lunedì 30 giugno 2008

estate

-Vincenzooo?
-Diteee.
-Questa sera veniamo a cenaaa”-
-Quanti sieteee?-
-Quattrooo-
-Va bbè -
Così si prenotava un tavolo alla trattoria di Vincenzo, a vista: sporgendosi dalla terrazza e gridando nel vento profumato.
Le nostre voci volavano sopra le ginestre e i fichi d’India, sorvolavano i mirti cespugliosi e colmavano la piccola valle che ci divideva. La loro eco sfumava verso il mare assolutamente blu, il blu senza tentennamenti o indecisioni di un mare molto profondo. La mia casa lo sovrastava, spencolata sul vuoto arioso. Proprio sotto di me le rocce di una spiaggetta stretta e sassosa, cui si arrivava scendendo attraverso grotte e camminamenti aperti nella montagna forse un millennio prima.
La trattoria di Vincenzo sporgeva altrettanto dallo sperone successivo e nella valletta che ci divideva, delimitata da un muretto a secco e segnalata da due alti gelsi, c’era la sua vite stentata. Il vino che Vincenzo ci serviva a tavola veniva da quella sua “pezza”. Era un po’ torbido, leggermente aspro, ma aveva un sentore talmente ricco e talmente personale che da solo diceva: Ventotene.
Sotto la nostra stanza da letto c’era una stalla. La sera vi si ritiravano due mucche indolenti, di cui una gravida, e un giovane somaro. Una notte un improvviso trambusto ci avvisò che la mucca stava partorendo. Così in quella notte di luglio del 1974 mi trovai ad assistere ad un parto che ci tenne in ansia e col fiato sospeso fin quasi all’alba. Terminò come terminano scene analoghe nei film: la mucca madre lecca affettuosamente il vitello che prende il suo primo latte, mentre la macchina da presa si allontana discretamente.
Ma la stalla aveva un odore forte, un umore sanguigno macchiava la paglia, la mucca ancora si lamentava piano e il contadino e sua moglie, che ci avevano affittata la casa per l’estate, pretesero che ci unissimo a loro in un brindisi a base di liquore Strega alle cinque del mattino! Sono i piccoli particolari che distinguono la vita da tutte le sue rappresentazioni. Qualunque regista avrebbe utilizzato un bel fiasco di vino e invece no, la realtà disse: liquore Strega!
Nei giorni successivi la signora fece un dolce incredibile, una specie di biancomangiare, una crema tremante e delicata di cui le chiesi la ricetta. Me la dettò generosamente, ma da subito si rivelò impraticabile. La prima voce prevedeva il “caglio del primo latte di una mucca appena sgravata”.

Ci sono posti che ci hanno regalato così tanto, da diventare una delle nostre patrie.
Ventotene è una delle mie patrie.

domenica 29 giugno 2008

sono due donne

da: Non ho peccato abbastanza
Antologia di poetesse arabe contemporanee
Piccola Biblioteca Mondadori - 2007

Questa raccolta è molto interessante. Pur nella sua incompletezza -dovuta alla difficoltà di raccogliere tutte le voci poetiche femminili di paesi dove le voci femminili tout court sono poco ascoltate- offre il senso di una poesia femminile che tocca temi da sempre cari alle donne: la libertà, l'amore, la solitudine, l'incomprensione.
Ma vi ho trovato anche un rapporto costante, intimo, con la divinità. Ad esempi di questo tipo di poesia dedicherò un post a parte.

Per oggi ho scelto due poetesse: Joumana Haddad e Maram Al-Masri

Joumana Haddad
(Libano)

SONO UNA DONNA
Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Hanno costruito per me una gabbiaaffinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.


Maram Al-Masri

(Siria)

CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE

I
Sono ladra dei dolci
esposti nel tuo negozio
le mie dita sono appiccicaticce
e non sono riuscita
a metterne uno solo
in bocca.

2
Che follia!
Il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre la porta.

3
Il desiderio divampa in me
i miei occhi scintillano
infilo le buone maniere nel cassetto più vicino
divento Satana
bendando gli occhi ai miei angeli
solo per un bacio.

20
Lo so
che non avrei dovuto
lasciare
che mi scoprisse i seni.
Volevo
solo
che vedesse
che sono una donna.

Lo so
che non avrei dovuto
lasciare che si spogliasse.
Voleva
che vedessi
che era un uomo.
Solo questo.

45
Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.

Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.

98
Sei molto diverso dagli altri.
Il tuo segno distintivo:
il mio bacio
sulla tua bocca.

102
Io e la mia felicità
aspetiamo
le vibrazioni dei tuoi passi.

sabato 28 giugno 2008

dono musicale

A queitempi non sapevo postare un video. Avrei tanto voluto farvi sentire questo brano di Luigi Mariano.
Ma ora posso. Eccolo.

non scherziamo con il tempo

Mirari soleo cum video aliquos tempus petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur quasi nihil datur. Re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos, quia res incorporalis est, quia sub oculos non venit ideoque vilissima aestimatur, imno paene nullum eius pretium est.
L. A. Seneca: De brevitate vitae 8-1

Mi meraviglio sempre quando vedo alcuni chiedere ad altri il loro tempo, e quelli sono più che disposti a concederlo.
Nessuno dei due guarda al tempo in sé, ma solo al motivo per cui è stato richiesto: lo si chiede come fosse nulla e come nulla fosse lo si concede. Si scherza con la cosa più preziosa di tutte senza accorgersene, perché è immateriale e non cade sotto gli occhi; perciò se ne fa pochissimo conto, anzi non gli si dà alcun valore.

venerdì 27 giugno 2008

figlia di mezzo/tredici/il velo islamico

Quando il gioco del calcio o forse essere un maschio la stancò, la figlia di mezzo si guardò intorno per imparare qualcosa di nuovo. Pensò che amare ed essere amata fosse una buona cosa da imparare. Si applicò quindi per ricevere amore come sempre si applicava ad ogni compito.
Ma come tutti sanno o dovrebbero sapere, l’amore è donato gratis, e la figlia di mezzo comprese presto che non poteva guadagnarselo come si era guadagnata rispetto e considerazione nel mondo dei suoi compagni di gioco. Inoltre se delle regole c’erano per giocare a quel gioco la figlia di mezzo non le conosceva. Fare un deciso passo indietro le parve allora l’unico modo dignitoso di riconoscere la sua inadeguatezza e lasciò così passare la sua pre-adolescenza.
Camuffò il suo giovane corpo come già aveva fatto con il suo giovane spirito, sperando che la maschera di indifferenza che prese ad indossare potesse un giorno diventare il suo vero volto. Quanto a questo, desiderando solo celarlo, indossò per un anno almeno un fazzoletto di seta lasciato scendere verso la fronte, da cui rifiutava di separarsi persino nell’aula scolastica.
Non volendo più essere maschio ma non riuscendo a farsi riconoscere come femmina, la figlia di mezzo vagolò in un limbo insieme insipido e urticante per un periodo di tempo in cui si costruì in forma definitiva la sua convinzione di essere brutta.

giovedì 26 giugno 2008

intollerabile


Schedare i bambini rom?
E perché non tagliargli le mani?

fratelli

Ho appena ricevuto questa SPLENDIDA notizia di Agenzia:


Spagna, pronta una legge per garantire i diritti umani alle scimmie

Madrid, 26 giu. - (Adnkronos) - La Spagna di Josè Luis Rodriguez Zapatero si appresta a garantire i diritti umani anche alle scimmie. Sta infatti per approdare in Parlamento un progetto di legge che, se approvato, proteggerà il diritto alla vita e alla libertà dei primati, rendendo illegale il loro utilizzo negli esperimenti animali, nei circhi, in televisione e nei film.

Il provvedimento, che non ha eguali nel mondo, potrebbe sembrare paradossale ad alcuni, in testa i gruppi animalisti, che non hanno mai risparmiato critiche e accuse alla Spagna, patria della corrida.

Il provvedimento sui diritti umani delle scimmie è già passato alla commissione Ambiente del Parlamento, che ha dato il via libera alle risoluzioni per aderire al 'Great Apes Project', iniziativa internazionale lanciata da scienziati e filosofi allo scopo di garantire ai primati gli stessi diritti degli uomini.

"Questa è una giornata storica nella battaglia per i diritti degli animali e in difesa dei nostri compagni di evoluzione - ha commentato Pedro Pozas, direttore del Progetto - che senza dubbio resterà scritta nella storia dell'umanità".

segnalazione/offerta lavoro

SCRIVE BLONDE

cercano un addetto stampa e comunicazione in una associazione non profit tra le più serie.

nella mia instancabile attività di recruitement di giovani bravi ma disoccupati, mi permetto di approfittare del tuo blog, marina, so che ne sarai felice.

per chi fosse interessato, do info (e faccio però anche un primo screaning dei cv, scusate ma mi spendo solo per i meritevoli :-), all'indirizzo oracolo.dodona@gmail.com

l'associazione chiude le selezioni il 31 luglio.

cornelia al citofono

Cammino sulla stradina che porta al Colosseo, verso la fermata del piccolo bus elettrico. Qualche passo davanti a me un portoncino si apre e ne esce un centurione, fatto e calzato. Ha la faccia aggrondata di tutti quelli che vanno malvolentieri al lavoro, legionari o no. Sarà sulla cinquantina, anche qualche cosa in più, capelli radi e grigi, faccia larga, in ritardo di rasatura.
Indossa la corazza di cuoio con l'aquila imperiale, la corta tunica sulle gambe nude e il mantello rosso e oro. Dal cinturone borchiato il gladio gli batte sul fianco. In mano tiene l'elmo, con un bel cimiero rosso. Ai piedi ha le caligae sopra a un paio di calzini grigi.
S'incammina verso il Colosseo, ma subito il citofono chiama.
-Lucio? Lucio? è una voce femminile esasperata
Il veterano si arresta e si volta -Sì?
-Ricordati di chiamare Marco!
-O.K.
-Ti ricordi?
-Mi ricordo, mi ricordo e riparte.
Ripartiamo insieme.
Marco chi? vorrei chiedergli. Giunio Bruto? Minucio Rufo? O Claudio Marcello?
Lo seguo passo passo. Il suo è indolente e stanco, il piede destro butta un po' in fuori.
Accelero un pochino, perché mi viene una voglia improvvisa di parlargli.
Si scosta per farsi superare, ma io lo affianco. Mi guarda torvo.
Lascio perdere. In fondo è un soldato armato.
Resto indietro di nuovo, a guardarlo andare. È perfettamente a suo agio, come se percorrere la via in quella tenuta fosse non solo una sua abitudine, ma la regola. A suo agio, ma già stanco, alle 9 del mattino.
Con quel passo lì, penso, altro che Impero! Chissà se prima di gettarsi in questa attività -riconosciuta, riconosciutissima, con tanto di albo professionale a livello comunale- si è documentato. Se ha scelto di farsi centurione per indossare il vestito più bello o per ambizione, per avere una centuria al suo comando, almeno idealmente. Prima che il Comune regolamentasse l'attività, scoppiavano risse tra gli aspiranti legionari, il mercato si era inflazionato, la concorrenza era troppa. Si battevano con i gladi? Qualcuno si sarà procurato il giavellotto e avrà minacciato i concorrenti?
E quando tra loro è comparso il primo vestito da Console che avranno provato? Si saranno messi a rapporto? O avranno protestato per la durata della ferma?
Intanto il mio centurione ha tirato fuori un telefonino e parla. Sarà Marco? mi chiedo.
Intravedo l'autobus che arriva e mi affretto. Mentre lo supero lo sento dire, con voce stanca: viecce a trovà, e che te costa? fallo pe' tu madre. Lo sai che sei er gioiello suo!

mercoledì 25 giugno 2008

mini-post musicale/Nina Simone



Scoperta grazie ad Amalteo. Sto ancora studiandola.
Le parole non coincidono sempre, l'improvvisazione è un diritto.

I ain't got no home, ain't got no shoes
Ain't got no money, Ain't got no clothes
Ain't got no perfume, Ain't got no skirts
Ain't got no sweaters, Ain't got no smokes
Ain't got no god.

Ain't got no father, Ain't got no mother
Ain't got no sisters, i've got one brother
Ain't got no land, Ain't got no country
Ain't got no freedom, Ain't got no god,
Ain't got no mind,

Ain't got no earth, Ain't got no students
Ain't got no father, Ain't got no mother
Ain't got no sweets, Ain't got no ticket
Ain't got no token, Ain't got no mind
Ain't got no land.

But there is something i've got,
there is something i've got,
there is something i've got,
nobody can take it away...

Got my hair on my head
Got my brains, Got my ears
Got my eyes, Got my nose
Got my mouth, I got my smile
I got my tongue, Got my chin
Got my neck, Got my boobies
Got my heart, Got my soul
Got my back, I got my sex

I got my arms, my hands, my fingers,
my legs, my feet, my toes,
and my liver, got my blood..

I got life, i've got life's, i've got headaches,
and toothaches and bad times too like you ...

Got my hair on my head
Got my brains, Got my ears
Got my eyes, Got my nose
Got my mouth, I got my smile
I got my tongue, Got my chin
Got my neck, Got my boobies
Got my heart, Got my soul
Got my back, I got my sex

I got my arms, my hands, my fingers,
my legs, my feet, my toes,
and my liver, got my blood..

I got life, and i'm going to keep it
as long as i want it, I got life.....


heart, soul
heart, soul

tre mini-post/due

Amo la materia. L'amo appunto perché è materiale. Si fa toccare. Ha un peso. Ha un corpo. In linea di principio è innocente. Quando la materia cela l’inganno spesso è stato l’uomo a mettercelo.

Vi parlerò dei materiali che amo cominciando con il rame.


Amo il rame. Secondo me i gioielli di rame sono i più belli in assoluto. Non voglio darvi l'impressione di essere una francescana che butta l'oro nei cassonetti.
Anche l'oro è bello. E non lo disprezzo. Ma il rame è tutt’altra cosa! Il rame ha un calore che percorre tutte le sue molecole e si trasmette alla pelle e ti riscalda persino la fantasia.
E il suo colore è un tramonto marino, quando il sole è basso basso sull’orizzonte. Nessuna vela è inappropriata contro quel rosso stinto e vibrante.
Io gioco con il rame. Compro i tubi di rame dai fornitori degli idraulici e li taglio per farne perle che poi infilerò in collane. E compro lamine di rame nei grossi sanitari, scegliendoli in antri sulfurei. E poi le batto e le taglio e le sagomo. Spille o ancora collane. O semplice libidine di possesso.
Non sono così pazza da dar via un gioiello d’oro in cambio di uno di rame, questo non lo faccio, no; ma provate a portarmi via un pezzetto di rame e capirete quello che provo per questa materia.
Ho fatto una serie di foglie di rame, un po’ rozze –la mia manualità è penosa e non tiene dietro alla mia voglia di creare- e stanno lì. Me le guardo. Quando la collana prevista sarà terminata finirà al collo di mia figlia. Ahi! Che momento doloroso.Addio mio bel rame!

tre mini-post/uno

Io rispetto le regole ma ho un debole per le eccezioni.

Cammino nel solco ma sono tentata dallo scarto.

Rispetto la realtà ma mi concedo l’astrazione.

martedì 24 giugno 2008

vaneggiamenti/il principio di marinamarinella o dell'entropia

La riflessione sul tempo mi ha sempre portato via molto tempo e, se il tempo che ho speso a riflettere sul tempo, mi venisse restituito sotto forma di ulteriore tempo di vita, avrei davanti a me ancora un bel gruzzolo di tempo da vivere. Che potrei passare a riflettere sul tempo.
Se trovassi il modo di far verificare la pròtasi della condizionale qui sopra formulata (se il tempo che ho speso....mi venisse restituito...) avrei anche trovato la formula della immortalità, il modo di veder ricrescere il proprio tempo, di ricaricarlo, insomma, come una batteria: basterebbe riflettere sul suo trascorrere e incassare indietro il tempo impiegato nella riflessione.
Purtroppo, non solo con i se non si fa la storia, ma neanche la fisica. Peccato!
Mi sarebbe piaciuto lasciare ai posteri un importante principio: il principio di marinamarinella come mi chiama, unico nel creato, il mio amico bip.
Un principio importante come il famoso secondo principio della termodinamica. Quello dell’entropia. Quello che tutti, ma proprio tutti, fanno finta di conoscere.
Con l’entropia mi succede lo stesso fenomeno che mi succede con il concetto di guerra umanitaria: mi faccio spiegare il concetto da mio marito, lo capisco ben bene e immediatamente dopo lo dimentico. Il mio cervello sembra avere una speciale ripugnanza a trattenere il concetto di entropia. Come quello di guerra umanitaria.
Poiché sembra che non si possa parlare praticamente di niente senza citare l’entropia, ho deciso di studiarla come disciplina autonoma. Forse aprirò anche un blog tutto dedicato all’entropia. Ne esiste uno, ho visto, ma ha solo il nome di entropia e una piccola esile defizioncella. In realtà è solo la prova provata che l’entropia va molto, molto di moda, ma è ignota ai più.


Appurato questo ho deciso di infliggervi un trattatello sull’entropia. Voi direte: Perche? Chi te l’ha chiesto?
Così, mi va.
E poi per fare dispetto ad Anna che si lamenta sempre della eccessiva lunghezza dei miei post.
Beccati questo mattone!


Questo è quello che ho capito dell’entropia negli ultimi dieci minuti.
Mi affretto a riferirvelo prima di dimenticarlo di nuovo.


Preparate una tazza di brodo. Non brodo di pollo, che va bene per i malati, ma un bel brodo di manzo, robusto, con tutti gli odori, anche una patata e magari una crosta di parmigiano. Non è essenziale per l’esperimento ma per il sapore sì.
Mettete la tazza di brodo, bello bollente, al pallido sole di una mattinata novembrina. Se aveva una temperatura di 80 °C, si raffredderà fino alla temperatura ambiente, diciamo sui 7°C. Un bel salto, vero? Parte dell’energia termica della tazza di brodo sarà stata ceduta all’ambiente, con un piacevole effetto di odorino di brodo che vaga nell’aria.
Adesso prendete la tazza e portatela in cantina. Avrete una cantina che non aprite da anni, fredda e umida, no? Bene, la tazza di brodo perderà là dentro ancora un po’ di energia termica, arrivando ad una temperatura di circa 5°C. Con santa pazienza tornate in casa e mettete la tazza di brodo nel frigorifero. Qui raggiungerà la temperatura di 3°C. Passatela quindi nel freezer, dove cederà ancora una parte del suo contenuto originale di calore, scendendo ad una temperatura di -11°C. Se avete una sorella in partenza per gli States consegnatele la tazza di brodo (travasatelo prima in un contenitore a chiusura ermetica, dio, vi devo dire proprio tutto!) e ditele di lasciarla una notte nel giardino del suo hotel di Minneapolis, Minnesota. Durante quella notte il brodo di manzo, raggiungerà la temperatura di -30°C. Il che vi porterà a chiedervi che cavolo sia andata a fare vostra sorella nel Minnesota. Ma tralasciate questo aspetto del problema e concentratevi sul prossimo passaggio, piuttosto delicato. Ingiungete a vostra sorella di consegnare il vostro brodo di manzo ad un astronauta in partenza per lo spazio, con la preghiera di lasciarlo a vagare lì, nella notte siderale, nel suo bel contenitore di plastica gialla, in un’orbita che lo porterà a passare sopra le nostre teste per tutta l’eternità. Dopo il brodo primordiale, il brodo eterno. Brodo che lì nello spazio troverà una temperatura vicina allo zero assoluto
(-273,16°C) e a quel punto stop. Infatti alla temperatura dello zero assoluto non sono più possibili diminuzioni di calore. Fate attenzione al fatto che, in tutti questi passaggi, il calore sarà passato sempre dal corpo più caldo al più freddo. Mai nella direzione opposta.
Questo è di fondamentale importanza. Non fatevi ingannare. Quando mettete del ghiaccio nel vostro whisky (vostro perché a me il whisky non piace) voi credete di raffreddare il whisky, invece state riscaldando il ghiaccio. (Ghiaccio bollente non è più un paradosso!).
Ora noi sappiamo (così parlano gli scienziati, si danno del noi), noi sappiamo che se il calore di un corpo ci deve servire per svolgere del lavoro, deve esserci passaggio di calore, se no non se ne fa niente. Se il calore della fiamma non passa alla caffettiera il caffé ve lo potete scordare e così anche gli spaghetti. Sarà perfettamente inutile che gridiate a vostra moglie/marito: “Bolle?”. Se il calore non passa, se la pila vi dimenticate di metterla sul fuoco, gli spaghetti ve li mangiate crudi. Ve li rosicchiate, per la precisione.
E qui siamo arrivati ad un punto di delicatezza estrema. Ripeteremo cioè l'esperimento in un sistema termodinamicamente chiuso. Immaginate-su fate un piccolo sforzo- immaginate una scatola così ermeticamente chiusa, che non permetta il passaggio di calore e neanche di energia, niente di niente, in nessuna delle due direzioni, tra interno ed esterno. Ecco, è questo il sistema termodinamicamente chiuso. Ora per un principio, secondo me intuitivo e che vi prego caldamente di considerare intuitivo anche voi, perché non sarei in grado di dimostrarvelo-principio detto della conservazione dell’energia- l’energia totale all’interno della scatola rimarrà costante. Costi quel che costi. L’energia è fatta così, lei, ha del carattere.
Se nella scatola avremo messo la nostra tazza di brodo di manzo bollente (ormai divenuto un po’ acido) e un posacenere di alabastro (non mi chiedete perché, non ci sono ragioni scientifiche per cui si debba scegliere l’alabastro, mi è venuto e basta. Penso che sia perché ho bisogno di inserire piccoli tocchi di fantasia, quando parlo di scienza, se no mi rompo le palle), il calore passerà dalla tazza bollente al posacenere freddo. Volendo, questo passaggio di calore lo potremo usare per generare elettricità, un pochino almeno, quanto basta per far girare un piccolo carillon. (Ammetterete che sistemi termodinamicamente chiusi così fantasiosi neanche Sir Arthur Stanley Eddington se li sarebbe mai immaginati). Vi dirò chi è costui, perché mi pare di vedere sguardi vacui nei vostri occhi. Dunque Eddington è -nientepopodimenoche- l’astronomo e filosofo e fisico e forse addiritture bell’uomo, che, nel 1928 notò che c’è una sola legge della natura-la seconda legge della termodinamica, appunto-che riconosce una distinzione tra passato e futuro. Ecco, sono stata costretta a scoprire le mie carte. Perché è del TEMPO che voglio arrivare a parlare, del mio odiosamato tempo!
Ma andiamo per gradi.Torniamo alla scatola, al brodo, al posacenere di alabastro e al carillon. Dopo un certo periodo di tempo, man mano che il brodo cede il suo calore al posacenere, i due raggiungeranno la stessa temperatura. Ergo non ci sarà più passaggio di calore, ari-ergo il carillon smetterà di suonare. Non ve ne date pensiero, suonava qualche atroce brano sanremese! La quantità di energia contenuta nella scatola sarà la stessa, ma l’energia stessa sarà diventata inutilizzabile per svolgere qualunque lavoro.
Passiamo adesso dal piccolo al grande, anzi al molto, molto grande. Prendiamo un enorme scatolone e ficchiamoci la Terra con la sua atmosfera, la foresta dell’Amazzonia e le alture del Golan, la via Merulana completa di turisti intruppati, tutti i calzini da uomo del pianeta, la mummia di Similaun e la spiaggia di Copacabana. Va beh, mettiamoci anche tutti ‘sti disgraziati esseri umani che vagano su questa palla rotonda. Leggermente schiacciata ai poli, LO SO! Chiudete lo scatolone. Questo momento della chiusura dello scatolone è terrificante per me, se penso di essere chiusa in uno scatolone con Tremonti mi vien male! Comunque, chiudete. Fatto? Adesso è tutto un passare di calore da qui a lì, da questo a quello, tutto un generarsi di energia. Ma, mi duole dirvelo, davvero, non vorrei...ma la scienza è fatta di questo, verità, esattezza e accettazione: quando l’interno dello scatolone raggiungerà l’equilibrio termico, quando cioè tutta l’energia sarà stata dissipata (è un termine atroce, lo so, ma si dice così), noi smetteremo di ballare il tango, le mucche smetteranno di ruminare, i proiettili sparati in aria dai poliziotti ricadranno provvidenzialmente a terra, e Tremonti, deo gratias, smetterà di parlare. Tutto si quieterà. E quei poveri esseri umani di cui sopra smetteranno di vagare su questa palla rotonda-leggermente schiacciata ai poli, LO SO! -chiusa nel suo scatolone.
Il contenuto di energia dello scatolone stesso sarà rimasto lo stesso, ma sarà energia indisponibile. In altre parole non serve a un c...o.
L’energia termica non più disponibile per svolgere lavoro si chiama entropia
Eccoci giunti! Ce l’ho fatta!

Non avete capito niente? È colpa vostra, io sono stata chiarissima.
Avete capito tutto?
Vi sarei grata se me lo spiegaste. Sto già cominciando a dimenticarlo.

Ah, questo post serve solo di introduzione ad un discorso sul tempo che, prima o poi, vi servirò.

lunedì 23 giugno 2008

grazie

Prima di cambiare idea per pudore, voglio ringraziare tutte/i coloro che hanno apprezzato il mio ultimo post e me lo hanno detto nei loro commenti. Per me significa che quando guardo il mondo intorno a me, non sto guardandolo solo per me. E questo è molto importante.
vi abbraccio, marina

mentre

Mentre aspetto l'autobus alla fermata, nel tepore del sole, mi sento impaziente e scontenta. Penso che vorrei trovarmi al mio scrittoio a scrivere. E penso che questo tempo e gran parte di quello che impiegherò nella mattinata, sarà tempo perso, tempo sottratto alla mia voglia di scrivere. Tempo che mi viene rubato. E penso che nella mia vita sono stata terribilmente sfortunata. Dieci anni senza poter scrivere una parola! e tutte le mie vecchie pagine -trentacinque anni di scrittura- buttate via, nell'ora della sfiducia.
Ed ora avere sessanta anni -perché quando mi penso col tempo contato gli anni sono sempre sessanta, numero più crudele e definitivo-avere dunque sessanta anni e così poco tempo davanti e doverne perdere una parte facendo cose di nessun significato per me. Penso questo mentre davanti mi scorre il flusso delle auto e sul marciapiedi opposto un attacchino comunale stende la sua colla sui vecchi manifesti elettorali ed annuncia alla città la nuova battaglia politica: sicurezza! grida il manifesto giallo e nero, sicurezza! E penso che le sicurezze, qualche volta, sono sicurezze amare e di pensiero in pensiero l'autocompatimento filtra dentro di me.
Quando salgo sull'autobus, ormai mi sento assolutamente disperata e penso che la vita è ladra ed io mi sono fatta derubare. L'autobus è pieno ma non affollato. Io resto in piedi con i miei pensieri di rimpianto e sconfitta e ripenso alla mia vita e a tutti quegli anni di ombra, desolazione e paura. Ma mentre andiamo nel traffico sento come un affetto per i miei anni bui e mi rendo conto, ripensandoci, che quegli anni spaventosi non sono stati anni inutili. Che mi hanno portato una maggiore conoscenza di me, e delle persone intorno a me e della vita. Che mi hanno insegnato a leggere dentro cose che prima erano mute e penso che senza quegli anni tutto di me sarebbe diverso.
Non è stato tempo inutile. In quegli anni ho imparato ad accettare la mia persona, a considerarla, nonostante tutti i suoi limiti, degna di attenzione e di affetto. E ho imparato che la vita è una grande opportunità e che ogni momento va percepito come momento della propria vita e dunque gli va conferito e riconosciuto valore.
Penso questo guardando passare fuori del finestrino i monumenti solenni del Foro, rosati dalla luce del mattino e i turisti in gruppi disordinati che fanno la fila davanti all'ingresso. Tutta quella animazione sembra senza scopo, ma non lo è. Sono certa che per nessuno di loro questo viaggio a Roma è senza scopo. O senza senso. Se non ne ha oggi, lo avrà poi, penso.
E così la disperazione se ne va e capisco anche quanto sia sciocco pensare in termini di fortuna o sfortuna. E dentro di me sorrido dei miei momenti di desolazione. E penso che questo tempo, queste sette fermate su un autobus pieno ma non affollato, non è tempo perduto. E' ancora tempo della mia vita perché io l'ho vissuto osservando scorrere i cespugli di mirti e il ricambio di passeggeri alle fermate e riflettendo; pensando a me, al mio passato e al mio futuro e mentre l'autobus piano piano si vuota mi sento bene e penso che scriverò al mio ritorno a casa. I pensieri troveranno più tardi le loro parole: sono i miei pensieri, nessuno me li ha portati via. Stanno con me, dentro di me. E penso che anche gli anni in cui non ho scritto -non ho potuto scrivere- hanno avuto il loro scopo; sono serviti perché dentro di me si completasse qualche processo, perché qualche cosa prendesse forma in modo da portarmi a scrivere di nuovo. E rifletto che la sete di scrivere che sento oggi è maturata in quegli anni e che nessun momento della mia vita mi è stato davvero rubato. Perché io ero con me, sempre, e il pensiero su di me e sulla mia vita e sulla gente intorno a me e sul mondo non mi ha mai abbandonata. Stavo lavorando. Nella sofferenza e nella paura, ma stavo lavorando. Vivere è un lavoro che ci occupa molto; richiede molte energie e solo noi sappiamo quante ce ne servano in ogni momento della nostra vita. E solo noi sappiamo dove dobbiamo impiegarle. Nessuno può venirci a dire: devi dedicare le tue energie a questo e lasciar stare quello. No, non funziona così. In quegli anni io ho dovute chiamare a raccolta tutte le mie energie -ed erano riluttanti- e ne ho dovute impiegare molte. Non mi sono potuta concedere riserve: mi servivano tutte per vivere e per interrogarmi sul mio vivere. Beh, il mio corpo -e il suo capitano, il cervello- ha deciso che scrivere poteva attendere, che c'erano cose più importanti di cui occuparsi in quegli anni. No, non più importanti, solo più urgenti. Scrivere era solo rimandato a quando tutto quello che doveva maturare fosse infine maturato.
Poi sono uscita dall'ombra -una parte di me, almeno- e oggi scrivere è la priorità. E' il mio capitano che lo ha deciso e ha segnato la mia direzione: scrivere, scrivere, scrivere.
Quando l'autobus arriva all'ultima fermata a bordo siamo rimasti solo in tre: io, l'autista ed una donna giovane con una maglietta lilla e i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Ha un viso appuntito e mi sorride. Allora la riconosco. È Renate e fa la parrucchiera in un negozio che frequentavo tempo fa. Scambiamo qualche parola. Le chiedo di suo figlio. E' stato promosso in quinta elementare ed è andato in Polonia dai nonni a passare le sue vacanze. Lei lo raggiungerà quando prenderà le sue ferie. Renate è polacca e vive in Italia da sette anni. Quando è venuta a Roma ha cominciato spazzando e lavando il negozio, poi porgeva i bigodini e accarezzava i colli delle clienti dopo il taglio con la spazzoletta morbida cosparsa di borotalco; poi è passata a fare gli shampoo; in seguito ha imparato a dare il colore, ma non era lei a prepararlo. Lei lo stendeva solo, sotto l'occhio supervisore del parrucchiere. Poi piano piano hanno cominciato a farle fare qualche messa in piega. Adesso ha le sue clienti, e fa anche i tagli. Pensando alla sua vita mi rendo conto che c'è stata una progressione. Che ha imparato molte cose ed è andata avanti. Non conosceva che qualche parola di italiano; ora parla spedita la nostra lingua. Suo figlio frequenta con profitto le nostre scuole. In questi anni lei ha pagato la risistemazione della casa dei suoi in un paese della campagna polacca e ha aiutato il marito ad aprire una officina meccanica a Valmontone. Il suo coraggio le ha portato molte cose nuove, ha conosciuto molta fatica ma anche molte soddisfazioni. Penso alla sua vita, a come si è iscritta nelle nostre, a quella di suo figlio che si è intrecciata con quelle dei bambini italiani della sua scuola. Mi rendo conto che ci sono molte cose che possono andare bene e che vanno davvero bene; che ci sono delle possibilità per le nostre vite e che in fondo basterebbe che ognuno facesse una parte di cammino per ritrovarci tutti in una regione più sicura e tranquilla. Quando si allontana penso che mi è piaciuto molto il suo modo di salutarmi; cordiale, tranquillo, senza nessun ossequio verso la "ex cliente", proprio come dovrebbe sempre essere il saluto di una creatura umana ad un'altra creatura umana. Un tempo, quando mi lavava i capelli, le lasciavo una mancia. Mi costava un po' perché è un gesto che non riesco mai a compiere con disinvoltura. Mi sento sempre un po' colpevole. Ma le mance sono una bella parte delle entrate di molti lavoratori e non li priverei mai della mia per risparmiarmi quel piccolo imbarazzo. Adesso, come parrucchiera effettiva, sicuramente non prende più mance. Ma se ripenso al suo sguardo schivo di allora, alla sua evidente paura di sbagliare, e la confronto con il passo sicuro e spedito con cui si allontana verso il suo lavoro, sono contenta che non prenda più mance. Ma sono anche contenta di avergliele date quando le facevano comodo.
Più tardi mentre al banco del salumiere osservo la lama della affettatrice che scivola contro il prosciutto sento avvicinarsi uno zoccolìo sonoro di cavalli. Davanti alla vetrina sfilano due poliziotti a cavallo, nelle loro divise blù. Quando esco mi metto nella loro scia. I cavalli avanzano con passo indolente sul selciato della piccola strada del centro città. In sella un poliziotto ed una poliziotta. Lei l'ho già vista altre volte. È inconfondibile: ha una esuberante capigliatura rossa e riccia, che benché raccolta dietro il collo, schizza tutto intorno alla testa e al berretto come un'aureola fiammeggiante. Io cammino dietro di loro e i posteriori dei cavalli ondeggiano ritmicamente davanti a me. Le code oscillano, rosso-bruna una, nera l'altra. Dai tavolini dei caffè la gente si volge a guardare il loro passaggio e poi torna alle sue tazzine tintinnanti e alle sue chiacchiere svogliate. All'incrocio con un'altra stradina, occupata dal mercato, i due cavalli si arrestano. I poliziotti scambiano qualche parola tra di loro, indecisi sulla direzione. Così li supero e posso guardarli in faccia. E vedo quanto siano diverse le loro facce. Quella dei poliziotti e quella dei cavalli, intendo.
La poliziotta soprattutto, eretta in arcione, nella sua divisa ben accostata al corpo, con le gambe chiuse negli stivali lucidi, ha un'espressione consapevole. Anche se guarda lontano, sa di essere guardata. Sono una poliziotta a cavallo, dice il suo viso. Sto quassù e voi siete laggiù e: guardate come mi tengo diritta e con che mano sicura indirizzo il mio cavallo! I cavalli invece hanno una consapevolezza diversa. Così mi dice il loro sguardo. I loro occhi non dicono: sono un cavallo e porto un poliziotto. I loro occhi passano lenti su di noi e ci vedono anche senza guardarci. Ci vedono per evitarci, per non urtarci e per non essere troppo avvicinati da noi. Ma il loro non guardarci è molto diverso da quello della poliziotta. I cavalli sono consapevoli del selciato e della ampiezza della strada e dei corpi dei passanti ed anche delle loro ombre. Ma non sono interessati all'impressione che suscitano in noi. Sentono i loro muscoli e le redini abbandonate o ritratte un po'; i cavalli sono cavalli e basta e lo sono anche se noi non li guardiamo. Invece dubito che questa bella poliziotta con il suo trionfo di ricci rossi, una volta scesa di cavallo si senta ancora una poliziotta a cavallo. E giunta a sera probabilmente non si sentirà più neanche una poliziotta, ma solo una ragazza con i capelli rossi che torna a casa e affretta il passo. Tutto questo dicono lo sguardo del cavallo e lo sguardo della poliziotta. L'uno non dice, ed è; l'altra dice: io sono questo. Quale dei due è più consapevole? Rifletto su questo pensiero mentre li guardo. Consapevoli di cosa? mi rispondo. Tutto è lì. Del sole, dell'aria impiastricciata di questa città, del banco delle insalate verde primavera, dell'odore di gigli di sant'Antonio immersi nel secchio accanto al fioraio. Sono sicura che il cavallo ha avvertito tutto questo.
E la poliziotta, l'avrà visto?
I poliziotti riprendono il loro cammino, risalgono la strada verso Piazza di Spagna. La cornice sarà degna della loro grazia fiera e loro lo sanno. Ma la bellezza dei cavalli -non vi ho parlato della bellezza dei cavalli! del loro mantello lucido e pettinato, dei brividi che muovono la pelle sui loro fianchi larghi, delle piccole orecchie mobili, dei grandi occhi dolci, della curva del collo con le belle criniere molli e dei petti lustri- la bellezza dei cavalli, porterà qualche cosa di più vivo alla piazza famosa, risponderà ad un'ansia di vita che il cielo azzurro della mattina non basta a contenere.

domenica 22 giugno 2008

grazie

Grazie agli amici blogger che mi hanno segnalato la loro residenza. Naturalmente erano (tranne Julo) tra i pochi di cui già la conoscevo!
Ma insisterò in quella che voglio chiamare "la settimana del posizionamento". Anzi, invito anche alla delazione. Chi sa, parli!

PS Ho anche amici blogger molto internazionali.
Carlotta è a Dublino, Marco è a Londra, Nazanin è a Teheràn.

DOVE SIETE?



La vecchiaia mi sta mangiando le cellule cerebrali: non riesco a collocare tutti voi amici blogger sul territorio nazionale.
Pandoro lo avevo messo ad Ostia, non so perché. Invece sta a Roma. Di blogger ben saldi, in una postazione acclarata, ne ho in mente non più di una decina. (Ma dopo l'episodio Pandoro, non sono più sicura neanche di questi!)
Gli altri vagano secondo dove li portano le correnti. Se sono ascensionali state tutti dalle parti della Lombardia e del Trentino; se sono discensionali precipitate tutti in Puglia e Basilicata. Nelle giornate senza vento stazionate tra la Toscana e il Lazio. In ogni caso senza mai atterrare con precisione in un qualunque comune, ma mantenendovi sui mille metri, da dove, eventualmente, se colgo una indicazione, posso tirarvi giù per farvi prendere finalmente una posizione certa. Certa per le prime dodici ore!
Dopo di che la mia mente ormai fallace torna a perdervi e voi tornate a vagare nei cieli patrii.
Ieri sera ho iniziato un lavoro mostruoso! Giro blog per blog, leggo bene i profili per vedere se ci sono le coordinate, e mi segno la collocazione su una piantina dell'Italia!
Altrimenti detto: VI STO SCHEDANDO!!
Ma non tutti tra di voi denunciano a chiare lettere la località dalla quale scrivono. Molti restano nel vago, molti altri fingono di essere immateriali e di non avere un corpo che a sera si posa in un punto xy dentro i confini nazionali.
Vi prego, venitemi incontro. Ditemi: DOVE CAVOLO SIETE???

sabato 21 giugno 2008

franchezza per franchezza



V. S. Naipaul, premio Nobel per la Letteratura nel 2001, è un uomo per nulla indulgente, né corrivo, né accomodante. Non è neanche diplomatico, sicché afferma il suo pensiero senza giri di parole, anche nelle conversazioni con la stampa.
A Roma per il Festival delle Letterature di Massenzio, in una intervista a Repubblica si è espresso così.
Domanda di Francesca Giuliani: Come si possono incoraggiare i più giovani a scoprire il mondo dei libri, della grande letteratura?

Risposta: Non c'è alcun modo per farlo. Non è possibile farlo. Per leggere bisogna saper creare immagini nella propria testa. Una cosa che non tutti sanno fare. Dev'essere un'attitudine naturale per la quale serve una sorta di inclinazione."

La invito a rifletterci ancora Mr. Naipaul.
Lei ha ragione a dire che per leggere occorre saper creare delle immagini mentali. Ce lo dicono i biologi. Ma i biologi ci dicono anche che questa è una potenzialità del cervello umano. Tranne situazioni di grave patologia nessuno ne è privo.
Inoltre questa capacità di creare immagini mentali la usiamo anche in campi e situazioni lontanissime dalla lettura.
La usiamo continuamente un po' tutti, mi creda, non solo i grandi lettori e non solo i grandi scrittori.
Sono sempre i biologi a dirlo.
Ne ricavo che questa potenziale abilità del nostro cervello può essere stimolata, messa in moto, attivata, coltivata.
Come in tutte le cose affidate agli sforzi dei maestri, ci saranno dei fallimenti. Ma ci saranno anche i successi, Mr. Naipaul.
Sia meno pessimista, suvvia. E meno tranchant.

Detto questo, grazie comunque. I suoi due libri che ho letto fin qui, "Una casa per Mr. Biswas" e "Fedeli a oltranza", sono stati un autentico piacere.
Ho in programma di continuare a creare immagini nella mia testa a partire dai suoi libri.

segnalazione/ premio

Grazie ad Erica che mi ha attribuito questo premio!
Come le altre volte intasco il premio e mi ritiro di fronte all'idea di dover scegliere tra i miei amici blogger!
Perdonatemi.
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venerdì 20 giugno 2008

segnalazione/libertà di informazione

sul sito voglio scendere, di Corrias, Gomez, Travaglio, troverete il post Arrestateci tutti- Disobbedire per informare che promuove una raccolta di firme contro il decreto del Governo sulle intercettazioni.
Chi è interessato può firmare lì, ricordandosi di autorizzare la pubblicazione del proprio nome e cognome.

Storia della felicità/dieci/essere felici non è romantico

Il romanticismo più che un movimento consapevole di sé fu una diffusa sensibilità culturale e l’uomo romantico più che accomunato da visioni teoriche era unificato da un temperamento.
I romantici, dopo la fiammata della rivoluzione francese, tutta azione, tornano alla riflessione e riscoprono l’emotività e la sensibilità.
Essi ridanno fascino e appeal alla sofferenza. Il dolore, quello dell’animo, ritrova persino uno scopo: elevarsi sopra la superficialità e raggiungere fini più elevati. In questa posizione si sente il ricordo della vecchia cara “valle di lacrime” del cristianesimo, come viatico per il Paradiso.
Il romanticismo ama la sofferenza molto più che la felicità; considera l’illanguidire nella malinconia molto più chic che ridere nell’allegria; ha in Werther il suo mito e in Schopenhauer il suo pessimista più vertiginoso.
Ma i romantici, come i cristiani di secoli prima, hanno una fede ed una speranza: la Gioia. Questo è un termine ricorrente nei loro scritti.
Che cosa rappresenta esattamente la Gioia per i romantici?
Essa ha una notevole somiglianza con l’eterna forza spirituale che i cristiani chiamano Grazia. Con una differenza non da poco però: i romantici non parlano della Gioia come di una forza conferita da Dio. Essa è immanente, giace dentro di noi così come in grembo alla natura, non è concessa dall’alto, né mediata dalla chiesa.
Inoltre, se la gioia è una promessa, essa deve realizzarsi non in un altro mondo ma in questo.
Ed anche se la Gioia ci venisse incontro solo nel Paradiso, questo può essere anticipato artificialmente: vedi il rapporto di Thomas de Quincey con l’oppio o quello di Baudelaire con l’hashish.
L’altra freccia all’arco romantico è rappresentata dall’arte.
“Tutta l’arte è dedicata alla gioia -dice Schiller- e non c’è impresa più alta o più seria che rendere l’uomo felice”. Nasce così la sua ode alla gioia, “An die Freude”, che Beethoven metterà in musica imprimendogli uno slancio vitale possente.
Personalmente posso testimoniare che cantare, ma in tedesco! l’Inno alla Gioia di Beethoven, spalanca l’anima all’ottimismo e fornisce persino una frizzante energia fisica.

Friedrich von Schiller

giovedì 19 giugno 2008

un ascolto speciale/Montedoro

Gianfranca Montedoro è una cantante jazz molto brava, con una voce straordinaria.
Non ne sono sicura, ma credo di averla incontrata ad una manifestazione femminista negli anni '70.
Poi acquistai il suo 33 giri Donna Circo. Un disco bellissimo che ho con grande cura portato su cd perché il tempo non me ne privasse.
Dietro la metafora del Circo il disco parla della donna e della sua condizione. Gianfranca Montedoro è l'autrice delle musiche. I testi sono di Paola Pallottino.

Ve ne farò sentire un brano. Uno solo, perché così la sua voce vi conquisterà e vi precipiterete su eBay per acquistare il disco!
Se poi qualcuno di voi la conoscesse e ne avesse notizie recenti, avrebbe la mia gratitudine!

blonde segnala

GRAZIE A BLONDE PER QUESTA INDICAZIONE


scriviamo qui

QUESTA è LA URL PER SCRIVERE AL PARLAMENTO EUROPEO, DESTINATA AI CITTADINI CHE VOGLIONO RIVOLGERE UNA DOMANDA AI DEPUTATI

Io gli ho scritto il testo seguente, per quel che può valere...

"Après le vote du PE sur la honteuse "directive retour",
puis-je encore me reconnaitre dans l'UE?

F. P. citoyenne européenne"


INONDIAMOLI di mail! e ricordate, bisogna formulare una domanda.

(l'ho scritto in francese perché ho pensato che funzionari italiani ce n'è meno a STX)

scritto a tempo perso

A me piace molto il gioco del calcio (che bip mi perdoni). E seguo, ovviamente, la nostra Nazionale.
L'altra sera sono stata particolarmente contenta per la vittoria sulla Francia (conti aperti tra me ed i francesi).
Poco dopo la partita per le strade di Roma è scattato il "tutti fuori!" e si è cominciato a festeggiare. Francamente mi è parso un tantino esagerato. Sia perché nessuna titanica impresa era stata compiuta, sia perché questo orgoglio nazionale risorgente solo intorno ai nostri eroi "pedestri" è un po' limitativo. E ho pensato che mi piacerebbe se scendessimo nelle strade quando qualche nostro connazionale si segnala per qualche successo autentico, in campi differenti dal gioco del calcio.
Mi piacerebbe vivere in un paese in cui, all'annuncio dell'assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo, gente felice ed orgogliosa si fosse riversata per le strade per festeggiare.

posso ancora riconoscermi nell'Europa?

Il telegiornale dà la notizia della direttiva del Parlamento Europeo sui rimpatri dei clandestini. Nessuno degli emendamenti migliorativi presentati dai socialisti europei è stato accettato. La direttiva è vomitevole.

Che cosa significa rinchiudere dei minori nei centri di detenzione? O, se privi di adulti accompagnatori, trasferirli in altri paesi anche se non hanno lì né tutori né familiari, purché ci siano "strutture di accoglienza adeguate"?
Adeguate a che cosa? Adeguate a chi?
Io mi sento rivoltare. Li vorrei prendere uno per uno quei 369 parlamentari europei che hanno votato questa direttiva. Vorrei guardarli in faccia e non mi basterebbe.
Questa è l'Europa per la quale, nelle file degli stessi partiti europei che hanno votato la direttiva, si chiede che vengano riconosciuti i valori giudaico-cristiani.
Non sono giudaica e non sono cristiana. Ma ai cristiani chiedo: perché non fate sentire la vostra voce? Qualunque siano le forze politiche in cui vi riconoscete, perché non gridate in ogni possibile sede che questa direttiva è disgustosa, è violenta, è indegna, è disumana e disonorevole? Perché tacete?
Vorrei vederli in piazza, numerosi come per il Family Day, i cattolici di questo paese. Non avrei nessuno imbarazzo a marciare con loro.
Ci sarà un politico cattolico che si sdegnerà? Che organizzerà l'eventuale dissenso? Che affitterà Piazza San Giovanni e la riempirà di bandiere bianche e gialle?
E i parroci, organizzeranno centinaia di pullman per portare a Roma i manifestanti, con i passeggini dei loro bambini, le colazioni al sacco, le macchinette fotografiche e i palloncini colorati?
Qualcuno alzerà un dito?
O il Papa si dichiarerà addolorato e così i Cardinali e laveranno le loro belle mani lisce?
Europa, giudaico-cristiana o no, fai schifo.

Qui alcune delle dichiarazioni immediate in Francia
NOUVELOBS.COM | 18.06.2008 | 17:23

Voici les principales réactions à l'adoption par le Parlement européen, mercredi 18 juin, de la "directive retour", un projet de loi controversé destiné à faciliter le renvoi des sans-papiers de l'UE :

Louise Arbour, Haut commissaire de l'ONU aux droits de l'homme, a déploré "la difficulté à faire avancer les principes fondamentaux de protection des droits des individus qui sont en situation très vulnérable". Elle a regretté "la résistance dans les opinions publiques à l'idée que des personnes en situation soi-disant d'illégalité ont quand même des droits que l'on reconnaît même à des personnes en détention, qui ont été condamnées pour des infractions pénales". Au titre de ces droits, elle a cité notamment "le droit à la protection contre les traitements arbitraires, donc contre les détentions arbitraires, contre les détentions prolongées sans supervision judiciaire".
Elle a attribué cette attitude à "la préférence occidentale pour les droits civils et politiques" qui a permis d'octroyer des protections spécifiques aux réfugiés menacés pour des raisons politiques ou religieuses. "Il serait temps qu'on donne des protections équivalentes à ceux qui sont persécutés pour des raisons politiques et à ceux qui font face à des menaces pour leur vie à cause d'une extrême pauvreté, de famines, de maladies, d'épidémies auxquelles ils ont également le droit de tenter d'échapper". (Déclaration à la presse, mercredi 18 juin)

LES ASSOCIATIONS :

La Fédération internationale des droits de l'Homme (FIDH) "dénonce un texte qui porte un coup à l'universalité des droits humains, l'année du 60e anniversaire de la Déclaration universelle des droits de l'Homme". "En adoptant ce texte, le législateur européen nous laisse entendre que les migrants ne sont pas des êtres humains comme tous les autres, dotés de droits et à l'égard desquels les Etats ont des obligations. Ils sont déshumanisés". (Communiqué, mercredi 18 juin)

SOS Racisme a dénoncé une "adoption honteuse". "Cette directive est une atteinte aux idéaux de liberté et 'au vivre ensemble' portés par les pères de l'Europe. Il est inadmissible que l'on décide de l'enfermement de personnes vulnérables, tels que les mineurs étrangers ou les étrangers malades, au seul motif qu'ils seraient en situation irrégulière au regard de la législation de leur pays d'accueil".
"L'Europe de la paix, du métissage des peuples et des cultures ne peut et ne doit devenir une Europe sécuritaire, liberticide et repliée sur elle-même". (Communiqué, mercredi 18 juin)

La Cimade (Conseil oecuménique d'entraide) : "En adoptant, sans y ajouter le moindre amendement, le texte de la directive retour négocié par les ministres de l'Intérieur et de l'Immigration des 27 Etats membres, le Parlement européen a perdu une grande part de sa crédibilité quant à sa capacité à tenir son rôle d'instance démocratique chargée notamment de la protection des citoyens en Europe".
"En prévoyant l'enfermement de migrants non communautaires pour une durée maximale de 18 mois, en autorisant l'expulsion d'enfants, qui plus est hors de leur territoire d'origine, en instituant une interdiction du territoire européen de 5 ans, cette directive porte atteinte aux libertés publiques et fait de l'enfermement un mode de gestion courant des populations migrantes".
"Sourds aux appels des ONG, sourds aux appels des Eglises, sourds aux appels de nombreux représentants d'Etat du Sud, sourds aux mobilisations citoyennes, les parlementaires européens ont, dans leur majorité, choisi de renoncer à toute velléité de résister à la logique policière qui sous-tend la politique d'immigration conduite par les ministres de l'Intérieur en Europe depuis 20 ans". L'association, qui milite depuis de nombreux mois contre cette directive qu'elle qualifie de "directive de la honte", indique encore qu'elle "étudie avec ses partenaires toutes les voies possibles pour contester cette directive devant la Cour de justice ou la Cour européenne des droits de l'Homme". (Communiqué, mercredi 18 juin)

Amnesty International : le vote donne "un très mauvais exemple à d'autres régions dans le monde". L'organisation de défense des droits de l'Homme a appelé les Etats membres où les conditions sont plus favorables aux sans-papiers à ne pas utiliser la directive "comme un prétexte pour rabaisser les normes". (Communiqué, mercredi 18 juin)

L'EGLISE :

Mgr Agostino Marchetto, secrétaire du Conseil pontifical pour la pastorale des migrants et des personnes en déplacement : "Nous ne devons à aucun prix criminaliser les migrants pour le seul fait qu'ils soient des migrants". "Les citoyens des pays tiers, tout comme les citoyens communautaires, ne devraient pas être privés de la liberté personnelle ou sujets de peines de détention à cause d'infractions de type administratif". Soutenant qu'il n'est pas "hostile à la volonté européenne de réguler les flux migratoires", il souligne que cela ne doit pas se faire "au prix d'une orientation à la baisse sur la question des droits de l'homme". "Nous avons une attention particulière pour les réfugiés, les demandeurs d'asile, les mineurs, les regroupements familiaux, l'assistance religieuse dans les 'camps'", dit-il, réclamant un "supplément d'âme" nécessaire pour l'UE et un "coup de rein pour dépasser la limite sous laquelle il n'y a plus d'humanisme". "Si l'Europe perd son rôle de porte-drapeau des droits humains authentique, avec des applications à l'intérieur même de l'Europe, qu'est-ce qu'il lui restera dans le contexte des grandes puissances existantes ou émergentes ?" (Déclaration à la Croix, mercredi 18 juin)

A DROITE :

Brice Hortefeux, ministre de l'Immigration : La directive "ne changera en rien la politique protectrice, équilibrée, ferme et juste que le gouvernement mène en matière d'immigration".
Concernant la fixation à dix-huit mois de la durée maximale de rétention des étrangers, il a déclaré : "pour la France, je vous l'indique très clairement, il n'est pas question de modifier la durée maximum qui est de 32 jours". Sur le deuxième élément de la directive qui vise à interdire pendant 5 ans le retour dans le pays d'accueil à tout étranger en situation irrégulière qui en a été expulsé : "Nous avons obtenu que cette durée puisse être diminuée voire supprimée. La France n'est pas favorable à des politiques de bannissement". Enfin, à propos d'une troisième disposition relative aux mineurs sans-papiers isolés, le ministre de l'Immigration a rappelé qu'en France "il n'est pas possible, et cela me parait juste, de les renvoyer dans le pays d'origine". "En revanche, a-t-il aussi expliqué, un certain nombre de pays le pratique. Le projet de directive vise à atténuer cette possibilité en demandant des garanties. Mais là aussi, très concrètement, cela ne change rien pour la France". (Déclaration à l'Assemblée, mardi 17 juin)

Patrick Gaubert, député du Parti populaire européen (PPE) et vice-président de la sous-commission des droits de l'homme, "se satisfait" de l'adoption d'"une directive qui va élever le niveau de protection dans les Etats membres où il est au plus bas !" "Ce vote est l'illustration même que le Parlement européen n'a pas cédé à la campagne démagogique et populiste menée contre ce projet de directive, préférant la voie de la responsabilité et du pragmatisme".
"Ce vote présente le double mérite de ne pas remettre en cause les dispositifs nationaux existants (...) et de ramener les Etats membres qui ont les dispositifs les plus contraignants et les moins protecteurs vers un niveau plus humain (...) Le choix de l'Europe est clair : 'nous voulons accueillir des immigrés, certes, mais nous voulons le faire dans des conditions dignes'".(Communiqué, mercredi 18 juin)

A GAUCHE :

Jacques Delors, ancien président de la Commission européenne et Michel Rocard, député européen :
"Nous ne pouvons pas cacher nos inquiétudes sur la pertinence du projet de directive 'retour' actuellement en discussion". Ils critiquent l'approche de l'immigration par la Commission, consistant à "commencer par un projet relevant du volet répressif, avant même qu'aient été débattues et déterminées par les 27 Etats-membres les conditions d'accueil et d'intégration des étrangers non communautaires". "Le symbole ne semble pas des plus heureux à l'égard de nos amis d'Afrique, du Maghreb ou d'Orient". Parmi les "mesures outrancières", ils rangent "la durée de rétention autorisée (dix-huit mois)" qui "est en totale disproportion" avec les nécessités. De même, "l'instauration d'une interdiction de retour sur le territoire européen durant cinq ans pour les personnes expulsées tend à les stigmatiser comme coupables d'un délit dont il faut les punir". (Déclaration au Monde, mardi 17 juin)

Les Verts se sont dits "scandalisés" par l'adoption de la "directive dite de la honte", et la jugent "particulièrement irresponsable". "A l'heure où sévit déjà une crise alimentaire mondiale et où apparaissent les premiers réfugiés climatiques, cette directive est particulièrement irresponsable".
"Elle érige la brutalité administrative en outil de gestion des flux migratoires, demandeurs d'asile inclus". "Incarcérer des enfants ou des adultes sans procès pendant plus de 18 mois au motif qu'ils ne disposent pas de papiers à jour est un glissement fascisant inacceptable de l'Union européenne. Prépare-t-on un Guantanamo européen?" "Le texte proposé n'est qu'un amalgame d'égoïsmes nationaux visant à renforcer l'Europe-forteresse de manière plus que jamais monstrueuse".
Pour Anne Souyris, porte-parole nationale, "cette politique migratoire européenne ressemble à un mauvais remake de la politique française actuelle. Plus que jamais les Verts espèrent que l'Europe ne sera pas la France en grand". (Communiqué, mercredi 18 juin)

mercoledì 18 giugno 2008

vizi capitali/cinque/superbia

Più o meno un anno fa iniziavo una mia piccola riflessione sui sette vizi capitali guidata dalla serie di sette piccoli libri della Raffaello Cortina Editore.
Dopo quattro puntate la lasciai in sospeso, distratta da altri temi.
Recentemente però, un commento in cui EnzoRasi mi definiva "altera" me lo ha fatto tornare in mente.
Lì per lì ho provato solo un moto di sorpresa e lungi dal considerarla un'offesa, o una critica, mi sono sventatamente crogiolata nell'idea che si trattasse addirittura di un complimento. Mi sono cioè immaginata come una di quelle donne di regale bellezza che con inscalfibile sicurezza di sé entrano in una sala e ottengono d'emblée un tributo di ammirato ossequio.
Non so, un po' l'effetto che produce Grace Kelly quando compare davanti a Cary Grant in abito di chiffon blù notte nel film Caccia al ladro.
A chi non piacerebbe vedersi come la protagonista di questa scena? Soprattutto se invece, nella vita reale, ci si sente tutt'altro che una Grace Kelly e si entra e si esce dalle sale spesso intruppando nella propria stessa fretta e precipitazione.
Successivamente però ho riflettuto su quella parola lasciata cadere lì e mi sono resa conto che una donna altera, con appena una punta in più di malevolenza, può anche essere definita superba. E la superbia lei, non mi piace. Né mi piace essere vista così, qualunque sia il film che si sta girando.
Mi è rimasta comunque la piccola curiosità di sapere se ero stata definita altera perché immaginata come Grace Kelly o perchè considerata come Capaneo.

Naturalmente so bene che altero e superbo non si equivalgono nella nostra lingua.
Una persona altera, a detta del Devoto-Oli, è "improntata a maestà, dignità, fierezza."
Tutte caratteristiche che ben possono attribuirsi alla Grace Kelly in chiffon blù notte.
Mentre un superbo è "assolutamente convinto della propria superiorità sugli altri (reale o presunta) e quindi abituato a trattarli con arroganza e disprezzo."
L'altero invece non ha alcun bisogno di trattare nessuno con arroganza né con disprezzo, perché gli altri si inchinano spontaneamente di fronte a lui, cui riconoscono appunto questa superiore "degnità".
Inoltre, una persona altera non è tale per effetto di un suo consapevole atteggiamento, per un suo concorso attivo, ma per lo sguardo che le viene tributato dagli altri. L'altero è innocente, il superbo no. Un superbo mette in scena un comportamento attivo, il superbo fa il superbo.
Come sempre sono affascinata dalla ricchezza della nostra lingua che scava così sottilmente nella realtà, procedendo a definirla, lembo per lembo.
Ma dopo questo autocompiacimento di parlante, per prossimità analogica, mi sono ricordata di aver tralasciato di parlare della superbia, il vizio capitale e sono tornata ai miei piccoli libri.

Di superbia si occupa Michael Eric Dyson, un pastore battista della Pennsylvania: è uno degli intellettuali neri più accreditati negli USA e si occupa di critica sociale.


All'inizio Dyson ci fa una brevissima storia della superbia.
Dai greci fu condannata senza remissione, come il più grande dei vizi; così la giudicano Omero, Tucidide, Erodoto, Eschilo, Platone: la Ηyβρις distrugge tutte le altre virtù che garantiscono il vivere civile.
Solo Aristotele, non a caso un bel po' immodesto e aristocraticamente superbiotto, considera la superbia un "ornamento delle virtù": colui che si ritiene degno di grandi cose, essendone davvero degno, per Aristotele merita ciò che rivendica, è giustamente superbo.

Per il cristianesimo la superbia fu il peccato capitale per eccellenza. Da Gregorio Magno ad Agostino a Tommaso d'Aquino, non ci sono voci discordanti.
Dopo i padri della chiesa anche i filosofi e i poeti vedono nella superbia il più grave di tutti i peccati. Così Alexander Pope, Jonathan Swift, David Hume, Baruch Spinoza.

Essendo un pastore Dyson si interessa alla superbia espressa nella fede.
Il fedele superbo perde "un sano scetticismo circa la propria religione, e il tormentoso interrogarsi che una fede autentica genera."
"L'orgoglio della propria religione, della maniera in cui qualcuno interpreta e si pone al servizio di Dio, è un'aberrazione della fede".
Qui Dyson spende qualche parola di stima, orgoglioso ma non superbo, per la Chiesa Battista, cui appartiene, da cui ha imparato che "dobbiamo rispondere non solo a Dio, ma anche agli altri esseri umani".
Alla scuola della Chiesa Battista Dyson ha imparato anche ad impadronirsi della versione positiva della superbia: l'orgoglio.
(Io ho letto il libro in traduzione italiana -di Alessandro Serra- e non so quale termine Dyson usi nella sua lingua per esprimere la differenza di concetto. Tranne nel capitolo tre in cui, a proposito dell'orgoglio dei bianchi, lo chiama appunto "hubris", cioè la Hybris greca.)
La sua attenzione si rivolge all'orgoglio etnico, quel sentimento legato all'appartenenza ad un gruppo con alle spalle una storia.
Analizza molto bene il meccanismo per mezzo del quale si è imposto l'orgoglio bianco, che fa riferimento ai bianchi come alla universalità umana e mostra come negli USA questo orgoglio razziale si sia mascherato, di volta in volta, da orgoglio civico, orgoglio americano, orgoglio individuale. Questo orgoglio bianco ha compresso l'orgoglio nero, umiliato già dal tragico incontro storico con i bianchi, determinando una mancanza profonda di autostima da parte dei neri.
I neri, ci dice Dyson, si lasciano "penosamente sedurre dal fascino del disprezzo verso se stessi... Per i neri "l'acqua bianca è più bagnata".
Dyson appassionatamente si rivolge ai neri afro-americani perché ricordino la lezione di Martin Luther King: "Dobbiamo levarci in piedi e dire: Sono nero e sono bello..." (I have a dream).
I neri debbono apprendere il "giusto orgoglio" di se stessi, "della propria carne e della propria mente", schivando le trappole che l'orgoglio bianco continuamente tende loro e liberandosi dalla "fascinazione del colore chiaro" che percorre le elites nere degli USA.

Ho trovato particolarmente interessante la parte finale del libro in cui Dyson, parlando dell'orgoglio bianco come "superbia" identitaria affronta il dibattito sulla identità americana. Prima dell'11 settembre del 2001 questa identità era vista come fluida, comprendente diverse lingue, o etnie, o religioni; facente perno, secondo l'area, su maggioranze diverse, sicché gruppi minoritari in alcune aree del paese potevano invece contribuire a costituire la maggioranza "americana" in altre.
Dopo l'11 settembre del 2001 "si stabilì un profilo rigido e preciso di chi e di che cosa fosse veramente americano. E questo concetto lasciò poco spazio al dissenso o alla contestazione."
L'accentuata rigidità nello stabilire il "noi" portò alla identificazione di un più vasto "loro". La paura porta ad un restringimento dei canoni identitari e ad alla demonizzazione di un "loro" sempre più ampio.
Attraverso questo meccanismo l'orgoglio nazionale, legittimo, diviene inevitabilmente superbia. Questo è il rischio per gli Usa, dice Dyson. (Per me è molto più che un rischio e l'11 settembre ha solo aggravato una situazione di scarsa consapevolezza del profilo della politica estera del proprio paese da parte dei cittadini degli Stati uniti d' America.)
In questi giorni dice Dyson sono ancora validi gli ammonimenti che il teologo cristiano Reinhold Niebuhr rivolse alla nazione americana nel 1950, durante la guerra di Corea, quando Mac Arthur voleva bombardare la Manciuria:
"Le grandi nazioni sono troppo forti per essere distrutte dai loro nemici. Ma possono essere facilmente sconfitte dalla loro stessa superbia."

meme poetico/tre

Da Guglielmo ho ricevuto altre poesie. Non so bene perché, ma sembra preferire che a pubblicarle sia io nel mio blog e non lui nel suo. Ma i poeti, si sa, sono tipi particolari...


Herman Hesse, Nella nebbia

E' strano vagare nella nebbia!

Solo è ogni cespuglio e pietra,

Nessun albero vede l'altro,

Ognuno è solo.



Pieno di amici era per me il mondo,

Quando la mia vita era ancora luminosa;

Adesso, che la nebbia cala,

Nessuno si vede più.



In verità, nessuno è saggio

Se non conosce il buio,

Che piano ed inesorabilmente

Da tutti lo separa.



Strano, vagare nella nebbia!

Vivere è essere soli .

Nessuno uomo conosce l'altro,

Ognuno è solo.


Giovanni Pascoli, Nebbia

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli,
d'aeree frane!


Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valerïane.


Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.


Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...


Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore!
Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane


Samuel Taylor Coleridge, La Ballata del vecchio marinaio


Ed ecco ! L’albatro si dimostra uccello di buon
auspicio e segue la nave quando questa piega di
nuovo a nord attraverso la nebbia e i ghiacci
galleggianti.

“E sorse a poppa un buon vento da sud;
L’Albatro ci seguiva
E ogni giorno, per cibo o per gioco,
al richiamo dei marinai arrivava.
Con nebbia o nuvolo, sull’albero o sulla sartìa,
appollaiato per nove sere;
mentre tutta la notte, tra la bianca foschia,
incerta luccicava la luna”.

Contravvenendo alla buona ospitalità il vecchio marinaio
uccide il devoto uccello del buon auspicio

“Iddio ti salvi, vecchio marinaio,
dai demoni che ti tormenteranno così!
Perché cambi espressione? “ “Con la mia balestra
io l’Albatro abbattei”.

...


(di Guglielmo)
Mia, Terre di mezzo (Andante)



Pare non vi abiti nessuno nelle terre di mezzo. Assolate, d’estate. Verdi di sterminate risaie. Rare piante a delimitare fossati e argini. Orizzonti sempre indecifrabili. Gelide, d’inverno. Terra rappresa. Orizzonti preclusi da impalpabili nebbie.

Cumuli di nuvole là in fondo come cortina di montagne. Dense di vapori nati da enormi paioli fumanti.

Monotonia di campi e colori: tutto sembra perdersi e sfumare nel grigio del cielo argenteo. La notte sembra lontana e raggiunge tardi questi campi. La luce indugia a lungo là dove le montagne (queste sì vere) si percepiscono vagamente.

Ecco l’airone cinerino, solitario, sull’argine della risaia. Un sussulto per un niente. Un leggero piegarsi delle ginocchia come per spiccare un tuffo ed eccolo che dispiega le ali e subito le lunghe zampe si distendono nel volo.

Altre garzette bianche a quel movimento rispondono con un volo disordinato, come a cercare riparo. Ma non c’è riparo nelle terre delle risaie.

Non c’è riparo nelle terre di mezzo.

Solo la notte nasconde tutto: prima le montagne, poi i campanili lontani, gli argini, i filari di pioppi, i rari gelsi e i salici sul ciglio dei fossi. Tutto rimane avvolto nell’ombra. Si alza il gracidare delle rane e fari a tagliare le risaie a fette lucenti.

Aironi e garzette si sono ritirati al tramonto, verso le rive del Sesia, nelle anse dove il fiume rallenta e viene giù con la corrente, nella notte, un’aria fresca che odora di montagne.

Le terre di mezzo attendono l’alba, immobili, ancora più vuote e solitarie e lontane da tutto e da tutti.

martedì 17 giugno 2008

ricordando l'Iran



Desert di Mohammed Reza Shajarian

ancora Rilke

Allo stesso aspirante poeta Rilke disse anche: Non scriva poesie d'amore.
Ma qualche poesia d'amore scappò anche a lui.
Dedicate a Lou Andreas Salomè, quella creatura straordinariamente intelligente, colta e affascinante di cui si innamorò anche Nietzsche.


Eccone alcune, tratte da "Rainer Maria Rilke: Poesie d'amore" Passigli editore - 2007-Traduzione a cura di Sabrina Mori Carmignani

In sogno o a primavera
ti ho incontrata,
e ora attraversiamo insieme il giorno d'autunno,
tu stringi la mia mano e piangi.

Piangi per le nubi che s'inseguono?
per le foglie rossosangue? Appena.
Lo sento: un tempo eri felice
in sogno o a primavera...
(1896)

Chiara è la campagna e buio il pergolato,
tu parli piano e un miracolo è imminente.
E la mia fede erige a sacra immagine
ogni tua parola sul mio cammino quieto.

Ti amo. Adagiata sulla sedia nel giardino,
le tue mani dormono candide in grembo.
Come spola d'argento riposa la mia vita in balìa
delle tue dita. Lascia che il mio filo possa sciogliersi.
(1897)

Spegni i miei occhi: io ti vedrò lo stesso,
sigilla le mie orecchie: io potrò udirti,
e senza piedi camminare verso te
e senza bocca tornare a invocarti.
Spezza le mie braccia e io ti stringerò
con il mio cuore che si è fatto mano,
arresta i battiti del cuore, sarà il cervello
a pulsare e se lo getti in fiamme
io ti porterò nel flusso del mio sangue.
(1897)

Vorrei donarti un amore
che ci renda confidenti:
un pensiero dal mio giorno
dalla mia notte un sogno.

È come se ci trovassimo beati e tu
gioiello dentro un palmo che si schiude
liberassi dalle mie mani stanche
la tenerezza mai bramata.
(1897)

necessità


Dall'epistolario di Rainer Maria Rilke:

"Morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Ma soprattutto si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Scavi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità."
Questo rispose Rainer Maria Rilke nel 1903 ad un giovane poeta che gli chiedeva consiglio.

Come avrei voluto incontrare un Rilke sulla mia strada quando avevo vent'anni!
Infatti, a quel giovane aspirante poeta, Rilke non ha chiesto credenziali o meriti, né si è messo a misurare il suo talento. Ha parlato solo di necessità.

Ai giovani che sentono lo speciale bisogno di scrivere, di poetare, di comporre, di dipingere, di plasmare e via così, vorrei dire come Rilke: costruite la vostra vita secondo questa necessità.
Riassemblare poi, diversamente, le strutture della nostra vita è, per i più, impossibile.

lunedì 16 giugno 2008

figlia di mezzo/dodici/amorose eruzioni

La figlia di mezzo non era sempre stata la figlia di mezzo.
Consapevole di questa banale verità ricercò nella sua memoria traccia di quell’età dell’oro in cui era sicuramente stata la figlia piccola.
Ma non ne trovò. I suoi primi ricordi sembravano risalire proprio alla nascita della sorella che avrebbe fatto di lei la figlia di mezzo.
In una delle prime estati, soffrendo la piccola di dolorose eruzioni cutanee, veniva curata con bagni disinfettanti a base di sali di iodio.
La figlia di mezzo le stava accanto e giocava con lei mentre era immersa nel bagno intensamente violetto.
Quelle immersioni nel viola furono la sola cosa che le invidiò.
Infatti, contrariamente ad ogni narrazione classica, la figlia, ormai divenuta di mezzo, non provò mai un moto di gelosia verso la nuova arrivata.

Solo nelle sue riflessioni da adulta la figlia di mezzo comprese le ragioni di quella mancata gelosia.
La figlia piccola non era venuta a portarle via un amore materno mai percepito.
Le recava invece la possibilità di un amore nuovo a consolazione della mancanza di quello.

domenica 15 giugno 2008

fare spazio

Dalla zona lavori in corso sono emersi oggetti che ho dovuto ricollocare in altre zone della casa. Ve ne presento due che secondo me meritano un'occhiata.

Una è una stufetta a petrolio del 1900, perfettamente funzionante, ma, ovviamente, mai in funzione. L'ho acquistata a Teheràn più di trenta anni fa'. Ce n'era una uguale in molte botteghe del bazar. In genere sopra c'era un bollitore di smalto con l'acqua per il tè. Secondo me è bellissima.


L'altro è l'attrezzo degli sciuscià di Istambul. Anche questo lo acquistai negli stessi anni. Me lo vendette un vecchietto che stava facendosene con le sue mani uno nuovo e considerava questo troppo mal ridotto. Nelle bottigliette ci sono ancora, ormai secchi, i vecchi lucidi da scarpe e nei cassettini le spazzolette ormai rigide come baccalà.
Ma, sempre secondo me, è bellissimo.

lavori in corso






Gli operai sono al lavoro. Per ora hanno distrutto. Da domani inizia la ricostruzione.
A me la fase distruttiva piace molto. Si fa spazio, si fa luce, tutto cambia. Gli spazi diventano vergini. La fantasia può proiettarci -quasi- tutto quello che vuole.

meme poetico/due

Guglielmo ha dato seguito al meme poetico in un commento al post.
Ma la sua scelta è molto bella e così ve la propongo in un post a parte. L'ultima poesia, molto bella, non la conosco. O forse l'autore è Guglielmo?

Giovanni Raboni, "L'opera poetica", Mondadori, pag. 577

Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno
dopo l'altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti - o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m'incanto...


David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, 1991

In muta attesa


Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:

maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:

certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:

là tu permani
oltre lo stesso Dio:

e io di qua
in muta attesa...

Se almeno ti fossi lasciato
—non dico dai sensi,—
possedere dall’anima,
mia galassia di desideri,

ora anch’io oserei
cantare un nuovo Magnificat

in nome di tutti gli amanti
non più delusi,

nel nome di una terra
ancora vergine.


Emily Dickinson, L'ape e il sogno
Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un'ape,
Un trifoglio ed un'ape
E il sogno.
Il sogno può bastare
Se le api sono poche.



Muto

Muto il sole che splende all’alba
Mute le montagne maestose che emergono dalle ombre della notte
Muta la pianura allagata dalle brume, le case raccolte intorno a campanili esili
Solo le foglie dei pioppi fremono con mille campane argentee
Muto il cuore in attesa
Muta la speranza
Solo lo sguardo freme accarezzando sole montagne pianura allagata ed esili campanili

meme poetico/uno

Paola mi ha invitata ad un bel meme.
Queste le regole: indicare i nomi di cinque poeti amati; riportare i versi di almeno uno di essi; riportare (facoltativo) alcuni propri versi; e (facoltativo) una propria composizione fatta per questa occasione; rivolgere l'invito ad almeno 3 persone.

Leopardi
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna...


Montale
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Dickinson
Pavese
Lorca

Non più di due versi miei:

S'è fatto pallido l'iris
come un'agata sott'acqua...


Invito, facoltativo, a: Giulia, Maria Cristina, Guga

ricordando gli anni 90

poesie in tre movimenti

XI
Quella signora ha un pianoforte
che è piacevole ma non è lo scorrere dei fiumi
né il mormorio che fanno gli alberi...

Perché è necessario avere un pianoforte?
La miglior cosa è avere orecchi
e amare la Natura.

XIII
Lieve, lieve, molto lieve,
un vento molto lieve passa,
e se ne va, sempre molto lieve.
E io non so cosa penso
né cerco di saperlo.


XXXIII
Poveri fiori nelle aiuole dei giardini regolari.
Sembra che temano la polizia...
Ma sono così buoni che fioriscono nello stesso modo
e hanno lo stesso sorriso antico
che ebbero per il primo sguardo del primo uomo
che li vide in boccio e li sfiorò
per vedere se parlavano...

Pessoa: Il guardiano di greggi

sabato 14 giugno 2008

Italia splatter

L'Italia non è più un paese. E' una metafora.
Gli operai muoiono nel fango. Le città sono coperte di mondezza. I treni sono mangiati dalle pulci. I malati aperti come bestie al macello. I cassonetti rigurgitano di neonati. In attesa dell'esercito sulle strade, i cittadini si organizzano in ronde.
Se volessi scrivere un romanzo su un paese che frana e lo volessi scrivere splatter, non avrei dubbi. Lo ambienterei in Italia.
E' solo dallo spazio che l'Italia può apparire come stella nella notte.

venerdì 13 giugno 2008

avec le temps:per Valentina



Tre sono i poster che ho alle pareti di casa: questo dei "copains d'abord", uno di Fausto Coppi e uno di Marguerite Yourcenar.
Il Grande Jaques già ve l'ho offerto, ora sto cercando un brano speciale di George Brassens.


E adesso lasciamo cantare un poeta.



Avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
on oublie le visage et l'on oublie la voix
le cœur, quand ça bat plus, c'est pas la peine d'aller
chercher plus loin, faut laisser faire et c'est très bien

avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
l'autre qu'on adorait, qu'on cherchait sous la pluie
l'autre qu'on devinait au détour d'un regard
entre les mots, entre les lignes et sous le fard
d'un serment maquillé qui s'en va faire sa nuit
avec le temps tout s'évanouit

avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
mêm' les plus chouett's souv'nirs ça t'as un' de ces gueules
à la gal'rie j'farfouille dans les rayons d'la mort
le samedi soir quand la tendresse s'en va tout' seule

avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
l'autre à qui l'on croyait pour un rhume, pour un rien
l'autre à qui l'on donnait du vent et des bijoux
pour qui l'on eût vendu son âme pour quelques sous
devant quoi l'on s'traînait comme traînent les chiens
avec le temps, va, tout va bien

avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
on oublie les passions et l'on oublie les voix
qui vous disaient tout bas les mots des pauvres gens
ne rentre pas trop tard, surtout ne prends pas froid

avec le temps...
avec le temps, va, tout s'en va
et l'on se sent blanchi comme un cheval fourbu
et l'on se sent glacé dans un lit de hasard
et l'on se sent tout seul peut-être mais peinard
et l'on se sent floué par les années perdues- alors vraiment
avec le temps on n'aime plus

indovina indovinello...

Uno è un pittore amatoriale americano del XIX secolo, uno è Chagall e uno è un paziente schizofrenico.
Non in quest'ordine. E la domanda è: quanta follia c'è in un artista?







giovedì 12 giugno 2008

in buona compagnia/fils






Jaques Brel è sepolto ad Atuona, Hiva Oa, Isole Marchesi, nella Polinesia francese a pochi metri dalla tomba di Paul Gauguin.

mercoledì 11 giugno 2008

al volo, dalla Cina


La percezione di ciò che è piccolo è il segreto di una buona vista.
La preservazione di ciò che è debole e delicato è il segreto della forza.

Tao-Te-Ching, D-II

lunedì 9 giugno 2008

segnalazione


Causa nipotino "varicelloso" la mia presenza su questo e sugli altri blog sarà un po' alla "scappa e fuggi".

divagando: Katherine Mansfield, l'anatra e il cacciatore.

"Perché è così difficile scrivere con semplicità? -si chiedeva Katherine Mansfield. -E non solo con semplicità, ma "sottovoce", se capite cosa intendo dire.
È così che vorrei scrivere. Nessuna ricerca di effetti, nessuna bravura, ma la nuda verità, come soltanto un bugiardo può dirla."




Il bugiardo, quello vero, non infiocchetta la sua bugia. Si attiene alla verità della sua menzogna, semplicemente.
Imparare a scrivere come un vero bugiardo: traguardo difficilissimo.

Quando rifletto alla fatica che costa una pagina "sottovoce", rispetto ad una pagina "di bravura", mi viene in mente Raffaele La Capria e il suo "Lo stile dell'anatra".
L'anatra scivola sull'acqua. Noi la guardiamo e ne riceviamo una impressione di leggerezza, facilità, scioltezza. Sembra che le acque la portino e che l'anatra si limiti a guardarsi intorno, come dietro il finestrino di un guscio di barca che va.
Ma sotto il pelo dell'acqua, tumultuosamente, le zampette palmate dell'anatra si agitano. L'anatra fatica senza cessa per avanzare nell'acqua, ma la sua fatica non incrina la sua compostezza e nemmeno la superficie dell'acqua.

Su certe pagine una penna d' anatra è scivolata. E ti viene da dire: Come è semplice e pulita e lineare questa pagina! Scrivere così dev'essere facile come un respiro senza affanno!
E ti viene da pensare che così chiunque -e quindi anche tu- potresti scrivere.
Ma, se provi, scopri che ci vuole una fatica incessante per realizzare lo stile dell'anatra.

Forse è per invidia della semplicità che le anatre vengono abbattute.

Perché i cacciatori -aspiranti scrittori o meno- vorrebbero catturare quello scivolare leggero.
Dei cacciatori ho sempre pensato tutto il male possibile. E, fra le cose che penso da sempre, c'è anche il sospetto che siano spinti dall'invidia verso l'animale che cacciano. Il volo, la velocità, la bellezza, la libertà, la forza, la destrezza, la grazia, sono le loro doti a rendere prede le prede del cacciatore. Che è preda a sua volta di se stesso, della sua cecità, della sua ferocia e, peggio, della sua indifferenza.
Quando si tratta dell'anatra, è del suo stile che il cacciatore è invidioso? La uccide perché vorrebbe avanzare nella vita così, scivolando leggero? La uccide per un abbaglio?