domenica 30 novembre 2008

ancora sul colpo da K.O.

@Franca: Ti diffido formalmente da qualunque cedimento, abbattimento, crinatura! Tu sei forte, indomabile, nessuno ti può abbattere! Ho detto.

@Artemisia- mi stai togliendo il post di bocca! Aspetta e ci occuperemo anche dei nostri momenti di esaltazione!|

@ Giorgio: ho adorato leggere la parola"pagare", ma il professionista sei tu. C'è già abbastanza gente che si improvvisa nel nostro paese!


invito all'ascolto

Vi invito all'ascolto dell'aria "Vedrai carino" del Don Giovanni di Mozart, cantata da Cecilia Bartoli.
Oltre alla musica spero che apprezzerete la malizia di Zerlina.


"Vedrai, carino,
se sei buonino,
che bel rimedio
ti voglio dar:
è naturale,
non dà disgusto,
e lo speziale
non lo sa far.
È un certo balsamo
che porto addosso:
dare tel posso,
se il vuoi provar.
Saper vorresti
dove mi sta?
(facendogli toccare il core)
Sentilo battere,
toccami qua."




@Artemisia: questa la canti qualche volta? Per me segna momenti di grande buon umore!

sabato 29 novembre 2008

sul colpo del K.O.

Come promesso rispondo qui ai numerosi commenti che sono arrivati al mio post "Il colpo del K.O."

Guglielmo commenta così: "Ma il K.O. non è quando non ci si rialza più?". Va bene che sono finita a terra, Guglielmo, ma prima o poi il ring lo sgombrano, no? :-)

Paola dancer e Cristiana si demoralizzano quando si finge una normalità che nel rapporto non c'è, quando non si vogliono affrontare i problemi, quando ci si rifiuta di discutere, magari di accapigliarsi. Quando si finge che tutto è a posto. E' la finzione che fa soffrire, mi sembra. La finzione e l'essere messi nella impossibilità di dire le proprie ragioni, di farsi capire e di capire.
Capisco quanto questa situazione sia pesante e quanta frustrazione procuri. Non mi sorprende che siano due donne a denunciarla. Nella mia esperienza spesso gli uomini considerano i chiarimenti, le lunghe discussioni in cui noi donne ci ingolfiamo volentieri, come pura perdita di tempo. Anche Arnica montana soffre quando le negano un chiarimento, quando i fraintendimenti restano in piedi. Ma arnica montana finisce K.O. anche di fronte ad un abbandono. Beh, cara amica, l'abbandono è un uppercut preso il quale pochi restano in piedi!

Gelato al limone, spiritosamente, ha deciso di prendermi in parola e non ci dice che cosa lo atterri. Anche UIFPWO8,  al secoloMaurizio, ha lasciato un commento scherzoso. Grazie ad entrambi per il sorriso.

Il colpo inferto a La mente persa è davvero duro: una madre laudatrice del Silvio nazionale.
C'è poco da scherzare, penso che sia davvero spiacevole verificare che la propaganda attecchisce anche in casa propria.

Sileno si sente al tappeto di fronte all'immagine del nostro paese ignavo, ormai incapace di indignarsi, in una fase di arretramento morale. 
Capisco e condivido questo sentimento ma mi puntello sulla constatazione che esiste nel nostro paese tanta gente sensibile, attenta, capace ancora di indignarsi. Come lui. Bisogna diventare contagiosi!

E' l'inganno e il tradimento che abbattono -temporaneamente, sia chiaro- Franca, Farfalla leggera, Dona e a. o. Anche non rispettare la parola data è infliggere un bel colpo. Lo accusa Pietro.
La fiducia viene ritirata ma il colpo è duro da riassorbire. Esperienza che ho fatta. Confermo che è amarissima. L'amica che mi ingannò mi ferì sanguinosamente, ma, malgrado tutto, la consapevolezza di non essere stata io a tradire mi medicò.


Evviva Saretta, mai messa al tappeto da nessuno, tranne da....sua madre! Ma si sa, le madri hanno armi misteriose e micidiali. Mia madre non mi metteva K.O. la ribellione non si è mai spenta in me, ma forse chi ti lascia "intronato" anche senza averti messo al tappeto ti fa un male altrettanto grande, perché duraturo.

Il colpo del K.O. di Guccia lo sento molto da presso: deludere gli altri mi fa star male. Ma ogni volta mi butto in corsa per riparare e insomma, bene o male ci metto una pezza.

Ronna 'ndunetta, Amalteo,  Rino e Anonimo soffrono quando vengono giudicati superficialmente.
Riconosco che è spiacevole, ma è un'esperienza che reggo abbastanza bene. Forse perché è una esperienza quotidiana, assolutamente comune. Continuamente la gente spara giudizi su tutti, così ad una semplice occhiata o dopo una breve conversazione. Ci ho fatto l'abitudine. Essenzialmente me la prendo quando i giudizi negativi su di me sono meditati, quelli superficiali li addebito alla... superficialità e penso sempre di poterli modificare.
Anonimo soffre anche per la solitudine intellettuale. Mi chiedo se possa significare il non aver trovato coloro che giudicano il mondo come lui. Forse è solo un problema di incontri giusti, perché una solitudine di questo genere mi sembra quella del grande genio, della persona talmente avanti rispetto alla sua epoca da essere sola col suo pensiero. E in tal caso alla solitudine non c'è rimedio alcuno.


L'indifferenza ferisce Gagarin, l'incapacità di alcune persone di uscire dal proprio egocentrico particolare e di ascoltare il problema dell'altro. Anche semplicemente di rivolgergli un rapido: Come stai? Se ne incontrano continuamente di questi tipi, sono così comuni che neanche mi sorprendono più. Sono abbastanza difesa dal fatto che ascoltare i problemi altrui mi interessa, anche in mancanza di affetto, mi interessa capire il tipo umano. E poi, forse, non mi aspetto mai che la gente si interessi ai miei problemi e non avendo aspettative in questo campo non soffro neanche delusioni.

Maria Cristina denuncia ogni tentativo di chiuderla in gabbia, di impedirle di andare. Condivido al mille per mille! Ma no, non riescono a mettermi K.O. e non mi pare neanche che riescano a metterci lei. Entrambe troviamo il modo di fuggire. C'è sempre una via di fuga: io ho spesso percorse quelle dentro di me. 

Siamo ora alle dolenti note cui ci richiama Giorgio. Lo mette a terra il non essere ricambiato nell'amore, nell'innamoramento, nei sentimenti. Beh, viene da dire che questo abbatte tutti! 
Ma per Giorgio la ragione sta nel non poter esprimere i suoi sentimenti di fronte ad una mancanza di reciprocità. E' vero che la mancanza di amore dell'altro ci impone di tacere il nostro. Brutta esperienza. Anche il restare chiusi in una situazione affettiva ormai esaurita perché legati dall'amore dei figli è una situazione da K.O. ma non per Giorgio. Lui trova comunque la capacità di indagare il senso del suo soffrire e al tappeto non ci va. Lo invidiamo in molti, penso.

Sono molto sensibile al colpo che atterra papavero di campo: il veder frainteso un proprio moto sincero a tal punto da ricevere un attacco in cambio del proprio slancio. E' orribile e io temo continuamente di essere fraintesa, sento sempre il bisogno di spiegarmi, di chiarire, di giustificarmi addirittura. Probabilmente rompo le balle con questa mia preoccupazione. Ma il fraintendimento di una nostra buona intenzione fa troppo soffrire!

Per ultima cito Tez, perché è la mia gemellina! "Mentire me stessa", dice lei. "Non potermi dire", dico io. Ma le due cose si intrecciano e si accompagnano, si accavallano e diventano la stessa cosa. E' il vederci sottratta la nostra autenticità. Sì, Tez, questo è il nostro colpo del K.O.! 


s'io fossi...

Fa freddo, piove, tutto è grigio ferro.
Se fossi un cavallo vorrei che lo stalliere mi coprisse con una bella gualdrappa, mi rifornisse di fieno e si levasse dai piedi. Pardon, dagli zoccoli.

venerdì 28 novembre 2008

il colpo del K.O.

Molti torti possono essermi fatti. Molte ferite mi possono essere inflitte. Vulnerabile, come tutti, molti colpi possono essermi inferti.
A me i miei, a voi i vostri. Ne esiste una bella varietà.

Ma, tra i miei, vince senza ombra di dubbio il tapparmi la bocca. Il mettermi in condizione di non esprimere me stessa. Di non poter dire, a voce o per iscritto. Di non potermi dire.


Chi mi fa questo, mi fa davvero male.
Mi mette davvero a terra. K.O.
Quando poi mi rialzo per un po' resto stordita e istintivamente, come un pugile suonato, mi metto in posizione di guardia, per ripararmi dai colpi che ancora potrebbero arrivare. 

Qual è il colpo del vostro K.O.?

giovedì 27 novembre 2008

storia della felicità/sedici/Freud ci apre gli occhi


Circa la felicità Freud esordisce così:
"Ci si sente inclini ad affermare che l'intenzione di rendere l'uomo felice non fa parte del piano della creazione." 
Voilà. Metteteci una pezza.

Io penso che avrei letteralmente adorato andare in analisi con Freud. Ecco un esempio di chiarezza:
Ad una paziente la cui patologia apparve presto legata alle circostanze della sua vita e che gli chiedeva cosa potesse fare per lei, Freud, magnanimo, rispose: "Senza dubbio il fato troverà più facilmente di me il modo per guarirla dalla sua malattia. Ma lei si persuaderà che sarà un grande successo se riusciremo a trasformare la sua infelicità isterica in infelicità comune. Con una vita mentale tornata alla salute lei sarà meglio armata contro questa infelicità." Freud non ha mai avuto peli sulla lingua. E questo me lo rende davvero simpatico.

Freud era dunque un tipo che si poneva  modesti traguardi: restaurare l'infelicità comune o normale (gemeines Unglück).


Ma nel mondo diversificatissimo della terapia della parola che ha preso le mosse da Freud questa esemplare e realistica modestia sembra non aver attecchito ed oggi esistono addirittura intere scuole di psicologia contemporanea che si spingono fino a promettere ai loro pazienti "autentica felicità". 


Per comprendere l'idea di Freud circa la felicità, basta sapere che prima di intitolare "Il disagio della civiltà" il suo famoso saggio, Freud lo aveva chiamato "L'infelicità nella civiltà."

E guardiamolo con l'occhio di Freud l'essere umano a caccia di felicità.

Dunque l'uomo si batte per diventare felice. Questo suo impegno verso la felicità ha una faccia negativa ed una positiva: "Esso mira da un lato all'assenza di dolore e dispiacere e dall'altro a provare forti sensazioni di piacere. Nel suo significato più ristretto la parola "felicità" è in rapporto solo con quest'ultimo."
La felicità insomma è una sensazione di piacere e qui si sente forte l'eco di Bentham. 
Il principio di piacere è una caratteristica naturale dell'uomo, è una forza primitiva ed esigente che governa i "processi primari " della mente.

Il "principio di piacere" si scontra però ben presto con un "processo secondario" che costringe gli esseri umani a controllare i loro desideri per scendere a patti con il "principio di realtà".

Il rapporto tra i due principi è antagonistico: la richiesta di piacere è sempre in lotta contro la realtà. Eppure il principio di piacere, insaziabile, lotta contro tutto ciò che vuole imporgli dei limiti: che sia il "processo secondario" interiore, della mente, o che sia l'ambiente esteriore circostante.
"IN ENTRAMBI I CASI SI TRATTA DI UNA BATTAGLIA CHE IL PRINCIPIO DI PIACERE E' DESTINATO A PERDERE.
IL SUO PROGRAMMA E IN CONTRASTO CON IL MONDO INTERO, COL MICROCOSMO COME COL MACROCOSMO.
NON ESISTE ALCUNA POSSIBILITA CHE SI REALIZZI. TUTTE LE LEGGI DELL'UNIVERSO SONO CONTRARIE."

Non sembrerebbe esserci altro da dire. Ma Freud sembra ben deciso a non lasciare illusioni.
Ciò che chiamiamo felicità per sua natura è possibile solo come fenomeno episodico. "Quando una qualsiasi situazione desiderata dal principio di piacere si prolunga produce al massimo una moderata soddisfazione."

Inoltre, attenzione, l'uomo non viaggia mica nel vuoto! Le condizioni dell'esistenza rispondono al nostro infinito desiderio di piacere con l'infinita possibilità di dolore. Sic.

Tre sono le possibili origini del dolore: "dal nostro stesso corpo, destinato alla decadenza e alla dissoluzione, che non può neppure evitare il dolore e l'ansia come segnali di avvertimento; dal mondo esterno, che può prendersela con noi con forze distruttive gigantesche e spietate; e infine dai nostri rapporti con gli altri. La sofferenza che deriva da quest'ultima causa è forse per noi più dolorosa di qualunque altra."

Nell'elencare tutte le strategie che gli uomini usano per raggiungere la felicità Freud ripercorre in pratica la storia di questa caccia al tesoro: l'edonismo, la chimica, l'isolamento volontario, le pratiche ascetiche, il lavoro umanitario, l'approccio estetico, la virtù.. e tutte destinate al fallimento.

Ci sono tutti nel discorso di Freud: gli stoici e la loro rinuncia ascetica, l'esilio beato di Rousseau, la speranza di Agostino, la virtù di Socrate e Platone, Sade e il suo edonismo, le droghe di de Quincey e Baudelaire, il sogno di rifare il mondo di Marx, la gioia del lavoro di Weber e Smith... 

E c'è l'amore erotico, la strategia più naturale per tutti noi e quella che ci avvicina più di ogni altro metodo a quella meta.
Ma, ci mette ancora una volta in guardia Freud: Noi non siamo mai "così indifesi contro la sofferenza come quando siamo innamorati, mai così disperatamente infelici come quando abbiamo perduto l'oggetto del nostro amore."

CHE FARE, DOKTOR FREUD?
Ebbene "il programma di diventare felici che il principio di piacere ci impone non può essere realizzato." Ma NOI NON DOBBIAMO E IN VERITA NON POSSIAMO RINUNCIARE AI NOSTRI SFORZI PER CONDURLO PIU VICINO ALLA REALIZZAZIONE, CON UN MEZZO O CON UN ALTRO."

La consapevolezza non deve avere "UN EFFETTO PARALIZZANTE". E nei fatti non ce l'ha.

Ha finito, Doktor Freud?
Sì, il Doktor Freud ha finito, ma, paradossalmente, ascoltarlo mi fa sentire molto ma molto meglio. POTERE DELLA PAROLA CHIARA.

mercoledì 26 novembre 2008

Tom, Jerry, Lucrezio Caro, Tommasino ed io


Tommasino ed io ci affrontiamo in una furiosa battaglia con i cuscini del divano che si conclude con me sepolta sotto tre cuscini sui quali lui cavalca allegramente. -Ti ho distrutta?- chiede dall'alto della sua posizione di predominio. (Così mi sente dire a mia figlia quando torna a casa dopo che lui mi ha tenuta impegnata nei suoi giochi "da maschio".) -Sì, ammetto ansimante, mi hai distrutta.- Allora scende e mentre mi libero dei cuscini mi domanda serio: -Sei contenta?-
-Certo, gli rispondo, lo sai che mi diverto a giocare con te.- Il che è la pura verità. -Bene, fa lui solenne, dopo lo rifacciamo. Adesso sei stanca.- Non mi resta che ringraziare.

Tommasino non ama essere troppo "sbaciato". E' molto "vero uomo" in questo.
Ma costituisce per me una terribile tentazione. Così mentre disegna gli do un bacio di sfuggita sulla nuca e poi gli dico: -Te ne posso dare un altro?  il dottore mi ha detto che mi farebbe bene alla salute darti un bacio ogni tanto.- Sorride divertito. -Tu nonna mi puoi dare tutti i baci che vuoi.- Io esulto fra di me. -Ma se non non hai la tosse, no!- Mi affloscio. 


Spaparanzati sul letto davanti alla tv Tommasino ed io "ci facciamo due cartoncini", come dice lui. Cioè guardiamo Tom e Jerry.
Lui mi sta praticamente spalmato addosso.
Ad un certo punto esclama soddisfatto: Come sei comoda, nonna!
Io mi crogiuolo nella felicità.
Penso a mia figlia e la ringrazio di avermi dato un nipote.
Penso a mia madre e la ringrazio di avermi data la vita.
Penso a Lucrezio Caro e all'inno a Venere. Alle stirpi degli animali e degli uomini che si susseguono. -Debbo andarlo a rivedere, mi dico, non mi ricordo più il verso in latino-.
Poi Jerry lancia un grido e scappa lungo un ramo d'albero inseguito da un Tom furioso.
Così torno al "cartoncino" e mi assesto un po' meglio sotto il piccolo corpo caldo di Tommasino.


Esiste la maternità, esiste la paternità, esiste la fraternità. Ma la "nonnità", perché non esiste?

lunedì 24 novembre 2008

il segnalibro/due

Il libro che vi presento oggi è appena uscito. Si tratta di "La solitudine delle madri" di Marilde Trinchero, edito dalle Edizioni Scientifiche Ma.Gi. di Roma.
L'autrice, membro dell'Associazione Professionisti Italiani Arte Terapeuti, si occupa da anni di tematiche femminili legate alla creatività e alla maternità.
E' una donna ancora giovane ma con un tratto di strada pieno e intenso dietro di sé, che comprende la pubblicazione di alcuni racconti e di un romanzo, e tre figli.

Qui sotto vi presenterò il libro. Cercherò di darne una descrizione esatta anche se naturalmente non sarà esauriente perché il libro solleva e accenna e sfiora temi per almeno altri due libri. (A Marilde: pensaci!)







Ma prima c'è qualche cosa che sento il bisogno di dire.
Qualche cosa che ha a che fare con me, con la mia maternità, col mio vissuto di madre. E di donna.
Benché il libro rifugga da accenti accattivanti, da trappole tendenzialmente commoventi, io mi sono commossa.
Ho provato un senso di sollievo e di gratitudine. Perché dice cose che andavano scritte. E bisognava saperle scrivere senza che si trasformassero in un atto di accusa e di ostilità verso questa esperienza ineguagliabile, arricchente, e malgrado tutto meravigliosa, che è la maternità.
E Marilde le ha scritte proprio come avrei voluto leggerle quando aspettavo mia figlia e mentre l'allevavo; quando il mio essere si divaricava e mi sentivo sola e diversa. Inadeguata e colpevole.
Eppure anche violentemente arrabbiata. Quando sperimentavo il peso schiacciante dello stereotipo materno e nello stesso tempo la consolante sensazione di fusione amorosa con mia figlia.

Avrei voluto poter dare il libro a mio marito il giorno in cui, richiamato duramente ad una responsabilità che, come tutti o quasi tutti gli uomini della sua generazione ignorava, mi disse: "Tu non avresti dovuto fare un figlio." Rappresentandomi a me stessa, per sottarsi ad un'accusa che in fondo a sé sentiva giusta, come "sbagliata", non degna forse di quel dono ineffabile che si chiama "maternità" perché lontana dalla visione sacrale che mi proponeva la società.
A dire il vero dovrei scrivere: avrei voluto poterglielo sbattere sul muso! E nel ricordo ancora vorrei farlo!

E avrei voluto poterglielo dare, no, questa volta non sbatterglielo sul muso, proprio porgerglielo, gentilmente, affettuosamente, il giorno recente in cui, col cuore stretto per lui, gli ho sentito dire: "Beata te che hai tutti questi ricordi di Francesca da bambina! Io non ne ho."

Avrei voluto averlo quando sentivo il bisogno di scrivere -la chiamata della mia vita- e un altro essere, con più diritti di me, mi sottraeva a me stessa.
Avrei voluto leggerlo quando piangevo, quando imprecavo, quando mi avvilivo, dicendomi che forse solo se fossi stata un genio, la grande scrittrice del secolo!, avrei avuto diritto a sottrarre qualche ora a mia figlia per chiudermi in una stanza e scrivere.
Ma poiché non ero un genio, avrei scritto poi.

Avrei voluto leggerlo allora, perché la solitudine di cui parla Marilde è stata anche la mia solitudine. Eppure io vivevo dentro al femminismo, lottavo per la nostra condizione di donne con tante compagne preziose.
Ma lo stereotipo era più forte e premeva intorno a noi.
E l'interdetto era dentro di noi.
Mentre gridavamo al mondo la nostra ira e gli rimproperavamo l'ingiustizia della nostra condizione, dentro di noi, nascostamente, il mito della buona madre, persisteva. E ci faceva soffrire. E dopo i nostri incontri e le lunghe riunioni e l'autocoscienza, quelle di noi che avevano figli tornavano nella propria casa, correndo affannate, e lì erano di nuovo sole.
Questo libro mi avrebbe fatto compagnia.
Questo libro mi avrebbe aiutata, legittimando ai miei stessi occhi i miei desideri, i miei bisogni, le mie fantasie.
E lo avrebbe fatto senza intaccare il senso prezioso che essere madre aveva per me.
Senza velare il coraggio-faccia al mondo, che l'essere madre mi aveva dato.

Quante cose sono risuonate dentro di me durante la lettura di questo libro!
Ed io sono sicura, assolutamente sicura, che ogni donna, già madre o no, vi troverà la risposta ad una sua domanda, la rassicurazione ad un suo dubbio su se stessa, la parola chiara ed affettuosa di cui ha bisogno.

Affettuosa è la parola che si addice a questo libro. Sembra strano. Un libro che parla di Winnicot e Claudel, di Medea e di Sylvia Plath, un libro colto, informato, profondo, scritto con eleganza, ha il calore dell'affetto.
Eppure è così. Marilde, io non ne dubito, è spinta a scrivere dalla indignazione e dall' amarezza per quello iato tra la realtà dell'essere madre e la retorica della maternità, iato in cui le donne talvolta affondano senza riuscire a rialzarsi, ma è spinta soprattutto da un moto affettuoso verso le donne. Io lo sento. Come una mano amichevole che si tende e porge aiuto.

E sono così contenta che questo libro abbia visto la luce!
Sono contenta per tutte le donne che adesso lo hanno a loro disposizione. Ed anche per tutti gli uomini.
Sono contenta e basta.
Grazie, Marilde.

E adesso basta con il personale.






La prima cosa che voglio dire di questo libro è che si tratta di un libro necessario.
Necessario alle donne, ma anche agli uomini.
Il libro osa, per la prima volta, posare lo sguardo sulla maternità senza il velo della retorica.
Si esce, finalmente, dallo stereotipo sociale e si guarda all'essere madre nella sua luce e nelle sue ombre.
Quelle ombre che costituiscono un vero tabù, ombre che spesso la madre nega con se stessa, mentre l'ansia e il senso di inadeguatezza la amareggiano e le difficoltà che affronta -da sola- la sfiniscono o la portano a disturbi di vario genere se non addirittura alla depressione.
Ma il libro non è un violento grido di allarme, o un perentorio atto di accusa.
Ha -e questo mi ha colpito molto- un'andatura calma e rassicurante, una tranquilla meditata fiducia nella possibilità che le ombre possano essere, in moltissimi casi, diradate.
La strada è la consapevolezza e la condivisione.

Il libro si articola in tre parti.
Nella prima si segue la donna -i suoi sentimenti, le sue sensazioni, le titubanze, le felicità, le paure, il senso di onnipotenza e quello di inadeguatezza- attraverso i momenti salienti del suo cammino di madre, dal "prima" -l'attesa e il parto- al "dopo" quando la madre comincia a sperimentare il rapporto con il figlio.
Egli è parte di lei, dipende in tutto da lei e questo la gratifica e le dà una sensazione di onnipotenza- ma è anche un "altro" da lei, un altro che su di lei deve avere sempre la precedenza, un altro che prepotentemente, e legittimamente, esige per sé tutte le sue energie.
"Idillio e difficoltà," chiama Marilde questa fase, una fase di ambivalenza che la società non prevede e spesso, se narrata dalla donna, non le perdona.

È in questa fase che può intervenire la depressione post-partum.
Spesso nascosta dalla donna che non osa parlare dei suoi sentimenti per tema che vengano interpretati come non amore per il figlio.
A causa di questo silenzio della donna, contro un 10% accertato di depressioni post partum, è possibile ipotizzarne un numero molto maggiore, tenuto nascosto per vergogna.
Occorrerebbe che la società riconoscesse che il famoso istinto materno è un concetto elaborato socialmente e che è stato elaborato proprio perché la donna si faccia carico della maternità senza pesare sull'uomo e sulla società (ma questo sono io a dirlo); che riconoscesse che la maternità va anche appresa, sottraendola a quell' "aura di sacralità" che la circonda ed entrando senza timori nel terreno dell'ambiguità che le appartiene.

Forse allora il maternity blues, la depressione post-partum e la psicosi post-partum, tutti quei disturbi di diversa gravità che affliggono le madri, potrebbero diminuire ed avere, come talvolta hanno, epiloghi meno gravi.

"Quanti di questi malesseri potrebbero essere eliminati o affievoliti o circoscritti in un tempo più breve, da una visione diversa della maternità? Una visione in cui possano essere inclusi anche i vissuti scomodi, ma reali, come la rabbia, l'egoismo, il sentimento di perdita? Una visione in cui si smetta di considerare la madre felice per definizione?" si chiede Marilde.

"La maternità è un bivio della vita meraviglioso e difficile. Quanto sia meraviglioso ci viene ricordato ogni giorno da più voci. È forse ora di intonare un coro su quanto sia anche difficile, anche doloroso, anche faticoso."

Né Marilde manca di sottolineare come dalla giusta esigenza di comprendere "conflitti ed esigenze del bambino" si sia passati negli ultimi cinquanta anni ad un vero e proprio "culto del bambino" con effetti dannosi per il bambino stesso.E tutto questo mentre la donna entrando nel mondo del lavoro ha visto moltiplicarsi i suoi doveri e crescer le sue ansie.

Tutto questo per quanto attiene alla consapevolezza, che deve diventare sociale. E alla condivisione delle esperienze e dei sentimenti di ambiguità che debbono diventare comunicabili. Dichiarati e non censurabili.

Ma la condivisione che occorre è anche quella delle responsabilità, della fatica, delle rinunce. Questa è la via che sola può evitare che "si perpetui ancora a lungo lo spreco di vite di tante donne, che non hanno la possibilità di esprimere la loro creatività, né di trovare la loro nicchia nel mondo al di là di essere madri."
Questo discorso non è riferito al genio, all'artista chiamato alle sue grandi opere, ma ad ognuno di noi.
Quanta parte della creatività, della semplice "tensione verso la propria realizzazione" che esiste all'interno di ogni individuo, anche l'individuo donna!- viene continuamente sacrificata e sprecata perché lo stereotipo materno descrive la donna come appagata all'interno della relazione con il figlio?

Se è vero che gli uomini di oggi hanno compiuto un importante tratto di strada imparando in grande numero i compiti di cura al bambino, è altrettanto vero che il loro ruolo sociale continua ad avere nella percezione della società una importanza che a quello della madre non viene accordata. (Mi permetto di aggiungere che le cifre dell'occupazione femminile nel nostro paese, mortificanti, ne sono una prova indiretta).


Un carattere del libro che mi piace molto è la mancanza di qualunque sentimento aspro nelle parole di Marilde. Non ci dà una visione amara della maternità, quasi fosse una prigione opprimente.

"Al contrario dello stereotipo della maternità, che è una forza esterna, un ruolo a cui la società chiede di compiacere, e che tanto malessere provoca, esiste-dice Marilde Trinchero- dentro le donne, l'archetipo della maternità [l'archetipo chiamato Demetra] che è invece una forza interna, un modello di comportamento istintuale, una vocazione che ad un certo punto si fa sentire. E che provoca anche, tantissima
felicità."

La seconda parte del libro è riccamente iconografica.
"Le immagini della maternità" si chiama. E le immagini sono sia quelle classiche di famose opere d'arte -dalla Venere di Laussel di 25.000 anni fa' a Frida Khalo- che i disegni di un gruppo di donne che hanno seguito con Marilde un corso di arte terapia. Marilde le legge e le commenta per noi e ci descrive nei dettagli come si articola il suo lavoro con le madri e come queste si avvicinino ad una maggiore consapevolezza dei significati ambivalenti della loro maternità attraverso l'espressione artistica.

La terza parte del libro rivolge lo sguardo al maschio. Al padre.
Marilde ci mostra la situazione di difficoltà in cui si trova oggi l'uomo, detronizzato dal suo posto di dominio negli anni della ribellione delle donne, con tutti i loro eccessi "pedaggio inevitabile dopo troppa condiscendenza"-; anni da cui sono usciti uomini "persi, spaventati e disorientati" incapaci di recuperare la "parte positiva del maschile: la forza, l'autorevolezza, il senso del limite."
Padri che hanno respinto il ruolo del "vecchio patriarca normativo", conosciuto come figli, ma sono passati direttamente a quello del padre/fratello, del padre/amico, abdicando alla loro funzione di guida.
Trovare un nuovo equilibrio, recuperare autorevolezza senza chiudersi di nuovo nella sordità sentimentale, è necessario alla donna -che spesso si trova a dover assumere anche il ruolo paterno- e all'uomo, che soffre questa nuova situazione come una ferita. Ma è necessario soprattutto al figlio.
Un padre-amico, molto affettivo ma niente o poco autorevole, non offre al figlio la guida di cui ha bisogno, né può eventualmente costituire elemento riequilibrante per una relazione madre-figlio troppo simbiotica.
Se poi guardiamo all'oggi della nostra società è innegabile che la famiglia deve tornare ad essere il luogo, caldo ma fermo, "dove si trasmettono anche regole e limiti".
La società "ha urgente bisogno di padri" dice Marilde.

Una ricca bibliografia oltre all'elenco di numerosi siti internet che possono svolgere una funzione insieme informativa e di scambio di esperienze, correda il testo.
Consiglio il libro a tutti. Madri, padri, non madri, non padri.



il terzo occhio

Qualche volta, andando per strada e sentendomi come mi sento -vale a dire quanto meno sconcertata del fatto di esistere-guardo gli altri -quella donna che si affretta, quel giovane impettito, quella ragazza sulle sue gambe slanciate- e mi chiedo: come si sentono loro? Vorrei fermarne uno a caso e chiedergli: "Come si sente lei? In questo preciso momento, lei come si sente?"
Ma mi attengo alle leggi del vivere in comunità ed evito di spaventare il prossimo mio. Mi rispondo da sola: alcuni sono allegri e soddisfatti, alcuni disperati e soli. Tutti hanno problemi e paure. Ma la maggior parte, questo è sicuro, la maggior parte di loro non si chiede come mi sento io in questo preciso momento; e, molto probabilmente, non si chiede neanche come si sente lui o lei. Vive e c'est tout.


Lo sguardo che mi segue dal 1991 e la cui pupilla è mia, non mi lascia mai. "Vous pouvez disposer", "Potete andare" gli ho più volte, regalmente, detto. Ma sembra sordo ad ogni comando.
Così andiamo insieme, lui ed io, io ed io.
Che strana coppia!

domenica 23 novembre 2008

assaggio di Bukowski

Morte di un idiota

parlava ai topi e ai passeri
e a 16 anni era bianco di capelli.
suo padre lo picchiava tutti i giorni e sua madre
accendeva candele nella chiesa.
sua nonna venne mentre il ragazzo dormiva
a pregare il demonio che lo lasciasse
libero
mentre sua madre ascoltava e piangeva
sulla Bibbia.

sembrava non badare alle ragazze
sembrava non badare ai giochi dei ragazzi
non c'era molto cui sembrasse badare
non sembrava interessato, tutto qui.

aveva una bocca grandissima, brutta, denti
che sporgevano
e gli occhi piccini ed opachi.
le spalle erano spioventi e la schiena curva
come quella di un vecchio.

abitava nel nostro quartiere.
parlavamo di lui, nei momenti di noia, e poi
passavamo a cose più interessanti.
raramente usciva di casa. ci sarebbe piaciuto
torturarlo
ma suo padre
che era un uomo enorme e terribile
lo torturava
per noi.

un giorno il ragazzo morì. a 17 anni era ancora
un ragazzo. una morte in un piccolo quartiere si nota
subito, e poi la si dimentica 3 o 4 giorni
dopo.

ma la morte di questo ragazzo sembrava non volerci
abbandonare. si continuò a parlarne
con le nostre voci di uomini-ragazzi
alle 6 del pomeriggio, poco prima di buio
poco prima di cena.

e ogni volta che attraverso quel quartiere
oggi, dopo decenni
penso sempre alla sua morte
mentre ho dimenticato tutte le altre morti
e tutto il resto che accadde
allora.


da Burning in Water, Drowning in Flame
(1972-73)
traduzione di Vincenzo Mantovani

rettifica

La canzone dei Modena City Ramblers mi è stata gentilmente inviata da Angela, alias Arnica-montana di le intermittenze del cuore
Scusami Angela!
senilità....:-((

sabato 22 novembre 2008

self help...

Ho appena ricevuto da Angela "Canto di Natale" dei Modena City Ramblers. Serve per sostenerci a vicenda nell' attraversare i tempi natalizi che si avvicinano. Grazie Angela!






Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c'è un altro Natale alle porte
Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell'aria
Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale

Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera
Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle
Dimentica il freddo le lacrime e le scarpe coperte di fango
E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer
Con tanti saluti ad un altro Natale.

Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
Verranno momenti migliori il tempo è una ruota che gira
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d'estate
Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano

Ti ricordi c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto
E un cordiale fanculo ad un altro Natale

orrore!

Nelle vetrine c'è già la neve finta, gli alberi di Natale e i Presepi formato Lilliput.
Le cartolerie traboccano di bigliettini di auguri con la Cappella Sistina e i negozi di lingerie di mutande rosse e giarrettiere con gli strass!
Fatemi l'anestesia totale e portatemi a svernare nel Botswana!

venerdì 21 novembre 2008

ebbene sì!


Ho ricevuto un nuovo premio.
Mi è stato gentilmente assegnato da Ebalsemin il nostro amico blogger che ci racconta infaticabilmente Venezia.
Lo ringrazio per questo premio che, come sempre, tengo rigorosamente per me.
Come diceva quello sketch? Si voleva dare e poi si tenne...

al vento


Quando era molto piccola mia figlia aveva paura del vento. Chiudeva gli occhi, incassava la testolina tra le spalle e agitava nell'aria le piccole mani, come a difendersi da un assalto. Io la riparavo col mio corpo e ho più volte pensato che sarebbe bello se con la stessa facilità potessi riparare mia figlia dagli assalti della vita. Invece non si può, ahimé. E, doppio ahimé, non si deve.

Il vento io invece lo amo. E l'ho sempre amato, anche da bambina.

Amo le brezze leggere, i soffi, i refoli, le bave di vento. Gli aliti sospirosi, gli spifferi persino. Amo i mulinelli, le raffiche taglienti, i turbini veloci.
Stando ben protetta amo anche i tornados, che dio mi perdoni, e i cicloni e gli uragani.
Amo il generoso ponentino romano e lo scirocco che soffia d'Africa, amo la tramontana che pizzica e il maestrale sontuoso. Amo il vento dell'est e dell'ovest, del nord e del sud.

Lo amo al mare, quando si spalanca tra quei due infiniti, quello d'acqua e quello di cielo; lo amo in città quando trova le sue vie e in montagna quando risale lungo le pareti maestose; e lo amo sui campi; sui campi -grano, papaveri, margherite o erba-erba- mi fa commuovere.

Amo il vento perché passa sul mio corpo e lo tocca. Amo stare in contatto con un elemento della natura. Mi piace sentirmelo addosso, come cosa viva che unisce me a lei.

Mi piace il vento anche perché varia, eppure è sempre lui.
Gira, si leva, si posa, soffia, cala, spira, alita. Aleggia leggero, quasi impalpabile e tira con forza, s'alza e cade.

E mi piace perché ha un suono. Perché sibila e urla e soffia e ulula e grida e mormora e sospira.

E mi piacciono le banderuole. Nei negozi di paese, nei grandi ferramenta, nei consorzi, sempre sono esposte delle banderuole. E ogni volta mi incanto a guardarle. Sono rigide, per non deformarsi sotto l'urto del vento, ma leggere, per rispondergli con prontezza. Quelle in alluminio sono le mie preferite. Aggiungono lo scintillio.
Sulla nostra casa in campagna la banderuola non c'è.
Quando dissi a mio padre: "Perché non ce ne metti una?" alzò semplicemente le spalle. Mio padre riconosceva i venti a naso e in più non era tipo da preoccuparsi da dove soffiasse il vento.

Neanche io mi preoccupo della direzione del vento; non è certo perché "si volge ad ogni aura indicando qual vento tiri" che vorrei una banderuola; è la grazia con cui la banderuola asseconda il vento che mi conquista: così sveltamente elegante e così temeraria!

Piantata su un tetto, silhoutte impavida nel cielo, offre alla vita la sua sottile sagoma, come tutti noi, in fondo.

Credo che sia proprio l'offrirsi che mi commuove in lei, l'esporsi, il non stare al riparo.

E' ingiusto che la banderuola sia diventato un epiteto dispregiativo. La banderuola non lo merita. Per non farle torto io preferisco usare "volta gabbana".

Alla lingua non si comanda lo so. E' vano tentare di indirizzarla, la lingua è un organismo vivente e si alimenta come le pare. Però mi piacerebbe stravolgere il significato metaforico ormai stratificato e poter dire, con orgoglio, con soddisfazione, vibrando insieme all'aria, "sono una banderuola!".

giovedì 20 novembre 2008

figlia di mezzo/diciotto/il paladino

Quando la figlia di mezzo, decenne o forse meno, si sentì affidare dalla madre sua sorella, più grande di lei di due anni, perché la proteggesse dagli sgarbi della vita, ignorò le sue proprie perplessità e si applicò al compito con la stessa diligenza con cui sempre si applicava ad ogni compito.
Ma continuò a domandarsi per molto tempo a chi sua madre avesse affidato lei.
Non trovando risposta a questo quesito, lo considerò inopportuno o mal posto e decise di accantonarlo dalla sua coscienza.

Il quesito sarebbe un giorno, ineluttabilmente, riaffiorato.

mercoledì 19 novembre 2008

meglio cercarseli da soli

Se nel cerca-blog di Google cercate blog il cui tema sia l'eros troverete solo blog dedicati a Eros Ramazzotti. Ora, per chi lo trova appetibile può anche andare bene, ma per chi avesse gusti differenti è una vera seccatura.
Ora vi chiederete perché nel cerca-blog io abbia digitato eros. La mia risposta è: perché no?

Se invece digitate romanticismo, il primo blog che vi propongono è quello di una ragazza che parla del suo ragazzo come di "colui con cui copula" e si rallegra del suo (del ragazzo) amore per il calcio perché "così la domenica si rincretinisce altrove".
Se state chiedendovi perché io abbia digitato romanticismo, la mia risposta è la stessa.


Neanche se digitate depressione il bersaglio è centrato. Vi imbattete infatti in un blog la cui autrice dichiara di volersi affogare a Lourdes ma si esibisce in sghignazzate diuretiche sui pellegrinaggi.
Scommetto che nessuno si chiede perché ho digitato depressione.


Infine se digitate cazzeggio resterete sorpresi: il primo blog consigliato è tenuto da una ragazza che non cazzeggia per niente: organizza una colletta per la giornata del Banco Alimentare e parla di morte e di estrema unzione.


Ma 'sto Google ricerca-blog con che lo fanno, con i piedi?




Se adesso proviamo con le immagini questa è la prima che compare per eros



francamente non mi sembra molto erotica, ma forse un maschietto è miglior giudice di me.

Proviamo con romanticismo.
La prima è l'immagine di un tomo sulla corrente filosofica, la seconda è questa.

Va bene tutto, natura arruffata, uomo che si staglia e guarda lontano. Il quadro è famoso, lo so, anche se non abbastanza perché io sappia dirvi di chi è. (Tereza mi informa che si tratta di Caspar David Friedrich (1774 – 1840) pittore tedesco, esponente dell'arte romantica. Il quadro si chiama: Viandante sul mare di nebbia.) Grazie Tereza!
Comunque di romantico, nel senso in cui comunemente si usa questa parola, non contiene proprio niente.

Cercando una immagine per depressione, effettivamente la prima che compare non è per nulla allegra. Qui Google ha fatto il suo lavoro. Anche se a ben guardare il soggetto potrebbe essere seduto in una vasca da bagno mentre qualcuno gli insapona la schiena. Piacevole, direi.



L'immagine che compare digitando cazzeggio è invece questa


beh, la risata ci scappa, ma la foto è talmente piccola che vien voglia di chiedergli: ma che fai, cazzeggi? A me poi, l'idea che si servano di un'adorabile scimmietta come di un giocattolo non mi fa cazzeggiare per niente.

Insomma nel cerca-immagini su quattro richieste solo quella sulla depressione è sufficientemente appropriata: deprimente!

martedì 18 novembre 2008

Cronaca di una buona, buona serata.



Il locale è Bibli, libreria ma anche Centro culturale, Caffetteria e Internet point, da più di dieci anni noto a Roma per le sue offerte culturali mai accademiche.
Il quartiere è Trastevere, ma in una via un po' riparata da quelle turistiche e ormai falsificate. Una volta c'era una grande tintoria.

Chi ci ospita è Gianni Donnigio Donvito, musicista, cantante-bassista, compositore e realizzatore di video, documentari, animazioni eccetera, eccetera, eccetera. Ma, soprattutto, il mio amico blogger che va a passo d'uomo. E' dietro la macchina da presa e realizzerà un video della serata.

Al piano c'è Frederic Fasel, pianista e compositore svizzero.

Al microfono, a leggere le sue poesie, c'è Cinzia Santo, poetessa del Salento che vive in Svizzera.



E in Svizzera è nata l'amicizia da cui è scaturito il recital di questa serata.

La voce del piano e quella di Cinzia si accompagnano o si susseguono, in ogni caso suonano un unisono di sentimenti. La gratitudine, la meraviglia, la nostalgia, la beatitudine, l'incanto. E tra le piccole composizioni poetiche di Cinzia -che con poche parole fa vivere davanti ai nostri occhi panorami, genti, mondi, ambienti, rapporti- e quelle di Frederic, si intreccia un dialogo perfetto: c'è pulizia, c'è tecnica, naturalmente, ma c'è semplicità, e, soprattutto, ispirazione.

Tutto risulta spontaneo, frutto di uno scambio di emozioni tra loro che si esibiscono per noi e noi che ne siamo conquistati.

Cinzia sa porgere le sue poesie con una grazia che ne moltiplica la bellezza e Frederic è un pianista dotato e un compositore toccante.

C'era un buffet, un tavolo delle meraviglie, che dai colori e dalla generosità sospetto di origine salentina.

Il recital mi è piaciuto moltissimo, me lo sono semplicemente goduto tutto.

E adesso aggiungeteci che in una botta sola ho incontrato per la prima volta di persona:
Gianni Donnigio, per il quale da un anno Anna ed io litighiamo volendolo entrambe adottare come figlio!
Luigi Mariano, cantautore e secondo me anche poeta, che viene dal Salento anche lui, ma fa ormai parte della scuola romana.
Ho anche conosciuto Paola Dancer , che non conoscevo come blogger, ma che mi ha immediatamente conquistata, per la sua grazia e il suo calore.

Non vi sembra che sia stato un vero regalo, una così buona serata?

Luigi ha osservato, contento, che in quella sala erano riuniti tanti talenti artistici. Io non ho potuto fare a meno di pensare che questo nostro paese è pieno di giovani talenti artistici, che fanno miracoli per camminare sulle loro gambe e che meriterebbero riconoscimento e sostegno pubblico.

Tornata a casa ero contenta. Forse ho anche desiderato, ma un attimo solo, lo giuro, di essere ancora giovane anche io e di poter guardare il futuro con i loro stessi occhi.
Per non creargli imbarazzo non vi parlerò di quelli di Gianni; dirò solo, en passant, che c'è un miscuglio di intelligenza e tenerezza. E di quelli di Luigi, dirò solo che sono ridenti e insieme molto attenti.
Ma non posso, proprio non posso, tacere di quelli di Paola. La giovane ballerina ha due occhi neri come le macchie nere sul sole e brillanti come il sole medesimo. Parlano, e sono sicura che parlano in ogni lingua umana.

Alla serata mi aveva accompagnata, scorrazzandomi amabilmente avanti e indietro, la mia amica Cristina che ringrazio per avermi strappata alla mia ritrosìa.
Così come ringrazio Cinzia per le sue poesie, Frederic per la sua musica e Gianni per esistere.
E c'est tout.

lunedì 17 novembre 2008

a rifletterci...

E' sorprendente come una persona puntuale come me -fino all'ossessione- sia sempre arrivata tardi a tutti gli appuntamenti importanti della vita.

Probabilmente ero troppo occupata a rispettare quelli trascurabili.

domenica 16 novembre 2008

appassionato appello

Amici blogger ho inserito il gadget "lettori". E' deprimente: ne risultano solo due. Accodatevi per pietà...
Tenete conto che in questo modo sarete più facilmente raggiungibili. Inoltre comparirà la foto, splendida, del vostro profilo.
In più l'iscrizione al mio blog funziona come vaccino antinfluenzale e, d'estate, come autoabbronzante.
Siete però avvertiti che non è contraccettivo.

segnalazione

Per Cioccolatini avvelenati: non riesco a commentare! come si fa? Telepaticamente?
Aspetto indicazioni, marina

come promesso


POESIE DI FORUGH FARROKHZAD da La strage dei fiori


Trascrivo intera, una sola poesia, per non fare un troppo grande torto all'editore (OXP orientexpress ) e al traduttore (Domenico Ingenito)
Per il resto, solo frammenti.

INSIEME

Arriva la notte
e poi il buio, oltre la notte
e dopo il buio
gli occhi
e le mani
e respiri, sospiri, respiri..
e la voce dell'acqua
che scorre goccia, a goccia, a goccia
dal rubinetto.

E poi
i due punti rossi
di due sigarette accese
e il tic-tac dell'orologio,
e due cuori,
due solitudini.
(da Un'altra nascita)


IL MIO UOMO

Il mio uomo
con il suo corpo nudo e disinvolto
come la morte s'innalza,
sulle sue cosce vigorose.

S'intrecciano le fibre
delle sue membra nervose
al disegno solido del suo corpo.
Il mio uomo dai tempi andati
delle generazioni perdute sembra giunto.

Un tartaro nel taglio dei suoi occhi
in agguato dei viandanti,
un barbaro nel guizzo splendente dei suoi denti
incantato dal sangue caldo
della preda....
(da Un'altra nascita)

SULLA TERRA

Non ho mai desiderato, io
diventare un astro nel miraggo del cielo
o come spirito dei prescelti, diventare
compagna silenziosa degli angeli
mai stata, io, separata dal terreno
e mai amica delle stelle,
io m'innalzo sulla terra
e il mio corpo come verde stelo
è dal sole e dal vento e dall'acqua che attinge
perché viva....
(da Un'altra nascita)

RITORNO

....
Scrutavano i miei occhi e io chiesi:
Cos'è rimasto di lui?
Ma vidi che vuota era la stanza
del suo chiasso un tempo bambino.

Dal cuore di terra fredda dello specchio
improvvisa la sua immagine spuntò come un fiore,
nell'onda del suo sguardo di velluto
ahimé, anche in sogno mi vide.

Mi appoggiai al petto del muro,
Dissi pian piano
Sei tu, proprio tu, Kami, bimbo mio?
E compresi che di quel passato amaro
altro non restava che il ricordo di un nome...
(da Rivolta)


QUEI GIORNI

...
Quei giorni andati,
quei giorni dell'anno nuovo
ad attendere il sole e i suoi fiori,
il fremito profumato
della timida e silenziosa unione dei narcisi selvatici,
a raccolta nell'ultimo mattino d'inverno
portavano in città il loro saluto.
La voce dei venditori ambulanti nelle lunghe e verdi strade,
il mercato immerso negli odori vagabondi
nel profumo acceso del pesce e del caffè
il mercato si apriva sotto i passi, si spandeva,
si mescolava ad ogni istante del cammino
e volteggiava, nel fondo degli occhi delle bambole.
Il mercato era mia madre che s'affrettava verso
quelle fluide masse di colore
e tornava
con regali impacchettati e ceste piene,
il mercato era la pioggia che veniva giù e giù e giù.

Quei giorni andati
i giorni confusi dai segreti del corpo
quei giorni d'incontri prudenti, con la bellezza delle vene azzurre
una mano dietro al muro
con un fiore
chiamava un'altra mano
e le minute macchie d'inchiostro,
su queste mani in disordine, turbate, impaurite.
E l'amore
annunciato in un timido saluto
tra i vapori del mezzogiorno
cantavamo il nostro amore nella polvere del vicolo,
conoscevamo la lingua semplice dei denti di leone, fiori messaggeri
portavamo i nostri cuori al giardino delle tenerezze innocenti
e li prestavamo agli alberi,
e la palla, girava di mano in mano con il messaggio di un bacio,
ed era l'amore, confuso sentimento
che d'un tratto nel buio dell'ingresso
ci afferrava per intero
e ci attraeva a sé, nel peso bruciante del respiro e il palpito
dei sorrisi furtivi...
(da Un'altra nascita)

sabato 15 novembre 2008

sabato

"In ogni vita c'è qualcosa che resta non vissuto, come in ogni parola qualcosa che resta inespresso." Così dice Giorgio Agamben in "Idea della prosa".
Se questo è vero -ed è vero, secondo me- allora l'espressione di noi si completa solo attraverso il silenzio.

(Di norma, non amo questo tipo di ragionamenti, che procedono un po' per paradosso e un po' per iperbole.
Ma questa volta sento di essere vicina ad una esattezza.)
Perciò oggi mi dedico al silenzio.

venerdì 14 novembre 2008

non c'è titolo

Ci sono giorni in cui penso che ogni sforzo per migliorare me stessa sia inutile. E ne provo una grande stanchezza. E addirittura sento la voglia di lasciarmi andare alla deriva e lungi dal tentare di mantenermi su una linea accettabile di galleggiamento morale, provo il desiderio di peggiorarmi, di incanaglirmi, di disgustarmi definitivamente.(Distrattamente avevo scritto "disguastarmi", che ne penserebbe Freud?).
E di lasciar prevalere quelle parti di me -l'Ombra, come le chiama Giorgio- che combatto da sempre, che non stimo, che disprezzo, anzi.
Una volta, quando mi capitavano momenti così, telefonavo alla mia amica Nuccia.
Non glieli raccontavo -non ce n'era bisogno- ma parlavamo di questo e di quello e le cose, piano piano, tornavano a posto. Ma soprattutto mi raccontava a me stessa. Dalle sue parole riemergeva la marina che ero, che sono stata, che era adolescente insieme a lei e poi una giovane ragazza, sempre insieme a lei. E attraverso il suo racconto, solo attraverso il suo racconto di me, mi riconciliavo con me stessa. E mi ritrovavo e mi affezionavo di nuovo a me stessa tanto da volermi di nuovo migliorare, da partire di nuovo per quella impresa che consiste nel coltivare le parti migliori di noi e nel guardare in faccia l'Ombra e dirle: no, non prevarrai. Lei mi faceva ridere.
Le più belle risate della mia vita le ho fatte con Nuccia. Le più limpide, le più innocenti, le più allegre. Ma Nuccia non c'è più. E una parte importante di me non c'è più. Tutte le cose che lei sapeva di me -lei sola. Belle, brutte, banali. Tutte quelle cose, chi me le ricorderà? Chi me le racconterà? Lei sapeva di me cose che io non sapevo o non ricordavo. Lei mi raccontava senza stancarsi i miei sedici anni, i miei venti, i miei ventiquattro. Ricordi? mi diceva. E io: no, non ricordo, dimmi. Perché Nuccia aveva una memoria prodigiosa. Prodigiosa quella della sua mente. Prodigiosa quella del suo cuore. Nuccia è morta lo scorso febbraio e di lei non ho mai scritto.
Mi sembrava che un blog non fosse un posto dove parlare di una cosa così grossa come la perdita di Nuccia; mi sembrava di farle torto portandola su questi monitor estranei a lei. Provavo un ritegno, una resistenza, una vergogna, addirittura. Mi sembrava di metterla in vetrina. Nuccia è stata una persona di una semplicità assoluta. Assoluta. Mai, neanche per un istante, ha disegnato per gli altri un qualche ritratto di se stessa. Era, se stessa. Sempre. E temevo di fare di lei un ritratto, artefatto, costruito, falso in definitiva, di non saper rispettare la sua assoluta, ingenua, semplicità. Ma ingenua, nel senso nobile di questa parola, ingenua, come avrebbe potuto dirlo lei che conosceva il latino come la sua dispensa, ingenuo come nato libero e quindi schietto, spontaneo, senza malizia.
E mentre di Nuccia tacevo, mi chiedevo come altre persone potessero -con delicatezza, con dolore, con sincerità- parlare della perdita di un'amica, di un amico. Leggevo con una specie di stupore e di incredulità e di ammirazione, le loro testimonianze. Le invidiavo, persino. Vero Giulia?
Non so che cosa si sia sfaldato oggi in me. Che cosa mi abbia infine autorizzata a parlarvi di Nuccia. La sua piccola persona -l'altezza, l'ossatura, i lineamenti, tutto era minuto in lei. Ma aveva una tenacia incredibile e una serietà che stava lì come un giacimento sicuro. La sua allegria, la sua spensieratezza, non la inficiavano.
Cantavamo insieme. E provavamo passi di danza. Sua madre ci preparava il panino per la merenda e noi tornavamo a studiare Cartesio dopo la sosta.
Per gli esami di maturità ci vedevamo all'alba. Le ripetevo la storia mentre lei ancora dormiva. Ma verso sera io cadevo addormentata e lei ripeteva la letteratura greca a me. Avevamo ritmi diversi, ma neanche questo ci impediva di dividere tutto. "La sua più vecchia amica." Così mi ha presentata Alberto, il marito, ad altri amici, conoscenti, parenti, il giorno dei funerali. E io ho sentito l'orgoglio, la grazia, di essere stata -di essere- la sua più vecchia amica. La sua più vecchia amica. E lei, la mia più vecchia amica. Ma anche la più giovane, sempre. Nuccia per me è rimasta sempre giovane, anche quando la vita ha consumato le sue forze, ha deluso le sue speranze, ha scolpito due rughe all'angolo della sua bocca. Le nostre delusioni erano gemelle, perché la vita delude in modi diversi ma imparzialmente. Ma quando ci sentivamo o ci vedevamo, tutto veniva respinto in un luogo lontano ed irrisorio. Ridevamo ancora.
Qualche anno fa abbiamo frequentato insieme l'Università della terza età. Lei imparava il bridge. Io ripresi a giocarlo, dopo essermene disgustata, solo perché lo facevo con lei. Tornate sui banchi di una scuola, riprendemmo spontaneamente le vecchie abitudini. Nasconderci dietro gli alunni seduti davanti per chiacchierare e ridere. Darci di gomito, dimenticare a casa i libri, suggerire. Quando toccava a lei giocare la mano, io le facevo segni discreti e lei -vecchia scuola- li coglieva al volo. Uscivamo nella sera romana, nel cuore della città, e guardavamo le vetrine, come da ragazze e non avevamo voglia di tornare a casa, di separarci, come da ragazze.
E quando bisognava che una di noi dicesse all'altra le sue quattro verità, allora: severa io, severa lei. Senza mezzi termini, senza indulgenze. Ma con un affetto senza condizioni, sempre.
Non eravamo assolutorie l'una con l'altra, ma comprensive sì, sempre.
Quando Nuccia mi perdonava l'errore, il fallo, allora anche io potevo perdonarmi. E quando io le dicevo: Nuccé, adesso basta, non prendertela con te" lei sapeva che poteva farlo. Sono stata una buona amica? Spero di sì. Spero tanto di sì. Di non averla mai delusa, di non averla mai ferita. So di non averla mai ingannata, mai tradita. Ma basta? Che cosa direbbe Nuccia di questa mia domanda? "Ma va, va!" mi direbbe "piantala!". Nuccia era malata. L'ultima volta che l'ho vista faceva dell'ironia su se stessa e organizzava tutto quello che occorreva per assisterla. Avrei voluto piangere. Ma Nuccia aveva una forza che ti calamitava addosso la sua volontà e la sua volontà era, ancora una volta: "Piantala, marì". Sapevo bene la lezione, la conosco: non si piange davanti al malato, ci si fa vedere forti e speranzosi; gli si fa coraggio. La so la lezione, me l'ha insegnata la vita. Ma a me manca l'abbraccio che non le ho dato quel giorno, il pianto che non ho fatto con lei quel giorno; come avevo fatto in tanti altri giorni. Perché Nuccia ed io, insieme, non abbiamo solo riso. Abbiamo pianto, anche.
Perché se dividi la vita con un'amica vi succede di tutto, di ridere e di piangere e di aver paura. Oggi provo un desiderio violento di imporla al mondo, di dire al mondo che non è scomparsa una persona trascurabile, un' anziana professoressa in pensione, una moglie moderatamente contenta, una madre assiduamente presente, una nonna strepitosamente alacre. E' scomparsa una ragazza briosa, vivace, audace, che amava le gonne corte e fumava come una turca, che seduceva i ragazzi in un batti baleno e s'impuntava come un somaro testardo se la si prendeva di punta. Permalosa, ma non con me. Spalancava gli occhi -l'unica cosa grande di Nuccia, due grandi occhi castani, maliziosi e un po' alteri- e corrugava le sopracciglia: "Che hai detto?" mi chiedeva, già pronta all'ombra. Poi scoppiava in una risata: che ti possino, marì". Come se si svegliasse bruscamente e riconoscesse che ero io, io, ad aver detta quella frase, io che avevo il passaporto per tutte le frasi. Come tutti i permalosi pensava che anche gli altri lo fossero. Ma io non lo sono. O non lo ero, dice mia figlia. (Io però insisto: non lo sono). E qualunque cosa decidesse di dirmi, io l'ascoltavo con interesse, con curiosità. Sapevo che il suo punto di vista su di me era privilegiato, e il suo sguardo acuto. Facevamo un gioco negli ultimi anni. Quando la chiamavo, la rimproveravo:"debbo telefonarti sempre io!" e quando a chiamare era lei, faceva lo stesso: "Certo che se non ti chiamo io!". Forse, a pensarci bene, io l'ho chiamata un po' più spesso. Sì, credo di sì. Perché lei ha continuato ad insegnare anche dopo di me e aveva una vita più faticosa della mia. Sono contenta di averla chiamata io più spesso. Adesso potremmo tirare una linea e contarle queste famose chiamate. Perché sono finite. Il saldo è lì e non si modificherà. E questa, anche se la tiro per le lunghe, come se dovessi salutarla al telefono, proprio ora, questa non è una delle nostre telefonate. Malgrado questo io sento che di un saluto si tratta. La morte di Nuccia l'ho accantonata, come mi capita di fare con le cose troppo pesanti. Come la confezione di sei bottiglie di Ferrarelle. La lascio lì, accanto alla porta temporaneamente e aspetto di avere un po' di forze fresche per sollevarla e metterla nel sottoscala.
Ma oggi, benché no, di forze fresche io non ne abbia, oggi sento di doverla riprendere su di me la morte di Nuccia, di doverla guardare da tutti gli angoli, di doverla chiamare come si chiama, il suo nome esatto essendo: perdita. La perdita non è materia per me. Le perdite mi sbriciolano. Ma non posso più fare finta di niente.
Nuccia direbbe-vi parrò strano ma io so sempre, lo so, che cosa Nuccia direbbe- Nuccia direbbe: "me ne sono andata, marì, non ci sono più." E forse aggiungerebbe una parolaccia, perché era linguacciuta, un tipo spiccio, la mia amica Nuccia. E io risponderei con una parolaccia, perché anche io sono un tipo spiccio.
E rideremmo. Insieme.



Ieri sera Tafanus ci ha informato di aver perso un'amica carissima. Forse è questo che oggi mi ha portata a parlare di Nuccia. I dolori dovremmo sempre dividerli.

il rimpianto di una voce



E’ da tanto che voglio parlarvi di Forugh Farrokhzad.
Forugh Farrakhzad è la maggiore poetessa iraniana del ‘900.
Nacque a Teheràn nel 1934, il padre era un militare, la madre una casalinga.
Il suo primo interesse fu per le arti figurative, studiò per divenire disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Ma iniziò anche a scrivere versi. All’inizio utilizzò la forma classica del ghazal, in seguito passò al verso libero, restando però fedele, nel profondo, alla millenaria tradizione poetica persiana. Quando ebbe sedici anni sposò Parviz Shapur, un uomo che non la scoraggiò mai dal poetare ed anzi la aiutò a pubblicare la sua prima raccolta di poesie “Asir” (la prigioniera) nel 1952 a soli diciotto anni.
Nella raccolta Forugh esprimeva senza nessuna censura le sue più intime sensazioni, parlando di sensualità, amore e desiderio sessuale in una forma esplicita e senza nessun velo allegorico. Era la prima volta che una voce femminile parlava di corpo e di desiderio e il libro fu uno scandalo. Forrugh si fece immediatamente la fama di immorale e fu additata dalla cultura conservatrice come la poetessa del peccato.
Nello stesso tempo però le donne riconobbero in lei la voce che esprimeva la ricchezza emotiva di ognuna di loro.
Forrugh portò avanti la sua attività poetica, sentendosi però stretta tra le pressioni sociali e quelle familiari; dopo tre anni il matrimonio era finito e Forugh decise di divorziare. Il figlio Kamiar di appena tre anni fu affidato al padre.
Malgrado il dramma della separazione dal figlio, che peserà sulla sua vita senza mai lasciarle respiro, Forrugh tornò a disegnare, a dipingere e soprattutto a scrivere versi.
Pubblicò in breve tempo altri due libri di poesie: Divar (il muro) e , nel 1958, Osyan (la ribellione) che fu la sua consacrazione.

Gli anni in cui Forugh conduce la sua vita di intellettuale sono per l’Iran anni di grande instabilità. Crolla la speranza di una trasformazione liberale della società rappresentata da Mossadeq, il cui governo è rovesciato ad opera della CIA e di Mohammad Reza Pahlavi; questi, spinto dal governo americano, mette in atto la sua politica di modernizzazione forzata, la cosiddetta “Rivoluzione bianca” che impone con il terrore.
Forugh partecipa al dibattito culturale con tutta la sua passione e la sua libertà; pensa che l’Iran debba misurarsi con le altre culture ed aprirsi alla sfida dell’occidente ma senza perdere la sua identità e senza staccarsi dalla sua altissima tradizione di spiritualità.


Nel 1958 Forugh incontra l’uomo al quale, sia pure tra alti e bassi, resterà legata per tutta la vita, il regista, scrittore e produttore cinematografico Ebrahim Golestan. Inizia così ad occuparsi di montaggio, sceneggiatura e regia. Recita anche nel film “Il rito del matrimonio in Iran”. Un suo documentario su un pozzo petrolifero in fiamme vincerà un premio al Festival del cinema di Venezia del 1962. Nel frattempo Forugh viaggia molto in Europa e soggiorna anche in Italia.
Nel 1962 realizza un documentario sulla vita dei lebbrosi in una casa di cura di Tabriz dal titolo” Khamnè siyab ast” (La casa è nera). Fu per lei una fortissima esperienza umana. In quella occasione adottò un bambino del lebbrosario che portò a vivere con sé a Teheràn.
Nello stesso anno pubblica la sua opera poetica più importante. “tavallodi digar” (l’altra nascita) 1964.
Era in un momento molto creativo, traduceva poeti e drammaturghi occidentali e realizzava documentari, mentre studiava regia teatrale. Ma la poesia restava la sua prima forma espressiva. Compose in quegli anni un’altra raccolta di poesie pubblicate postume nel 1974, “Crediamo nell’arrivo della stagione fredda”.
Il 14 febbraio del 1967, a soli 32 anni, perse la vita in un incidente stradale a Teheràn.

La sua popolarità non cessa di crescere in Iran dove il suo sepolcro è oggetto di continue visite di amanti della sua poesia.


La rivoluzione islamica tentò di cancellarne la memoria. Dallla fine degli anni '90 però i suoi libri sono stati riammessi alla pubblicazione.
Un fratello di Forughh, Fereydoon Farrokhzad, noto showman e cantante iraniano, che aveva più volte criticato il regime nei suoi spettacoli, è stato ucciso nel 1992 a Bonn: il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, ritiene che il mandante sia stato il regime.

La produzione cinematografica di Forugh viene considerata dalla critica come il primo segnale della nascita della Nouvelle Vague del cinema iraniano; Kiarostami le ha reso un importante omaggio nel film che ha come titolo un suo verso “Il vento ci porterà via” e nel quale i suoi personaggi recitano alcune delle odi di Forugh.
Le poesie di Forugh sono state tradotte e pubblicate in inglese ed in francese. In italiano sono apparse su alcune riviste.
Una prima raccolta “La strage dei fiori”, è stata tradotta da Domenico Ingenito, e pubblicata presso un piccolo ma meritevole editore di Napoli, Orient-Express.


Esiste un sito dedicato a Forugh Farrokhzad

Per ora ho voluto presentarvi Forugh e la sua storia. In un altro post farò spazio ai suoi versi.
ma ecco un piccolo anticipo:

Pettinerò di nuovo i miei capelli nel vento?
Pianterò di nuovo le viole in giardino?
E lascerò di nuovo i gerani
nel cielo dietro la finestra?
Danzerò di nuovo sui bicchieri?
I rintocchi della porta mi condurranno
di nuovo all'attesa di una voce?

(Traduzione di Domenico Ingenito)

giovedì 13 novembre 2008

decreto anti-blog: allarme rosso!


Ci riprovano. Vogliono limitare la libertà di espressione attraverso la rete. Non ci sono altri modi per dirlo.

qui Caramella fondente spiega bene la natura del decreto

e qui Francesco D'Ambrosio presenta il gruppo su face-book e le iniziative

storia della felicità/quindici/Darwin/Nietzsche/

Arriva Darwin e getta il panico un po' ovunque. Anche nel dibattito sulla felicità.
J.S. Mill non aveva detto che "è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto"?
Se valeva per il maiale valeva anche per la scimmia.

Ma la scimmia, dice Darwin, siamo anche noi. C'è dunque una semplice felicità "animale" che ci apparenta.
Non contento, Darwin addirittura afferma: "Colui che comprenderà un babbuino, darà alla metafisica un contributo maggiore di Locke."
(E allora, come la mettiamo? Io direi di accettare questa insperata parentela, e di smetterla di disprezzare la ingenua felicità della scimmia. Spidocchiarsi, mangiarsi una banana -sbucciata, of course- e accoppiarsi quando il corpo lo chiede.
Basta con la spocchia del "siamo umani": piuttosto vediamo di imparare qualche cosa dalla natura cui apparteniamo.) chiusa la parentesi.


Darwin aveva l'intenzione di scrivere un'opera sulla felicità, ma non lo fece. Lasciò però qua e là delle osservazioni da cui si ricava l'idea di una felicità progressiva, da quella semplice "basata sulle impressioni dei sensi ad una più complessa, che coinvolge impressioni mentali o ideali come il ricordo o l'immaginazione."
Per l'idea che mi sono fatta io di Darwin, che in un passo definisce la sua "una vita felice" egli era soddisfatto del suo benessere, che gli consentiva di seguire le sue curiosità scientifiche, della sua libertà e della gioia che gli procuravano i suoi studi.
Penso che, a bordo della Beagle, Charles Darwin sia stato felice. E io ne sono felice per lui.



La Beagle in unacquerello del 1841 di Owen Stanley


Quanto a Nietzsche, confesso, non lo conosco abbastanza bene e spessissimo lo trovo oscuro; inoltre il testo che mi fa da guida in questo percorso intorno alla felicità non sembra avere le idee molto più chiare delle mie. Una delle poche certezze è che  l'Arte più di una volta è indicata da Nietzsche come grande forza redentrice.
Per il resto sul rapporto tra Nietzsche e la felicità ci si continua ad accapigliare.


Ho trovato in rete un esempio significativo.

Scrive G.C. "Mi sono sempre chiesto che cosa significhi "dire sì alla vita".
"Dire sì alla vita" significa vivere la contingenza senza dare alcun giudizio (al dilà del bene e del male)?
Se così è (chiedo delucidazioni), mi piacerebbe sapere se il superuomo potrebbe mai essere infelice, o almeno seccato: se mentre il superuomo spalma nutella sul suo panino, e accidentalmente il coltello gli scivola sulla camicia macchiandogli la camicia nuova, beh, questo superuomo potrebbe bestemmiare? Almeno, potrebbe "seccarsi" di questa contingenza? In che modo "dire sì alla vita", come vuol Nice, durante il quotidiano?"

Ed ecco una parte della risposta:

"Nella contingenza, l'uomo deve esprimere la sua volontà in modo assoluto, creando valori e diventando legge a se stesso. E accettando qualsiasi conseguenza: Amor Fati, amare ciò che accade necessariamente nel mondo. Nell'accettazione del Fato e nell'espansione della propria individualità aldilà di ogni morale o ragione, sta la realizzazione del superuomo nietzschiano."


Per chi volesse seguire tutto il dibattito lo troverà qui

Io tifo per il signor G.C. anche se trovo l'esempio sulla nutella poco significativo. Infatti, in presenza della nutella, non esiste possibilità di decremento della felicità. Se il sig. G.C. si impegna a sostituire la nutella con qualunque altro prodotto spalmabile io mi impegno ad unire la mia voce al suo ironico quesito.

mercoledì 12 novembre 2008

segnalazioni


Se avete voglia di fare un giretto per le strade di Teheràn passate qui

Il sito offre anche documentari sull'Iran e molte bellissime foto.

dice la prof.

Sembra molto complicato ma non lo è, perciò seguitemi fiduciosi. Sembra anche superfluo e potrebbe esserlo, ma la domanda mi è stata posta e, tutto sommato, una rinfrescata non può far male neanche a chi non l'ha posta.

Si dice: Non SONO POTUTO venire oppure NON HO POTUTO venire? E si dice: Non NE SONO POTUTO USCIRE oppure NON HO POTUTO USCIRNE?

Tranquilli, vanno bene entrambe le formule.

Per semplificare il discorso in genere i maestri e le maestre, che ai miei tempi erano unici, ci dicevano che un verbo servile o fraseologico (cioè che regge un infinito) ha come ausiliare quello del tempo che regge.
Esempio: Io HO lavorato diviene io HO DOVUTO lavorare. (E questo è facile, il verbo lavorare è transitivo e non offre alternative).
Per conseguenza Io SONO uscito diviene io SONO DOVUTO uscire. Con ciò il discorso è chiuso?
Niente affatto. Io SONO uscito, può divenire anche Io HO DOVUTO uscire.

Non chiedetevi perché. E' così e basta. Diciamo che il verbo servile è talmente servile da "appecoronarsi" al primo verbo che gli passa davanti. O, al contrario, che è così irritabile che ogni tanto fa prevalere il SUO ausiliare. Ma soprattutto, quando avete una libertà in più statene solo contenti. Interrogatevi quando ne avete una IN MENO. E questo non vale solo in linguistica.

Comunque, in determinati contesti, una o l'altra formula possono inserire una piccola sfumatura di senso.
Supponiamo che la graziosa A aspetti inutilmente in un caffè l'aitante B. In una successiva telefonata l'aitante B può giustificarsi dicendo alla graziosa A : non SONO POTUTO uscire. Tono dispiaciuto, di scusa. Ma, se la graziosa e sempre più seccata A insiste: Come, non sei potuto uscire! non sarà male che l'aitante B si affretti a ripetere: Non HO POTUTO USCIRE, ti dico, NON HO POTUTO! Cioè che sottolinei la sua impotenza a compiere l'azione di uscire, più che l'azione stessa. E la sottolineatura avviene facendo prevalere l'ausiliare del verbo potere su quello del verbo uscire. Diciamo, in ogni caso, che non sarebbe stato male se l'aitante B avesse preavvertito telefonicamente la graziosa e furibonda A!

Il parlante, tutte queste minuzie, anche se non le riconosce come regole, le sa benissimo e le usa continuamente. Anche il più ignaro della grammatica. I dubbi forse nascono al momento di scrivere, perché, dato che scripta manent, si vuole essere il più possibile corretti. Ma, felicemente, anche nello scritto, le due formule SI EQUIVALGONO.

Devo confessare che questi post sulla nostra lingua mi divertono molto. Lo so che probabilmente divertono solo me, ma io sono egoista. Penso che riprenderò questo filone.

gentilmente offerta da Calamar

Mi ha fatto notare Calamar che questa ballata di Benni è IMPRESCINDIBILE. La ringraziamo tutti!

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempira l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sara ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

martedì 11 novembre 2008

pappemolle!

Se di notte vi fa compagnia l'insonnia, per sentirvi meno soli, meno abbandonati a voi stessi da tutti i fortunati dormienti, potete forse pensare a tutti i grandi insonni della storia. Al grande Gilgamesh, il re di Uruk (2700 a.C.) "non dormiente giorno e notte" che pure edifica un regno sulla terra agli albori della civiltà. Il "costruttore di mura" non perde forza a causa della sua insonnia, ma continua ad esprimere le sue potenti energie.
O pensate a Ulisse che per nove notti di seguito naviga, senza cedere il timone a nessuno dei suoi compagni finché al decimo giorno crolla dal sonno. E' vero, l'ingrato equipaggio ne approfittò per ammutinarsi, ma gli dei vigilavano e li investirono di una tempesta.
A proposito di Dei, sappiate che anche il padre Zeus soffriva di insonnia, sia quando concupiva qualche ninfa, sia quando le beghe degli umani lo irritavano.
Oppure pensate ad Agamennone, che si alza di notte e vaga nel campo di battaglia, finché incontra Menelao, insonne anche lui ed entrambi allarmano Nestore, che è sveglio, sì, ma perché comandato di guardia.
Volete un esempio al femminile? Ebbene c'è Penelope, che passa le notti a guastare la tela ordita di giorno. Se questa compagna di sventura non basta ad esservi di consolazione, pensate a Shahrazad: chi non passerebbe volentieri la notte sveglia con lei? O pensate alla notte che vede insonni Didone ed Enea: lei per amore, lui perché sta preparandosi ad abbandonarla.
Ma soprattutto, se nella vostra notte insonne provate un po' di invidia per tutti quelli che dormono profondamente nei loro letti mentre voi vi rigirate nel vostro, beh, pensate a Margareth Tatcher che la sua insonnia la prendeva così bene da dichiarare che "il sonno è per i pappamolle".

L'immagine è tratta dal sito arts.guardian.co.uk/ pictures