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domenica 3 maggio 2015

Leggendo Ode al Monte Soratte di Claudio Damiani /1

Sono una lettrice ingenua.Voglio dire: per leggere ho solo me stessa. Non ho niente cui appoggiarmi. Non gli strumenti della critica letteraria, non teorie interpretative. Ho me stessa e dietro di me tutti i libri letti. Dietro e dentro di me. Il linguaggio con cui esprimo il mio pensiero su un libro non può che essere semplice e quotidiano e riconosco che esso è spesso insufficiente, anzi, inadeguato, rispetto al libro stesso. Se poi si tratta di poesia l'inadeguatezza è ancora più evidente.
Credo che chi ha letto il mio blog nel corso di questi anni sappia bene che nel presentare un libro non mi sono mai avventurata in analisi critiche, ma ho sempre parlato solo del mio rapporto con il libro stesso.

Oggi voglio comunque parlare di un libro di poesia: Ode al Monte Soratte di Claudio Damiani. Editore Fuorilinea. Il libro raccoglie 18 poesie, un dialogo, un racconto e 9 disegni di Giuseppe Salvatori, un artista che non conoscevo.



Quello che nell'indice è chiamato dialogo -e che ha la forma di dialogo tra Francesco e Laura- è ancora una lunga poesia in cui la voce del poeta ha come un'eco che ci rimanda non tanto le sue parole ma i suoi affetti. È una cronaca-ricordo poetica di una salita (la parola ascensione non mi sembra adatta, non so perché) al Monte Soratte, il protagonista della piccola raccolta.

Nel racconto che chiude il libro c'è un incontro tra un pastore di pecore e una insegnante ed è stato come una scossa elettrica alla mia memoria e mi ha riportata a quando ero una giovane insegnante che ogni mattina partiva all'alba per un piccolo paese di quasi montagna nella sua vetturetta e si fermava lungo la strada per respirare quella natura di erba, prati, luce, radi alberi e fiori di prato senza nome. Restavo un po' così, senza né fare né pensare, solo raccolta nella felicità di quella natura
semplice che non aveva nulla di spettacolare.
E ho ricordato un mio incontro, più povero di quello narrato nel libro, ma che ha avuto origine nello stesso modo e credo dallo stesso sentimento.
Quando mi fermavo lungo la strada che portava a Bellegra, restavo spesso a guardare le greggi di pecore al pascolo, perché le pecore mi affascinavano di tenerezza. Un giorno mi inoltrai, ma poco, nel campo. Destai però l'allarme di tre grossi cani pastore, bianchi e veloci che da lontano puntarono dritti su di me attraversando a cavallo di se stessi il campo con intenzioni severe. Il mio amore per i cani è assoluto, ma quei tre grossi animali col pelo bianco luccicante di rugiada mi impaurirono e restai lì incerta e un po' paralizzata. Poi feci l'unica cosa che un istinto un po' animalesco mi suggerì. Mi sedetti in terra aspettandoli. Mi raggiunsero in un attimo e trovatami in quella posizione arresa decisero che non ero una minaccia per le pecore affidate alla loro sorveglianza. E mi annusarono, girandomi strettamente intorno. Così potei parlargli e dichiarargli il mio amore e toccarli anche, mentre con le loro code oscillanti mi dicevano di star tranquilla perché avevano capito chi ero e che potevo restare e anche se, naturalmente, non mi amavano perché ero solo una sconosciuta per loro, pure accettavano il mio amore e mi rassicuravano sul fatto che se ci fossimo conosciuti meglio anche loro avrebbero potuto amarmi. Dopo qualche colpetto col muso e piccole strusciature amichevoli dei fianchi ripartirono al galoppo, senza voltarsi indietro, una veloce elastica nuvola bianca. Mi rimasero le mani inumidite dalle carezze e addosso l'odore di pelo e acqua, terra e erba. Il mio incontro finì così. Nessun ulteriore sviluppo ma quell'incontro ancora mi emoziona e mi commuove. E leggere una situazione in partenza così simile -anche se il racconto del poeta continua con un'altra ricchezza di narrazione e riflessione- è diventato prezioso, quasi fosse scritto proprio per me.
Questa sensazione del resto mi succede sempre con la poesia di Claudio Damiani e suscita in me un sentimento di gratitudine, ma anche di timidezza, come di fronte a un regalo di valore ma immeritato.

Ora mi accorgo di aver parlato di me e non delle poesie raccolte nel libro.
Ma voglio farlo, ci tengo molto a farlo.
Lo farò, con la necessaria cautela, e nel mio solito linguaggio, non preparato, non esperto, molto presto.

Intanto riporto almeno una poesia. (E speriamo che copiarla non sia una scorrettezza).

Quando io mi siedo qui, su questo muretto
lungo il sentiero, non è un punto particolare
non c'è una vista particolare
è un punto qualsiasi, e io mi siedo,
sto un po' fermo e guardo le fronde degli alberi,
ornielli forse, con le foglioline piccole,
che mi stanno davanti, faggi anche, accanto a loro,
e ascolto il loro silenzio, l'oscillare lieve delle foglie,
sento il silenzio del sentiero, della terra,
il muoversi impercettibile di ogni cosa, come un brulichio
o un ronzio che diventa sempre più forte,
come un mare, come una lava che bolle,
e io sono dentro questo cratere di fuoco
perfettamente calmo, come avessi una tuta
magica che mi protegge dal calore,
dal rumore assordante, eppure sento questo silenzio,
il muoversi impercettibile delle foglie,
lo scorrere del tempo come lo scorrere
d'un'acqua, d'un ruscello, d'una fonte
vicina e insieme lontana, che non sai dov'è.




                                         Jean Baptiste Camille Corot Il Monte Soratte-1826


venerdì 7 dicembre 2012

buon giorno

Non sopporto l'idea di sollecitare gli altri ad aprirsi con me, di spingerli a raccontarmi qualcosa di  personale, men che mai se doloroso.
Così mi limito a sorridere e a rivolgere un buongiorno cortese alla persona che so malata -del male che miete vite in questo tempo- perché una volta rapidamente vi accennò. Mi sentirei intrusiva. Mi sembrerebbe di invadere la sua riservatezza che, almeno ai miei occhi, è manifestata dal suo cordiale sorriso di risposta. Chiederle come sta in questo periodo, come vanno le cure o fare una osservazione sulla sua visibile energia, sul modo imperturbabile con cui conduce la sua solita vita, non potrei. Le apparirà come indifferenza? Probabile.

La discrezione è un bisogno così forte per me che se sento la tentazione di sollecitare qualcuno mi identifico con colui che verrebbe sollecitato e non con me che solleciterei. Il mio bisogno di riservatezza, il desiderio forte di non essere interpellata fa sì che io mi astenga da ogni gesto che pure potrebbe essere di riguardo, di attenzione.

Eppure ogni volta mi chiedo se sto sbagliando e mi allontano col dubbio, con il peso della mia domanda.
So che la legge che vale per me potrebbe non valere per l'altra persona, che potrebbe desiderare un gesto, una parola di sollecitudine ma questa è per me solo una ipotesi di scuola. Sempre mi trattiene il pensiero che, come me, desideri solo passare sveltamente, senza che qualcuno entri nella sua vita difficile e ne carpisca un sia pur minimo riflesso nella sua voce sfiorata dal pianto, nel suo sguardo improvvisamente velato. Senza che qualcuno porti in primo piano dolore e sofferenza. È capitato che questa muta discrezione mi sia stata riconosciuta nel tempo come atto di attenzione e che abbia ricevuto gratitudine. Ma siamo ognuno diverso ed è difficile sapere qual è veramente l'aspettativa di chi abbiamo di fronte.

Vorrei che esistesse un modo per chiedere permesso, un modo per testimoniare partecipazione senza che neanche una parola scalfisse la riservatezza e il bisogno di silenzio. Io non lo conosco e mi accontento di dire buongiorno, di immettervi il massimo di sincerità per trasformare la breve formula convenzionale nell'augurio vero di un buon giorno.

giovedì 11 marzo 2010

no spinto

Cronaca di una giornata a ridosso dell'8 marzo.

"Stamattina mi sento "no spinto".

Salgo sull'autobus. Mentre timbro il biglietto mi vanno gli occhi su una giovane donna con grandi occhiali neri. Grandi, ma non abbastanza da coprire un livido violaceo che le scende fino alla guancia. Speriamo che sia caduta, penso, che abbia sbattuto contro la porta del frigo o contro un cartello della fermata. Ma qualche cosa nel modo in cui ostinatamente guarda fisso davanti a sé, mi dice che no, non è caduta e non ha sbattuto contro il cartello dell'autobus. Il corpo è rigido, sta stretta nelle spalle, come ritirata dentro se stessa. Sento una rabbia feroce montarmi dentro. Con chi posso prendermela? Mi guardo intorno inutilmente. Poi tento di ragionare con calma. Magari ha avuto un incidente di auto, nessuno l'ha picchiata. E se pure, chi ti dice che sia stato un uomo?
Ma mi sento ribollire lo stesso. Quando scendo, alla penultima fermata, lei è ancora nella stessa posizione: la sinistra stringe la tracolla della borsa, la destra tiene con forza il sostegno. Lo sguardo è fisso fuori dell'autobus. La libreria dove devo fare acquisti è ancora chiusa e così faccio a piedi l'ultimo tratto di strada e passo accanto al capolinea. La giovane donna è ferma accanto all'edicola con un'altra ragazza. Parla animatamente, poi solleva rapidamente gli occhiali e le mostra il viso, che subito torna a coprire. L'altra ha un sussulto ed esclama qualche cosa che non sento. Ha gli occhi spalancati e si avvicina di più all'amica. La ragazza con gli occhiali fa segno di no con la testa, più volte, mentre l'amica parla e parla...Passo alle loro spalle e intanto mormoro tutte le parolacce che conosco, maledico a destra e a manca, porco questo e porco quello...

Al ritorno salgo sull'autobus allo stesso capolinea.
C'è un posto libero e mi siedo. Di fronte a me è seduto un ragazzetto sui quindici anni con in braccio una coetanea. Scrivono e leggono sms sui loro telefonini e ridono. Ritta accanto a me una ragazza alta, in jeans e giaccone bianco. Mi accorgo che è molto incinta e mi alzo per cederle il posto. No, signora, stia! rifiuta sorridendo. Insisto. Poi mi sovvengo dei due ridacchianti e bruscamente gli intimo: Fate sedere la signora! Mi guardano ottusi e neanche replicano, tornando a chinarsi sui loro telefonini. La giovane incinta mi fa: Lasci stare, non importa. Ma sono in giornata "no spinto" e allora mi chino verso i due e con il più deciso e minaccioso dei toni sibilo: In-pie-di! Si alzano, urtandomi a bella posta e la ragazzina mi lancia un cortese: Ma va a ffa 'nculo! Ridono. E che è storpia? fa lui. Lo storpio sei tu, gli dico, ormai invelenita. Sei storpio qui e qui e mi indico la testa e il petto. Spingono un po' di passeggeri e scendono alla prima fermata, seguiti da un coro di "maleducati!" Mi fanno gestacci da sotto l'autobus. Rispondo con una smorfia irridente. Solo per un soprassalto di dignità non gli faccio il gesto dell'ombrello.

Mentre salgo le scale di casa mi chiedo se, con un atteggiamento più positivo verso la giornata, le cose sarebbero andate meglio. Avrei pensate e dette meno parolacce, avrei forse fatto un sorriso alla giovane picchiata, avrei trovato magari un approccio educativo verso i due stolidi ragazzetti. Ma la giornata è talmente "no spinto" che mi rispondo: e allora? Chi se ne frega!"

martedì 23 febbraio 2010

leggere/scrivere: è donna?


Piccola riflessione dopo aver visto sulla linea 85 una ragazza italiana che in piedi leggeva, in lingua originale,The Canterbury Tales di Chaucer.

Nei miei spostamenti in città io prendo regolarmente i mezzi pubblici, luogo privilegiato di osservazione dei miei concittadini. Sugli autobus romani c’è sempre almeno una donna che legge. Sedute o in piedi, con le borse a tracolla o poggiate ai loro piedi, in incerto equilibrio, resistendo nel flusso dei corpi, loro beatamente leggono. Io sbircio e mi impiccio. Leggono di tutto. Studiano manuali, dispense, sognano su volumetti rosa, leggono gialli, poesie, filosofia, l’ultimo romanzo di successo o classici di ogni tempo. Se disturbate nella lettura lanciano occhiate di fuoco o sguardi vacui, perduti altrove. E si rituffano nelle loro pagine. Gli uomini raramente li vedo leggere. A parte i giornali sportivi. Non c’è niente di male nel leggere i giornali sportivi, li leggo anche io, e li sbircio anche. Ma è sicuramente vero che, almeno sugli autobus romani, gli uomini leggono solo quelli. Del resto tutte le lacrimevoli statistiche sulla lettura in Italia confermano la mia esperienza: sono le donne a tenere in piedi l’industria editoriale, se loro smettessero di leggere sarebbe crisi nera.
Le donne scrivono anche. Moltissime donne. Ma, anche qui, l’editoria è ingrata.
Secondo me, per compensare le donne della loro fedeltà alla lettura, gli editori dovrebbero dedicare più attenzione e più spazio a quelle che scrivono.

venerdì 22 gennaio 2010

il mio angelo di Natale

Questo post risale al Natale del 2008. Lo pubblicai e subito lo tolsi. Julo sa perché. Lo pubblico dopo un anno. È un racconto con cui tento di farmi perdonare i miei mal umori.



24 di dicembre, Vigilia di Natale- prime ore del pomeriggio

Mi fermo sulla via consolare per guardare le vetrine di un negozietto molto trendy, dove potrei forse trovare qualche cosa per mia figlia. Mentre parcheggio noto un ragazzo che attraversa la strada con passo incerto. Sembra dolorante. Mi accorgo che le punte delle scarpe sportive divergono assurdamente. Ha le scarpe a rovescio, è così che cammina come sulle uova. Malgrado l'incedere cauteloso ha però una figura elegante, alta e diritta. Lo seguo un po' con lo sguardo poi entro nel negozio. Ne riesco senza pacchetti. Il negozio è trendy ma i prezzi pure. Quando arrivo alla mia 500 ci trovo appoggiato il ragazzo di prima. In bilico tenta di slacciarsi le scarpe. Mi fermo davanti a lui, che mi guarda e mi fa sorridendo:
-Mbè?
-Mbè è la mia macchina, dico io.
-Ah, bene, mi fa con un grande sorriso, me l'apri allora? Così non ci riesco.
Il tono è allegro e candido. Innocente. Così gli apro la macchina e lui si siede sul sedile del guidatore con le gambe all'esterno, e mentre gli tengo aperto lo sportello, si toglie con calma le scarpe, le inverte e se le rimette. L'operazione è lunga e laboriosa perché lui sa esattamente quello che deve fare ma è molto impacciato nei movimenti; fa più volte il nodo dei lacci senza però riuscire a stringerlo e così quello continua a disfarsi, finché lui sembra molto stanco e mi tende la gamba destra:
-Doppio nodo, mi dice arrendendosi. Mi chino a fargli il doppio nodo e intanto gli dico:
-Hai messo le scarpe a rovescio.
-No, dice lui, ho messo i piedi a rovescio.
E' un ragazzo bellissimo, con un'espressione ingenua, infantile nei grandi occhi azzurri. Ha i capelli lunghi e biondi che gli danzano intorno al viso e una sciarpa grigia intorno al collo. Porta dei pantaloni di velluto a coste e sopra un pesante giaccone blù. E' pulito e ordinato ma, scarpe a rovescio a parte, è evidente che ha più di un problema. Quando è a posto mi chiede:
-Me lo dai un passaggio?
-Dove devi andare?
-Al cimitero
-Al cimitero!? Ma sarà chiuso, obietto io.
-No, è aperto fino a che c'è luce, dice con sicurezza.
-Ma forse oggi chiude prima, dico io.
L'idea di portarlo al cimitero e lasciarlo lì non mi piace.
-Ma è oggi Natale? mi chiede.
-No, domani.
-Allora non chiude prima, mi dice.
Il cimitero è a poche centinaia di metri da lì, sulla mia strada. Lui sembra molto sicuro del fatto suo ma ha comunque qualche cosa di incerto nei movimenti, e si dondola un po'. Insomma non sono sicura che sia la cosa giusta lasciarlo fuori del cimitero. Non so quanto sia davvero autonomo. Però ha uno sguardo di attesa fiduciosa e così lo faccio salire e lui mi fa :
-Vieni anche tu al cimitero?
-No, gli dico, non posso; devo andare a portare da mangiare ai gatti di una mia amica.
-Perché?
-Perché lei è partita e i gatti sono soli.
-Mi dispiace, io non posso venire, mi dice, devo andare al cimitero.
-Peccato, gli dico io.
Quando siamo davanti all'ingresso del cimitero mi sento inquieta: i cancelli sono aperti ma il piazzale è deserto. Insisto:
-Sei sicuro che ci devi proprio andare? Fa segno di sì.
-Guarda che devi fare presto perché poi chiude.
-Senti, mi fa, io non sono scemo.
-Scusami, è che sono un po' preoccupata per te, gli dico vergognandomi.
Allora mi fa un grandissimo sorriso:
-Siete tutti uguali.
-Tutti chi?
-Voi, i genitori.
-Dove abiti? gli chiedo.
-Qui.
-Qui dove?
-Qui.
Allora m'incazzo.
-Senti o mi dici bene dove abiti o io qui non ti ci lascio e ti riporto indietro! e rimetto in moto. Si mette a ridere.
-Hai paura che mi perdo? dice lui. Ma io non mi perdo. Abito in via... e al cimitero ci vengo tutti i giorni. Solo che oggi mi fanno male i piedi, se no ci venivo a piedi come sempre.
Sento orgoglio e convinzione nella sua voce. Mi viene una grande tenerezza, per questo ragazzo bellissimo, che ha il sorriso di un bambino e anche la logica di un bambino e che tutti i giorni viene al cimitero.
-Io sono marina, gli dico e tu come ti chiami?
-Angelo e mi porge la mano, con grande scioltezza. La stringo. E' calda e asciutta e la stretta è ferma.
Perché tutti i giorni vieni al cimitero, Angelo? Vorrei chiedergli. Ma non ne ho il coraggio.
Se non si fosse messo le scarpe a rovescio, glielo chiederei? Non credo. Quindi taccio.
Guardo le sagome dei cipressi che svettano oltre l'alte mura. I miei nonni riposano in quel cimitero. Da molti anni non visito le loro tombe. Forse potrei accompagnarlo e lui potrebbe accompagnare me. E poi potrei riportarlo sulla strada consolare.
Lo guardo incerta.
-Non avere paura mi fa con dolcezza, non mi succede niente. Poi abbassa la voce e guardandomi negli occhi scandisce:
- Qui sono al sicuro.
-Promettimi che stai poco e che torni indietro a piedi, gli dico un po' severa. Promettimi che non chiedi passaggi a nessuno.
-Va bene fa lui, te lo prometto.
Scende e mi fa ciao con la mano ed un sorriso radioso. S'incammina ma io non mi decido a partire. Poi torna indietro di corsa e  si china:
-Tu prometti che non corri! mi dice.
-Va bene, te lo prometto.
-E io ti prometto che torno a piedi. Di nuovo ci facciamo ciao con la mano.
Riparte. Si arresta. Torna di nuovo indietro.
-E' oggi Natale? mi chiede di nuovo.
-No, Natale è domani, torno a dirgli.
-Ti chiami marina, hai detto?
-Sì, marina.
-Allora Buon Natale, marina! mi fa lui trionfante e mi manda un bacio.
-Buon Natale a te, Angelo, gli dico io e gli mando un bacio.
Lo vedo entrare dal cancello laterale. Malgrado le scarpe ormai al posto loro, ha un passo incerto, un po' zigzagante.
Ma è evidente che sa esattamente dove sta andando.
Penso a lui tutto il tempo della mia visita ai gatti. Chi è? di che cosa soffre? perché va al cimitero? e perché va in giro solo? Comincio a pensare che sono una irresponsabile egoista e che non avrei dovuto lasciarlo. Quando esco faccio in modo di passare davanti al cimitero, tornando indietro sulla mia strada.  I cancelli sono ancora aperti ma di lui non c'è traccia.
Mi fermo da una delle fioraie lungo il viale.
-Sa a che ora chiude il cimitero? chiedo. -Alle 17.
Manca più di un'ora, ovunque sia andato ha tutto il tempo di tornare indietro, penso. Poi lo vedo, sull'altro lato del viale. E' seduto al piccolo baretto dall'altra parte della strada. Scendo decisa dalla macchina e attraverso.
-Angelo, ciao!
-Ciao, mi fa tutto contento. Il barista mi guarda diffidente.
-Hai fatto il tuo giro al cimitero?
-Sì e tu hai dato da mangiare ai gatti?
-Sì.
Chiedo un caffè e me lo porto al tavolino di Angelo. Lui beve un bicchiere di latte che fuma verso i suoi ricci biondi, verso i suoi occhi sorridenti.
-Vuoi un passaggio per tornare? gli chiedo.
-Lei chi è? mi fa brusco il barista dalla soglia. Gli spiego che l'ho accompagnato lì da San Lorenzo.
-Male. Angelo va solo a piedi, dice perentorio. E a lui:
-lo sai che non devi chiedere passaggi, no? Ma Angelo si difende.
-Ma lei è una donna! esclama.
-Donna o uomo, non devi mai chiedere passaggi, lo sai!
-Lei lo conosce bene? domando al barista.
-Sì, risponde secco.
-Va bene, allora io vado, vedo che qui è al sicuro. Il barista si ammorbidisce un po'.
-Grazie, signora, ma sa, lui non deve prendere l'abitudine... Lo interrompo:
-Ha ragione, ho sbagliato; non dovevo dargli il passaggio, ma si era messo le scarpe al contrario e...
-Non le scarpe, i piedi avevo messo al contrario! Ridiamo tutti e tre. Ma sì i piedi.
-Allora ciao, Angelo.
-Ciao.. ed esita.
-Ti chiami marina?
-Sì e domani è Natale, gli rispondo sorridendo.
S'illumina:
-Allora Buon Natale, Marina!
-Buon Natale, Angelo!


Mentre guido verso casa penso che sembra davvero un angelo, non ha trombe né ali e si mette le scarpe a rovescio, ma i suoi occhi sono limpidi e il suo sorriso candido.
E' il mio angelo di Natale, decido.

martedì 27 ottobre 2009

mosca bianca con dignità


Sul taxi dove salgo per tornare a casa la radio va. Musica italiana. Poi parte il giornale radio. Prima notizia le novità sul caso Marrazzo. Il tassista ha uno scatto e spegne la radio bofonchiando qualcosa. Io resto impassibile dato che dire tassisti romani equivale a dire destra.
Je dispiace? mi chiede.
Assolutamente no, rispondo fredda.
Io se potessi lo pisterei, fa lui.
Allora mi interesso al discorso: Mi chiami, faccio io.
Ci guardiamo nello specchietto e ci capiamo. E' giovane, barbetta, occhialetti da sole, jeans e giubbotto.
Lei capisce in che situazione c' ha messo? mi fa.
Altro che, se lo capisco, dico io.
Ha visto che calo alle primarie qui nel Lazio? mi chiede.
Io, che ancora non ho letto i giornali, apprendo da lui che nel Lazio l'effetto Marrazzo sull'affluenza al voto delle primarie del PD è stato micidiale.
Io non ne posso più, dice lui; tra i colleghi io so peggio de 'na mosca bianca; so due giorni che mi tormentano co 'sto fatto che so' tutti uguali!
Lo immagino, dico comprensiva.
No, non lo pò immaginà quello che dicono.
E si trattiene dal darmi particolari dell'eloquio tassinaro sulla questione.
Più per incoraggiarlo che per intima convinzione gli dico:
Beh, può sempre rispondergli che almeno Marrazzo si è dimesso.
Macché dimesso a signò, quello sapeva tutto da luglio, l'ha avvisato Berlusconi, si rende conto?Altro particolare che ignoravo.
E manco se voleva dimette!
Mi rendo conto, altroché.
Comunque io zitto nun ce posso sta'.
E che gli dice?
Je dico, saranno uguali loro ma nun semo uguali noi! je dico. Perché io me vergogno de Marrazzo e voi de Berlusconi no!
Giusto! faccio io galvanizzata. Bravo! Splendida risposta!
Intanto siamo arrivati, ci diamo solidali la mano e guardandomi sopra gli occhialetti alla Beatles, proprio prima che scendo, molto serio mi fa:
Tanto signò c'è rimasta una sola dignità da salvà, la nostra.
Resto ferma sul marciapiede, folgorata.

martedì 13 ottobre 2009

il prezzo giusto

Mi fermo a prendere un caffè in un bar che è anche panetteria, pasticceria e un fornitissimo emporio alimentare. Risi, farine, spezie, salse, specialità di ogni regione italiana e di molti paesi del mondo. Il bancone è gremito e così gironzolo un po' tra gli scaffali; però non compro niente. Dieci grammi di semi di sesamo costano 2 euro e cinquanta! Il furto è la loro vera specialità. E poi a poca distanza ho il mio fornitore di fiducia di prodotti alimentari di tutto il mondo, fornitore di fiducia anche delle comunità orientali, medio orientali e latino-americane di Roma.
Curiosando tra gli scaffali scopro un prodotto nuovo, mai visto né sentito: molochia, una polvere di spinaci selvatici. Importato dalla Francia che a sua volta lo importa dall'Egitto. Resisto a stento alla tentazione di provarlo. Chiedo permesso ad un signore per accostarmi ad uno scaffale: si fa da parte sorridendo ed esclama: -Lei è la padrona! -Magari! gli rispondo. Infatti il negozio fa soldi a palate. Inizia una conversazione un po' paradossale in cui lui mi descrive tutti gli inconvenienti esistenziali che si patiscono ad essere davvero la padrona di quel negozio: gestire tutto quel personale perennemente incavolato, sorridere al flusso continuo di avventori, far fronte all'invidia dei parenti magnanimamente impiegati nell'esercizio e trattati come schiavi, controllare continuamente che i clienti non si portino via qualche articolo e, "naturalmente" dice "incassare, incassare, incassare tutto quel denaro." -E poi, l'ha vista bene? mi chiede abbassando la voce e indicandomi la proprietaria. La donna ha un grande collo taurino, occhi astuti e sospettosi, capelli di stoppa e l'incedere di un panzer-Altroché- gli rispondo-mi ha fatto avances per anni! -Anche a mia moglie! ride lui. Questo particolare cementa una nascente complicità se non un'amicizia e facilita un'ulteriore confidenza. "Spesso mio marito non paga il caffé, così, per protesta nei confronti dei prezzi" gli confesso. "Oh, ma io non pago MAI il caffé!-esclama orgoglioso. -Lo considero incluso nel prezzo degli altri acquisti. Anzi, ne prende uno? -Volentieri, ero entrata proprio per questo. Beviamo il nostro caffé conversando amabilmente. Abita poco più su, sul grande viale; ex dirigente dell'Eni in pensione ha molto viaggiato e ha il gusto per i sapori orientali; la moglie sta facendo acquisti nel negozio di informatica di fronte: utente Mac, altra complicità. Usciamo disinvoltamente insieme.
Fuori, ai saluti, gli dico: -Grazie per il caffé, anche se non l' ha pagato! -Beh, la prossima volta che c'incontreremo non lo pagherà lei!
Quando racconto l'episodio a mio marito, che rimprovero sempre per i suoi furti alla caffeina, esclama trionfante: Adesso ti sei convinta che il caffè da P. non si paga?

Tornata a casa ho scoperto che la farina di spinaci viene usata in Alto Adige per fare gli spätzle. Forse è per questo che i prezzi sono così alti: gli spinaci altoatesini vanno prima in Egitto, quindi in Francia e poi tornano in Italia!

mercoledì 29 luglio 2009

giù il cappello!




Sono molto contenta della mattinata di ieri. L'ho passata con Anna, a guardarla e ad ascoltarla. Due cappuccini, due cornetti e tre ore di amicizia. Poi ha dovuto rispondere ad una telefonata e mentre la guardavo e l'ascoltavo parlare in inglese con una sua vecchia cliente ho pensato che dovevate vederla e le ho scattato una foto.
Ecco, questa donna che vedete, bella, linda, ferma e fiorente è una sopravvissuta del terribile terremoto de l'Aquila. Tecnicamente cioè è una "terremotata". Ha perso tutto, tranne la sua vita e quella dei suoi affetti più vicini. Non ha nessun atteggiamento vittimistico, né, al contrario, spavaldo o di fuga dalla realtà, ma parla di futuro e sia pure con estrema cautela ne programma uno. Ha coraggio, dignità, ironia, forza, intelligenza. E concretezza. E una grande sensibilità, di cui la ringrazio. Insomma, "terremotata" sì, ma donna. E che donna! Mi sento onorata di conoscerla e di esserle amica. E voglio scriverlo qui.

venerdì 10 luglio 2009

incontri in città

Sono almeno due mesi che non vado in centro-centro, mi stanca solo l'idea. Ma devo ritirare una multa al comando di Polizia presso via del Corso. La multa, come praticamente sempre, e come sospettavo, l'ha presa mio marito usando la mia cinquecento. Gli invio una benedizione e gironzolo un po' nel centro città. Mi imbatto in un negozio di nome Coppola Store dove vendono solo coppole di ogni tessuto e colore, —a quadretti, a pois, a righe, in tessuto hawaiano, nei colori del Milan o della Roma o leopardate; immagino farebbero inorridire gli amici siciliani. C'è anche un negozio che vende SOLO jeans stracciati, con toppe coperte di strass e scoloriti. Inutile chiederne uno integro, ti guardano come se stessi pretendendo una fetta del loro culo. Ma li vendono a 180 euro il paio. C'è anche un negozio che vende solo pasta tricolore: spaghetti, maccheroni, penne, fettuccine eccetera rigorosamente tricolori. E per finire ce n'è uno che vende solo grembiuli da cucina con scritte tipo "Grazie zia!" "La miglior cuoca è la mamma" e "Fatti avvelenare da..." A richiesta sul momento ci stampano il nome della propria cuoca preferita. E' incredibile quanto le merci possano imbrattare piccole strade storiche con venusti palazzi secenteschi. Decido di ritirarmi anche perché il mio piede infortunato reclama pace. Prendo un taxi. Il tassista d'emblé mi fa:
-Vuole sapere che cosa mi è successo stanotte?
Veramente no, non voglio saperlo. Io l'ho passata in bianco e della sua, confesso, al momento non me ne frega niente. Non ho lo spirito per solidarizzare con un tassinaro romano. Ma non so oppormi.
-Dunque: prima è stata molto male mia figlia di sedici mesi. 41 e mezzo di febbre. L'ho portata all'Ospedale del bambin Gesù ma lì non c'era posto e l'hanno trasferita a Palidoro sul litorale. Ci ho lasciato mia moglie e sono dovuto venire a lavorare.
Mi sento subito empaticamente accorata per la creatura e classicamente in colpa per averlo ascoltato malvolentieri. Ma osservo mentalmente che dimostra a dir poco una sessantina d'anni e ha una figlia di sedici mesi.
E lui continua: -Tornato a casa l'ho trovata svaligiata!
Cazzo, penso- quest'uomo oggi è perseguitato dalla sfortuna, qui si va a sbattere! Infatti guida come un sonnambulo. Nel partire dalla piazza ha percorso contromano la corsia degli autobus. Dimentico che ha sicuramente votato Alemanno e mi piego partecipe sulla sua catena di disgrazie.
-E per ultimo, dice, sono andato da mia cugina, che la scorrazzo sempre gratis, e gli ho chiesto un prestito per il mese, perché mi hanno rubato tutti i soldi che avevo a casa e mi ha detto di no. Dica lei, quanto gli ho chiesto?
-Non lo so, butto lì, trecento euro.
-No, fa trionfante. CINQUANTA! e lei mi ha detto no perché domani è sabato e deve mandare le ragazzine in piscina. Si rende conto?
Questo vuole cinquanta euro penso e 'sta soria è una balla.
Ma poco dopo risponde al telefono. E' la moglie che chiede soldi.
Sento che dice: -Ci so' andato sì, ma non me li ha dati! Come che faccio? Non lo so che faccio, mo quando arrivo al deposito li chiedo a un collega. E che ne so che faccio se non me li dà! Vado al ponte d'Ariccia!
Il ponte d'Ariccia è tristemente noto come ponte dei suicidi. Mi vergogno di aver sospettato di lui.
Attacca e mi fa: -Quando arriviamo le chiedo una cosa.
-Dica, che cosa? e tremo.
-No, fa, misterioso: quando arriviamo.
Comincio a rimpiangere di non essermi trascinata a piedi fino a casa. Sto sulle spine. Arrivati il tassametro segna 6 e 60. Prendo il portafoglio e tiro fuori dieci euro. Intasca e non fa nemmeno il gesto di cercare il resto.
-Allora, mi fa. Lo prende spesso il tassì?
-Una volta sì, ora non più, dico.
-Ma in un anno quante volte lo prende?
-Non lo so dico, non ne ho idea.
-Diciamo che lo prende venti volte. A sei euro a corsa fanno120 euro. Lei adesso mi paga venti corse, io le do il mio numero e per venti volte quando ha bisogno di un taxi mi chiama e non paga niente. Anche se la corsa viene di più. Le conviene e mi risolve la situazione.
E' girato fiduciosamente verso di me. Mi colpisce l'espressione di assoluta normalità con cui mi fa la sua proposta.
-A parte che non ho 120 euro con me, la ringrazio ma non mi interessa, dico decisa.
-Beh, fa lui, avrei potuto chiederle 50 euro in prestito.
-Beh, rispondo io, avrei potuto dirle di no. E apro la portiera. Nelle ultime settimane a Roma sono stati trovati tassisti alla guida ubriachi, drogati, e un buon numero di tassisti pregiudicati. A che categoria appartiene questo tipo? Ho la sensazione che prendere un taxi rappresenti ormai una incognita come chiedere un passaggio ad un automobilista qualsiasi.
-E venti? me li darebbe? insiste lui.
-Non aveva detto che li chiedeva in prestito a un collega?
-E se non me li dà?
Sta per salirmi alle labbra: -C'è sempre il ponte di Ariccia! e il mio stesso cinismo mi fa paura.
-Mi dispiace, dico, non posso aiutarla.
-Dieci? chiede.
A questo punto mi rendo conto che alla moglie non ha neanche chiesto notizie della bambina e mi sento certa che mi ha raccontato un sacco di fandonie.
-Lei ha molta fantasia dico, ma no, non glieli do. E scendo.
-Se rinasco mi faccio prete, fa lui senza scomporsi, tanto non è vero che non fottono.
Allunga un braccio e chiude lo sportello.
La città è così.

sabato 7 marzo 2009

la mia piccola repubblica sconfitta

 Scrivo con il portatile, stando sul letto perché mi sento stanca come se avessi spaccato pietre per ore sotto il sole e non mi tengo in piedi. Invece sono stata accudita e coccolata amorosamente da tutta una schiera di giovani donne attive, efficienti e allegre. Solo che ho sbattuto la faccia contro il carrozzone degli psicoeffetti speciali. Sembra che l'unico grande condottiero a non aver mai conosciuto una sconfitta sia stato Alessandro Magno. Tutti gli altri, liberatori o conquistatori, hanno preso delle belle tramvate. Così Cesare e così Napoleone, e non me ne potrebbe fregare di meno, ma così anche Garibaldi che difese inutilmente la Repubblica Romana, lo stato cui, in questi anni di strapotere vaticano sulla politica del mio paese,va spesso il mio pensiero, nostalgico e amareggiato. Sì, rimpiango la Repubblica Mazziniana e maledico mille volte gli ipocriti francesi, che la stroncarono con le armi. Né mai li perdonerò. Che si sappia. Comunque per tornare alle sconfitte, che cosa fa un generale sconfitto? Come prima cosa bestemmia, fuma nervosamente sigari puzzolenti e sbatte furioso il frustino sugli stivali. Poi però analizza le ragioni della sua sconfitta e ne trae indicazioni per le prossime battaglie. Così io. Non ho stivali né frustino, non fumo sigari, puzzolenti o meno e non ho abbastanza rabbia in corpo per bestemmiare. Mi sento anzi del tutto svuotata, uno straccetto umido e floscio. La sconfitta che ho subita, dovendo ritirarmi da Collevecchio sotto i colpi di mortaio dei miei fantasmagorici, originalissimi, massimamente creativi disturbi psichici, è pesante. Per la piccola repubblica che sono io è grave almeno quanto quella subita da Garibaldi, Mameli, Manara, Dandolo...Solo che loro erano eroi e io sono solo una piccola resistente. Al momento non posso neanche immaginare di scendere di nuovo in campo, mi fa troppo male tutto. Ma posso basarmi su una esperienza lunga anni ed anni e dirmi che piano piano ricostituirò una piccola sommetta di fiducia che mi farà sporgere di nuovo la testa fuori del mio territorio. Non so quanto tempo ci vorrà, ma so che è possibile riprendere fiducia, basta non accogliere sfide troppo alte, essere umili e pazienti e indulgenti con se stessi.

Per essere sincera fino in fondo mentre tornavo verso casa mi sono chiesta: se tu avessi saputo che saresti stata così male, saresti andata ugualmente per incontrare Angela e gli altri? Pensaci bene. Ci tenevi così tanto! Ci ho pensato per diversi kilometri e poi ho dovuto ammettere che no, se lo avessi saputo non sarei andata a Collevecchio perché  sono stata veramente troppo troppo male. Però, dal momento che ormai è accaduto e ne sono uscita fuori viva, sono contenta di essere andata a Collevecchio e di aver incontrato Angela e gli altri. Ho patito altre volte altrettanto orribili sofferenze per incontri con persone o luoghi di nessun valore. Invece a Collevecchio ho almeno respirato persone ricche di affettività, di sincerità, di intelligenza del cuore. E ho incontrato occhi di fronte ai quali è stato possibile piangere senza vergognarmi. Non è una cosa che accada sempre. Perciò grazie, amici. Scusate le impuntature del mio fottutissimo sistema nervoso centrale et periferico e siate certi che la ritirata era semplicemente la sola cosa che io potessi fare. Fidatevi della massima esperta mondiale di psicomarina.

E adesso anche se non c'entra molto voglio mettere i Principi Fondamentali della Costituzione della Repubblica Romana del 1849.



PRINCIPII FONDAMENTALI


I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

II. Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.

III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.

V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.

VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll'interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

VII. Dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici.

VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale.

venerdì 6 febbraio 2009

incontri blogger

Mi piacciono le facce espressive, mobili, quelle che parlano e lasciano vedere i pensieri. E mi piacciono gli occhi vivaci e che sorridono quando la bocca sorride. Mi piacciono le persone spontanee che rispondono alla fiducia con la fiducia. 
Ho conosciuto Artemisia e mi piace molto.
Per questo non potrò mai perdonarmi di averla fatta raffreddare, tenendola all'aperto due ore a chiacchierare. Il fatto che mi sia raffreddata anche io è semplice giustizia. 

mercoledì 21 gennaio 2009

Astolfo il kirghiso

Il grado di affidabilità delle certezze è inversamente proporzionale alla loro grandezza. Detto altrimenti più una certezza investe grandi aree della vita, più è instabile, vacillante, inaffidabile...incerta.
Solo le piccole certezze sono certe.
Una di queste si chiama Astolfo.
Già il suo nome, da solo, è una certezza. Astolfo è il fedele compagno d'armi di Orlando, il cavaliere che non tradisce. Esiste anche l'Astolfo re longobardo che compare nell'Adelchi di Manzoni, un tizio infido e bellicoso, ma se voi vedeste l'Astolfo che ho in mente io, capireste subito che discende dal cavaliere dell'Orlando furioso.
Astolfo ha lunghi capelli, già neri, ora grigi, di un bel grigio ferro, e ingarbugliati quanto basta. Talvolta li serra in una coda di cavallo, quando fa freddo li tiene sciolti a scaldargli il collo e sulla testa si piazza un berrettino kirghiso in panno color caffellatte. Il pastore kirghiso di Leopardi girava con le sue greggi, invece Astolfo gira con i suoi cani. Una dinastia di cani. Prima la madre, poi i figli e le figlie, ecc...
Astolfo io lo incontro nel quartiere e ci fermiamo a parlare in brevi soste mentre i suoi cani sbadigliano di noia. Alcune volte ci facciamo solo un segno di saluto da un marciapiede all'altro. Ma il saluto è sempre un sorriso.
La mia certezza è il sorriso di Astolfo.
Astolfo ha fatto e fa ogni possibile mestiere creativo, cose strane e poco decifrabili per me, che hanno a che fare con la fotografia, la cinematografia, l'edizione artistica ed altre faccende complicate. Proprio ieri mi ha detto che sul suo biglietto da visita ha scritto solo il suo nome, Astolfo e, sotto, Esperto. Tanto per chiarirvi il tipo. In quanto creatore (non creativo, please!) Astolfo non ha orari e quindi gira per il quartiere quando ne ha voglia. E' così che ci incontriamo. Ci incontriamo da qualche decennio. Astolfo ha come tutti una vita. Cioè, immagino, problemi, preoccupazioni, difficoltà. Ma ha il sorriso e la battuta risolutiva sempre pronti. Da solo può salvarti una giornata. 
Astolfo è disincanto ed ironia. Cinismo morbido. Va in giro vestito come gli capita, perché porta sempre con sé il più impeccabile degli abiti: la sua intelligenza. Parlare con lui è un piacere. Astolfo scavalca signorilmente tutte le formule di circostanza, tutte le regole dell'approccio sociale. Neanche il mio formalissimo coniuge è mai riuscito a scalfire la sua verve confidenziale. Astolfo o lo adori o lo subisci. Io lo adoro. Ci sono mattine in cui uscendo di casa mi dico: speriamo almeno d'incontrare Astolfo. Perché, se incontri Astolfo, hai la piccola, insostituibile, medicamentosa certezza di sorridere: degli altri, della vita, di te.
Ieri ho incontrato Astolfo e volevo ringraziarlo così..

mercoledì 17 dicembre 2008

la pioggia?!?!


Scende una pioggia fitta, verticale, quasi ferma. Una pioggia militare.
Colpisce ogni millimetro dell'asfalto, rimbalza sugli ombrelli, gocciola persino sulle ciglia.
Le strade sono diventate un solo buco. Ci si finisce a sguazzare dentro.
Mentre aspetto di fronte al cancello della clinica il cielo mi si abbassa sulla testa e prende a colpirmela ritmicamente. Il mio umore si fragilizza, ma insieme si ribella. Vorrei presentare il mio reclamo: non sono pronta per nuove preoccupazioni. Ma a chi presentarlo?
Quando si tratta di ricevere reclami non si trova mai nessuno.
Un uomo in attesa accanto a me si lamenta del clima: "Tutta questa pioggia!" esclama, "non se ne può più!"
Che mi prende allora? Non saprei.
Fulminea gli replico sul muso: "Perché, di tutto il resto lei ne può ancora?" 
"Ma..." prova a replicare l'uomo.
Ma gli chiudo la bocca con un "La pioggia, figurarsi! Con tutto quello che succede in questo paese!"
E chiuso l'ombrello in spavalda protesta, resto lì in attesa, sotto la pioggia.
Quando la Prima Sorella arriva sto ancora bofonchiando fra me e me: "La pioggia! ma chi se ne frega della pioggia!"


Quando usciamo dalla clinica -soddisfatte per le buone notizie- ancora piove, ma docilmente, come per dovere. Le due sorelle si dirigono verso le loro macchine. "Ce l'hai l'ombrello?" mi chiede la Terza Sorella. La Prima Sorella ride e se ne va. Io faccio spallucce e marcio sguazzando verso la mia cinquecento.
Faccio su e giù per la strada ma non la trovo. Scorgo invece due ausiliari del traffico.
"Per caso avete fatto portare via una 500?"
Mi guardano partecipi: "Noi no, ma c'erano i Vigili poco fa. Dove l'aveva lasciata?" "Sul marciapiede" affermo senza battere ciglio. Non battono ciglio nemmeno loro.
Mi dirigo verso il grande viale per prendere un autobus e quasi sorpasso la mia cinquecento, che luccica meravigliosamente, lavata di fresco. Butto dentro l'ombrello e la borsa e per un attimo penso di aprire la cappottina, così tanto per fargli vedere. A chi? Alla pioggia.

nota: non è certo la Natura che fa i danni più grandi nel nostro sgangherato paese.
Perciò, non "Piove. Governo ladro." ma "Governo ladro. Di molte cose. E in più, piove."



giovedì 4 dicembre 2008

mattinata chez Ping


I miei capelli vogliono essere lavati. Ma, uno, non mi va di passare un quarto d'ora ad asciugarli e due, non mi va di andare in centro dal mio parrucchiere.
Decido così di sperimentare un parrucchiere cinese nei pressi di Piazza Vittorio, suggeritomi da mia figlia e dove in occasione di una epidemia scolastica di pidocchi raparono a zero Tommasino con una certa radicale perizia.
E’ una bella mattina fredda e soleggiata e decido di andare a piedi. Quando arrivo in prossimità del negozio mi allarmo un po': sull’ insegna c'è scritto “toelettatura per cani” e mi chiedo se mia figlia non abbia per caso voluto dirmi qualche cosa subliminalmente. L'allarme però rientra, il parrucchiere per umani è alla porta accanto. Ping, si chiama. L’ambiente è un bel po’ cinese, all’incrocio tra il Museo Guimet di Parigi e il ristorante da asporto La Muraglia. Ci sono, sparsi qua e là, veli rosa e rossi, qualche lanterna e spruzzi di argento ed oro. Nel locale, diversi gradini sotto il livello della strada, c’è un'aria umida e fredda e i tre giovani cinesi che mi accolgono, una ragazza e due ragazzi giovanissimi, sono vestiti di tutto punto, cappotti compresi. Uno mi si rivolge con un gran sorriso: ciao, signora che vuoi? Chiedo una semplice messa in piega e lui mi indirizza alla ragazza. Lei è invece del tipo che non sorride come pure l'altro ragazzo: anzi mi guardano torvi. Mi dico che dobbiamo prendere confidenza e mi affido alle loro cure.
La mia prima sorpresa è quando senza farmi passare ad un lavandino la ragazza mi versa lo shampoo gelato sulla testa. Ma forte della certezza che alle sue spalle ci sono millenni di civiltà non batto ciglio. E faccio bene. Infatti la ragazza mi insapona perfettamente la testa anche senza acqua ma soprattutto me la massaggia. Il massaggio spazia dal collo, cervicale compresa, alle tempie, alla fronte. Mi massaggia anche le orecchie stropicciandole un po' tra le mani. Il trattamento è talmente piacevole che mi guardo intorno per vedere se c'è un giaciglio dove lasciarmi andare ad un sonno profondo. Quando riporto gli occhi allo specchio quasi lancio un grido. A forza di essere massaggiata con lo shampoo (almeno spero che sia solo uno shampoo) la mia capigliatura è cresciuta a dismisura. Ora sono trenta centimetri buoni più alta e il diametro della mia testa non è inferiore al mezzo metro. Il tutto bianco e spumoso. Mi impongo mentalmente di ricordare che questo popolo componeva raffinati poemi erotici quando dalle mie parti si strisciava appena fuori delle caverne e mantengo la calma.
A quel punto la ragazza mi trasferisce al lavandino per il risciacquo facendomi sdraiare su una lunga poltrona. Apprezzo la posizione coricata che torna a suggerirmi l’idea di un sonnellino. In breve la mia testa torna al suo volume solito.
Al momento di passare alla messa in piega però la giovane mi abbandona e mi consegna a quello dei due ragazzi che ho battezzato nella mia mente l'ingrugnato. Pronuncia solo due parole, tutte e due interrogative. Riga? Mossi? Accetto sia la riga che il mossi, tanto i miei capelli hanno una loro personalità e a meno che non vengano sottoposti a permanente qualunque tecnica si usi per arricciarli tornano entro le due ore perfettamente perpendicolari al suolo. Il giovane si siede su una poltroncina con rotelle alle mie spalle e fa per cominciare a lavorare sulla mia testa. Ma si accorge che quella naviga un metro buono più in alto di lui e che a mala pena la raggiunge allungando il braccio. Così si vede costretto ad alzarsi. Forse è questo che lo indispettisce perché inizia a colpirmi il capo con il phon, mentre tira verso l'alto innocenti ciocche di capelli, quasi indispettito dalla resistenza che gli oppongono. Mi ripeto il mantra della civiltà millenaria che giace alle sue spalle ma questa alternanza di colpi decisi e tirate di capelli mi rende poco propensa al multiculturalismo. Inoltre i colpi di phon e le tirate di capelli vengono alternate a piccole ustioni dei lobi e se provo a spostarmi per sottramici il ragazzo con uno scapaccione provvede a rimettermi al mio posto.


Vorrei dirgli che non sono stata io in persona a scatenargli contro la guerra dell'oppio di fine ottocento ma gli inglesi, ma temo che questo possa non essere sufficiente a placarne il dispetto. Così taccio e provo a resistere. Lui però è ormai preda della rabbia più irragionevole e manovra il phon in modo da alternare emissioni di aria bollente con altre di aria gelata, la prima bollente fino ad arrostirmi la cute, l’altra gelata fino a rendermi vitree le orecchie. A quel punto temendo di avere la peggio passo al contrattacco. Sorridendogli angelicamente gli chiedo: quanti anni hai? Disiotto risponde ingrugnato. E quale lavoro ti piacerebbe fare? Mi guarda sospettoso. Insisto. Non ti piace fare il parrucchiere, vero? E’ sorpreso, ma tace, cupo. Insisto ancora. Che lavoro vorresti fare? Commercio sibila scontroso. Ah, dico io, ti auguro di avere tanta fortuna nel commercio! Glazie risponde a bassa voce. E con questa siamo alla quarta parola uscitagli di bocca. Ma da quel momento smette di colpirmi sulla testa con il phon e di congelarmi e poi scongelarmi le orecchie. In dieci minuti la faccenda finisce. Pago. Un terzo di quanto avrei pagato dal mio parrucchiere. Ma è pur vero che Fabio, forse perché lo conosco da quando aveva tredici anni, non mi darebbe mai colpi sulla testa! Comunque quando esco la mia acconciatura è del tipo che definirei scarruffato/boccoluto. Ma non me ne curo, i capelli sono puliti e tanto mi basta.
Risalgo la strada verso piazza Vittorio. A destra e a sinistra solo negozi cinesi. Cerco il negozietto di DVD dove vorrei acquistare il film Persepolis ma è stato sostituito da un emporio cinese che vende plastica. Tutta e solo plastica. Ma è atteggiata in diverse forme, colori ed utilizzi, che vanno dalla borsetta da sera con zaffiri e margherite gialle, al triciclo giallo e rosso con lupetto a cavalcioni incorporato, ad un oggetto misterioso che si direbbe un vibratore. Almeno a giudicare dalla foto a colori che lo reclamizza e in cui una donna cinese manifesta la sua inequivocabile soddisfazione.
Anche la torrefazione storica della strada è diventata cinese. Ancora vende caffè e caramelle ma accanto al vecchio nome sull'insegna campeggia una scritta in cinese. La nuova ragione sociale suppongo. Confesso che mi dispiace. In compenso ora vende una infinita varietà di tè. Entro e prendo un caffè. Cameriere cinesi, alla cassa un sorridente cinese con un accento romano che Totti stesso troverebbe assolutamente confacente.
Proseguo sulla mia strada e raggiungo la piazza. Mi infilo nel grande magazzino Oviesse che mi piace esplorare in cerca di capi da "rialzare "; intendo quei capi di abbigliamento di materiale e fattura molto scadenti ma con una loro originalità, che possono trasformarsi in qualche cosa di "divertente e spiritoso" come direbbe uno stilista, se opportunamente rivisti. I prezzi di Oviesse sono sempre assolutamente ragionevoli, addirittura troppo. Producono infatti quello che io chiamo “l’effetto parsimonia”.
Tu entri portando con te la convinzione che un golf di lana merinos a 39 euro sia a buon prezzo ma, man mano che giri nel negozio e ti imbatti in prezzi piacevolmente più bassi, ci prendi gusto, diventi sempre più esigente, parsimoniosa ed anzi taccagna e alla fine esci senza aver comprato nulla e dicendoti un po' incazzata che no, 13 euro per un twin set di lambswool a questi ladri non glieli darò mai!


E infatti non glieli do. E riprendo il mio cammino. Sosta dal giornalaio dove scopro che esiste un volume che si chiama Viva gli Sposi con tre punti esclamativi e che è, come recita il sottotitolo, l’Almanacco completo per la perfetta organizzazione di un matrimonio anno 2009. Lo soppeso con lo sguardo. Saranno a dir poco trecento pagine. Mi chiedo quali informazioni tecniche possa contenere tali da giustificare la mole ed il prezzo, 19 euro. Sono tentata di acquistarlo solo per scoprirlo. Ma l’effetto parsimonia, grazie a dio, è ancora attivo e mi allontano indenne. Taglio dritta verso casa e quando raggiungo il portone constato, guardandomi nella finestra delle scale, che i miei capelli hanno riassunto la loro posizione naturale. Mando un silenioso "tiè!" al cinese ingrugnato e mi ritiro nei miei appartamenti.

mercoledì 3 dicembre 2008

ombrelli e pini

Quando salgo sull’autobus è in corso una normale discussione tra passeggeri. Una donna si lamenta perché un uomo le fa scolare l’acqua dell' ombrello sui piedi. L’uomo si difende dicendo che è lei che gli si fa sempre più vicina. La donna nega vibratamente. Lo guardo. E’ ripugnante. Escludo che qualunque donna al mondo possa desiderare di farglisi più vicina. Dopo un paio di fermate l’uomo scende col suo ombrello gocciolamte.

Quando arriviamo alla fermata davanti alla Metro ci accoglie un mare di ombrelli colorati. Li sorvolo con lo sguardo. Ondeggiano e fremono. Se i proprietari di quegli ombrelli non volessero tutti salire sulla nostra stessa vettura sarebbe un bellissimo quadro. Indietreggio contro il finestrino e guardo fuori. Piove e spiove da questa mattina presto. I Fori sono colorati da ombrelli di ogni tipo, turisti volenterosi vi si aggirano in gruppetti. Confesso che i turisti sono spesso sgradevoli alla vista. Orribilmente vestiti, blateranti ad alta voce, ridono con grandi denti, sembrano vagare in giri senza senso. Penso spesso che non capiscano niente di questa città, che pure amano. Il che forse è la condizione perfetta per l’amore.
Comunque mentre l’autobus va per la sua strada gli ombrelli si aprono e si chiudono, capricciosamente.

A Piazza Venezia l’autobus quasi si vuota. Lì ho un vero colpo al cuore. I pini, non ci sono più i pini! Nonostante le proteste dei cittadini i pini sul lato destro della piazza sono stati abbattuti per facilitare l’introspezione per i lavori della Metro. Dieci pini, abbattuti all'alba con un colpo di mano. Mia figlia me lo aveva detto ma ora vedo per la prima volta che cosa davvero significhi. C’è un vuoto che offende, che addolora, che si erge come un’accusa: un vuoto parlante. Mi infiammo di odio per il Sindaco, il cinico, flaccido Sindaco che parla con la sua voce chioccia alternando l’insulso all’osceno. Come si possano abbattere dei pini non lo so, non lo capisco e non lo accetto. A Roma poi! Fontane e pini di Roma, ha presente Respighi, Sindaco? Perché non abbatte anche qualche fontana?
Mi giro verso una ragazza che in silenzio guarda fuori del finestrino come me. -Ha visto, le chiedo, hanno abbattuto i pini. Fa segno di sì con la testa e sillaba gelida: -il Sindaco è un assassino. Sussulto. Io che il Sindaco lo chiamo”il fascio” non mi sono mai spinta a dargli dell’assassino. -E pensare che l’ho votato! fa la ragazza. Esulto. Ho trovato qualcuno con cui prendermela. -E allora lei non si lamenti le dico. Pensi a me che non l’ho neanche votato. -No, mi obietta, pensi lei a me che l’ho anche votato! Ammetto che ha ragione, se lo avessi votato mi sentirei peggio. E’ chiaro comunque che anche lei non lo voterà più. Mi consolo così. Alla fermata successiva scende. Ci salutiamo con un sorriso complice.

Ma quei pini che non ci sono continuano a viaggiare con me, ce li ho negli occhi come li ho visti per sessanta anni. La loro assenza li rende presenti come non mai. Penso a Saretta e al suo blog degli alberi. Gli alberi sono creature speciali, sono quanto di più vicino a noi il mondo vegetale ci offra. Hanno un corpo come il nostro, braccia e piedi e un capo che vuol restare alto. Accarezzare un albero è un gesto assolutamente appropriato e normale, come abbracciarlo, come sostenerlo quando è bambino o appoggiarvisi quando è forte. Ma l’albero non può fuggire. E’ davvero un assassino, penso.


martedì 18 novembre 2008

Cronaca di una buona, buona serata.



Il locale è Bibli, libreria ma anche Centro culturale, Caffetteria e Internet point, da più di dieci anni noto a Roma per le sue offerte culturali mai accademiche.
Il quartiere è Trastevere, ma in una via un po' riparata da quelle turistiche e ormai falsificate. Una volta c'era una grande tintoria.

Chi ci ospita è Gianni Donnigio Donvito, musicista, cantante-bassista, compositore e realizzatore di video, documentari, animazioni eccetera, eccetera, eccetera. Ma, soprattutto, il mio amico blogger che va a passo d'uomo. E' dietro la macchina da presa e realizzerà un video della serata.

Al piano c'è Frederic Fasel, pianista e compositore svizzero.

Al microfono, a leggere le sue poesie, c'è Cinzia Santo, poetessa del Salento che vive in Svizzera.



E in Svizzera è nata l'amicizia da cui è scaturito il recital di questa serata.

La voce del piano e quella di Cinzia si accompagnano o si susseguono, in ogni caso suonano un unisono di sentimenti. La gratitudine, la meraviglia, la nostalgia, la beatitudine, l'incanto. E tra le piccole composizioni poetiche di Cinzia -che con poche parole fa vivere davanti ai nostri occhi panorami, genti, mondi, ambienti, rapporti- e quelle di Frederic, si intreccia un dialogo perfetto: c'è pulizia, c'è tecnica, naturalmente, ma c'è semplicità, e, soprattutto, ispirazione.

Tutto risulta spontaneo, frutto di uno scambio di emozioni tra loro che si esibiscono per noi e noi che ne siamo conquistati.

Cinzia sa porgere le sue poesie con una grazia che ne moltiplica la bellezza e Frederic è un pianista dotato e un compositore toccante.

C'era un buffet, un tavolo delle meraviglie, che dai colori e dalla generosità sospetto di origine salentina.

Il recital mi è piaciuto moltissimo, me lo sono semplicemente goduto tutto.

E adesso aggiungeteci che in una botta sola ho incontrato per la prima volta di persona:
Gianni Donnigio, per il quale da un anno Anna ed io litighiamo volendolo entrambe adottare come figlio!
Luigi Mariano, cantautore e secondo me anche poeta, che viene dal Salento anche lui, ma fa ormai parte della scuola romana.
Ho anche conosciuto Paola Dancer , che non conoscevo come blogger, ma che mi ha immediatamente conquistata, per la sua grazia e il suo calore.

Non vi sembra che sia stato un vero regalo, una così buona serata?

Luigi ha osservato, contento, che in quella sala erano riuniti tanti talenti artistici. Io non ho potuto fare a meno di pensare che questo nostro paese è pieno di giovani talenti artistici, che fanno miracoli per camminare sulle loro gambe e che meriterebbero riconoscimento e sostegno pubblico.

Tornata a casa ero contenta. Forse ho anche desiderato, ma un attimo solo, lo giuro, di essere ancora giovane anche io e di poter guardare il futuro con i loro stessi occhi.
Per non creargli imbarazzo non vi parlerò di quelli di Gianni; dirò solo, en passant, che c'è un miscuglio di intelligenza e tenerezza. E di quelli di Luigi, dirò solo che sono ridenti e insieme molto attenti.
Ma non posso, proprio non posso, tacere di quelli di Paola. La giovane ballerina ha due occhi neri come le macchie nere sul sole e brillanti come il sole medesimo. Parlano, e sono sicura che parlano in ogni lingua umana.

Alla serata mi aveva accompagnata, scorrazzandomi amabilmente avanti e indietro, la mia amica Cristina che ringrazio per avermi strappata alla mia ritrosìa.
Così come ringrazio Cinzia per le sue poesie, Frederic per la sua musica e Gianni per esistere.
E c'est tout.

sabato 6 settembre 2008

giocolieri

Quando scatta il rosso lui si toglie d'un sol colpo la maglietta grigia e si piazza in mezzo alla strada, mentre le macchine ancora stanno arrestandosi; lei lo affianca d'un balzo e con un largo gesto della mano lo presenta al pubblico.
Sotto il muso delle vetture impazienti, pronte a scattare appena il verde si accenda, i due giovani fanno il loro esercizio: lei batte il tempo su un tamburo che porta a tracolla e lui inizia a lanciare i birilli.
Lei porta dei calzoncini corti bianchi e una maglietta che le arriva sotto il sedere, pesanti stivali slacciati e una bandana rosso fuoco. Lui ha una testa piena di ricci neri, lancia i suoi birilli e li riprende al volo. Sono cinque birilli rossi e lui piroetta mentre sono tutti in aria. Rullo di tamburo finale, impeccabile inchino di lui, mentre lei si accosta ai finestrini per prendere le offerte. Arretrano appena in tempo, mentre le macchine schizzano in avanti, e si siedono sulla striscia di verde che fiancheggia la grande arteria. Lui l'abbraccia ridendo mentre li supero lentamente, incantata dal loro spettacolo. Esiste un Gran Prix del Circo, vero? Beh, io saprei a chi consegnarlo...

mercoledì 16 luglio 2008

separazioni

Cammino al sole, un po' sovrappensiero, portandomi in una busta la mia riserva di tropico. Due manghi pachistani -gialli, setosi, gonfi di umore-; due avocados del Messico, verdi-viola; due papaye di non so dove. Questo caldo mi suggerisce sempre nostalgie e ricordi. Mi affido ai sapori e ai profumi per riassaporare qualche emozione passata. Mentre la mia mente sta sorvolando l'Atlantico, verso Cuba, sull'altro lato della strada vedo G. e provo un moto di gioia. Cammina all'ombra col suo passo tranquillo, l'alta figura corredata di zainetto, la testa con i capelli mossi, il bel volto bruno. D'impulso vorrei attraversare la strada per abbracciarlo, ma aspetto più prudentemente per vedere come intende regolarsi. Le regole le ha sempre dettate lui. Quando arriviamo alla stessa altezza alza la mano per salutarmi, rallentando ma senza fermarsi. Salve, mi dice sorridendo. Ciao, gli faccio io, e ripeto il suo gesto, salutandolo con la mano.
Ma il mio cuore si stringe. G. era il compagno di mia figlia, il padre del mio nipotino. Per qualche anno ho creduto che fosse un nuovo figlio per me e gli ho voluto bene. Gli voglio ancora bene, ma lui, che non ha nulla contro di me, ciò nonostante ritiene che il tempo della familiarità sia finito.
La familiarità, del resto, non è mai stata troppa. G. è una persona molto riservata, chiusa persino. Ma buonissima, dolce, sensibile, attenta. È molto intelligente e molto colto. E' una persona in vista nel mondo del volontariato e degli aiuti umanitari. Ha scritto dei libri, collabora a riviste, giornali; viene intervistato spesso. Ma resta una persona schiva, che dice tranquillamente la sua ma senza alzare polvere. E' un "comunista" molto duro e molto puro. Ideologico per necessità intima. Ha rifiutato più volte incarichi di prestigio, remunerati abbondantemente, per non sfiorare nemmeno le zone rischiose del potere, del compromesso, del pragmatismo. Sono certa che anche lui è affezionato a me e alla mia famiglia; ma nel suo codice, rigido come tutto in lui è rigido, la confidenza è poca anche in famiglia, figuriamoci tra ex. Ex cosa, poi? Suocera? Ha solo venti anni meno di me, ma a me è sempre parso un mio coetaneo, se non addirittura più vecchio di me. Eppure ha uno spiccato senso dell'umorismo. Solo che di lui tutto va intuito o rubato di straforo. Niente è mostrato apertamente.
Ogni anno mi regalava dei libri. Regalarmi dei libri è una impresa impossibile. Intorno a me nessuno si azzarda. Ma lui non ne ha mai sbagliato uno. Spesso li avevo già letti, ma il punto non era questo: il punto era che sapeva quali libri desideravo leggere. Quando è entrato a far parte della mia famiglia, benché mi intimidisse un po' con i suoi silenzi e il suo sguardo osservatore, il mio cuore si è riempito di affetto per lui. E pensarlo accanto a mia figlia, quando io fossi scomparsa, mi tranquillizzava. Un uomo buono, onesto, intelligente, con dei valori solidi da trasmettere ad un figlio. Che cosa desiderare di più per la propria figlia ed il proprio nipote? Ma la storia non è andata così. Le ragioni appartengono a loro. Io però non ho più questo figlio grande, serio e buono, così impacciato nelle piccole quotidianeità, ma così a posto, così giusto. Qualcuno cui affidare una figlia. Così saggio, ma anche, temo, così testardo.
Sono poche le persone che riescono a comprimere i miei slanci affettivi. E comunque, non per sempre. Capìtolano tutti prima o poi. Con G. penso che ci sarebbero voluti anni per entrare in vera confidenza. Ma io sono una persona tenace e sono certa che ci sarei riuscita. Ora però non lo vedo più. Solo se, come ieri mattina, lo incontro casualmente. Senza parlare, con quel salve! corredato del suo sorriso leggermente triste, ha dettato la nuova regola: se ci si incontra non ci si ferma a parlare.
So che potrei fingere di non aver capito la regola o addirittura infrangerla di prepotenza, ma io rispetto gli spazi psicologici altrui, perché so quanto possano essere vitali. Così, se lo incontrerò di nuovo, metterò su un sorriso allegro, che gli dica che il mio sentimento per lui è senza ombre, e gli lancerò un ciao. Ma, come ieri mattina, qualche lacrima ci scapperà. Solo, aspetterò che abbia girato l'angolo.

venerdì 11 luglio 2008

musil, la storia e il vigile Elvis.

Attraverso un mercatino e colgo frammenti di conversazione. Ordinaria conversazione cittadina. Si impreca sugli zingari, ci si lamenta dei marocchini, si commenta positivamente la consegna di un'arma ai vigili, e soprattutto l'arrivo in città dell'esercito.
Per inciso: 300 soldati! Finirà a piovere, penso. Mi viene in mento un po' confusamente una frase di Musil, che al ritorno a casa cerco tra le mie carte.
Eccola:
"Il cammino della storia non è quello di una palla di biliardo, che segue una inflessibile legge causale; somiglia piuttosto a quello di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un'ombra, là da un gruppo di persone o dallo spettacolo di una piazza barocca, e infine giunge in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare.

Questi miei concittadini si sveglieranno e si troveranno in un luogo dove non desideravano andare? E ci avranno portata anche me?
Quella nuvola minaccia pioggia.

Altro inciso sull'arma ai vigili urbani.
Il vigile che mette un po' d'ordine al semaforo di via Marsala, davanti all'ingresso della stazione, scherzosamente mi fa: non posso mica permette che me va sotto una donna, poi io pe' chi canto? e si toglie il berretto e me lo mostra capovolto. Incastrato dentro c'è un volantino a colori intitolato "il vigile Elvis" che lo ritrae vestito alla Elvis Presley mentre imbraccia una chitarra. Che je canto, signò?
E, GIURO, attacca, a voce spiegata e fingendo di suonare una chitarra, il ritornello di Teddy bear! Poi tutto soddisfatto si rimette il berretto in testa e riprende a fischiare.
Mentre attraverso mi chiedo: daranno una pistola anche a lui?

giovedì 26 giugno 2008

cornelia al citofono

Cammino sulla stradina che porta al Colosseo, verso la fermata del piccolo bus elettrico. Qualche passo davanti a me un portoncino si apre e ne esce un centurione, fatto e calzato. Ha la faccia aggrondata di tutti quelli che vanno malvolentieri al lavoro, legionari o no. Sarà sulla cinquantina, anche qualche cosa in più, capelli radi e grigi, faccia larga, in ritardo di rasatura.
Indossa la corazza di cuoio con l'aquila imperiale, la corta tunica sulle gambe nude e il mantello rosso e oro. Dal cinturone borchiato il gladio gli batte sul fianco. In mano tiene l'elmo, con un bel cimiero rosso. Ai piedi ha le caligae sopra a un paio di calzini grigi.
S'incammina verso il Colosseo, ma subito il citofono chiama.
-Lucio? Lucio? è una voce femminile esasperata
Il veterano si arresta e si volta -Sì?
-Ricordati di chiamare Marco!
-O.K.
-Ti ricordi?
-Mi ricordo, mi ricordo e riparte.
Ripartiamo insieme.
Marco chi? vorrei chiedergli. Giunio Bruto? Minucio Rufo? O Claudio Marcello?
Lo seguo passo passo. Il suo è indolente e stanco, il piede destro butta un po' in fuori.
Accelero un pochino, perché mi viene una voglia improvvisa di parlargli.
Si scosta per farsi superare, ma io lo affianco. Mi guarda torvo.
Lascio perdere. In fondo è un soldato armato.
Resto indietro di nuovo, a guardarlo andare. È perfettamente a suo agio, come se percorrere la via in quella tenuta fosse non solo una sua abitudine, ma la regola. A suo agio, ma già stanco, alle 9 del mattino.
Con quel passo lì, penso, altro che Impero! Chissà se prima di gettarsi in questa attività -riconosciuta, riconosciutissima, con tanto di albo professionale a livello comunale- si è documentato. Se ha scelto di farsi centurione per indossare il vestito più bello o per ambizione, per avere una centuria al suo comando, almeno idealmente. Prima che il Comune regolamentasse l'attività, scoppiavano risse tra gli aspiranti legionari, il mercato si era inflazionato, la concorrenza era troppa. Si battevano con i gladi? Qualcuno si sarà procurato il giavellotto e avrà minacciato i concorrenti?
E quando tra loro è comparso il primo vestito da Console che avranno provato? Si saranno messi a rapporto? O avranno protestato per la durata della ferma?
Intanto il mio centurione ha tirato fuori un telefonino e parla. Sarà Marco? mi chiedo.
Intravedo l'autobus che arriva e mi affretto. Mentre lo supero lo sento dire, con voce stanca: viecce a trovà, e che te costa? fallo pe' tu madre. Lo sai che sei er gioiello suo!