Per questa augusta città, precipitato di ogni umana gagliofferia ma che amo con ogni goccia del mio sangue, potrei farmi tagliare a pezzettini. E non dubito che anche lei ami me. Anche se ogni giorno mi flagella un po'. Ma ogni giorno anche io la insulto abbondantemente e la minaccio di fuoco e di fiamme.
Il fatto è che siamo uguali. I suoi difetti sono i miei difetti, le sue virtù le mie virtù.
Cosicché conviviamo, io in lei, lei in me, benevolmente ostili, come amorosi antagonisti, complici insomma in gagliofferia. Per più di sei anni, in due periodi distinti della mia vita, io ho vissuto all'estero. E, benché io non sia mai stata homesick, la verità vera è che ho potuto farlo perché sapevo che non era per sempre, perché la mia "missione" aveva una data di ritorno già fissata sulla carta. Perché sapevo che sarei tornata a posare lo sguardo sulla maltrattata bellezza della mia città e che la sua umanità sublime e cialtrona sarebbe tornata ad accogliermi. Tutte le ragioni che i cittadini, i visitatori, i temporanei o definitivi ospiti, invocano per amarla -giustificate o no che siano - stanno per me lì, come trascurabili dichiarazioni di principio. Io ne ho una tutta mia. Ed è ben distinta dall'amore. È lucida e piatta e meditata e trova conferma ad ogni successiva riflessione: questa non è propriamente una città ma una cattedra di Filosofia. E tiene quotidianamente la sua lezione sul Tempo.
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venerdì 8 febbraio 2013
venerdì 7 dicembre 2012
buon giorno
Non sopporto l'idea di sollecitare gli altri ad aprirsi con me, di spingerli a raccontarmi qualcosa di personale, men che mai se doloroso.
Così mi limito a sorridere e a rivolgere un buongiorno cortese alla persona che so malata -del male che miete vite in questo tempo- perché una volta rapidamente vi accennò. Mi sentirei intrusiva. Mi sembrerebbe di invadere la sua riservatezza che, almeno ai miei occhi, è manifestata dal suo cordiale sorriso di risposta. Chiederle come sta in questo periodo, come vanno le cure o fare una osservazione sulla sua visibile energia, sul modo imperturbabile con cui conduce la sua solita vita, non potrei. Le apparirà come indifferenza? Probabile.
La discrezione è un bisogno così forte per me che se sento la tentazione di sollecitare qualcuno mi identifico con colui che verrebbe sollecitato e non con me che solleciterei. Il mio bisogno di riservatezza, il desiderio forte di non essere interpellata fa sì che io mi astenga da ogni gesto che pure potrebbe essere di riguardo, di attenzione.
Eppure ogni volta mi chiedo se sto sbagliando e mi allontano col dubbio, con il peso della mia domanda.
So che la legge che vale per me potrebbe non valere per l'altra persona, che potrebbe desiderare un gesto, una parola di sollecitudine ma questa è per me solo una ipotesi di scuola. Sempre mi trattiene il pensiero che, come me, desideri solo passare sveltamente, senza che qualcuno entri nella sua vita difficile e ne carpisca un sia pur minimo riflesso nella sua voce sfiorata dal pianto, nel suo sguardo improvvisamente velato. Senza che qualcuno porti in primo piano dolore e sofferenza. È capitato che questa muta discrezione mi sia stata riconosciuta nel tempo come atto di attenzione e che abbia ricevuto gratitudine. Ma siamo ognuno diverso ed è difficile sapere qual è veramente l'aspettativa di chi abbiamo di fronte.
Vorrei che esistesse un modo per chiedere permesso, un modo per testimoniare partecipazione senza che neanche una parola scalfisse la riservatezza e il bisogno di silenzio. Io non lo conosco e mi accontento di dire buongiorno, di immettervi il massimo di sincerità per trasformare la breve formula convenzionale nell'augurio vero di un buon giorno.
Così mi limito a sorridere e a rivolgere un buongiorno cortese alla persona che so malata -del male che miete vite in questo tempo- perché una volta rapidamente vi accennò. Mi sentirei intrusiva. Mi sembrerebbe di invadere la sua riservatezza che, almeno ai miei occhi, è manifestata dal suo cordiale sorriso di risposta. Chiederle come sta in questo periodo, come vanno le cure o fare una osservazione sulla sua visibile energia, sul modo imperturbabile con cui conduce la sua solita vita, non potrei. Le apparirà come indifferenza? Probabile.
La discrezione è un bisogno così forte per me che se sento la tentazione di sollecitare qualcuno mi identifico con colui che verrebbe sollecitato e non con me che solleciterei. Il mio bisogno di riservatezza, il desiderio forte di non essere interpellata fa sì che io mi astenga da ogni gesto che pure potrebbe essere di riguardo, di attenzione.
Eppure ogni volta mi chiedo se sto sbagliando e mi allontano col dubbio, con il peso della mia domanda.
So che la legge che vale per me potrebbe non valere per l'altra persona, che potrebbe desiderare un gesto, una parola di sollecitudine ma questa è per me solo una ipotesi di scuola. Sempre mi trattiene il pensiero che, come me, desideri solo passare sveltamente, senza che qualcuno entri nella sua vita difficile e ne carpisca un sia pur minimo riflesso nella sua voce sfiorata dal pianto, nel suo sguardo improvvisamente velato. Senza che qualcuno porti in primo piano dolore e sofferenza. È capitato che questa muta discrezione mi sia stata riconosciuta nel tempo come atto di attenzione e che abbia ricevuto gratitudine. Ma siamo ognuno diverso ed è difficile sapere qual è veramente l'aspettativa di chi abbiamo di fronte.
Vorrei che esistesse un modo per chiedere permesso, un modo per testimoniare partecipazione senza che neanche una parola scalfisse la riservatezza e il bisogno di silenzio. Io non lo conosco e mi accontento di dire buongiorno, di immettervi il massimo di sincerità per trasformare la breve formula convenzionale nell'augurio vero di un buon giorno.
domenica 16 ottobre 2011
Qualche immagine del mattino dopo.
Abito tra la Merulana e la Labicana, dal mio terrazzo a est vedo le statue della Basilica di San Giovanni e a ovest il Colosseo. Ieri, posizione scomoda ma strategica e in clima di guerra non è inappropriato parlare di strategia.
Esco molto presto, giro per il quartiere.
Persone con macchine fotografiche e telefonini raccolgono immagini. Molto silenzio. Passi cauti, sguardi incerti. Giornalisti con le cineprese; due di loro vorrebbero intervistarmi. Carabinieri e poliziotti che scattano foto. Di fronte alla casa dei miei genitori quattro macchine completamente distrutte. La banca tra via Merulana e via Labicana mostra le vetrine infrante, lo sportello del bancomat bruciato. Lungo via Merulana cassonetti bruciati, i resti arsi dell'impalcatura per i lavori del vecchio ufficio di igiene. Persiste la puzza di bruciato. A terra sanpietrini, bastoni, spranghe di ferro, uno scarponcino nero, perso nella corsa. Tante bottiglie infrante e vuote. Birra, ma anche whisky e rum. Scritte sui muri. Una stella a cinque punte. Scritte in inglese, fuck austerity, revolutiòn, con il corretto accento sulla o; una scritta in caratteri greci.
Ma un altro orgoglioso proclama: "So de Roma" e, sotto, la data in numeri romani.
Un altro scrive: "Pianta grane, non piantare tende."
"Non finisce qui" un altro ancora.
Un uomo di colore in clergyman mi cammina a fianco per un tratto e osserva con me. Poi dice: "Dovrebbero andare dove si decide davvero." " Assaltare il lusso è un diritto" gli fa eco una scritta sul muro alle spalle di San Clemente.
Quello che vedo intorno a me, nella mia passeggiata mattutina, si chiama rovine.
Le rovine sono materiali e morali. E si sono imposte. Sui giornali, nelle televisioni, alla radio, nei nostri occhi, nelle nostre parole. Saranno riusciti a esautorare le ragioni di chi ha ragione?
Le rovine morali dureranno più delle rovine materiali?
Solo i manifestanti pacifici, le centinaia di migliaia di manifestanti pacifici, non hanno lasciato tracce nel quartiere, penso. Ma voglio disperatamente sperare che saranno proprio loro a lasciare una traccia nella storia.
venerdì 23 settembre 2011
ancora
Invece a Piazza di San Silvestro in un laboratorio di orologeria vendono orologi marca Bunga-bunga Time. E sul depliant di presentazione c'è scritto: "Il marchio Bunga-bunga Time è depositato."
All'artigiano che conosco da anni ho chiesto: Si vendono? Laconicamente ma con uno sguardo più che eloquente mi ha risposto: "Si vendono."
mercoledì 21 settembre 2011
dove viviamo?
In via Merulana sulla vetrina di un centro fotocopie ho visto la pubblicità di un villaggio vacanze che si chiama così: BUNGA-BUNGA BUNGALOW.
domenica 18 luglio 2010
"pare che nun esistino dolori..."
"Uscire con te è come portarsi da casa la radiolina" mi ha detto il coniuge mattine fa'. Infatti io canto. Canto, sì. Salgo in macchina accanto al coniuge e canto. Lui c'è abituato, dice che quando salgo in macchina vengo presa dalla "cantarella". Canto di tutto. Alla mia mente si presentano le canzoni più improbabili, vecchi ritornelli che sentivo cantare da mia nonna, Come pioveva, porto il mantello a ruota e fo il notaio...pezzi d'opera che era mio nonno a cantare, di quella pira l'orrendo foco...classici intramontabili e recentissime top ten, successi degli anni sessanta e i bon bon di Jaques Brel, la colonna sonora di Oklahoma oh what a beatiful morning e canti di montagna, scempiaggini e il requiem di Verdi, Voi che sapete di Mozart e Siamo i Watussi... Io canto, anche in questi giorni canto. Amo essere scarrozzata in macchina -andare senza dovermi occupare del traffico, dei semafori, delle marce- e cantare. Il coniuge spalanca tanto d'occhi di fronte alla vastità e alla promiscuità del mio repertorio e anche se intono a voce spiegata Donna, tutto si fa per te... il suo aplomb non si scompone. Ogni tanto, quando intono stornelli boccacceschi, benevolo, si limita a scuotere la testa. Io canto.
Nde 'sta nottata piena de dorcezza
Pare che nun esistino dolori.
Spira un ber venticello ch'è 'na carezza
Smove le fronne e fa' sboccià li fiori.
Il canto è qualche cosa di strano, di inspiegabile, di profondo dentro di me. Un bisogno? Una malattia? Una fuga? Una sfida? Non lo so, ma canto. Sul Lungotevere semideserto io guardo il vecchio fiume e canto Er barcarolo va controcorrente... Ma anche, e non c'entra niente Tipi-tipi-tipso col calypso... Insomma non ho classe né cultura, sono solo un animale canoro che si affida al canto come a una parte del suo corpo, la meno nobile, la più immediata, una parte senza riflessione che non sceglie ma è scelta dallo spunto imperscrutabile di un momento, che affiora dal tempo, dallo spazio, da una vita di canzoni e canzonette e musica e non musica e ricordi e passato e lontananze.
Ogni tanto poi mi taccio. Ammutolisco. Mi piace anche essere scarrozzata e stare zitta. Guardare fuori del finestrino e farmi assorbire da questa città così amata e così deludente. Così grande e così piccola e provinciale; così feroce e volgare e sporca e confusionaria; dalla sua gente indifferente e appassionata, sciatta, immemore, inconsapevole, egoista, sprezzante, presuntuosa, ignorante...la mia gente, che mi tradisce ogni giorno e che nel mio cuore ogni giorno tradisco.
E mi commuovo per la bellezza antica e residuale di questo cimitero di storia, mi viene da piangere per i suoi pini, per le sue pietre, per le palme improvvise, per i tetti incendiati dal sole. L'amo, l'amo troppo, l'amo e non vorrei amarla, l'amo e la detesto, tronfia, oscena, col suo barocco erotico, la memorabile bellezza dei suoi archi e delle sue colonne, le pietre dissestate del suo selciato traditore, il caldo del sud, la luce mediterranea, i mille segni del potere, il gergo che circola da bocca a bocca e il fiume, sporco, e vecchio e stanco...stanco? Ci seppellirà tutti. O amato Tevere che porti le tue acque nel porto imperiale, lì alle bocche antiche, o fiume eterno come questa città malata e indegna e trascurabile ormai sul palcoscenico di ogni nobile attività umana, a toccare le tue acque si rischia di morire. Ma lasciarcisi andare è, in almeno un momento della sua vita, il pensiero nascosto e rapido e sospiroso di ogni romano. Il fiume lo sa mentre attraversa lento la città e questa è come i suoi tassinari: pronta all'invettiva, all'imprecazione volgare, e intanto pavida, ossequiente, scaltra, calcolatrice. Arrogante nella fortuna, distratta nella cattiva sorte.
La mia città, il mio posto. Lo amo il mio posto sì, portatemi in giro per la mia città, scorrazzatemi vagabondando, piangerò di gratitudine, di vergogna, di commozione, di rabbia.
Di amore. E canterò. Diventerò seria e pensosa e canterò pescando dalla canzone romana con la meno educata delle mie voci. La tradizione della canzone popolare romana non è degna di essere confrontata con quella napoletana, lo so, ma è ricca, varia, intensa e contiene piccoli e grandi capolavori. E comunque io l'amo. E la visito pescando in profondità ignote e cantando come cantava mia madre e mia nonna e mio nonno "Nina si vui dormite sognate che ve bacio che v'addorcisco er sonno cantanno adacio adacio...
Io canto e "pare che nun esistono dolori... Canto e "er canto mio se perde tra le fronne...
Pare che nun esistino dolori.
Spira un ber venticello ch'è 'na carezza
Smove le fronne e fa' sboccià li fiori.
Nina, che voi dormite,
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
il canto mio se perde tra le fronne.
Nina si co' 'sto canto, io v'ho svejata,
Vi prego di volermi perdonare
L'amore nun se frena, o bimba amata,
Perché nun è peccato a fa l'amore
Nina, si voi dormite,
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
Er canto mio se perde tra le fronne.
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
il canto mio se perde tra le fronne.
Nina si co' 'sto canto, io v'ho svejata,
Vi prego di volermi perdonare
L'amore nun se frena, o bimba amata,
Perché nun è peccato a fa l'amore
Nina, si voi dormite,
Lasciate ch'io ve bacio,
Che v'addorcisco er sonno
Cantanno adacio, adacio.
L'olezzo de li fiori che ve confonne,
Er canto mio se perde tra le fronne.
martedì 27 aprile 2010
sono esistita per te?
Lo incontro sulla mia strada da almeno trent' anni. Credo che ora ne abbia quasi ottanta. La sua figura molto alta e magra ha sempre avuto un'andatura un po' incerta e il suo sguardo o si perdeva lontano o scrutava il suolo con circospezione.
Si faceva notare perché ogni giorno portava il gatto al giardino. Lo teneva in braccio, ma delicatamente, come si tiene un neonato e camminava del suo passo lento e strano, sollevando pochissimo i lunghi piedi dal suolo, verso il parco. Ci restava un'ora, anche d'inverno, e poi tornava indietro e riportava il gatto a casa. Poi dopo molti anni il gatto evidentemente morì e non l'ho più visto dirigersi verso il parco. Ma continuo a vederlo in giro nel quartiere. Vive nella mia stessa strada, non so esattamente dove, qualche palazzina più avanti e tiene la sua macchina nel mio stesso garage. Con il tempo il suo passo si è fatto molto più incerto, i piedi vengono un po' trascinati un po' spinti a forza di volontà. La figura è ancora molto alta ed eretta e lui continua a guardare lontano o in terra mentre avanza piano. Stamattina il cuore mi si è stretto per lui e per me. Per noi che ci incrociamo da trenta forse quarant' anni e non ci siamo mai salutati. Mi sono resa conto che non ho mai, mai incrociato il suo sguardo e dopo questi decenni questa cosa mi sembra inconcepibile. Mentre lo vedo avanzare verso di me mi sembra ormai inaccettabile non aver mai incontrato il suo sguardo. Rallento, rallento, aspetto che giunga alla mia altezza. E lo guardo fisso mentre lui guarda lontano e poi verso terra e trascina quei lunghi piedi e non si accorge di me.
Ma io mi fermo e lo aspetto e lo guardo bene in faccia. La conosco bene la sua faccia. È lunga, ossuta, lineamenti forti, labbra grosse e occhi un po' sbiaditi. Occhi che non si sono mai incontrati con i miei. Ma questo non è più tollerabile a questo punto.
Così lo guardo e lo guardo, ferma, e lui finalmente vede questo corpo al centro del suo cammino ed è costretto a guardarmi. Mi guarda perplesso, esitante. Lo saluto.
-Buongiorno- dico e vorrei poter aggiungere il suo nome ma non lo so.
-Buongiorno, come sta? Non risponde. È troppo sorpreso. Ma mi guarda, finalmente. Incontro lo sguardo dell'uomo che portava il gatto al giardino, infine. Non so ancora leggere nel suo sguardo, è la prima volta che lo incrocio ma il mio dice così: vedi? ti riconosco. So che esisti, so delle cose di te. So come sei stato e so come sei ora. Questo solo volevo dirti: che sei esistito per me. Sì, sei esistito per me. E io, io sono esistita per te?
Sorride, un sorride tremante come le braccia che nasconde dietro la schiena. Il suo sguardo, che mai aveva incontrato il mio, mi riconosce. Lo vedo chiaramente. Forse di me sa solo che uscivo con un cane pastore e poi con un altro. Non sa altro, ma sono esistita per lui, lo vedo.
-Bene, mi dice, grazie, sto bene. E lei?
Mi ha risposto! Vorrei abbracciarlo per la gioia. Ma rispondo semplicemente, mentre sorrido felice: -sto bene anche io, grazie.
-Bene fa lui, allora arrivederci.
E china la testa nel saluto.
-Arrivederci, annuisco anche io.
Gli cedo il passo e resto a guardarlo: il signore che portava il gatto al giardino ed io finalmente ci siamo guardati negli occhi e ci siamo riconosciuti. Ognuno ha riconosciuto l'altro, lo ha tirato fuori dal grigio opaco dei corpi che ci passano accanto quotidianamente e che sembrano non esistere per noi.
Che giornata!
Mi sento felice e stanca. Mi accorgo di aver avuto paura. Paura che mi respingesse tra quei corpi grigi che ci passano accanto e che sembrano non esistere per noi. E ho avuto paura che lui mi sfuggisse, che si rifiutasse di esistere per me.
La prossima volta che lo incontro gli voglio chiedere il nome, penso. Sì, farò proprio così.
E ora, un bel caffè.
domenica 25 aprile 2010
Porta San Paolo 1943-2010

Ore 11- Porta San Paolo. La banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio e il Coro di Giovanna Marini partecipano ai festeggiamenti per la Liberazione del 25 Aprile.
"QUI IL X SETTEMBRE MCMXLIII
-SUL LIMITE SEGNATO DA XVII SECOLI
DI DIFESA DAI BARBARI-
DI DIFESA DAI BARBARI-
SOLDATI DI OGNI ARMA
CITTADINI DI OGNI CETO
GUIDATI SOLO DALLA FEDE
OPPONENDOSI AL TEDESCO INVASORE
ADDITARONO AGLI ITALIANI
LE VIE DELL'ONORE E DELLA LIBERTA'."
Quando l'8 settembre 1943 fu annunciato l'Armistizio i romani pensarono che i comandi militari avessero preparata la difesa della città contro i tedeschi. Invece il Re e Badoglio all'alba del 9 settembre abbandonarono Roma senza difesa e senza direttive per l'esercito.
Furono i cittadini, i militari delle divisioni Granatieri ed Ariete e i partigiani che, spontaneamente, tentarono di difendere la città con le armi. Uno degli episodi più importanti si svolse su questa piazza dove accorsero uomini e donne dai quartieri Garbatella, Testaccio, Ostiense e San Saba.
Nell'eroico ma inutile tentativo morirono 414 militari e 156 civili di cui 44 donne.
*Cliccando sulla foto è possibile leggere la lapide
giovedì 11 marzo 2010
no spinto
Cronaca di una giornata a ridosso dell'8 marzo.
Salgo sull'autobus. Mentre timbro il biglietto mi vanno gli occhi su una giovane donna con grandi occhiali neri. Grandi, ma non abbastanza da coprire un livido violaceo che le scende fino alla guancia. Speriamo che sia caduta, penso, che abbia sbattuto contro la porta del frigo o contro un cartello della fermata. Ma qualche cosa nel modo in cui ostinatamente guarda fisso davanti a sé, mi dice che no, non è caduta e non ha sbattuto contro il cartello dell'autobus. Il corpo è rigido, sta stretta nelle spalle, come ritirata dentro se stessa. Sento una rabbia feroce montarmi dentro. Con chi posso prendermela? Mi guardo intorno inutilmente. Poi tento di ragionare con calma. Magari ha avuto un incidente di auto, nessuno l'ha picchiata. E se pure, chi ti dice che sia stato un uomo?
Ma mi sento ribollire lo stesso. Quando scendo, alla penultima fermata, lei è ancora nella stessa posizione: la sinistra stringe la tracolla della borsa, la destra tiene con forza il sostegno. Lo sguardo è fisso fuori dell'autobus. La libreria dove devo fare acquisti è ancora chiusa e così faccio a piedi l'ultimo tratto di strada e passo accanto al capolinea. La giovane donna è ferma accanto all'edicola con un'altra ragazza. Parla animatamente, poi solleva rapidamente gli occhiali e le mostra il viso, che subito torna a coprire. L'altra ha un sussulto ed esclama qualche cosa che non sento. Ha gli occhi spalancati e si avvicina di più all'amica. La ragazza con gli occhiali fa segno di no con la testa, più volte, mentre l'amica parla e parla...Passo alle loro spalle e intanto mormoro tutte le parolacce che conosco, maledico a destra e a manca, porco questo e porco quello...
Al ritorno salgo sull'autobus allo stesso capolinea.
C'è un posto libero e mi siedo. Di fronte a me è seduto un ragazzetto sui quindici anni con in braccio una coetanea. Scrivono e leggono sms sui loro telefonini e ridono. Ritta accanto a me una ragazza alta, in jeans e giaccone bianco. Mi accorgo che è molto incinta e mi alzo per cederle il posto. No, signora, stia! rifiuta sorridendo. Insisto. Poi mi sovvengo dei due ridacchianti e bruscamente gli intimo: Fate sedere la signora! Mi guardano ottusi e neanche replicano, tornando a chinarsi sui loro telefonini. La giovane incinta mi fa: Lasci stare, non importa. Ma sono in giornata "no spinto" e allora mi chino verso i due e con il più deciso e minaccioso dei toni sibilo: In-pie-di! Si alzano, urtandomi a bella posta e la ragazzina mi lancia un cortese: Ma va a ffa 'nculo! Ridono. E che è storpia? fa lui. Lo storpio sei tu, gli dico, ormai invelenita. Sei storpio qui e qui e mi indico la testa e il petto. Spingono un po' di passeggeri e scendono alla prima fermata, seguiti da un coro di "maleducati!" Mi fanno gestacci da sotto l'autobus. Rispondo con una smorfia irridente. Solo per un soprassalto di dignità non gli faccio il gesto dell'ombrello.
Mentre salgo le scale di casa mi chiedo se, con un atteggiamento più positivo verso la giornata, le cose sarebbero andate meglio. Avrei pensate e dette meno parolacce, avrei forse fatto un sorriso alla giovane picchiata, avrei trovato magari un approccio educativo verso i due stolidi ragazzetti. Ma la giornata è talmente "no spinto" che mi rispondo: e allora? Chi se ne frega!"
martedì 23 febbraio 2010
leggere/scrivere: è donna?

Piccola riflessione dopo aver visto sulla linea 85 una ragazza italiana che in piedi leggeva, in lingua originale,The Canterbury Tales di Chaucer.
Nei miei spostamenti in città io prendo regolarmente i mezzi pubblici, luogo privilegiato di osservazione dei miei concittadini. Sugli autobus romani c’è sempre almeno una donna che legge. Sedute o in piedi, con le borse a tracolla o poggiate ai loro piedi, in incerto equilibrio, resistendo nel flusso dei corpi, loro beatamente leggono. Io sbircio e mi impiccio. Leggono di tutto. Studiano manuali, dispense, sognano su volumetti rosa, leggono gialli, poesie, filosofia, l’ultimo romanzo di successo o classici di ogni tempo. Se disturbate nella lettura lanciano occhiate di fuoco o sguardi vacui, perduti altrove. E si rituffano nelle loro pagine. Gli uomini raramente li vedo leggere. A parte i giornali sportivi. Non c’è niente di male nel leggere i giornali sportivi, li leggo anche io, e li sbircio anche. Ma è sicuramente vero che, almeno sugli autobus romani, gli uomini leggono solo quelli. Del resto tutte le lacrimevoli statistiche sulla lettura in Italia confermano la mia esperienza: sono le donne a tenere in piedi l’industria editoriale, se loro smettessero di leggere sarebbe crisi nera.
Le donne scrivono anche. Moltissime donne. Ma, anche qui, l’editoria è ingrata.
Secondo me, per compensare le donne della loro fedeltà alla lettura, gli editori dovrebbero dedicare più attenzione e più spazio a quelle che scrivono.
venerdì 12 febbraio 2010
neve a Roma
Siamo decisamente ridicoli noi romani quando nevica. (A Roma nevica ogni venti anni ma devo ammettere che noi siamo ridicoli molto più frequentemente.)
Al primo fiocco bianco siamo presi da subitaneo entusiastico terrore. Ci telefoniamo all'alba e ci buttiamo reciprocamente giù dai letti frementi di aspettativa. Siamo pronti a comprare moon-boot e catene da neve, a dotarci di ogni più moderna tenuta da sci, rabbrividiamo di freddo preventivamente e per maggior sicurezza mettiamo su il brodo. Imbracciamo le nostre macchine fotografiche e immortaliamo i nostri monumenti imbiancati. I quali, per altro, se la ridono. Noi donne ci sentiamo tutte moscovite e come tante Lara avvolgiamo le nostre teste dentro grandi fazzolettoni di lana. Gli uomini invece indossano camicie a scacchi di flanella che ormai neanche gli alpini portano più. La città si paralizza, un po' sul serio, perché proprio non sappiamo dove mettere le mani, oltre che i piedi, e un po' perché ci piace giocare alla città sotto la neve. Cerchiamo scuse per marinare la scuola, il lavoro, e qualsiasi altro dovere.
Raccogliamo patetiche palle di neve e ce le lanciamo infantilmente e ripassiamo a mente le nostre fatidiche nevicate. Il glorioso 1956, l'impareggiabile 1964, il solenne 1971, il festoso 1985. (Naturalmente anche io le ricordo tutte e con viva soddisfazione). Per strada ci sorridiamo tra sconosciuti, come a dire: che bravi che siamo, affrontiamo la tormenta! Siamo fieri di noi e del nostro spirito indomito.
Non cadiamo a terra mai, non perché agili e disinvolti, ma perché siamo prudentissimi e camminiamo come pinguini sulle uova, cautelosi come solo la salita di un sesto grado giustificherebbe. Ma ci piace fingere che la bufera impazzi e tiriamo fuori le nostre lingue fameliche per assaporare quel minuscolo fiocco che ineffabilmente ci fluttua davanti. Nella nostra notoria modestia siamo convinti che la neve stia semplicemente rendendo omaggio alla città e la ringraziamo con degnazione. Ma anche con un implicito, sotterraneo avvertimento. Sloggia presto, questo non è terreno di conquista. Man mano che passano le ore ci spazientiamo. Allora? Vogliamo finirla con questa pagliacciata? Cos'è questa fanghiglia sul mio marciapiede? E il sole? Dove si è cacciato il sole? Diventiamo irritabili e ci sentiamo offesi. Perché noi romani, benché ospitiamo Santa Romana Chiesa, quando si tratta di meteorologia, diventiamo tutti animisti. Siamo cioè propensi a ritenere che la neve, la pioggia, il sole, le nubi e il vento siano esseri dotati di volontà, abbiano una intenzionalità. E li consideriamo direttamente responsabili del loro atteggiamento nei confronti della nostra città. Potrete non credermi, ma un romano è convinto che la città caput mundi meriti l'attenzione più scrupolosa anche da parte degli eventi atmosferici. Che non sia più caput non solo mundi ma neanche di se stessa non cambia niente. Si chiama Roma, no? E tanto basta. E consideriamo blasfemìa ogni offesa metereologica. Sicché, quando abbiamo rievocato nostalgicamente le nostre storiche nevicate, quando abbiamo comprato dolci a carrettate, perché il freddo si sa si combatte infarcendosi di calorie supplementari, quando abbiamo scattato la foto del Tritone di Piazza Barberini, sentiamo di aver assolto ad ogni nostro dovere e l'iniziale entusiasmo comincia a scemare. Qualunque ritardo nella disparizione della neve è visto con disapprovazione dalla cittadinanza che lancia al cielo sguardi di rimprovero. Mentalmente lo rimbrottiamo: hei, tu, stai nevicando su Roma, te ne rendi conto? Falla finita dunque, dove credi di essere? Siamo ancora fieri di noi, come cinque ore fa', ma consideriamo il rito ventennale ormai concluso e desideriamo solo che la nostra città riprenda il suo solito aspetto pseudo-invernale.
Sento di dover fare una confessione. Io sono una romana tipica. Ho tutti i difetti della mia città.
E in quanto ad animismo metereologico supero chiunque.
Vivevo a Teheràn e venne a trovarmi da Roma una sorella. Raccontandomi i fatti della città mi disse: "Sai che un fulmine ha colpito l'obelisco di Piazza del Popolo?" "Ma che è pazzo!?" fu la mia immediata risposta. Che mia sorella trovò perfettamente ragionevole, tanto che mi rispose con un consapevole: eh, già!
lunedì 8 febbraio 2010
ritornelli mercantili
Ho scoperto solo da poco che esiste, e c'è chi lo studia, un genere poetico-musicale molto specifico, i ritornelli mercantili.
Sono le grida con cui ambulanti, artigiani, bancarellari, venditori dei mercati ecc. richiamano l'attenzione dei loro potenziali clienti. Ascoltarli è un piacere, tanta è la fantasia e la musicalità con cui lanciano i loro richiami nell'aria.
La tradizione ha un passato molto, molto lungo: dall'antichità classica in poi il venditore ambulante è stata una figura sempre presente a Roma, senza soluzione di continuità.
Mi ha colpito in modo speciale il grido dei fanciulli perduti. Preceduti da una croce e accompagnati da una campanella, frotte di ragazzini andavano per le strade chiamando a nome i bimbi scomparsi ed invitando la "bbona gente" a riportarli ai loro genitori.
Girava per le strade e offriva gridando i suoi servigi anche lo stagnaro. Serviva per interventi rapidi e poco qualificati. In genere ingorghi. Non andava confuso con l'idraulico, che aveva una sua bottega e faceva servizi più specialistici. Guai a dare dello stagnaro ad un idraulico!
L'ombrellaio e l' arrotino giravano fino a pochi anni fa'. Il primo a scomparire è stato l'ombrellaio. L'arrotino, quello vero, ha resistito di più. Nel mio quartiere veniva un vecchietto lungo e magro che, chino sulla sua bicicletta, arrotava parlando da solo. Ogni tanto poi lanciava il suo grido.Ora passa una macchina dotata di altoparlante e nastro pre-registrato. Promette tutto e di più. Fa l'ufficio di arrotino, di ombrellaio, accomoda stufe a fornelli a gas, sgorga gabinetti e non so cos'altro. Infatti lo ascolto con un solo orecchio e molto infastidita. La voce è metallica e priva di passione, l'elenco di prestazioni si ripete sempre uguale a intervalli regolari. Insomma non ha niente del ritornello mercantile.
Quali grida risuonano dalle parti vostre?
Sono le grida con cui ambulanti, artigiani, bancarellari, venditori dei mercati ecc. richiamano l'attenzione dei loro potenziali clienti. Ascoltarli è un piacere, tanta è la fantasia e la musicalità con cui lanciano i loro richiami nell'aria.
La tradizione ha un passato molto, molto lungo: dall'antichità classica in poi il venditore ambulante è stata una figura sempre presente a Roma, senza soluzione di continuità.
Una volta erano ambulanti non solo quelli che avevano da vendere qualche merce ma anche gli artigiani che non potevano pagarsi una bottega e che erano costretti ad andare a cercarsi i clienti in giro nella città.
A Roma affluivano ambulanti con le loro specialità da tutta l'Italia centro-meridionale e si sentivano grida di richiamo praticamente in tutti i dialetti. Sembra che nella vecchia Roma i venditori ambulanti facessero anche le spie. Il Governo papalino infatti gli imponeva di raccogliere voci e notizie nel loro girovagare nelle vie della città.
Le merci e i servizi offerti erano diversissimi.
Mi ha colpito in modo speciale il grido dei fanciulli perduti. Preceduti da una croce e accompagnati da una campanella, frotte di ragazzini andavano per le strade chiamando a nome i bimbi scomparsi ed invitando la "bbona gente" a riportarli ai loro genitori.
C'era chi offriva musica: suonatori d'arpa e cantori, detti carciofolari perché provenienti dall'Abruzzo.
C'erano i pifferari, sempre d'Abruzzo, che scendevano sotto Natale con i pifferi e le cornamuse e cantavano le nenie natalizie.
Ora per Roma girano giovani e meno giovani che prendono in affitto il costume e racimolano qualche soldo suonando e cantando. Ma io ho visto i veri pastori scesi dalle montagne d'Abruzzo! oddio come sono vecchia!
Esistevano gli acconciapanni, che passavano nelle case per piccole accomodature di bassa sartoria.
In casa nostra ogni tanto veniva una minuscola sartina, che parlava ininterrottamente mentre mandava avanti il pedale della vecchia Singer. Ma alla macchina sedeva più spesso mia madre; non ricordo bene ma credo che alla sartina fossero destinati i lavori meno creativi.
Sono esistiti gli svejatori notturni per viaggiatori, che, a mo' di serenata, gridavano l'ora sotto le finestre del committente.
I nummerattari e riffaroli vendevano biglietti di riffe o di lotterie. Gridavano arriva la fortunaaaa. Ma questi non li ho conosciuti. E' cambiato l'orario! gridava il venditore di orari delle ferrovie. Il grido non l'ho mai sentito ma ricordo quando dietro un minuscolo baracchino all'angolo di Piazza San Silvestro si vendevano i biglietti delle lotterie. L'uomo vendeva anche l'orario ferroviario.
C'erano gli appicciafoco che accendevano il fuoco nel camino agli ebrei nei giorni di festa in cui a questi era interdetta ogni attività.
C'era il venditore di supplì di riso: arrivava gridando: caldi bollenti me sto' a scottà.
C'era anche il materazzaro, che veniva a rifare i materassi in casa e si annunciava da lontanocol suo grido: materazzi, rifate i materazzi. Ho conosciuto anche questo.
Scuciva le vecchie fodere, tirava fuori la lana, la cardava, ne aggiungeva eventualmente altra, poi ne riempiva fodere nuove che ricuciva con lo spago. Tutto sul posto. La casa si riempiva di sfilacci di lana, i letti si rifacevano la sera. Mia madre vigilava che non rubasse sul peso della lana e non se ne portasse via un po'. La diffidenza nei confronti del matarazzaro era d'obbligo. A me è rimasta anche nei confronti dei Permaflex, sospetto sempre che mi sia stata rubata della lana, tanto per dirvi la potenza delle suggestioni infantili.
Scuciva le vecchie fodere, tirava fuori la lana, la cardava, ne aggiungeva eventualmente altra, poi ne riempiva fodere nuove che ricuciva con lo spago. Tutto sul posto. La casa si riempiva di sfilacci di lana, i letti si rifacevano la sera. Mia madre vigilava che non rubasse sul peso della lana e non se ne portasse via un po'. La diffidenza nei confronti del matarazzaro era d'obbligo. A me è rimasta anche nei confronti dei Permaflex, sospetto sempre che mi sia stata rubata della lana, tanto per dirvi la potenza delle suggestioni infantili.
C'era il pescivendolo a domicilio. Si sentiva il suo grido pesce frescoooo salire dalla strada. Ho conosciuto anche questo. Mamma ne aveva uno di fiducia. Arrivava dalle Marche con una borsa speciale, una valigia rettangolare a più scomparti. E dentro c'erano sogliole, spigole, gamberi, alici e cozze avvolti in carta di giornale umida. Aveva con sé una bilancia ad un piatto, la stadera, che viene dritta dritta dai romani e che ora nei mercati nessuno usa più. Il pesce che portava era freschissimo. Quando arrivava si era fatto qualche ora di corriera dopo aver pescato durante la notte e mia madre gli offriva un panino e un bicchiere di vino. Ma il suo pesce era anche caro: da noi passava solo una volta al mese.
Ricordo anche lo stracciarolo che vendeva e comprava abiti smessi. Spingeva un carrettino coperto da un grande lenzuolo e sotto c'era la sua merce. Quella che eventualmente comprava la ficcava dentro un grosso sacco. Io mi affacciavo alla finestra ad osservare. C'era chi, senza neanche scendere, gettava dalla finestra abiti smessi, vecchia biancheria, fagotti vari. E l'uomo raccoglieva. Ma c'era chi scendeva e contrattava o effettuava baratti. Mia madre nutriva grande disprezzo per chi si serviva dello stracciarolo. A Roma si usa l'espressione annà pe' stracci per indicare chi se la passa veramente male. Quando, negli anni settanta, divenne moda vestirsi di abiti usati, mia madre inorridì: ma che vai pe' stracci? Ma quando cominciai a portare a casa autentici gioielli risalenti agli anni della sua giovinezza, pur continuando a storcere il naso, manifestò un certo rispetto per il mio occhio di stracciarola.
I robbivecchi erano parenti dello stracciarolo ma nel loro carretto si trovavano anche articoli diversi dalle pezze. Dipendeva dalla fantasia sua e dei suoi clienti. La tazza di un water, un macinino per il caffè o una vecchia zuppiera potevano di diritto viaggiare con il robbivecchi.
Una volta esistevano gli improvvisatori di stornelli, ma io purtroppo non li ho conosciuti. Si sistemavano in una piazza e su sollecitazione del cliente improvvisavano uno stornello per qualche soldo. O facevano il giro delle vecchie trattorie e allietavano i clienti. Cantavano a tema, era questa la loro specialità. Non mi dispiacerebbe stornellare così, all'angolo di una strada...
Ho conosciuto però il mosciarellaro, il fusajaro e il bruscolinaro. Gridavano come pazzi, fuori delle scuole soprattutto. Io avevo il più assoluto divieto di fermarmi al banchetto del fusajaro. Mia madre era convinta che fossero tutti pedofili.
Vendevano le mosciarelle, cioè le castagne secche, in realtà durissime, vere e proprie gomme americane a lunga durata; e le fusaje, cioè i lupini salati. Le tiravano fuori sgocciolanti da grossi cocci bianchi e verdi dove stavano a salarsi e li mettevano in cartoccetti che subito si inumidivano; so' salati i miei lupini, so' salati dalla dama, lupinaio chi mi chiama, lupinaio eccomi qua: era questa la tiritera del lupinaio. Mia madre l'aveva sentita direttamente a me non è toccato mai. Peccato.
Vendevano le mosciarelle, cioè le castagne secche, in realtà durissime, vere e proprie gomme americane a lunga durata; e le fusaje, cioè i lupini salati. Le tiravano fuori sgocciolanti da grossi cocci bianchi e verdi dove stavano a salarsi e li mettevano in cartoccetti che subito si inumidivano; so' salati i miei lupini, so' salati dalla dama, lupinaio chi mi chiama, lupinaio eccomi qua: era questa la tiritera del lupinaio. Mia madre l'aveva sentita direttamente a me non è toccato mai. Peccato.
C'erano poi i bruscolini, semi di zucca salati, il cui sapore sembra non più rintracciabile in quelli venduti in bustine nei supermercati. Basti pensare che una mia sorella si sposta di quartiere e traversa il Tevere per comprare ad un banchetto quelli che considera gli unici bruscolini superstiti della città.
Presso il venditore di mostaccioli non mi fermavo mai. I mostaccioli, i biscotti di farina e miele con glassa di cioccolata non mi piacevano.
Ma, avendo sempre preferito il salato al dolce, mi fermavo invece dall'olivaro che girava con il suo carrettino gridando: olive dolciiiiii.
Con mio padre mi fermavo anche presso il venditore di fichi d'India. Gridava che belli li fichi d'India che belli li fichi d'India. Aveva un coltellino affilato con cui sbucciava il fico d'India per poi mettercelo in mano dolce e succoso.
Mio padre rimpiangeva il peracottaro, venditore di pere cotte. Mestiere umilissimo tanto che a Roma per indicare chi proprio non è buono a nulla si dice fare la figura del peracottaro.
Io l'ho sempre assimilato al venditore di rape rosse bollite di cui ero fedele cliente a Teheràn. Si fermava agli angoli delle strade e lanciava il suo grido di richiamo. Le rape le bolliva sul suo carretto stesso, le pesava e le consegnava calde in un sacchetto da portare a casa. Ma potevano anche essere consumate sul posto. Non ho mai più mangiato rape rosse così buone.
A Roma è esistita anche la lumacaja. Io la ricordo all'angolo del mercato con il suo cestino di lumache che si arrampicavano lungo le pareti. Nel mercato girava anche il venditore di aglio e di scope. Non so perché le due merci andassero insieme. Oggi ragazzi nord africani o indiani vendono ancora l'aglio girando tra i banchi del mercato ma il caratteristico grido cape d'ajiiii non si sente più.
Non ho invece ricordi della giuncataja, la venditrice di ricotta fresca che veniva dalla campagna romana, né del venditore di uova sode.
Ma, avendo sempre preferito il salato al dolce, mi fermavo invece dall'olivaro che girava con il suo carrettino gridando: olive dolciiiiii.
Con mio padre mi fermavo anche presso il venditore di fichi d'India. Gridava che belli li fichi d'India che belli li fichi d'India. Aveva un coltellino affilato con cui sbucciava il fico d'India per poi mettercelo in mano dolce e succoso.
Mio padre rimpiangeva il peracottaro, venditore di pere cotte. Mestiere umilissimo tanto che a Roma per indicare chi proprio non è buono a nulla si dice fare la figura del peracottaro.
Io l'ho sempre assimilato al venditore di rape rosse bollite di cui ero fedele cliente a Teheràn. Si fermava agli angoli delle strade e lanciava il suo grido di richiamo. Le rape le bolliva sul suo carretto stesso, le pesava e le consegnava calde in un sacchetto da portare a casa. Ma potevano anche essere consumate sul posto. Non ho mai più mangiato rape rosse così buone.
A Roma è esistita anche la lumacaja. Io la ricordo all'angolo del mercato con il suo cestino di lumache che si arrampicavano lungo le pareti. Nel mercato girava anche il venditore di aglio e di scope. Non so perché le due merci andassero insieme. Oggi ragazzi nord africani o indiani vendono ancora l'aglio girando tra i banchi del mercato ma il caratteristico grido cape d'ajiiii non si sente più.
Non ho invece ricordi della giuncataja, la venditrice di ricotta fresca che veniva dalla campagna romana, né del venditore di uova sode.
C'era una volta anche il cicoraro di campo. Ne ho conosciuta una versione più moderna. Ricordo un banchetto presso la piazza del mercato sul quale un raccoglitore vendeva le erbe di campo colte all'alba nei campi o i prodotti del suo orto.
Girava per le strade e offriva gridando i suoi servigi anche lo stagnaro. Serviva per interventi rapidi e poco qualificati. In genere ingorghi. Non andava confuso con l'idraulico, che aveva una sua bottega e faceva servizi più specialistici. Guai a dare dello stagnaro ad un idraulico!
C'erano gli strilloni dei giornali. Poi furono superati da altre forme di pubblicità. Sono però ricomparsi ai semafori. Sono per lo più immigrati, il giornale li fornisce di una casacchina con il nome della testata e una tasca per mettere gli spicci. Ma non gridano più. Si accostano alle macchine incerti e timorosi.
C'era naturalmente il callarostaro, con la sua graticola dove arrostiva le grandi castagne profumando l'aria tutto intorno. Poi le metteva in un cartoccetto di carta di giornale. Ora tutti i callarostari di Roma appartengono ad una stessa famiglia di origine napoletana che stronca sul nascere ogni forma di concorrenza con intimidazioni e violenze. Subappalta il banchetto e fa pagare le castagne a peso d'oro. Inoltre tiene al lavoro i suoi "commessi" in ogni stagione, indipendentemente dal clima. Da anni non compro più castagne arrosto per la strada.
Taja ch' è rosso! gridava il cocomeraro. Festoni di lampadine illuminavano il banco del cocomeraro, che si piazzava nei pressi di una delle migliaia di fontanelle romane. Le fette poggiavano su grandi lastre di ghiaccio. Ora i pochi cocomerari superstiti hanno banchi frigorifero. A me sembra che persino il sapore non sia più quello...
Circa il loro grido aggiungo che a Roma, dal Belli in poi, taja ch'è rosso significa anche dare decisa e violenta soluzione ad una contesa. Quel che si taja è presumibilmente una testa e il rosso è il sangue...
L'ombrellaio e l' arrotino giravano fino a pochi anni fa'. Il primo a scomparire è stato l'ombrellaio. L'arrotino, quello vero, ha resistito di più. Nel mio quartiere veniva un vecchietto lungo e magro che, chino sulla sua bicicletta, arrotava parlando da solo. Ogni tanto poi lanciava il suo grido.
Quali grida risuonano dalle parti vostre?
mercoledì 3 febbraio 2010
sala di attesa

Nella sala d'aspetto del nuovo medico di base siedo, pazientemente in quanto "paziente" ma impazientemente in quanto persona in attesa, sulla scomoda poltroncina. Sono qui per fare il pieno di farmaci per tutta la famiglia. Sono la seconda e dovrei cavarmela in poco tempo ma la dottoressa ancora non è nello studio. Già so che arriverà tutta affannata, con una mezz'ora di ritardo, e si scuserà perché non ha trovato da parcheggiare. È la regola. Ma la regola mi manda in bestia. Mi sento diventare cattiva, con l'aggressività a fior di pelle. Vorrei qualcuno da apostrofare ma noi otto attendenti, seduti qui in due file di poltroncine rosse che si fronteggiano, siamo una umanità così stanca e dolente che anche la speranza di una bella discussione si rivela illusoria.
Siamo tutti anziani, tra i sessanta e gli ottanta. Due suore piccoline con i loro piedi in stivaletti neri non toccano terra ma hanno un'aria molto compresa di sé. Dopo un po' però l'una delle due si appisola. Un uomo corpulento e tremolante seduto accanto a me mi esonda addosso. Cambio di posto perché non ce la faccio a sostenerne il peso. L'unica con un guizzo di energia trattenuta è la donna che mi siede di fronte. Porta uno zucchetto di lana nera calato bassissimo sulla fronte e sotto il cappotto un maglione color ruggine con un collo alto che le copre anche il mento. Del volto chiaro e tondo resta fuori ben poco. Gli occhi hannno un taglio stretto e allungato e lasciano filtrare uno sguardo irridente. Mi guarda continuamente, anzi mi sorveglia. Forse mi sfida persino. La soppeso. Sarebbe una buona avversaria ma lei tace, io taccio: è inutile sperare in un pretesto, ci terremo entrambe la nostra aggressività in corpo. Portando aria fredda entra una coppia che senza guardarci neanche s'infila nello studio della dottoressa. Subito dopo arriva lei. Aria affannata e scuse, quindi raggiunge sveltamente la coppia nello studio.
Accanto a me siede Cristoforo. Era il portiere del palazzo dove ho vissuto tutta la mia vita di bambina e di ragazza. Ha ottanta anni, da venti è in pensione ma è rimasto a vivere nel quartiere. È sardo, di Carbonia. Era un portiere perfetto. Si occupava del palazzo con cura meticolosa che si estendeva ad ogni singola pianta. Era di famiglia contadina e rimpiangeva di non aver potuto fare il contadino come suo padre. Si comprò un po' di terreno a Civitavecchia dove impiantò un piccolo frutteto e un grande orto. Il tempo che passava lì costituiva la sua vera vita. L'altro era il tempo con cui provvedeva alla sua famiglia, con cui pazientemente, attraverso gli anni, faceva studiare la figlia, le comprava una casa, la maritava e continuava ad aiutarla. Cristoforo, tra tante virtù, aveva il vizio classico del pettegolezzo. Ma questo era senza conseguenze. Infatti un modo tutto suo di parlare, particolarmente ingarbugliato e contorto, faceva sì che della chiacchiera che con aria complice ci rifilava non si capisse nulla. Ogni volta che ci incontriamo Cristoforo trova modo di parlarmi dei miei genitori. Mi racconta qualche piccolo aneddoto che mette in luce i loro caratteri imperiosi ma anche il rigoroso rispetto per il suo lavoro e la loro generosità. Non è un cieco adulatore ma neanche un critico maligno. Gli piace ricordare e a me piace dargli ascolto. Ma questa mattina siamo entrambi poco vogliosi di conversare. Nelle sale d'aspetto si verifica spesso quel fenomeno che consiste nel sospettare subito tutti gli altri astanti di volerci fregare. La diffidenza satura l'aria e gli sguardi scrutano ogni singola mossa foriera di attacchi alla nostra posizione nell'ordine di attesa. Cristoforo è il primo ma gentilmente mi offre il posto. Probabilmente è il residuo dell' antico rispetto verso il condomino. Rifiuto la cortesia e allora alza agilmente i suoi ottanta anni e raggiunge lo studio.
Quando tocca a me e inizio a sciorinare l'elenco delle medicine che occorrono a mio marito, a mia figlia e a me, provo il solito disagio. La dottoressa praticamente scrive sotto dettatura, è una piccola scrivana, quello che fa non ha alcuna attinenza con i suoi studi e le sue competenze. Ma lei non ne sembra turbata, è gentile e solerte, quasi incuriosita dalle nostre patologie. Usarla come stampante mi induce a perdonarle i suoi ritardi e le sue scuse senza fantasia. Quando esco e saluto gli altri astanti, la donna semi mimetizzata dagli occhi come freccette inaspettatamente mi fa un grande sorriso.
Quando tocca a me e inizio a sciorinare l'elenco delle medicine che occorrono a mio marito, a mia figlia e a me, provo il solito disagio. La dottoressa praticamente scrive sotto dettatura, è una piccola scrivana, quello che fa non ha alcuna attinenza con i suoi studi e le sue competenze. Ma lei non ne sembra turbata, è gentile e solerte, quasi incuriosita dalle nostre patologie. Usarla come stampante mi induce a perdonarle i suoi ritardi e le sue scuse senza fantasia. Quando esco e saluto gli altri astanti, la donna semi mimetizzata dagli occhi come freccette inaspettatamente mi fa un grande sorriso.
A nemico che fugge ponti d'oro.
venerdì 29 gennaio 2010
sudditi o cittadini?

Da parecchie settimane non andavo in centro, preferendo restare il più possibile accostata al mio quartiere e alla sua sguarnita tranquillità.
Ma ieri mattina sono uscita in cerca di un negozio di lane.
Avevo dimenticato l'odore dell'umanità pendolare in transito sugli autobus d'inverno.
Un odore di lana umida, fumo stantio, dopobarba e deodoranti in lotta e aliti all'odor di cappuccino: promiscuità senza varietà.
Avevo anche dimenticato l'umore che vi si respira: fretta, sospetto,
voglia di essere apodittici e malmostosi, insofferenza e ansia repressa.
Tra Piazza Venezia e Piazza Argentina, da sempre e sempre, gli autobus facevano una fermata intermedia, su via del Plebiscito, fermata che serviva tutto un groviglio di strade a ovest del Corso, piene di negozi, uffici, studi, scuole ecc. Fermata necessaria e sempre molto frequentata perché vi si arrestavano molte linee.
Da mesi la fermata non c'è più, c'è un cartello nuovo nuovo che dice: Fermata Soppressa; ma ancora capita che qualcuno, all'oscuro del fatto, si veda portare fino a Piazza Argentina, ben oltre la sua meta, mentre protesta a gran voce. Così è accaduto questa mattina. Ogni volta che ci passo mi sento piena di rabbia.
Infatti la fermata è stata soppressa perché si trovava a pochi metri da Palazzo Grazioli, abitazione privata del Presidente del Consiglio.
Quando gli autobus fermavano lì c'erano file di vetture che si arrestavano e poi ripartivano, viaggiando perciò lentamente. Certo questo infastidiva CHI doveva uscire dal Palazzo nella sua auto dai vetri fumé (o anche chi doveva entrarvi, vassallo politico o escort che fosse) e che doveva pazientare per infilarsi nella carreggiata. Il tempo dei potenti e dei loro cortigiani è prezioso, quello di chi va al lavoro invece è un bene futile e sacrificabile.
Quando gli autobus fermavano lì c'erano file di vetture che si arrestavano e poi ripartivano, viaggiando perciò lentamente. Certo questo infastidiva CHI doveva uscire dal Palazzo nella sua auto dai vetri fumé (o anche chi doveva entrarvi, vassallo politico o escort che fosse) e che doveva pazientare per infilarsi nella carreggiata. Il tempo dei potenti e dei loro cortigiani è prezioso, quello di chi va al lavoro invece è un bene futile e sacrificabile. È stato fatto per ragioni di sicurezza! hanno detto.
Sarà. Anzi, non è manco pe' niente! Infatti gli autobus continuano tranquillamente a fermarsi davanti al Senato della Repubblica. E sì che lì di sicurezze da garantire ce ne sono molte di più!
Sono anche queste piccole cose che fanno di noi dei sudditi e non dei cittadini.
venerdì 22 gennaio 2010
il mio angelo di Natale
Questo post risale al Natale del 2008. Lo pubblicai e subito lo tolsi. Julo sa perché. Lo pubblico dopo un anno. È un racconto con cui tento di farmi perdonare i miei mal umori.

Mi fermo sulla via consolare per guardare le vetrine di un negozietto molto trendy, dove potrei forse trovare qualche cosa per mia figlia. Mentre parcheggio noto un ragazzo che attraversa la strada con passo incerto. Sembra dolorante. Mi accorgo che le punte delle scarpe sportive divergono assurdamente. Ha le scarpe a rovescio, è così che cammina come sulle uova. Malgrado l'incedere cauteloso ha però una figura elegante, alta e diritta. Lo seguo un po' con lo sguardo poi entro nel negozio. Ne riesco senza pacchetti. Il negozio è trendy ma i prezzi pure. Quando arrivo alla mia 500 ci trovo appoggiato il ragazzo di prima. In bilico tenta di slacciarsi le scarpe. Mi fermo davanti a lui, che mi guarda e mi fa sorridendo:

24 di dicembre, Vigilia di Natale- prime ore del pomeriggio
-Mbè?
-Mbè è la mia macchina, dico io.
-Ah, bene, mi fa con un grande sorriso, me l'apri allora? Così non ci riesco.
Il tono è allegro e candido. Innocente. Così gli apro la macchina e lui si siede sul sedile del guidatore con le gambe all'esterno, e mentre gli tengo aperto lo sportello, si toglie con calma le scarpe, le inverte e se le rimette. L'operazione è lunga e laboriosa perché lui sa esattamente quello che deve fare ma è molto impacciato nei movimenti; fa più volte il nodo dei lacci senza però riuscire a stringerlo e così quello continua a disfarsi, finché lui sembra molto stanco e mi tende la gamba destra:
-Doppio nodo, mi dice arrendendosi. Mi chino a fargli il doppio nodo e intanto gli dico:
-Hai messo le scarpe a rovescio.
-No, dice lui, ho messo i piedi a rovescio.
E' un ragazzo bellissimo, con un'espressione ingenua, infantile nei grandi occhi azzurri. Ha i capelli lunghi e biondi che gli danzano intorno al viso e una sciarpa grigia intorno al collo. Porta dei pantaloni di velluto a coste e sopra un pesante giaccone blù. E' pulito e ordinato ma, scarpe a rovescio a parte, è evidente che ha più di un problema. Quando è a posto mi chiede:
-Me lo dai un passaggio?
-Dove devi andare?
-Al cimitero
-Al cimitero!? Ma sarà chiuso, obietto io.
-No, è aperto fino a che c'è luce, dice con sicurezza.
-Ma forse oggi chiude prima, dico io.
L'idea di portarlo al cimitero e lasciarlo lì non mi piace.
-Ma è oggi Natale? mi chiede.
-No, domani.
-Allora non chiude prima, mi dice.
Il cimitero è a poche centinaia di metri da lì, sulla mia strada. Lui sembra molto sicuro del fatto suo ma ha comunque qualche cosa di incerto nei movimenti, e si dondola un po'. Insomma non sono sicura che sia la cosa giusta lasciarlo fuori del cimitero. Non so quanto sia davvero autonomo. Però ha uno sguardo di attesa fiduciosa e così lo faccio salire e lui mi fa :
-Vieni anche tu al cimitero?
-No, gli dico, non posso; devo andare a portare da mangiare ai gatti di una mia amica.
-Perché?
-Perché lei è partita e i gatti sono soli.
-Mi dispiace, io non posso venire, mi dice, devo andare al cimitero.
-Peccato, gli dico io.
Quando siamo davanti all'ingresso del cimitero mi sento inquieta: i cancelli sono aperti ma il piazzale è deserto. Insisto:
-Sei sicuro che ci devi proprio andare? Fa segno di sì.
-Guarda che devi fare presto perché poi chiude.
-Senti, mi fa, io non sono scemo.
-Scusami, è che sono un po' preoccupata per te, gli dico vergognandomi.
Allora mi fa un grandissimo sorriso:
-Siete tutti uguali.
-Tutti chi?
-Voi, i genitori.
-Dove abiti? gli chiedo.
-Qui.
-Qui dove?
-Qui.
Allora m'incazzo.
-Senti o mi dici bene dove abiti o io qui non ti ci lascio e ti riporto indietro! e rimetto in moto. Si mette a ridere.
-Hai paura che mi perdo? dice lui. Ma io non mi perdo. Abito in via... e al cimitero ci vengo tutti i giorni. Solo che oggi mi fanno male i piedi, se no ci venivo a piedi come sempre.
Sento orgoglio e convinzione nella sua voce. Mi viene una grande tenerezza, per questo ragazzo bellissimo, che ha il sorriso di un bambino e anche la logica di un bambino e che tutti i giorni viene al cimitero.
-Io sono marina, gli dico e tu come ti chiami?
-Angelo e mi porge la mano, con grande scioltezza. La stringo. E' calda e asciutta e la stretta è ferma.
Perché tutti i giorni vieni al cimitero, Angelo? Vorrei chiedergli. Ma non ne ho il coraggio.
Se non si fosse messo le scarpe a rovescio, glielo chiederei? Non credo. Quindi taccio.
Guardo le sagome dei cipressi che svettano oltre l'alte mura. I miei nonni riposano in quel cimitero. Da molti anni non visito le loro tombe. Forse potrei accompagnarlo e lui potrebbe accompagnare me. E poi potrei riportarlo sulla strada consolare.
Lo guardo incerta.
-Non avere paura mi fa con dolcezza, non mi succede niente. Poi abbassa la voce e guardandomi negli occhi scandisce:
- Qui sono al sicuro.
-Promettimi che stai poco e che torni indietro a piedi, gli dico un po' severa. Promettimi che non chiedi passaggi a nessuno.
-Va bene fa lui, te lo prometto.
Scende e mi fa ciao con la mano ed un sorriso radioso. S'incammina ma io non mi decido a partire. Poi torna indietro di corsa e si china:
-Tu prometti che non corri! mi dice.
-Va bene, te lo prometto.
-E io ti prometto che torno a piedi. Di nuovo ci facciamo ciao con la mano.
Riparte. Si arresta. Torna di nuovo indietro.
-E' oggi Natale? mi chiede di nuovo.
-No, Natale è domani, torno a dirgli.
-Ti chiami marina, hai detto?
-Sì, marina.
-Allora Buon Natale, marina! mi fa lui trionfante e mi manda un bacio.
-Buon Natale a te, Angelo, gli dico io e gli mando un bacio.
Lo vedo entrare dal cancello laterale. Malgrado le scarpe ormai al posto loro, ha un passo incerto, un po' zigzagante.
Ma è evidente che sa esattamente dove sta andando.
Penso a lui tutto il tempo della mia visita ai gatti. Chi è? di che cosa soffre? perché va al cimitero? e perché va in giro solo? Comincio a pensare che sono una irresponsabile egoista e che non avrei dovuto lasciarlo. Quando esco faccio in modo di passare davanti al cimitero, tornando indietro sulla mia strada. I cancelli sono ancora aperti ma di lui non c'è traccia.
Mi fermo da una delle fioraie lungo il viale.
-Sa a che ora chiude il cimitero? chiedo. -Alle 17.
Manca più di un'ora, ovunque sia andato ha tutto il tempo di tornare indietro, penso. Poi lo vedo, sull'altro lato del viale. E' seduto al piccolo baretto dall'altra parte della strada. Scendo decisa dalla macchina e attraverso.
-Angelo, ciao!
-Ciao, mi fa tutto contento. Il barista mi guarda diffidente.
-Hai fatto il tuo giro al cimitero?
-Sì e tu hai dato da mangiare ai gatti?
-Sì.
Chiedo un caffè e me lo porto al tavolino di Angelo. Lui beve un bicchiere di latte che fuma verso i suoi ricci biondi, verso i suoi occhi sorridenti.
-Vuoi un passaggio per tornare? gli chiedo.
-Lei chi è? mi fa brusco il barista dalla soglia. Gli spiego che l'ho accompagnato lì da San Lorenzo.
-Male. Angelo va solo a piedi, dice perentorio. E a lui:
-lo sai che non devi chiedere passaggi, no? Ma Angelo si difende.
-Ma lei è una donna! esclama.
-Donna o uomo, non devi mai chiedere passaggi, lo sai!
-Lei lo conosce bene? domando al barista.
-Sì, risponde secco.
-Va bene, allora io vado, vedo che qui è al sicuro. Il barista si ammorbidisce un po'.
-Grazie, signora, ma sa, lui non deve prendere l'abitudine... Lo interrompo:
-Ha ragione, ho sbagliato; non dovevo dargli il passaggio, ma si era messo le scarpe al contrario e...
-Non le scarpe, i piedi avevo messo al contrario! Ridiamo tutti e tre. Ma sì i piedi.
-Allora ciao, Angelo.
-Ciao.. ed esita.
-Ti chiami marina?
-Sì e domani è Natale, gli rispondo sorridendo.
S'illumina:
-Allora Buon Natale, Marina!
-Buon Natale, Angelo!
Mentre guido verso casa penso che sembra davvero un angelo, non ha trombe né ali e si mette le scarpe a rovescio, ma i suoi occhi sono limpidi e il suo sorriso candido.
E' il mio angelo di Natale, decido.
martedì 12 gennaio 2010
tra Capodanno e la Befana
E' l'immobilità trasognata del mattino a indurmi alla passeggiata nel parco. E' quasi deserto. Qualche vecchio in panchina, niente bambini, l'incedere spavaldo dei grandi corvi e i piccoli passi di tortore e piccioni sui prati umidi. Qualche gatto acciambellato ma vigile e i nasi a terra dei cani lasciati sciolti dal piccolo gruppo di proprietari che chiacchierano tra di loro.
Ecco un altro gruppo di cui non faccio più parte. Se avessi un cane accorderebbe il suo umore al mio o me ne strapperebbe.
Grigio chiaro nel cielo, orlato di un celeste esitante e qualche potatore all'opera su scale incaute appoggiate agli alti pini, già troppo denudati di rami. Mania di tagliare, strappare, togliere. Sottrazioni continue.
Una palla dimenticata o persa o rifiutata nella fontana vuota d'acqua. Sui prati bagnati di pioggia notturna seguo i miei stessi passi di bambina, di ragazza, di giovane donna. Sto posando il piede dove lo posai a vent'anni?
Poi siedo dove sedevo a quaranta.
Quante volte tutte le cellule del mio corpo si sono rinnovate? Ma io sono ancora io.
Il mio cervello conserva per me la mia identità.
Al piccolo trotto un ragazzo in tuta taglia il prato. E' la seconda volta che passa. Segue un percorso di sua scelta. Ma gira in tondo. Giriamo tutti in tondo?
Arriva una famiglia. Turisti di vacanze natalizie, forte accento pugliese. Aria di benessere. Tre ragazzini con i recenti regali in prova: due auto da corsa guidate da vere clôche e un elicottero telecomandato. Il parco è grande, vuoto, molte aree si presterebbero ai giochi ma il nucleo ha scelto di giocare addosso a noi, a un vecchio in sciarpa a righe due panchine più in là con lo sguardo abbandonato nel cielo e alla me con lo sguardo abbandonato al passato.
Tutti gridano. Il padre ai figli. I figli tra loro. La madre al padre e poi al telefono. L'aria si riempie di grida e dei ronzii dei motori. Fuggono i corvi, i piccioni, le tortore. I cani abbaiano contro le auto giocattolo, i proprietari smettono il loro bel chiacchierare e li richiamano. Per ultimi si allontanano i gatti con sguardi di sprezzo.
Per due volte l'elicottero passa ad un metro dalla mia testa. Il padre neanche pensa a scusarsi o a rimproverare i figli. Continua a gridare "attenti che non si schianti al suolo!" Speriamo, dico io all'aria. Il vecchio in sciarpa a righe si trova una delle due auto tra i piedi. La solleva da terra, la capovolge e la rimette in terra. Le ruote girano impotenti. Il ragazzino alla guida si immobilizza e si tace. Il vecchio lo guarda e aspetta. Anche il padre e la madre si tacciono e aspettano. Poi il vecchio si alza, si sistema la sciarpa intorno al collo e se ne va. Lo seguo nel suo autoesilio di protesta. Passandogli accanto penso fuggevolmente di dirgli "Buon Anno Nuovo". Nuovo? mi chiedo. E mi taccio anch'io.
Ecco un altro gruppo di cui non faccio più parte. Se avessi un cane accorderebbe il suo umore al mio o me ne strapperebbe.
Grigio chiaro nel cielo, orlato di un celeste esitante e qualche potatore all'opera su scale incaute appoggiate agli alti pini, già troppo denudati di rami. Mania di tagliare, strappare, togliere. Sottrazioni continue.
Una palla dimenticata o persa o rifiutata nella fontana vuota d'acqua. Sui prati bagnati di pioggia notturna seguo i miei stessi passi di bambina, di ragazza, di giovane donna. Sto posando il piede dove lo posai a vent'anni?
Poi siedo dove sedevo a quaranta.
Quante volte tutte le cellule del mio corpo si sono rinnovate? Ma io sono ancora io.
Il mio cervello conserva per me la mia identità.
Al piccolo trotto un ragazzo in tuta taglia il prato. E' la seconda volta che passa. Segue un percorso di sua scelta. Ma gira in tondo. Giriamo tutti in tondo?
Arriva una famiglia. Turisti di vacanze natalizie, forte accento pugliese. Aria di benessere. Tre ragazzini con i recenti regali in prova: due auto da corsa guidate da vere clôche e un elicottero telecomandato. Il parco è grande, vuoto, molte aree si presterebbero ai giochi ma il nucleo ha scelto di giocare addosso a noi, a un vecchio in sciarpa a righe due panchine più in là con lo sguardo abbandonato nel cielo e alla me con lo sguardo abbandonato al passato.
Tutti gridano. Il padre ai figli. I figli tra loro. La madre al padre e poi al telefono. L'aria si riempie di grida e dei ronzii dei motori. Fuggono i corvi, i piccioni, le tortore. I cani abbaiano contro le auto giocattolo, i proprietari smettono il loro bel chiacchierare e li richiamano. Per ultimi si allontanano i gatti con sguardi di sprezzo.
Per due volte l'elicottero passa ad un metro dalla mia testa. Il padre neanche pensa a scusarsi o a rimproverare i figli. Continua a gridare "attenti che non si schianti al suolo!" Speriamo, dico io all'aria. Il vecchio in sciarpa a righe si trova una delle due auto tra i piedi. La solleva da terra, la capovolge e la rimette in terra. Le ruote girano impotenti. Il ragazzino alla guida si immobilizza e si tace. Il vecchio lo guarda e aspetta. Anche il padre e la madre si tacciono e aspettano. Poi il vecchio si alza, si sistema la sciarpa intorno al collo e se ne va. Lo seguo nel suo autoesilio di protesta. Passandogli accanto penso fuggevolmente di dirgli "Buon Anno Nuovo". Nuovo? mi chiedo. E mi taccio anch'io.
martedì 24 novembre 2009
via il cappello!

Mi è capitato di leggere il menu di un ristorante alla moda. Esso prevede, oltre ad un croccantino di foie gras con tortino di porri e tartufi, di cui riesco solo vagamente ad immaginare il prezzo, questi altri piatti scelti a caso:
"Capesante umide con broccoli pancetta e sorbetto al Campari"
"Lasagnetta al nero di seppia con trippa scampi menta"
"Ricordo di un panino alla mortadella"
"Compressione di una pasta e fagioli"
Gli chef che si esibiscono nel locale, per trascinarmi nel quale dovreste afferrarmi per i capelli e mazzolarmi con una clava, definiscono il loro lavoro "performance".
La performance promessa mi sembra di difficilissima attuazione.
Il perchè è presto detto.
Non mi chiedo chi convincerà le capesante ad accompagnarsi al sorbetto di Campari, ché, si sa, le capesante hanno un penchant per gli alcolici, ma chi riuscirà ad indurre broccoli e pancetta, gente dal temperamento forte, deciso e poco amichevole, a fare amicizia con le capesante!
Quanto al secondo piatto, il problema non è tanto, secondo me, nel far socializzare la trippa con gli scampi. La trippa è di buon carattere, si sa. Ma ciò nonostante sarà difficile convincerla a lasciarsi affogare nel nero di seppia. La trippa infatti è un soggetto un po' schifiltoso e il nero di seppia gli sa di sporco. Valla a convincere, lei abituata a lavarsi per ore sotto l'acqua corrente!
Ma immaginiamo di riuscire in questo difficile lavoro pedagogico verso capesante, trippa, broccoli, pancetta eccetera perché si aprano reciprocamente all'altro e all'accoglienza del diverso.
Immaginiamo anche di risolvere in via amichevole il problema del Ricordo di un panino alla mortadella. Diciamo che siamo pronti a dedicare alcuni minuti a ricordare i panini alla mortadella che nostra madre ci preparava con la mortadella appena tagliata e la rosetta fresca o, suprema epifania, con la pizza bianca calda.
Resta naturalmente lo scoglio rappresentato dal fatto che il ristoratore prevede che noi si paghi per ricordare il panino della nostra infanzia. E' vero che consideriamo la mortadella come le nostre madeleines nazionali ma siamo perfettamente in grado di ricercare da soli e gratis il nostro tempo perduto.
Il vero problema è quello della Compressione di una pasta e fagioli.
Qui entriamo nel penale. Una pasta e fagioli, in qualsiasi variazione regionale la prepariate, resta una creatura vivente! Reale e insieme simbolica, un archetipo e insieme una persona di casa. Viva, vitale e vitalizzante. Tanto è vero che parla. Io la sento sempre, distintamente, quando la preparo: lasciami respirare, mi dice; non mi impastoiare troppo, lasciami fluida ma non sciacquosa per carità! lo sai che mi sento bene solo se sono corposa ma non vischiosa. E io eseguo, con cura amorevole.
E loro la vogliono comprimere? Com-pri-me-re??? Anatema! Che tutti i coltelli da chef del ristorante principino a roteare vorticosamente intorno alle loro teste sacrileghe! Che li trafiggano infine, inchiodando le loro mani blasfeme sul tagliere di legno.
Dixit.
Intanto io mi preparo a promuovere una class action contro il ristorante ed i suoi complici.
Saremo io, i fagioli, la mortadella, la trippa, le capesante e i broccoli contro il resto del mondo.
Chi vuole può unirsi a noi.
lunedì 23 novembre 2009
orologi

Non so se i più giovani - e i non romani- lo sanno, ma l'orologio che sormonta la Camera dei Deputati, a Montecitorio, aveva il compito di dare l'ora ufficiale ai ministeri. Suonava ogni quarto d'ora, ma non brillava per precisione. I romani ne ricavarono l'impressione che l'attività svolta in quel palazzo, e in quelli che ne dipendevano, fosse un po' approssimativa e mai del tutto chiara.
Fu così che l'orologio venne battezzato "er Regolimbroji", il regola-imbrogli.
E fu così che, di un orologio poco preciso o mal funzionante, si diceva "te sei comprato un Regolimbroji" come ancora capitava che dicesse mio padre a me.
Prima del Regolaimbroji l'ora ufficiale nella Roma del Papa Re era segnata da un colpo di cannone sparato da Castel Sant'Angelo a mezzogiorno in punto.
Dal 1904 poi a sparare fu il cannone del Gianicolo che ancora oggi fa il suo dovere.
E, come già mia nonna e mia madre, mi accade spesso di essere riportata bruscamente alla cognizione del tempo dal colpo di cannone del Ganicolo e di esclamare: Oddio è mezzogiorno!
Non so se oggi "er Regolimbroji" sia ben funzionante o no. Alla prima occasione darò un'occhiata. Ma che nel Palazzo ancora si regolino imbrogli mi sembra assodato.
mercoledì 28 ottobre 2009
nostalgie
I grandi platani hanno già ceduto parte delle loro foglie alla strada e il sole disegna sul marciapiede un trama più larga e leggera. Mentre risalgo il viale rifletto sull' alternarsi delle stagioni. Malgrado il "non ci sono più le mezze stagioni, signora mia" lo srotolarsi del tempo si può ancora leggere nella città. Mi piace l'alternarsi delle stagioni. Non piaceva invece al giovane brasiliano, amico di corso alla Sorbona. Quasi piangeva per la nostalgia della sempre-estate di casa sua! La moglie del console svedese, invece, rimpiangeva l'aria pulita di Stoccolma e l'olandesina ridanciana -quando rideva sosteneva con entrambe le mani i grandi seni, senza nessun imbarazzo- l'olandesina rimpiangeva l'Atlantico. Io invece rimpiangevo il cielo della mia città- sostituito a Parigi da un pesante cartone grigio posato subito sopra la testa- e il senso del tempo che sempre vi si respira. A Parigi tutti rimpiangono qualche cosa. Si direbbe la città dei rimpianti. Eppure tutti vi imparano un tipo nuovo di savoir vivre: questa lunga pratica con lo spirito libero. Quando mi imbattevo in uno qualsiasi degli atteggiamenti insopportabili dei parigini, ricordavo a me stessa: hanno fatto la Rivoluzione, questa bêtise puoi anche passargliela. E in nome della Rivoluzione Francese gliela passavo. Anche se non sempre..
Di Parigi mi è venuta una grande nostalgia. Siamo sempre nostalgici di un altrove?
Aux Champs Elysées
Je m'baladais sur l'Avenue
le coeur ouvert à l'inconnu.
J'avais envie de dire bonjour
à n'importe qui,
n'importe qui ce fut toi,
je t'ai dit n'importe quoi.
Il suffisait de te parler,
pour t'apprivoiser.
(refrain)
Aux Champs-Élysées,
aux Champs-Élysées
au soleil, sous la pluie,
à midi ou à minuit
il y a tout ce que vous voulez
aux Champs-Élysées.
Tu m'as dit : J'ai rendez-vous
dans un sous-sol avec des fous
qui vivent la guitare à la main
du soir au matin
Alors, je t'ai accompagnée,
on a chanté, on a dansé,
et l'on n'a meme pas pensé
à s'embrasser.
(refrain)
Aux Champs-Élysées...
Hier soir deux inconnus,
et ce matin sur l'Avenue,
deux amoureux tout étourdis
par la longue nuit.
Et de l'Étoile à la Concorde
un orchestre à mille cordes :
tous les oiseaux du point du jour
chantent l'amour.
(refrain)
Aux Champs-Élysées ...
Di Parigi mi è venuta una grande nostalgia. Siamo sempre nostalgici di un altrove?
Aux Champs Elysées
Je m'baladais sur l'Avenue
le coeur ouvert à l'inconnu.
J'avais envie de dire bonjour
à n'importe qui,
n'importe qui ce fut toi,
je t'ai dit n'importe quoi.
Il suffisait de te parler,
pour t'apprivoiser.
(refrain)
Aux Champs-Élysées,
aux Champs-Élysées
au soleil, sous la pluie,
à midi ou à minuit
il y a tout ce que vous voulez
aux Champs-Élysées.
Tu m'as dit : J'ai rendez-vous
dans un sous-sol avec des fous
qui vivent la guitare à la main
du soir au matin
Alors, je t'ai accompagnée,
on a chanté, on a dansé,
et l'on n'a meme pas pensé
à s'embrasser.
(refrain)
Aux Champs-Élysées...
Hier soir deux inconnus,
et ce matin sur l'Avenue,
deux amoureux tout étourdis
par la longue nuit.
Et de l'Étoile à la Concorde
un orchestre à mille cordes :
tous les oiseaux du point du jour
chantent l'amour.
(refrain)
Aux Champs-Élysées ...
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