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venerdì 8 febbraio 2013

disinvoltura

Le persone disinvolte, con le loro voci distese, le mani asciutte, gli sguardi fermi. Le persone disinvolte, con i sorrisi franchi e la parlata leggera; le persone disinvolte, che sembrano ovunque in casa loro, attente ma tranquille, le persone disinvolte.
Forse anche io sono una persona disinvolta negli occhi di qualcuno, perché anche io mimo la cordialità leggera, la partecipazione tranquilla, la narratività senza impacci di me stessa. Persona disinvolta, senza inganno apparente, anche io.
Le persone disinvolte, con i loro corpi rilassati e le menti sgombre e fresche, le persone disinvolte come saranno davvero dentro?
Se mi somigliate, voi, persone disinvolte, che sapete quando sorridere e quando dire "prego", se mi somigliate nel fondo di voi stesse, allora io voglio stringervi la mano e complimentarmi, ammirata, con voi. Ammirata, con me.

venerdì 16 luglio 2010

piccole gioie

Questa è la mia produzione di pesche. Anche se molto ridotta rallegra il cuore e anche il palato: sono dolcissime.



giovedì 24 giugno 2010

recente scoperta


NEL 2001 ERA COSì.


POI È DIVENTATA COSI

POI COSI


QUANDO LE PIANTE AVRANNO RAGGIUNTO I PREVISTI 12 METRI FORMERANNO UNA VERA VOLTA COME IN UNA CATTEDRALE GOTICA.

E poi?
E poi il bosco presumibilmente avvolgerà la cattedrale di piante, la farà sua, l'ingloberà nel suo abbraccio vegetale. Nessun rimpianto da parte dell'artista, Giuliano Mauri, che ha dell'effimero un concetto più ampio di quello comune. Benché io sia appassionata amante delle testimonianze dell'arte classica ammetto che un'opera d'arte che ridiventa natura è non solo più eterna del marmo ma anche più viva. E penso che una chiesa che respira, verde nel verde, e cresce e muore e continua a vivere in altra forma esprime una spiritualità meno artefatta di tante sontuose cattedrali.

La cattedrale vegetale si trova in Val di Sella, nel Trentino.


mercoledì 23 giugno 2010

piccoli mostri crescono

Siedo nella sala d'attesa della pediatra di Tommaso, di fronte a me quattro sedie vuote. Tommaso siede di fronte a me. Sedie libere tre. Entra una giovane mamma con una bimba di circa quattro anni e con tata indiana al seguito. Le due donne siedono, e la bambina trotterella nella stanza. Resta libera una sedia. La bimba prende una palla dal cesto dei giocattoli e la mamma si alza e prende a giocare con lei. Sedie libere due. Entra una Seconda mamma con due bambini. Età presunta sei e otto anni. Tommaso si alza, non per cedere cavallerescamente il posto ma, credo, per stare più vicino a me. I nuovi arrivati siedono tutti e tre, occupando anche la sedia della Prima Mamma. La tata resta seduta. Sedie libere nessuna. La bambina dà immediatamente segni di irritazione. Prende la madre per i calzoni e la porta di fronte alla sua ex sedia ora occupata dal bambino di sei anni.
Insiste perché la madre si sieda facendo alzare il bambino. La madre sembra dilaniata dal desiderio di soddisfare la richiesta della figlia e l'imbarazzo. La Seconda Mamma è assorta nei suo pensieri, siede un po' accasciata sulla sua sedia e ignora del tutto la faccenda. Allora la Prima Mamma fa alzare la tata. Ma non si siede, lascia vuota la sedia e la bambina raccoglie da terra la borsa materna e apparentemente soddisfatta la piazza sulla ex sedia materna. Nessuna sedia libera. Riprendono a giocare. Il bambino di sei anni si alza e va a frugare nel cesto dei giocattoli. Quando torna indietro la sua sedia è occupata. La bambina ci si è seduta e vuole continuare a giocare a palla con la mamma stando seduta: ha ripristinato esattamente lo stato dei luoghi prima dell'ingresso della Seconda Mamma con i due bambini: due sedie per il suo clan. La Prima Mamma ride, un po' imbarazzata, un po' compiaciuta dalla scaltrezza della sua pargola. Il bambino di sei anni è un po' sconcertato, poi filosoficamente si siede in terra. Il fratellino più grande si alza, lo prende in braccio e si risiede. La Seconda Mamma è sempre più assorta. In piedi accanto a me, Tommaso è intento ad osservare. Entra una Terza Mamma, con un bimbo di pochi mesi in braccio. Scorge la sedia occupata solo da una borsa e si guarda intorno per chiedere che venga liberata. La tata si affretta a togliere la borsa della sua datrice di lavoro e la Terza Mamma si siede. La bambina si alza impetuosamente, strappa la borsa di mano alla tata e si piazza di fronte alla Terza Mamma scandendo bene: è la sedia di mamma. La Terza Mamma le sorride benevola e prende a trastullare il piccolo. La Seconda Mamma ignora la faccenda, la Prima Mamma si china verso la figlia e le dice: "Non vedi come è piccolo questo bambino? Su giochiamo, mamma non si siede." Ma la piccola proprietaria di sedie, oltre che scontenta, è tenace. Resta lì di fronte alla Terza Mamma che è tutta presa dal suo bambino. "Non voglio giocare, replica alla mamma, voglio che tu stai seduta vicino a me. Giochiamo sedute." Io, che da tempo avrei sbattuto fuori della finestra mamma e figlia, fremo e mi mordo la lingua. Entra una Quarta Mamma con un bambino sui nove, dieci anni. Restano in piedi sulla porta. Mi alzo perché tocca a noi entrare dalla dottoressa.
Durante la visita scommetto fra me e me che la Prima Mamma si è seduta al mio posto. Quando usciamo invece la situazione è questa: la mia sedia è occupata dalla Terza Mamma col piccolo di pochi mesi. La bambina è riuscita in qualche modo a farle cambiare posto e ora siede accanto alla madre nelle due sedie occupate all'inizio. La Quarta Mamma siede accanto a loro. La tata è in piedi con la borsa della sua datrice di lavoro. La Seconda Mamma siede al suo posto e i due fratellini sono in piedi. Mi avvio lentamente verso il tavolo della segretaria continuando a guardare la scena. La Prima Mamma e la bambina si alzano per entrare dalla dottoressa. La bambina lo fa a malincuore, volge lo sguardo indietro verso le sue sedie. Con un sorriso dolcissimo la Seconda Mamma, che era molto meno assorta di quanto io credessi, si china verso di lei e le fa: Vedi, non puoi portartele appresso. Mentre scendiamo per le scale Tommaso fa un solo commento: Era antipaticuccia quella bambina. E la mamma era più antipaticuccia di lei, confermo.

sabato 5 giugno 2010

equilibristi


"La vita trascorre nell'oscurità: parole non dette, gesti tralasciati in tempo, silenzio e paura, ecco che cos'è la vita, quella vera. L'equilibrio della famiglia è fragile, così come quello di ogni organismo vivente."
Sandor Màrai
Confessioni di un borghese


C'è qualche cosa nel suono della parola equilibrio che mi incanta. Ripeterla ha persino un effetto distensivo su di me. Equilibrio, equilibrio. Una piccola emissione di voce per dire equi e poi si scivola piano su quel librio ruscellante. Equilibrio equilibrio...
Possiamo farci adoratori di ogni eccesso ma niente ci fa meglio che arrivare a toccare l'equilibrio.
Per questo restiamo incantati a guardare l'equilibrista che fa il suo esercizio millimetrico: perché non c'è tra di noi chi non sappia quanto la prova dell'equilibrio sia difficile e quanto rassicurante sia raggiungerlo.


venerdì 4 giugno 2010

programma minimo

Non le ho neanche viste le belle mattine di maggio. Eppure qualcuna deve essercene stata. Ma le mattine di giugno, e mi impegno a farlo, voglio guardarle tutte: non voglio ignorare la luminosità del mondo.

mercoledì 14 aprile 2010

giocando


Ho giocato una decina di minuti agli anagrammi e sono uscite queste piccole perle.

la libertà= ribellata

berlusconi= in burlesco

paese italia= ai pelata sei!

romanista= marina sto
oppure= ama nostri

martedì 13 aprile 2010

tecnologia


Ricordate quelle scene toccanti dei romanzi dell'Ottocento? Un vecchio morente e al suo capezzale il figlio. Il vecchio gli fa cenno di accostarsi e, con l'ultimo filo di voce, gli rivela un segreto. Mi chiedevo: che cosa confideremo a nostro figlio con l'ultimo respiro? probabilmente il pin del nostro telefonino.

domenica 11 aprile 2010

Marcel aveva ragione

La vera meraviglia non è il sonno con i suoi sogni ma il risveglio.

"Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e vi legge in un attimo il punto della terra ch'egli occupa, il tempo trascorso fino al suo risveglio..." da La strada di Swann

Solo quando per qualche accidente perdiamo la capacità di orientarci immediatamente, al risveglio, nel nostro tempo e nel nostro spazio, di ritrovare in un attimo solo tutta la nostra storia ben ordinata dentro il nostro io, solo allora comprendiamo quanto sia miracoloso quell'atto semplice che consiste nel risvegliarci nella nostra vita, nella consapevolezza immediata di chi, dove, come, siamo.

È vero che questo riaffiorare nella stessa situazione in cui ci si è addormentati può, in certe circostanze, essere vissuto come il vero incubo, perché i problemi, i dolori, le difficoltà sono tutte lì ad attenderci e si può desiderare di tornare indietro nel sonno appena lasciato e in cui un sogno ci ha illusi; ma svegliarsi e non trovarsi più è ben più terribile di ogni incubo.

Alla grazia di questo stato dedico il mio pensiero mattutino.

La scultura è Il risveglio di Mario Bernasconi (1899-1963) e si trova nel Parco Belvedere sul Lungolago di Lugano


sabato 10 aprile 2010

tutti in salvo...

Mi piace sgusciare via di mano ai curiosi, a quelli che credono di avermi capita.
E mi sta bene vedermeli sgusciare di mano, ancora con il loro mistero intatto.
Un passo di lato e si è in salvo, nel proprio territorio.

venerdì 2 aprile 2010

Buona Pasqua


marina-blogger fa i suoi auguri a tutti coloro che passano su queste pagine

giovedì 1 aprile 2010

comunicazione privata in pubblico

Grazie a Irmgard per avermi introdotta ai misteri del close reading!
Sento che può rappresentare una svolta per un lavoro cui mi sto dedicando da tempo.


pensandoci su

Tutte le cose sono cose che dicono altre cose.

Sto lavorando mentalmente intorno a questa proposizione ed è fatale che prima o poi vi becchiate un post sul tema.
Estote parati.

martedì 30 marzo 2010

pensiero delle 01.04

Neanche quando s'impara attraverso il disagio mi dispiace imparare.
Imparare ripaga.

mercoledì 24 marzo 2010

ingannare

C'è colpa nell'ingannare chi ci chiede di essere ingannato?

Nel dare agli altri il profilo che vogliono vedere di noi?

E' così sottile la parete divisoria tra il pianto e il riso che basta un clic per presentare al mondo la nostra voce più energica e, se richiesto, la più gioconda. Ma non perciò la maschera diventa realtà. Non che Marguerite Yourcenar non dicesse il vero (la maschera diventa il volto, scrisse) ma questo è vero per un costante continuo autorappresentarsi diversi da sé, non per i piccoli flash accesi sul nostro sorriso spavaldo, il tempo di un incontro o di una telefonata.

La maschera, in questo caso, è solo un crinale sottile esposto ad ogni urto fugace; un cartongesso, un compensato, un lembo di mussola, un foglio di carta velina...

Al di qua, dimoriamo: noi.

Ma abbiamo imparato l'arte di modellare il nostro viso, muscolo per muscolo, e lo offriamo al mondo come nostro personale contributo alla sua ipocrisia.

martedì 23 marzo 2010

approssimiamoci

Capita che la mia amica Simona ed io ci scontriamo -amichevolmente ma indefettibilmente- in relazione ad una mia modalità di eseguire alcuni dei compiti che mi assumo. Non azioni verso terzi, ma azioni volte a portare a compimento miei progetti o desideri. Lei trova che io sono sbrigativa e approssimativa. Il che è perfettamente vero. Io trovo che lei è eccessivamente precisa ed esigente. Ed anche questo è vero. (Ovviamente secondo me).
Quando si tratta di fare qualche cosa per favorire la pubblicazione del mio libro (questo è l' esempio più recente) io assumo un atteggiamento leggero, un po' distratto, alla "come viene, viene". Il che la irrita molto. Lei sostiene che la ragione del mio comportamento risiede nel fatto che, se la mia azione positiva nei miei stessi confronti non va a buon fine, io posso sempre consolarmi pensando di non essermi dedicata in toto alla faccenda. Serve cioè ad attutire la delusione. In questa sua lettura c'è del vero. Ma la ragione più vera ancora -direi quella autentica- consiste nel fatto che per me fare qualche cosa con leggerezza costituisce una conquista, anche piuttosto recente. In tutta la mia vita sono stata dominata dall'imperativo categorico di fare tutto al meglio. Esso resiste ancora quando si tratta di operare pro terzi. Ma ho appreso, faticosamente, a trattare con svagata leggerezza almeno le cose che faccio per me; ad accettare l'errore, l'approssimazione, la slabbratura, il pastrocchio persino! E respingo fermamente ogni tentativo di riportarmi a quel tempo, quando ogni mia esecuzione -da un piatto cucinato ad un lavoro a maglia all'intervento in assemblea al verbale condominiale, e via e via- doveva essere frutto del meglio del mio meglio, fino a sfinirmi, a logorarmi per restare comunque sempre scontenta del risultato. Perché un giudice superiore continuava a scuotere la testa. Ci ho messo anni, per far tacere quel giudice, almeno quando mi occupo dei fatti miei! E non ho alcuna intenzione di tornare a dargli spazio nella mia vita.
È una questione di misura, naturalmente. Ed è anche possibile che io sia passata direttamente dalla ossessiva ricerca dell'optimum alla sciatteria. Ma sciatti si vive meglio, Simò!
Comunque: ho corretto.

sabato 20 marzo 2010

la volpe della Muraro

"Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio. Adesso comincio a pensare che sia una farsa.
Bisogna credere e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un' ipotesi così azzardata che nessuna politica di professione osa formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche da cui risulta che, quanto a condizione femminile, l' Italia è più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva una volta, ma per discriminazione. È tempo di smetterla con questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si pongono. Uno è quello dell' attaccamento maschile al potere."

L'articolo -chi parla è la filosofa Muraro- continua riprendendo in più forme questo concetto generale.

"Per finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della parità per fare posto a un franco riconoscimento dell' eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità, e penso specialmente al rapporto con il potere e con i soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e all' amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho detto, perché finisca una finzione, quella delle donne sempre vittime d' ingiustizia e sempre in cerca di parità con gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da alibi. A che cosa e a chi, oggi? La risposta a questa domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C' è un bisogno identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma tenace. C' è, per le donne, la rendita del vittimismo."

La Muraro auspica un cambiamento nell'autopercezione delle donne e nella loro valutazione da parte della società: da vittime di discriminazione a soggetti eccellenti.

"Un criterio per questo cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al secondo posto le nostre priorità."

Non so, la Muraro è una filosofa che al pensiero della donna ha dato molto e per la quale io nutro molto rispetto, ma in questa sua nuova posizione qualche cosa non mi torna.

Mi sembra che riconosca che alle donne si chiede, per stare nella vita pubblica e politica a parità di autorevolezza, di mettere al secondo posto le proprie specifiche priorità -e questo in una società in cui non si riconosce autorevolezza a chi non ha anche potere-. Detto diversamente le si pongono ostacoli e pre-condizioni perché acceda ai luoghi del potere. Nessuna pre-condizione per l'uomo invece. Si può chiamarla disuguaglianza, si può ancora chiamarla discriminazione?

O dobbiamo consolarci con la favola della volpe che dall'alto della sua eccellenza dichiara l'uva acerba?
Non sono io volpe-donna che non arrivo all'uva (perché tu vuoi che io mi arrampichi con i miei piccoli attaccati al seno e mentre premastico il cibo per loro e per te) ma sei tu volpe-uomo che hai sbagliato a mettere la vigna in un posto così in alto per me.
Ed ora? Se anche ci diciamo questo (come del resto ci è chiaro da tempo) che cosa cambia?
Cambia che questo è un problema dell'uomo, non nostro, dice la Muraro.

"Se (l'attaccamento maschile al potere) fosse un vizio morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si è corretta l' avarizia o la gola. Ma l' attaccamento maschile al potere è una questione d' identità. Lo veicolano i modelli correnti della virilità."

Bene: dove sono queste masse maschili che si interrogano sul loro modello di virilità e sul nodo (tutto loro) tra potere e identità? chiedo io.
E mi risponde la Muraro.

"Oggi vi sono uomini che promuovono una presa di coscienza della differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e Sellier, 2009."

Inutile dire che lo leggerò.

domenica 14 marzo 2010

San pi greco

Non sapevo che il pi greco avesse il suo giorno dei festeggiamenti. L'ho scoperto proprio ora sulla home page di Google. Ma la cosa mi piace. Devo dire che fin dai tempi della scuola quel numeretto elegante e versatile mi ha sempre affascinata.
Mi sembrava una specie di grimaldello per le situazioni difficili, quelle da mani nei capelli.
Ed erano rassicuranti le parole che avevano a che fare con lui. Il pi greco è un rapporto (bello!) una costante (bellissimo!). E ci si fanno un sacco di cose. Cosa c'era di più tranquillizzante e risolutivo? Così, quando tra compagne eravamo alle prese con qualche faccenda che ci sembrava insormontabile -non solo matematica, non solo scolastica-di fronte alla domanda: e allora che facciamo? - io proponevo trionfante: Moltiplichiamo per 3 e 14! La faccenda veniva così definitivamente archiviata da una risata e si passava ad altro.
Avevo dimenticato San pi greco e il suo potere. Oggi gli rendo omaggio. E retrospettivamente mi dico che se alcune ciambelle della mia vita non hanno buco, è colpa mia: avrei dovuto moltiplicare per pi greco!

venerdì 12 marzo 2010

pensieri "infissi"

Le tre di notte e un uragano sulla città.

Le persiane e i vetri battono sotto la furia del vento. Attraverso gli infissi entrano fiotti di aria fredda e umida e qualche goccia di acqua scivola lungo la parete. Dovrei far rivedere le persiane, le finestre e anche gli infissi ma non mi va. Il solo pensarlo mi affatica. Le terrò così, penso, tanto quanto dovranno durare ancora? Ci penserà mia figlia quando non ci sarò più.

È così, rifletto, che le case dei vecchi hanno quell'aria trascurata, aria di decadenza. Le cose sfuggono di mano ai loro abitanti.

Le energie sono poche e si distribuiscono su cose che ci stanno più a cuore degli infissi? Oppure diventiamo più saggi e scopriamo la futilità di molte cose? O allentiamo il controllo sulla nostra vita a cominciare dalle cose materiali che ci circondano? E cominciamo a pensare che qualcuno più giovane e più forte di noi si farà carico di cose che fino ad ora ci avevano riguardato?

Potrei togliere i punti interrogativi ad ognuna di queste domande. Ognuna ha la sua parte di verità.

C'è un'età in cui inizia un lento lasciar andare, in cui non adattiamo più le cose a noi, ma ci adattiamo alle cose.