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martedì 20 aprile 2010

massimo fini, invidioso confesso

Un'altra aspra polemica sul tema della donna si è svolta sulla stampa recentemente, nata da un articolo di Massimo Fini.
Ecco l'articolo da Il fatto quotidiano (giornale di sinistra) del 27 marzo 2010

"Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.

Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso (n.d.r forse voleva scrivere caos?) femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.

Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.

Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più, siamo già ai limiti dello stupro. Basta.
Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.

(Dopo la comparsa di questo articolo molte donne hanno scritto al Fatto Quotidiano dichiarando che non lo avrebbero più acquistato.)

Questa è la replica di Massimo Fini alle lettrici incavolate
"Ho scritto che le donne “sono una razza nemica”. Non mi sono mai sognato di dire che siano inferiori a chicchessia. Se la lettrice Cristina Di Bortolo avesse letto il mio articolo con “un minimo di cervello” avrebbe capito che, al contrario, considero la donna, meglio: la femmina, molto più vitale del maschio. È lei, che procrea, la protagonista del gran gioco della vita (quello reale, non quello virtuale) mentre il maschio è un fuoco malinconico e transeunte animato da un oscuro istinto di morte (“La donna è orgiastica, baccante, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale”). La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte (il contrasto tra Antigone e Creonte in Sofocle). Non a caso nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, quando l’Essere primigenio, dopo la caduta, si scinde in due la Donna viene definita “la Vita” o “la Vivente” mentre l’Uomo è colui che “è escluso dall’Albero della Vita”. È per riempire questo vuoto, per sopperire a questa impotenza procreativa (“l’invidia del pene” è una sciocchezza freudiana), che l’uomo si è inventato di tutto, la letteratura, la filosofia, la scienza, il diritto, il gioco regolato e il gioco di tutti i giochi, la guerra, che però oggi ha perso quasi tutto il suo fascino perché affidata alle macchine e anche perché in campo han voluto entrare pure le stronzette che pretendono di fare i soldati e vogliono fare, con i loro foularini, le corrispondenti di guerra (Ma state a casa, cretine, a fare figli. L’interesse della donna per la guerra è una perversione degli istinti. La donna, che dà la vita, non ha mai amato questo gioco di morte, tipicamente maschile. Ma ormai così è: le più assatanate guerrafondaie di questi ultimi anni sono state la Albright, Emma Bonino e quella pseudodonna e pseudonera di Condoleezza Rice). Della vitalità della donna fa parte anche la sua curiosità. Che può avere conseguenze catastrofiche. Ma è mai possibile che con tutte le mele che c’erano lei sia andata a mangiare proprio quella che Domineiddio aveva proibito? (da lì sono cominciati tutti i nostri guai, porca Eva). Comunque sia è vero cheda quando si sono “liberate” si sono appiattite sul maschile, diventandone una parodia, e insieme alla femminilità hanno perso anche il loro fiore più falso e più bello, il pudore, per il quale valeva la pena, appunto, di corteggiarle. Han perso la sapienza delle loro nonne alle quali bastava far intravedere la caviglia. Rivestitevi, sciocchine. All’uomo non interessa la vostra nudità, ma scartocciare, lentamente, la colorata e inquietante caramella anche se, alla fine, c’è sempre la solita, deludente, cosa. In quanto a Lisistrata, cara Truzzi, il suo sciopero del sesso fallì completamente. Perché le spose dei guerrieri continuarono a fare i consueti lavori di casa. Essere accuditi senza nemmeno avere l’obbligo di scoparle: l’Eden ritrovato. Inoltre ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra (e persino il calcio, che ne è una metafora). La lettrice Roberta Pesole mi confonde con quei nove milioni di uomini che, dice, vanno a puttane. Posso rassicurarla, nel mio “Di(zion)ario erotico-Manuale contro la donna a favore della femmina” ho scritto “pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato? Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo pure pagare? Ma siamo diventati matti?”. Infine nella mia vita ho conosciuto molte donne intelligenti, ironiche e anche autoironiche. Ma nessuna che non fosse permalosa. Come la valanga di insulti che mi è stata rovesciata addosso dimostra."

QUANTO A ME: appena letto il primo periodo, "Le donne sono UNA RAZZA nemica", mi sono incazzata. Una razza???? Poi, andando avanti lungo la noiosa sequela di luoghi comuni, ho pensato che un tale livore si spiega solo con ragioni personali molto delicate e l'ultimo periodo "meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe" mi ha dato infine ragione. Infatti, se quello che Fini dice delle donne potrebbe tranquillamente essere archiviato nel banale più scadente, quello che dice implicitamente di sé (il sesso interessa e piace molto più a lei che a lui; e più avanti: "Han perso....ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno") parla di un modo di vivere il rapporto con una donna davvero interessante per uno psicologo.
Eppure all'interno delle banalità livorose, espresse con un linguaggio inutilmente aggressivo e insultante, c'è almeno un pensiero su cui vale la pena riflettere: "da quando si sono "liberate" le donne si sono appiattite sul maschile" dice Fini.
Questo appiattimento sul maschile non è una scoperta di Fini, sono molte le donne che lo denunciano. Ma nella prima parte della sua proposizione Fini sbaglia radicalmente, secondo me: è proprio perché non si sono liberate che molte si sono appiattite sul maschile. Perché non riescono a riconoscere valore alla loro stessa natura che è, sì, vitalità e istinto, forza della vita. Forza che dall'inizio della storia ha spaventato l'uomo, il quale si è impegnato a fondo per costruire una società che imbrigliasse quella forza e spostasse l'asse del valore dalla forza di creare alla forza tout court. Ma la donna non è solo vitalità e istinto. È questo, credo, che fa infuriare gli uomini, il fatto che la donna si sia spostata, lungo l'evoluzione culturale, su un terreno che l'uomo si era riservato, quello dell'analisi ragionata della realtà. (Sui procedimenti di pensiero-emotivo con cui la donna esamina la realtà potremmo a parte parlare a lungo). Gli uomini hanno dovuto accettare (giacché non potevano fare altrimenti) che fosse la donna a dare la vita, che la custodisse nel suo corpo, ma su questo riconoscimento obbligato hanno fissato il confine: esaltando esclusivamente la sua funzione materna ve l'hanno voluta relegare. Quando la donna (la cui evoluzione culturale, sempre a mio avviso, è stata infinitamente maggiore della corrispondente evoluzione maschile) non solo ha potuto regolare la sua funzione riproduttiva, ma ha rifiutato la riduzione della sua persona alla sola funzione riproduttiva, il conflitto è diventato feroce. E dico feroce nel suo senso letterale. Sul piano di questo conflitto uomini e donne infatti indietreggiano e tornano belve.
Il rischio, per la donna che rivendica una dimensione globale della sua persona, è quello di precipitare nella imitazione del modello maschile, di abbracciarlo come scorciatoia verso la sua affermazione sul palcoscenico della società. In questa trasformazione illusoria (perché l'uomo vigila spietatamente sui suoi domini) la donna rischia di reprimere o addirittura perdere le sue principali caratteristiche di genere: il suo legame con la vita, la sua spinta al suo accudimento e alla sua protezione, la sua forza seduttiva, la sua vitalità e il legame profondo con le sorgenti emotive dell'agire. Significa che allora bisogna restare sempre attaccate alla scelta di maternità, che essa dev'essere destino? Che al di fuori della maternità la donna non abbia valore? Il più radicale dei no va opposto, secondo me, a questa pretesa,ogni volta che si affaccia, comunque sia mascherata. Ma certo non significa coprire di autodistruttivo disprezzo la nostra natura stessa e i modi in cui si esprime.
Mi chiedevo giorni fa', parlando con mia figlia, chi avesse creato quelle pubblicità che ci invitano a fornirci di assorbenti, di ogni forma e natura, in ogni giorno del mese. Ci sono quelli per i giorni della mestruazione, graduati in spessori e dimensioni diverse, quelli per i giorni d'intervallo, quelli contro il nostro perenne "cattivo odore". C'è un così forte svilimento di un fenomeno fisico che dovrebbe coprirci di meraviglia, un disprezzo così mortificante per la più importante funzione della specie, che il mio sangue bolle ogni volta che mi passano davanti agli occhi. Siamo ancora al sangue mestruale come vergogna! E le donne lo accettano e s'imbracano trenta giorni su trenta! Da che cosa ci vogliamo monde? Dalla nostra stessa natura? E accettiamo di guardarla con occhi maschili? Con sguardi atavici?
Io so che tutte le rivoluzioni precipitano temporaneamente negli eccessi della realtà opposta a quella che hanno combattuta e la mia speranza risiede solo in questo: che la rivoluzione che le donne della mia generazione hanno affrontato debba trovare ancora il suo punto di equilibrio, che i vistosi passi indietro che riscontro nelle donne siano solo fraintendimenti o tentativi di trovare altre strade e che le donne non siano state prese da una furia autodistruttiva.
Sì, ci sono giorni in cui le osservo spaventata, preoccupata, furiosa anche. Ma resiste tenace dentro di me la mia fiducia in noi donne, nella nostra capacità di risorgere sempre, di riattingere forza e vita nel profondo del nostro essere, di cambiare, di trasformarci, di evolvere, una caratteristica questa davvero nostra. Del resto il movimento delle donne, in ogni luogo e tempo, è sempre stato carsico.
Quanto a Fini, credo che al fondo del suo intervento, così sgradevole nella forma, si agiti la sua profonda invidia per le donne, per altro non celata. E, per analogia, mi fa sorridere, una volta di più, la famosa idea freudiana dell'invidia del pene. La più grande topica (solo topica?avrei voglia di analizzare freudianamente Freud) di papà Freud. (Come del resto correttamente Fini riconosce).
Massimo Fini non mi piace; non lo apprezzo come scrittore e detesto il suo stile di polemista (tanto che non gli replicherò punto per punto causa l'eccessiva volgarità del suo modo di esprimersi). Ma lo ringrazio perché ha offerto a noi donne un'ulteriore occasione di riflettere su di noi.
Credo che la riflessione debba includere il disagio maschile di questi anni, l'insoddisfazione di uomini e donne, le delusioni che reciprocamente si infliggono in una ricerca, per ora insoddisfatta, di un rapporto meno crudele.

N.B. La mia ricostruzione storica, per di più stringata e superficiale, non è un giudizio universale su ogni uomo della terra. In questo equivoco (spesso avanzato da qualche uomo per un istinto di autodifesa) vorrei che i miei lettori non cadessero.

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Come eccezione al modo in cui la donna è trattata dalla pubblicità segnalo queste pubblicità che sono comparse sul settimanale Grazia. Sono state ideate da diverse agenzie creative e si segnalano per l'intento di trattare, in modo spiritoso ed efficace, temi femminili.

Le potete vedere QUI

mercoledì 7 aprile 2010

scrittura satirica non sessismo


Nella serata "RAIperunanotte" condotta da Santoro il 25 marzo scorso c'è stato un intervento di Daniele Luttazzi che ha suscitato una polemica che ancora continua. Per chi non lo ha già visto l'intervento è su you tube, diviso in tre video: uno, due e tre




da il Manifesto del 26 marzo 2010
Paolo Bonazzi, Ida Dominijanni
Se la comicità inciampa nel sessismo


Care compagne/i, rivolgo questa lettera in particolare alle donne del Manifesto per avere un conforto.Durante la diretta di Raiperunanotte io e la mia compagna ci siamo sbellicati dalle risate per il monologo di Daniele Luttazzi, che personalmente ritengo il più grande comico satirico in Italia. Scopro poi che tale monologo ha sollevato parecchie ire e critiche da parte di molte donne per il noto riferimento alla pratica di sesso anale quale analogia con l'Italia di ieri e di oggi: 1. Berlusconi forza l'opinione pubblica usando tutta la sua potenza mediatica; 2. Berlusconi penetra il consenso trovando una mediocre e condiscendente opposizione; 3. il popolo penetrato gode. La pratica di sesso anale, insomma, è puro sessismo e parlarne, anche come metafora comica, è da machisti. Non mi sto a concentrare sul fatto che sia anche un atto omosessuale maschile, e che d'altronde gli esempi riportati da Luttazzi all'acme del monologo riguardavano solo uomini (Saccà), i più servili e sottomessi in questa metafora.
Io l'ho trovata esilarante, ben conoscendo il linguaggio forte ed i ritmi incalzanti dell'attore che ha cercato sempre di farci ridere sui nostri disagi e tabù sessuali. Ritengo che la sottomissione della donna nella società moderna ed in questo nostro paese non vada cercata nelle camere da letto, dove agiscono altre dinamiche e desideri. Credo sia sessista la comicità di certi innocui monologhi di Zelig, in cui la donna è dipinta come una scassapalle che pensa solo a far shopping e a torturare il marito rientrato da una faticosa - solo per lui - giornata lavorativa. E che dire dei balletti che mettono in scena un lesbismo che è ovviamente quello che abita i nostri desideri onanistici maschili? E le pubblicità e i video musicali? Gli esempi sono infiniti. Fate caso a quante volte non viene rappresentato il sesso, ma una pura violenza. Uno stupro che la donna agogna dal suo padrone. Luttazzi non ha parlato di questo.
Personalmente porto avanti, insieme alla mia compagna, un rapporto basato sulla totale uguaglianza, frutto non già di concessioni, ma di reciproche responsabilità, riconosciute e condivise, rivendicate, quando serve. Mi piace che questo aspetto della mia vita sia coerente con le mie idee politiche di uguaglianza e libertà, e mi piace che questa dinamica mi dia piacere. Non sono un forzato dell'uguaglianza. Ora, ho profondo rispetto per chiunque si sia sentita offesa e mi sto ponendo delle domande. Vorrei però chiedere a chi c'era, Norma Rangeri, o anche a chi ha sempre parlato di questi argomenti, Ida Dominijanni, o a voi del Manifesto se di tali risate mi devo vergognare. Tengo in enorme conto le vostre opinioni e saprò farne tesoro. Ma mi chiedo: davvero la sottomissione, l'ineguaglianza di genere ed il sessismo derivano dalle pratiche sessuali - anche estreme - e queste pratiche ne sono una perversa estensione in camera da letto? Non sono invece indice di un potere e di uno sfruttamento che ha mercificato l'oggetto del desiderio come conseguenza del suo essere socialmente inferiore?
Davvero è colpa del sesso e del piacere che può derivare da pratiche di sottomissione che sono tante, intersessiste e di infinita fantasia?
Paolo Bonazzi, Bologna

Risponde Ida Dominijanni
Caro Paolo,
il confine fra pratiche sessuali, immaginario sessuale e ruoli sessuali è molto poroso: è vero che bisogna sforzarsi di tenerli distinti, ma è falso che possiamo separarli con un taglio netto. Sono del tutto d'accordo con te che le pratiche sessuali vanno tenute distinte dal sessismo sociale, e che se il secondo va combattuto alle prime va lasciata la massima libertà; ma è pur vero, d'altra parte, che da un anno combattiamo contro un certo uso sessista, o certe ricadute sociali sessiste, di un certo immaginario sessuale, berlusconiano ed evidentemente non solo berlusconiano. A questo si aggiunge, nel caso che tu poni, il modo in cui tutto questo viene messo in scena, e la necessità di garantire da una parte la libertà d'espressione di un artista, dall'altra la libertà di critica del pubblico (due libertà ugualmente sacrosante).
Personalmente non ho niente contro l'idea di mettere in scena il rapporto sociale sadomasochista con un monologo sul sesso anale; mi domando però come mai in quel monologo il sesso anale venisse rappresentato naturalmente come atto sessuale di un uomo violento sul corpo di una donna sottomessa.
Come tu stesso dici, c'erano altre rappresentazioni possibili, e non credo che questa sia stata scelta a caso. Ma se la rappresentazione del rapporto sociale sadomasochista prende naturalmente la forma di un rapporto violento di un uomo su una donna, io non mi diverto affatto e ci trovo, sì, la doppia traccia della normatività eterosessuale e del sessismo.
Ma si tratta, ovviamente, di valutazioni personali.


QUANTO A ME: io ho per Daniele Luttazzi una grande stima, lo considero il vero scrittore satirico del nostro tempo, il nostro Marziale, il nostro Giovenale. Né la mia stima si è spostata di un'acca dopo il suo monologo. Anche se mi ha procurato disagio. Mi sono chiesta perché. Sono abituata a riconoscere la violenza verbale con cui Luttazzi ci parla del sesso sbattendoci in faccia i nostri tabù e non mi ha mai turbata. Trovo perfetta la metafora dell'Italia di oggi sodomizzata da un Presidente del Consiglio in un rapporto sado-maso. Eppure il mio disagio era autentico. Solo che non risiedeva né in una suscettibilità al vocabolario sessuale che non mi è mai appartenuta né ad una lettura critica della scelta simbolica di Luttazzi. Ci ho messo un po' a capire che Luttazzi mi svelava una verità chiamandola con un nome che non le avevo mai dato, che avrei trovato volgare e sbrigativo, quasi da sfogo liberatorio se lo avessi letto in forma di commento su qualche blog, e che invece era esattamente quello che una metafora deve essere: un lampo di luce accecante e veritiero. Luttazzi non ha tratteggiato la situazione dell'Italia con squisiti concetti politologici, con analisi magari sarcastiche ma sempre sul piano discorsivo. No, egli l'ha rappresentata plasticamente con una immagine forte, che si è imposta ai miei occhi con tutta la sua violenza. Questo mi ha dato disagio: guardare il mio paese e riconoscerlo in quella scena. Vedere la nostra situazione colta in una essenza radicale, quella del sesso. Quando ho capito questo ho anche capito che il mio disagio è stato, alla fine, il segno più evidente di quanto la comicità di Luttazzi sia dirompente, crudele, feroce sia cioè vera satira che ci mostra senza edulcorazioni la realtà e sceglie per farlo quello che più ci si appiccica sgradevolmente alla pelle, quello che meglio ci schiaffeggia, quello che ci fa ridere con una smorfia agra sulla bocca.
Altro che i comici all'acqua e sapone che ci fan ridere lisciandoci il pelo!
Quindi posso dire che rispetto le donne che si sono sentite offese ma sto con il signor Bonazzi e mi pongo rispetto alla scelta di rappresentare un rapporto tra un uomo e una donna e non tra gay in una posizione assolutamente opposta rispetto a quella di Ida Dominijanni.
Riflettendoci su ho capito, ho quasi pre-sentito che, se Luttazzi avesse scelto di rappresentare un rapporto tra due uomini il mio disagio sarebbe stato maggiore e di natura diversa e mi avrebbe, sì, rivoltata.
Perché un rapporto anale sado-maso tra un uomo e una donna appartiene alla varietà dei desideri e delle fantasie e non connota definitivamente nessuno se non per la durata dell'atto; non caratterizza una categoria umana, non addita nessuno come esemplare; è solo una scelta tra pratiche sessuali -tutte ammesse per me quando liberamente scelte dai partecipanti secondo le loro fantasie e i loro desideri.


martedì 6 aprile 2010

L'Aquila e Anna-L'Aquila è Anna

DAL BLOG MISSKAPPA.BLOGSPOT.COM DI ANNA


MARTEDÌ 31 MARZO 2009

Terremoto

Sono tre mesi che a L'Aquila la terra trema. Quasi trecento scosse. Ieri alle 15,38 c'è stata quella fortissima. Panico in tutta la città. A seguire, altre quattro abbastanza intense. E stamani alle 8 un'altra ancora. Io ho dormito in auto. Sono terrorizzata.
A presto. Spero.

Così scriveva Anna il 31 marzo del 2009, solo cinque giorni prima del terremoto che ha colpito il territorio de L'Aquila.
Chiamava "fortissima" la scossa del 30 notte. Delle scosse che non la facevano dormire, delle notti passate in macchina per lo spavento ci aveva parlato più volte nel corso degli ultimi mesi. Intanto la stampa, in minuscoli trafiletti, ci riferiva che non c'era da preoccuparsi. Nei nostri commenti al suo post noi le dicevamo di essere vicini al suo terrore ma di farsi coraggio perché non sarebbe accaduto nulla di veramente grave. Scrivevamo anche di non saperne niente dalla stampa e per questo forse ci sentivamo tranquilli. Ma Anna non si sentiva affatto tranquilla, dormiva in macchina con delle coperte, la sua casa aveva riportato delle lesioni ma fu dichiarata ancora agibile.La protezione civile rassicurò la popolazione che, continuamente colpita dalle frequenti scosse, era spaventata e psicologicamente provata.
Poi venne la notte tra il 5 e il 6 aprile e alle 03.32 il terremoto devastò quelle terre. Così scrisse Anna alle 11.09 del 6 aprile.

LUNEDÌ 6 APRILE 2009

AGGIORNAMENTI

Ciao a tutti!!
Sto bene, non vi preoccupate. Il terremoto ha distrutto diverse case ma noi stiamo bene.
Per ora non ho il computer a disposizione ma appena mi sarà possibile vi aggiornerò.
Un bacio a tutti quanti.
Anna
Io l'avevo sentita alle 4 del mattino e la sua voce forte mi disse queste parole: "Abbiamo perso tutto, marina, ma siamo vivi". Al momento niente altro importava.
Nelle prime ore, di fronte alla distruzione e tra l' angoscia per i morti, Anna ipotizzò cifre che poi si rivelarono errate. Gliene fu fatta una colpa. Io non mi sono mai trovata in mezzo alle macerie della mia città ma mi sembrò del tutto naturale che le mille voci di lutto che si alzavano da quella città e da quei paesi moltiplicassero fino a mille i morti.
Poi ci dissero che i morti erano SOLO 308.
Da allora Anna, tra mille difficoltà, ci ha raccontato i tormenti della sua terra. Il dolore, la distruzione, lo spavento, il freddo e il pianto, le mille necessità, i malanni e i bisogni e quella strana forza che dà il sentirsi ancora vivi. E gli sforzi, la fatica, i tentativi di ripresa, i piccoli segni di speranza, e le proteste e le battaglie e gli inganni.
Ha messo sul suo blog foto, filmati, documenti, interviste, lettere al sindaco, ma soprattutto ha messo se stessa, nome, cognome, indirizzo (quello che aveva una volta!) e numero di telefono e si è raccontata: con i momenti di forza e quelli di stanchezza, con la voglia di farcela e con lo scoramento, con la rabbia e con la gratitudine. E con l'impossibilità a separarsi dalla sua città e il bisogno di restare stretta alla gente che divideva con lei quella esperienza.
Per la sua sincerità e per il suo lavoro di semplice testimone di quello che le accadeva intorno Anna è stata attaccata in mille modi. È stata offesa, insultata, sospettata, derisa, accusata, fraintesa. Ma in tanti, tantissimi, hanno riconosciuto la sua sincerità e l'autenticità delle sue denunce e le sono stati vicini e hanno preso a seguire il suo blog, voce vera tra tante voci corali. Attraverso la sua voce ho imparato ad amare L'Aquila e la sua gente, a considerare quella città anche mia, a sentire che la sua sorte, il suo futuro mi sta veramente a cuore.
Io credo che Anna rappresenti la capacità di non rassegnarsi, di non lasciarsi andare, di lottare, di guardare avanti, senza nessuna retorica, tra gli alti e i bassi imposti da condizioni come quelle in cui lei si è trovata e ancora si trova a vivere (condizioni che non so, non posso immaginare DAVVERO) . Il dono che ci ha fatto Anna e che ci fa ogni giorno da un anno non è di quelli che si possono ricambiare. Io voglio ringraziarla e augurarle tutto quello che posso augurare a lei e alla sua terra.
Voglio chiudere ancora con la sua voce.
Ha scritto Anna il 19 maggio del 2009:


Vorrei

Vorrei che questo blog diventasse un messaggio di speranza per tutti, soprattutto per gli Aquilani. Vorrei monitorare la mia rinascita, anche se so che sarà lenta e dolorosa. E faticosa. Vorrei mostrare a tutti che si può provare a ricostruire. Partendo da noi stessi. Mai dimenticando gli altri. Soprattutto i più deboli. Vorrei mostrare i miei piccoli passi incontro alla nuova vita. Vorrei creare un punto di aggregazione dove poter riprendere a volare......

Il desiderio di Anna è una realtà. Il suo blog è davvero un messaggio di speranza per tutti.
Grazie Anna.

sabato 20 marzo 2010

la volpe della Muraro

"Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio. Adesso comincio a pensare che sia una farsa.
Bisogna credere e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un' ipotesi così azzardata che nessuna politica di professione osa formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche da cui risulta che, quanto a condizione femminile, l' Italia è più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva una volta, ma per discriminazione. È tempo di smetterla con questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si pongono. Uno è quello dell' attaccamento maschile al potere."

L'articolo -chi parla è la filosofa Muraro- continua riprendendo in più forme questo concetto generale.

"Per finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della parità per fare posto a un franco riconoscimento dell' eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità, e penso specialmente al rapporto con il potere e con i soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e all' amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho detto, perché finisca una finzione, quella delle donne sempre vittime d' ingiustizia e sempre in cerca di parità con gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da alibi. A che cosa e a chi, oggi? La risposta a questa domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C' è un bisogno identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma tenace. C' è, per le donne, la rendita del vittimismo."

La Muraro auspica un cambiamento nell'autopercezione delle donne e nella loro valutazione da parte della società: da vittime di discriminazione a soggetti eccellenti.

"Un criterio per questo cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al secondo posto le nostre priorità."

Non so, la Muraro è una filosofa che al pensiero della donna ha dato molto e per la quale io nutro molto rispetto, ma in questa sua nuova posizione qualche cosa non mi torna.

Mi sembra che riconosca che alle donne si chiede, per stare nella vita pubblica e politica a parità di autorevolezza, di mettere al secondo posto le proprie specifiche priorità -e questo in una società in cui non si riconosce autorevolezza a chi non ha anche potere-. Detto diversamente le si pongono ostacoli e pre-condizioni perché acceda ai luoghi del potere. Nessuna pre-condizione per l'uomo invece. Si può chiamarla disuguaglianza, si può ancora chiamarla discriminazione?

O dobbiamo consolarci con la favola della volpe che dall'alto della sua eccellenza dichiara l'uva acerba?
Non sono io volpe-donna che non arrivo all'uva (perché tu vuoi che io mi arrampichi con i miei piccoli attaccati al seno e mentre premastico il cibo per loro e per te) ma sei tu volpe-uomo che hai sbagliato a mettere la vigna in un posto così in alto per me.
Ed ora? Se anche ci diciamo questo (come del resto ci è chiaro da tempo) che cosa cambia?
Cambia che questo è un problema dell'uomo, non nostro, dice la Muraro.

"Se (l'attaccamento maschile al potere) fosse un vizio morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si è corretta l' avarizia o la gola. Ma l' attaccamento maschile al potere è una questione d' identità. Lo veicolano i modelli correnti della virilità."

Bene: dove sono queste masse maschili che si interrogano sul loro modello di virilità e sul nodo (tutto loro) tra potere e identità? chiedo io.
E mi risponde la Muraro.

"Oggi vi sono uomini che promuovono una presa di coscienza della differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e Sellier, 2009."

Inutile dire che lo leggerò.

giovedì 18 marzo 2010

la voce di Joy

Il CIE (Centro di Identificazione e Espulsione) di Ponte Galeria-Roma


Joy è la ragazza nigeriana che nel luglio del 2009 dichiarò che un ispettore di polizia aveva tentato di stuprarla mentre si trovava rinchiusa nel CIE di via Corelli a Milano. La sua compagna di stanza, Hellen, la aiutò a respingere l'uomo. Ad agosto nel CIE scoppiò una rivolta di tutti i detenuti contro le disumane condizioni di vita. Sono stati arrestati nove uomini e cinque donne tra cui Joy ed Hellen. Dopo sei mesi di carcere Joy è stata trasferita al CIE di Roma, Ponte Galeria. Joy ha presentato regolare denuncia per tentato stupro e interrogata ha riconosciuto il poliziotto. Ma è stata accusata di calunnia e, dopo sei mesi di carcere, vogliono rimpatriarla.
In queste ore attivisti stanno manifestando di fronte all'ambasciata nigeriana perché l'espulsione di Joy, che attende giustizia dalla legge italiana, venga fermata.

Su Radio-cane Joy racconta la sua storia

Visible Différence


Per la prima volta dopo due anni dalla morte di mia madre metto mano ai libri presi nella casa dei miei genitori. Li ho divisi con le sorelle in modo casuale. Molti appartengono alla famosa collana la Medusa di Mondadori e tra questi trovo molti autori italiani: Chiara, Pratolini, Giorgio Saviane,Tomizza, Tobino, Berto. Scelgo un libro di Tobino che non conoscevo: La brace dei Biassoli. Nella scelta influisce il mio amore per Tobino ma anche quella parola "brace" e il quadro raffigurato sulla copertina. È La gare St. Lazàre di Manet, quadro famosissimo.Victorine Meurent, modella e pittrice lei stessa, è seduta contro la cancellata della stazione, ha un minuscolo cagnolino addormentato in grembo; indossa un abito blu chiuso da bottoni chiari e sulla massa di capelli rossi che si sciolgono sulle spalle porta un alto cappello ornato di fiori. Alza lo sguardo dal libro che tiene aperto tra le mani e ci guarda dritto negli occhi proprio come ci guarda in quell'altro quadro famosissimo, mentre è tutta nuda sulla dormeuse di Olympia. Chissà perché è stato scelto proprio questo quadro per accompagnare il libro. E chissà se questo apparteneva a mia madre o a mio padre. Stranamente sulla prima pagina non c'è nessuna scritta. Manca la Al slanciata e definitiva di mio padre e la L scolpita di mia madre con cui quei due segnavano i propri territori libreschi come ogni altro territorio. Ma è il libro stesso a dirmi che apparteneva a mia madre: si apre spontaneamente alla pagina 101 per effetto di un segnalibro corposo. È un foglietto rosa stretto e lungo piegato più volte ad organetto, uno di quei foglietti esplicativi che accompagnano i prodotti di bellezza. Elizabeth Arden-Visible Différence, c'è scritto. E io rivedo il vasetto bianco sul comò di mia madre. E rivedo lei mentre prende la crema rosata sulla punta delle dita e la stende attenta e veloce sul viso. Poi si accosta allo specchio e si guarda, seria e compiaciuta. Ne aveva motivo, mia madre.
Mia madre era una donna molto bella che ha dimenticato di fare bella anche me, ma, cosa molto più grave, ha dimenticato di godersi la sua bellezza. Semplicemente non poteva accettare che la bellezza che si accompagna al corpo è buttata via se il corpo non ne riceve gioia. Qualcuno le aveva fatto credere che la bellezza forse un'arma da rivolgere contro le altre donne e non un dono che la vita le aveva fatto perché lei ne ricavasse piacere. Quando è morta aveva novantuno anni ed era ancora bella. Mi capita di pensare che, forse, se avesse dedicato quella bellezza a qualche amante sarebbe stata una madre diversa. Chissà.
La pagina dove sembra essersi arrestata la lettura di mia madre inizia così: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi". Forse mia madre ha interrotto qui la sua lettura perché distolta da una delle mille attività su cui dispiegava le sue inesauribili energie o forse quelle due righe iniziali le sono spiaciute. Il libro è del 1977. Allora mia madre aveva 63 anni ma capelli bianchi il nero assoluto della sua testa altera non ne ospitava. E la parola ritirarsi non faceva parte del suo vocabolario.
Dispiego il foglietto rosa, minutamente scritto in quattro lingue. Vi si illustra l'effetto penetrante della crema, che "idrata e rivitalizza, protegge e ammorbidisce la pelle". E penso alla pelle di mia madre. Quella dei suoi ultimi anni, fragile, trasparente, leggera come carta velina. E quella liscia e luminosa che l'ha irradiata in tutti i giorni della sua vita. Penso al contatto con la sua fronte fredda e irrigidita mentre riposava composta nel suo letto di morte e a quello bruciante della sua mano nello schiaffo. La pelle di una madre è molte cose, mi dico.
Rimetto il foglietto al suo posto e resto incerta, sospesa tra due pensieri: iniziare regolarmente il libro dalla prima pagina o proseguire la lettura da dove mia madre l'ha interrotta. Qualche cosa nelle pagine già lette da mia madre mi impaurisce. Eppure, che cosa posso trovarvi? Mia madre non usava sottolineare i libri e gli sguardi non lasciano segni. Ma ugualmente l'idea di leggere il libro attraverso gli occhi di mia madre per qualche ragione non mi va, come mai mi è piaciuto ripercorrere la sua via. Anche se poi in fondo è proprio quello che ho fatto. Ci sono battaglie che combattiamo fin da giovani e per tutta la vita e per vincere le quali solo in età avanzata troviamo la forza. Quando ormai le battaglie sono perse.
Allontano malinconie e pensieri e comincio a leggere da quella frase: "Mia madre aveva deciso di ritirarsi a Vezzano; ormai aveva tutti i capelli bianchi" senza più interrompermi fino al termine del libro. Sono in tutto una cinquantina di pagine in cui Tobino racconta le ultime due settimane di vita di sua madre, ritiratasi a morire nella casa della sua infanzia, tra i ritratti dei Biassoli, la sua famiglia di origine, la più importante e rispettata del paese.Tobino passa le notti su un letto accanto a quello della madre, di giorno vi si accomoda per parlare con lei, poi si alza e guarda la Magra che "si spiega dai plumbei monti"; i suoi pensieri per la madre sono accompagnati dal murmure del faticoso respiro di lei ma anche dalle voci di quei personaggi favolosi, di cui si intuiscono l'orgoglio, la dissennatezza, l'eccentricità e "le virtù feroci." Ma a quei Biassoli la madre appartiene fino in fondo, ad essi si è ricollegata nella scelta di morire in quella casa, in quella stanza che era stata la sua di fanciulla e che aveva lasciato il giorno delle nozze. E i Biassoli muoiono con lei, l'ultima vivente di quella famiglia, decaduta per l'errore fatale e disonorevole di un fratello, Alfeo, scomparso giovanissimo. I suoi morti rivivono nei pensieri e nelle parole della donna che soffre di sapere "che con lei i Biassoli definitivamente sarebbero finiti, con la sua morte qualcosa in lei, dentro di lei invincibile, si sarebbe incenerito, le immagini di tutti i suoi, che così violente vivevano nella sua morte, non sarebbero più state."
È questo dunque il senso di quella parola "brace" che mi ha portata a questo libro, penso. La brace dei ricordi che sfumano, dei nomi che non tornano più a mente, delle curiosità cui nessuno potrà più dare risposta, dei volti che nelle vecchie foto scolorano o diventano anonimi. Tutte le famiglie hanno le loro braci, che si raffreddano nei camini del tempo e della dimenticanza. Non ho un senso così forte della famiglia, della schiatta, dell'appartenenza da poter davvero sentire l'altra perdita che fa soffrire la madre di Tobino- la fine del nome di famiglia che cessa con lei- ma conosco invece la tenerezza addolorata per lo sbiadire delle esistenze che furono, per le vite che cadono di dosso ai corpi quando questi si sbriciolano nella morte, per l'onda della dimenticanza che copre la fatica di vivere di ognuno di noi. Chi prima chi poi, ognuno destinato ad appiattirsi nel mormorio sempre più flebile dei secoli. È la perdita dei pensieri, dei sentimenti, delle speranze, dei dolori, la perdita delle individualità riassorbite in un tutto indistinto che non so scrivere con la maiuscola. Altri lo cantino. Io appartengo piuttosto a coloro che lo accettano come accettano tutte le leggi fisiche ma che gli oppongono la necessità del tener traccia e di trasmetterla; per prolungare, forse solo di una generazione, il ricordo di coloro che con il sangue ci hanno dato la vita e con essa le piccole idiosincrasie o le patologie dolorose, i talenti e le caratterialità, hanno cioè formato parti di noi, quelle parti su cui noi stessi abbiamo poi lavorato, nell'incrocio degli eventi e degli incontri della nostra vita, per trovare il nostro profilo più vero, la nostra voce più autentica. Per riconoscerci individui nuovi ma allacciati a quei rami antichi.
Il libro ha una fine insospettata che capovolge la perdita in ritrovamento, ma non ve la racconterò, nel caso voleste leggerlo. Lo finisco rapidamente ma non lo poso. Lo sfoglio ancora. Quel fogliettino rosa che torno a guardare, assume ora per me un nuovo significato.Visible Différence, Differenza Visibile. Penso alle differenze tra me e mia madre, alla costante incompatibilità che così tanto l'offendeva, affronto imperdonabile, meritevole di disamore. Penso anche ai suoi gesti che talvolta riaffiorano in me, a quanto mi indispettiva una volta scoprire queste sue tracce in me. Ma non si fruga nelle braci per scegliere e scartare, si raccolgono tutte, non è possibile fare diversamente. Perché sono particelle minute, inestricabili l'una dall'altra. Sì, la radicalità della nostra differenza era visibile, mia madre ed io lo sapevamo entrambe. Lei deve averla riconosciuta subito in me. Io l'ho sentita da piccolissima. E non era riconciliabile. Per questo intorno a noi, quasi spaventati dalla nostra spinta repulsiva, tutti si affrettavano sempre a sottolineare le piccole somiglianze, a enfatizzarle, a metterle in primo piano. Dovevano occultare la Visible Différence, sfumarla, impedirle di deflagrare. Oggi dei tratti che mi accomunano a mia madre sorrido: alcuni sono piacevoli, mi fanno contenta, altri, che avrei preferito non avere, li sento ormai miei, integrati nella mia individualità e non li combatto più. Perché so di aver salvato quella Visible Différence che pure tanta sofferenza mi ha procurato. E quando le sue conseguenze si fanno ancora sentire -a così tanta distanza di tempo!- riesco lo stesso e ancora a sentirmene contenta, perché la bambina testarda e tenace che sono stata ha sempre voluto conservarla e, anche se fin quasi a soccombere, è riuscita a difenderla. Non sono tanto i fatti, una loro vistosa discontinuità, che ci allontanano da un modello che la nostra intima natura rifiuta, ma la conservazione del nucleo più profondo della nostra sostanza umana. Se non ho saputo radicalmente fare altra la mia vita rispetto a quella di mia madre, pure non ho mai aderito intimamente al suo ordine. È la continuità con il nostro io più profondo, la fedeltà alla sua voce più autentica che vanno salvaguardate. La Visible Différence. E questa non è andata persa. Io posso ritrovare ad ogni momento in me quella voce di bambina che diceva io sentendosi altra, sentendosi se stessa, assaporando la dolorosa ma inebriante visibile differenza.
Questo pensiero scaccia via la sciocca paura di leggere da capo il libro, lo sguardo sullo sguardo di mia madre. Leggere da qui non significherà rimodellarsi su un pensiero che non è mio, -era questa la paura inconscia- come se l'imperativo antico ancora potesse risuonare dentro di me e costringermi alla vecchia battaglia. Riprendo dunque il libro dall'inizio. Mi resta ancora da scoprire perché La gare Saint Lazare sia stato scelto per la prima di copertina. Osservo ancora il quadro. La donna e la bambina sono una madre e una figlia, questo è chiaro. Quella madre che legge è la mia? E alza lo sguardo dopo avere arrestato la lettura alla pagina 101? E io sono la bambina ritratta di spalle nell'abito con la gonna a corolla simile a quelli che mia madre mi confezionava, ricamandoli a punto smock? La bambina che stringe le sbarre della cancellata e guarda verso il vapore bianco che si alza dalla stazione? Le stazioni, luogo privilegiato per i sogni di altrove di me bambina. E le sbarre, tra me e quei sogni.

Ma non si può spingere a tanto l'arbitrarietà della lettura di un quadro. Così apro il libro alla prima frase: "La chiesa di Vezzano vide mia madre bambina, in essa si sposò, la vide morta la mattina di tiepido sole del 4 ottobre 1947."
Mi fermerò alla pagina 101, decido, dove si è fermata mia madre e su quel punto di confine rimetto il segnalibro, la Visible Différence.

martedì 2 marzo 2010

questa è Milena

Questo è il bel volto di Milena Jesenskà. Io lessi da adolescente le lettere che Franz Kafka le inviò negli anni della loro relazione, tra il 1920 e il 1923. Non avevo mai visto una sua immagine ma intorno a quella giovane donna fantasticavo. Sentivo che doveva essere stata una donna fuori del comune, se rendeva così accesa e così tremante la voce di Franz. Che, parlando di lei, aveva potuto definirla "fuoco vivo". Un anno dopo la fine della loro corrispondenza (ma non del loro sentimento) Kafka moriva. Milena invece visse ancora, visse fino a conoscere il nazismo e a divenirne una accanita nemica. Una nemica combattente, sia con la sua attività giornalistica che con la partecipazione alla resistenza cèca contro la germanizzazione del suo paese. Nel 1939 Milena fu sottoposta a processo per alto tradimento nei confronti del Reich e avviata al campo di Ravensbruck dove morì dopo una lunga e atroce prigionia.
Un libro della scrittrice cèca Marie Jiraskova "La scelta tradita" ricostruisce la sua vita, attraverso i due matrimoni, la sua attività di traduttrice e giornalista, l'impegno politico nel partito comunista cèco, il processo, la prigionia, la morte. Il libro è molto interessante anche se non di piacevole lettura; ha però un merito grande: restituisce finalmente a Milena il suo profilo intero di persona sottraendola a quel cliché di "donna amata da Kafka" che, come succede per molte altre donne, mutila la sua personalità. Per questo ho voluto mettere qui la sua foto per guardarla negli occhi e darle pieno riconoscimento.

lunedì 25 gennaio 2010

post a sbafo

Innanzi tutto ho mal di testa. Poi non ho dormito. Poi con il post che stavo per pubblicare ho fatto un pasticcio: ho salvato le parti da buttare e ho cancellato quelle corrette. Tradotto: so' rinco.....a!!!
Perciò il post di questa mattina è un commento di Betta al mio post con la poesia di Ottiero Ottieri.
Lo pubblico perché mi piace la sua scrittura brillante e personale, ma anche perché credo che sia le madri "perfette" che la figlia "stramba" che emergono siano figure con cui è possibile intravedere qualche somiglianza.


Avviso per Betta: non ti ci abituare! Piuttosto aprici il tuo blog! E soprattutto: cosa hai contro i golfini color pervinca? È un colore che io amo incondizionatamente!
La parola a Betta:
Le amiche di mia madre, signore quasi ottantenni, vispe ed eternamente centrifugate nella giostra burraco-viaggi-conferenze-inviti-cene-orafo-ricette, talvolta mi fanno pensare che io, silenziosa, quieta, innamorata di me stessa(bum!è solo un modo di dire!), e comunque lavoro-scrittura-riflessioni-blog-amicizie con il contagocce, mi fanno pensare, dicevo, le amiche di mia madre, scusate, sono ridondante, di essere un orso polare sbarcato all'equatore!
Io le fuggo come la peste.Fuggo i loro gridolini, le loro risate, il loro permanente organizzarsi, i loro programmi di crociere vienna-budapest-smirne-bosforo, viaggi che concluso uno ne comincia un altro, è vero: Ostenda e Stoccolma vengono qui!
Fuggo le loro certezze, le loro ricette, le loro partite a burraco, il loro ingioiellarsi con coralli, turchesi, scaramazze; fuggo i loro troppi fiori appuntati ai colli di golf color pervinca, i loro troppi nastri agli orli delle gonne, i loro fondotinta rosati delle geishe, il loro mostrarsi, complimentarsi, fagocitarsi.
Però, confesso che il mio fuggire, a volta, mi mette un po' in crisi. Sarò stramba? Disadattata? Peggio, invidiosa! Peggio ancora, superba e complessata! Non disinvolta, non normale, non viva.
Oh per carità! Le amiche di mia madre sono tutte signore per bene, brave, serie: hanno portato avanti la famiglia, cucinano benissimo, tirano a lustro la casa e sono, come si dice da noi, garbate! Nel senso di perfette padrone di casa, a tutto tondo. Nulla ha segreti per loro! Le macchie spariscono in un processo autodistruggente, le piante crescono tropicali, le torte si glassano da sole, i datteri si caramellano di notte, le scorzette di arance trovano da sole la strada per il cioccolato e diventano candite in un battibaleno! Però sono centrifugate in quella giostra, da cui per altro non vorrebbero mai scendere, e io le guardo, un po' a disagio e silenziosa, e m'interrogo. Da sempre.
Poi leggo questa poesia, e più di mille riflessioni, di mille interrogativi, di mille dubbi e disagi che incombono sul mio esistere, mi riconcilio con me stessa, più forte, forse, per questa poesia.
Marina, ti chiedo scusa, ho scritto un post, più che un commento, ma la tastiera è andata da sola!
Per favore, però, scrivimi a chiare lettere che non sono stata villana approfittando del tuo spazio! Ho bisogno che me lo certifichi: chiaro e leggibile. O che mi certifichi il contrario, naturalmente, se lo sono stata. Hai visto mai che mi scappa ancora la tastiera e lo rifaccio?
Betta

mercoledì 21 ottobre 2009

il re è nudo

Sono quasi certa che ne parli anche Seneca nelle Lettere a Lucilio, ma dovrò fare qualche ricerchina: mi riferisco agli occultatori, semplici e composti.
Gli occultatori, io li chiamo così, sono quelle persone che non sanno o non possono o non vogliono sottrarsi alla tentazione di nascondere pezzi sgradevoli della realtà, anche se sono evidenti, plateali, sotto gli occhi di tutti.
Gli occultatori, si badi bene, non hanno niente in comune con i bugiardi, tipi umani molto più semplici e concreti.
Gli occultatori sono gente con una fede incrollabile, la sicurezza cioè che, se sistematicamente negata, la realtà sgradita esiterà, vacillerà e infine si sfalderà, per ricostituirsi poi in una forma più accettabile, addirittura opposta alla sua stessa natura: diventerà cioè un'altra realtà.
Ammetterete che per credere di riuscire a trasformare la realtà semplicemente negandola ci vuole una buona dose di ingenua, addirittura infantile, fiducia.
Quelli che io chiamo occultatori semplici conducono questa operazione solo nei confronti di se stessi. Sono coloro che si raccontano piccole o grandi storie con cui mascherano, mistificano, edulcorano fatti, situazioni, condizioni della propria vita che tutti, ma proprio tutti riescono a vedere perfettamente bene. La donna o l'uomo traditi sotto i loro stessi occhi e convinti di vivere un perfetto, sereno rapporto di coppia potrebbero rappresentare, abbastanza bene, la categoria degli occultatori semplici. Meglio ancora li rappresenta la donna che parla severamente degli uomini delle sue amiche tralasciando di portare alla sua coscienza il modo indegno con cui il suo uomo si comporta con lei. Gli occultatori semplici si fingono felici con se stessi e con gli altri perché non sopportano di doversi dire che non lo sono. Tutti noi ne incontriamo nella nostra vita e, ammettiamolo, sono irritanti. Malgrado la pena che possono suscitare in me io trovo la conversazione intima con un occultatore piuttosto fastidiosa. Essa è fatta di fumo e a discutere di fumo mi annoio e spesso mi irrito. In fondo mi si sta chiedendo di avallare una perfetta non-realtà e si manca anche di rispetto alla mia intelligenza delle cose. Ma, ciononostante, non combatto mai il desiderio dell'occultatore semplice di restare al buio, di nascondere l'aspra realtà: immagino che non abbia abbastanza coraggio o forza per riconoscerla nella sua secca nudità. Il mio sentimento nei suoi confronti è compassionevole, intuisco la sua vulnerabilità e mi taccio. Anche quando mi dicono: ma tu che cosa pensi? Dimmi la verità. E i loro occhi mi implorano: NON mi dire la verità. Nessuno ama che la verità gli venga servita su un vassoio. E, comunque, alla propria verità si deve arrivare con il proprio passo e personalmente. Diciamo che si può ogni tanto gettare lì un amo perché l'occultatore, se vuole, lo afferri con i suoi fragili denti e se ne serva per spezzare la rete di bugie in cui si è volontariamente avvoltolato.
Quelli che invece davvero mi stanno sulle palle sono gli occultatori composti. E, da sempre, io sto sulle palle a loro.
L'occultatore composto conosce la realtà, essa è ben presente ai suoi occhi e non gli importa che la sua ricostruzione fasulla non venga creduta. Quello che conta per lui o per lei è che la realtà si taccia. Che un'altra realtà si affermi e venga dichiarata vera. L'occultatore composto vuole fare degli altri i suoi complici, vuole che mentano assieme a lui. Per questo lo chiamo composto, perché alla sua personale menzogna (che peraltro riconosce perfettamente come tale) vuole aggiungere la mia. Egli ti guarda negli occhi e sorridente ti dice: beh, mi sembra che la riunione sia andata bene; oppure, che la squadra abbia giocato bene; oppure ancora: che le cose nel paese vadano a gonfie vele. (Gli esempi presi non coprono la grande varietà di campi in cui gli occultatori composti possono intervenire con le loro contro-verità ). E intanto con lo sguardo ti sfida. Avanti smentiscimi, fai un passo, nega questa contro-verità. Ne hai il coraggio? E la sua contro-verità la proclama ad alta voce, con sicurezza, e la ripete nel silenzio altrui, certo che, ripetendola a voce alta, essa soppianterà la pura realtà fattuale. E per lo più ci riesce.
Ci riesce perché ti coglie di sorpresa, e, quanto più la sua affermazione è manifestamente sovvertitrice della realtà fattuale, tanto più riduce gli altri, attoniti e imbarazzati, al silenzio. Trasecolano, ma tra sé e sé.
Gli occultatori composti ed io abbiamo sempre fatto scintille. Io appartengo fin da piccolissima alla categoria de "il re è nudo". Cosa che gli adulti intorno a me non sopportavano e che mi ha procurato, sin da piccolissima, l'epiteto di "cattiva". "Cattiva" non significava affatto tutte le solite cose che si attribuiscono ad un bambino per qualificarlo così: disobbedienze varie, piccoli imbrogli, sottrazioni ai propri piccoli doveri ecc. Ma quando mai! Io avevo, e purtroppo ho, un super-io ipertrofico. Il cuore di quel "cattiva" era il fatto che sentivo il bisogno, irrefrenabile, di ristabilire, in chiaro, le realtà che, intorno a me, i grandi si affannavano a mascherare e che, con la straordinaria intelligenza che hanno tutti i bambini, io riconoscevo perfettamente. E non mi piegavo alle loro menzogne che mi offendevano. E, se mio padre sorrideva appena e lasciava cadere, mia madre diventava irosa. Fu lei a fissarmi nel ruolo di "cattiva". A sua giustificazione c'è la mentalità del tempo: i bambini non dovevano sapere e, se intuivano, dovevano fingere.
Ma io ero la "figlia di mezzo" e, stretta tra la noncuranza dell'uno e l'antipatia dell'altra, non avevo altra sponda che la mia intelligenza. Non avrei permesso che vi attentassero; potevano dirmi "cattiva" quanto volevano: non mi avrebbero messa a tacere.
Quelli come me, quelli che proclamano che "il re è nudo" talvolta sono portati in trionfo, come nella favola, ma più spesso sono mal tollerati.
Gli occultatori di professione li odiano per ovvi motivi; ma li odiano anche gli altri, quelli che tacciono e fingono di credere al fulgore dell'abito del re. Confesso che anche per me non è facile oppormi ad un occultatore composto; non riesco quasi mai, sui due piedi, a dire: ma che cazzo vai dicendo? Vengo sempre colta di sorpresa, sopraffatta dall'enormità della falsità dell'affermazione dell'occultatore composto; ma sempre -sempre- ripresami, torno su quell'affermazione e la rettifico. Certo, con il passare degli anni, sono diventata più cauta, forse anche più pavida. Ma trovo sempre il guizzo, quella piccola quota di rispetto per me stessa, che mi induce a riprendere il discorso e a dire semplicemente: no, la riunione NON è andata bene, la squadra NON ha giocato bene, e le cose, nel paese, NON vanno a gonfie vele.
Questi piccoli esempi, nella loro banalità, coprono il fatto che gli occultatori composti possono fare un grande male; nella sfera collettiva ed in quella privata. Sono pericolosi: io sollecito ognuno di noi ad opporsi, sempre, alle loro contro-verità. Facciamo in modo che queste non diventino, mai, senso comune delle cose, e che gli occultatori non trasformino le loro menzogne in verità.




domenica 20 settembre 2009

pensieri distaccatisi da una poesia

Ted Hughes-
da: Lettere di compleanno, la raccolta di poesie in cui il poeta racconta, dopo trenta anni, la storia del suo amore e del suo matrimonio con Sylvia Plath.


Il tappeto di treccia

Ne avevi ammirato uno fatto da non so chi.
E cominciasti a fare il tuo tappeto di treccia.
Avevi bisogno di quel lavoro. Abusata dai fulmini,
avevi bisogno di una terra. Forse. Oppure bisogno
di estrarre qualcosa da dentro di te-
un qualche verme solitario della psiche. Quanto a me,
ero felice di guardare l'audacia delle tue forbici
mentre tagliavi a strisce i tuoi vecchi vestiti di lana,
gli abiti smessi, un tempo tanto costosi,
facendone bende. Scuro sangue venoso,
giallo narciso. Le intrecciasti
in una corda. Le massaggiasti
e prese vita una vipera multicolore
che sgusciò fuori dalla tomba
del tuo armadio. Come la fasciatura sepolta
di antichi non-io mummie. Ti chinavi
come un vasaio
sul perno del tuo sgargiante tappeto di treccia
che allargava la ruota,
scoprendo il perimetro di una musica-
le lingue dei capi liberi guizzavano nell'aria,
sgorgando come una fuga dalle volute
dei tuoi polpastrelli. Ti calmava
creare il serpente che si avvolgeva in spire
diventando tappeto. E il tappeto,
girando e rigirando su se stesso, ci portava via
da quella stanza cremisi dei nostri giorni cardiaci.
Mi liberava. Ti liberava
per fare qualcosa che sembrava quasi nulla.
..............

Più tardi (non molto)
il tuo diario confidò a chiunque
di quali furie insanguinasti quel tappeto.
Quasi te lo fossi estratto a forza, come viscere,
dall'ombelico...."


Sono ammirevoli i lavori femminili. Sono fantastici, ricchi, esorbitanti di vita. Sono bellissimi, preziosi, delicati, sapienti. E insanguinati. Tutti.
Dalle mani delle donne escono capolavori che incanteranno il mondo intorno a loro.
Ma il mondo non lo chiamerà lavoro intellettuale.
Eppure lo è.
Ogni donna, io credo -anche se non ne ha mai fatto uno- ha fatto uscire dalle sue mani un "tappeto di treccia". Comunque si chiamasse e qualunque aspetto prendesse.
Lavori a maglia, crochet, tappeti, ricami, trine, maglioni morbidi, golfini setosi, tende sontuose,
coperte iridate e le presine, le piccole, modeste presine, ridicole nel loro spasimo di vita.
Dove va la mente di una donna quando conta i punti, quando sceglie una matassa, quando accosta due colori? Quando guasta? Quando torna con tenacia, le labbra strette, sulla stessa maglia caduta? Quando è china, forbici tra le mani, sulla pezza che scivola dal tavolo?
Quanta filosofia, poesia, scienza fluisce da quelle mani sotto forma di un tappeto di treccia?
Quanti continenti non sono stati esplorati perché alzasse contro la finestra quella tenda filet?
Quanti romanzi, quanti dipinti non hanno mai visto la luce?


Dunque tutte Newton, tutte Flaubert, tutte Matisse? tutte Kant, tutte Bach, tutte Churchill? O solo il trenta per cento? o il venti? o il cinque? o lo zero virgola uno?
Ha importanza? Questa aritmetica è offensiva e violenta. E priva di ogni significato.
Dove c'è desiderio là dev'esserci spazio e tempo. Dove c'è energia là non può esserci costrizione, impedimento.
Dove c'è bisogno là dev'esserci semplice possibilità.
Semplice possibilità. Non piango su capolavori inespressi ma su semplici schegge di creatività, ognuna degna del suo piccolo spazio di tempo, della sua piccola occasione.

Mia madre -le sue mani- hanno espresso in tutta la sua vita una creatività, un bisogno di uscire da se stessa e dai confini della sua vita, che tengo sempre a mente -sempre- quando misuro, senza indulgenze, l'urto di quella donna inespressa ma ricchissima di sostanza su di me, su sua figlia. Chi era veramente mia madre? Per essere chi, che cosa, era nata mia madre? Non medica, ma porta chiarezza questo pensiero. E giustizia. Non assolve, ma dà ragione. Molto spesso trovare la ragione scioglie nodi tormentosi, mordenti, devastanti. O anche no, non scioglie niente ma spiega la nostra storia e restituisce ordine e comprensibilità al mondo. Come sempre accade -non fatevi ingannare da linguaggi fantasiosi e aggrovigliati- quando la nostra mente razionale trova un filo e una consequenzialità. Il semplice buon rapporto tra causa ed effetto, la sana, modesta e dignitosa ricostruzione storica. Che può spingersi molto lontano nel tempo -generazioni di donne- e nello spazio -la società.
Senza mai perdere di vista la nostra essenza più misteriosa, organismo e anima, spirito e neuroni.
Qualche volta guardare i "tappeti di treccia" di nostra madre -la loro straordinaria ricchezza, bellezza, varietà- ci dice di noi, della nostra vita, molto più che lunghe sedute di autocoscienza, davanti allo specchio dei nostri malesseri.


Io penso che tutte le "opre femminili" andrebbero bruciate -un grande falò con le fiamme fino al cielo e incandescenze a raggio per miglia e miglia. Ad ogni latitudine dovrebbero vederlo.
E poi, solo poi, andrebbero rifatte. Dopo. In un giorno diverso, quando potranno non essere più "qualche verme solitario della psiche", né i "lavori dell'ergastolano" come ho sentito un uomo chiamarle.
Quando le donne vi torneranno dopo aver esplorato le loro semplici possibilità.
Quando non vi si riverserà più un sangue denso come quello di san Gennaro ma un libero, fresco sangue di vita, la linfa di una scelta felice.
Allora le donne potranno tornare a fare quel "qualcosa che sembra quasi nulla".





Mia madre, in attesa di marina, lavora a maglia.