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martedì 23 dicembre 2008

chiedimi...

Sa di cadere la foglia?
Si sente arrossire?
No, è la risposta. 
Ma le risposte non sono interessanti.
Solo le domande hanno senso.



Quando insegnavo avevo una vera fame di domande. E cercavo di sollecitarne dai miei alunni. Gli rompevo le scatole fino all'inverosimile.
Scendevo a patti. "Se tu fai A ME una domanda su questo argomento, io NON  la faccio a te". 
E loro abboccavano.  E per farmi la domanda che li avrebbe messi al riparo da una mia erano costretti a fermare il pensiero su quel fatto che fin lì avevano ignorato. Ma devo confessare che indurli a riflettere su un argomento (storia, geografia, narrativa che fosse) non era il mio vero scopo. Non il primo, almeno. La verità è che io amavo le loro domande e non volevo farne a meno. E quando non avevo la risposta ed ero costretta a cercarla con loro, ero particolarmente contenta. Come pure quando dovevo dire: "Questa domanda è troppo difficile per me. Ci devo riflettere. Devo studiare." 
Ma le domande che più mi facevano felice erano quelle assurde, prive di ogni logica e di ogni senso. Quelle che scardinavano il mondo dalle fondamenta e lo lasciavano lì da ricostruire.
Solo i ragazzini sanno fare di queste domande. E uno dei motivi per cui li amiamo, penso, è proprio questo. Perché il loro sguardo interrogativo ci spolvera il pensiero.

Dei ragazzini amo anche le risposte. E quanto più ci sembrano fantasiose ed utopistiche tanto più stanno indicando la sola ragionevole direzione in cui procedere.
Forse per governare il mondo bisogna fare in modo che i ragazzini ci facciano delle domande e che ci diano le risposte.
Ma attenzione: presto, molto presto il ragazzino verrà inghiottito dalla polvere del nostro pensiero. Della freschezza del suo dobbiamo quindi approfittare precocemente, prima che le nostre risposte logiche abbiano soffocato le loro domande folli.

sabato 19 luglio 2008

figli e figliastri

Da la Repubblica
ROMA - Un emendamento al decreto 112 relativo alla manovra economica del governo, in discussione in queste ore alla Camera, cancella l'innalzamento dell'obbligo scolastico a 16 anni di età, introdotto dal governo Prodi con la precedente Finanziaria e attualmente in vigore. Lo rende noto il segretario generale della Flc-Cgil, Enrico Panini, secondo il quale in questo modo "si riporta l'orologio della storia agli anni 50".

"L'emendamento infatti - spiega - prevede che si possa assolvere l'obbligo scolastico anche nel sistema regionale della formazione professionale e nei percorsi triennali istituiti dal ministro Moratti, che escono così dalla sperimentalità per diventare definitivi e che già prevedono a loro volta un massiccio ricorso alla formazione professionale. Ben diversa - osserva - la situazione attuale che prevede, in coerenza con il dettato costituzionale, l'assolvimento dell'obbligo scolastico nel solo sistema di istruzione che comprende le scuole statali e paritarie".

Secondo il sindacalista si tratta di "un ennesimo colpo di mano per via legislativa contro la scuola pubblica e una sconfessione degli impegni assunti dal ministro Gelmini". Così, afferma il leader della Flc, "si torna a separare sulla base del reddito, per chi ha mezzi e opportunità sociali la scuola vera, per chi parte da qualche svantaggio sociale, il canale di serie C. Si spacca l'unitarietà del sistema creando per i meno fortunati un canale parallelo discriminatorio, si regionalizza e si privatizza un pezzo di formazione".

Tagli indiscriminati, revisione totale di ordinamenti, organizzazione e didattica, continui "stop and go" ai processi di riforma, "testimoniano l'alta considerazione che questo governo ha per i delicati meccanismi di funzionamento della scuola e svela, se ce ne fosse ancora bisogno, come tutto il discredito gettato sul sistema e i docenti fosse finalizzato a far passare nella società l'opera di smantellamento della scuola pubblica".
(18 luglio 2008)

DI FATTO PER ALCUNI RAGAZZI, PROVENIENTI DA FAMIGLIE ECONOMICAMENTE SVANTAGGIATE, L'OBBLIGO SCOLASTICO SCENDE DA 16 A 14 ANNI.

L'INGIUSTIZIA SOCIALE -INGIUSTIZIA DI CLASSE- COINCIDE CON IL DANNO ALLA COLLETTIVITA, CHE RINUNCIA AD ELEVARE LA FORMAZIONE DI TUTTI I SUOI GIOVANI.
Non sono un Costituzionalista, ma mi sembra che la Costituzione, articolo 3, dica qualche cosa di diverso circa l'uguaglianza di tutti i cittadini, senza distinzione di condizioni personali e sociali.

E' così che la Repubblica "rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale"?

martedì 13 maggio 2008

Professò/ultima ora

Quando all’inizio dell’anno al professore veniva consegnato l’orario, in genere ci si precipitava a vedere quante quinte ore ci fossero.
L’ultima ora infatti era un vero tormento, sia per gli alunni che per gli insegnanti.
La maledizione dell’ultima ora non consisteva soltanto nel fatto che spesso si perdeva il pullman e si doveva attendere un’ora il successivo, e non nel fatto che di conseguenza si arrivava a casa tardissimo. La vera maledizione della quinta ora erano i ragazzi. Stanchi, irrequieti, incapaci di concentrarsi, affamati e disinteressati.
In genere alla quinta ora leggevo per loro. Poi introdussi la dama cinese. Non è un gioco di grande difficoltà ma richiede un minimo di strategia, costringe ad immaginare la mossa dell’avversario e questo comporta una riflessione astratta, in assenza del dato sensibile. Presentandosi però come solo un gioco, i ragazzi lo accoglievano con entusiasmo. Organizzavo un piccolo torneo. Avevo solo quattro esemplari del gioco e i giocatori ruotavano. Gli altri stavano attorno e osservavano tifando.
Il primo anno mi aspettavo che prima o poi il preside, venendolo a sapere, mi vietasse questa disciplina così poco protocollare. Invece ne fu entusiasta. Era un grande giocatore di scacchi e suggerì che potessi passare dalla dama cinese alla dama tout court e infine agli scacchi. Glielo lasciai credere, ma agli scacchi non ho mai saputo giocare e oltre la dama non arrivammo mai.
Comunque la lettura restava l’attività di elezione della quinta ora. Sceglievo storie un po’ fantastiche, un po’ paurose, un po’ romantiche, un po’ avventurose.
Leggevo la prima mezz'ora e poi toccava a loro. Dovevano immaginare il seguito della storia, suggerire possibili sviluppi, fini più o meno lieti.
I maschi erano molto sintetici. In genere i personaggi morivano tutti in un battibaleno. Le ragazzine avevano molta più fantasia, qualche volta più dell’autore stesso. Un libro che ha sempre avuto un grande successo è Fontamara di Silone. Non è un libro leggero, né divertente. Ma aveva la potenza della verità e i ragazzini sulla verità non si sbagliano.
La quinta ora era anche adatta per giocare con le parole. Non ho trovato un solo ragazzino che non si divertisse a fare rime, assonanze, giochi di parola. Componevamo anche poesie. Io tracciavo un verso alla lavagna e ognuno aggiungeva una parola, una immagine. Uscivano delle poesie fantastiche. Alcune le ho ancora. Un anno le raccogliemmo in un piccolo libro. Erano così stupefatti e orgogliosi quando dicevo “Bravi, avete fatto un’assonanza”. Un’assonanza? Si sentivano importanti. In prima invece componevamo filastrocche. Partivamo da quelle della loro infanzia e le rifacevamo in chiave umoristica o, se dialettali, le traducevamo. Nella quinta ora non si scriveva. Troppo stanchi. Scrivevo solo io, su dettatura.
La quinta era anche l’ora delle storie di famiglia. Cominciavo io, raccontando qualche storia buffa della mia famiglia. Dopo un po’ era una gara. All’inizio tentai di fargliele trascrivere il giorno dopo, ma questo li privava di tutto il piacere e alla quinta ora il piacere di fare qualcosa era indispensabile.
Un’altra possibilità consisteva nell’osservare i ritratti dei personaggi che studiavamo nella storia. Cercavo nei vari libri e ne avevo sempre una collezione. Dai grandi greci fino ai protagonisti del novecento. E loro tutti intorno alla cattedra a guardare quelle facce. Scoprivano che in fondo erano uomini, belli o brutti, alti o bassi. Ne studiavano l’abbigliamento, le espressioni, le decorazioni, quando c’erano. Scoprivano anche che erano solo maschi. Donne pochissime. Le discussioni in classe fra maschi e femmine erano all’ordine del giorno. Le ragazzine avevano trovato chi le spalleggiava e le difendeva. I ragazzini erano sollevati dal fatto che li invitassi ad avere le loro paure, che non le stigmatizzassi. Ma il grande conflitto non si spegneva mai. Disprezzo dei maschi, ma disprezzo anche dalle femmine.
Alla quinta ora, portavo in classe anche qualche rivista di pettegolezzi, in genere me le dava la bidella, erano il suo passatempo quotidiano. Era uno strumento prezioso per discutere di costumi, di modi di vita. Quasi senza accorgersene. Il quotidiano, invece, non lo si leggeva in quinta ora.
Era un lavoro a parte. E complicato. Ne compravo diversi e me li sfogliavo prima. Sceglievo qualche articolo, argomenti diversi. Li leggevamo, discutevamo e alla fine per votazione decidevamo quale testata aveva raccontato meglio il fatto, con quale si sentivano più d’accordo. Gli articoli “vincitori” si ritagliavano e si incollavano su grandi cartelloni. In pratica facevamo il nostro giornale ideale.
Lavorare sui giornali era considerata cosa “moderna” ma delicata. I vari presidi passavano sempre, nell’ora in cui nel mio orario interno risultava la scritta ”lettura dei quotidiani”. Volevano assicurarsi che non facessi della propaganda, che non costituissi piccole cellule adolescenziali comuniste! Non mi passava neanche per la testa. Non ho mai nascostao una sola delle mie opinioni, ma il concetto di differenza fra opinione e verità glielo spiegavo dai primi giorni di scuola. Infatti una delle prime letture era "Esercizi di stile" di Raymond Queneau. So che può apparira assurdo parlare di stile a ragazzini che a mala pena sapevano leggere. (Anche se, attenzione, nel raccontare oralmente avevano un loro stile). Ma dello stile non mi interessavo, volevo solo che sperimentassero gli infiniti modi di vedere, prima che di narrare, un fatto. L’esperimento lo ripetevamo con piccole scenette o piccoli fatterelli, osservati nella scuola. Li raccontavamo e ri-raccontavamo. Ognuno a suo modo. L’unica regola: mai ripetere il racconto già fatto da un compagno. All’inizio era proprio impossibile per loro. Ne uscivano venticinque racconti tutti uguali. Ma alla fine dell’anno, anche Queneau sarebbe stato contento di loro! Ognuno aggiungeva un piccolo antefatto. O qualche piccola conseguenza. La realtà di un fatto banale, come il collega di matematica che era arrivato in classe con un ritardo di mezz’ora e la collega di educazione musicale che aveva dovuto badare a due classi, era smontato e rimontato e indagato in tutte le sue possibili cause e conseguenze, da venticinque punti di vista diversi. Ognuno osservava un particolare sfuggito agli altri. Avevano mille occhi e mille orecchie. Quando alla fine dicevo: -Beh, adesso scrivete la verità- era un insorgere. -Ma quale, professò?-La lezione l’avevano appresa!
Dalla verità passavamo quindi al fatto. E scoprivano che il fatto deve essere il più nudo possibile. Questo serviva nei temi. Ho sempre pensato che la vecchia regola del “rem tene, verba sequntur “ potesse essere applicata anche a dei ragazzini di scuola media.
Gli chiedevo di scrivere in pochissime righe quello che volevano raccontare. Frasi telegrafiche. Mozziconi di frase. Poi li chiamavo alla cattedra. E lì ci lavoravamo sopra. Attraverso le mie domande cominciavano ad aggiungere un po’ di aggettivi, qualche avverbio, un po’ di particolari. Si sforzavano di cambiare un po’ la forma della frase.
I presidi masticavano male, perché i compiti in classe di italiano li facevamo in due giorni. Nel primo c’era questa raccolta di elementi, nel secondo, con tutti i loro fogli di appunti e frasi sparse, dovevano ricostruire il tutto, montare il tema. Poi imparavano che questo lavoro dovevano farlo da soli, dividendo a metà le ore a disposizione per il compito. Le prime volte gliene davo quattro. Poi scendevamo a tre. Non diventavano Quintiliano, ma imparavano a mettere ordine innanzitutto nei loro pensieri e poi a dargli un ordine sulla carta.
Erano così fieri della parola metodo! -Noi abbiamo un metodo, vero professò?-
Naturalmente il metodo non era sufficiente. E, grazie al cielo, in alcuni casi era superfluo. Ho incontrato ragazzini, per i quali scrivere era una passeggiata. Di piacere. Bastava il primo compito in classe per accorgersene e loro andavano felicemente per la loro strada.
Anche io, finita la quinta ora, riprendevo la mia.

martedì 22 aprile 2008

Tema/Svolgimento

Tema.
Supponete per un momento di dovervi prendere cura dell’educazione dei giovani del pianeta. Delle bambine e dei bambini delle classi elementari, per la precisione. E immaginate che vi sia data la possibilità di dare loro un solo, unico insegnamento.
Immaginateli tutti lì, ognuno nel proprio paese, nella propria scuola e tutti in attesa della vostra, unica lezione.
Non ne avranno altre. Su questa dovranno orientare la loro vita. Quale sarebbe la vostra lezione?


È quando dobbiamo scegliere che riusciamo a toccare l’essenziale.
Quindi, lasciando da parte tutte le parole, spesso perfettamente in mala fede, sull’educare e sulla scuola e sui professori ecc, guardatevi dentro e dite: voi, che cosa ritenete assolutamente indispensabile insegnare ai giovani?
Non mi aspetto discorsi filosofici, alta morale e psicopedagogia. Ma, concretamente, una breve lezione. Ex cathedra. Perché qualche cosa si deve avere il coraggio di dire, ex cathedra.



Il mio svolgimento.
Ecco, io penserei soltanto a dar loro l’ idea più concreta e visiva possibile, della nostra e loro collocazione nello spazio.
La mia sarebbe una lezione di astrofisica.
Molto semplice, ridotta all’osso.
Servendomi di tutti i sussidi che il mondo moderno è in grado di offrirmi (foto, filamati, simulazioni ecc.) gli parlerei della collocazione della terra nel sistema solare e del sistema solare nell’Universo.
Gli mostrerei quanto minuscola, insignificante, periferica sia la nostra Terra.
Cercherei di imprimere nella loro mente la consapevolezza dell’Unico Destino, che accomuna tutti gli abitanti di questo pianeta.
Siamo qui e siamo piccoli. Siamo una cosa sola, nel buio dello spazio. Una cosa sola.
Oggetto della mia lezione, la mia sola lezione, sarebbe questa consapevolezza.

E poi pregherei i miei Dei perché da soli, riescano a far discendere da questa consapevolezza, tutto il resto.
Tutti quei bei sentimenti, quei nobili, alti, principi, quelle leggi morali, quelle regole, quei sistemi filosofici, che non hanno nessuna speranza di essere rispettati ed applicati se noi uomini non raggiungiamo una PROFONDA consapevolezza della nostra collocazione nello spazio e nel tempo e del nostro destino collettivo.
Se ci vediamo così minuscoli a ruotare nello spazio, tutti su questa vecchia palla, che si può fare incandescente o gelida il fatto di essere tutti uguali è di una evidenza abbagliante.
Invece di soffiare sull’anima belle parole direi semplicemente. Ecco, abitiamo tutti insieme qui. Tutti insieme su questa palla che gira. Che ne vogliamo fare di questa casa comune?
Come ci conviene viverci?
Quali regole ci conviene darci?
Vorrei che si rendessero conto, visivamente, che immaginare un destino diverso per stanze diverse della casa è idiota, prima che immorale. Che la casa va tenuta in ordine, che il frigo sta lì per tutti, che non ci sono figli e figliastri perché abbiamo da badare al tetto e alle fondamenta e conviene darci una mano.

Il linguaggio della “morale” anche quando rivestito di belle immagini e di squisiti sentimenti, può lasciarci pericolosamente sordi. Io punterei di più su un istinto di autoprotezione che sulla mozione degli affetti.
Almeno in questa fase storica e in questa congerie culturale.

Fine della lezione. Andate pure a casa e senza spingere per le scale!

mercoledì 26 marzo 2008

chi si rivede, professò!

Sono lì dal mio macellaio, laziale irredimibile, che scambio qualche vivace punto di vista sulla prossima partita Lazio-Inter. Devo premettere, per chi non segue le sorti del campionato di calcio, che la prossima partita dell’Inter è importantissima per la Roma. Si tratta di rosicchiare qualche punto all’Inter prima in classifica, sperando che la Lazio la batta. In questo caso la Roma, vincendo, si spera, a Cagliari, la tallonerebbe a un solo punto di distanza. In via eccezionale noi romanisti tifiamo Lazio, mentre i laziali, loro, sarebbero felici di perdere per non vederci avvicinare allo scudetto.
Mentre siamo lì che scherziamo arriva il fornitore di carne bovina. È un po’ chino sotto un quarto di bue e quasi avvolto da un grosso sacco di juta. Mi sposto di lato per farlo passare. Scarica la carne nella cella frigorifera e torna indietro, mentre tira fuori la bolla di consegna. Mi sposto di nuovo per fargli spazio, perché il negozio è stretto e lungo. Ma lui mi guarda in faccia con espressione corrucciata. Indietreggio ancora un po’, ma l’uomo, grossi baffi, sui quaranta, continua a fissarmi. Comincio ad irritarmi: a meno di uscire dal negozio, più spazio di così non posso farne. Poi l’uomo si apre in un sorriso e mi fa, un po’ esitante: “Lei è la professoressa P.” Ho l’incertezza della sorpresa. “Sì”, fa il macellaio, al posto mio. “Professoressa, so’ D.”. Ora, pur avendo considerato tutti ed ognuno dei miei alunni come un singolo individuo, i loro nomi sono fuggiti dalla mia memoria, uno solo escluso, e inoltre questo ipotetico alunno è un uomo fatto e rifinito, il cui aspetto non può in nessun modo coincidere con qualche pre-adolescente di trenta o più anni fa’. Con cautela, dandogli del lei, inizio a scusarmi. “Mi dispiace, ma il suo nome non mi dice niente al momento...” “So’ Marco, professoressa, Marco D., la terza A, a Marino”. Allora passo al tu. “Dammi un momento, e soprattutto dimmi quando”. “Allora, -e lui passa al professoré- doveva esse’ l’81 o l’82”. “Aripijali” commenta il macellaio, interessato alla vicenda.
Intanto io mi butto indietro nel tempo, cercando di ricostruire in qualche modo quella terza A. Ma non li vedo, mi sento mortificata, ma non riesco a vederli. È lui che me li riporta alla mente, di botto, con una frase: “Si ricorda Vermicino, Professoré?” Altroché se ricordo Vermicino! Tutta Italia, credo, se ne ricorda. E così ricordo anche la Terza A. “Quanto s’è incazzata, Professoré!”
Effettivamente, mi incazzai molto. Il piccolo Alfredo Rampi, che divenne Alfredino per tutti gli italiani, cadde in un pozzo artesiano, e dopo tre giorni, vi morì. Nonostante ogni sforzo, non si riuscì a salvarlo. Quella storia accadeva lì vicino, nella campagna tra Marino e Frascati. I ragazzi la sentivano come una storia di casa loro.
Tutti seguivamo in pena la sua sorte, ma Rai Uno fece qualche cosa di orrendo. Oggi è pratica comune, ma quella fu la prima volta. Una diretta per tre giorni intorno all’agonia di quel bambino di cinque, sei anni. Direttore del telegiornale di Rai Uno era Emilio Fede, talento precoce. C’erano gli esami di Licenza Media, ma in corridoio la televisione era sempre accesa e insegnanti, alunni, bidelli passeggiavano lì davanti, affascinati da quell’orrore in diretta. Non ero certo migliore di loro, né indifferente e peggiore, né più avanti dei tempi, non avevo idea di che cosa fosse o potesse diventare lo spettacolo del dolore, ma ad un certo punto non ce la feci più. Così lasciai il mio posto al tavolo degli orali e piombai in corridoio. “Questa è una scuola o un cinema? Fuori, tutti fuori! E adesso basta! e spensi la televisione. “Ha detto il Commissario che possiamo tenerla accesa”. “Il Commissario, ha capito male e adesso glielo dico io.” “Ma noi vogliamo sapere se lo salvano!” “Volete sapere se lo salvano o volete vederlo morire? Tu, vuoi sapere se lo salvano o vuoi vederlo morire? E tu? e tu? Se lo salvano, lo sapremo immediatamente, state sicuri.”
Brontolavano, puntavano i piedi, il bidello si diresse in presidenza, i colleghi protestavano. “Se tu non lo vuoi guardare, non lo guardare, ma a noi faccelo vedere!” e qualcuno riaccese la televisione. “La televisione te la guardi a casa, qui ci stiamo per fare gli esami non per guardare la tv”. E la spensi di nuovo. Intervenne a darmi man forte la collega di Educazione artistica. “Ha ragione, mica stiamo al cinema. Basta, o state in fondo all’aula ad assistere in silenzio o ve ne andate e tornate quando avete l’orale!” I ragazzi furono sbattuti tutti fuori, i colleghi mugugnarono ma si arresero, il bidello resistette. Il televisore era il suo e andò a protestare dal Commissario Ministeriale. Lo seguii in Presidenza. “Vuole per cortesia darci istruzioni? Dobbiamo svolgere gli esami o guardare la televisione? perché, se dobbiamo guardare la televisione, basta che me lo dica e scrivo ottimo a tutti, senza neanche farli, gli orali!” “Lei ha ragione, professoressa, ma cerchi di capire, siamo tutti coinvolti.. “Va bene, ho capito, vado a scrivere i giudizi”. “Ma no, no, spegnete quel televisore e facciamola finita.”
Rivedo questa scena nella mia mente e mi viene ancora rabbia. “Che str...! penso retrospettivamente tra me e me.
Il mio alunno quarantenne racconta ridendo “È schizzata via come un razzo, si ricorda? E mi ha lasciato seduto davanti alla cattedra un quarto d’ora.” “Oh Dio, eri tu? Quello che stavo interrogando?" “Ma un quarto d’ora, dai non è possibile". “Sì, professoré, la sentivo strillare e non tornava mai” "E poi, com’è andato l’orale?" "Ah, bene. Quando è tornata ha guardato il mio tema, mi ha chiesto di riscrivere un pezzo e mi ha lasciato andare. So’ stato fortunato”. Gli confesso che ricordo l’episodio, ma non la sua faccia. Non se la prende. Anzi insiste per offrirmi un caffè nel bar accanto.
Mi racconta un po’ della sua storia. Ha quarantuno anni, due figli. Lavora in Umbria in un piccolo allevamento di bovini. Fa su e giù col camion per le consegne. Ha fatto due anni di Ragioneria e poi ha lasciato la scuola. Mi chiede qualche notizia dei colleghi di allora, ma non ne ho. “Certo che era tremenda, professoressa!” Protesto. “Tremenda? e perché?” “Strillava a tutti”. “A tutti? Ma va, ma quando mai...”
“Ma mica a noi, agli altri professori!” “Si ricorda quella volta che non ha fatto entrare in classe quella di matematica?”. Non ricordo e chiedo chiarimenti. Sembra che io mi sia rifiutata di uscire di classe durante un tema, non è chiaro il perché. Resto perplessa, ma lui è sicuro del fatto suo. “E j’a detto: Se eri presente nelle tue di ore, non c’avevi bisogno di quelle degli altri!E se voleva chiude dentro a chiave!”. Mi sa che esagera, come facciamo tutti con i nostri ricordi. Comunque: “Oh Dio, allora ero davvero tremenda!”e dentro di me spero di avere almeno usato congiuntivi e condizionali al posto loro.
“E che je sto’ a di’, era tremenda!”
Concordo, mentre scruto i suoi lineamenti in cerca di un particolare almeno che me lo restituisca ragazzino di quattordici anni. Niente da fare. Però un particolare di lui vagamente affiora quando mi saluta. “Tanti auguri Professoré e...Forza Inter!” mi fa con aria di sfottò.
“Forza Inter!?” Ai Castelli romani il tifo calcistico si distribuisce tra la Roma e la Lazio, con una prevalenza bianco azzurra. Avevo spesso amichevoli scambi di vedute calcistiche con i miei alunni laziali e c’era, sì, un provocatore incallito, che sfotteva, con questa stessa aria impunita. Era lui? Era un altro? Non posso saperlo, ma, ad ogni buon conto, gli rispondo pronta: “Forza Lazio, D., Forza Lazio!”.

martedì 2 ottobre 2007

professò/in gita scolastica

La gita scolastica era un momento topico dell’anno. Si andava in gita nel mese di aprile e la partenza era preceduta immancabilmente da consigli di classe accesi e spesso litigiosi.
I punti oggetto di discussione erano due. Primo: chi avrebbe accompagnato la classe in gita. Secondo: dove ci si sarebbe recati.
Sul primo punto lo scaricabarile raggiungeva effetti di squisita comicità. Colleghi che prendeva il pullman ogni mattina dichiaravano di soffrirlo in modo spaventoso. “Ma se viene a scuola in pullman, contestava il Preside. Sì, ma il viaggio dura quaranta minuti soltanto. Passata l’ora, vomito, Preside”. Donne, anche attempate, improvvisamente sospettavano di essere incinte, uomini manifestamente indifferenti ai problemi domestici improvvisamente dovevano nutrire all’ora di pranzo i figli incustoditi, influenze invernali risorgevano a primavera affermata, vecchie madri e vecchi padri dovevano operarsi proprio quel giorno e i bambini, proprio quel giorno, dovevano essere portati al controllo dal pediatra. Quando proprio non c’era nessun pretesto sotto mano che giustificasse la rinuncia, la vecchia, sempre vincente, arroganza scendeva in campo: Io non ce li porto, e basta!
Io tacevo. Andare in gita mi piaceva da matti, ma non volevo che lo sapessero. Sempre guadagnarsi qualche credito da poter far valere in seguito.
Così alla fine, con aria rassegnata, dicevo: va beh, ce li porto io, allora. Dovevamo essere due insegnanti per ogni classe e di solito come secondo veniva reclutato l’insegnante di educazione fisica. Si riteneva che in gita ragazze e ragazzi avessero bisogno di essere contenuti con la forza e che un fisico ben allenato fosse indispensabile alla bisogna. Si passava poi a discutere il dove.
I colleghi che per vari motivi si dicevano impossibilitati a partecipare alla gita, volevano però dire la loro sulla località. E lì erano veri guai.
Era una gara spericolata a chi trovasse la meta più colta, più raffinata, più originale, più didattica. Le parole didattica e culturale venivano pronunciate con mille accenti, declinate con accezioni insospettabili e i più sperduti, improbabili e sconosciuti musei di Italia venivano trionfalmente proposti. Accanto a località di nicchia che probabilmente ancora oggi sono ignote ai più.
Io scoprivo luoghi mai sentiti nominare e ne prendevo nota per successive passeggiate con mio marito, ma testardamente mi opponevo ad ogni gita troppo colta.
Io e il malcapitato insegnante di educazione fisica, rassegnato perché consapevole che la sua prestanza lo condannava in partenza, avevamo della gita una visione diversa dai colleghi che restavano a casa. Gli alunni, puntavamo a riportarli indietro, tutti e sani, ragionevolmente divertiti e soddisfatti e consideravamo un gratificante successo se al cospetto di qualche monumento, cittadina, opera d’arte o bellezza naturale avessero provato qualche emozione.
Avanzavamo proposte minimaliste che prevedessero però bei lunghi percorsi in pullman, che sapevamo costituire per i nostri alunni, il momento veramente appassionante della gita.
L’altro momento critico era quello della scelta dell’ agenzia che doveva fornire il servizio. La delicatezza della questione era pari a quella necessaria per attribuire l’appalto per la realizzazione (scongiurabile spero) del ponte sullo Stretto di Messina e si concludeva allo stesso modo: ci si serviva dell’agenzia della moglie o del cognato o del fratello di uno di noi. Si scrivevano interminabili verbali per spiegare le ragioni economiche che avevano indirizzato la scelta e si dava un colpo di telefono all’amico.
C’era poi il problema dei ragazzini che non erano in condizioni economiche di pagare neanche la piccola quota di partecipazione. Può sembrare assurdo, ma nessun bambino voleva venire in gita gratis. Era umiliante per loro. Così inventavamo scuse traballanti (“Sai, doveva venire anche la figlia della professoressa x, ma sta male e così la sua quota vale per te.” Oppure: “L’agenzia ha sbagliato i conti, è rimasta una quota e sei uscita tu a sorte).
Superato anche questo scoglio, nella settimana che precedeva la gita c’era da affrontare l’effervescenza di ragazzine e ragazzini che conducevano una battaglia senza esclusione di colpi per la scelta del posto sul pullman. Si vedevano occhi rossi, volavano battute velenose, facce lunghe si trascinavano. La gita era l’occasione per il possibile fiorire di un piccolo amore, per una riconciliazione, per qualche scherzo crudele. C’erano strategie da portare avanti e la tattica della disposizione delle forze in campo ne era la base.
Per riportarli all’ordine la sola minaccia efficace era: guardate che se non state attenti alla lezione i posti in pullman li fisso io! Silenzio e partecipazione.
Partivamo sempre in ore antelucane, con le nostre valigette di pronto soccorso e i nostri elenchi in triplice copia. Subito bisognava stabilire un rapporto amichevole con l’autista perché accettasse di buon grado la confusione pazzesca, le urla entusiatiche, i canti da avvinazzati, lo scambio continuo di posti e naturalmente i ritardi ad ogni fermata e le fermate fuori programma. Dell’autista mi occupavo io e la prima mezz’ora la passavo seduta davanti, ad ascoltare le tristezze e le difficoltà di una vita dedicata al trasporto di gitanti. Appianata questa difficoltà c’erano i previstissimi imprevisti. Sempre qualcuno doveva dare di stomaco, sempre qualcuno doveva fare la pipì solo dieci minuti dopo l’ultima fermata, sempre qualcuno aveva dimenticato il sacco sul piazzale dell’area di servizio, sempre mentre li contavamo e ricontavamo prima di muoverci, ne arrivava uno correndo trafelato con la bottiglietta di coca cola o il pacchetto di patatine.
Nell’entrare nei bar, o nei negozi di alimentari, bisognava a voce molto alta diffidarli, “Non fregate gomme o caramelle, se no vi lascio qui”, e sottrarre ai più svelti almeno un terzo delle bottiglie di birra abusivamente introdotte sul pullman. Ce le bevevamo il collega ed io. Diventavamo subito più allegri e cantavamo assieme ai ragazzi, anche noi, tutto il tempo. Nel visitare i luoghi classici, la Reggia di Caserta, gli scavi di Pompei, le tombe etrusche di Tarquinia, il Parco d’Abruzzo, (sempre sceglievamo luoghi con molti esterni e pochi interni), lasciavamo cadere nel massimo di aneddotica possibile, qualche minuscola e per lo più inascoltata nozione di storia, di arte, di geografia.
Le sedute fotografiche erano spossanti: dovevo farmi fotografare con la classe, una ventina di volte, perché ognuno voleva scattare la sua personale foto ricordo.
Anche assaggiare tutte le specialità preparate dalle madri timorose della morte per inedia dei loro pargoli, contribuiva a rendere la gita una significativa prova di resistenza.
Bisognava poi affrontare gli scherzi dei ragazzini, cui piaceva immaginare relazioni proibite tra me e i colleghi di eduzazione fisica, dato che ovviamente sedevamo accanto e quando non cantavamo, chiacchieravamo.
Ma la gita era un tripudio di risate, le imitazioni dei professori, assenti e presenti, ne erano parte costitutiva, e in questa attività i ragazzi riuscivano ad essere illuminanti.
Piccoli tic, manie, trascuratezze, ingenuità, difetti fisici e non: niente sfuggiva ai loro occhi attenti. La più piccola sfumatora dei rapporti tra colleghi era catturata e resa alla perfezione. Un anno ebbe molto successo l’imitazione della sottoscritta nel saluto al cambio dell’ora con un collega di matematica particolarmente odioso. Secondo la ragazza che mi imitava porgevo da stringere il solo dito indice, alla distanza di tutto il braccio e: “Professoré, perché non glielo ficchi direttamente nell’occhio?”
Poi si tornava, per niente più colti, ma contenti. Ragazzi e ragazze si buttavano nei sedili, tutti i posti scambiati rispetto all’andata e il pullman procedeva nel mormorio di confidenze, chiacchiere, piccoli scoppi di risa.
Era l’ora in cui bisognava consolarli della malinconia del ritorno, perché la giornata stava finendo e la sentivano sfuggire via, senza che tutti i piccoli sogni e le fantasie si fossero realizzati. Ma bisognava vigilare anche che non ne realizzassero troppi!
Quando infine, davanti al portone della scuola li restituivamo a padri e madri ansiosi, io e il collega di turno ci guardavamo, stanchi ma soddisfatti.
“Sai dove li voglio portare l’anno prossimo.....”

martedì 4 settembre 2007

professò/addio

Gli addii debbono essere rapidi e, possibilmente, preventivi.
Arrivare, cioè, un attimo prima dell’esaurimento totale del rapporto, che questo sia con una persona, con una casa, con una città, con un mestiere, con un animale, con un oggetto anche.
Io almeno la vedo così. Evitare che invece di un addio diventi una “svendita”, una “liquidazione”, uno “scarto” addirittura.
Gli addii sono dolorosi, è per questo che li affretto. Non ne conosco di indolori.
Né che cessino di esere dolorosi. Non che io sia un rimpianto che cammina, ma le stilettate del ricordo si esercitano con frequenza in me. Basta il nome di una località, o una immagine, e zac.
Il fatto è, che io ho l’addio fulmineo e la separazione ritardata.
Detti l’addio alla casa di Sabaudia, dove avevo passato circa dieci estati tranquille e raccolte, in un attimo.
La vuotai solo delle cose cui tenevo di più, passando come una furia da un ambiente all’altro e in meno di un’ora ero seduta in macchina accanto a mio marito, pronta per tornare a Roma. Guardavo composta davanti a me e non piansi né le lanciai un’ultima occhiata. Non torno mai sul luogo dell’addio. Mi sento proprio come un assassino. Infatti ho ucciso qualcosa. Il legame con la casa, la persona, l’oggetto, ecc.
Ma separarmene, dentro di me, è un’altra cosa. Tutta un’altra cosa. Quella casa ha continuato a vivere, dolorosamente, dentro di me, piccolo pezzettino di me smarrito. Dopo quindici anni, pochi giorni fa’ le sono passata davanti, e ho potuto constatare che ancora una volta il teorema della separazione lunga e protratta e, in definitiva, mai risolta, era valido.
Purtroppo di persone, cose, animali, luoghi e oggetti da cui è doloroso separarmi ce ne sono, nella mia vita, una quantità spropositata.
Io sono una mosca presa all’interno di una ragnatela, che si infittisce continuamente, di relazioni affettive, le più improbabili e spesso ingiustificate. -Affetto e pena- mi uscì detto quando il mio psichiatra mi invitò a indicare una specie di motto araldico per me. Mi lego di affetto nella brevità di un nanosecondo, con un' infinità di esseri, viventi o meno. Spesso questa affettività è a senso unico. Persone cordiali, simpatiche, benevolenti, con cui ho diviso stagioni brevissime della mia vita o solo un viaggio o una serata, mi salutano con calore e tranquille si separano da me.
Pronte a dimenticarmi, già cominciando a dimenticarmi mentre ancora mi salutano.
Anche io le saluto allo stesso modo, ma loro vengono con me e me le porterò dentro per chissà quanto tempo.
Non me ne lamento, la medaglia ha due facce (del resto provate voi a fabbricare una medaglia con una faccia sola!). I moti affettivi del nostro cuore sono una delle cose belle della vita e io me li tengo stretti, con tutte le loro controindicazioni.
Questo lungo, troppo lungo prologo, per parlare del mio addio alla scuola.

Ero stanca. Del resto io non conosco mezze misure. Tento da sempre di misurarmi, ma non ci riesco. Mi butto nelle cose con lo slancio di un tuffatore e la costanza di un maratoneta. Resto spesso senza fiato. Ma poiché sono testarda, continuo imperterrita ad andare, a fare, a dare. Energia, fantasia, impegno, tempo, metto sempre a disposizione tutte le mie risorse in qualunque cosa io faccia, come in ogni relazione. Non so cosa sia una posizione conservativa. Anche se mi piace teorizzarla.
Con la scuola è stato così, ed anche peggio.
Fino a stancarmi molto. Gli ultimi due anni, tornavo a casa il venerdì totalmente priva di voce, con il mio immancabile pacco di compiti da controllare e un' enorme stanchezza addosso. Per due giorni non parlavo, bisbigliavo, per permettere alle mie corde vocali di riprendersi per il lunedì. E il lunedì ripartivo, più stanca del venerdì.
E poi, diciamola tutta, non ero più l’insegnante che ero stata, non mi piacevo più, ero diventata impaziente, poco fantasiosa, più rassegnata. Mi stavo sedendo. E non volevo.
Non volevo diventare come quegli insegnanti, stanchi e passivi, che da sempre odiavo o compativo. E se un giorno avessi dato un tema in classe, solo per stare due ore, tranquilla, a pensare ai fatti miei? Ecco, a questo non volevo arrivare.
Io credo che esistano molti modi di essere una buona insegnante, ma nessuno che non contempli, anche, una dedizione al proprio lavoro.
Anche qui, si trattava di dare un addio preventivo. Per non lasciare nella scuola un altro insegnante inutile e per conservare a me stessa il rispetto che porto agli insegnanti veri. La decisione la presi piano piano, mentre mi piacevo sempre meno.
Ma poi agii in fretta.
Portai in Segreteria la mia domanda di congedo definitivo. Il Preside della Scuola di Torre Spaccata, un uomo simpatico, una brava persona, mi mandò a chiamare. Voleva capire. Cercai di spiegargli. Disse delle cose gentili, qualche parola per dissuadermi. Ma in breve il colloquio finì. Uscii e mi limitai a sospirare. La domanda fu inoltrata.
A settembre mi presentai nella scuola per la quale, in attesa dell’accoglimento del congedo, avevo fatto la mia domanda di trasferimento. Roma! Dopo ventidue anni mi mandavano a Roma! Era la scuola più vicina che io avessi mai avuto. Quattro fermate di autobus da casa. Ed era lo stesso edificio che ospitava il mio liceo di ragazza. L’Augustus. Arrivai a scuola un po’ trasognata. Ripercorrevo la stessa strada di quando avevo sedici, diciassette anni. Il grande cortile all’ingresso, le vetrate immense da cui guardavamo i ragazzi che giocavano a pallone. I corridoi dove scherzavamo durante la ricreazione. Il cortile dove facevamo ginnastica nella bella stagione e le foto di gruppo al termine dell’anno. Per un attimo mi augurai che tardassero ad accogliere la mia domanda di congedo. Ci riunimmo per il primo Consiglio di Istituto. Arrivò il Preside. Per la scuola era nuovo, ma io lo avevo già avuto anni prima a Marino. Ci salutammo con calore. -Dopo passi in Presidenza-mi disse. Capii.
Quando mi sedetti di fronte a lui mi interpellò un po’ bruscamente. -Ma che ha fatto?-
E indicava il mio fascicolo posato sul tavolo. -Sono stanca Preside- dissi. -Ma che sciocchezza è questa! Ha avuto lutti in famiglia? -Ma no, preside.- Malattie?- No, no. -E allora lei non può lasciare la scuola. -La ringrazio Preside, ma sono troppo stanca. Non funziono più. -Anche se lei funziona solo a metà, va ancora benissimo. Dia retta a me, ritiri questa domanda. Ora è arrivata a Roma, non deve più viaggiare, si affaticherà meno. -Non è solo il viaggio Preside, sono stanca mentalmente. Non mi vengono più idee. -Senta, professoressa, le darò una prima classe e vedrà che le idee le torneranno subito. Poi questa è una scuola sperimentale, avremo molta più libertà, vedrà si troverà bene.-
Più parlava, peggio mi sentivo. Scuotevo la testa e non obiettavo.
Mi ricordò un episodio. -Si ricorda cosa mi disse? “Se la scuola italiana pensa di liberarsi di me, ha sbagliato i suoi conti!” Ridemmo insieme. Sì, mi ricordavo.- Bhe,- dissi, sono io che mi libero della scuola italiana. -No, è proprio il contrario, P. Andandosene, lei dimostra che la scuola è un posto per burocrati e disillusi. -Sto diventando proprio una burocrate disillusa, Preside. E non voglio-. Lui diventava sempre meno cordiale e sempre più irritato.
Strapazzava il mio fascicolo. -Faccia ancora un anno, ne riparliamo a settembre prossimo. Si prepari un orario comodo, glielo approvo da subito. -Non è questione di orario, Preside. Io non ce la faccio più. La prego, non insista-.
-D’accordo. Può andare-. Secco. Senza neanche darmi la mano.
Uscii. Ero agitatissima. Avevo un nodo in gola. Ma ero anche arrabbiata con lui. Tornai indietro. Bussai.-Avanti.-
-Scusi Preside, ma non può farmi uscire dalla scuola così. Non è giusto.-Mi tremava la voce.
Non esitò neanche un istante.-Ha ragione disse. Non è giusto. Non lo merita.-
Si alzò, venne verso di me e mi tese la mano. -Grazie professoressa per il suo lavoro. Davvero. Mi dispiace molto perderla e mi dispiace per la scuola. Ma lei sola sa come si sente. Le faccio tanti auguri. Posso abbracciarla?-
Così ci abbracciammo ed uscii per la seconda volta dalla Presidenza.
Non mi fermai finché non fui sulla grande strada trafficata. Era un bellissimo mattino di settembre. Tanto sole. Ero un po’ abbacinata. Ma inghiottii, presi un grande respiro e mi incamminai.

Ho un’amica, ex collega, che andò in pensione solo due anni dopo di me. Ma non resistette più di qualche anno. Chiese il reintegro, che è una pratica difficilissima e richiede ragioni serie e motivate. Si sobbarcò ad un' infinità di battaglie per tornare in cattedra. Ce la fece. Quando iniziò la pratica mi disse:- Dai, torniamo indietro insieme.- Ma indietro non si torna. Non io comunque. La scuola invece è venuta con me. Così come pezzetti di me sono restati nei più impensati posti della Provincia romana.
Sere fa’ in televisione parlavano degli incendi che hanno devastato anche le campagne laziali. È andato a fuoco il bosco di Roiate. Ho sentito la solita stilettata. Zac. Ho pensato a quando scendevo dal pullman al bivio per Roiate e mi incamminavo a piedi verso Bellegra. Il bosco correva sui due lati della strada, erano castagni e lecci.
Se il rimpianto significa pentimento e il desiderio di tornare indietro, onestamente, non posso parlare di rimpianto. Ma di un fondo di dolore, e insieme di affetto, un intenerimento dolente per tutti quei paesi, per quegli edifici, per le aule sempre troppo fredde, per i ragazzi tutti diversi e tutti speciali. L’addio c’è stato, ma la separazione non è mai avvenuta, io so che non avverrà mai.

Una sola volta ho pensato che avevo sbagliato a lasciare la scuola. Riderete, lo so.
Fu nel ’94, quando perdemmo le elezioni e nei collegi del sud est della città, le mie borgate, Berlusconi fece man bassa. Nella mia presunzione, nella mia megalomania, nel mio delirio di onnipotenza, pensai -oh, dio, che cosa ho fatto! me ne sono andata e quelli hanno votato a destra!-

lunedì 3 settembre 2007

professò/invettiva

A giugno si presentavano le domande di trasferimento per l’anno successivo. Mi sentivo un po’ in colpa, ma le compilavo comunque, con metodo ed impegno. Cartina geografica davanti. Scegliere i comuni era un vero lavoro, che facevo assieme alla mia amica e collega di sempre, Nuccia. Studiavamo gli orari dei treni. Sempre preferire i treni ai pullman, era la parola d’ordine. Andavamo anche sul posto, per dare un’occhiata alla scuola. Ci piove? Ha i riscaldamenti? E fare un po’ di intelligence con i bidelli. Com’è il preside? Cronometravamo i tempi, simulando un vero viaggio verso la scuola. “Prove realistiche” le avrebbe chiamate mia figlia.
Depennavamo. Stabilivamo gerarchie. Si potevano indicare due provincie. Dopo quella di Roma, nelle nostre preferenze veniva quella di Latina, servita dal treno della linea Roma-Formia. Ma era ovviamente più ambita e più difficile da ottenere. Ripiegavamo su quella di Viterbo. Brutto clima, ma poche richieste. Eravamo alla caccia di incarichi annuali, per sottrarci alle supplenze, vero incubo di tutti noi.
Poi Nuccia passò alle superiori. Quasi litigammo quando mi rifiutai di seguirla. Io ero politicizzata, lei no. Io ero ideologica, lei pratica. Io ero testarda. Lei pure. Le nostre strade professionali si separarono. Lei fu trasferita allo scientifico di Formia. Treno comodo, ma alzataccia. Io mi spostai sulla provincia di Frosinone. Servita malissimo, ma raggiungibile con l’autostrada Roma-Napoli. Significava guidare per ottanta chilometri all’andata e ottanta al ritorno. Piccola vettura, traffico, auto veloci, rischio.
C’ era una curva prima di Valmontone, un’orribile curva un po’ sfasata e interminabile. Era il mio terrore. Si slittava, si rischiava di uscirne. Quando mi capita di passarci, ancora oggi (la curva è ancora là, identica e pericolosa) istintivamente ancora freno, anche se a guidare non sono io. Se penso che su quell’autostrada correvo con la mia cinquecento, tra camion spericolati, mi chiedo come abbia fatto.
Eppure sembrava tutto a posto, tutto regolare. Si girava in cinquecento sulle autostrade. Molti anni dopo, un ragazzo neolaureato in lettere parlando con la zia disse davanti a me: Tutte le mattine ad Ostia, ti rendi conto? Ho rifiutato naturalmente. -Meglio così- gli dissi di istinto, -ci andrà qualcuno meno lavativo di te! -Poi le cose sono cambiate di nuovo.È ridiventato sconsigliabile fare gli schizzinosi. La scuola è elastica e le classi crescono e diminuiscono in base alle nascite. I professori vengono presi e poi gettati via. Per carità, non possono gravare sul bilancio dello stato se di loro non c’è bisogno. Lo capisco da me. Eppure qualcosa non mi convince. E allora tutta l’evasione scolastica? So che c’è. Perché non si possono usare per recuperare qualcuno alla scuola? I professori di strada ( a Napoli ce ne sono di coraggiosi) non si potrebbero utilizzare per sottrarre un po’ di braccia alla camorra? I professori di strada lo gridano, ma nessuno li sente. La nostra stampa li ignora. Della scuola si parla solo per dire che è responsabile di tutti i mali della società italiana. Qualunque dramma accada ad un adolescente la prima domanda è: che cosa ha fatto la scuola? Ve lo dico io che cosa ha fatto la scuola. La scuola ha tentato disperatamente di essere considerata per quello che è: il più importante investimento di un paese. Ma tutta la società la considera invece il più degradato dei mestieri. Lascia che la popolino i meno motivati, i meno preparati, i meno ambiziosi. Ma dentro ci sono anche quelli brillanti, fantasiosi, preparati, attenti. Tutti pagati poco, considerati niente. Mestiere residuale. Chiedete ad un genitore se per il futuro dei propri preziosissimi figli sogna una cattedra di scuola media. Inorridirebbe! E la società continuamente fa nuove domande alla scuola. Pensano che il tempo sia dilatabile all’infinito. Perché la scuola non insegna psicologia? E perché non insegna educazione stradale? Perché non insegna tecnica della lettura degli audiovisivi? E un po’ di educazione sanitaria? E un approccio ai sentimenti? E qualche nozione di economia? E di politica? E, e, e....Cinque ore sono cinque ore. Non un organetto.
E se li mandaste a scuola un po’ più educati? Capaci di stare seduti ad un banco? E se gli insegnaste che la scuola è un diritto e non un peso e i professori persone degne di rispetto? E se non squalificaste con tutto il vostro atteggiamento la cultura e i suoi primi operatori? E se gli regalaste un libro invece dell’ultima play station e del telefonino più ganzo? E, soprattutto, se ammetteste che l’unica funzione che davvero vi interessa è quella di deposito bagagli? E di parafulmine, peggio, di capro espiatorio, in caso di problemi? So che sono ingiusta verso tanti genitori, ma secondo me sono molti di più quelli che si meriterebbero parole più forti. Molto più forti.
Parlo spesso con miei ex colleghi. E sento parlare i giovani. I primi sono scoraggiati, umiliati, spesso spaventati. I secondi non parlano. Non l’italiano comunque. Ma sembra non importare a nessuno. I giovani mi piacciono. Provo un moto istintivo di affetto per loro e di fiducia e di speranza. Ma penso anche che dovranno fare tutto da soli, facendo una fatica cane: imparare il senso di responsabilità, il significato dell’impegno, il rispetto del lavoro altrui, il senso di comunità. Veramente tutte queste cose spetta insegnarle SOLO alla scuola? E che valore può avere per questi ragazzi la parola della scuola se non imparano in casa ad attribuirle valore?
La scuola ha davvero molte responsabilità, gravi anche. Manchevolezze, disfunzioni, ritardi, scorrettezze, incapacità, insensibilità. Ma se nella coscienza dei nostri concittadini continuerà ad albergare lo schizofrenico binomio La scuola non vale niente e La scuola è responsabile di tutto, lo spreco dei giovani e delle loro potenzialità sarà grande, e forse, irrimediabile.

domenica 2 settembre 2007

professò/provincia romana

I miei anni nella scuola non sono fatti soltanto di aule fredde, di un verdino stinto o decisamente grige, di edifici sgraziati o addirittura fatiscenti.Era fatiscente quello di Priverno, dove adesso ha sede il Municipio e che era un vecchio, bellissimo palazzo signorile di origine gotica. Puntellato alla meno peggio, una miriade di stanze chiuse perché ci pioveva, conservava una grazia aerea, una semplicità purissima.
Ma lo odiavamo. Raggiungerlo era un’odissea. Il primo treno del mattino per Formia. Scendere a Fossanova, ignorare l’Abbazia plurisecolare, salire in quattro su una millecento in assetto molto precario, guidata da un contadino del posto, improvvisatosi autista.
Percorrere i pochi chilometri di distanza ed essere scaricati alla porta del paese. Bellissima porta, per altro.
Iniziare l’attraversamente del paese, tutto in salita, verso il suo punto più alto, dove, immancabilmente, sulla porta dello splendido palazzo cadente ci attendeva il Preside. Preside con la maiuscola e molto agitato, perché un ritardo qualsiasi lo avrebbe lasciato con quattro classi scoperte. Questo percorso era fatto in uno stato di ansia ed affanno, perché i tempi erano strettissimi. Il primo treno da Roma, con cui arrivavamo in quattro, giungeva a Fossanova alle 8 e 20 e avevamo solo dieci minuti per sederci sulla nostra cattedra. Arrivavamo ansanti, sentendoci in colpa per la mancanza di una stazione ferroviaria a Priverno, come pure per l’orario delle FFSS, per essere residenti romani, per non avere le ali, e infine per esistere. Queste nostre colpe erano scritte ben chiare sulla faccia corrucciata del Preside, e nel modo sgarbato con cui sbatteva il portone alle nostre spalle.
Ma la vita ci elargisce a volte piccoli risarcimenti. La finestra della mia aula si affacciava sulla valle dell’Amaseno. Era un tuffo nel vuoto, tra il cielo e la discesa verde verso il mare di Sabaudia. Il mare non si vedeva, ma lo sapevo dritto davanti a me e tanto bastava.
Ero fuori dal mio territorio a quel tempo, perché Priverno è in Provincia di Latina, ma rientrai presto nella mia provincia. Percorrerla ha significato imparare un mucchio di cose del territorio intorno a casa mia che altrimenti avrei per sempre ignorato. Nomi di piante, alberi e fiori. Tra il bivio per Genazzano e quello per Olevano, prima dell’inizio della salita, c’è un lungo tratto piano e dritto. Io accostavo la mia macchinetta, lasciavo scendere Buck, che si gettava frenetico nei prati della sua terra, e me ne stavo una decina di minuti lì a nulla fare. Partivo prima da Roma appositamente, per quei dieci minuti per Buck e me. Che facevo? Qualche volta fumavo una sigaretta (allora fumavo), qualche volta scrivevo qualche riga, qualche volta guardavo e basta. Respiravo. C’era una brillantezza nei prati intorno a me, una pacifica, modesta bellezza, e sui due lati, lontani, i colli. Quando da lontano vedevo spuntare la sagoma della corriera Zeppieri, richiamavo in fretta Buck e ripartivo. Guai a trovarsi dietro la corriera sulla salita verso Olevano. Significava ritardo certo perché superarla era (quasi!) impossibile. Qualche volta, al ritorno, quei chilometri li facevo a piccole tappe. Esploravo i tesori botanici del luogo. A primavera ai margini della strada era un fiorire dei più impensati, magnifici fiori di campo che io avessi e che io abbia mai visto. Li coglievo a mazzi, inoltrandomi sempre un po’ di più nella campagna disordinata.
La corriera scendendo, protestava con furibondi colpi di clacson, perché la strada era stretta e la mia macchina, percheggiata sul ciglio, infastidiva. Vai, vai, dicevo fra me. Imperterrita.
Campioni di fiori e foglie dei miei bellissimi mazzi, poi li sottoponevo ai miei ragazzi, che me ne indicavano i nomi e le caratteristiche. -Ma che cogli l’insalata, professò?- Ridevano. I miei mazzi di fiori erano tutti commestibili!- Ma possibile che mangiate tutto!- Mi seccava che si mangiassero tutta quella bellezza, ma effettivamente sì, tutte quelle erbe, fiori compresi, le madri le facevano in insalata, o li gettavano nelle frittate o nelle minestre.
Avevamo un approccio diverso a quei piccoli tesori della natura. Qualche volta adottai il loro. Feci qualche insalata di quei fiori di campo. Il sapore era buono, sì, ma i colori e i profumi, quando li sistemavo sulla mia scrivania, mi incantavano di più.
Verso Palestrina invece, (la patria di Pierluigi, avete presente?), poco prima dell’ingresso in paese, a novembre ci si trovava di fronte ad una incredibile distesa di alberi di cachi. Le sfere arancio appese contro il cielo azzurro e freddo, erano un’apparizione aggraziata, quasi magica. Poco dopo i caki venivano raccolti e restavano i rami nudi, trama netta ed elaborata insieme. Altrettanto magica. Poco più avanti, prima di inoltrarsi nel folto dei castagni che precedevano Cave, sulla sinistra della carreggiata, a primavera avanzata, un susseguirsi di gigli di S. Antonio profumava l’aria in modo quasi insostenibile. Quel lungo tratto ombroso era scelto dalle donne di Palestrina come piantagione comune dei gigli che avrebbero offerto al santo nel giorno della sua festa. Quell’ombra impediva che si ingiallissse il bianco assoluto dei fiori.
Invece sulla via dei Laghi i pini imponenti svettavano e il lago di Marino nella sua conca di verde folto, si incupiva di tutto quel verde. Lago di Marino, così si chiama, anche se tutti lo dicono di Castelgandolfo. I ragazzi di Marino, lo misero in chiaro da subito. Quello era il loro lago e Castelgandolfo se ne era impadronita solo perché era la residenza estiva del Papa. Di conseguenza il Papa a Marino non lo potevano vedere. Usurpatore. E un po’ lo era, lo è. La sua reggia sorge sulle rovine del palazzo di Domiziano. Da un monarca ad un altro. A primavera qualche volta, in occasione dei consigli di classe, scendevo a mangiare sulla riva del lago. Le canne, la terra soffice, il filare dei viburni, alti, quasi degli alberi e i cespugli di mirto. E l’acqua tranquilla. Mangiavo il mio panino, me ne stavo al sole. Scrivevo, qualche volta. Pensavo che ci sarebbe voluta della musica. Una musica da portare in tasca. Fantasticavo i walkman, di là da venire, o già nella testa di qualcuno. Poi risalivo la strada tutta curve verso Marino, dove le ginestre si alternavano agli olivi. Ma subito dopo, castagni e querce. Si entrava nell’ombra e si riusciva tra le case con le edere arrampicate fin sul tetto intrecciate alle campanule.
Anche i vigneti erano meravigliosi, con la loro esattezza, l’ordine, la pulizia in cui erano tenuti. I vigneti, orgoglio dei castelli romani. Per il resto, così poco orgogliosi. Considerati dai romani poco più di un unico ristorante casereccio all’aperto, nascondono tesori di architettura civile e religiosa, palazzi, chiese, dipinti di maestri, fontane, porte romane, palazzi rinascimentali, monasteri. Se i castelli romani appartenessero ai Francesi, l’intero mondo ne conoscerebbe le bellezze, sarebbero sulla bocca di tutti. Invece a Roma, con disprezzo si dice: ”quello viene dai Castelli”, intendendo che è rozzo, incolto, che parla “burino”. Tutto vero, ma la grande città, troppo bella per qualunque località, per sostenerne il confronto, ha ingiustamente offuscato la bellezza e l’importanza storica, artistica e paesaggistica di quei paesi. Mi piacerebbe restituire qualche cosa a quei paesi, di tutto quello che mi hanno dato.
E poi l’entrata a Roma dalla Casilina. Sì, l’orribile Casilina, che però negli ultimi chilometri verso la Borghesiana, tutta una discesa leggera, era costeggiata da una serie ininterrotta di acacie. Imponenti, quando fiorivano lo facevano con una esuberanza tropicale. Mandavano un profumo pazzo. La mia amica Nuccia ed io nell’ultimo tratto, spegnevamo il motore, aprivamo i finestrini e scivolavamo dentro quel profumo, zitte e contente, il sibilo dell’aria nelle orecchie, finché la macchina, la mia o la sua, si arrestava. Ci scuotevamo, rimettevamo in moto e riprendevano la nostra strada. Rientravamo verso le due e mezza del pomeriggio. La strada era poco frequentata a quell’ora e i nostri esercizi al volante non incontravano impedimenti.
Eravamo giovani e ci piaceva sognare. Lo facevamo a partire da cose minuscole, da cose banali con cui le nostre giornate, sempre faticose, si arricchivano. Cantavamo, portavamo scatolette di carne ai cani che incrociavamo. Nuccia non girava mai senza le scatolette di Simmenthal, in previsione di incontri canini.
Gli incontri canini potevano essere anche pericolosi. Una volta scelsi di tornare da Olevano passando per il bosco della Serpentara, un querceto secolare, che Corot chiamava la “foresta incantata” e che dipinse più e più volte, come Doré che vi si ispirò per le incisioni dell’inferno di Dante. Il bosco è immenso, pieno di una vita silenziosa e intricatissimo. Alla sua uscita la strada volge verso Tivoli e fiancheggia dei pascoli. Mi fermai a guardarmi intorno, appoggiata alla mia macchina. Lontano un gregge si spostava lento. E poi, d’un tratto, dal gregge partirono velocissimi verso di me tre cani da pastore. Bianchi, enormi, decisi. Aggressivi. Non ebbi il tempo di fare niente, me li trovai praticamente addosso, i denti scoperti, il pelo ritto, latranti. Io amo sommamente i cani, ma quelli erano davvero spaventosi e incazzati neri. Non so quale istinto mi guidò. Quasi mi sentivo male dalla paura, ma, senza neanche pensare, mi accosciai alla loro altezza, in un testa a testa e gli parlai, con il più tranquillo dei toni. O almeno il più tranquillo che riuscii a trovare. Bastò. Miracolosamente bastò. Dichiararono chiuse le ostilità, capirono che non volevo fottermi le loro pecore, mi slinguazzarono un po’ e se ne andarono , tornando al loro lavoro, maestosi, al piccolo trotto.
Le infinite, piccole avventure, tutti gli incontri speciali che ho avuto sulle strade della Provincia romana, potrebbero da soli, se sapessi davvero restituirli, riempire un libro.
In ogni caso per anni, hanno riempito la mia vita, alimentato le mie fantasie, tenuto vivo e aperto un canale tra la natura e me, che la vita in una grande città sempre rischia di uccidere. Sono tornata in quei paesi. In tutti, dopo molti anni. Per piccole contingenze: consegnare qualche scatolone di libri alle bibliotechine delle mie ex scuole, raccogliere documenti per la ricostruzione della mia carriera. Cose così, ma soprattutto portata dal desiderio di rivederli.
Molto si è perso, ma molto si è conservato. In me, in ogni caso, tutto si è conservato.

martedì 7 agosto 2007

scuola/bidelle e bidelli

Parliamo dei bidelli, volete? Intanto dichiaro subito che non ho nessunissima intenzione di chiamarli altrimenti che bidelli. Politically correct o meno che sia. Il bidello è una Istituzione e alle istituzioni non si cambia nome sotto l’onda di una farisaica frenesia definitoria. Bidelli e bidelle dunque. I miei rapporti con i suddetti sono stati molto complessi. Da un lato di solidarietà. Pagati ancora meno degli insegnanti,già tenuti alla fame, conducevano vita grama. Dall’altro di irritazione e conflitto. Loro verso di me, io verso di loro. I bidelli ritengono che la scuola, intesa come edificio, sia di loro proprietà e che gli alunni (ma spesso anche i presidi e gli insegnanti) siano degli occupanti abusivi. Gente che sta lì per disfare il lavoro che loro hanno fatto. Anche se non sempre lo hanno fatto. Perché, invece di levitare, i ragazzi camminano, calpestando il suolo che loro hanno spazzato e, ma non sempre, lavato? Perché orinano nelle cinque ore di lezione invece di liquidare (battuta involontaria, giuro) la pratica a casa loro? Perché si siedono spostando i banchi, invece di calarcisi dall’alto lasciandoli inchiodati al posto che loro gli hanno dato? Perché talvolta a giugno avanzato hanno caldo ed aprono finestre che loro dovranno richiudere? E perché durante la ricreazione invece di smaterializzarsi istantaneamente, ridono e scherzano e fanno confusione come se fossero dei ragazzi e non delle pedine della dama? Allora lo fanno apposta! E quella rompiscatole della P. che cosa vuole da loro? Cos’è questa storia che i banchi vanno spolverati? Che ce le hanno a fare le maniche gli alunni? Compravo alcool ed ovatta e mi pulivo la cattedra e spesso anche i banchi. Intanto tentavo gentilmente di ottenere che i bidelli se ne occupassero. -Ci scrivono sopra- obiettavano. -Questo è un problema differente- ribattevo -lei risolva il suo, io mi occuperò del mio.- Che compagna sei? mi disse uno. -Tua no, se non fai il tuo lavoro-Certi bidelli passavano per le classi una mezz’ora prima della fine delle lezioni e invitavano gli alunni con necessità fisiologiche a soddisfarle immediatamente, perché poi avrebbero chiuso i bagni.Per guadagnare tempo lavavano i pavimenti della scuola alla quarta ora, mentre avrebbero dovuto farlo al termine delle lezioni. Non sempre era possibile accordare le due esigenze. Qualche vescica o qualche intestino si ostinava ad avere stimoli non coincidenti con gli orari di riordino della bidella. Apriti cielo! Il ragazzo veniva rinviato in classe fra gli urli e la bidella mi irrompeva in classe minacciosa. Non dovevo mandare i ragazzi al bagno dopo le 12 e 30! -Scusate un attimo ragazzi.- Uscivo furiosamente sorridente. -Non si azzardi mai più a rimandare in classe un alunno che ha bisogno di andare in bagno.- Lo fanno apposta dicevano loro, per dispetto-. Era anche vero naturalmente. Oppure delle volte i ragazzi chiedevano di uscire tanto per distrarsi un po’, perché erano stanchi di stare seduti, verso la fine delle lezioni. Quei pochi minuti fuori della classe me li restituivano più attenti e meno ciondolanti. Io facevo il mio mestiere, erano i bidelli che non volevano fare il loro. Ricorrevano al preside. I presidi hanno un timore sacro dei bidelli, mi sono sempre chiesta perché. Ne sono succubi. Io venivo quindi richiamata all’ordine. -Professoressa non faccia uscire gli alunni dopo le 12 e 30. -Non battevo ciglio. -Neanche in casi di estrema necessità, Preside? -Ma no, certo che no! che dice? -Ah, ecco, mi pareva.- Per cui al successivo: -Posso uscire professò? -Estrema necessità?- chiedevo io. –Estrema, professò.- Vai.
Quando la bidella irrompeva in classe ero categorica e falsa. -Mi dispiaceeeee, signora! Estrema necessità!-
Ma qualche volta in cui ero più nervosa o più stanca mi rifiutavo di partecipare alla commedia. -Allora, che problema c’è? -Investivo la malcapitata. -Il suo contratto stabilisce che lei pulisca i bagni al termine delle lezioni, non prima.- Lei rimandi indietro ancora una volta un alunno e io farò personalmente pipì nel bagno degli alunni tutti i giorni alle 13 e 35-. Era una battaglia risorgente. I bidelli per ritorsione passavano alla delazione. Dritti dal Preside: -I ragazzi fumano al bagno-.Il Preside mi richiamava. -I suoi ragazzi fumano in bagno. -Lei sa Preside che non posso entrare in bagno al seguito dei ragazzi, è la legge che lo esclude. Però potremmo installare dei sensori. In ogni caso Preside forse i colleghi potrebbero evitare di fumare in classe, così, per solidarietà. Che ne dice Preside?- Sconfitto.
Ma, tornata in classe, ai ragazzi facevo vuotare la tasche. Sequestravo sigarette e fiammiferi. Loro protestavano.
Non avevano mai una lira e quelle sigarette sequestrate gettavano a terra la loro economia. - All’uscita tutti intorno alla macchina- Ridaccele professò, ridaccele, dai.- Qualche volta, impietosita, le restituivo, qualche altra me ne accendevo una partendo. -Così impari a fumare a scuola.- I bidelli sono ottime persone ma la scuola non ne sapeva usare le energie e quelle inutilizzate si atrofizzavano fino al punto che i bidelli le usavano solo per mantenere costante la loro temperatura corporea. O per sbrigare faccende personali. Nella noia stupida delle lunghe ore senza far nulla, i bidelli si inventavano duemila attività alternative. Ho visto bidelle pulire le verdure a scuola, lavorare a maglia, o all’uncinetto, la più banale delle attività per una bidella; ma anche risuolare scarpe, riempire i cuscini di lana, ricamare, preparare bomboniere che poi vendevano, e fare marmellate su fornelletti di fortuna. Ascoltare la radio o leggere il giornale era la prassi, ma persone più fantasiose e creative, riparavano il loro ferro da stiro o altri piccoli elettrodomestici, rincollavano piatti rotti o, ho visto anche questo, tagliavano su quattro banchi accostati l’abito da sposa della figlia.
A forza di fare niente si facevano convinti che dovevano non fare niente.
Si sarebbero lasciati morire lì sulla loro sedia, non volevano fare più neanche un passo. Ho conosciuto un bidello che si rifiutò di portare nelle aule una circolare del preside perche non era camminatore!
Non che avesse problemi di deambulazione, semplicemente la sua qualifica escludeva il girare per le aule. E, benché non avesse praticamente niente da fare tutta la mattinata, la qualifica è la qualifica.
Naturalmente c’erano anche bidelle e bidelli che non solo si occupavano di tenere pulita la scuola, ma in più erano veramente materni con gli alunni, li confortavano quando venivano messi fuori dell’aula, quando si sentivano male, quando baruffavano fra di loro o i loro amori adolescenziali si spegnevano. Uscivano a comprare la pizza agli affamati o coprivano i ritardatari, preparavano le camomille per i mal di pancia e uscivano a comprare le aspirine: fluidificavano con poche mosse la difficile vita dell’alunno. Erano i miei alleati e spesso i miei informatori. Mi raccontavano le storie delle famiglie degli alunni, dandomi spesso la chiave per capire, di loro, qualche cosa di più. In ogni caso bidelli e bidelle, allora come ora, sono il vero potere nella scuola. I bidelli sanno tutto, nulla può sfuggire al loro sguardo bionico. Solo la polvere sui banchi, quella sì.

venerdì 3 agosto 2007

scuola/amore e sesso

Le storie d’amore tra professori nella scuola erano rare. Ci si incontrava fuggevolmente, sulla porta dell’aula o nei consigli di classe o in sala professori, un attimo prima di andare in aula. Ma più che altro, credo, l’elemento umano era poco appetibile, soprattutto gli uomini. Uomini frustrati e altezzosi-altezzosi perché frustrati- donne stanche e in genere troppo sballottolate dal viaggio per aver voglia di civettare. Qualche storia naturalmente ho visto nascere negli anni, ma in genere tristi come i locali delle nostre scuole. Ne ricordo solo una, bella corposa. Un preside molto affascinante e galante e la mia collega di matematica, una napoletana esuberante e vitalissima. Lui sposatissimo, lei pure, e troppo focosi per considerare la Presidenza un locale off limits. Non si ponevano il problema di nascondere la loro relazione e così su un tema mi trovai scritto da un’alunna che “il preside è bello come Marlon Brando ma se l’è preso quella di matematica e se lo scoccola in presidenza.” (non ci sono miei errori di stampa). La vita privata dei professori ha un fascino speciale per gli alunni. Questi da un lato rifiutano l’idea che i professori ne abbiano una. Escludono che i loro insegnanti siano altro da quelle figure noiose fornite di registro e penna. Respingono l’idea stessa che possano essere persone in tutto e per tutto simili ai loro genitori, amici, parenti. Dall’altro, la vita privata dei professori vorrebbero conoscerla fin nei minimi particolari. Spiano, indagano, spettegolano, inventano, fantasticano. Nei miei confronti avevano una specie di mania di possesso. Io ero cosa loro. Chi erano questo marito e poi questa figlia che ottenevano la mia attenzione? Perché quest’ altra parte della mia vita gli era sottratta? È faticoso rispondere alle aspettative e ai bisogni di ragazzine e ragazzini tra i 12 ed i 15 anni. Ti chiedono di rappresentare sulla scena della loro vita una infinità di ruoli. Porsi poi come un essere umano, imperfetto e aperto, di fronte agli alunni, apre sì un canale di comunicazione che dà frutti al loro apprendimento e alla loro crescita ma logora chi ci si cimenta. Io credevo al valore dell’esempio; ancora oggi, pur con tutte le delusioni di una vita, io credo al valore della testimonianza e dell’esempio. Il mio illuminatissimo psichiatra mi ha definita “ a vocazione pedagogica”. Ma testimoniare ed essere di esempio comporta una grande fatica e assilla di dubbi. Parlare fuggevolmente della mia vita, inserendo piano piano le mie figure di riferimento nell’immaginario dei miei alunni, era il sistema cui ricorrevo per tranquillizzare il loro bisogno affettivo nei miei confronti e nello stesso tempo smitizzare una immagine di me che non volevo divenisse troppo grande o troppo positiva. L’equilibrio fra avere la loro fiducia e la loro stima senza trasformarmi in un essere infallibile, ha sempre richiesto un impegno attivo. Volevo che imparassero che ci si può fidare e che si può imparare dagli altri ma che non esistono guide per sempre ed in ogni caso, che tutti sbagliamo e tutti siamo imperfetti. Sottolineavo le mie incapacità, i miei errori, i miei dubbi. Sollecitavo consigli e suggerimenti. Prendevano fiducia nella loro capacità di giudizio, crescevano nella loro propria stima. Talvolta assumevano anche un atteggiamento protettivo nei miei confronti. Soprattutto le ragazzine. Scambiavamo sentimenti materni. Sapere che potevo avere difficoltà li faceva sentire più responsabili e più grandi. Ma ero sempre in guardia, per non alterare l’equilibrio di un rapporto in cui io ero l’adulta e loro i ragazzi. Il mio Preside, l’unico vero di cui vi ho già parlato, a questi miei dubbi, rispose di non preoccuparmi perché aveva potuto osservare che “stabilivo confini appropriati”. Veniva in classe ogni tanto, senza nessuna intenzione ispettiva, veniva perché stare in classe gli piaceva e perché era davvero interessato a vedere come lavoravano i suoi professori. Si sedeva accanto alla finestra, ascoltava con interesse, faceva domande, rideva. Sembrava un alunno tra gli altri. Non ho mai provato imbarazzo nel fare lezione alla sua presenza, ma sempre la sensazione che una guida silenziosa mi assistesse. Un senso di tranquillità che mi veniva dalla presenza di una persona più intelligente, più esperta, più preparata di me. Di intelligenze ne ho incontrate tante nella scuola. Alcune erano riluttanti ad esprimersi. La scuola le deprimeva. Ho sempre pensato che una società che mortifica i suoi insegnanti abbia un incerto destino. Ed è cieca verso il proprio futuro. Il presente mi dà purtroppo ragione. Sugli insegnanti io penso molto semplicemente quanto segue. L’abilità e la competenza necessarie per insegnare sono inversamente proporzionali all’età degli alunni e quindi al corso di studio in cui si insegna. I maestri fanno il lavoro più delicato, difficile e importante; seguono i professori delle medie, vengono poi gli insegnanti di liceo e infine i professori universitari la cui attività didattica non solo è la più facile ma in più spesso non è esercitata. A mio avviso gli insegnanti vanno pagati con una progressione inversa a quella attuale. Sono i maestri della scuola elementare a dover essere pagati più degli altri e a loro la società dovrebbe la maggiore considerazione. E la maggiore gratitudine. Sto esulando. Del rapporto tra la società italiana e la scuola parlerò un’altra volta. La stampa offre continuamente motivi per farlo. Ma oggi volevo parlare degli amori a scuola. Ci torno. Ma a quelli degli alunni. Dodici, tredici, quattordici anni. Qualche volta quindici. Gli amori semi-adolescenziali sbocciavano. Le ragazze tentavano di indurre un atteggiamento attivo nei ragazzi. Quei beati ingenui spesso non si accorgevano di niente. Ma altre volte ragazzi muti di desiderio seguivano con i loro sguardi ansiosi piccole civette. Nascevano ostilità tra le ragazzine, gelosie, qualche pianto. E i maschi sempre a bocca aperta, senza niente capire. Mi facevano una tenerezza queste prede inconsapevoli! E le ragazzine, con le loro innocenti manovre. Ogni anno si apriva un piccolo contenzioso tra l’insegnante di scienze e me. Io chiedevo che affrontasse il tema “sessualità”. Nelle mie intenzioni sulla base di una piana descrizione dell’anatomia e fisiologia umana fatta dal/lla collega io avrei potuto appoggiare un discorso sui sentimenti che si accompagnano alla sessualità. -È dalla biologia che si deve partire per raggiungere un risultato psicologico-insistevo, citando la letteratura, ormai accreditata, in proposito. In genere il/la collega, ansioso di mostrarsi aperto e modernista, si dichiarava entusiasta. Ma alla specie umana non si arrivava mai! Tutti i sistemi riproduttivi di ogni specie vivente, a partire dai ve-ge-ta-li, venivano minuziosamente illustrati ai miei alunni prima di informarli ufficialmente che possedevano un apparato riproduttivo costituito da bla, bla... I presidi erano sempre allarmati dalla prospettiva di fare educazione sessuale a scuola. La parola d’ordine era “nell’ambito delle scienze”. Quell’espressione “nell’ambito” mi mandava fuori dai gangheri. Significava che si sarebbe parlato di spermatogernesi e fecondazione ma mai dei corpi, maschile e femminile, in cui questi fenomeni astratti accadevano. “Perché volete che rubino la verità, invece di dargliela voi? Bella, chiara, pulita? protestavo. -Perché lasciare che l’idea di sesso sia circondata da questo senso di sporcizia e di colpa, di oscenità?”.
Inventai varie strategie. All’inizio dell’anno dotavo la classe di un po’ di materiale di prima necessità: alcol, ovatta, cerotti, la solita carta igienica e assorbenti. Risatine, ma anche qualche sorpresa, idee confuse e molta ignoranza. Ne approfittavo per spiegare il fenomeno delle mestruazioni. Li invitavo a fare ulteriori domande all’insegnante di scienze. In genere si schermiva. Non era il momento appropriato all’interno del suo programma. Non era mai il momento appropriato. A Torre Spaccata una ragazzina di un’altra sezione restò incinta. E lo sprovveduto aspirante alla paternità era un mio alunno di terza. In due non avevano trent’anni. Lui aveva una famiglia molto religiosa, decisa a chiedere la dispensa perché i due potessero sposarsi. La famiglia di lei non era dello stesso parere. La ragazzina smise da subito di venire a scuola. Lui continuò a venire ma piangeva tutto il tempo. Il Preside, insieme al prete della scuola, parlò con i quattro genitori che accusarono la scuola di non aver fatto il suo lavoro. Programmi alla mano, il Preside si giustificò. Ne nacque una discussione violenta al termine della quale le due madri, esasperate, vennero alle mani. La storia scombussolò tutta la scuola. Dopo un po’ di tempo si seppe che la ragazzina aveva perso il bambino. Le voci dicevano che avesse invece abortito. Le due famiglie erano in guerra e la borgata divisa in due su questa storia. Il ragazzino divenne sempre più chiuso. Infine verso la fine dell’anno, su un tema in cui i ragazzi dovevano parlare dei loro progetti al termine della scuola, scrisse che voleva farsi prete. Mi allarmai. Tentai di parlare con lui. Ripeteva solo che aveva capito che voleva farsi prete. Chiamai i genitori. Furono molto aggressivi. Il ragazzo, dissero, aveva capito di aver dato un grande dolore alla famiglia e a dio e di essersi macchiato di una colpa terribile. Voleva dedicare la sua vita ad espiare. Tentai con molta circospezione di insinuare qualche dubbio nella loro granitica certezza, ma tagliarono corto. La cosa non doveva riguardarmi. Era vero, ma invece ci riguardava tutti. Lui era atono, rassegnato, assente. Alla fine fu l’insegnante di religione a risolvere la faccenda. Affrontò la famiglia del ragazzo a brutto muso. E fu salvo. La storia, molto triste per entrambi i protagonisti, portò qualche cosa di buono. L’anno seguente diverse famiglie chiesero che in classe si facesse educazione sessuale. Veniva fatta in parallelo dall’insegnante di scienze, da quello di religione e da me. Fu spossante. Il concetto di peccato veniva fatto a brandelli da me e ricucito prontamente dal prete. Io tentavo di spazzare via quello di colpa, lui lo appesantiva ogni volta. La poveretta di scienze, veniva chiamata dagli alunni ad arbitrare la difficile partita. Insomma questo sesso era una pratica naturale da esercitare con consapevolezza ma senza senso di colpa o la tentazione del demonio che voleva impadronirsi delle loro giovani anime? E una gravidanza indesiderata era frutto di disinformazione e leggerezza o la punizione divina per i peccatori? Penso che ogni ragazzina e ragazzino scelse poi a suo giudizio la sua verità, ma quello che risultò chiaro per tutti fu che l’educazione sessuale era una educazione alla affettività e ai sentimenti e che l’anatomia e la fisiologia potevano solo servire di base. Questo concetto, così semplice, non è ancora diventato senso comune anche se ormai l’educazione sessuale viene impartita regolarmente. Per convincersene basta leggere le orribili storie variamente attinenti al sesso che ci arrivano dalle nostre scuole. E più in generale dai nostri giovani.

martedì 31 luglio 2007

professò/in succursale

Venne un giorno in cui sembrò che io fossi arrivata finalmente a Roma. Trasferita alla Scuola Media Plinio, due passi da S. Giovanni, praticamente sotto casa. Incredulità, festa grande. Assaporavo già lo squisito piacere di uscire di casa alle otto del mattino, quando dovetti risvegliarmi dal sogno. Plinio sì, ma succursale. Quando in una scuola si pronuncia la parola succursale sotto c’è il tranello, anzi direttamente la fregatura. La succursale è sempre scomoda, disagevole, lontana e sfigatissima. Classi di disperati, locali fetidi, mezzi di trasporto inesistenti. In linea di ipotesi la succursale della Plinio non faceva eccezione, ma si trovava al Borghetto Latino. Fu quello che capovolse la situazione e trasformò quei due anni di insegnamento in una specie di idillio virgiliano. Il Borghetto Latino sono dieci case e una ventina di famiglie raccolte attorno ad uno spiazzo sotto l’acquedotto romano. Sta sulla sinistra dell’Appia uscendo da Roma e di fronte, sull’altro lato dell’Appia, c’è un esclusivo circolo di golf. L’Appia non divide soltanto due mondi, non compatibili per condizioni economiche, sociali, culturali, ma anche due tempi. L’oggi golfista e un passato penetrante. Al Borghetto Latino si viveva in familiarità con l’antica Roma. Il paesaggio era quello di secoli e secoli indietro: campagna romana, placida e sonnolenta e l’acquedotto. Silenzio, qualche cane, i ragazzini e la costruzione arrangiata della scuola, una vecchia casa colonica.
Le madri dei ragazzini stendevano i panni sotto l’acquedotto e i figli ci giocavano a pallone. Portavano a scuola cocci romani raccolti tra l’erba dei prati. Arrivare la mattina al borghetto era come sbarcare su un altro mondo, un mondo più silenzioso, più intimo, più pulito anche. Gente non toccata dalla volgarità della città, in difficoltà ma senza delinquenza, gente tranquilla e fiduciosa. Mi appoggiai a quell’atmosfera pacifica, mi riposai gli occhi e l’anima. E poi leggere nelle ore di buco, seduta sui gradini della scuola, l’Eneide di Virgilio era come camminare sottobraccio al vecchio padre della letteratura latina. A qualche centinaio di metri le tombe latine, allora non recintate, seminascoste dal verde, affiancate dai cipressi; e ogni tanto affiorava il basalto della vecchia Appia. Sullo sfondo la sagoma della tomba di Cecilia Metella. E poi il clima tra colleghi. Una congiunzione astrale particolarmente benevola aveva raccolto nella succursale alcuni dei migliori colleghi che io abbia incontrato nella mia vita di insegnante. Gente che faceva tranquillamente il suo lavoro, senza scappatoie, senza nevrastenie, gente allegramente fiduciosa verso gli alunni e aperta verso gli altri colleghi. Era una sola sezione, tre classette, quindi un piccolissimo nucleo di insegnanti. C’era collaborazione, ci si scambiavano pareri e suggerimenti. Non si fuggiva mentre la campanella ancora suonava. I ragazzini facevano ginnastica all’aperto, estate e inverno. Spesso mi fermavo oltre la mia ora e mi sedevo al margine del campo dove la mia collega Carmela faceva giocare i ragazzi a pallone o montava un cesto da basket o si inventava qualche gioco a partire dal nulla. Qualche volta giocavo con loro o facevo ginnastica con loro. Avevo anche un cane al Borghetto Latino. Uno spinone che mi aveva adottata. Mi aspettava ogni mattina e mi investiva di affetto ipercinetico, emozionato come dopo una lunga assenza. Qualche volta veniva in classe con me. Stava un’oretta poi chiedeva di uscire. Mi aspettava all’uscita, andavamo assieme a comprare qualche cosa per lui nel piccolo alimentari. Restava fermo, al centro della stradina polverosa che immetteva nel grande spiazzo della scuola, a guardarmi andar via sulla mia 500. Quel cane lo vedo ancora, e se mi concentro sento ancora sulla mano i suoi baffi ispidi. Lo chiamavo cane. Era troppo intelligente e libero e decisionista per dargli un nome di autorità. Ci trovammo tutti così bene in succursale che nessuno di noi il secondo anno chiese di passare in centrale. Il preside sospettò che non lavorassimo, che ci dessimo alla pazza gioia lontano dai suoi occhi indagatori. Fece una improvvisa comparsa, una mattina. La bidella puliva i vetri, la scuola era tranquilla. Entrò con impeto nelle tre classi, placidamente accolto da insegnanti interrotti mentre spiegavano, correggevano, raccontavano. Rinculò, messo a disagio dal clima operoso ma tranquillo. Era sospettoso e diffidente, ma non stupido. Alla prima riunione di classe disse che ci ringraziava per avergli mostrato come avrebbe dovuto funzionare ogni scuola. Era un tipo un po’ retorico, magniloquente, ma effettivamente un piccolo miracolo pedagogico aveva luogo al Borghetto Latino.

Molti anni dopo la Giunta cittadina intervenne sul Borghetto. Positivamente si intende, attuando quelle opere che erano necessarie. Ma la stampa usò, per indicarle, il termine “bonificare” il Borghetto Latino. DOVETTI scrivere al giornale su cui avevo letto la notizia, perché non c’era niente da “fare buono” al Borghetto. Bastava fare il proprio dovere di amministratori e basta.
Il Borghetto Latino era già buono di suo.

lunedì 30 luglio 2007

docente/discente

docente/discente

Ho avuto molti presidi. Il preside al sapore di caffè, la preside contraria ai pantaloni, il preside che stendeva i panni in presidenza e poi un numero imprecisato di presidi anonimi. Presidi donne, presidi uomini, presidi incerti, non nel senso della preferenza sessuale, ma proprio incerti fra l’essere e il non essere. Respirare appena e far finta di essere vivi. E poi ho avuto un vero Preside. Un solo anno, poi fu fagocitato dal Ministero. Era un uomo anziano, o almeno allora mi appariva così. Voluminoso, distintissimo, impeccabile. Aveva un problema di linguaggio. Ogni tanto si inceppava e contemporaneamente il volto gli veniva attraversato da una specie di terremoto che ne alterava tutti i lineamenti. Sembrava una persona in procinto di affogare. Poi com’era venuto, lo scossone passava e lui riprendeva il suo discorso nel punto esatto in cui il terribile affronto del suo cervello glielo aveva troncato. Non commentava mai quello che gli era successo, non si scusava, non arrossiva, non distoglieva lo sguardo. Aspettava che la tempesta passasse e poi ripartiva. Malgrado questi episodi ascoltarlo era un piacere. Per la prima volta, e per l’ultima, pensai che un preside potesse insegnarmi qualcosa, che avevo qualcuno cui potevo chiedere consiglio, spiegare i problemi, le difficoltà del mio lavoro. Imparare. Fu l’unico cui sentii parlare di didattica, di pedagogia, di psicologia. Prendevamo entrambi il pullman a Porta Maggiore. Quando arrivavo alla fermata lui era già lì. Si sedeva, si metteva gli occhiali, tirava fuori un libro e si metteva a leggere. Io mi sistemavo sempre lontana, in genere dormivo e poi non volevo disturbarlo. Ma un paio di volte mi capitò di vedere cosa leggesse. I tragici greci. In greco. Qualche volta aspettando il pullman, chiacchieravamo. Una voltà mi raccontò tranquillamente che la notte non dormiva.Un paio di ore, forse, mai di più. Non soffriva di insonnia, ma trovava che era tempo perso. –Non credo che vivrò a lungo- commentò in tutta flemma. Dopo pochi anni seppi infatti che era morto. Fui contenta che avessse usato tutto il suo tempo. Quella volta mi disse che la notte leggeva e scriveva. Drizzai le orecchie. Che cosa scrive Preside? –E traduco, anche-aggiunse. Ma alla domanda sulla sua scrittura non aveva risposto. Traduceva dal greco, naturalmente. Traduceva opere già tradotte e opere che ancora non lo erano state. Cercava testi minori, o testi anche importanti ancora non pubblicati. In anni recenti mi è spesso capitato di pensare a lui. Sono infatti in impaziente attesa della pubblicazione, con testo a fronte, dei libri della Storia romana di Cassio Dione relativi all’epoca dell’imperatore Adriano. Mi è capitato di dirmi: Forse Dione lo ha tradotto il mio Preside e sta lì, tra le sue carte. Il greco era la sua passione e la sua malattia. Io non potevo condividerla. Il greco non è mai stata la mia materia. Partii con il piede sbagliato, forse lo presi sottogamba. Dopo qualche mese lo riacciuffai, ma non entrammo mai in confidenza. La letteratura greca, quella sì, l’ho amata molto. Ma la traduzione mi dava del filo da torcere. Era lo spaventoso ventaglio di significati per un solo verbo che mi innervosiva. Ogni verbo significava tutto e il contrario di tutto. Destabilizzante. Traditore. Se sbagliavi il significato di un verbo all’inizio di una versione poi sbagliavi tutto il resto perché sceglievi, conseguentemente, altri significati sbagliati. Era frustrante saper tradurre grammaticalmente e sintatticamente un brano e non riuscire a penetrarne il significato. Allora, come sempre, avevo bisogno di chiarezza, di certezze, di ordine. Ero già abbastanza sospesa di mio. Il latino, era la mia lingua. Il mondo ordinato che usciva dai classici latini. Anche quelli con lo stile più mosso, spezzettato, involuto, conservavano la cristallina bellezza di un lessico costituitosi per comprendere, spiegare e dominare la realtà. Eppure avrei tanto voluto amare il greco. Perchè amavo il mio professore di greco del liceo. Nel modo in cui amiamo un professore: ammirazione, soggezione, rispetto. Silenzio e occhi attenti. Il mio professore di greco si chiamava Brighi. Corpulento e sordo. Portava un apparecchio a correzione della sua sordità, minuscoli occhialetti dorati, ed aveva una scienza ed un’ eloquenza senza pari. Aveva anche uno spirito sarcastico che non mi risparmiò. Invece di voti numerici attribuiva alle versioni le lettere dell’alfabeto greco, in ordine crescente. Una volta mi mise “alfa /omega” insieme. Chiesi spiegazioni. Rispose che la versione raccontava benissimo una storia molto interessante che meritava il massimo, l’omega appunto. Ma purtroppo la storia vera era un’altra, da cui appunto l’alfa. Mi invitò a liberare la mia mente dalla mia prima traduzione e a rifare a casa la versione. La ripresentai. Disse che era una storia ben congegnata, ma era una terza storia che non aveva niente a che fare con quella vera. Mi restò l’alfa. In seguito andò meglio e infine imparai ad evitare i trabocchetti di quella lingua traditrice, ma non la amai mai. Fui poi ammessa alla maturità con otto in greco e otto riportai agli esami, ma continuai a non amarla. Mia figlia ha pareggiata il mio conto con il greco. È una vera grecista. Laureata in filologia micenea. Fa un po’ orrore, no? Il Professore di greco, che intuiva benissimo la mia lotta corpo a corpo con l’inafferrabile creatura che era il lessico greco, e insieme la mia passione per la filosofia, la storia, la letteratura di quel popolo, nutrì per tre anni la mia fame di sapere con una generosità ed una ricchezza di cui gli sarò sempre grata. Aveva una cultura radicata negli studi classici ma dilatata oltre ogni confine. Ci parlava di tutto: letteratura, teatro, cinema, arte, filosofia.Voleva insegnarci a penetrare il mondo e seguirlo in questo viaggio rendeva le ore passate con lui un incanto. In classe eravamo tutte innamorate di quell’uomo con la pancia, sordo, vestito sempre di blù, elegantissimo e ironico, che sorrideva con affetto della nostra giovinezza senza invidiarcela, ma incoraggiandoci a viverla. A me fece uno dei regali più belli che io abbia mai ricevuto. Gli portammo da firmare la foto di gruppo di fine corso, come allora si usava. Firmava un po’ ironico, scuotendo la testa, e quando toccò a me si fermò. Mi guardò solo un attimo, come soppesandomi. Poi tracciò una frase dietro la foto, e me la restituì. A Marina P. con l’augurio che resti sempre kalè kai agazè.( Speriamo che mia figlia mi perdoni per non aver usato i caratteri giusti!). Letteralmente bella e buona, vero professore? Ma, caspiterina, o cazzarola come direbbe il mio nipotino, kalòs y agazòs è l’ideale greco di uomo, e se permettete di donna, è il compendio di quello che la Grecia antica si aspettava da un suo cittadino. Il significato di questa espressione, fiumi di parole lo hanno illustrato. Dite voi se avrei potuto non amarlo, il mio professore. Eppure l’ho tradito, a riprova del fatto che l’amore non è affatto incompatibile col tradimento. Iscrittami all’università, abbandonai il greco, dedicando tutta la mia passione al mio adorato latino.Tradii poi anche il latino, quando si trattò di scegliere la cattedra di ruolo. Invece di accettare la cattedra di italiano e latino nei licei preferii restare alle medie. Il latino però non l’ho mai abbandonato, non un solo giorno della mia vita. Per anni l’ho insegnato, a titolo gratuito, ad un numero imprecisato di figli, fratelli, nipoti vari di amiche, colleghe, semplici conoscenti.
Anche negli anni faticosi in cui peregrinavo nelle scuole medie della provincia romana, trovavo il tempo per dare lezioni a ragazze e ragazzi dai quali mi consideravo beneficata. L’ultimo ragazzo cui ho insegnato la tecnica di traduzione del latino, Cesare, figlio di una mia carissima amica, ha dato quest’anno la maturità. Della versione assegnata quest’anno agli esami si è lamentato: era troppo difficile. Beh, lo era davvero, ma, cazzarola, com’era bella!
Io mi sto guardando intorno per vedere se posso adescare un altro alunno.

mercoledì 25 luglio 2007

professò/in borgata

Quando sbarcai in borgata il mio stile di insegnamento dovette necessariamente subire un’ evoluzione. Dovetti imparare ad arrabbiarmi molto con i miei alunni, a rimproverarli con durezza, a minacciarli, a fare la faccia feroce. La mia passione li divertiva. -Che ti frega di noi? -mi sfidò uno.-Quando lo scopro te lo dico -gli risposi.
Al termine dell’anno fu bocciato. Fuori della scuola la sera degli scrutini mi si avvicinò. Gironzolavano intorno al luogo del delitto dal primo pomeriggio e adesso erano lì per carpire qualche anticipazione. -Non ce l’ho fatta vero?- Feci segno di no. -Va bene -fece allegramente –nun te la prende.- E chi se la prende?- provai a ribattere. -Non è me che hanno bocciato. -E allora nun fa’ quella faccia. -Era spudorato e aggressivo. -Ma io nun ce torno ‘staltr’anno a scuola. Con la F. nun ce voglia andà. -E allora dovevi studiare, pollo! perchè l’anno prossimo vai proprio con la F-. Ma l’anno successivo non tornò. Era già inserito nel sistema di piccola delinquenza della borgata. Non era colpa di nessuno. O meglio era colpa di tutti. Di tuttti noi. Veniva a scuola, ma ogni tanto eseguiva qualche lavoretto in famiglia. Portava le gomme che il fratello rubava, alla borgata Finocchio, guidando, senza patente, un camioncino. Lì un gommista le “lavorava”. -Ma che vuol dire che le lavora? chiedevo io. -Ah ma non capisci niente! le vende no?-Le tue so’ lisce professorè, te le rimedio io. Se vuoi te le faccio trovà cambiate.- Stai lontano dalla mia macchina, tu e le tue gomme!- Un altro invece mi aveva insegnato ad aprire la 500 con quelle chiavette metalliche con cui si aprivano le scatolette di tonno. - Nun se sa mai professoré è meglio che t’impari.- Ma non mi serve, ma che ci devo fare? protestavo io.- Ma la faccenda mi incuriosiva. -Ah ma sei di coccio! sbuffava ai miei fallimenti. Alla fine imparai E poi dovetti imparare a “sgommare”.Con la 500! -Dai sgomma professorè, facce vedé.-
Per una settimana parlammo tutti in dialetto. -Il primo che parla in italiano nota sul registro!- Credevano fosse una passeggiata. Invece l ’italiano riaffiorava proprio mentre non lo volevano usare. Scoprirono che un po’ d’italiano lo avevano anche loro. -Ammazza professoré ma allora parlo italiano!- Adesso che si è stabilito che l’italiano lo parlate anche voi, guai a chi non lo usa.- Ogni infinito tronco (andà, mangià, studià) era un segno sul diario, ogni sei segni mettevo una insufficienza. -Non vale -mi disse uno -è sempre lo stesso errore, solo che lo ripeto. -Accolsi la protesta. E si andava avanti così, guadagnando una parola corretta a volta. Avevo introdotto la trattativa sindacale in classe. Beh, una trattativa sui generis. Una cosa che mi irritava molto era quando qualche collega affermava che per lei/lui tutti gli alunni erano uguali e tutti trattati allo stesso, stessissimo modo. –Imparziale, sono!-
-Se tratti tutti i bambini allo stesso modo è perché li consideri banchi. Non solo è umanamente impossibile ma non è neanche didatticamente appropriato-replicavo.
Apriti cielo. Il fatto è che ogni insegnante nel momento di giudicare ritiene di essere Dio in persona, imperscrutabile ma giusto. La Giustizia personificata anzi, con la bilancia in mano e il manto che struscia in terra.
Già teologicamente che esista una Giustizia divina la trovo un’ affermazione difficilmente sostenibile, ma didatticamente poi! Di tali soggetti vi consiglio di diffidare. O sono talmente inconsapevoli dei loro propri sentimenti da rasentare la cecità o ne sono altamente consapevoli e mentono per coprire antipatie, parzialità, ingiustizie. Io diffido anche dei genitori che sostengono che tutti i figli sono uguali per loro, amati dello stesso amore e trattati con la stessa tenerezza. Ma questo ha poco a che fare. Personalmente non ho mai chiesto a me stessa di essere giusta, ma corretta sì e i miei alunni avevano l’indicazione di avvisarmi di quelle che ritenevano ingiustizie. Non che io cambiassi automaticamente il mio giudizio, ma poteva capitare che loro convincessero me o viceversa. In ogni caso ci spiegavamo. Tentarono di allargare le maglie di questa trattativa minima. Alzarono un po’ la voce, secondo il vecchio principio sindacale che è meglio se ti fai sentire. -Molto bene- dissi- voi ritenete di saper giudicare meglio di me. Può darsi che abbiate ragione. Per due settimane applicherò i vostri giudizi.- E preparai un registro a parte. Non arrivammo mai alle due settimane. Successe di tutto. Non ce n’era uno contento del giudizio espresso dal resto della classe su di lui. Fu una saggissima alunna che risolse la questione.-È meglio se i voti li dai tu, Professorè, così dobbiamo liticà solo co’ te-.
Il concetto di programma, in quelle condizioni, era molto aleatorio.
-E il Pascoli? mi chiese il Preside quando gli portai la mia relazione sul programma svolto.-Il Pascoli?- Sì, che mi dice del Pascoli?-Il Pascoli, Preside? Vediamo. Nacque a San Mauro di Romagna, nel 1855, credo... -Professoressa! lei mi piace ma esagera!-
Esageravo, sì. Ma del resto questa parola me la porto appresso da una vita: esagerata. Insieme a eccessiva. E a tutti i possibili sinonimi. Via via, con progressivi slittamenti di significato, si arriva a folle. Non mi credete? Dizionario dei Sinonimi e dei contrari del Gabrielli. Vi fidate del Gabrielli?
Sinonimi per esagerato: iperbolico, caricato, smodato, amplificato, enfatico, esorbitante, eccessico, sopreccedente, esorbitante, soverchio, sproporzionato, immoderato, fuor di misura, intemperante, irrazionale, anormale, folle.
Voilà!
Io sono la prova provata della totale mancanza di senso dei segni zodiacali. Infatti io sono una Bilancia!

Inoltre, io mi considero la quintessenza della razionalità, del “testa sulle spalle” e “piedi in terra”. Agisco razionalmente. O almeno ci provo. Quanto a quello che sento è un’altra storia. Ma saranno pure affari miei, o no?

sabato 21 luglio 2007

allarme furto!

Una borgata fine anni settanta, per essere più precisa dovrei frugare nel mio archivio. Sì, ne ho uno, ma lo evito come la peste. Erano circa le otto e un quarto. Parcheggiai la mia 500 sul marciapiede opposto a quello della scuola ed entrai.
Quando ne uscii, cinque ore dopo, la mia 500 non c’era più. La borgata in quegli anni era un bel po’ malavitosa e la contiguità tra la piccola malavita e i miei alunni era un fatto noto. Ma quella volta me ne fu servita la prova su un piatto d’argento. Grande clamore tra i ragazzi. -T’hanno rubato la macchina! E mo professoré?-E mo è andata! e girate al largo ché sono nervosa.- Ma poi un ragazzino di seconda mi fa:-Professoré, mo vedo che se pò fa’-. E sparisce.Torna dopo pochi minuti, mentre io mi sto organizzando per tornare a casa con qualche collega.-Professoré vattene al bar e aspetta, che te la faccio ritrovà io la macchina-. Che cosa fa un’educatrice in un caso simile? Rifiuta l’aiuto e tiene una bella lezione di educazione civica? Va dai carabinieri e sporge regolare denuncia? Oppure finge di non capire? Non basta che mi abbiano rubato la macchina, adesso devo pure affrontare un delicato problema professionale? Insomma, mi chiedo, che cavolo devo fare? Telepatico, il ragazzino: -Allora professoré? che devo fa’? Mi aspetti?- Lo guardo bene in fondo agli occhi. -Tu dici che la ritrovo?- Ricambia lo sguardo-Io dico, professoré-. Bhe, se lui dice, io aspetto. Ecco risolto il quesito morale.
Così mi compro un po' di pizza, me ne vado al bar lì vicino, telefono a casa che non so quando rientrerò, e mi siedo in fiduciosa attesa. Il barista si informa dell’accaduto. E commenta tranquillamente: -Ci vogliono un due, tre ore-.
E infatti dopo un due, tre ore un gruppetto eccitatissimo dei miei ragazzi mi raggiunge al bar e mi invita a recarmi nella grande piazza sterrata dove in genere si accampano i piccoli circhi di periferia. E’ perfettamente vuota, ma al centro, più bella e splendente che pria, la mia 500 rifulge. Mi dispiace professoré -fa il mio alunno, modesto -ma pe' i ferri e la ruota nun se po’ fa’ niente. E’ troppo tardi.- Ringrazio signorilmente. Bonariamente il mio alunno mi dice -Eddeché, professoré- Sembriamo due gentiluomini nel foyer di un teatro. Salgo a bordo e me ne torno a casa.

Verso la fine dell’anno, fu l’auto del preside a sparire e venni immediatamente e ufficialmente contattata dal Capo dell’Istituto perché interessassi il mio alunno al suo caso. Questa volta nessuno scrupolo, era il preside in persona che mi autorizzava ad un po’ di disinvoltura. Ma la risposta del mio alunno fu lapidaria : -‘Sta volta nun se pò fà.- Azzardai cautamente una domanda: -Perché nun se pò fà ‘sta volta? –Ormai siamo pari- rispose lui sibillino. Con chi fosse in pari non l’ho mai saputo, né l’ho mai voluto sapere. Il preside restò con la sensazione che non avessimo voluto aiutarlo. Buttò lì anche un-Ma come va ‘sto ragazzino a scuola?-
Per fortuna il ragazzino era sveglio e a scuola, come nella vita, andava decisamente bene.