Sto rileggendo Joseph Roth -no, non per la civetteria del rileggere, ma per un uso più sobrio ed economico sia del tempo che del danaro. E avendo una cospicua biblioteca posso scegliere ed anche contare sulla varietà. (Anche Luciano Comida, il nostro Idefix, ci raccontò di aver preso una decisione analoga. Poi ci lasciò e io lo ricordo con rimpianto. Ma ho scoperto che sua moglie Tatjana ancora tiene vivo il
blog).
Rileggendo si fanno tante e inaspettate scoperte. Anche su noi stessi. E se vecchie letture possono oggi deluderci si scoprono in compenso tesori passati quasi inosservati.
È pur vero che qualunque parola scritta è là, scritta per sempre, mentre il nostro sentire si modifica continuamente e dunque cambia continuamente l'eco con cui quella parola scritta può risuonare dentro di noi.
Ma torniamo a Joseph Roth, letto nei primi anni '80. Non avrei detto che la sua opera, così localizzata temporalmente, così specifica di un tempo e anzi di un'epoca, potesse oggi essermi a tratti così vicina. Sottovalutazione, certo. O, più probabilmente, incomprensione e temporanea ma sciocca dimenticanza del fatto che lo sguardo di un grande scrittore iperscruta noi esseri umani nel sempre.
Oggi di nuovo mi sono imbattuta in un' osservazione che Joseph Roth mette in bocca ad un suo personaggio e che mi riguarda. E forse non solo me.
Essa suona così:
".....ci sono le crisi, i momenti culminanti e le cosiddette peripezie, ma noi stessi non ne sappiamo niente, e non riusciamo a distinguere un momento culminante da uno senza importanza.... il riconoscere e il distinguere ci sono negati."
Joseph Roth : Confessione di un assassino.
Questa semplice verità mi ossessiona da qualche anno. La nostra incapacità di riconoscere i momenti, le ore, le giornate, anche le settimane che nella nostra vita saranno - e già pongono il seme per essere- decisive. I momenti culminanti, appunto.
Non distinguiamo, non percepiamo, incapaci di discernere, tra
i giorni-giorni- la materia un po' indistinta di cui è fatta gran parte della nostra vita- e
le giornate, quelle che della nostra vita stanno già segnando la direzione, e persino l'esito che essa avrà quando molto tempo l'avrà consumata; incapaci di distinguere nella massa informe - terra e roccia un po' inerte- che costituisce la nostra vita i sassi compatti dal pietrisco sdrucciolevole, le lastre destinate a frantumarsi dai blocchi persistenti.
Andiamo di fretta, viviamo in modo distratto, se non sconsiderato, come se la vita fosse ovvia. E ovvia non è.
Un'amica
blogger -che sono contenta di aver incontrato due volte di persona- mi ha detto qualcosa ormai scolpita nella mia testa e che mi ha aiutata rispetto ad un mio doloroso sentimento.
Viviamo su un treno, ha detto,
e fuori del finestrino tutto corre.
Forse la citazione non è proprio letterale, ma il concetto sì, è proprio questo.
Sicché (uso questa congiunzione in omaggio alla sua fiorentinità) sicché ogni tanto me lo ripeto.
Non possiamo vivere prestando continuamente attenzione al nostro vivere- ricordandoci in ogni momento che un momento dopo potremmo non esserci, o qualcun altro potrebbe non esserci.
L'idea di vivere ogni giorno come se fosse il nostro ultimo giorno o l'ultimo giorno di chi amiamo -seducente e nobile anche- non è realizzabile. Cozza anche con la nostra biologia.
E poi siamo su un treno e il treno va e se anche teniamo gli occhi incollati al finestrino, fuori tutto si muove troppo in fretta, tutto è troppo confuso, tutto corre e in direzione opposta, mentre ancora ci sforziamo di vedere è già alle nostre spalle...
E così grazie a Artemisia e grazie a Joseph