sabato 30 gennaio 2010

Addio Mr. Salinger

"Quando fa bel tempo, i miei genitori vanno spessissimo a mettere un mazzo di fiori sulla tomba del vecchio Allie. Sono andato con loro un paio di volte, poi ho smesso.
Tanto per cominciare, non mi diverte proprio vederlo in quel cimitero pazzesco. In mezzo ai morti e alle tombe e compagnia bella. Ancora ancora quando c'era il sole, ma ben due volte -due volte- eravamo lì quando cominciò a piovere. Era spaventoso.
Pioveva sulla sua lapide schifa, e pioveva sull'erba sulla sua pancia. Dappertutto pioveva. Tutti quelli che erano andati a visitare il cimitero si misero a correre a gambe levate verso le loro automobili. Fu questo a farmi quasi impazzire. Tutti quanti potevano entrare nelle loro automobili e aprire la radio e tutto quanto e poi andare a cena in qualche posto gradevole- tutti, fuorché Allie. Non potevo soppportarlo, lo so che al cimitero c'è soltatnto il suo corpo eccetera eccetera e che la sua anima è in cielo e tutte quelle cretinate, ma non potevo sopportarlo lo stesso. Vorrei soltanto che non fosse là. Voi non lo conoscevate. Se l'aveste conosciuto capireste cosa voglio dire. Ancora ancora quando c'è il sole, ma il sole viene fuori quando gli gira."

da: Il giovane Holden

J.D.Salinger è morto il 28 gennaio 2010 all'età di 91 anni. Che cosa nasconde la sua cassaforte?

venerdì 29 gennaio 2010

sudditi o cittadini?



Da parecchie settimane non andavo in centro, preferendo restare il più possibile accostata al mio quartiere e alla sua sguarnita tranquillità.
Ma ieri mattina sono uscita in cerca di un negozio di lane.
Avevo dimenticato l'odore dell'umanità pendolare in transito sugli autobus d'inverno.
Un odore di lana umida, fumo stantio, dopobarba e deodoranti in lotta e aliti all'odor di cappuccino: promiscuità senza varietà.
Avevo anche dimenticato l'umore che vi si respira: fretta, sospetto,  
voglia di essere apodittici e malmostosi, insofferenza e ansia repressa.
Tra Piazza Venezia e Piazza Argentina, da sempre e sempre, gli autobus facevano una fermata intermedia, su via del Plebiscito, fermata che serviva tutto un groviglio di strade a ovest del Corso, piene di negozi, uffici, studi, scuole ecc. Fermata necessaria e sempre molto frequentata perché vi si arrestavano molte linee.
Da mesi la fermata non c'è più, c'è un cartello nuovo nuovo che dice: Fermata Soppressa; ma ancora capita che qualcuno, all'oscuro del fatto, si veda portare fino a Piazza Argentina, ben oltre la sua meta, mentre protesta a gran voce. Così è accaduto questa mattina. Ogni volta che ci passo mi sento piena di rabbia.
Infatti la fermata è stata soppressa perché si trovava a pochi metri da Palazzo Grazioli, abitazione privata del Presidente del Consiglio. Quando gli autobus fermavano lì c'erano file di vetture che si arrestavano e poi ripartivano, viaggiando perciò lentamente. Certo questo infastidiva CHI doveva uscire dal Palazzo nella sua auto dai vetri fumé (o anche chi doveva entrarvi, vassallo politico o escort che fosse) e che doveva pazientare per infilarsi nella carreggiata. Il tempo dei potenti e dei loro cortigiani è prezioso, quello di chi va al lavoro invece è un bene futile e sacrificabile.
È stato fatto per ragioni di sicurezza! hanno detto.
Sarà. Anzi, non è manco pe' niente! Infatti gli autobus continuano tranquillamente a fermarsi davanti al Senato della Repubblica. E sì che lì di sicurezze da garantire ce ne sono molte di più!

Sono anche queste piccole cose che fanno di noi dei sudditi e non dei cittadini.

giovedì 28 gennaio 2010

omaggio a Buddha su ispirazione di Amatamari


Anuradhapura-Sri Lanka 1980
foto mia


http://www.lensculture.com/buddha.html

il sesso detto in amoroso stile


Roberto Piumini è l'autore di alcuni dei più bei libri per l'infanzia della nostra letteratura. Ma vi prego caldamente di non chiamarlo "scrittore per l'infanzia," ma solo scrittore.
Potete però chiamarlo poeta.

Io ho letto il suo Canzoniere dal titolo "L'amore in forma chiusa", pubblicato nel 1991 da il melangolo.
La forma in cui l'amore è chiuso è quella del sonetto, la forma squisitamente classica di Petrarca, di Dante, di Cavalcanti e di Guinizelli.

Ed è stupefacente come l'amore del XX secolo, vissuto in una città dell'oggi, si lasci chiudere in una forma così precisa e strutturata, senza perdere niente della sua carnale realtà.
In uno dei primi sonetti Piumini lancia la sfida:
canterà la donna amata
In quattordici versi solamente
poiché la tradizione così vuole.


Ma l'amata di Piumini non è una presenza eterea ed impalpabile, fatta di sguardi e lontane movenze, ma una creatura consistente e corposa che vive in un mondo consistente e corposo. Dove c'è lo sterco di una mosca, i binari di un treno, auto ferme ad incroci, ombrelli grandi, uomini in consultazione frenetica della loro agenda, macchine fotografiche, televisori, e la cornetta del telefono.

E lei, l'amata, si lava in bagno, si scopre un capello bianco, soffre di emicrania, indossa cerate rosse, chiede al suo uomo di perdere peso, passa il sale a tavola e cucina tra padelle e pentole.

Ma la forma trecentesca resiste a questa invasione del XX secolo, e mai, neppure per un verso, si ha l'impressione di una incongruenza, dello stridere di un contrasto.
Piumini vince la sua sfida: l'amore dell'oggi può essere cantato, come quello del passato, in quattordici versi solamente.
Non solo, ma la forma-sonetto, che ha cantato donne angelicate ed amori platonici, si mostra capace di cantare un eros trionfante e contento di sé e di scendere nei dettagli del corpo. È il sesso detto in amoroso stile.


Leggere per credere.




Voce di donna io vorrei avere




Voce di donna io vorrei avere

per raccontare più completamente 

i giochi della voglia e del piacere,

il mio canto maschile è insufficiente.

Non voglio solo il tuo corpo gioioso,

il grido che tu nutri nella gola,

lo sguardo che arde muto nel riposo,

ma la tua voce e la tua parola.

Non per me: per il canto, per narrare

quello che conta in tono femminile,

parole misteriosamente chiare,

il sesso detto in amoroso stile.

Da solo canto questa dole lena

a mezza voce non a voce piena.







Se stoffa, vorrei essere la lana
Se stoffa, vorrei essere la lana

che scende aderendoti ai capelli

in cui il braccio chiaro si rintana

e che si gonfia sui seni gemelli,

e accarezzandoli in lenta discesa,

i tuoi capezzoli ha fatto rizzare 

in un'allerta che la fanno tesa.

Se altra stoffa volessi sognare,

sarei le mutandine di cotone

che legano salendo le caviglie

e poi, continuando l'ascensione

livellano le lunghe meraviglie

delle tue cosce e, quietamente,

allunano sul sesso lumescente.


Sonetto
Quella che un tempo si sarebbe detta
la tua verginità, non mi è toccata:
non io ho consumato la vendetta
del maschio sulla donna innamorata.

Sono contento: il dolore è dolore
anche quando felice e consenziente.
Io preferisco il discorso d'amore
che, come pena, non sa dire niente.

Nessuna gelosia che il tuo passaggio
da ragazza a donna non sia stato
celebrato da me, prete impacciato:

prima c'è stato Aprile, dopo Maggio:
nel colmo dell'estate t'ho incontrata,
quando la fioritura era fruttata.



Sonetto 
Tediosa è la domenica, si sa,
nella sua sciapa arietta abbandonata
e con la gente che, rimpannucciata,
a prendere il giornale se ne va.

La domenica che, inutilmente,
separa il sabato dal lunedì:
gino in cui non accade niente:
si pencola nel tempo, un po', così.

Non noi: feroci, matti fra lenzuola,
per tutta la domenica, mettendo
in gioco giochi, la roca parola,

pressandoci la pelle in molti sì,
facendo, riposando, ripetendo,
come se fosse un mercoledì.

Sonetto
Quando, come vorrei, ancora uniti,
ti scoprirai, guardando, una mattina,
un capello non più del suo colore,
appena appena chiaro, forse bianco,

spero che non avrai occhi smarriti
né resterai pensosa, a testa china,
nel tuo deluso e chiuso batticuore,
premendoti la mano contro il fianco,

ma correrai da me con allegria
svegliandomi se ancora addormentato,
e mi dirai, mostrandomi il capello:

"Guarda, amico della vita mia,
stanotte ho fatto un sogno inargentato
e mi è rimasto questo: non è bello?





mercoledì 27 gennaio 2010

Giornata della Memoria


Il mio contributo alla Giornata della Memoria consiste nella segnalazione di due libri, entrambi di Imre Kertész, lo scrittore ungherese premio Nobel per la Letteratura nel 2002.
Il primo è quella che viene considerata la sua opera più importante "Essere senza destino", edito da Feltrinelli nel 1999. In esso Kertész racconta l'esperienza di una ragazzino quindicenne ebreo ungherese deportato nel 1944, passato attraverso i campi di Auschwitz, Zeitz e Buchenwald e liberato nel 1945. Quel ragazzino è Kertész stesso che, tornato in Ungheria, per dieci anni lavora a questo libro, respinto da ogni editore ungherese, poi pubblicato in patria nel 1975 ma accolto dal silenzio. Kertész fu anzi  messo al bando dalla comunità letteraria fin dopo la caduta del Muro. Che cosa c'era nel libro di così intollerabile? La descrizione spassionata di un sistema di spersonalizzazione dell'individuo che accomuna ogni regime dittatoriale.
Il libro rappresenta un unicum nell'ambito della letteratura sull'Olocausto a causa del modo di narrare l'esperienza nei campi.
Io lo lessi nel 2002 e mi colpì molto. Mentre seguiamo il ragazzino, che parla in prima persona, nella sua atroce esperienza, restiamo come straniati dal modo naturale, quasi irriflessivo, con cui la vive e la racconta, come se fosse una normale avventura adolescenziale.
Questo ha su chi legge un grande impatto emotivo; da un lato ci si sente quasi rassicurati da tanta semplicità, dall'altro si sperimenta l'assurdità alienante di quel mondo quasi in prima persona e si resta atterriti.
Kertész scrive: "Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza...". È questo che spaventa nel libro, questo che ci fa sentire perennemente esposti all'assurdità del male e alla sua normalità e banalità. Se Hannah Arendt la analizza, Kertész ce la mostra in presa diretta.

L'altro libro, "Dossier K.",  è uscito, sempre presso Feltrinelli, nel 2009 ed è una autobiografia in forma di intervista. È Kertesz stesso a porsi le domande da cui si snoda il racconto e se ne fa anche di scomode. Ripercorre la sua vita con atteggiamento più riflessivo che narrativo, dall'infanzia, attraverso l'esperienza nei lager e il ritorno in patria, la scoperta della scrittura, la tarda affermazione, il Nobel e la depressione.
Il testo vibra di ironia e di sfida alle convenzioni e ai luoghi comuni.
Parlando del suo presente egli lo descrive così: "Malattia. Depressione. Salute. Gioia di vivere."
"Tutt'e quattro insieme?" si chiede. E si risponde: "Per quanto possa sembrarti strano, sì."

martedì 26 gennaio 2010

carte di identità/Alì Shariati



La sorte dell' Iran continua ad appassionarmi. Vorrei tanto per quel popolo un lieto fine, dopo un secolo di violenze di ogni tipo: coloniali, dittatoriali, belliche, rivoluzionarie, ideologiche. Un approdo alla democrazia, una semplice, modesta democrazia non utopica.
Leggo tutto quello che posso sull'Iran: letteratura, saggi, cronache.
Una figura di grande interesse è quella di Alì Shariati ( Mashaad 1933- London 1977)

Alì Shariati, sociologo e filosofo, con il suo discorso intellettuale contribuisce a preparare la rivoluzione iraniana contro lo Sha ma muore prima della fase rivoluzionaria -forse di crepacuore, forse eliminato da sicari iraniani- a Londra, dove si è rifugiato dopo un periodo in carcere. Suo padre era un pensatore rivoluzionario, molto critico nei confronti del clero e propugnatore di una riforma dell'islam sciita; sostenne una distinzione tra islam coranico e islam superstizioso; riteneva ad esempio infondata la credenza nell'attesa del Dodicesimo iman; questa posizione probabilmente gli costò la vita.
Alì Shariati cresce alla scuola di suo padre e ne eredita l'interesse per il rapporto tra religione e politica. Ma ha un'indole più complessa che lo porta ad alternare periodi di attivismo politico ad altri di appartata riflessione.
Studia sociologia e filosofia in Francia dove frequenta Massignon, Sartre e Franz Fanon.
Matura lì un pensiero del tutto originale che mescola insieme gnosi, misticismo, esistenzialismo, marxismo e sciismo. Questo, in particolare, diventa nel suo pensiero oggetto di una critica radicale che egli paragona a quella del protestantesimo luterano nei confronti della Chiesa di Roma. Egli stesso definirà la sua posizione "protestantesimo islamico".

Nel periodo parigino Alì Shariati entra in contatto con i dissidenti iraniani all'estero.
Nel 1963, tornato in Iran è subito arrestato alla frontiera dalla Savak, la famigerata polizia politica dello Sha. Uscito di prigione si allontana dalla politica attiva e studia  il sufismo, ne legge i testi classici e medita. Questa sua lontananza dalla politica gli fa ottenere una cattedra universitaria. Inizia così una nuova fase politicamente attiva della sua vita, quella delle lezioni seguite da studenti infiammati e affascinati dal suo pensiero che affollano la sua aula assetati di una visione più complessa e moderna della società. Nelle sue lezioni svolge un' analisi marxista della società, critica severamente il clero parassitario ed oscurantista e l'approccio superstizioso al Corano, e alza sempre più forte la voce contro la illiberalità del regime dello Sha Palhavi. Si fa così tre nemici: i partiti di sinistra a causa della sua attenzione alla religione -cui egli rivendica il ruolo di forza mobilitatrice delle coscienze e che invece i movimenti di sinistra bollano come"sovrastruttura"-;  lo Sha e il suo potente apparato repressivo e il clero sciita.
In quegli anni pubblica "Islamologia", in cui sostiene che l' Islam non è incompatibile con la modernità; la religione islamica, quale descritta nel Corano, sostiene, si basa sul consenso e dunque sulla democrazia; gli ulema, invocando il monopolio della interpretazione vogliono sostituirsi a Dio e pertanto sono idolatri; lo Sha stesso si presenta come nuovo idolo ed il clero è suo complice. Queste le sue più radicali affermazioni.
Egli dimostra che è possibile studiare il Corano alla luce della ragione e affronta senza ipocrisie anche la condizione femminile.
Alì Shariati diviene così punto di riferimento per una generazione di intellettuali che rivendicano un discorso non clericale sulla religione.
Ma egli non si pone né contro né fuori la religione, trasforma anzi la religione in ideologia, in dottrina politica capace di orientare individui e masse. Questo aspetto del suo pensiero sarà molto apprezzato da Komeini che lo userà nella sua propaganda pre e post rivoluzionaria.
Il libro ha un grandissimo successo, diviene una specie di libretto rosso per le giovani generazioni ma susciterà anche forti e pericolose reazioni.
Le tesi del libro scardinano dei punti fermi della tradizione sciita.
Per Shariati l' imamato, la guida del popolo da parte di un imam illuminato, ha una funzione simbolica, come l'idea di una società senza classi per il marxismo.
Egli invoca un Islam senza chierici.
Rilegge il Corano sottolineandone gli aspetti liberali e la grande attenzione data alla giustizia sociale. Sottolinea la divisione, presente nel Corano, tra oppressi e oppressori e mette per la prima volta in contatto settori attenti ai valori religiosi con l'intellettualità di sinistra e la gioventù urbana secolarizzata.
Per Shariati l' Islam è il principale vettore di liberazione degli oppressi. Egli conia una nuova
parola d'ordine: Islam terza via. Una via cioè che scorre tra capitalismo e comunismo, tra materialismo e idealismo.
Egli studia il rapporto tra i sessi nella società islamica. Critica la reificazione femminile.
La donna tradizionale, dice, è merce sessuale che passa dal padrone padre al nuovo padrone cui il padre la vende; la donna modernista che tenta di emanciparsi per imitazione del modello occidentale cade però in un mimetismo caricaturale; le donne mussulmane debbono costruirsi una identità propria attraverso la riscoperta delle proprie radici. Il modello additato da Shariati è Fatima, la figlia del profeta Maometto.
Ma Shariati precisa che Fatima non va seguita in quanto madre degli imam Husayn e Hasan o come moglie di Alì, il primo Imam dello sciismo, e neppure come figlia del Profeta, ma come donna che partecipa attivamente alla vita politica. Il Corano, dice, la mostra mentre svolge ruoli familiari ma anche sociali e politici.
Così Shariati propone alle donne iraniane Fatima come modello femminile attivo nella società.
Il suo motto lapidario è: Fatima è Fatima,  non è figlia o moglie o madre: è solo Fatima.
I vertici del clero si preoccupano per queste sue posizioni, ma Komeini, dal suo esilio, intuisce che Shariati con il suo grande seguito e la sua difesa della religione può essere utile al suo progetto di rivoluzione religiosa e frena il clero in subbuglio e pronto a dichiarare Shariati apostata.
Ma il regime dello Sha, che teme per l'impatto della suo critica sociale e politica, lo arresta nel 1973.
Sarà una campagna internazionale a farlo liberare nel 1975 (anno in cui l'Iran dello Sha è definito da Amnesty International come paese peggior violatore dei diritti umani- cosa questa che in occidente in molti hanno dimenicato). Quando esce dalla terribile prigione di Komiteh, ancora oggi sinonimo di terrore, Shariati è molto provato fisicamente e psicologicamente e ripara a Londra.
Per costringerlo a tornare il regime blocca la moglie e le figlie mentre stanno lasciando Teheràn per raggiungerlo. Per Shariati è un colpo terribile. Tornato dall'aeroporto dove era andato ad attendere l'arrivo della sua famiglia, si mette a letto dove verrà trovato morto il mattino successivo. Secondo i suoi seguaci la sua morte misteriosa è dovuta ai sicari dello Sha o del clero stesso.
Così Shariati non vedrà la rivoluzione islamica che ha contribuito a preparare, non vedrà le donne velate nei cortei contro lo Sha né la ridistribuzione dei beni confiscati al dittatore e alla sua nomenclatura.
Ma non vedrà neanche l'uso che Komeini farà delle sue parole d'ordine. I'Islam nero di Komeini salirà infatti al potere anche grazie alle parole d'ordine dell'islam rosso di Shariati. La sua figura poi verrà ridimensionata e infine liquidata da Komeini. Nella costruzione della sua teocrazia Komeini dirà che in attesa del Dodicesimo iman e del suo regno di giustizia gli ulama ne esercitano il potere. Proprio ciò che Shariati contestava! Oggi le sue idee sono ancora usate, in forma distorta, dal potere degli ayatollah e da Ahmadinejad.
Malgrado tutto però il "vero" Shariati non è stato dimenticato. La sua casa di Mashad è stata trasformata in un piccolo museo.




lunedì 25 gennaio 2010

post a sbafo

Innanzi tutto ho mal di testa. Poi non ho dormito. Poi con il post che stavo per pubblicare ho fatto un pasticcio: ho salvato le parti da buttare e ho cancellato quelle corrette. Tradotto: so' rinco.....a!!!
Perciò il post di questa mattina è un commento di Betta al mio post con la poesia di Ottiero Ottieri.
Lo pubblico perché mi piace la sua scrittura brillante e personale, ma anche perché credo che sia le madri "perfette" che la figlia "stramba" che emergono siano figure con cui è possibile intravedere qualche somiglianza.


Avviso per Betta: non ti ci abituare! Piuttosto aprici il tuo blog! E soprattutto: cosa hai contro i golfini color pervinca? È un colore che io amo incondizionatamente!
La parola a Betta:
Le amiche di mia madre, signore quasi ottantenni, vispe ed eternamente centrifugate nella giostra burraco-viaggi-conferenze-inviti-cene-orafo-ricette, talvolta mi fanno pensare che io, silenziosa, quieta, innamorata di me stessa(bum!è solo un modo di dire!), e comunque lavoro-scrittura-riflessioni-blog-amicizie con il contagocce, mi fanno pensare, dicevo, le amiche di mia madre, scusate, sono ridondante, di essere un orso polare sbarcato all'equatore!
Io le fuggo come la peste.Fuggo i loro gridolini, le loro risate, il loro permanente organizzarsi, i loro programmi di crociere vienna-budapest-smirne-bosforo, viaggi che concluso uno ne comincia un altro, è vero: Ostenda e Stoccolma vengono qui!
Fuggo le loro certezze, le loro ricette, le loro partite a burraco, il loro ingioiellarsi con coralli, turchesi, scaramazze; fuggo i loro troppi fiori appuntati ai colli di golf color pervinca, i loro troppi nastri agli orli delle gonne, i loro fondotinta rosati delle geishe, il loro mostrarsi, complimentarsi, fagocitarsi.
Però, confesso che il mio fuggire, a volta, mi mette un po' in crisi. Sarò stramba? Disadattata? Peggio, invidiosa! Peggio ancora, superba e complessata! Non disinvolta, non normale, non viva.
Oh per carità! Le amiche di mia madre sono tutte signore per bene, brave, serie: hanno portato avanti la famiglia, cucinano benissimo, tirano a lustro la casa e sono, come si dice da noi, garbate! Nel senso di perfette padrone di casa, a tutto tondo. Nulla ha segreti per loro! Le macchie spariscono in un processo autodistruggente, le piante crescono tropicali, le torte si glassano da sole, i datteri si caramellano di notte, le scorzette di arance trovano da sole la strada per il cioccolato e diventano candite in un battibaleno! Però sono centrifugate in quella giostra, da cui per altro non vorrebbero mai scendere, e io le guardo, un po' a disagio e silenziosa, e m'interrogo. Da sempre.
Poi leggo questa poesia, e più di mille riflessioni, di mille interrogativi, di mille dubbi e disagi che incombono sul mio esistere, mi riconcilio con me stessa, più forte, forse, per questa poesia.
Marina, ti chiedo scusa, ho scritto un post, più che un commento, ma la tastiera è andata da sola!
Per favore, però, scrivimi a chiare lettere che non sono stata villana approfittando del tuo spazio! Ho bisogno che me lo certifichi: chiaro e leggibile. O che mi certifichi il contrario, naturalmente, se lo sono stata. Hai visto mai che mi scappa ancora la tastiera e lo rifaccio?
Betta

domenica 24 gennaio 2010

ancora una poesia

Delle poesie di Ottiero Ottieri a me piace la capacità di piombare come un falco nella profondità del tema esistenziale dopo aver svolato leggermente e ironicamente sulle colline del quotidiano.

I grandi viaggi
di Ottiero Ottieri

E tutti partono per grandi viaggi.
Tra il Messico e l'India
non sono incerti. Decidono. Mia figlia
ha tutto visto e va in Australia.
Sono stati già tre volte a Ceylon,
possono tornare per la quarta a Bali. Tutto il mondo è loro,
noto solo un certo imbarazzo per 
il Polo. Ostenda e Stoccolma
vengono qui. O vado in India o vado a New York.
O preferisco una casa nella campagna toscana,
dove faccio una villa a modo mio
da un podere fuggito dai contadini
per la miseria? Per i padroni imbecilli?
Cetona è il Saint-Tropez dell'Etruria.
Belli sono i cipressi a folto pennello
e il pino e il leccio e l'ulivo,
si sposa con la loro armonia
che ha fatto la rinascenza.
Ci sono troppe salite e discese a San Francisco,
meglio allora le rupi del Colorado. Ma chi
è stato due mesi nella Nuova Guinea?
Un grande avvocato che ha studio a Milano
in Corso Matteotti dove torna e riprende.
Io sarei rimasto nella Nuova Zelanda. Vado
a vivere in Egitto. Corso Matteotti, dopo averti
mille volte percorso, preferisco l'orso
del Polo Sud.
Vivere non è necessario,
è necessario partire. È necessario
tornare? Forse. Sceglie invece
di stazionare a Roma, gonfia di attrici,
attricette, attriciotte,
ogni pomeriggio, ogni mattina,
almeno da vedere. Egli è un produttore,
o un regista o un operatore e tiene lontano
la morte con la cinèsi
perenne, con un dongiovannismo
di mestiere, facendo, ricevendo
il male. Ahi, Roma!
La fornicazione è una navigazione
irrequieta, un rollio fermo nel golfo
che evita l'altura ma dura
oltre l'amore unico
che può trafiggere a morte,
ma va ricambiato minuto per minuto
e ti impedisce di chiedere aiuto.
È il potere, l'erotica e la gloria
che fanno la storia? O l'umile lotta
fedele a un ideale. Cristo lo ha già
deciso ma noi siamo ribelli,
angeli decaduti perennemente attratti
da una frivolità o serietà
che ci faccia divertire. Divertimento,
cima del mondo! Divertimento non sei
mai spento. Come sei ricercato
dall'essere umano che si annoia
della foia, che cerca con incessante insistenza
lo svago, il mago della gioia. Ascolta l'oroscopo
vuol sapere se il sole o le stelle lo faranno felice,
che cosa dice la carta del cielo
perché quella della terra è talmente arata,
che fatica a germinare il seme della speranza.
L'oroscopo produce con più felicità
l'ansia di conoscere il futuro, il
quale s'accorcia con il fatale
camminar della vita. Eppure appare
che l'esistenza si allunghi come le serate d'estate,
che il sole tardi al tramonto,
abbia la sua vecchiaia
che lo porta a indugiare
sull'orlo della terra
come se la volesse illuminare
oltre il voluto da Colui
che stabilì le leggi della notte e del giorno.
Può il sole con l'uomo rompere
il ritmo e divenire immortale,
risplendere perennemente?
Oppure la notte durare oltre la notte
fosca o lieta in un'alternanza
che non inquieta l'uomo ma lo fa
giacere senza sussulti? Odo
ancora i singulti del fatale
passaggio fra la notte e il giorno,
fra il giorno e la notte,
ritmo che nulla spezza
neppure la più grande
umana alterezza. Nessuna
imperialistica potenza ha dominato
il corso dell'esistenza. La notte e il sole
sono più forti
della nostra trascendenza.

ascensore per gatti

In casa di Mariateresa e di bip è arrivata la quarta gattina. Piccolissima, ancora da svezzare, si è subito accodata alle altre tre nelle loro esplorazioni ed avventure. Un po' accettata, un po' snobbata, un po' sopportata pazientemente e un po' tenuta a distanza, secondo i caratteri delle signore gatte della casa.
La cucina di Mariateresa ha un balconcino che dà sul cortile del palazzo. Nel cortile vi è un garage privato il cui tetto, piatto, è proprio sotto il balconcino di Mariateresa ad una distanza di un paio di metri.
Seguendo le altre gatte, ormai padrone del territorio e a conoscenza di una complicata e acrobatica via di ritorno attraverso un altro balconcino, la piccola si è ritrovata sola sul tetto e non ha saputo tornare indietro.
Grandi miagolii di disperazione.
Accorsi Mariateresa e bip si sono trovati di fronte al problema di cercare il proprietario del garage (probabilmente al lavoro) per farsi aprire il cancello di accesso e recuperare, con una scala, l'inconsapevole sventata.
Poi, genialmente, Mariateresa ha pensato di calare con una corda un cestino per provare a farvi salire la gattina.
Detto fatto.
La piccola prima si è avvicinata, ancora lamentevole, ha esplorato il cestino e poi, avendo compreso che ormai era a sua disposizione un comodo ascensore, ha esplorato un po' la zona intorno, e l'orizzonte visto dal tetto. Solo dopo avere un po' giocorellato ha deciso di tornare a casa: è tornata al cestino, ci si è accomodata dentro con disinvoltura e senza nessuna paura si è fatta sollevare fino a casa.
Mariateresa non me lo ha detto, ma sono sicura che la gattina le ha fatto il classico fischio: issa!

PS La gattina si chiama Zuzù, mi scuso con Mariateresa e bip per non averne ricordato il nome.

sabato 23 gennaio 2010

Wislawa e il vecchio Professore



Il vecchio professore
di Wislawa Szymborska

Gli ho chiesto di quei tempi,
quando ancora eravamo così giovani,
ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.


È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro
cosa è bene e male per il genere umano.


È la più mortifera di tutte le illusioni
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto del futuro,
se ancora lo vede luminoso.


Ho letto troppi libri di storia
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto della foto,
quella in cornice sulla scrivania.


Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,
moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,
gatto in braccio alla figlioletta,
e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio
un uccello non identificato in volo
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.


Lavoro
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.


Alcuni miei ex assistenti,
la signora Ludmilla, che governa la casa,
qualcuno molto intimo, ma all'estero,
due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,
il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto della salute e del suo morale.


Mi vietano caffè, vodka e sigarette,
di portare oggetti e ricordi pesanti.
Devo far finta di non aver sentito
-mi ha risposto.


Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.


Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi,
tanti punti di vista ci sono lassù
-mi ha risposto.

venerdì 22 gennaio 2010

il mio angelo di Natale

Questo post risale al Natale del 2008. Lo pubblicai e subito lo tolsi. Julo sa perché. Lo pubblico dopo un anno. È un racconto con cui tento di farmi perdonare i miei mal umori.



24 di dicembre, Vigilia di Natale- prime ore del pomeriggio

Mi fermo sulla via consolare per guardare le vetrine di un negozietto molto trendy, dove potrei forse trovare qualche cosa per mia figlia. Mentre parcheggio noto un ragazzo che attraversa la strada con passo incerto. Sembra dolorante. Mi accorgo che le punte delle scarpe sportive divergono assurdamente. Ha le scarpe a rovescio, è così che cammina come sulle uova. Malgrado l'incedere cauteloso ha però una figura elegante, alta e diritta. Lo seguo un po' con lo sguardo poi entro nel negozio. Ne riesco senza pacchetti. Il negozio è trendy ma i prezzi pure. Quando arrivo alla mia 500 ci trovo appoggiato il ragazzo di prima. In bilico tenta di slacciarsi le scarpe. Mi fermo davanti a lui, che mi guarda e mi fa sorridendo:
-Mbè?
-Mbè è la mia macchina, dico io.
-Ah, bene, mi fa con un grande sorriso, me l'apri allora? Così non ci riesco.
Il tono è allegro e candido. Innocente. Così gli apro la macchina e lui si siede sul sedile del guidatore con le gambe all'esterno, e mentre gli tengo aperto lo sportello, si toglie con calma le scarpe, le inverte e se le rimette. L'operazione è lunga e laboriosa perché lui sa esattamente quello che deve fare ma è molto impacciato nei movimenti; fa più volte il nodo dei lacci senza però riuscire a stringerlo e così quello continua a disfarsi, finché lui sembra molto stanco e mi tende la gamba destra:
-Doppio nodo, mi dice arrendendosi. Mi chino a fargli il doppio nodo e intanto gli dico:
-Hai messo le scarpe a rovescio.
-No, dice lui, ho messo i piedi a rovescio.
E' un ragazzo bellissimo, con un'espressione ingenua, infantile nei grandi occhi azzurri. Ha i capelli lunghi e biondi che gli danzano intorno al viso e una sciarpa grigia intorno al collo. Porta dei pantaloni di velluto a coste e sopra un pesante giaccone blù. E' pulito e ordinato ma, scarpe a rovescio a parte, è evidente che ha più di un problema. Quando è a posto mi chiede:
-Me lo dai un passaggio?
-Dove devi andare?
-Al cimitero
-Al cimitero!? Ma sarà chiuso, obietto io.
-No, è aperto fino a che c'è luce, dice con sicurezza.
-Ma forse oggi chiude prima, dico io.
L'idea di portarlo al cimitero e lasciarlo lì non mi piace.
-Ma è oggi Natale? mi chiede.
-No, domani.
-Allora non chiude prima, mi dice.
Il cimitero è a poche centinaia di metri da lì, sulla mia strada. Lui sembra molto sicuro del fatto suo ma ha comunque qualche cosa di incerto nei movimenti, e si dondola un po'. Insomma non sono sicura che sia la cosa giusta lasciarlo fuori del cimitero. Non so quanto sia davvero autonomo. Però ha uno sguardo di attesa fiduciosa e così lo faccio salire e lui mi fa :
-Vieni anche tu al cimitero?
-No, gli dico, non posso; devo andare a portare da mangiare ai gatti di una mia amica.
-Perché?
-Perché lei è partita e i gatti sono soli.
-Mi dispiace, io non posso venire, mi dice, devo andare al cimitero.
-Peccato, gli dico io.
Quando siamo davanti all'ingresso del cimitero mi sento inquieta: i cancelli sono aperti ma il piazzale è deserto. Insisto:
-Sei sicuro che ci devi proprio andare? Fa segno di sì.
-Guarda che devi fare presto perché poi chiude.
-Senti, mi fa, io non sono scemo.
-Scusami, è che sono un po' preoccupata per te, gli dico vergognandomi.
Allora mi fa un grandissimo sorriso:
-Siete tutti uguali.
-Tutti chi?
-Voi, i genitori.
-Dove abiti? gli chiedo.
-Qui.
-Qui dove?
-Qui.
Allora m'incazzo.
-Senti o mi dici bene dove abiti o io qui non ti ci lascio e ti riporto indietro! e rimetto in moto. Si mette a ridere.
-Hai paura che mi perdo? dice lui. Ma io non mi perdo. Abito in via... e al cimitero ci vengo tutti i giorni. Solo che oggi mi fanno male i piedi, se no ci venivo a piedi come sempre.
Sento orgoglio e convinzione nella sua voce. Mi viene una grande tenerezza, per questo ragazzo bellissimo, che ha il sorriso di un bambino e anche la logica di un bambino e che tutti i giorni viene al cimitero.
-Io sono marina, gli dico e tu come ti chiami?
-Angelo e mi porge la mano, con grande scioltezza. La stringo. E' calda e asciutta e la stretta è ferma.
Perché tutti i giorni vieni al cimitero, Angelo? Vorrei chiedergli. Ma non ne ho il coraggio.
Se non si fosse messo le scarpe a rovescio, glielo chiederei? Non credo. Quindi taccio.
Guardo le sagome dei cipressi che svettano oltre l'alte mura. I miei nonni riposano in quel cimitero. Da molti anni non visito le loro tombe. Forse potrei accompagnarlo e lui potrebbe accompagnare me. E poi potrei riportarlo sulla strada consolare.
Lo guardo incerta.
-Non avere paura mi fa con dolcezza, non mi succede niente. Poi abbassa la voce e guardandomi negli occhi scandisce:
- Qui sono al sicuro.
-Promettimi che stai poco e che torni indietro a piedi, gli dico un po' severa. Promettimi che non chiedi passaggi a nessuno.
-Va bene fa lui, te lo prometto.
Scende e mi fa ciao con la mano ed un sorriso radioso. S'incammina ma io non mi decido a partire. Poi torna indietro di corsa e  si china:
-Tu prometti che non corri! mi dice.
-Va bene, te lo prometto.
-E io ti prometto che torno a piedi. Di nuovo ci facciamo ciao con la mano.
Riparte. Si arresta. Torna di nuovo indietro.
-E' oggi Natale? mi chiede di nuovo.
-No, Natale è domani, torno a dirgli.
-Ti chiami marina, hai detto?
-Sì, marina.
-Allora Buon Natale, marina! mi fa lui trionfante e mi manda un bacio.
-Buon Natale a te, Angelo, gli dico io e gli mando un bacio.
Lo vedo entrare dal cancello laterale. Malgrado le scarpe ormai al posto loro, ha un passo incerto, un po' zigzagante.
Ma è evidente che sa esattamente dove sta andando.
Penso a lui tutto il tempo della mia visita ai gatti. Chi è? di che cosa soffre? perché va al cimitero? e perché va in giro solo? Comincio a pensare che sono una irresponsabile egoista e che non avrei dovuto lasciarlo. Quando esco faccio in modo di passare davanti al cimitero, tornando indietro sulla mia strada.  I cancelli sono ancora aperti ma di lui non c'è traccia.
Mi fermo da una delle fioraie lungo il viale.
-Sa a che ora chiude il cimitero? chiedo. -Alle 17.
Manca più di un'ora, ovunque sia andato ha tutto il tempo di tornare indietro, penso. Poi lo vedo, sull'altro lato del viale. E' seduto al piccolo baretto dall'altra parte della strada. Scendo decisa dalla macchina e attraverso.
-Angelo, ciao!
-Ciao, mi fa tutto contento. Il barista mi guarda diffidente.
-Hai fatto il tuo giro al cimitero?
-Sì e tu hai dato da mangiare ai gatti?
-Sì.
Chiedo un caffè e me lo porto al tavolino di Angelo. Lui beve un bicchiere di latte che fuma verso i suoi ricci biondi, verso i suoi occhi sorridenti.
-Vuoi un passaggio per tornare? gli chiedo.
-Lei chi è? mi fa brusco il barista dalla soglia. Gli spiego che l'ho accompagnato lì da San Lorenzo.
-Male. Angelo va solo a piedi, dice perentorio. E a lui:
-lo sai che non devi chiedere passaggi, no? Ma Angelo si difende.
-Ma lei è una donna! esclama.
-Donna o uomo, non devi mai chiedere passaggi, lo sai!
-Lei lo conosce bene? domando al barista.
-Sì, risponde secco.
-Va bene, allora io vado, vedo che qui è al sicuro. Il barista si ammorbidisce un po'.
-Grazie, signora, ma sa, lui non deve prendere l'abitudine... Lo interrompo:
-Ha ragione, ho sbagliato; non dovevo dargli il passaggio, ma si era messo le scarpe al contrario e...
-Non le scarpe, i piedi avevo messo al contrario! Ridiamo tutti e tre. Ma sì i piedi.
-Allora ciao, Angelo.
-Ciao.. ed esita.
-Ti chiami marina?
-Sì e domani è Natale, gli rispondo sorridendo.
S'illumina:
-Allora Buon Natale, Marina!
-Buon Natale, Angelo!


Mentre guido verso casa penso che sembra davvero un angelo, non ha trombe né ali e si mette le scarpe a rovescio, ma i suoi occhi sono limpidi e il suo sorriso candido.
E' il mio angelo di Natale, decido.

giovedì 21 gennaio 2010

sull'onda

Scrivo sull'onda di un'emozione. Bella forte, anche. Ma non nuova.
La scossa me l'hanno data i vostri commenti al mio post "diritto all'oblio". Non per il dissenso pressoché generale che lo ha accolto. Il dissenso non mi scompone. Ma il dissenso senza comprensione, quello sì. Uso comprensione non nel senso di capacità di giustificare sul piano affettivo, di chinarsi simpateticamente sull'altro, ma proprio nel senso banale di comprendere, capire, afferrare sul piano intellettivo e solo poi, magari, respingere. Attenzione: questo non lo addebito ad una vostra mancanza né di cuore né di mente, ma alla mia inveterata singolarità. Insomma, mi sono sentita brutalmente sola. Mi sono sentita riconfermata sola.
Ed è restata la vecchia scoperta: è molto, molto meglio non essere amati che non essere capiti. Almeno per me.

A margine. Se decidessi di citare tutti coloro che hanno scritto del loro desiderio, anzi bisogno, di scomparire -non solo dunque di non esserci ma di non esserci stati- che hanno fortemente desiderato di cancellare tutte le tracce del loro essere esistiti negli altri, scriverei forse il post più lungo della storia.
"Rallegrati dunque", legittimamente potreste concludere, "non sei affatto sola! Sei in buona, spesso ottima, compagnia!" È vero. Ora me lo ripeto un paio di volte e mi riprendo.

diritto all'oblio


Nathalie Kousciusko-Morizet

Noi utenti di Internet seminiamo continuamente dati o informazioni personali sui nostri blog, su Twitter o su Facebook o su Mylife. E scritti e foto e pensieri e fatti più o meno privati. Lo facciamo in una stagione della nostra vita in cui questo non ci reca disturbo. E poi?
Quando passa quella stagione? Come rientrare nell'anonimato? Come indietreggiare verso l'oblio? Come riconquistare la propria riservatezza?

Nathalie Kousciusko-Morizet, sottosegretario francese all'economia telematica, si è posta questo problema e ha deciso di rendere più semplici e rapide le procedure per cancellare le informazioni personali, che rischiano di restare sul web fino all'eternità. Coloro che gestiscono siti web saranno tenuti ad una gestione molto severa dei dati in loro possesso: certificazione, tracciabilità, multe salate contro gli abusi o le inadempienze e la possibilità di impartire on line il proprio ordine di delete.
Nathalie si batte per il diritto all'oblio telematico ma sulla sua strada incontra coloro che temono forme di censura e quelli che difendono il diritto all'informazione e il lavoro di ricostruzione storica.

Mark Zuckerber


La legge europea in materia di riservatezza è  molto più severa di quella americana e già Google ha fatto sapere che non accetta limitazioni esterne. Mark Zuckerber poi, 26 anni da compiere e fondatore di FaceBook nel 2004 (quando secondo la nuova tradizione era ancora studente) ha dichiarato che la privacy è roba vecchia e che ai giovani d'oggi non interessa. Interessa comunque meno che giocare al gioco delle relazioni su FB.
Ma anche in America c'è chi si batte per un rientro tranquillo nell'anonimato.
Questo è reso però difficilissimo dalla pratica del copia-incolla, che spande i nostri dati (foto, informazioni private, testi ecc.) a macchia d'olio. Come rintracciarli se si decide di ritirarli dalla rete?
L'indomabile Nathalie ha messo un gruppo di esperti al lavoro.

Dunque le cose stanno così.
Confesso che l'idea di essere crocifissa per sempre ai sentimenti, ai pensieri, alle sensazioni di un momento della mia vita mi disturba.
In questo perodo poi il mio bisogno di arretramento rispetto all'umanità è molto forte. Combatto quotidianamente la mia battaglia per non fare una bella lettera circolare con cui avviso tutti che marina non c'è più.

Questo mi riporta alla mente un episodio lontano nel tempo. In un piccolo gruppo di donne si presentò il quesito: Come fare a lasciare l'amante di un momento, mai amato e rivelatosi appiccicoso? Che cosa dirgli? Diverse elaborate proposte si presentarono in campo. Ma vinse la risposta fulminea e indimenticabile di una ragazza di Rovigo: Desméntegate de mi! Ovvero: Dimenticati di me!

Ecco, il giorno in cui decidessi o decideste di scomparire dalla rete questo potrebbe essere il testo di una bella lettera circolare: Desméntegate de mi!

mercoledì 20 gennaio 2010

non c'è




Non c'è esattezza senza profondità.
Bisogna sempre tener conto della terza dimensione. E, al bisogno, di una quarta. E non averne paura.
Mi chiedo perché presentiamo così spesso le nostre facce più piatte al mondo.
Pudore, certo. Riservatezza. Ma soprattutto paura.

Peccato. Molti incontri non avvengono perché offriamo solo una verticalità, il nostro corpo eretto, e una superficie, i nostri occhi brillanti come laghetti ghiacciati.

O forse è per fatica che ci offriamo in due sole dimensioni: perché non abbiamo abbastanza fiato per la profondità.
Perché una volta scandagliata, o lasciata scandagliare, la profondità non può più richiudersi su di noi. E sentiamo di non poterla sostenere. Conosco.

E capisco.
Ma resta il fatto che che non c'è esattezza.

il Fondo Tommaso

Io lo chiamo Il Fondo Tommaso. Non è in euro, né in dollari, né in franchi svizzeri.
Ma è un capitale considerevole.
Quando sono molto stanca, come a tutti capita, e mi sembra di non avere nemmeno un grammo di energia (ma l'energia non si misura in grammi, vero?); insomma, se proprio allora si presenta una necessità riguardante il piccolo Tommaso, da qualche parte di me zampillano energie fresche e intraprendenti che proprio non sapevo di avere.
I nipoti operano di questi miracoli. Infondono vita nuova in muscoli stanchi e in ossa che cominciano a scricchiolare. E spolverano via, ipso facto, una decina di anni dalle nostre spalle.
Credo che sia quell'istinto potente che ci porta a prenderci cura dei piccoli della specie. Oltre all'amore, naturalmente.
Per le nostre vecchiaie ci è stato dato questo Fondo Nipoti cui l'INPS non potrebbe provvedere: il mio si chiama Fondo Tommaso.

martedì 19 gennaio 2010

addii

C'è un gesto che mi commuove profondamente. Quando un uomo colmo di dolore china la spalla per sostenere la bara che contiene il corpo della figlia, della madre o del padre o di un fratello, di una sorella  o della sposa. Nell'atto di sopportarne il peso c'è il desiderio di fare ancora qualche cosa per la persona amata e perduta ma esso mi appare anche come il gesto con cui ci si piega, ci si sottomette e si accetta il dolore di quella perdita.
Ai maschi è riservato questo gesto virile ed ogni volta che li vedo mentre piegano le spalle e tendono i muscoli, con i loro cigli asciutti e i loro sorrisi rigidi, io provo per loro e per il loro dolore una grande tenerezza piena di pietà.

venerdì 15 gennaio 2010

ha scritto Angela

Il 29 ottobre 2007 Angela ha scritto:


"Cammino sul selciato del piccolo paese di Collevecchio, mentre le colline profumano intorno di cenere e legna, dolci e sinuose,  con una grazia antica, quando all'improvviso mi coglie un battito d'ali e alzo lo sguardo verso il cielo: di un azzurro pulito, un campanile a penetrare l'aria fresca delle prime ore del mattino, le campane nient'altro che vibrazioni lanciate nello spazio su cui si adagia il cuore.


Mi accorgo di vivere.
È un attimo di suprema  felicità.


Ho ancora tempo, mi dico, per ricominciare. Ho ancora altre ore per imparare.


Non è finita: si cammina alla conquista della chiarezza e della visione esatta del tutto.
Forse per questo, non depongo la fiducia e aspetto che altri vedano "il raggio verde",  che in tanti si alzino da terra come richiamati da una improvvisa intuizione...conoscere attraverso il cuore!
Sebbene guardi alla storia mia e collettiva con la consapevolezza della scarsa realizzazione delle aspettative umane, c'è un terzo occhio, nella mia coscienza, che mi aiuta a guardare oltre gli eventi e mi concede lo spazio del respiro e della speranza.
Non sono nata per vincere, per avere tutte le risposte e per avere ragione: sono nata per capire, per cercare anche nella ragione degli altri, per fare esperimenti e confutazioni e poi nel silenzio far sedimentare il tutto e attendere...


Così nessuna parola diventa assoluta, neppure il dolore, nessuna idea politica, filosofica, religiosa si impossessa del mio vagabondare nel mondo...


Questa è la ragione della mia scrittura oggi: aprire una porta, scoprire se si vede qualcosa, descrivere ciò che vedo e aspettare che faccia da risonanza nel cuore dell'altro. Da onda a onda finiremo per suonare una vibrazione intensa che andrà ad arricchire l'etere di altri suoni. 
Non ci sono solo i rumori della devastazione, il clamore delle fanfare, lo sghignazzare delle perfidie, il bisbigliare dei tradimenti e dei complotti. C'è anche un suono che poi è un canto, un richiamo all'attenzione, un attimo di sospensione del respiro prima di dire...è così, ho capito, vado avanti..."


Dal libro "L'era della debolezza" di Angela Altieri MacDonald
edizioni Le speziali 2009



Le parole di Angela hanno fatto da risonanza in molti cuori e continueranno a farlo.

giovedì 14 gennaio 2010

Angela esiste


per Angela


"Un amico muore.
Io sorveglio lo schiudersi dei fiori."


(Fabrizia Ramondino)

ricordando Fabrizia Ramondino

Come spesso accade all'estero sono molto più attenti di noi verso i nostri stessi artisti.
In questo caso si tratta di ricordare Fabrizia Ramondino, una figura di scrittrice che ha avuto il torto, ma il merito, dico io, di essere  schiva e riservata.
Spero che il tempo le dia il posto che merita nella letteratura del nostro paese, sgombrando un po' il campo dalla cortina fumogena degli scrittori divi.


La Conferenza si terrà a Londra in questo week end e prevede anche la lettura di opere inedite.

Piccolo omaggio tratto dalle poesie di Ottiero Ottieri

Confine

Ore e ore di solitudine occorrono
al poeta o a colui che è simile
al poeta per costruire sulla sabbia,
sulla pietra o sul legno.
Deve costruire piccoli e grandi castelli
che durino da soli. Mantenere la pista
sulla sabbia, nella foresta caotica,
nella carta bianca. Siamo sempre al lavoro
sull'orlo del mare, del bosco, per
costruire un sentiero. Non c'è fine.
La vita del poeta non va in pensione,
non ha confine.


Mi sembra che ci sia tutto per ricordare Fabrizia Ramondino, la solitudine, la sabbia e il sentiero.

mercoledì 13 gennaio 2010

segnalazioni/Nicole

Nicole ha preso il filo rosso del mio post sul dì di festa e ne ha fatto cosa sua. Ha descritto il mondo di "quelli dentro" come solo una con lo sguardo libero e "fuori" può fare. Grazie, Nicole, hai sgomitolato alla grande il mio tema!

il segnalibro/sei

Ci sono libri che dopo poche pagine, dopo poche pagine, ti dici: oh no, questo libro finirà, non è possibile, come farò?
E poi subito dopo pensi: lo ricomincerò, sì lo ricomincerò e così ti tranquillizzi un po' e puoi andare avanti; ma ti tranquillizzi solo un po' e mentre lo leggi devi continuamente andare a vedere quanto ancora te ne resta e sei combattuta; da un lato non vuoi assolutamente dormire perché vuoi andare avanti a leggerlo, ma dall'altro non vuoi assolutamente finirlo; così cerchi il compromesso e ti dici: ancora dieci pagine e poi basta, e poi lo ricomincerò da capo e così trovi un po' di pace. Questo libro è L'angoscia di re Salomone di Romain Gary.
E tu sei fortunata, il dio dei lettori ha guidato la tua mano quando lo hai preso in libreria dove ti sei precipitata subito dopo aver letto La vita davanti a sé, sempre di Romain Gary. Due libri scritti negli anni settanta e tu li avevi persi. Oddio, li avevi persi!
Ma La vita davanti a sé non è di quei libri che dopo poche pagine ti dici: oh no, questo libro finirà, come farò, come farò quando sarà finito?
No, è piuttosto di quei libri che li leggi con la testa bassa, senza uscirne mai neanche un momento e non importa se finirà, perché a modo suo non finisce, perché resta dentro di te e tu lo sai da subito che resterà dentro di te e così lo leggi tranquillamente ma anche appassiontamente e senza uscirne fuori neanche un minuto.
E poi quando è finito resti lì tranquilla perché è un libro di quelli che dicono tutto e tu sai che è completo, lo sapevi da subito che sarebbe stato completo e che potevi stare tranquilla, perché lui, l'autore lo avebbe finito solo quando l'ultima parola giusta sarebbe stata scritta; e quindi va tutto bene, nella tua vita il libro è entrato e quindi va tutto bene e così tiri un sospiro di sollievo e ringrazi. Perché il libro è uno di quei libri che quando li hai finiti tu dici: oddio grazie, grazie signor Gary di aver fatto questo per me. Proprio come quando a Parigi ogni tanto, anzi ogni poco, andavi al Museo Picasso e salendo dal piano terra al primo piano per quella scala stretta, quasi da condominio, però piena di luce, incontravi  i Ritratti di donna e ce n'erano persino sul pianerottolo e tu pensavi: oddio, signor Picasso lei ha fatto questo per me! grazie davvero, grazie.
E  tornavi a casa e tutto era molto più sensato e per un po' potevi respirare meglio, per un bel po'.
E così è con questo libro di Romain Gary, La vita davanti a sé.
E subito tu devi annunciarlo a tua figlia e anzi glielo presti, l'eccezione suprema, perché anche questo fa una madre per una figlia e appena lei si chiude la porta di casa dietro le spalle ed è uscita da casa tua con il tuo libro tu dici: oddio le ho dato il libro! quel libro mi serve, mi serve immediatamente! e non ti capaciti di aver potuto farlo uscire di casa; ma poi ti ricordi che una madre fa anche questo per una figlia e così fai finta di niente con te stessa. Però ti scrivi un appunto, un memento, perchè devi avere una prova che lei è uscita con quel libro tra le mani e così te lo appunti e metti anche la data in cui glielo hai prestato, così per sicurezza. E poi quando vai a trovare tua sorella che non sta bene le dici: devi comprarlo, devi leggerlo, guarda ti sto facendo un favore, ti sto facendo un regalo; e lo sai anche tu che non si dice mai: devi leggerlo, devi andare, devi vedere, ma lo dici lo stesso perché sei contenta di poterle fare questo favore e perché sai che tua sorella lo riconoscerà come un favore.
Perché di Rosarno non avete potuto parlare perché vi faceva star male e sembra che questo non c'entri e invece c'entra tantissimo.
E poi torni a casa e porti la macchina in garage e c'è Nazareno che è il ragazzo allegro che lavora lì, quello che ti accoglie sempre con un sorriso sincero, come si accoglie l'unica zia che ci sta simpatica e tu vorresti dirgli: leggilo, leggilo, perché dopo la vita sarà meno oscura; ma sai che lui non legge, tranne il giornale che danno gratis nella metropolitana, e questo è un peccato e ti rattristi per lui, pensi che è una terribile ingiustizia e un terribile peccato che ci sia tutta questa gente che non legge, perché così il mondo non cambierà mai, mai, perché questi libri sono necessari; perché la pietà per la vita non ce la portiamo mica dentro come un corredo e c'è gente che se non legge almeno un libro non la incontrerà mai e ti dici che non è giusto, e che tutti dovrebbero avere il diritto di leggere, no veramente non il diritto di leggere, perché qui, in questo paese, tutti hanno il diritto di leggere, ma il diritto di desiderare di leggere ed esci dal garage sentendo che non è giusto che nessuno abbia detto a Nazareno che ha il diritto di desiderare di leggere e che forse dovresti dirglielo tu.
Però lui si chiama Nazareno e questo qualche cosa significherà pure! ed è capace di accoglierti come si accoglie l'unica zia che ci sta simpatica, con un sorriso che non è venale e pensi che forse lui la pietà per la vita se la porta già dentro, e perciò forse non è così grave se non legge; e ti ricordi di quella volta, sì quella volta che l'altro garagista scambiò il saluto fascista con un cliente, ed erano tutti trionfanti per il risultato delle elezioni e Nazareno ti interrogò con lo sguardo e poi proprio con le parole e disse: ma li ha visti questi? ma che festeggiano con il saluto fascista? e voi restaste a sbigottire insieme e a scuotere la testa; e poi mentre ti avvii verso casa pensi a quando credevi di essere rivoluzionaria e ti dici che no, non lo eri abbastanza e non solo non lo eri ma neanche lo sei diventata con l'età e questo è molto più grave, perché è con l'età che si dovrebbe diventare rivoluzionari e se eri diventata rivoluzionaria adesso gli dicevi: leggilo, leggilo! e poi pensi che puoi dirglielo domani e forse potresti addirittura regalargliene una copia; ma mentre sali le scale di casa sai che non lo farai, perché potresti sopportare la sua sorpresa e la sua perplessità ma non potresti sopportare il fatto che lo lasci lì nella guardiola senza leggerlo, questo non potresti sopportarlo, non per te, ma per il signor Gary che ha scritto questo libro, ha fatto questo per te; e anzi senti che devi assolutamente adoperarti perché ognuna delle copie già stampate del libro venga acquistata e letta e dici: meno male che c'ho un blog, che comunque anche se non è la prima serata di Rai Uno una decina di persone le raggiunge e forse anche venti e tu e Romain Gary ce la farete e così avrete seminato un po' di pietà per la vita, che detto così, pietà per la vita può non significare niente, ma invece significa molto e tu e Romain Gary -mettere prima Romain Gary santo cielo!- Romain Gary e tu sapete quello che dite e chi leggerà il libro saprà quello che volevate dire.
E poi pensi che forse dovresti dire di che libro si tratta, spiegare e forse riassumere ma poi decidi che no, che dovranno fare un atto di fede, che poi tu le fedi non le puoi vedere, perciò ti correggi e dici un gesto di fiducia, dovranno fare un gesto di fiducia verso di te e verso Romain Gary.
E se non lo conoscono? Come tu non lo conoscevi se non di nome, di sfuggita, così, solo come il marito di Jean Seberg? Se si dicono: ma questo Romain Gary chi è, perché dovrei leggere questo libro, La vita davanti a sé e magari anche quell'altro libro, L'angoscia di re Salomone, ma chi li ha mai sentiti nominare? E poi pensi che non tutti sono ignoranti come te che fino all'altro ieri pensavi solo che Romain Gary fosse il marito di un'attrice svedese morta suicida. E poi pensi ad Artemisia che i libri li mastica poco, perché non trova quelli che fanno per lei, e se ne è lamentata. E pensi che questo sì che va per lei, perché c'è modo di sorridere mentre la vita ti si snocciola davanti e perché Momo si farà amare da subito. E comunque è notte e tu hai mal di testa, come ormai quasi tutte le notti e devi riuscire a dormire un po' e devi posare L'angoscia di re Salomone e conti le pagine che ti mancano alla fine del libro e sono 180, solo 180 e pensi: oddio, domani sarà finito. E siccome il paradosso comanda nel libro anche tu formuli il tuo paradosso e ti dici: no, non vado più avanti, non posso finirlo, questo libro deve restare lì, come un'assicurazione sulla vita, è uno di quei libri che si debbono solo assaggiare e non si debbono finire se no dopo non li hai più da leggere. Ma poi anche se sono le quattro -oddio, le quattro!- e hai mal di testa ti dici: ma quale paradosso del cavolo, io il libro me lo finisco, domani me lo mangio tutto e poi lo ricomincio, sì, lo ricomincio e dopo, quando mia figlia mi avrà restituito La vita davanti a sé, ricomincio anche quello. Ma quando, quando me lo restituirà? E va bene che sei madre e che una madre fa anche questo per una figlia, ma perché gliel'ho dato? come ho potuto fare questo? E spegni la luce, dopo aver scritto di getto questo delirio notturno e ti addormenti inquieta perché La vita davanti  a sé è fuori di casa e L'angoscia di re Salomone sta per finire.
Buona notte.


martedì 12 gennaio 2010

segnalazioni/Romina

Lo so, può sembrare uno scambio di favori, ma voglio segnalarvi l'ultimo post di Romina, che accoglie sì il mio, ma lo allarga a ventaglio e lo fa suo. È qui

segnalazioni/annamaria e giorgio

Segnalo il bello scambio di riflessioni tra Giorgio e Annamaria sul tema de dì festivo.
E li ringrazio entrambi.

tra Capodanno e la Befana

E' l'immobilità trasognata del mattino a indurmi alla passeggiata nel parco. E' quasi deserto. Qualche vecchio in panchina, niente bambini, l'incedere spavaldo dei grandi corvi e i piccoli passi di tortore e piccioni sui prati umidi. Qualche gatto acciambellato ma vigile e i nasi a terra dei cani lasciati sciolti dal piccolo gruppo di proprietari che chiacchierano tra di loro.
Ecco un altro gruppo di cui non faccio più parte. Se avessi un cane accorderebbe il suo umore al mio o me ne strapperebbe.
Grigio chiaro nel cielo, orlato di un celeste esitante e qualche potatore all'opera su scale incaute appoggiate agli alti pini, già troppo denudati di rami. Mania di tagliare, strappare, togliere. Sottrazioni continue.
Una palla dimenticata o persa o rifiutata nella fontana vuota d'acqua. Sui prati bagnati di pioggia notturna seguo i miei stessi passi di bambina, di ragazza, di giovane donna. Sto posando il piede dove lo posai a vent'anni?
Poi siedo dove sedevo a quaranta.
Quante volte tutte le cellule del mio corpo si sono rinnovate? Ma io sono ancora io.
Il mio cervello conserva per me la mia identità.
Al piccolo trotto un ragazzo in tuta taglia il prato. E' la seconda volta che passa. Segue un percorso di sua scelta. Ma gira in tondo. Giriamo tutti in tondo?
Arriva una famiglia. Turisti di vacanze natalizie, forte accento pugliese. Aria di benessere. Tre ragazzini con i recenti regali in prova: due auto da corsa guidate da vere clôche e un elicottero telecomandato. Il parco è grande, vuoto, molte aree si presterebbero ai giochi ma il nucleo ha scelto di giocare addosso a noi, a un vecchio in sciarpa a righe due panchine più in là con lo sguardo abbandonato nel cielo e alla me con lo sguardo abbandonato al passato.
Tutti gridano. Il padre ai figli. I figli tra loro. La madre al padre e poi al telefono. L'aria si riempie di grida e dei ronzii dei motori. Fuggono i corvi, i piccioni, le tortore. I cani abbaiano contro le auto giocattolo, i proprietari smettono il loro bel chiacchierare e li richiamano. Per ultimi si allontanano i gatti con sguardi di sprezzo.
Per due volte l'elicottero passa ad un metro dalla mia testa. Il padre neanche pensa a scusarsi o a rimproverare i figli. Continua a gridare "attenti che non si schianti al suolo!" Speriamo, dico io all'aria. Il vecchio in sciarpa a righe si trova una delle due auto tra i piedi. La solleva da terra, la capovolge e la rimette in terra. Le ruote girano impotenti. Il ragazzino alla guida si immobilizza e si tace. Il vecchio lo guarda e aspetta. Anche il padre e la madre si tacciono e aspettano. Poi il vecchio si alza, si sistema la sciarpa intorno al collo e se ne va. Lo seguo nel suo autoesilio di protesta. Passandogli accanto penso fuggevolmente di dirgli "Buon Anno Nuovo". Nuovo? mi chiedo. E mi taccio anch'io.

lunedì 11 gennaio 2010

è festivo il dì festivo?

Più ancora che il consumismo sfrenato, particolarmente visibile nelle feste da poco trascorse, è l'edonismo coatto che mi fa paura e disgusto.
Ridere di risa alticce, alzare voci di tripudio, ungersi le labbra di grasso o sbaffarle di cioccolato fino a sentirsi male, alzarsi le gonne o sbottonarsi la patta solo per chiudere la serata, sniffare per avere la forza di farlo.

Nella domanda, apparentemente innocente, che tutti si sono passata in questi giorni: che fai per le feste? c'è cristallizzata la legge suprema della nostra epoca: godere. 
La sola risposta sensata sarebbe: vivo, come ogni altro giorno.
La pressione sociale all'edonismo si è sostituita alla repressione sociale dell'edonismo. Ma il vaso capovolto libera ancora gas mortali. Se i "disagi della civiltà" di cui scriveva Freud nel 1930 hanno cambiato di segno non per questo sembriamo più felici.
Non semplicemente sdoganati, ma inalberati a vessillo, sessualità e aggressività ribollono nella nostra società e per chi non è conforme c'è il vae di sempre.

"Paradossalmente, dice Simona Argentieri, l'autostima dei singoli individui è vincolata alla propria capacità di godere; e, se questo non avviene nella misura auspicata, ne derivano sentimenti di vergogna..."
La vergogna è indotta, naturalmente.

Ma, anche in chi ha retto bene la parte, e ha portato il suo contributo di risate e finesettimane gaudenti, quando il sipario si chiude e viene il momento di struccarsi, cala l'umore gonfiato di ingenua aspettativa, e l'inganno è visibile sulle facce spente, negli sguardi interrogativi, stupiti dalla velocità della vita.
Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede...

Il giorno volgar vede cartacce in terra, rifiuti ancora edibili nei cassonetti che rigurgitano, disordine faticoso nei salotti, e l'insoddisfazione ansiosa di chi si sente ingannato e sembra non rendersi conto di essere stato complice dell'inganno.

Ma, coraggio, lo spettacolo troverà altri palcoscenici. C'è sempre una recita da mettere in piedi. Nel dì volgare, dopo lo smarrimento, arrivano nuovi imperativi.
Subito nuovi inviti, con la forza di un ordine, vengono vicendevolmente rivolti.
Il semplice "no grazie" alla sollecitazione fa di una persona un'anomalia, la relega nello spazio "antisociale" del pigro, del "depresso", del misantropo, del malato, del fallito.
Il desiderio di stare con sé stessi, tra le pareti della propria casa, a nulla fare su un letto o ad aprire e chiudere cassetti che si volevano aprire da mesi, -grande può essere il piacere di frugare nei propri stessi cassetti- è infrazione grave alla legge del godere. 
E sono tanti gli individui cui sfugge il fatto che dover godere contiene una contraddizione in termini.
Perché il godere è stato alzato ad altare ma anche codificato ed ha una precisa fisionomia. 
Non avrai altro piacere che quello che la società ti indica.
E la società ti indica un tipo di piacere che è tutto nell'agire, nel fare le cose, nel consumare rapidamente incontri ed esperienze e nell'esibirle come medaglie sul petto.
Potremmo chiamarlo un vivere all'andata e ritorno. Andare per poter tornare e dire sono andato. E perché gli altri dicano di te: c'era. In mezzo c'è la rappresentazione del divertissement.
Ma il di-verti-mento dovrebbe poter essere uno scostarsi dalla propria dimensione quotidiana verso un proprio orizzonte di piacere, non uscire dal tempo alienante del lavoro per entrare nel tempo alienante del piacere coatto.
Il termine tempo libero è malignamente ipocrita, perché di quel tempo ci viene chiesto conto ancor più che del tempo di lavoro e più del tempo di lavoro deve essere "produttivo".
Coloro che aderiscono al nuovo ordine sociale, a questa spinta verso un edonismo coatto, si fanno giudici e guardiani, pronti a stigmatizzare, ancora una volta, il diverso.

Perché, come sempre, il diverso fa paura.

Chi si impegna ad essere felice secondo il modello di felicità che la società odierna gli impone, e si convince di esserlo, vive come una grave minaccia chi gli mette nell'orecchio la pulce scomoda che esistano molti e differenti modi di passare ore felici. E che il suo, forse, è solo lo scimmiottamento di un modello che non gli porta niente e che lo lascia più desolato di prima. Il semplice distanziarsi, senza proclami, da quel modello è vissuto dal gaudente coatto come un'aggressione. Il no-grazie, come uno schiaffo in pieno volto.
E, forti della forza del numero, i gaudenti coatti relegano l'altro nel novero dei falliti.
Fallire nell'edonismo è ormai una colpa sociale.
La meta suprema della nostra stagione, il successo, è diventato successo felice.

domenica 10 gennaio 2010

per un sentiero chiaro

Al margine della strada maestra -oggi della autostrada -
esiste sempre un sentiero chiaro,
dove tutti vorremmo inoltrarci. Ci è concesso
soltanto gettarvi in fretta uno sguardo,
e per un attimo avvertiamo
una fitta di dolore o di gioia pura.
E' questo
il nostro destino meccanico di condannati
ad andare.

Fabrizia Ramondino

sabato 9 gennaio 2010

vaneggiamento ignobile sotto un cielo plumbeo di città

Questo mal tempo che sosta da giorni sulla città mi procura cefalea e vertigini.  Tengo a bada come posso entrambe e insieme tengo il conto dei giorni che mi allontanano da Santa Lucia, 13 dicembre, la giornata più corta che ci sia. Gli astronomi si astengano dalle loro pedanterie: anche io ho sentito parlare del solstizio d’inverno, ma mi piace il detto popolare e me ne servo di appoggio, come di un bastone. Fra poco sarà passato già un mese e la luce avrà riguadagnato un bel po’ di spazio nella giornata e il malo tempo dovrà rassegnarsi alla lenta resa alla stagione nuova che verrà. Con l’agile speme precorre l’evento, cantava il Coro dell’Adelchi. E’ proprio a questo che serve la speme, a precorrere l’evento; per questo dobbiamo mantenerla agile. Quando si tratta di precorrere l’evento primavera la mia speme più che agile è scatenata, pazza di audacia, spericolata. Intanto un cielo grigio lavagna si è posato sulla terra, nel barometro l’ago della pressione precipita e precipita, e anche tutto il resto precipita con lei. Io penso all’umido della pioggia, al freddo sul collo, e mi sento accartocciare. Penso a quelli che dichiarano il loro amore per la nebbia e vorrei prenderli a schiaffi, come se fossero tanti eccentrici provocatori. Untori metereologici, ecco! Il malo tempo mi fa imbronciare, mi sento rabbiosa come se fosse in atto una congiura — l’inverno —proprio contro di me. Il mio fornitore di prodotti per animali non umani stamattina si lamentava, solidale, con me: Io sono metereopatico, questo tempo grigio mi deprime. A chi lo dice!- rispondo. Del resto veniamo dalle stelle. Ed è una stella a garantirci la vita. E’ evidente che se il grigio me la copre attenta alla mia vita stessa. E’ così che mi sento: sotto attacco.
Che modo ignobile di ragionare mentre qui e là disgrazie grandi come montagne franano su uomini, donne, bambini e li trascinano con sé. Metto fine a questo vaneggiamento.

giovedì 7 gennaio 2010

parole da salvare/4

No, non mi meraviglia che affabilità sia in via di estinzione. Di affabilità in giro non se ne vede più. Perché nominarla? non ce ne sono occasioni.
C'è in giro quasi solo gente intrattabile, scortese, sgarbata.
L'ultimo affabile che ho visto in tv risale a qualche anno fa. Arbasino, invitato ad una trasmissione televisiva, dopo un tentativo di dire, con piacevole garbo, il suo pensiero, essendo stato ammutolito da un prorompente contraddittore, si scusò senza alterigia e disse che no, davvero, non poteva restare, anzi non sarebbe mai dovuto andare perché non sapeva come rapportarsi a lui. Se ne scusò, vi dico, senza ironia ma con rammarico e umiltà e quasi con vergogna. Affabile fino alla fine.

L'affabilità indica proprio il modo cortese e disponibile di parlare (viene dal verbo affor, affatus sum, adfari, parlare) e trattare con gli altri. (Il segreto di quell'atteggiamento disponibile all'altro sta nel prefisso ad, che indica un accostarsi senza ostilità.)
L'affabilità è prossima alla cortesia ma questa indica piuttosto una generale gentilezza di modi che, se si accompagna a buona educazione e rispetto delle regole sociali, diventa urbanità.
La parola cortesia resiste, ma urbanità è morente.
Anche creanza e screanzato stanno scomparendo. Forse è per questo che nelle pubbliche vie nessuno più dà a nessun altro dello screanzato ma sempre e solo dello "str...o".
Affabilità, alterigia, prorompere, urbanità, creanza, screnzato sono altre sei parole a rischio.

Non sono a rischio, invece, bon ton, galateo ed etichetta.
So benissimo che queste mie applicazioni di socio e psico linguistica al lessico della lingua italiana sono disinvoltamente arbitrarie e scientificamente scorrette.
Ma certe idee mi passano per il capo. In questo caso mi è passata questa: che mentre l'affabilità è un modo di rivolgersi all'altro che scaturisce da un atteggiamento interiore e perciò è merce in via di sparizione, non lo sono quei comportamenti (e relativo lessico) che indicano l'aderenza ad un codice esterno, mondano, come bon ton, galateo ed etichetta. E' un po' la differenza che passa tra l'essere e l'apparire, tra la forma e il contenuto.
Naturalmente non intendo con questo buttarle a mare, per carità! Anzi saluto, grata, l'ingresso nella nostra lingua di netiquette, con cui indichiamo quel complesso di norme di comportamento che dovrebbero presiedere agli scambi in rete.
A proposito di etichetta termine chiarissimamente derivato da etica, è noto che essa interviene spesso in sostituzione di quella. Dove l'etica non c'è, c'è spesso la piccola etica, l'etichetta.

lunedì 4 gennaio 2010

Albert Camus, l'homme révolté



Camus è morto cinquanta anni fa' per un incidente automobilistico. Aveva 47 anni.


Le premier homme è l'ultimo libro di Albert Camus, uscito postumo nel 1994 presso Gallimard.
Il libro è incompleto ed è seguito da una serie di schede ed appunti trovati assieme al manoscritto. L'opera rappresenta una specie di riconciliazione di Camus con le sue poverissime origini familiari e con le figure genitoriali.
E' un libro bellissimo che mi regalò mia figlia nel '94 quando divenni giornalista pubblicista.

Le schede in appendice sono molto interessanti perché ci mostrano il modo di lavorare di Camus come pure i pensieri e le riflessioni che lo accompagnavano in quel periodo della sua vita.


La citazione è tratta dall'appendice de Le premier homme:

La noblesse du métier d'écrivain est dans la résistance à l'oppression, donc au consentement à la solitude.
La nobiltà del mestiere di scrittore sta nel resistere all'oppressione, dunque nel consentire alla solitudine.

A me è venuto in mente l'episodio che tanto fece soffrire Camus. Quando Sartre gli tolse bruscamente la sua amicizia dopo che egli ebbe scritto L'homme révolté in cui condannava senza riguardi il totalitarismo comunista.

sabato 2 gennaio 2010

per Tereza

Un po' in ritardo ma molto volentieri partecipo al gioco serissimo propostoci da Tereza qui e qui.
Scrivere una lettera d'amore a due libri. (Ma io mi sono limitata ad uno).
Per regolamento dovrei anche passare la palla ad altre tre persone. Come sempre mi astengo. Preferisco invitare, chi vuole, ad unirsi a noi. Sono poco disciplinata, lo so.
Coloro che mi hanno preceduta in questo gioco bellissimo li trovate qui



E questo è il mio contributo.










Caro Giacomo, tu che sei entrato dentro il mio spirito con la tua voce definitiva, fa', ti prego, che io non dimentichi mai i tuoi canti; insegnami ad accompagnare il dolore e la paura con l'amore dovuto alla vita; contagiami del tuo coraggio e sostienimi nella desolazione, non diventare mai conforto momentaneo: resta lezione, ti prego.
Il giorno che strapperà il tuo canto alla mia memoria sia anche l'ultimo.



Che cosa vuole che non dice? Che cosa vuole dunque? No, non lo sa. Nessuno lo sa. Sente spasimi e voglie ma non sa dargli un nome. E' così giovane, chiusa dentro il circolo chiuso dell'adolescenza. Nessuno sente le sue domande. Del resto nessuno avrebbe le risposte. Ma lei non sa neanche questo. Lei crede che ci siano risposte, da qualche parte, per le domande che non formula. Lei le cerca scrutando le donne che parlano e ammiccano tra di loro, indossano pantaloni con la piega e prendisole vivaci, accendono sigarette Mercedes e scacciano il fumo dagli occhi con mani rapide. E ridono. Donne. Con i loro segreti, che anche il suo corpo nasconde. Lei si apposta, fingendosi indifferente e le guarda senza guardarle e intanto arrotola intorno all'indice le lunghe ciocche di capelli neri.
Che cosa è questo stato inquieto? Questa fame di correre, questo desiderio di abbracci, questo terrore e questo bisogno di solitudine? Si avventa nelle discese, si graffia i ginocchi, si lega i capelli, si fa brutta. E poi osserva il suo corpo magro allo specchio, così lungo, così bruno, così esile. E sceglie i colori da accostare al viso. Il giallo pallido che lo abbruna, il rosa che lo arrosa, il bianco che lo fa bello. Posa i suoi occhi scuri con lunghi sguardi inquieti sulle spalle dei ragazzi, sui loro polsi spavaldi. Ma percepisce il loro sbigottimento. La sua stessa muta paura. Anche loro ridono. Ma lei non trova mai la risata che solleva il petto, il respiro che libera il torace. E' chiusa nel corsetto delle sue fantasie e delle sue domande, stretta dentro il suo mondo pulsante, dentro quel groviglio di rami fragili e radici smosse, dentro i prati macchiati di giallo, dentro l'odore del tiglio e sotto i castagni, stretta al cielo e ai raggi obliqui del sole nei tramonti che la interrogano. Tutto è natura e sentire, per lei, e questo la sgomenta. Allora corre ai libri, cerca una voce limpida, sicura e superba. Sta a capo chino sui canti di Leopardi e una pace sottile come un filo d'erba entra in lei e un pianto caldo e confortevole la accoglie. Dorme tenendo sotto il cuscino il libriccino grigio che la seguirà in tutta la sua vita, l'edizione povera e insostituibile che le rimanda le sue domande inquiete e ne conosce il suono. Ripete a mente un canto ogni sera, perché si fissi per sempre nella sua memoria. Ascolta nel buio la voce scritta, che conosce le risposte eppure non si stanca di domandare perché le domande risorgono sempre, da sempre. Lei dimora in questo mondo compiuto di bellezza irripetibile, di inquietudine mai arresa e di forza vibrante, ne sente il dolore e il vigore e l'amore profondo, respira lo scintillio del pensiero e la sensualità della percezione, ripete quei canti, diventa quei canti e dorme. E sogna. E in sogno giungono le risposte attese. Dicono tutte la stessa cosa: continua a domandare e a sognare: a vivere.

Giacomo Leopardi: I canti
Edizioni B.U.R. , Milano - 1953