martedì 3 luglio 2007

bombardate l'amuchina

Sfoglio con un bel po’ di nostalgia i quaderni di scuola elementare di mia figlia.
Datano Teheràn 1977. I disegni ingenui, ma molto belli, che già denunciano un talento innato. Trascurato poi.
I dettati, le operazioni. I pensierini, in italiano e in caratteri latini o in farsi e in caratteri arabi. In uno di questi descrive a modo suo l’arrivo a Samangàn durante il nostro viaggio in Afghanistàn. Parla di un castello misterioso. Il castello non era misterioso, ma era effettivamente un castello. Un piccolo fortino in cui viveva la famiglia allargata del signorotto locale. Un principe, a quanto ci dissero. Quattro alte mura in terra rossa e una torre circolare ad ogni angolo. Al centro, un grande giardino circondato sui quattro lati da portici su cui si aprivano i diversi appartamenti. A parte, una bassa costruzione quadrata in cui fummo accolti come fossimo principi anche noi. Era un' unica sala, coperta di tappeti e cuscini lungo le pareti. Nessun mobile. Sulla porta del salone un servitore faceva scorrere da una brocca d’argento dell’aqua fresca sulle nostre mani. Al suo fianco un altro servitore porgeva a ognuno di noi un panno bianco per asciugarci. Noi eravamo sporchi all’inverosimile e stanchi all’inverosimile. Ma quel trattamento e la figura impeccabile e colorita del padrone di casa ci fecero riprendere all’istante. Alto, imponente, vestito di viola, una folta barba, un sorriso caldo ma pieno di formale gentilezza, uno stile che non saprei mai descrivere, né imitare, qualcosa di regale e semplice insieme. Tutti, semisdraiati lungo le pareti ci guardavamo colpiti. Furono portati molti vassoi di cibo: verdure arrostite, montone in più di una foggia, risi con condimenti diversi, insalate, dolci, uvette, grandi ciotole di yogurt e il buon pane barbarì. Vennero sistemati in terra al centro della sala. Il padrone di casa ci dette l’esempio, sporgendosi a prendere il cibo con le mani e portandolo direttamente alla bocca. Iniziammo a mangiare. Su un vassoio il samovar per il tè, accanto una brocca di acqua. Assetati dopo il lungo viaggio eravamo attirati da quell’acqua. Ma come fidarcene? Esitavamo. Qualcuno optò per il tè, io lo versai per mia figlia. Ma tutti, desiderosi, continuavamo a guardare l’acqua. Il nostro ospite, con un gesto di squisita gentilezza, ci porse personalmente la brocca. Rassegnati nella peggiore delle ipotesi al tifo e nella migliore alla dissenteria, in più di uno ci sporgemmo, tendendo i nostri bicchierini turchesi. Ed ecco che Armando, il più salutista di tutti noi, e il più sfacciato, con gesto tranquillo, senza smettere un attimo di sorridere, tirò fuori la sua confezione di Amuchina dalla tasca e fece cadere una pasticca nella brocca che il principe tendeva. Poi valutandola insufficiente, per buon mercato ne fece cadere un’altra. Noi ritirammo automaticamente i nostri bicchierini, predisponendoci all’attesa. Infatti l’Amuchina impiega qualche minuto a sciogliersi nell’acqua. Il principe impassibile restò leggermente proteso, con la brocca in mano, uno, due, quattro minuti, finché un accentuato calore nel sorriso di Armando non gli ebbe confermato che il nostro rito igienista era compiuto. Quei quattro minuti in surplace, il principe brocca in mano, noi con i nostri bicchierini stretti al petto, in un silenzio quasi religioso, hanno esaurito per sempre la mia capacità di restare seria quando mi scappa da ridere. Fu uno sforzo così grande che da allora non posso più cimentarmi in analoghe prestazioni, rido e basta. Anzi, mi affretto a ridere e mi tolgo il pensiero. Un sospiro di sollievo accolse il sorriso magnanimo con cui Armando porse infine il suo bicchierino al principe. Quindi tutti bevemmo quell’acqua che aveva finalmente acquisito il familiare e disgustoso sapore di varechina.



Samangàn fu distrutta dai bombardamenti sovietici. Si volevano colpire i mujahiddin e si colpì la popolazione. Come una settimana fa’ ad Elmand, come due giorni fa’ a Kabul. Morti collaterali si chiamano. Come sono i morti collaterali? Meno morti? Si va nel paradiso dei collaterali? Essere collaterale è come essere complanare? Come le strade che affiancano una statale, portano allo stesso identico posto ma sono meno trafficate? E’ questa una morte collaterale? Una morte che porta allo stesso nulla, ma per una via più spedita, meno trafficata?
Io non ne posso più.

12 commenti:

  1. Tu, Marina, sei veramente nata per scrivere: complimenti!

    RispondiElimina
  2. In quale anno sei stata in Afganistan ? Quanti eravate ?

    RispondiElimina
  3. Ciao Paola, senza nessuna ipocrisia sentirmi dire che sono nata per scrivere mi fa del male.
    Non ho saputo trasformare un piccolo dono, o comunque un grande bisogno, in una attività riconosciuta.
    Le ragioni sono così tante e così profonde che mi danno il mal di mare. Di cui per altro non soffro.
    Ma poiché non è mai troppo tardi considero il tuo apprezzamento un incoraggiamento.
    grazie

    RispondiElimina
  4. In Afghanistàn siamo stati nel 1977, mia figlia ha compiuto i 6 anni ad Herat. A parte mio marito ed io gli altri amici venivano tutti dall'Italia. Eravamo dieci.
    Mia figlia era l'unica bambina.

    RispondiElimina
  5. SCusa Marina, ma neppure io sono diventata docente di Leadership a 20 anni... Sono arrivata a pensarci verso i 50 (ora ne ho 57, 58 ad Agosto) e a realizzarlo da non molto.
    Se desideri scrivere, beh fallo ora !
    "If a story is in You, it has got to come out"
    Il passato e le varie esperienze possono solo aiutarti a farlo al meglio.
    Perch� poi..."Guardati da quel che desideri perch� finirai con l'ottenerlo"
    O la cosa ti impensierisce e ti fa paura ?

    RispondiElimina
  6. Equivoco:niente mi impedisce di scrivere, cosa che faccio praticamente sempre.
    Parlo di cose diverse dal blog.
    Il nodo è altrove ma questo quadratino è uno spazio troppo piccolo anche solo per sfiorarlo.
    Magari un giorno ne parliamo in un contesto diverso.
    Però grazie, mi dai sempre l'occasione di riflettere.

    Mi applicherò a "guardati da quel che desideri perché finirai con l'ottenerlo".

    RispondiElimina
  7. La figlia di cui sopra3 luglio 2007 10:59

    Salve, sono la figlia di cui sopra.
    Da quella volta nel castello afgano non ho mai smesso di sperare che ad una cena mi si presenti di nuovo un servitore per lavarmi le mani, e un altro con un per asciugarmele.

    Ad oggi non si è mai verificato e lo considero uno sconcio.
    Bestemmio tra me e me ad ogni fottuta cena in piedi.

    L'indomani, il padrone di casa ha acconsentito a presentarci le sue mogli, recluse in un'ala separata della casa. Naturalmente solo noi femmine del gruppo abbiamo potuto prendere il té con loro e chiacchierare un po'. Ne ricordo soprattutto il trucco accurato. Che donne!

    Marina ha omesso di dire che Armando l'amuchina me la metteva pure nella coca cola e francamente mi urtava i nervi.
    Non è mai stato un'aquila, del resto.

    RispondiElimina
  8. povero Armando, già sento che diventerà protagonista di un altro post, mi tornano a mente svariati episodi meritevoli.
    Quanto alla visita all'harem quella non mancherà di certo.

    RispondiElimina
  9. Che FORTE tua figlia !

    RispondiElimina
  10. la principessa degli abissi, dunque, si è formata ad amichina!!!

    RispondiElimina
  11. La figlia 3 (e poi basta)4 luglio 2007 17:19

    @elisa: cretina!
    @marina: comunque ne ho compiuti 7, di anni, non 6

    RispondiElimina
  12. L'Armando? Svelto di mano, ma lento di piede.

    Un marinaio mongolo originario del Gandara, mi raccontava che a Bamyan, all'interno del grande Budda di pietra scolpito nella montagna, una crisi di clustrofobia bloccò gli arti inferiori dell'Armando, allorchè provò a scendere le strette scale che aveva salito sino alla sommità. Impresa ardua, ma compensata dalla vista imponente delle colline di cipria del Gandara e le nevi dell'Hindokush che scintillavano sotto il cielo cobalto,

    La scala era un budello scuro che si avvitava per 35 metri sino a raggiungere l'uscita posta nel piede sinistro del Budda. Ebbene, sembra che gli arti dell'Armando si rifiutarono di andare oltre. Non valsero le preghiere dei compagni di viaggio, corsi fai-da-te di psicoanalisi intensiva. Niente! Restava lì come un gasteropode incollato al suo scoglio.

    Fù cortesemente spinto. Mille gradini di pietra sul fondo della schiena, haimè , tra le litanie propiziatorie di molti dialetti. Uscito infine, venne sollecitamente rianimato dalla guida afgana, che gli fece sorseggiare l'acqua del suo otre.

    Il marinaio mongolo, terminato il suo racconto mentre raggugliava una cima ai piedi del trinchetto, ridacchiò un'ultima frase. Il suo dialetto Pashtùn soffocato dalla risata, non facilitò la comprensione: credo recitasse più o meno così : < Chi di muchina colpisce, di Gandara patisce> .

    Sinbad

    RispondiElimina

Non c'è niente di più anonimo di un Anonimo