezzo/due/monogamia

Alla figlia di mezzo che osava ricordargli che era la conduzione di un doppio menàge ad assottigliare la sua opulenta pensione, e polemicamente gli suggeriva, in considerazione dell’età, l’approdo ad una sia pur tardiva monogamia, il Comandante, fermatosi di botto nel traffico mattutino, sillabò sul viso: -guarda che io sono nato povero e la povertà non mi fa paura-.

E la figlia di mezzo seppe che anche rispetto alla povertà, quell'uomo avrebbe avuto l'ultima parola.