Visualizzazione post con etichetta citazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta citazioni. Mostra tutti i post

giovedì 4 novembre 2021

Dateci di Primo Levi

 Dateci 

di Primo Levi (1984)

 

Dateci qualche cosa da distruggere,

Una corolla, un angolo di silenzio,

Un compagno di fede, un magistrato,

Una cabina telefonica,

Un giornalista, un rinnegato,

Un tifoso dell’altra squadra,

Un lampione, un tombino, una panchina.

Dateci qualcosa da sfregiare

Un intonaco, la Gioconda,

Un parafango, una pietra tombale.

Dateci qualche cosa da stuprare,

Una ragazza timida,

Un’aiuola, noi stessi.

Non disperezzateci: siamo araldi e profeti.

Dateci qualcosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi.

Che ci faccia sentire che esistiamo,

Dateci un manganello o una Nagant,

Dateci una siringa o una Suzuki.

Commiserateci.

martedì 7 gennaio 2020

il Tempo e il metodo Aciman


Sto tentando di fare mio il "metodo Aciman", come lo chiamo tra me e me, perché ho scoperto che, sia pure fugacemente, può aiutare a vivere il nostro presente, la nostra quotidianità, un po' più felicemente. (Fatta naturalmente la tara delle varie infelicità delle nostre vite).

Nel "metodo Aciman" il presente viene come soppresso e questo contraddice tantissime voci che ci sollecitano a viverlo come unica forma del tempo che realmente ci appartenga. Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora, è quindi perfettamente logico affermare che tutto quello che ci resta sia il presente. 
E infatti.

Circa il futuro, dal "carpe diem" di Orazio al "di doman non v'è certezza" di Lorenzo il Magnifico, una lunga tradizione ammonisce a non tenerlo in alcun conto. Virgilio, se dobbiamo dare credito alla Appendice virgiliana, addirittura insolentisce coloro che del futuro si curano: Pereant qui crastina curant. Vada in malora chi si cura del domani.

Quanto al passato, accanto alle voci che si appellano al ricordo e alla memoria non poche altre consigliano di opporre una cesura netta tra presente e passato e di chiudere quest'ultimo in un cassetto buttandone la chiave. "Il passato non è". Dante Gabriel Rossetti. 
(Tenete conto che D.G.Rossetti è colui che ha scritto di sé: "Il mio nome è Sarebbe potuto essere. Mi chiamo anche Non più, troppo tardi." )

Rispetto al tempo André Aciman in Città d'ombra- Guanda editore
consiglia un'originale, anzi rivoluzionaria operazione.
Andare alla ricerca della felicità, o di scampoli di felicità, tentando di vivere il presente come fosse già passato. Riassaporandolo, rotolandoselo sulla lingua come un esperto sommelier farebbe con il vino. Degustandolo sotto forma di ricordo, spostandosi nel futuro per sperimentare il presente come un momento del passato. È allora che per Aciman il presente diventa felice: quando diventa passato. 

Non è un'operazione facile. Ci si impegna in una parallasse mnemonica. 
[vedi Treccani: Parallasse s.f. dal gr parallaxis, mutamento, deviazione; derivato da parallasso, cambiare, spostare = Spostamento angolare apparente di un oggetto, quando viene osservato da due punti di vista diversi].

Si cambia il punto di osservazione e l'osservato muta. L'osservato è il nostro presente. A questo dobbiamo guardare, dice Aciman, avendone come una memoria anticipata. Ed ecco che, contrariamente a tutte le voci che riducono la nostra vita al presente, questo, "stretto tra il ricordo e la memoria anticipata, non esiste". Questo giorno, questo momento, in un rapido cambio di scena lo proietto sullo schermo del passato; su quello schermo lo guardo e ne colgo aspetti, significati e qualità che altrimenti non riconoscerei. 
Non è come dirsi "ma sì, in fondo non sto troppo male, non è poi una brutta giornata"; queste sono autoconsolazioni che Aciman non tollererebbe. Un po' gaglioffe, un po' ingenue. No, è un autentico scavo archeologico che porta alla superficie della coscienza qualcosa di cui forse diverremmo consapevoli solo dopo dieci, venti, anche cinquant'anni. E di questo momento, di questo giorno potremmo solo provare rimpianto. Della sua possibile felicità ci accorgeremmo sì allora, ma con amarezza.
Perché, ci ammonisce Aciman: "Ciò che conta e che non muore mai è il ricordo della vita immaginata che avevamo sperato di vivere".

Infatti dei molti torti che possiamo fare a noi stessi -e ve lo dice una che di torti a se stessa ne ha fatti molti- ce n'è uno imperdonabile: non accorgersi di essere felici mentre lo si è. 
Il metodo Aciman può essere di aiuto per sottrarci a questa terribile condanna.

Se poi occuparvi del Tempo, passato, presente o futuro che sia, non è pratica che vi interessi, invece che ad Aciman potete rivolgervi a Dagerman. Potreste  trovare liberatoria la sua radicalità (rammentando però che si tolse la vita a 31 anni).
"Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l'eternità non si cura di me. Ma chi mi chiede di curarmi dell'eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo...il tempo è una falsa misura per la vita. Stig Dagermann


 Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
 Andre Aciman

 Stig Dagerman 1923-1954










 –


lunedì 27 aprile 2015

rileggere Philip Roth

Ho iniziato a rileggere, per la terza volta, i libri di Philip Roth. E come sempre ritrovo quello che lo scrittore stesso ha detto di sé:
"Un assoluto divertimento e una mortale serietà sono i miei più intimi amici".

"Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d'acciaio spesse quindici centimetri, offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l'affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe di avere il cervello di un carro armato... "[la gente] la capisci male prima di incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l'incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell'incontro e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, ai tuoi stessi interlocutori, la faccenda è, veramente una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci.....Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male, male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se riuscite…beh, siete fortunati."

mercoledì 30 luglio 2014

quando qualcuno parla anche per noi

È un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto? Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore, se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?

Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o 
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.

Da “Innamoramenti” di Xavier Marias



quando qualcuno parla anche per noi


"Immaginai che fossimo tutti seduti nel salotto, con un buco al posto di Arnold. “Tanti buchi” mi dissi. “Tutta la casa piena di buchi. Dove stava seduto. Dove giocava a carte. A tavola.” 
Marya Hornbacher Al centro dell’inverno


sabato 24 agosto 2013

Dicono di me

"Piangere l'assenza di una persona è un po' come innamorarsene di nuovo"
Eleanor Dymott

venerdì 8 febbraio 2013

si tratta dell'io di tutti noi

"Ridevo segretamente. Lo humor era già per me quel che sarebbe rimasto per tutta la vita: un aiuto necessario, il più efficace di tutti. Più tardi, molto più tardi, in televisione e in mezzo alla gente, i paladini della serietà mi hanno chiesto insistentemente: 
"Perché raccontate sempre delle storie che vi danneggiano, Romain Gary?" 
"Ma non si tratta solo di me, si tratta dell'io di tutti noi. Del povero, piccolo regno dell'Io, così comico, con la sala del trono e il recinto fortificato."


giovedì 31 gennaio 2013

l'enfer c'est les autres: lettura autentica di Jean Paul Sartre

Ho voluto dire "l'inferno sono gli altri". Ma "l'inferno sono gli altri" è stato sempre frainteso. Si è creduto che io volessi dire che i nostri rapporti con gli altri sono sempre avvelenati, che si tratta sempre di rapporti infernali. Invece è tutt'altro che voglio dire. Voglio dire che se i rapporti con gli altri sono contorti, viziati, allora l'altro non può che essere l'inferno. Perché? Perché, in fondo, gli altri sono ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi. Quando noi riflettiamo su di noi, quando tentiamo di conoscerci, noi usiamo in fondo le conoscenze che gli altri hanno già su di noi, ci giudichiamo con i mezzi che gli altri hanno, ci hanno dato, di giudicarci. Qualunque cosa io dica su di me, sempre il giudizio altrui vi è presente. Qualunque cosa io senta di me, il giudizio altrui vi è presente. Il che vuol dire che, se le mie relazioni sono cattive io mi metto in una totale dipendenza degli altri e allora, sì, io sono in inferno. C'è una quantità di gente nel mondo che è in inferno perché dipende troppo dal giudizio altrui. Ma questo non vuol dire affatto che non si possano avere differenti rapporti con gli altri: questo indica solo l'importanza capitale di tutti gli altri per ciascuno di noi.
Jean Paul Sartre



J'ai voulu dire « l'enfer c'est les autres ». Mais « l'enfer c'est les autres » a été toujours mal compris. On a cru que je voulais dire par là que nos rapports avec les autres étaient toujours empoisonnés, que c'était toujours des rapports infernaux. Or, c'est tout autre chose que je veux dire. Je veux dire que si les rapports avec autrui sont tordus, viciés, alors l'autre ne peut être que l'enfer. Pourquoi ? Parce que les autres sont, au fond, ce qu'il y a de plus important en nous-mêmes, pour notre propre connaissance de nous-mêmes. Quand nous pensons sur nous, quand nous essayons de nous connaître, au fond nous usons des connaissances que les autres ont déjà sur nous, nous nous jugeons avec les moyens que les autres ont, nous ont donné, de nous juger. Quoi que je dise sur moi, toujours le jugement d'autrui entre dedans. Quoi que je sente de moi, le jugement d'autrui entre dedans. Ce qui veut dire que, si mes rapports sont mauvais, je me mets dans la totale dépendance d'autrui et alors, en effet, je suis en enfer. Et il existe une quantité de gens dans le monde qui sont en enfer parce qu ils dépendent trop du jugement d'autrui. Mais cela ne veut nullement dire qu'on ne puisse avoir d'autres rapports avec les autres, ça marque simplement l'importance capitale de tous les autres pour chacun de nous.

giovedì 3 gennaio 2013

già...

"La morbosa passione di avere ragione regnava ovunque".

Paula Fox "Costa Occidentale"

sabato 22 dicembre 2012

in piena luce

Nel libro L'angoscia di Re Salomone di Romain Gary teatro della storia è un'associazione di aiuto, "S.O.S. Benevoli, alla quale si può telefonare giorno e notte quando il mondo diventa troppo pesante da portare e perfino opprimente ed è l'angoscia".

Così uno dei volontari accoglie un possibile nuovo volontario:

"È abbastanza difficile, vedrà. A conti fatti, tutto si riduce a un eccesso d'informazioni su noi stessi. Prima, uno poteva ignorarsi. Poteva conservare le proprie illusioni. Oggi, grazie ai mass-media, alla radio e soprattutto alla televisione, il mondo è diventato eccessivamente visibile. La più grande rivoluzione dei tempi moderni è questa improvvisa e accecante visibilità del mondo. Nel corso degli ultimi trent'anni abbiamo appreso sul conto nostro più di quanto abbiamo appreso nel corso dei millenni, ed è una cosa traumatizzante. Quando abbiamo finito di ripeterci, ma no, non sono io, sono i nazisti, sono i cambogiani, sono i...che so io, finiamo col comprendere che si tratta di noi. Di noi stessi, sempre, dappertutto. Di qui la colpevolezza. Ho parlato poco fa con una giovane donna che mi aveva annunciato l'intenzione di immolarsi col fuoco per protestare. Non mi ha detto contro chi voleva protestare a quel modo. Ma è evidente. Il disgusto. L'impotenza. Il rifiuto. L'angoscia. L'indignazione. Siamo diventati im-pla-ca-bil-men-te visibili ai nostri stessi occhi. Siamo stati brutalmente trascinati in piena luce, e c'è poco da stare allegri."


lunedì 10 dicembre 2012

senza risposta

« Cependant j’étais loin d’être désespéré. Je ne le suis même pas devenu aujourd’hui. Je me donne seulement des airs. Le plus grand effort de ma vie a toujours été de parvenir à désespérer complètement, il n’y a rien à faire. Il y a toujours quelque chose en moi qui continue à sourire. »
Romain Gary La promessa dell'alba

"Eppure io ero ben lontano dall'essere disperato. E non lo sono divenuto neanche oggi. Mi do solo delle arie. Il più grande sforzo della mia vita è sempre stato di arrivare a disperare completamente, ma non c'è niente da fare. 
C'è sempre qualche cosa in me che continua a sorridere."

Come prima cosa si sorride di questo grande sforzo per arrivare a disperare di Gary. Come sempre l'ironia di Gary rende leggero anche il più profondo dei pensieri. (Solo quando Gary parla dell'amatissima madre l'ironia cede, svanisce). 

Gary non mente sul sorriso: si continua a sorridere, è vero. Noi come lui. 
E io credo nel sorriso di Gary, credo nel sorriso di Gary come segno di una inarrestabile fiducia nella vita.
Il titolo del libro "La promessa dell'alba" ha un doppio significato.
Quel genitivo può essere soggettivo -è l'alba che ci promette qualche cosa per il nuovo giorno- o oggettivo -Qualcuno ci promette l'alba. Quest'alba che torna in ogni caso è una promessa e Gary la raccoglie.
Ma siamo davvero sicuri che l'alba sia sempre una promessa? Sia che essa sia pura natura, profezia che si autorivela o dono da un altro luogo-tempo-essere, è sempre una promessa?
Per quanti lo è?
Per chi non può esserlo?
E si può credere alle promesse?

giovedì 6 dicembre 2012

cattivi sentimenti

Così descriveva Marcel il carattere della sua prozia "Ogni volta che vedeva negli altri un bene, per quanto piccolo, che lei non aveva, persuadeva se stessa che non era un bene, ma un male, e li compiangeva per non doverli invidiare".

Persone così, penso, le abbiamo incontrate tutti. Ci compiangono ma forse più meriterebbero di essere compiante. 

mercoledì 28 novembre 2012

Zefirina ed io

Zefirina ed io abbiamo letto, e amato, lo stesso libro. "Ma chi ti credi di essere?" di Alice Munro. Zefirina ne ha parlato qui e ha riportato dei brani sparsi che l'hanno colpita, proprio come ho fatto io. E ben quattro coincidono!
Senza riscriverli li ho copiati da lei e poi ne ho aggiunti altri.



Che si può fare dell'amore quando raggiunge questi livelli di disperazione, impotenza e concentrazione folle?
Qualcosa verrà senz'altro a demolirlo.


Era proprio l'amore a darle il voltastomaco. L'asservimento, la mortificazione di sè, l'autoinganno, Questo la colpiva. Ne vedeva bene il pericolo; ne intuiva l'errore. Gettarsi a capofitto nella speranza, nell'abbandono all'altro, nel bisogno.


Pensò a quanto l'amore allontani il mondo da noi, quando è felice non meno di quando non lo è.
....In un modo o nell'altro l'amore ti deruba sempre di qualcosa. una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà.



A renderci desiderabili non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che senza saperlo abbiamo dentro di noi.


QUESTI QUATTRO PASSI LI ABBIAMO SEGNATI ENTRAMBE.

Ed eccone altri


...Le figure degli uccelli...Erano lì luminosi ed eloquenti, così in contrasto con quanto li circondava che non sembravano nemmeno rappresentare soltanto quegli uccelli, quei cieli e quella neve bensì un mondo diverso di gagliarda innocenza, privilegiata spensieratezza e prodiga distribuzione della conoscenza. 



Per suo padre Flo incarnava l’ideale di donna. ..La donna doveva essere energica, efficiente, in gamba a fare e a risparmiare; doveva esssere furba, abile nel contrattare, imperiosa e capacxe di smascherare le altrui falsità. Al tempo stesso doveva mostrarsi intellettualmente ingenua, puerile, nemica di carte geografiche, paroloni difficili e di tutto quello che c’è nei libri, piena di belle idee confuse, superstizioni, credenze popolari. 

..viveva di soli pensieri...

In quei momenti sentiva la presenza del corpo di (sua figlia) Anna nell’appartamento con la stessa naturalezza con cui ne aveva sentito il peso dentro di sé...

In quel momento sarebbe stato così per chiunque non fosse Simon. Le risultavano tutti irritanti e indesiderati. Rose capiva benissimo che cosa l’aspettava. Tutti i normali piaceri, i conforti, le distrazioni della vita stavano per essere imballati e messi via; il gusto per il cibo, la musica, i lillà, un temporale notturno; sarebbe svanito tutto. Non avrebbe più voluto altro che coricarsi sotto il corpo di Simon, nientìaltro che abbandonarsi a quegli abbracci spasmodici. 


Non devi metterti intesta di essere migliore degli altri solo perché impari le poesie a memoria. Chi ti credi di essere? 




giovedì 22 novembre 2012

a tempo perso


Ha scritto Tommaso Landolfi: Perdere tempo è come perdere sangue.

Non ci ha consegnato però la sua idea di tempo perso e di tempo ben impiegato, non ci dice qual è quella perdita di tempo che come un’emorragia impoverisce la nostra vita e la rende pallida, esangue. Io sono personalmente certa che il tempo fruttuoso è anche moltiplicatore allunga, cioè dilata, la nostra vita ed il suo stesso senso. Ognuno di noi ha una sua idea del tempo ben speso e nessuno dovrebbe indicare ad un altro in che modo spendere il suo, perché, sia chiaro, il tempo è la vita stessa e cosa farne è una insindacabile decisione individuale. Nella pratica però ognuno di noi ha molto da dire sul modo altrui di spendere il tempo. Personalmente mi capita di osservare esseri umani e di non capacitarmi del fatto che passino il loro tempo, che so, seduti in un salotto televisivo, sera dopo sera, commentando con passione insignificanti accadimenti o anche accadimenti di pregnante significato che loro stessi rendono trascurabili. E mi chiedo: ma la sera, quando si struccano o si tolgono la cravatta, come si sentono? Cosa pensano di se stessi e della loro giornata?
Questo è solo un esempio. Sono infatti molti i casi in cui l’uso che fanno del tempo i miei simili mi lascia non indignata, no, ma attonita, priva del più piccolo barlume di comprensione; sono tanti i comportamenti altrui che suscitano in me questa paralisi del giudizio, questa incapacità persino di dire: ma che cavolo di modo è questo di passare il proprio tempo! Sono usi del tempo che  mi travalicano e mi proiettano in  universi mentali imperscrutabili, di fronte ai quali non so che sgranare gli occhi e ammutolirmi. Eppure anche questa specie di sospensione del giudizio non è virtuosa, lo so: è come quando su un tabellone dei giudizi — scolastici o sportivi o di diverse nature concorsuali — accanto ad un nome si traccia la scritta “Non classificato”. C’è un giudizio più severo del dire a qualcuno che non è neanche stato giudicato? Beh, non so a voi, ma a me capita. Considerate questa una confessione.

Ah, voglio aggiungere che spesso è proprio il tempo perso il più fruttuoso dei tempi.
Io sono una sostenitrice del mio tempo perso.


venerdì 16 novembre 2012

il vocabolario impossibile

"...chi troverà questo mio diario, avrà un sicuro vantaggio su di me: d'una lingua scritta è sempre possibile desumere un vocabolario e una grammatica, isolare le frasi, trascriverle o parafrasarle in un'altra lingua, mentre io sto cercando di leggere nella successione delle cose che mi si presentano ogni giorno le intenzioni del mondo nei miei riguardi e vado a tentoni, sapendo che non può esistere alcun vocabolario che traduca in parole il peso di oscure allusioni che incombe nelle cose."

Italo Calvino "Se una notte d'inverno un viaggiatore"


Non è notte, non è inverno, non sono un viaggiatore, ma anche per me non esiste vocabolario...

martedì 6 novembre 2012

il treno di Artemisia

Sto rileggendo Joseph Roth -no, non per la civetteria del rileggere, ma per un uso più sobrio ed economico sia del tempo che del danaro. E avendo una cospicua biblioteca posso scegliere ed anche contare sulla varietà. (Anche Luciano Comida, il nostro Idefix, ci raccontò di aver preso una decisione analoga. Poi ci lasciò e io lo ricordo con rimpianto. Ma ho scoperto che sua moglie Tatjana ancora tiene vivo il blog).

Rileggendo si fanno tante e inaspettate scoperte. Anche su noi stessi. E se vecchie letture possono oggi deluderci si scoprono in compenso tesori passati quasi inosservati.
È pur vero che qualunque parola scritta è là, scritta per sempre, mentre il nostro sentire si modifica continuamente e dunque cambia continuamente l'eco con cui quella parola scritta può risuonare dentro di noi.
Ma torniamo a Joseph Roth, letto nei primi anni '80. Non avrei detto che la sua opera, così localizzata temporalmente, così specifica di un tempo e anzi di un'epoca, potesse oggi essermi a tratti così vicina. Sottovalutazione, certo. O, più probabilmente, incomprensione e temporanea ma sciocca dimenticanza del fatto che lo sguardo di un grande scrittore iperscruta noi esseri umani nel sempre.

Oggi di nuovo mi sono imbattuta in un' osservazione che Joseph Roth mette in bocca ad un suo personaggio e che mi riguarda. E forse non solo me.

Essa suona così:

".....ci sono le crisi, i momenti culminanti e le cosiddette peripezie, ma noi stessi non ne sappiamo niente, e non riusciamo a distinguere un momento culminante da uno senza importanza.... il riconoscere e il distinguere ci sono negati."
Joseph Roth : Confessione di un assassino.


Questa semplice verità mi ossessiona da qualche  anno. La nostra incapacità di riconoscere i momenti,  le ore, le giornate, anche le settimane che nella nostra vita saranno - e già pongono il seme per essere- decisive. I momenti culminanti, appunto.
Non distinguiamo, non percepiamo, incapaci di discernere, tra i giorni-giorni- la materia un po' indistinta di cui è fatta gran parte della nostra vita- e le giornate, quelle che della nostra vita stanno già segnando la direzione, e persino l'esito che essa avrà quando molto tempo l'avrà consumata; incapaci di distinguere nella massa informe - terra e roccia un po' inerte- che costituisce la nostra vita i sassi compatti dal pietrisco sdrucciolevole, le lastre destinate a frantumarsi dai blocchi persistenti.
Andiamo di fretta, viviamo in modo distratto, se non sconsiderato, come se la vita fosse ovvia. E ovvia non è.

Un'amica blogger -che sono contenta di aver incontrato due volte di persona- mi ha detto qualcosa ormai scolpita nella mia testa e che mi ha aiutata rispetto ad un mio doloroso sentimento.
Viviamo su un treno, ha detto, e fuori del finestrino tutto corre. 
Forse la citazione non è proprio letterale, ma il concetto sì, è proprio questo.
Sicché (uso questa congiunzione in omaggio alla sua fiorentinità) sicché ogni tanto me lo ripeto.
Non possiamo vivere prestando continuamente attenzione al nostro vivere- ricordandoci in ogni momento che un momento dopo potremmo non esserci, o qualcun altro potrebbe non esserci.
L'idea di vivere ogni giorno come se fosse il nostro ultimo giorno o l'ultimo giorno di chi amiamo -seducente e nobile anche- non è realizzabile. Cozza anche con la nostra biologia.
E poi siamo su un treno e il treno va e se anche teniamo gli occhi incollati al finestrino, fuori tutto si muove troppo in fretta, tutto è troppo confuso, tutto corre e in direzione opposta, mentre ancora ci sforziamo di vedere è già alle nostre spalle...

E così grazie a Artemisia e grazie a Joseph

sabato 6 ottobre 2012

sarà...





There is no past, present or future. Using tenses to divide time, is like making chalk marks on water.

Non esiste passato, presente o futuro. Usare i tempi per dividere il Tempo è come scrivere sull'acqua.
Janet Frame



E allora com'è che a me sembra tutto passato?



venerdì 28 settembre 2012

sempre Marguerite...


Maria poteva mentire con tutta la sincerità del mondo. Immagino che vivesse, come la maggior parte delle donne, di un’esistenza immaginaria, in cui ella era migliore e più felice che nell’altra. ...aveva anche ricordi di cui non parlava. La memoria delle donne assomiglia a quelle vecchie tavole di cui esse si servono quando cuciono. Ci sono cassetti segreti; ce ne sono di quelli chiusi da lungo tempo e che non possono aprirsi; ci sono fiori secchi che non sono ormai più se non polvere di rose; e matassine mischiate insieme e talora qualche spillo. La memoria di Maria era molto compiacente: doveva servirle a ricamare il suo passato.


mercoledì 22 agosto 2012

ignoranza

"È la vita a poco a poco a farti capire che proprio non hai capito"
da: "Mutandine di chiffon" di Carlo Fruttero

Le cose che non abbiamo capito sono molte di più di quelle che abbiamo capito. E quando ci sembra di aver messo insieme un piccolo gruzzolo di intelligenza del mondo, la vita non tarda a mostrarci la nostra ignoranza di vivere.