martedì 18 novembre 2008

Cronaca di una buona, buona serata.



Il locale è Bibli, libreria ma anche Centro culturale, Caffetteria e Internet point, da più di dieci anni noto a Roma per le sue offerte culturali mai accademiche.
Il quartiere è Trastevere, ma in una via un po' riparata da quelle turistiche e ormai falsificate. Una volta c'era una grande tintoria.

Chi ci ospita è Gianni Donnigio Donvito, musicista, cantante-bassista, compositore e realizzatore di video, documentari, animazioni eccetera, eccetera, eccetera. Ma, soprattutto, il mio amico blogger che va a passo d'uomo. E' dietro la macchina da presa e realizzerà un video della serata.

Al piano c'è Frederic Fasel, pianista e compositore svizzero.

Al microfono, a leggere le sue poesie, c'è Cinzia Santo, poetessa del Salento che vive in Svizzera.



E in Svizzera è nata l'amicizia da cui è scaturito il recital di questa serata.

La voce del piano e quella di Cinzia si accompagnano o si susseguono, in ogni caso suonano un unisono di sentimenti. La gratitudine, la meraviglia, la nostalgia, la beatitudine, l'incanto. E tra le piccole composizioni poetiche di Cinzia -che con poche parole fa vivere davanti ai nostri occhi panorami, genti, mondi, ambienti, rapporti- e quelle di Frederic, si intreccia un dialogo perfetto: c'è pulizia, c'è tecnica, naturalmente, ma c'è semplicità, e, soprattutto, ispirazione.

Tutto risulta spontaneo, frutto di uno scambio di emozioni tra loro che si esibiscono per noi e noi che ne siamo conquistati.

Cinzia sa porgere le sue poesie con una grazia che ne moltiplica la bellezza e Frederic è un pianista dotato e un compositore toccante.

C'era un buffet, un tavolo delle meraviglie, che dai colori e dalla generosità sospetto di origine salentina.

Il recital mi è piaciuto moltissimo, me lo sono semplicemente goduto tutto.

E adesso aggiungeteci che in una botta sola ho incontrato per la prima volta di persona:
Gianni Donnigio, per il quale da un anno Anna ed io litighiamo volendolo entrambe adottare come figlio!
Luigi Mariano, cantautore e secondo me anche poeta, che viene dal Salento anche lui, ma fa ormai parte della scuola romana.
Ho anche conosciuto Paola Dancer , che non conoscevo come blogger, ma che mi ha immediatamente conquistata, per la sua grazia e il suo calore.

Non vi sembra che sia stato un vero regalo, una così buona serata?

Luigi ha osservato, contento, che in quella sala erano riuniti tanti talenti artistici. Io non ho potuto fare a meno di pensare che questo nostro paese è pieno di giovani talenti artistici, che fanno miracoli per camminare sulle loro gambe e che meriterebbero riconoscimento e sostegno pubblico.

Tornata a casa ero contenta. Forse ho anche desiderato, ma un attimo solo, lo giuro, di essere ancora giovane anche io e di poter guardare il futuro con i loro stessi occhi.
Per non creargli imbarazzo non vi parlerò di quelli di Gianni; dirò solo, en passant, che c'è un miscuglio di intelligenza e tenerezza. E di quelli di Luigi, dirò solo che sono ridenti e insieme molto attenti.
Ma non posso, proprio non posso, tacere di quelli di Paola. La giovane ballerina ha due occhi neri come le macchie nere sul sole e brillanti come il sole medesimo. Parlano, e sono sicura che parlano in ogni lingua umana.

Alla serata mi aveva accompagnata, scorrazzandomi amabilmente avanti e indietro, la mia amica Cristina che ringrazio per avermi strappata alla mia ritrosìa.
Così come ringrazio Cinzia per le sue poesie, Frederic per la sua musica e Gianni per esistere.
E c'est tout.

lunedì 17 novembre 2008

a rifletterci...

E' sorprendente come una persona puntuale come me -fino all'ossessione- sia sempre arrivata tardi a tutti gli appuntamenti importanti della vita.

Probabilmente ero troppo occupata a rispettare quelli trascurabili.

domenica 16 novembre 2008

appassionato appello

Amici blogger ho inserito il gadget "lettori". E' deprimente: ne risultano solo due. Accodatevi per pietà...
Tenete conto che in questo modo sarete più facilmente raggiungibili. Inoltre comparirà la foto, splendida, del vostro profilo.
In più l'iscrizione al mio blog funziona come vaccino antinfluenzale e, d'estate, come autoabbronzante.
Siete però avvertiti che non è contraccettivo.

segnalazione

Per Cioccolatini avvelenati: non riesco a commentare! come si fa? Telepaticamente?
Aspetto indicazioni, marina

come promesso


POESIE DI FORUGH FARROKHZAD da La strage dei fiori


Trascrivo intera, una sola poesia, per non fare un troppo grande torto all'editore (OXP orientexpress ) e al traduttore (Domenico Ingenito)
Per il resto, solo frammenti.

INSIEME

Arriva la notte
e poi il buio, oltre la notte
e dopo il buio
gli occhi
e le mani
e respiri, sospiri, respiri..
e la voce dell'acqua
che scorre goccia, a goccia, a goccia
dal rubinetto.

E poi
i due punti rossi
di due sigarette accese
e il tic-tac dell'orologio,
e due cuori,
due solitudini.
(da Un'altra nascita)


IL MIO UOMO

Il mio uomo
con il suo corpo nudo e disinvolto
come la morte s'innalza,
sulle sue cosce vigorose.

S'intrecciano le fibre
delle sue membra nervose
al disegno solido del suo corpo.
Il mio uomo dai tempi andati
delle generazioni perdute sembra giunto.

Un tartaro nel taglio dei suoi occhi
in agguato dei viandanti,
un barbaro nel guizzo splendente dei suoi denti
incantato dal sangue caldo
della preda....
(da Un'altra nascita)

SULLA TERRA

Non ho mai desiderato, io
diventare un astro nel miraggo del cielo
o come spirito dei prescelti, diventare
compagna silenziosa degli angeli
mai stata, io, separata dal terreno
e mai amica delle stelle,
io m'innalzo sulla terra
e il mio corpo come verde stelo
è dal sole e dal vento e dall'acqua che attinge
perché viva....
(da Un'altra nascita)

RITORNO

....
Scrutavano i miei occhi e io chiesi:
Cos'è rimasto di lui?
Ma vidi che vuota era la stanza
del suo chiasso un tempo bambino.

Dal cuore di terra fredda dello specchio
improvvisa la sua immagine spuntò come un fiore,
nell'onda del suo sguardo di velluto
ahimé, anche in sogno mi vide.

Mi appoggiai al petto del muro,
Dissi pian piano
Sei tu, proprio tu, Kami, bimbo mio?
E compresi che di quel passato amaro
altro non restava che il ricordo di un nome...
(da Rivolta)


QUEI GIORNI

...
Quei giorni andati,
quei giorni dell'anno nuovo
ad attendere il sole e i suoi fiori,
il fremito profumato
della timida e silenziosa unione dei narcisi selvatici,
a raccolta nell'ultimo mattino d'inverno
portavano in città il loro saluto.
La voce dei venditori ambulanti nelle lunghe e verdi strade,
il mercato immerso negli odori vagabondi
nel profumo acceso del pesce e del caffè
il mercato si apriva sotto i passi, si spandeva,
si mescolava ad ogni istante del cammino
e volteggiava, nel fondo degli occhi delle bambole.
Il mercato era mia madre che s'affrettava verso
quelle fluide masse di colore
e tornava
con regali impacchettati e ceste piene,
il mercato era la pioggia che veniva giù e giù e giù.

Quei giorni andati
i giorni confusi dai segreti del corpo
quei giorni d'incontri prudenti, con la bellezza delle vene azzurre
una mano dietro al muro
con un fiore
chiamava un'altra mano
e le minute macchie d'inchiostro,
su queste mani in disordine, turbate, impaurite.
E l'amore
annunciato in un timido saluto
tra i vapori del mezzogiorno
cantavamo il nostro amore nella polvere del vicolo,
conoscevamo la lingua semplice dei denti di leone, fiori messaggeri
portavamo i nostri cuori al giardino delle tenerezze innocenti
e li prestavamo agli alberi,
e la palla, girava di mano in mano con il messaggio di un bacio,
ed era l'amore, confuso sentimento
che d'un tratto nel buio dell'ingresso
ci afferrava per intero
e ci attraeva a sé, nel peso bruciante del respiro e il palpito
dei sorrisi furtivi...
(da Un'altra nascita)

sabato 15 novembre 2008

sabato

"In ogni vita c'è qualcosa che resta non vissuto, come in ogni parola qualcosa che resta inespresso." Così dice Giorgio Agamben in "Idea della prosa".
Se questo è vero -ed è vero, secondo me- allora l'espressione di noi si completa solo attraverso il silenzio.

(Di norma, non amo questo tipo di ragionamenti, che procedono un po' per paradosso e un po' per iperbole.
Ma questa volta sento di essere vicina ad una esattezza.)
Perciò oggi mi dedico al silenzio.

venerdì 14 novembre 2008

non c'è titolo

Ci sono giorni in cui penso che ogni sforzo per migliorare me stessa sia inutile. E ne provo una grande stanchezza. E addirittura sento la voglia di lasciarmi andare alla deriva e lungi dal tentare di mantenermi su una linea accettabile di galleggiamento morale, provo il desiderio di peggiorarmi, di incanaglirmi, di disgustarmi definitivamente.(Distrattamente avevo scritto "disguastarmi", che ne penserebbe Freud?).
E di lasciar prevalere quelle parti di me -l'Ombra, come le chiama Giorgio- che combatto da sempre, che non stimo, che disprezzo, anzi.
Una volta, quando mi capitavano momenti così, telefonavo alla mia amica Nuccia.
Non glieli raccontavo -non ce n'era bisogno- ma parlavamo di questo e di quello e le cose, piano piano, tornavano a posto. Ma soprattutto mi raccontava a me stessa. Dalle sue parole riemergeva la marina che ero, che sono stata, che era adolescente insieme a lei e poi una giovane ragazza, sempre insieme a lei. E attraverso il suo racconto, solo attraverso il suo racconto di me, mi riconciliavo con me stessa. E mi ritrovavo e mi affezionavo di nuovo a me stessa tanto da volermi di nuovo migliorare, da partire di nuovo per quella impresa che consiste nel coltivare le parti migliori di noi e nel guardare in faccia l'Ombra e dirle: no, non prevarrai. Lei mi faceva ridere.
Le più belle risate della mia vita le ho fatte con Nuccia. Le più limpide, le più innocenti, le più allegre. Ma Nuccia non c'è più. E una parte importante di me non c'è più. Tutte le cose che lei sapeva di me -lei sola. Belle, brutte, banali. Tutte quelle cose, chi me le ricorderà? Chi me le racconterà? Lei sapeva di me cose che io non sapevo o non ricordavo. Lei mi raccontava senza stancarsi i miei sedici anni, i miei venti, i miei ventiquattro. Ricordi? mi diceva. E io: no, non ricordo, dimmi. Perché Nuccia aveva una memoria prodigiosa. Prodigiosa quella della sua mente. Prodigiosa quella del suo cuore. Nuccia è morta lo scorso febbraio e di lei non ho mai scritto.
Mi sembrava che un blog non fosse un posto dove parlare di una cosa così grossa come la perdita di Nuccia; mi sembrava di farle torto portandola su questi monitor estranei a lei. Provavo un ritegno, una resistenza, una vergogna, addirittura. Mi sembrava di metterla in vetrina. Nuccia è stata una persona di una semplicità assoluta. Assoluta. Mai, neanche per un istante, ha disegnato per gli altri un qualche ritratto di se stessa. Era, se stessa. Sempre. E temevo di fare di lei un ritratto, artefatto, costruito, falso in definitiva, di non saper rispettare la sua assoluta, ingenua, semplicità. Ma ingenua, nel senso nobile di questa parola, ingenua, come avrebbe potuto dirlo lei che conosceva il latino come la sua dispensa, ingenuo come nato libero e quindi schietto, spontaneo, senza malizia.
E mentre di Nuccia tacevo, mi chiedevo come altre persone potessero -con delicatezza, con dolore, con sincerità- parlare della perdita di un'amica, di un amico. Leggevo con una specie di stupore e di incredulità e di ammirazione, le loro testimonianze. Le invidiavo, persino. Vero Giulia?
Non so che cosa si sia sfaldato oggi in me. Che cosa mi abbia infine autorizzata a parlarvi di Nuccia. La sua piccola persona -l'altezza, l'ossatura, i lineamenti, tutto era minuto in lei. Ma aveva una tenacia incredibile e una serietà che stava lì come un giacimento sicuro. La sua allegria, la sua spensieratezza, non la inficiavano.
Cantavamo insieme. E provavamo passi di danza. Sua madre ci preparava il panino per la merenda e noi tornavamo a studiare Cartesio dopo la sosta.
Per gli esami di maturità ci vedevamo all'alba. Le ripetevo la storia mentre lei ancora dormiva. Ma verso sera io cadevo addormentata e lei ripeteva la letteratura greca a me. Avevamo ritmi diversi, ma neanche questo ci impediva di dividere tutto. "La sua più vecchia amica." Così mi ha presentata Alberto, il marito, ad altri amici, conoscenti, parenti, il giorno dei funerali. E io ho sentito l'orgoglio, la grazia, di essere stata -di essere- la sua più vecchia amica. La sua più vecchia amica. E lei, la mia più vecchia amica. Ma anche la più giovane, sempre. Nuccia per me è rimasta sempre giovane, anche quando la vita ha consumato le sue forze, ha deluso le sue speranze, ha scolpito due rughe all'angolo della sua bocca. Le nostre delusioni erano gemelle, perché la vita delude in modi diversi ma imparzialmente. Ma quando ci sentivamo o ci vedevamo, tutto veniva respinto in un luogo lontano ed irrisorio. Ridevamo ancora.
Qualche anno fa abbiamo frequentato insieme l'Università della terza età. Lei imparava il bridge. Io ripresi a giocarlo, dopo essermene disgustata, solo perché lo facevo con lei. Tornate sui banchi di una scuola, riprendemmo spontaneamente le vecchie abitudini. Nasconderci dietro gli alunni seduti davanti per chiacchierare e ridere. Darci di gomito, dimenticare a casa i libri, suggerire. Quando toccava a lei giocare la mano, io le facevo segni discreti e lei -vecchia scuola- li coglieva al volo. Uscivamo nella sera romana, nel cuore della città, e guardavamo le vetrine, come da ragazze e non avevamo voglia di tornare a casa, di separarci, come da ragazze.
E quando bisognava che una di noi dicesse all'altra le sue quattro verità, allora: severa io, severa lei. Senza mezzi termini, senza indulgenze. Ma con un affetto senza condizioni, sempre.
Non eravamo assolutorie l'una con l'altra, ma comprensive sì, sempre.
Quando Nuccia mi perdonava l'errore, il fallo, allora anche io potevo perdonarmi. E quando io le dicevo: Nuccé, adesso basta, non prendertela con te" lei sapeva che poteva farlo. Sono stata una buona amica? Spero di sì. Spero tanto di sì. Di non averla mai delusa, di non averla mai ferita. So di non averla mai ingannata, mai tradita. Ma basta? Che cosa direbbe Nuccia di questa mia domanda? "Ma va, va!" mi direbbe "piantala!". Nuccia era malata. L'ultima volta che l'ho vista faceva dell'ironia su se stessa e organizzava tutto quello che occorreva per assisterla. Avrei voluto piangere. Ma Nuccia aveva una forza che ti calamitava addosso la sua volontà e la sua volontà era, ancora una volta: "Piantala, marì". Sapevo bene la lezione, la conosco: non si piange davanti al malato, ci si fa vedere forti e speranzosi; gli si fa coraggio. La so la lezione, me l'ha insegnata la vita. Ma a me manca l'abbraccio che non le ho dato quel giorno, il pianto che non ho fatto con lei quel giorno; come avevo fatto in tanti altri giorni. Perché Nuccia ed io, insieme, non abbiamo solo riso. Abbiamo pianto, anche.
Perché se dividi la vita con un'amica vi succede di tutto, di ridere e di piangere e di aver paura. Oggi provo un desiderio violento di imporla al mondo, di dire al mondo che non è scomparsa una persona trascurabile, un' anziana professoressa in pensione, una moglie moderatamente contenta, una madre assiduamente presente, una nonna strepitosamente alacre. E' scomparsa una ragazza briosa, vivace, audace, che amava le gonne corte e fumava come una turca, che seduceva i ragazzi in un batti baleno e s'impuntava come un somaro testardo se la si prendeva di punta. Permalosa, ma non con me. Spalancava gli occhi -l'unica cosa grande di Nuccia, due grandi occhi castani, maliziosi e un po' alteri- e corrugava le sopracciglia: "Che hai detto?" mi chiedeva, già pronta all'ombra. Poi scoppiava in una risata: che ti possino, marì". Come se si svegliasse bruscamente e riconoscesse che ero io, io, ad aver detta quella frase, io che avevo il passaporto per tutte le frasi. Come tutti i permalosi pensava che anche gli altri lo fossero. Ma io non lo sono. O non lo ero, dice mia figlia. (Io però insisto: non lo sono). E qualunque cosa decidesse di dirmi, io l'ascoltavo con interesse, con curiosità. Sapevo che il suo punto di vista su di me era privilegiato, e il suo sguardo acuto. Facevamo un gioco negli ultimi anni. Quando la chiamavo, la rimproveravo:"debbo telefonarti sempre io!" e quando a chiamare era lei, faceva lo stesso: "Certo che se non ti chiamo io!". Forse, a pensarci bene, io l'ho chiamata un po' più spesso. Sì, credo di sì. Perché lei ha continuato ad insegnare anche dopo di me e aveva una vita più faticosa della mia. Sono contenta di averla chiamata io più spesso. Adesso potremmo tirare una linea e contarle queste famose chiamate. Perché sono finite. Il saldo è lì e non si modificherà. E questa, anche se la tiro per le lunghe, come se dovessi salutarla al telefono, proprio ora, questa non è una delle nostre telefonate. Malgrado questo io sento che di un saluto si tratta. La morte di Nuccia l'ho accantonata, come mi capita di fare con le cose troppo pesanti. Come la confezione di sei bottiglie di Ferrarelle. La lascio lì, accanto alla porta temporaneamente e aspetto di avere un po' di forze fresche per sollevarla e metterla nel sottoscala.
Ma oggi, benché no, di forze fresche io non ne abbia, oggi sento di doverla riprendere su di me la morte di Nuccia, di doverla guardare da tutti gli angoli, di doverla chiamare come si chiama, il suo nome esatto essendo: perdita. La perdita non è materia per me. Le perdite mi sbriciolano. Ma non posso più fare finta di niente.
Nuccia direbbe-vi parrò strano ma io so sempre, lo so, che cosa Nuccia direbbe- Nuccia direbbe: "me ne sono andata, marì, non ci sono più." E forse aggiungerebbe una parolaccia, perché era linguacciuta, un tipo spiccio, la mia amica Nuccia. E io risponderei con una parolaccia, perché anche io sono un tipo spiccio.
E rideremmo. Insieme.



Ieri sera Tafanus ci ha informato di aver perso un'amica carissima. Forse è questo che oggi mi ha portata a parlare di Nuccia. I dolori dovremmo sempre dividerli.

il rimpianto di una voce



E’ da tanto che voglio parlarvi di Forugh Farrokhzad.
Forugh Farrakhzad è la maggiore poetessa iraniana del ‘900.
Nacque a Teheràn nel 1934, il padre era un militare, la madre una casalinga.
Il suo primo interesse fu per le arti figurative, studiò per divenire disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Ma iniziò anche a scrivere versi. All’inizio utilizzò la forma classica del ghazal, in seguito passò al verso libero, restando però fedele, nel profondo, alla millenaria tradizione poetica persiana. Quando ebbe sedici anni sposò Parviz Shapur, un uomo che non la scoraggiò mai dal poetare ed anzi la aiutò a pubblicare la sua prima raccolta di poesie “Asir” (la prigioniera) nel 1952 a soli diciotto anni.
Nella raccolta Forugh esprimeva senza nessuna censura le sue più intime sensazioni, parlando di sensualità, amore e desiderio sessuale in una forma esplicita e senza nessun velo allegorico. Era la prima volta che una voce femminile parlava di corpo e di desiderio e il libro fu uno scandalo. Forrugh si fece immediatamente la fama di immorale e fu additata dalla cultura conservatrice come la poetessa del peccato.
Nello stesso tempo però le donne riconobbero in lei la voce che esprimeva la ricchezza emotiva di ognuna di loro.
Forrugh portò avanti la sua attività poetica, sentendosi però stretta tra le pressioni sociali e quelle familiari; dopo tre anni il matrimonio era finito e Forugh decise di divorziare. Il figlio Kamiar di appena tre anni fu affidato al padre.
Malgrado il dramma della separazione dal figlio, che peserà sulla sua vita senza mai lasciarle respiro, Forrugh tornò a disegnare, a dipingere e soprattutto a scrivere versi.
Pubblicò in breve tempo altri due libri di poesie: Divar (il muro) e , nel 1958, Osyan (la ribellione) che fu la sua consacrazione.

Gli anni in cui Forugh conduce la sua vita di intellettuale sono per l’Iran anni di grande instabilità. Crolla la speranza di una trasformazione liberale della società rappresentata da Mossadeq, il cui governo è rovesciato ad opera della CIA e di Mohammad Reza Pahlavi; questi, spinto dal governo americano, mette in atto la sua politica di modernizzazione forzata, la cosiddetta “Rivoluzione bianca” che impone con il terrore.
Forugh partecipa al dibattito culturale con tutta la sua passione e la sua libertà; pensa che l’Iran debba misurarsi con le altre culture ed aprirsi alla sfida dell’occidente ma senza perdere la sua identità e senza staccarsi dalla sua altissima tradizione di spiritualità.


Nel 1958 Forugh incontra l’uomo al quale, sia pure tra alti e bassi, resterà legata per tutta la vita, il regista, scrittore e produttore cinematografico Ebrahim Golestan. Inizia così ad occuparsi di montaggio, sceneggiatura e regia. Recita anche nel film “Il rito del matrimonio in Iran”. Un suo documentario su un pozzo petrolifero in fiamme vincerà un premio al Festival del cinema di Venezia del 1962. Nel frattempo Forugh viaggia molto in Europa e soggiorna anche in Italia.
Nel 1962 realizza un documentario sulla vita dei lebbrosi in una casa di cura di Tabriz dal titolo” Khamnè siyab ast” (La casa è nera). Fu per lei una fortissima esperienza umana. In quella occasione adottò un bambino del lebbrosario che portò a vivere con sé a Teheràn.
Nello stesso anno pubblica la sua opera poetica più importante. “tavallodi digar” (l’altra nascita) 1964.
Era in un momento molto creativo, traduceva poeti e drammaturghi occidentali e realizzava documentari, mentre studiava regia teatrale. Ma la poesia restava la sua prima forma espressiva. Compose in quegli anni un’altra raccolta di poesie pubblicate postume nel 1974, “Crediamo nell’arrivo della stagione fredda”.
Il 14 febbraio del 1967, a soli 32 anni, perse la vita in un incidente stradale a Teheràn.

La sua popolarità non cessa di crescere in Iran dove il suo sepolcro è oggetto di continue visite di amanti della sua poesia.


La rivoluzione islamica tentò di cancellarne la memoria. Dallla fine degli anni '90 però i suoi libri sono stati riammessi alla pubblicazione.
Un fratello di Forughh, Fereydoon Farrokhzad, noto showman e cantante iraniano, che aveva più volte criticato il regime nei suoi spettacoli, è stato ucciso nel 1992 a Bonn: il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, ritiene che il mandante sia stato il regime.

La produzione cinematografica di Forugh viene considerata dalla critica come il primo segnale della nascita della Nouvelle Vague del cinema iraniano; Kiarostami le ha reso un importante omaggio nel film che ha come titolo un suo verso “Il vento ci porterà via” e nel quale i suoi personaggi recitano alcune delle odi di Forugh.
Le poesie di Forugh sono state tradotte e pubblicate in inglese ed in francese. In italiano sono apparse su alcune riviste.
Una prima raccolta “La strage dei fiori”, è stata tradotta da Domenico Ingenito, e pubblicata presso un piccolo ma meritevole editore di Napoli, Orient-Express.


Esiste un sito dedicato a Forugh Farrokhzad

Per ora ho voluto presentarvi Forugh e la sua storia. In un altro post farò spazio ai suoi versi.
ma ecco un piccolo anticipo:

Pettinerò di nuovo i miei capelli nel vento?
Pianterò di nuovo le viole in giardino?
E lascerò di nuovo i gerani
nel cielo dietro la finestra?
Danzerò di nuovo sui bicchieri?
I rintocchi della porta mi condurranno
di nuovo all'attesa di una voce?

(Traduzione di Domenico Ingenito)

giovedì 13 novembre 2008

decreto anti-blog: allarme rosso!


Ci riprovano. Vogliono limitare la libertà di espressione attraverso la rete. Non ci sono altri modi per dirlo.

qui Caramella fondente spiega bene la natura del decreto

e qui Francesco D'Ambrosio presenta il gruppo su face-book e le iniziative

storia della felicità/quindici/Darwin/Nietzsche/

Arriva Darwin e getta il panico un po' ovunque. Anche nel dibattito sulla felicità.
J.S. Mill non aveva detto che "è meglio essere un uomo infelice che un maiale soddisfatto"?
Se valeva per il maiale valeva anche per la scimmia.

Ma la scimmia, dice Darwin, siamo anche noi. C'è dunque una semplice felicità "animale" che ci apparenta.
Non contento, Darwin addirittura afferma: "Colui che comprenderà un babbuino, darà alla metafisica un contributo maggiore di Locke."
(E allora, come la mettiamo? Io direi di accettare questa insperata parentela, e di smetterla di disprezzare la ingenua felicità della scimmia. Spidocchiarsi, mangiarsi una banana -sbucciata, of course- e accoppiarsi quando il corpo lo chiede.
Basta con la spocchia del "siamo umani": piuttosto vediamo di imparare qualche cosa dalla natura cui apparteniamo.) chiusa la parentesi.


Darwin aveva l'intenzione di scrivere un'opera sulla felicità, ma non lo fece. Lasciò però qua e là delle osservazioni da cui si ricava l'idea di una felicità progressiva, da quella semplice "basata sulle impressioni dei sensi ad una più complessa, che coinvolge impressioni mentali o ideali come il ricordo o l'immaginazione."
Per l'idea che mi sono fatta io di Darwin, che in un passo definisce la sua "una vita felice" egli era soddisfatto del suo benessere, che gli consentiva di seguire le sue curiosità scientifiche, della sua libertà e della gioia che gli procuravano i suoi studi.
Penso che, a bordo della Beagle, Charles Darwin sia stato felice. E io ne sono felice per lui.



La Beagle in unacquerello del 1841 di Owen Stanley


Quanto a Nietzsche, confesso, non lo conosco abbastanza bene e spessissimo lo trovo oscuro; inoltre il testo che mi fa da guida in questo percorso intorno alla felicità non sembra avere le idee molto più chiare delle mie. Una delle poche certezze è che  l'Arte più di una volta è indicata da Nietzsche come grande forza redentrice.
Per il resto sul rapporto tra Nietzsche e la felicità ci si continua ad accapigliare.


Ho trovato in rete un esempio significativo.

Scrive G.C. "Mi sono sempre chiesto che cosa significhi "dire sì alla vita".
"Dire sì alla vita" significa vivere la contingenza senza dare alcun giudizio (al dilà del bene e del male)?
Se così è (chiedo delucidazioni), mi piacerebbe sapere se il superuomo potrebbe mai essere infelice, o almeno seccato: se mentre il superuomo spalma nutella sul suo panino, e accidentalmente il coltello gli scivola sulla camicia macchiandogli la camicia nuova, beh, questo superuomo potrebbe bestemmiare? Almeno, potrebbe "seccarsi" di questa contingenza? In che modo "dire sì alla vita", come vuol Nice, durante il quotidiano?"

Ed ecco una parte della risposta:

"Nella contingenza, l'uomo deve esprimere la sua volontà in modo assoluto, creando valori e diventando legge a se stesso. E accettando qualsiasi conseguenza: Amor Fati, amare ciò che accade necessariamente nel mondo. Nell'accettazione del Fato e nell'espansione della propria individualità aldilà di ogni morale o ragione, sta la realizzazione del superuomo nietzschiano."


Per chi volesse seguire tutto il dibattito lo troverà qui

Io tifo per il signor G.C. anche se trovo l'esempio sulla nutella poco significativo. Infatti, in presenza della nutella, non esiste possibilità di decremento della felicità. Se il sig. G.C. si impegna a sostituire la nutella con qualunque altro prodotto spalmabile io mi impegno ad unire la mia voce al suo ironico quesito.

mercoledì 12 novembre 2008

segnalazioni


Se avete voglia di fare un giretto per le strade di Teheràn passate qui

Il sito offre anche documentari sull'Iran e molte bellissime foto.

dice la prof.

Sembra molto complicato ma non lo è, perciò seguitemi fiduciosi. Sembra anche superfluo e potrebbe esserlo, ma la domanda mi è stata posta e, tutto sommato, una rinfrescata non può far male neanche a chi non l'ha posta.

Si dice: Non SONO POTUTO venire oppure NON HO POTUTO venire? E si dice: Non NE SONO POTUTO USCIRE oppure NON HO POTUTO USCIRNE?

Tranquilli, vanno bene entrambe le formule.

Per semplificare il discorso in genere i maestri e le maestre, che ai miei tempi erano unici, ci dicevano che un verbo servile o fraseologico (cioè che regge un infinito) ha come ausiliare quello del tempo che regge.
Esempio: Io HO lavorato diviene io HO DOVUTO lavorare. (E questo è facile, il verbo lavorare è transitivo e non offre alternative).
Per conseguenza Io SONO uscito diviene io SONO DOVUTO uscire. Con ciò il discorso è chiuso?
Niente affatto. Io SONO uscito, può divenire anche Io HO DOVUTO uscire.

Non chiedetevi perché. E' così e basta. Diciamo che il verbo servile è talmente servile da "appecoronarsi" al primo verbo che gli passa davanti. O, al contrario, che è così irritabile che ogni tanto fa prevalere il SUO ausiliare. Ma soprattutto, quando avete una libertà in più statene solo contenti. Interrogatevi quando ne avete una IN MENO. E questo non vale solo in linguistica.

Comunque, in determinati contesti, una o l'altra formula possono inserire una piccola sfumatura di senso.
Supponiamo che la graziosa A aspetti inutilmente in un caffè l'aitante B. In una successiva telefonata l'aitante B può giustificarsi dicendo alla graziosa A : non SONO POTUTO uscire. Tono dispiaciuto, di scusa. Ma, se la graziosa e sempre più seccata A insiste: Come, non sei potuto uscire! non sarà male che l'aitante B si affretti a ripetere: Non HO POTUTO USCIRE, ti dico, NON HO POTUTO! Cioè che sottolinei la sua impotenza a compiere l'azione di uscire, più che l'azione stessa. E la sottolineatura avviene facendo prevalere l'ausiliare del verbo potere su quello del verbo uscire. Diciamo, in ogni caso, che non sarebbe stato male se l'aitante B avesse preavvertito telefonicamente la graziosa e furibonda A!

Il parlante, tutte queste minuzie, anche se non le riconosce come regole, le sa benissimo e le usa continuamente. Anche il più ignaro della grammatica. I dubbi forse nascono al momento di scrivere, perché, dato che scripta manent, si vuole essere il più possibile corretti. Ma, felicemente, anche nello scritto, le due formule SI EQUIVALGONO.

Devo confessare che questi post sulla nostra lingua mi divertono molto. Lo so che probabilmente divertono solo me, ma io sono egoista. Penso che riprenderò questo filone.

gentilmente offerta da Calamar

Mi ha fatto notare Calamar che questa ballata di Benni è IMPRESCINDIBILE. La ringraziamo tutti!

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempira l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sara ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

martedì 11 novembre 2008

pappemolle!

Se di notte vi fa compagnia l'insonnia, per sentirvi meno soli, meno abbandonati a voi stessi da tutti i fortunati dormienti, potete forse pensare a tutti i grandi insonni della storia. Al grande Gilgamesh, il re di Uruk (2700 a.C.) "non dormiente giorno e notte" che pure edifica un regno sulla terra agli albori della civiltà. Il "costruttore di mura" non perde forza a causa della sua insonnia, ma continua ad esprimere le sue potenti energie.
O pensate a Ulisse che per nove notti di seguito naviga, senza cedere il timone a nessuno dei suoi compagni finché al decimo giorno crolla dal sonno. E' vero, l'ingrato equipaggio ne approfittò per ammutinarsi, ma gli dei vigilavano e li investirono di una tempesta.
A proposito di Dei, sappiate che anche il padre Zeus soffriva di insonnia, sia quando concupiva qualche ninfa, sia quando le beghe degli umani lo irritavano.
Oppure pensate ad Agamennone, che si alza di notte e vaga nel campo di battaglia, finché incontra Menelao, insonne anche lui ed entrambi allarmano Nestore, che è sveglio, sì, ma perché comandato di guardia.
Volete un esempio al femminile? Ebbene c'è Penelope, che passa le notti a guastare la tela ordita di giorno. Se questa compagna di sventura non basta ad esservi di consolazione, pensate a Shahrazad: chi non passerebbe volentieri la notte sveglia con lei? O pensate alla notte che vede insonni Didone ed Enea: lei per amore, lui perché sta preparandosi ad abbandonarla.
Ma soprattutto, se nella vostra notte insonne provate un po' di invidia per tutti quelli che dormono profondamente nei loro letti mentre voi vi rigirate nel vostro, beh, pensate a Margareth Tatcher che la sua insonnia la prendeva così bene da dichiarare che "il sonno è per i pappamolle".

L'immagine è tratta dal sito arts.guardian.co.uk/ pictures

lunedì 10 novembre 2008

il futuro arriverà

Domani la Corte di Cassazione, a sezioni unite civili, si esprimerà, in via definitiva, sulla sorte di Emanuela Englaro, la giovane che dal 1992 si trova in stato vegetativo permanente, ossia irreversibile. E' nutrita e idratata artificialmente.


"Ed ecco come vive ancora oggi Eluana: i suoi occhi si aprono e si chiudono seguendo il ritmo del giorno e della notte, ma non ti vedono. Le labbra sono scosse da un tremore continuo, gli arti tesi in uno spasimo e i piedi in posizione equina. Una cannula dal naso le porta il nutrimento allo stomaco. Ogni mattina gli infermieri le lavano il viso e il corpo con spugnature. Un clistere le libera l'intestino. Ogni due ore la girano nel letto. Una volta al giorno la mettono su una sedia con schienale ribaltabile, stando attenti che non cada in avanti. Poi di nuovo a letto." (dott. Luca Carra-Zadig)



Verrà un giorno -non ne dubito- in cui gli uomini ricorderanno con orrore i tempi in cui corpi già morti, privi di coscienza e incapaci di ogni funzione, venivano tenuti prigionieri in letti, come cadaveri procrastinati. E come questo accadesse anche contro il loro espresso volere. E inorriditi racconteranno come gli si infilassero tubi nel naso e nella bocca, e venissero iniettati di aghi e sostanze, e alimentati a forza, e attaccati a macchine enormi e mostruose e vilipesi per mesi ed anni e decenni. E riferiranno come quei corpi si piegassero e piagassero e deformassero e si ritirassero, assumendo le piccole fattezze di mummie non ancora mummificate. Racconteranno come quei corpi divenissero proprietà delle autorità civili e come quelle religiose li usassero per riaffermare il proprio potere sugli animi della popolazione.
Narreranno come quei corpi venissero sottratti a coloro che più li avevano amati in vita per usarli in battaglie nominalistiche in cui la posta era il potere della collettività sull'individuo.
Racconteranno il paradosso per cui il loro stato veniva definito "vita" e come, coloro che collezionavano così esseri umani ormai cadaveri, si definissero vigili custodi della vita.
Quel giorno qualcuno chiederà scusa a qualcun altro.

ciao Myriam




Myriam Makeba, Mama Africa, è morta ieri sera a Castel Volturno, dopo il concerto tenuto a favore di Roberto Saviano e della lotta contro la camorra. Aveva 76 anni, ma ancora metteva la sua voce al servizio delle cause di riscatto di ogni popolo.
Ho scelto questa sua incisione per ricordarla perché ha l'allegria e l' energia che la sua voce mi trasmetteva e perché invitava a ballare anche i sassi.

domenica 9 novembre 2008

tra sorriso e smorfia


QUALCHE BALLATA DI STEFANO BENNI



Guerre stellari

Uccise tremila
astronavi spaziali
poi fu ammazzato
da una lambretta sui viali


Hooligan love

Mamma mamma
amo un hooligano
è biondo è forte
e viene da lontano
c'ha tatuata sulla schiena
una splendida sirena
c'ha tatuate tibie e teschio
sull'avambraccio destro
c'ha tatuato sul coppino
un panorama di dublino
c'ha tatuate sul pipì
le parole di let it be
Puzza di sudore come cento militari
fa dei rutti di birra che sembra una Ferrari
mangia gli spaghetti conditi col Campari
c'ha delle scarpe bianche che sembran calamari
è violento e albionico
quando l'abbraccio vomito
ma se penso a Montezemolo
mi sembra il massimo.

L'inviato

Visitai paesi lontani
per trovare la rabbia
ma fui sempre
un ricco tra i poveri
e tornavo a parlarne
un po' abbronzato
e mai troppo bugiardo
ma il coraggio, quello vero
non lo trovai mai.
Ora dirigo
un prestigioso gornale
i miei amici dicono
che non ho più amici
ma una grande
collezione
di cappelli esotici
di liquori forti
di foto di morti

Lamento del mercante d'armi

Ho venduto un pezzo di cannone
poi le ruote e un altro pezzo di cannone
la culatta e l'otturatore
e altri tre pezzi di cannone
e adesso c'è uno in televisione
che dice che mi spara col mio cannone
chi lo sapeva che coi pezzi di cannone
avrebbe fatto un cannone?
se lo avessi saputo
mica avrei accettato l'ordinazione.

Ho venduto cento elicotteri
con relativo armamento
e un sistema puntamento missili
e un sistema anti-sistema di puntamento
adesso l'elicottero è lì che spia
come un falco sopra casa mia
Se lo avessi saputo cosa voleva fare
non gli avrei venduto la testata nucleare
era così distinto, un vero signore
chi poteva sapere che era un dittatore?

Se avessi saputo che un cliente
può diventare un nemico
della mia patria
dell' Occidente
vi giuro gente
lo giuro sui figli
lo giuro su Gesù
gli avrei fatto pagare
il cinquanta per cento in più
Da qui si vede
la mia buona fede.


Lo psicanalista selvaggio

Dottore, dottore
ho sognato un leone
Sarà una proiezione
dell'aggressività
dottore dottore
ho sognato un serpente
E' un simbolo fallico
di eros latente

dottore dottore
ho sognato una gazzella
di certo è un transfert
forse di sua sorella
dottore dottore
ho sognato dei negri dipinti
sono i suoi conflitti
mascherati e respinti
dottore dottore
ho sognato i caimani
lei invero fa sogni
fantastici e strani
ma che strani dottore
lo vuole capire
che sono nato in Zaire?



Allarme di scienziato

Il futuro dell'uomo
è a una drammatica stretta:
ho visto un panda
con la mia faccia sulla maglietta



Ahmed l'ambulante

Quaranta notti nel gelo
sotto un portico deserto
ho venduto orologi
alle stelle

Ashiwa, dea della notte
vieni a coprirmi d'oro
ho braccialetti finti
un anello per ogni mano
ma nessuna moglie

La quarantunesima notte
vennero a portarmi via
pestarono gli orologi
sotto i piedi come conchiglie

Ashiwa dea della notte
vieni a portarmi a casa
arriverò con la valigia piena
di dolci e cravatte
vedrò il mio villaggio

Così, per divertirsi
o perché risposi male
mi ruppero la testa
con un bastone

Ashiwa, dea della notte
venne a liberarmi
le tempie mi baciò
le ferite guarirono
loro non la videro

Non sono morto in un sacco di tela
ma su una grande pila d'ebano
in mezzo alla foresta
e la mia gente ha cantato
per quaranta notti.


Ingorgo d'amore
ovvero: una storia di passione sullo sfondo del Grande centro direzionale


Nel serpente di metallo che si snoda
da Rimini a Bologna Panigale
vite disperse in una lunga coda
ci unì il destino nell'ingorgo autostradale
ti vidi là, su un'auto un po' ammaccata
sepolta tra valigie e damigiane
boccheggiante, bellissima, sudata
tra due bambini, un salvagente e un cane

tu nella fila interna, io nell'esterna
noi paralleli restammo bloccati
tu all'ombra antica di un'autocisterna
io tra famiglie di belgi rosolati.

E mi chiedesti: scusi, può vedere
questa dannata fila dove arriva?
Neanche lo sportello posso aprire
son prigioniera qui, murata viva
ed io lo intesi: prigioniera eri
non della macchina, ma della tua vita
della tua vita senza più desideri.
Ti dissi: starem fermi due ore buone
e tu mi rispondesti: anche tre
non era una gran conversazione
ma gli occhi mi ridevano: e anche a te.

Le ore passarono sotto il sole rovente
io ti offrii dei biscotti sbriciolati
dividemmo una birra incandescente
i bambini dormivano spossati.

Tu mi dicesti: la vita è un istante
si parte, ed è già l'ora di tornare
e un tergicristallo va incessante
su e giù, le nostre lacrime a lavare.

Leggemmo insieme la Guida del Turista
e tremò la sua voce quando disse
« a sei chilometri Motel Bellavista »
galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

Calò il tramonto sui cofani infuocati
da un'autoradio suonava dolce un piano
dai finestrini nostri allineati
la mia mano si unì con la tua mano
e nell'ingorgo, sola cosa in movimento
la bocca mia si avvicinò alla tua
in un breve fatal tamponamento.
Ma un frastuono l'incanto ci spezzò
un urlo! La fila si era mossa
un tornado di clacson risuonò
e dei motori annunciò la riscossa.

E così disperato io ti guardai
sfuggirmi, nella fila poco avanti
e poco dopo io ti riaffiancai
per perderti, dopo pochi istanti

per cento volte ti ho perduta amore
cento ti ritrovai nel serpentone e ogni
volta mi si spezzava il cuore e ogni
volta si imballava la frizione
finché mi salutasti con la mano
nel lento gorgo trascinata via
uscisti dal casello di Milano 
e dal casello della vita mia.

Scese la notte, e accese tutti i fari
ma dentro di me, tutto si era spento 
sogni e speranze, gioie e desideri 
e per ultimo si spense l'avviamento.
E mi trovò sulla strada la mattina
solo, senza più amore e senza più
benzina.






stefano benni
ballate feltrinelli



arcobaleno

Spalancando la finestra questa mattina...



certo, è esile, ma sempre meglio di una nuvolaglia nera...

sabato 8 novembre 2008

due parole

Tempo fa vi avevo consegnato la parola "volanda", che indica quello spolverio di farina che si solleva durante la macinazione del grano.

Oggi ho scoperto che esiste anche la "volandola", che invece indica quel cascame, simile ad un polvericcio, che si accumula durante la pettinatura della lana.

E' più leggera la volanda, vero?
Nella volandola si sente un po' di peso e forse anche una tinta brunita.

Ieri ho incontrato anche un'altra parola di cui mi piace il suono: scàndola. Si tratta di quelle piccole scaglie di legno usate per coprire dei tetti molto ripidi. Soprattutto in quei paesi dove non si usano le tegole. Si dice anche "tetto a scaglie".

Le scandole, per intendersi, sono quelle che vengono usate in quelle case in legno che, in certi film ambientati in America, vengono titate su nel giro di una giornata, da tutta la comunità. Qualcuno di voi ha presente Sette spose per sette fratelli? Ecco, quelle scene lì. E quei tetti.
Devo confessare che, ogni volta che in un film inseriscono la scena della casa eretta, in un battibaleno, da tutta una comunità, per uno di loro, io letteralmente m'incanto come una ragazzina. Due elementi mi avvincono: quel lavorare tutti insieme per uno solo e la rapidità con cui si costruisce una casa, la rapidità con cui è possibile passare dal vuoto al pieno, dal fuori al dentro, dall'essere esposti ad avere un riparo. Non so se sia vero che si possa costruire una casa in così breve tempo, mentre si canta e si consumano birre e torte di mele, ma mi piace pensare che sia proprio così.
Se è solo una sciocca invenzione cinematografica, vi prego, non ditemelo.

venerdì 7 novembre 2008

mi perplimo...

Ho scoperto che esiste in Psichiatria la Cyber Therapy e che ha persino delle branche e sottobranche.

1-la Email-based therapy, in cui la comunicazione tra l'utente e il Cyber-master (il terapeuta), avviene attraverso uno scambio di mail.

2-la Voice/Video Conference therapy, in cui la comunicazione avviene per mezzo di programmi come Messenger o alternativamente Facebook in cui si può comunicare scrivendo o parlando tramite microfono, con l'eventuale ausilio di una webcam.

3-la Avatar therapy, che prevede l'utilizzo di avatar, cioè di una incarnazione di noi stessi in un personaggio, ed in cui la comunicazione avviene in Second Life.

Esiste una Società Internazionale di Cyber therapy e si è tenuto nel luglio scorso un Convegno mondiale in Italia, a Verbania, in cui si sono magnificati i risultati (90 % dei casi di fobie, attacchi di panico e disturbi dell'alimentazione risolti felicemente).

Senza entrare nel merito e tenendo per me tutte le mie riserve, mi chiedo: esiste un controllo su queste pratiche terapeutiche, in cui è così facile spacciarsi e millantare? O chiunque può andare nel web e dichiararsi terapeuta? Crearsi un piccolo mercato approfittando della sofferenza altrui?

E, soprattutto, il Mago di Arcella lo sa?



IL MAGO DI ARCELLA

de ira

Tra i miei livres de chevet c'è da sempre Seneca, I dialoghi e le Lettere a Lucilio. Nessuna civetteria. Il fatto è che dentro ci trovo sempre il consiglio adatto ad affrontare piccole questioni e grandi problemi. Oggi mi somministro la seguente lezione, che mi succede di dimenticare spesso.

da Lucio Anneo Seneca: I dialoghi
Mondadori editore
Traduzione di Giovanni Viansino
De ira 32,1

Dice quello: "Ma l'ira ha qualche piacere ed è dolce restituire il dolore." Niente affatto.
M. Catone, nel bagno, un tale che non sapeva chi fosse, lo colpì involontariamente. Chi infatti, conoscendolo, gli avrebbe fatto ingiuria? poi, a quello che chiedeva scusa, Catone disse: "Non ricordo di essere stato colpito."
Cosa migliore considerò non riconoscere l'ingiuria che vendicarsene.
E' proprio di un grande animo disprezzare le ingiurie.


Ultionis contumeliosissimum genus est non esse visum dignum ex quo peteretur ultio.
E' il genere più offensivo di ingiuria non essere sembrato degno di subire la vendetta.

giovedì 6 novembre 2008

GENTILMENTE OFFERTO DA GUGLIELMO

Se c’è ancora qualcuno là fuori che ancora dubita che l’America sia un luogo in cui ogni cosa è possibile, che ancora si chiede se i sogni dei nostri Padri Fondatori siano ancora vivi ai giorni nostri, che ancora si interroga sulla reale potenza della nostra democrazia, stanotte ha trovato le sue risposte.

E’ la risposta che viene dalle code che si sono allungate intorno alle scuole e alle chiese, con numeri che questa nazione non aveva mai visto, formate da persone che hanno aspettato 3, 4 ore, molti per la prima volta nella loro vita, perchè hanno creduto che questa volta dovesse essere diversa, che la loro voce potesse fare la differenza.

E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, bianchi, neri, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, eterosessuali, disabili e non disabili, Americani che hanno lanciato un messaggio al mondo che dice che noi non siamo mai stati solo un insieme di stati blu e stati rossi ma che siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d’America.

E’ la risposta di chi si è sentito dire per tantissimo tempo che bisognava essere cinici, spaventati e dubbiosi in merito a quanto avremmo potuto ottenere, e che hanno messo la loro impronta sul corso della storia, e che si sono mossi verso la speranza di avere giorni migliori.

E’ stata dura, ma stanotte, proprio grazie a ciò che abbiamo fatto in questo giono, in queste elezioni, in questo momento cruciale, il cambiamento è arrivato in America.

Poco fa ho ricevuto la straordinaria e gentile chiamata del Senatore John McCain.

Il sen. McCain ha combattuto a lungo e duramente durante questa campagna e ha combattuto ancor più a lungo e più duramente per la nazione che ama.

Ha affrontato sacrifici per l’America che molti di noi non possono nemmeno iniziare ad immaginare. Siamo diventati migliori anche grazi ai servizi resi da questo altruista e coraggioso leader.

Mi complimento con lui e con la governatrice Palin per tutto ciò che hanno ottenuto e guardo alla prospettiva di lavorare con loro per rinnovare le promesse fatte a questa nazione nei prossimi mesi.

Voglio ringraziare il mio compagno in questo viaggio, un uomo che ha fatto campagna con il cuore e che ha combattuto per gli uomini e le donne con cui è cresciuto. Il Vice Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Non sarei qui oggi senza l’instancabile supporto della mia migliore amica da 16 anni a questa parte, la roccia della nostra famiglia, l’amore della mia vita, la nuova first lady, Michelle Obama. Sacha e Maliya, vi amo entrambe più di quanto immaginate e vi siete meritate un nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca.

Sebbene non sia più con noi, so che mia nonna ci sta guardando insieme alla famiglia che mi ha reso quello che sono. Stanotte sento la loro mancanza e so che il mio debito nei loro confronti è smisurato. Mia sorella Mya, mia sorella Almond, tutti i miei fratelli e le mie sorelle, grazie mille per tutto il supporto che mi avete dato. Gli sono molto grato.

Un grazie va al manager della mia campagna elettorale, l’eroe silenzioso di questa campagna che l’ha resa la migliore di sempre; al mio consulente capo di strategia, che mi è stato accanto ad ogni passo.Grazie al miglior team mai messo insieme nella storia della politica, voi avete reso tutto ciò possibile e vi sarò grato per sempre per tutto ciò che avete sacrificato per arrivare fino a qui.

Ma soprattutto non dimenticherò mai a chi realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi. Non sono mai stato il candidato perfetto per questo incarico, sin dall’inizio, senza tanti soldi e con nessun supporto importante. La nostra campagna non si è tenuta nei salotti di Washington ma è iniziata nei cortili di DeMoines, nei soggiorni di Concorde e nei portici di Charleston, costruita da lavoratori e lavoratrici che hanno scavato nei loro risparmi per trovare 5, 10, 20 dollari da devolvere alla causa.

E’ cresciuta forte fra i giovani che rifiutavano il mito che vorrebbe descrivere la loro generazione come una generazione apatica e che hanno lasciato le loro famiglie per lavori che offrono pochi soldi e ancora meno riposo.

E’ cresciuta forte grazie agli anziani, che hanno affrontato il freddo pungente e il caldo assoluto per bussare alle porte di perfetti sconosciuti e grazie ai milioni di Americani che hanno contribuito come volontari e hanno organizzato tutto dimostrando che oltre 200 anni dopo la nostra fondazione un governo che nasce e cresce dal popolo non è un’illusione irrealizzabile.

Questa è la vostra vittoria!

So che non lo avete fatto solo per vincere un’elezione e so che non l’avete fatto per me.

Lo avete fatto perchè avete compreso l’enormità della prova che ci troviamo ad affrontare.

Anche se siamo qui a festeggiare, oggi, conosciamo già le sfide che si presenteranno domani e sappiamo che sono le più importanti della nostra vita.

Due guerre, un pianeta in crisi, la peggior crisi finanziaria del secolo.

Anche se siamo qui a festeggiare, oggi, sappiamo che ci sono americani coraggiosi che si stanno svegliando, adesso, nel deserto dell’Iraq, nelle montagne dell’Afghanistan e rischiano la loro vita per noi.

Le madri e i padri che, una volta messi a letto i bambini, si raccapezzano per capire come fare a pagare il mutuo, o le spese mediche., o per risparmiare abbastanza per garantire l’educazione ai loro figli.

Bisogna reperire nuova energia, creare nuovi posti di lavoro, costruire nuove scuole.

La strada difronte a noi è lunga e ripida, potremmo non raggiungere l’obiettivo in un anno o forse nemmeno in un mandato ma, America, non sono mai stato tanto speranzoso come oggi.

Vi prometto che noi come popolo, ce la faremo.

Ci saranno ostacoli, ci saranno false partenze e molti potranno non concordare con molte delle decisioni che prenderò da Presidente, e sappiamo che il Governo non può risolvere ogni problema ma sarò sempre onesto con voi sulle sfide che affronteremo.

Vi ascolterò, specialmente quando non saremo d’accordo e vi chiederò di unirvi a me nell’opera di ricostruzione di questa nazione nell’unico modo in cui è stato fatto da 220 anni a questa parte: quartiere per quartiere, mattone per mattone.

Ciò che è iniziato 21 mesi fa nel pieno dell’nverno non può finire in questa sera d’autunno.

Questa vittoria da sola non rappresenta il cambiamento di cui abbiamo bisogno, è solo la possibilità che abbiamo per creare quel cambiamento ma ciò non avverrà se torneremo indietro allo stato in cui erano prima le cose. Non può avvenire senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, senza un nuovo spirito di sacrificio.

Costruiamo quindi un nuovo spirito fatto di patriottismo, di responsabilità in cui ognuno di noi risolve un piccolo tassello del problema e lavora duro, e non si preoccupa solo di se stesso ma anche degli altri.

Indirizziamo questo nuovo spirito ai responsabili di questa crisi finanziaria affinchè sia chiaro che non possiamo avere una strada (Wall Street) che si gonfia mentre la strada principale della città muore (nel senso di centro del commercio, NdS).

In questo paese noi cadiamo e ci rialziamo come una sola nazione, come un unico popolo.

Dobbiamo resistere alla tentazione di cadere di nuovo sui vecchi passi sbagliati, sull’immaturità che ha avvelenato la nostra politica per così tanti anni.

Dobbiamo ricordare che fu un uomo di questo Stato che per primo issò la bandiera del Partito Repubblicano sulla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della libertà individuale, dell’autonomia e dell’unità nazionale. Valori che noi tutti condividiamo e sebbene il Partito Democratico abbia ottenuto una grande vittoria oggi noi ci presentiamo con umiltà e con la volontà di ricucire le divisioni che hanno rallentato il nostro progresso.

Lincoln disse ad una nazione molto più divisa della nostra:

“Non siamo nemici ma amici. La passione che ci anima non potrà spezzare l’affetto che ci unisce.”

A tutti gli Americani che non mi hanno supportato dico che potrò non aver avuto il vostro voto oggi ma ascolterò le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto e sarò anche il vostro Presidente.

A tutti coloro che ci guardano stanotte dall’estero, da Parlamenti e Palazzi stranieri, a tutti coloro che ci ascoltano per radio da qualche sperduto angolo del mondo io dico che le nostre storie sono diverse ma il nostro destino è uno e una nuova alba nella leadership Americana sta sorgendo.

A coloro che vogliono distruggere il mondo dico che li sconfiggeremo. A coloro che cercano la pace e la sicurezza dico che li aiuteremo. E a tutti coloro che si chiedono se la fiamma dell’America brucia ancora io rispondo che la forza di questa nazione non arriva dal livello della nostra potenza o della nsotra sanità ma arriva dal potere dei nostri ideali.

Democrazia, libertà, opportunità e un’instancabile speranza.

La vera genialità dell’America sta nella capacità che ha di cambiare.

La nostra unione può essere perfezionata e ciò che abbiamo già ottenuto ci dà forza e speranza per ciò che dobbiamo e possiamo ottenere domani.

Quest’elezione ha tanti record e molte storie in merito verrano raccontate alle prossime generazioni.

Ciò che è nella mia mente oggi è una donna che ha votato ad Atlanta. E’ simile ai tanti che hanno atteso in fila per far sentire la propria voce eccetto per una cosa: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.

E’ nata una sola generazione dopo la schiavitù, in un tempo in cui non c’erano auto per le strade nè aerei nei cieli, in un tempo in cui una persona come lei non poteva votare per ben due ragioni: perchè è una donna e per via del colore della sua pelle.

Stanotte penso a tutto ciò che lei ha visto durante questo secolo Americano. I giorni difficili e la speranza, la fatica e il progresso, i tempi in cui ci veniva detto “Non potete” (You can’t) e il tempo in cui una parte dell’America rispose “Possiamo” (Yes, We can).

In un tempo in cui la voce delle donne era zittita e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto abbastanza per vedere le donne alzarsi e reclamare i loro diritti, fino a raggiungere le urne e dire “Noi possiamo”.

Quando c’era sconforto e la depressione si spandeva nella nazione, lei ha visto l’America rialzarsi sulle proprie gambe con nuovi obiettivi, nuovo lavoro, un nuovo senso di intento comune. “Noi possiamo”

Quando le bombe sono cadute sui nostri porti e il terrore ci ha attanagliati lei era li ad osservare una generazione cresciuta per salvare la democrazia. “Noi possiamo”

Era li durante le rivolte di Montgomery, gli scontri di Birmingham, le impiccagioni di Selma e era li difronte ad un pastore di Atlanta che disse <> (noi ce la faremo). “Noi possiamo”

Un uomo è arrivato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un mondo intero è stato avvicinato dalla scienza e dall’immaginazione e quest’anno, in queste elezioni, lei ha avvicinato il dito ad uno schermo e ha votato. Perchè dopo 106 anni in America, attraverso i tempi belli e i momenti peggiori, sa come l’America può cambiare.

Yes we can.

America, siamo arrivati molto lontano, abbiamo visto così tanto, ma c’è molto altro ancora da fare.

Quindi stanotte chiediamoci:

Se i nostri figli vivranno fino a vedere il nuovo secolo, se le mie figlie saranno così fortunate da poter vivere quanto Ann Nixon Cooper, quali cambiamenti vedranno? Quali progressi avremo compiuto?

Questa è la nostra occasione per dare delle risposte. Questo è il nostro momento. Questo è il nostro tempo.

E’ il momento di riportare la nostra gente al lavoro, di creare opportunità per i nostri figli. Il momento di ricreare la prosperità e di promuovere la causa della pace. Per ricreare il sogno americano e riconfermare la verità che tutti insieme siamo una cosa sola, che respiriamo e speriamo e che risponderemo a coloro che con cinismo e dubbio ci dicono che non ce la faremo con un unica voce che racchiude lo spirito del nostro popolo:

YES WE CAN.

il segnalibro/uno

Il segnalibro che vedete qui accanto lo acquistai a Recanati qualche anno fa, nel Palazzo Leopardi.
Ne ho fatto un piccolo logo. Servirà a segnalare i miei consigli di lettura. Questi potranno riguardare sia libri di recente edizione, sia vecchi libri che continuano a produrre i loro effetti su di me, sia libri cui sono grata per il piacere che la loro lettura mi ha regalato, sia libri, magari ostici o appena passabilmente scritti, che mi hanno però formata, informata, educata.
Il logo serve perché coloro che non amano ricevere consigli di lettura o coloro che semplicemente non amano leggere, vedendolo, possano tranquillamente passare oltre.

Ah, dimenticavo: il logo segnalerà anche, di tanto in tanto, i miei sconsigli di lettura.






Il primo libro che vi consiglio è:

GILBERTO CORBELLINI - GIOVANNI JERVIS
LA RAZIONALITA NEGATA - PSICHIATRIA E ANTIPSICHIATRIA IN ITALIA
Bollati Boringhieri, Torino - 2008
Euro 12

Il libro si svolge in forma di dialogo tra due studiosi di diversa generazione e formazione. Gilberto Corbellini (Piacenza, 1958) insegna Storia della medicina e Bioetica. Giovanni Jervis (Firenze 1933) medico psichiatra, insegna Psicologia dinamica, ed è psicoanalista di formazione freudiana.

GILBERTO CORBELLINI E GIOVANNI JERVIS

Al centro del loro discorrere c'è la Legge 180 del 1978, la cosiddetta "Legge Basaglia" che dette inizio alla progressiva chiusura dei manicomi e che ha compiuto quest'anno i 30 anni.
Di quella stagione Giovanni Jervis è stato uno dei protagonisti, sia come studioso di psicologia e psichiatria sociale, sia come stretto collaboratore di Basaglia per un periodo, sia come coordinatore di un'esperienza di assistenza ai malati di mente sul territorio (Reggio Emilia). Inoltre i suoi percorsi culturali lo hanno portato in stretto contatto con i più importanti nomi della psichiatria e dell'antispichiatria internazionale. Gilberto Corbellini invece, così si presenta: "ho vissuto sul versante giovanile la seconda metà degli anni settanta, consumando, da studente partecipe della vita extra-parlamentare di quegli anni, la letteratura e le aspirazioni dell'antipsichiatria."
I due studiosi si propongono di applicare uno sguardo scientificamente critico al cammino della assistenza ai malati di mente nel nostro paese, ripercorrendone la storia ben all'indietro rispetto agli anni '70, convinti che " i problemi medico-sanitari non possono essere affrontati senza tener conto delle loro origini e della loro evoluzione sul lungo periodo."
Per questa ragione un capitolo introduce i temi ed i problemi che la psichiatria ha affrontato dalla fine del Settecento, quando il medico e psichiatra francese Philippe Pinel teorizzò e praticò una nosologia delle malattie mentali.
Egli faceva propria l'idea di Locke che le malattie della mente siano "disturbate associazioni di idee o passioni riconducibili a esperienze traumatiche o disordinate." Da Locke in poi, l'aspetto medico del problema psichiatrico si lega più strettamente a quello che allora veniva chiamato "morale" e che oggi definiremmo aspetto psicologico ed esistenziale.
La ricostruzione storica serve anche a far comprendere i ritardi non semplicemente normativi ma essenzialmente culturali con cui l'Italia giunse alla stagione dell'antipsichiatria.
È il terzo capitolo del libro a tentare una ricostruzione delle origini e dei contenuti del movimento antipsichiatrico. Jervis ne rintraccia le origini nelle ideologie controculturali americane degli anni tra il 1950 e il 1966-68, che si incentravano su una "critica al modello dominante di comportamento normale, rifiutando sia le sue norme disciplinari sia le sue pretese di razionalità. Poiché invece rivalutavano, secondo un'ispirazione di schietta radice romantica, il significato delle emozioni e del sentire poetico, gli esponenti della controcultura non potevano che estendere il loro apprezzamento positivo a tutto ciò che viene abitualmente considerato irragionevole.
Diffidenti verso le scienze e ostili alle tecniche "dure", volentieri affascinati dagli spiritualismi, era naturale che attaccassero i presupposti medico-biologici della psichiatria, intesa come disciplina oggettivante e normalizzante, insensibile alla voce dei dissensi e ai diritti della soggettività....da qui "contestazione del concetto di malattia mentale e messa in discussione della separazione fra normalità e anormalità, tentativo di riabilitare "la follia" come variante minoritaria della norma o addirittura come forma di saggezza."
Ma l'antipsichiatria ebbe anche una radice clinico-scientifica relativa ad una serie di orientamenti sviluppatisi negli Stati Uniti. L'antropologia culturale, con la relativizzazione culturalista del concetto di norma (Margareth Mead e soprattutto Ruth Benedict); gli studi sociologici sulla devianza (Edwin Lemert e David Matza); alcune correnti della psicologia dinamica solo indirettamente legate alle idee di Freud e generalmente note come "umanistiche", le quali sostenevano che le vicissitudini della mente potrebbero essere interpretate, anche qualora comportino sofferenza e disordine, come espressione di una ricerca individuale di senso e come un processo di crescita interiore (Maslow, Carl Rodgers); altre correnti psicodinamiche, più decisamente distanti da Freud, le quali sostenevano che i disturbi mentali non sono alterazioni nell'individuo, ma alterazioni dei rapporti tra gli individui (Bateson, Harry Stack Sullivan)." Tutte queste correnti ebbero il merito di mettere a fuoco temi importanti all'interno delle problematiche psicologiche e psichiatriche.
L'importante discorso affrontato veniva però portato fuori strada dagli accoppiamenti fra l'antipsichiatria e le ideologie anti-moderniste, anti-razionaliste e anti-scientifiche.
Negli atteggiamenti che si diffusero in quegli anni Corbellini individua la radice di una corrente di "antimedicina" che sopravvive ancora oggi.


Si affermò che la malattia non può avere solo una definizione naturalistica. Che cosa sia malattia e cosa non lo sia, veniva osservato, dipende anche dal contesto socio-culturale; proseguendo in questo modo di ragionare, però, si arrivava ad abbracciare in pieno il relativismo epistemologico. Ne nasceva infatti la demolizione dell'idea di malattia come realtà oggettiva, analizzabile nei suoi aspetti clinici e scientifici, e invece veniva aperta la strada a orientamenti multiculturalisti e a concezioni globalistiche (o olistiche) della persona, a carattere per così dire, sintetico-intuitivo. (Corbellini).
Da qui le pratiche mediche non convenzionali basate sulle tradizioni popolari, in genere non occidentali.

Il libro ripercorre quindi la vicenda culturale di Basaglia da una stagione vissuta all'interno di una mentalità medico-psichiatrica piuttosto classica, percorsa però da una grande empatia verso il sofferente mentale, fino all'incontro con Asylums di Goffman e con l'antipsichiatria. Ciò nonostante "ciò che venne fatto nell'ospedale psichiatrico provinciale di Gorizia non era antipsichiatria e nessuno a Gorizia, a cominciare da Basaglia stesso, aderiva alla tematica propria di quell'orientamento: non vi era alcuna idealizzazione dei deliri e della follia, non si affacciava nessun tentativo di limitare l'uso dei farmaci per motivi ideologici, non passava per la testa di sostenere che i disturbi mentali nascessero solo dalle contraddizioni sociali."
L'esperienza di Gorizia divenne universalmente nota con la pubblicazione del libro L'istituzione negata nel 1968.
Il libro ebbe uno straordinario successo, divenne quasi un manifesto e servì a sensibilizzare l'opinione pubblica verso i problemi psichiatrici ed i temi dei "diversi" e della emarginazione sociale. Il libro gettò anche le basi del "mito Basaglia", costituitosi non per sua volontà, che idealizzò la sua immagine e talvolta la deformò con proiezioni particolari. In quegli anni Basaglia arrivò alle posizioni di Michel Foucault, apparentandosi, infine, alla antipsichiatria. Non quella di Laing e Cooper; Basaglia non sostenne mai che i disturbi mentali non esistono, non rifiutò di usare gli psicofarmaci, non esaltò le sregolatezze della mente"
In quel periodo però egli insisteva che "qualsiasi problema di cura psichiatrica e di creazione di nuove e diverse strutture assistenziali andava collocato in secondo piano, e forse persino accantonato, fin tanto che la battaglia per la chiusura dei manicomi non fosse stata portata a compimento. "Il tema dello studio scientifico della natura dei disturbi mentali e delle loro terapie veniva denunciato come una diversione o come un alibi che impediva di affrontare il vero problema, quello della reclusione psichiatrica."

Nei capitoli successivi il libro, dopo aver ricostruito e fatto luce su questa vicenda spesso mitizzata e messa al servizio delle ideologie, ripercorre cronologicamente le vicende culturali e le esperienze del movimento antipsichiatrico in Italia e all'estero.
L'ultimo capitolo fa la storia della legge 180 e getta le basi per una discussione che esamini le conseguenze prodotte e indichi i miglioramenti che si potrebbero fare nella cura e nella prevenzione delle malattie mentali.

Il libro, che ha già sollevato vivaci polemiche, è pieno di ragionevolezza nelle sue tesi, tutte confortate da dati storici; offre date e dati, fatti e numeri, ma soprattutto si offre come occasione per riportare all'attenzione dell'opinione pubblica il tema della sofferenza mentale che nel nostro paese, dopo essere diventato oggetto di battaglia politica ed ideologica è stato lasciato cadere nel silenzio e in una irresponsabile dimensione privata.

Io penso che il libro possa essere di grande interesse sia per tutte quelle persone che hanno partecipato con entusiasmo al movimento per la chiusura dei manicomi, e hanno sentito in quegli anni il tema della salute mentale come tema politico, sia per quanti non hanno vissuto quegli anni e vogliono comprendere lo stato attuale dell'assistenza alle patologie mentali nel nostro paese.





mercoledì 5 novembre 2008

il discorso della vittoria di Barack Hussein Obama



SENATOR BARACK OBAMA: (Cheers, applause.) Hello, Chicago. (Cheers, applause.)

If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our Founders is alive in our time, who still questions the power of our democracy, tonight is your answer. (Cheers, applause.)

It's the answer told by lines that stretched around schools and churches in numbers this nation has never seen, by people who waited three hours and four hours, many for the first time in their lives, because they believed that this time must be different, that their voices could be that difference.

It's the answer spoken by young and old, rich and poor, Democrat and Republican, black, white, Hispanic, Asian, Native American, gay, straight, disabled and not disabled -- (cheers) -- Americans who sent a message to the world that we have never been just a collection of individuals or a collection of red states and blue states; we are and always will be the United States of America. (Cheers, applause.)

It's the answer that -- that led those who've been told for so long by so many to be cynical and fearful and doubtful about what we can achieve to put their hands on the arc of history and bend it once more toward the hope of a better day. It's been a long time coming, but tonight, because of what we did on this day, in this election, at this defining moment, change has come to America. (Cheers, applause.)

A little bit earlier this evening, I received an extraordinarily gracious call from Senator McCain. (Cheers, applause.) Senator McCain fought long and hard in this campaign, and he's fought even longer and harder for the country that he loves. He has endured sacrifices for America that most of us cannot begin to imagine. We are better off for the service rendered by this brave and selfless leader. (Applause.) I congratulate him, I congratulate Governor Palin for all they've achieved, and I look forward to working with them to renew this nation's promise in the months ahead. (Cheers, applause.)

I want to thank my partner in this journey, a man who campaigned from his heart and spoke for the men and women he grew up with on the streets of Scranton, and rode with on the train home to Delaware, the vice president-elect of the United States, Joe Biden. (Cheers, applause.)

And I would not be standing here tonight without the unyielding support of my best friend for the last 16 years, the rock of our family, the love of my life, the nation's next first lady, Michelle Obama. (Cheers, applause.)

Sasha and Malia, I love you both more than you can imagine, and you have earned the new puppy that's coming with us to the White House. (Cheers, applause.)

And while she's no longer with us, I know my grandmother is watching, along with the family that made me who I am. I miss them tonight, and know that my debt to them is beyond measure.

To my sister Maya, my sister Auma, all my other brothers and sisters, thank you so much for all the support that you've given to me. I am grateful to them. (Cheers, applause.)

And to my campaign manager, David Plouffe -- (cheers, applause) -- the unsung hero of this campaign who built the best -- (cheers) -- the best political campaign I think in the history of the United States of America -- (cheers, applause) -- to my chief strategist, David Axelrod -- (cheers, applause) -- who has been a partner with me every step of the way, to the best campaign team ever assembled in the history of politics -- (cheers) -- you made this happen, and I am forever grateful for what you've sacrificed to get it done. (Cheers, applause.)

But above all, I will never forget who this victory truly belongs to. It belongs to you. (Cheers, applause.) It belongs to you. (Cheers.)

poche righe

Il mattino dell’insonne



Primi gesti del mattino:
riconciliazione senza condizioni
tra la notte attorcigliata e il nuovo giorno ignoto.

Il lampo di sole negli occhi
quando si spalancano i vetri
è il primo articolo del trattato.

Il soffio d’aria fresca che
spazza il greve dagli occhi
è impegno a dimenticare i torti patiti.

La ciotola per il gatto
come uno scambio di doni
che i contendenti si fanno
prima di stringersi la mano.

Per ora ci si spazzolano i capelli
inoltrandosi nel dovere quotidiano
di essere accettabile al mondo.

Si suppone che i contraenti
siano entrambi soddisfatti:
la notte ha avuto la sua parte
il giorno si prepara ad avere la sua.

A riconciliazione avvenuta
si è ormai dimenticato
perché la guerra scoppiò
e chi la dichiarò a chi.

Non ci sono vittime da contare
tranne quell’unica che
ora scambia la vestaglia con
pantaloni e maglietta
e nella giornata fresca
tocca gli oggetti di sempre
con mani appena lavate
e pensa pensieri prospettici
raddrizza le spalle
e distende il sorriso
su labbra ancora incerte.

Il fotografo è pronto
per la foto ufficiale:
gli armistizi si stringono
in sedi separate,
ma la pace pretende squilli di tromba.
Buon giorno e così sia.

martedì 4 novembre 2008

ancora due consigli alle giovani donne



Pierre-Auguste Renoir: La dormeuse (La baigneuse endormie) -1897

Attenzione a fingervi felice per compiacerlo: potreste finire con il credere di esserlo.







Albert Marquet: La femme blonde (1919)


Se vi ferisce con la sua noncuranza, rallegratevene: potrebbe uccidervi con la sua gelosia.

lunedì 3 novembre 2008

figlia di mezzo/diciassette/il Grande slam

Quando al tavolo di bridge la conversazione si spostò inopinatamente sul golf, la figlia di mezzo citò la casa di campagna in cui il Comandante passava sei mesi l’anno, dedicandosi a quello sport. Apprese senza alcun interesse che la padrona di casa contava a sua volta amicizie in quella località.
Invitata la settimana successiva a giocare come compagna di una signora appena presentatale, la figlia di mezzo gentilmente accettò, pur pentendosene presto a causa del maldestro stile di gioco della nuova partner.
Malgrado una insolita effervescenza nelle altre ospiti, la figlia di mezzo lasciò l'appartamento senza sospettare di aver giocato in coppia con l’ultima amante del Comandante -nonché sua temporanea convivente nella suddetta casa di campagna- appositamente intervenuta alla serata.
In occasione di un successivo invito, fu sconsigliata, dalla sua partner abituale di gioco, dal partecipare a quegli incontri di cui era la inconsapevole, vera attrazione. Così la figlia di mezzo ebbe conferma insieme della solidarietà e della velenosa crudeltà che le donne possono scambiarsi.

Poiché però quel gioco nel gioco aveva ormai guastato il suo piacere di bridgista, la figlia di mezzo smise da subito di giocare a bridge. Allontanarsi da quelle frequentazioni le sembrò più importante di qualunque Grande Slam.

domenica 2 novembre 2008

Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini

Del mattino di quel 2 novembre, ricordo me stessa col giornale in mano: l'incredulità, la rabbia, il dolore, il sospetto.
Il senso di perdita e di mancanza, subito, ben prima che divenisse ipocrita voce comune.
Finché fu vivo non gli perdonarono, nella stessa misura, la sua omosessualità e la sua severità.
Poi ne fecero un santino: "Il nostro più grande intellettuale, diamine!" e cominciarono a citarlo a destra e a manca.
Ma lo avevano perseguitato con ferocia. Non c'è niente di più feroce del moralismo.


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

sabato 1 novembre 2008

ricordando Pier Paolo Pasolini

"Il morto l'ho scoperto io. Siamo venuti qui domenica mattina alle sei e mezzo con la nostra Citroën. Veniamo a passare tutte le domeniche qui, e dopo pranzo lavoriamo tutti per costruirci una casetta per l'estate. Il terreno è demaniale. D'estate c'è aria buona. Quando siamo arrivati ho notato qualcosa davanti alla nostra casa. Ho pensato che fosse immondizia e ho detto a mio figlio Giancarlo:" Ma tu vedi 'sti fiji de 'na mignotta che ce vengono a buttà davanti a ccasa la monnezza." Mi sono avvicinata per vedere come si poteva ripulire la zona e ho scoperto che si trattava del corpo di un uomo. Aveva la testa fracassata. I capelli impastati di sangue. Stava a faccia in giù, con le mani sotto. Era vestito male. Aveva una canottiera verde a maniche corte, un blue jeans macchiato di grasso di macchina, stivaletti marrone alti fino alla caviglia, una cintura marrone. Ho chiesto a mio marito di fare marcia indietro e di avvisare subito la polizia. Alle 6 e 40 eravamo tutti al commissariato."

Pier Paolo Pasolini è morto nella notte tra sabato 1° e domenica 2 novembre del 1975.