venerdì 23 novembre 2007

black-out

Primo giorno di black-out.
Di primo acchito m’è parsa una catastrofe. Peggio: la rivolta dell’esistente e del razionale. Peggio, un complotto. Non potendosi trattare, nel mio caso, dei post, vetero o neo comunisti, dev’essere stata la P2 di Gelli, mi sono detta.
Arrivata a questo punto sono tornata in me e ho telefonato al mio provider. Il mio provider è “persona” squisitissima, sempre pronta ad intervenire in aiuto dei suoi clienti e quindi mi ha fatto eseguire la manovra, altamente spericolata, del cosiddetto “stacco e riattacco”. Che consiste nel togliere temporaneamente la corrente elettrica al router e ridargliela dopo aver lasciato passare trenta secondi. Non ventotto o trentacinque, ma trenta. Questo perché l’operazione non ha natura razionale, scientifica, ma semplicemente apotropaica. Contare quei trenta secondi, in uno stato di sospensione delle proprie funzioni vitali, ha lo scopo di convogliare l’attenzione benevola degli dei su di te, distogliendo in contemporanea quella delle parche dal tuo router.
Quando lo “stacco e riattacco” fallisce, non resta che la Speranza. Nel mio caso l’operazione ha fallito e il mio provider è passato a verificare l’ultima ipotesi benigna e cioè che nella vasta e intricata rete dei collegamenti, non ci fosse una zona fallace, momentaneamente in panne, comprendente anche la mia linea.
Ma, “anche la Speme, ultima dea, fugge” i router. Nessun guasto, in nessun settore. Ergo, è la mia personale linea a non rispondere. Il verdetto- c’è un guasto sulla sua linea- mi è stato comunicato con tutta la cautela del caso, come si comunica un male potenzialmente incurabile ad un paziente ancora lucido. Circa la prognosi la vaghezza si impone. “Domani forse, ma più probabilmente dopo domani-la terremo informata-.
E infatti, dato che il mio provider è “persona” di parola, il mattino dopo mi ha telefonato per dirmi che, no, non si era potuto intervenire. Veramente io lo sapevo già perché il mio programma di posta, su mia indicazione, continuava testardamente a tentare di collegarsi e regolarmente mi comunicava: Error while checking mail. Mi ha comunque fatto piacere vedere che qualcuno seguiva il mio caso e che non ero stata abbandonata al mio destino. Mi sono quindi guardata intorno e mi sono chiesta: che cosa si fa, nell’era di Internet, quando si viene improvvisamente separati dal mondo? Ho anche interrogato le mie emozioni, per poterle, se del caso, riferire ad uno psicoterapeuta. Ho avuto conferma che reggo bene i colpi del destino: infatti, benché notevolmente infastidita, sentivo che il mondo era ancora appetibile per me e la mia giornata potenzialmente attraente. Rassicurata circa una mia possibile dipendenza dal medium, ho indirizzato la mia attenzione al cassetto dei “sospesi”. I “sospesi” sono tutti quei lavoretti che inizio di slancio e abbandono distrattamente nel corso delle mie giornate. Si accumulano lì e, per non vederli, li tengo appunto in un cassetto apposito. Ne ho così portati ad esecuzione un certo numero: riattacando spalline a due sottovesti in seta di mia figlia (sì, è quel tipo di donna), facendo l’orlo ad un paio di pantaloni di mio marito acquistati l’estate scorsa e mai più presi in mano (sì, sono quel tipo di moglie), e rinforzando i bottoni ad una giacca di mia sorella “piccola”(sì, è quel tipo di sorella “piccola”). Il mio senso del dovere si è però presto dileguato e mi sono volta a qualche cosa di un po’ più creativo. Ho perciò messo mano alle mie lane. Le mie lane sono qualche cosa di difficilmente immaginabile.
Io posseggo lane di ogni e qualunque colore, in ogni e qualunque tonalità, e di ogni e qualunque sfumatura. Chiedete e avrete. O meglio, vi mostrerò, perché delle mie lane sono molto, molto gelosa e solo in casi di vero amore potrei far dono di un mio gomitolo di lana. Comunque: vi interessa un rosso Magenta? Ce l’ho. Si tratta solo di cercarlo tra i ventisette rossi diversi, nella scatola dei rossi. Un verde Nilo? Ce l’ho. Aspettate un attimo che io lo districhi di tra i quindici verdi nella scatola dei verdi. Un giallo ocra? Ce l’ho e questo è facile, perché di gialli ne ho solo una decina. Per il blu di Prussia, dovrete invece avere un po’ di pazienza, perché di azzurri ne ho almeno una trentina. Vi state spazientendo, me ne rendo conto. Ma le mie lane sono questo e cioè il più vasto, completo e ordinato campionario di lane presente su Roma ad esclusione del negozio di Lana Gatto di Piazza S. Lorenzo in Lucina. Infatti, alla mia personale collezione di lane, un anno fa’si è aggiunta quella, semplicemente sontuosa di mia mamma, che ho ereditato tutta io, (insieme alla sua passione per le lane, come è evidente) in quanto le mie sorelle sono, per mia fortuna, una totalmente inetta, e l’altra mortalmente pigra.
Nel complesso, ho una dotazione di lane così corposa che, anche se lavorassi a maglia tutti i giorni della mia vita da qui in avanti, non riuscirei a finirle per il giorno del mio trapasso. A meno di campare fino a centoventi anni. E mi fermo qui per non infierire, perché potrei passare all’inventario dei cotoni, che pure mi dà delle grandi soddisfazioni. Messa dunque mano alle mie lane, ho scelto una lana adatta allo spirito della giornata. Una grossa lana, di un bel color grigio-cielo, di diametro irregolare, con la quale ho iniziato, detto fatto, una sciarpa a coste. Tralascio la spiegazione del punto, sia perché è un classico ed ogni signora lo conosce, sia perché sento che, nei signori, l’irritazione monta.
Ho lavorato un’oretta almeno, portando un bel po’ avanti la mia sciarpa, dato che la lavoravo con i ferri del n. 10 (Oops, scusate!) e mi sono quindi rivolta ad altra attività. Sono infatti costante nel dovere ma stufarella nello svago. Mi piace concedermi piaceri diversi. Honni soit qui mal y pense.
Ho quindi tuffato le mani nella mia personale grotta di Alì Babà. Vale a dire un enorme scatolone dove miriadi di perle, perline, ciondoli- in vetro, plastica, legno, resina-e inoltre bottoni, ganci, tubicini, clips, minuscole chiavi e bulloni (semplifico e tralascio per non annoiarvi), ordinatamente suddivisi, attendono, insieme a rocchetti di fili in rame, argento e ottone di ogni e qualunque colore, spaghi, lacci in cuoio ecc. un mio momento di ispirazione. L’ora ics dei monili. Quando l’ora ics scatta, assemblo, artisticamente, vecchi lembi di chiffon colorato, o di velluto o di raso con rame e perle o bottoni o gocce di lumi, insomma quello che al momento mi sembra “nato per...” e creo, all’istante, collane che, senza alcun pudore e con la massima convinzione, mi sento di poter definire “stupendose”. Del resto riscuotono un incredibile successo quando mia figlia, che ne è l’esclusiva beneficiaria, le indossa. Sono originali e sofisticate fino a sfiorare l’artistico (giuro!) e mi costano due lire. Mi rifornisco infatti sui banchi più astrusi di Porta Portese, dai ferramenta, dalle merciaie e dai lattonieri. Mi sono dotata di attrezzature per tagliare il rame e la latta e per bucare il cuoio e pasticcio in grande allegria e massima concentrazione finché l’ora ics non volge al declino. Giovedì mattina l’ora ics del monile è durata, appunto, un’ora, e ha prodotto una collana quale non ne avete mai viste e che sto meditando di fotografare per mostrarvela e magari iniziare un piccolo commercio in rete.
Mi sono quindi volta verso nuovi orizzonti, nella fattispecie un negozio di scarpe in pre-pre-pre vendita speciale, dove mi sono recata in compagnia della sorella pigra, di quella inetta e della figlia charmante. Una non florida situazione monetaria mi ha aiutata a conservare un sufficiente distacco di fronte alle meraviglie esposte e a limitarmi ad acquisti per mia figlia. La quale ha incamerato ben tre regali di Natale, dalle zie e dalla madre, in forma di scarpe e penso che, quando sarà, potrò chiudere gli occhi serena sapendo che mia figlia non girerà scalza. Il fine mattinata mi ha infine vista riconvertirmi in massaia diligente e il pomeriggio mi ha restituita alla mia dimensione di lettrice e scrivente.
Questa è la cronaca della mia prima giornata di totale scollegamento dalla rete.
Penso di poter dire che la mancanza di Internet lascia spazio alla creatività, ma anche allo shopping e quindi, tra un effetto positivo ed uno negativo, segnerei un pareggio.
Segue....

Secondo giorno di black-out.
Sono un po’ infastidita. Aspetto un documento da un avvocato e vorrei inviare un assaggio del mio libro ad un’amica. Ma la posta non funziona ancora. Avrei bisogno di controllare in rete l’esistenza di una versione in latino, o in francese di un testo greco e non posso farlo. Vorrei scaricare "Le avventure di un bruco", per tenerlo di riserva in occasione della prossima visita di mio nipote. Per quando la lotta mi avrà estenuata, tutte le costruzioni giaceranno sparpagliate in terra, i puzzle li avrà già fatti tutti due volte e l’alternativa sarà un DVD con i Power Rangers. Contro i Power Rangers non ho niente, tranne il fatto che mettono in luce una insospettabile natura “maschilista” in Tommasino. L’ultima volta in cui si è parlato dei Power Rangers e dei loro poteri tra mio nipote e me, il dialogo è andato in questo modo: Lui: Quando sono più cresciuto anche io avrò i poteri. Io: Anche io avrò i poteri? Lui: No, tu no. Io: E perché io no? Lui: Perché tu sei femmina.
Ora, un concetto del genere, non lo ha certo recepito in famiglia, né nella casa dei nonni(mio marito, che di difetti ne ha molti, è spontaneamente femminista al massimo della potenzialità di un maschio), né in casa sua, dove il padre, pur conservando tutte le sue contraddizioni maschili, è la negazione vivente di un’idea “maschilista” dei maschi, per non parlare della madre, mia figlia, che teorizza convintamente la necessità della specie di superare la riproduzione sessuata.
Gli insegnanti della scuola materna che Tommasino frequenta sono a prova di test “femminista”. I compagni non lo so, ma trattandosi di una scuola materna molto libertaria, le famiglie dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto. Dovrebbero.
Non essendo Tommasino un fruitore televisivo ed essendo un fruitore cinematografico e DVDdico solo sotto sorveglianza familiare, e per pochi e scelti temi, resta una sola spiegazione: nell’aria delle nostre città circola un veleno ben più pericoloso dello smog, un veleno mortifero, che aleggia trasportato di bocca maschile in bocca maschile e che perviene alle orecchie degli innocenti. E inoltre, non esiste ambiente che possa dirsi veramente immune da un morbo di cui la società italiana non si è mai liberata.
Sabato il bimbo accompagnerà la mamma e la nonna alla manif contro la violenza sulle donne, di modo che, se non verrà ricacciato a lato del corteo da qualche femminista invasata, possa vedere con i propri occhi che la costituzione femminile non comporta controindicazioni per i poteri.
Comunque, per tornare al mio router, il suo silenzio mi comincia a pesare.
Segue...

Terzo giorno di black-out
Realizzo improvvisamente che non ho nessun modo per avvertire i miei fan che se non “posto” non è per mia colpa e che non sto scioperando. Che conseguenze avrà questo mio silenzio? Mi abbandoneranno? Scopriranno l’esistenza di miriadi di blog molto più interessanti, intelligenti e piacevoli del mio? Si dimenticheranno di me?
Oppure qualcuno fra di loro, arriverà a preoccuparsi per la mia sorte? Questo pensiero è per me sommamente molesto. Se qualcuno si preoccupa per la mia sorte io vengo schiacciata dal senso di colpa. (Paola, accettami così come sono, con i miei sensi di colpa, tanto non riuscirai a rendermi felice). Per sentirmi tranquilla io devo arrecare il minor disturbo possibile al genere umano. In cambio mi piacerebbe che il genere umano arrecasse il minor disturbo possibile a me, ma questo, comunque, è secondario.
Mi rendo conto che la mancanza di Internet, si ripercuote su di me in due modi diversi. Da un lato perché mi priva di una serie di comodità (posta e consultazione), dall’altro perché mi mette in condizioni di non poter assolvere ad un compito.
Capire questo e fare un salto sulla sedia è tutt’uno. Cazzarola, no! Questo no!
Se, nel giro di sei mesi, il blog ha pian piano assunto nella mia coscienza la connotazione di compito, bisogna immediatamente, ipso facto, repente et subito, correre ai ripari! Se il mio Super-ego ha deciso di costituirsi parte civile nel processo intentato da me a me per sottrazione di post ai miei lettori, debbo, immediatamente, far scattare il mio piano anti Super-ego, collaudato in anni ed anni di feroci battaglie.
Allora, ragazza mia-mi dico-se le cose stanno così, sai già cosa devi fare. Non appena avrai di nuovo la linea, ti asterrai, rigorosamente, per non meno di tre giorni, dal postare la qualunque. Ristabilirai il senso e la natura del tuo “fare blog” e ti sottrarrai ad una nuova forma di responsabilità. Le tue sufficiunt.
D’accordo? D’accordo.
Mi ero appena fatto questo bel discorsetto quando mi ha chiamata il tecnico preposto alla vigilanza della mia connessione con il mondo.
Abbiamo ripetuto iniseme la pratica dello “stacco e riattacco” e questa volta ha funzionato. Evidentemente repetita juvant non è solo un modo di dire. Si è congratulato con se stesso per la sua abilità e mi ha augurato una buona navigazione.
Dopo di che mi sono applicata alla stesura di questo post che vado, appunto, a postare.
Super-ego batte io, uno a zero.

mercoledì 21 novembre 2007

il Gallo triste

Questa notte mi sono imbattuta in un aforisma di Emil Cioran, nella penultima pagina di “Confessioni e anatemi” edito da Adelphi. Del libro dirò poi qualche altra cosa, intanto la citazione: “Il francese: idioma ideale per tradurre delicatamente sentimenti equivoci.”Il che, detto da un così raffinato scrittore in lingua francese, è degno di nota. Ma a me ha colpito perché io ho avuto per molto tempo un pregiudizio negativo nei confronti del francese. Lo consideravo, grosso modo, come una lingua solo femminile, e in tal caso, molto bella, armoniosa, affascinante, ma punto maschile. Secondo me un uomo che parlava in francese perdeva il suo fascino maschile. Bizzarrie, vero. Arrivavo a chiedermi come gli uomini francesi potessero convincere le donne francesi ad aiutarli a riprodursi. Quando pensavo queste cosucce, il francese non lo conoscevo, o meglio lo conoscevo solo come suono in bocca altrui. Questo per dirvi di quali pregiudizi posso essere capace. Poi andai a vivere a Parigi e scoprii, non solo che il francese stava benissimo anche sulla bocca degli uomini, ma che poteva essere molto seduttivo. Il francese l’ho studiato alla Sorbona e questo periodo resta uno dei miei più bei ricordi di Parigi. Frequentare la Sorbona mi sembrava semplicemente un miracolo. Mi godevo tutto. La solennità, la storia, la bellezza di quel luogo. E lo stare a contatto con tutti quei giovani, mischiarmi a loro, con i miei 43 anni e lasciarmi ringiovanire dal loro spirito. Mangiavo nei loro caffè, leggevo nei loro cortili. Spulciavo le loro bacheche e, infine, chiacchieravo con loro. Il corso di Lingua Francese per stranieri che frequentavo era tenuto da un professore molto molto francese, nel senso meno piacevole del termine. Convinto di stare civilizzando un branco di sottosviluppati. Reazionario molto più che conservatore, razzista e naturalmente ipersciovinista. Ma non mi era antipatico. Tra di noi si stabilì fin dal principio un rapporto di odio-amore. E iniziò uno scambio, impari ma mai sopito, di battute al veleno. Se lui affermava che Caterina de’ Medici aveva portato in Francia l’uso di avvelenare gli avversari politici, io gli replicavo ipso facto che aveva portato anche le forchette in una Corte dove si mangiava con le mani. Se lui osservava che la periodizzazione Renaissance / Rinascimento non coincideva tra Italia e Francia e lo imputava ad un nostro arbitrio classificatorio, io gli replicavo che dipendeva solo dal fatto che noi, prima, avevamo avuto l’Umanesimo, noi, che poi, noi, avevamo passato a loro..
Un’altra bestia nera del Professore era la Greca. Una giovane, di bellezza statuaria, con solo un naso un po’ troppo greco (o meglio, un po’ troppo e basta) che lo aveva in vivissima antipatia. Si sentiva, giustamente, appartenente ad una cultura che non doveva abbassare il capo di fronte a nessun’altra. Era a sua volta un po’ razzista nei confronti dei numerosi ragazzi africani, e sud americani, ma molto simpatica per molti altri atteggiamenti.Era lei a portarci nei ristorantini greci del VI arrondissement e a farci bere allegramente. Era sempre lei a far girare nascostamente, durante la lezione, ritrattini improvvisati del professore in pose erotiche. Disegnava molto bene e anche la sua fantasia erotica era notevole. Avevamo costituito un asse cultura greca-latina e ci divertivamo a indispettire il professore.
La farò breve: eravamo una vera coppia di comici. Quanto al Professore, lui ed io avevamo all’incirca la stessa età e la stessa formazione. Ma simpatie culturali, politiche, storiche molto diverse. La polemica era sempre in agguato. Ciò nonostante ero la sua allieva migliore (bella forza, ero l’unica di lingua neolatina, la più matura, con tutto quello che comporta l’età, insegnante di lettere e, probabilmente, la più affamata di sapere). Non ci voleva molto.
Animato da un forte spirito competitivo, il Professore voleva che una sua allieva risultasse tra i tre premiati al termine dei corsi e mi informò che puntava su di me. Gli dissi che scommetteva sul cavallo sbagliato, essendo io una collaborativa e non una competitiva. Avevo l’abitudine di rispiegare a Olandesi, Tedeschi, Brasiliani e Greci (il gruppetto che frequentavo) le regole che lui buttava là con sufficienza, intervallate da osservazioni sulla superiore bellezza e logica della lingua francese. Lui trovava che questo non andava bene, perché ognuno doveva con le sue sole forze, procedere sulla via della civilizzazione da lui additata.
Un giorno scoprì che al corso di pronuncia, tenuto da altri insegnanti in un bellissimo e super attrezzato laboratorio linguistico, io ero l’ultima degli ultimi. Apriti cielo! Dovevo impegnarmi! Come potevo essere così scadente? Lo ero perché per la musica delle lingue sono negata. Non riesco a riprodurne i suoni. Credo che ci siano due fattori che entrano in gioco: uno semplicemente organico, una difficoltà del mio apparato uditivo e/o fonatorio e un secondo di ordine psicologico. Mi è semplicemente impossibile imitare qualcuno. Mi sento come se tradissi me stessa. Mi svilisce fare le smorfie altrui, scimmiottare i loro atteggiamenti facciali ecc. Lo so è ridicolo, infantile e molte altre cose negative, ma è più forte di me. Mi sentirei semplicemente ridicola ad atteggiare la mia faccia per il "bien sur" francese, come per il "the" inglese. Le lingue impongono, con i loro suoni, una mimica: io semplicemente tento di parlarle conservando la mia. Il risultato lo potete facilmente immaginare. Il Professore, protestava, mi incalzava continuamente, mi esortava, mi rompeva le balle. Quando si giunse agli esami, mettendo assieme i risultati delle prove di traduzione, composizione, dettato e, orrore! lettura, risultai quarta. Il poveretto era inconsolabile. Si sentiva tradito.
Comunque la cerimonia finale, nell’aula magna della Sorbona, in cui ognuno di noi sfilò sul palco a ritirare il suo diploma, la trovai splendida. Avrei passeggiato su quel palco tutta la mattina. Venivo dalla Sapienza di Roma, non so se mi spiego!Dove, se ti andava bene, dopo qualche anno e ripeto, dopo qualche anno, ti davano il diploma di laurea. E il bidello di Lettere, un uomo il cui favore poteva aprirti ogni porta, e che per quattro anni di fila ti aveva appellata cosi: Hei, tu! Dove vai?” appena uscita dall’auletta sporca dove ti eri laureata, veniva lì e ti diceva “auguri dottoressa”, tendendo la mano per le diecimila. C’era di che sputargli sui piedi e restituire la laurea. E invece là! Stretta di mano del rettore, tutti gli insegnanti schierati, e gli studenti nel loro eccitato chiacchiericcio. Me lo sono goduto quel corso di francese alla Sorbona. E come me la godo ancora la conoscenza del francese! Ed ora Cioran mi dice che “è l’idioma ideale per tradurre delicatamente sentimenti equivoci.”
Nel delicatamente c’è della verità. Eppure il francese è anche una spada affilatissima.
Se il mio Professore legge quest’aforisma, sai come gli girano! Tentò di uccidermi, il tizio. Il mio primo anno a Parigi, l’inverno fu furiosamente infame, anche per i parigini. Neve, neve e neve. Freddo come non se ne aveva da vent’anni. Mi sembrava di stare in Russia, ma non esisteva possibilità di ritirata. Passavo da un raffreddore potente ad uno megagalattico, completi di mal di testa, tosse e lacrimazione. Una mattina il Professore, premuroso, mi passò un suo medicinale. Un antistaminico, disse blandamente. Mezz’ora dopo non lacrimavo, il naso non mi colava, non avevo più saliva, ero più asciutta di un cactus del Nevada, ma la mia pressione era scesa in prossimità dello zero. Qualcosa del tipo: “La stiamo perdendo, la stiamo perdendo!” Mi sentivo precipitare lentamente nell’indistinto, le orecchie mi fischiavano e, soprattutto, non riuscivo a maledirlo! Questo parossistico desiderio di insultarlo, fu lui a tenermi in vita. Ma lo perdonai. Devo dire che il piccolo reazionario mi faceva tenerezza. Aveva uno di quei tagli di capelli che, da Ottaviano Augusto in poi, nessun uomo ha più portato, tranne appunto i reazionari francesi. La frangettina sulla fronte pallida, gli si scomponeva nell’irritazione. Gli occhi, mobilissimi, dardeggiavano disapprovazione e supponenza. Ma aveva una bellissima voce, che riusciva, quasi, a far dimenticare le camicie a grosse righe grige che indossava sotto giacchettine striminzite, completate da cravatte malinconicamente pendule e da un immancabile impermeabile troppo corto. Un pomeriggio lo incontrai in una pasticceria sulla Dominique. Sedeva solo davanti ad un caffè con un giornale e un libro accanto. Mi portai il mio millefoglie al suo tavolino, decisa ad infastidirlo un po’. Ma fu molto contento. Chiacchierammo un po’ e lui, ogni tanto, mi correggeva la pronuncia. Gli raccontai qualcosa della mia vita. I miei studi, i miei viaggi, i miei interessi, mia figlia. Di lui venni a sapere che viveva solo in un appartamento adiacente a quello della madre. Amava il cinema tedesco e la musica lirica. Buttai un’occhiata al libro sul tavolo: Le elegie duinesi di Rilke. Piacciono anche a me, ma aggiunsero tristezza alla sua immagine. Lo sentii molto solo. Non ricordo come venne fuori il nome di Rousseau, il colpevole di tutte le colpe, dalla rivoluzione Francese al Sessantotto. Lo chiamava, con dispetto misto a spregio, lo Svizzero. Ci incontrammo invece su Brassens, prima che gli infliggessi la definitiva delusione dichiarando di preferirgli, almeno per le musiche, Jaques Brel. Un belga, Mon Dieu! Veramente tentò di farlo passare per francese, secondo quella pratica oltremontana per cui tutte le glorie appena appena sfiorate dalla “francesitudine” diventano, ipso facto, francesi. Del resto, le testimonianze della presenza romana in Gallia, vengono dai francesi chiamate civiltà Gallo-romaine.
Per carità, Cesare fu pessimo, e il famoso bellum gallicum un vero massacro, ma è impensabile stabilire un rapporto di parità tra i livelli di sviluppo culturale di quei due popoli. I Francesi però, lo fanno, molto convinti. E mentre, quando a Roma arrivarono le notizie circa il numero di morti- uomini, donne, bambini, vecchi- causati dalla guerra gallica, in Senato si discusse di un possibile vituperio per Cesare,(allora!) qualsiasi tentativo di far presente ad un Francese che Napoleone non è proprio quell’eroe positivo che loro credono, provoca tre tipi di reazioni da parte dei Francesi: o si scandalizzano o si sorprendono o si incazzano. Il mio Professore era del tipo che si incazzava. Per questo era così divertente provocarlo. Ma quella sera non lo provocai ulteriormente e quando me ne venni via, lasciandolo solo al suo tavolo, quel Gallo triste, era diventato per me, tanto per cambiare, un nuovo affetto. C’est ça. Ma vorrei poter assicurare a Cioran che non si tratta di un sentimento equivoco.

martedì 20 novembre 2007

tranche de vie

Meraviglia del progresso tecnologico! Ho riavuto indietro tutta una serie di pezzetti della mia vita sotto forma di CD e DVD.
Decine e decine di diapositive ormai non più visionabili e filmini ormai inutilizzabili sono tornati alla luce. Il mio fotografo, un tipo simpaticissimo, mi ha detto: "la rivò la sua vita indietro? Io co' 70 euro me so' rifatto la mia". Poiché ha una decina di anni meno di me, ho calcolato di spendere un po' di più e gli ho portato una prima tranche de ma vie.
C'è la mia III del '74, Artena, impegnata in una partita di pallone con una classe di Valmontone. Il campetto spelacchiato, io con mia figlia in braccio che al termine della partita passeggio sul campo. Me la ricordo quella giornata. O meglio, adesso, me la ricordo. Le immagini sono un po' tremolanti e non sempre a fuoco, ma ho risentito l'odore della primavera nella campagna sguarnita e le implorazioni : "Ce vieni a vedé, professò? dai" e le ragazze: "Portati tua figlia, professò, faccela conosce". Se la palleggiarono tutto il tempo, mentre io tifavo. Poi c'è il mio cane Buck, che corre impazzito sulla spiaggia di Tarquinia, si butta in acqua e recede inseguito dall'onda, ha una galoppata sfrenata e selvaggia. E mia figlia, tre anni, che tenta di sottrarsi, inutilmente, alle sue leccate entusiaste. Buck l'amava nel modo definitivo dei cani verso i cuccioli di uomo. Quella bimba era cosa sua, nessuno avrebbe potuto avvicinarla con intenzioni meno che affettuose. Ma era pronto a portarle via, fulmineamente, il biscotto che teneva tra le manine. Del resto lei si accucciò vicino alla sua ciotola e mangiò, con viva soddisfazione, parte della sua pappa, sottraendogliela con le stesse manine. Se penso a quella mia disattenzione mi autodenuncio a telefono Azzurro.
E c'è il deserto iraniano che scorre dietro il finestrino della Honda, le tende nere e basse dei nomadi e le carcasse degli animali, e quelle delle macchine, accatastate una sull'altra. Venivano lasciate apposta a monito dei guidatori iraniani che erano dei pazzi furiosi o dei filosofi nihilisti.
E poi c'è il giardino della casa dei miei a Tarquinia e mia madre, bellissima a sessanta anni, che avanza con la sua eleganza sciolta e tiene mia figlia per mano. Le mostra un alberello, che adesso è una grossa acacia e poi la solleva d'impeto verso il cielo. E c'è mia figlia che trotterella dietro a mio padre e mio padre che tira sassi al cane di casa, Pippo. Li ho guardati più volte. Sono muti, naturalmente, eppure parlano. Sembrano dirmi: "Tranquilla Marina, vedi? La vita c'è stata". Perché in effetti, certe volte, mi sembra di percepire uno stacco, qualche secondo lungo qualche decennio, tra quando, ragazzina, giocavo sul terrazzo di mia nonna e facevo le caramelle di zucchero d'orzo con mio nonno e ieri, o l'altro ieri, o tutt'al più la settimana scorsa. E mi chiedo: Sì, ma la mia vita dov'è andata? Eccola lì, aveva ragione il fotografo. Gli ho già portato un'altra tranche de ma vie.

lunedì 19 novembre 2007

pas d'égalité



Insospettabile. Ma colpevole.
È Sylvain Maréchal (1750-1803), poeta, scrittore, giornalista e polemista francese. Illuminista, politicamente attivo, che per una violenta campagna anticlericale si fece diversi mesi di prigione. Rivoluzionario estremista, sostenne che la Rivoluzione non aveva affrontato il problema centrale, quello dell’ingiustizia sociale. Seguace di Babeuf, proto- comunista, propugnò un’assoluta eguaglianza sociale: “Basta con la proprietà della terra! La terra non è di nessuno!”
Questa bella figura di combattente per liberté, égalité et fratenité, è l’autore di:
“Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere” (Archinto editore).
Il progetto di legge (1801) non è una provocazione, ma una convinzione, che Maréchal motiva ampiamente.
Ne nacque un dibattito culturale, in cui non si trovò affatto in minoranza.
Del resto la Rivoluzione Francese, dopo un primo momento di autentica spinta democratica, subì una involuzione di cui, naturellement, le prime a fare le spese furono le donne. E Olympe de Gouges, che osò scrivere la "Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne", pagò la sua audacia con la vita. Con la testa, per la precisione. E, due anni dopo, un decreto vietò ogni attività politica alle donne, passibili di arresto se si fossero radunate in strada in più di cinque.
L’unico tra i grandi della Rivoluzione francese, che riconobbe il nesso tra cultura e liberazione e condusse una solitaria e sfortunata battaglia contro ogni tipo di discriminazione fu Marie Jean Antoine Nicolas Caritat, marchese di Condorcet, ( Signore e Signori, in piedi!) che, prima di morire suicida in carcere, scrisse "De l’admission des femmes au droit de cité" (1790).
Il clima culturale quindi consentì a Maréchal di sostenere senza nessun imbarazzo una posizione che, di fatto, si riprometteva di tagliare fuori da ogni diritto la metà del genere umano, sulla base della sua identità sessuale.
Se ci si estranea dalla serietà di questa posizione e dal suo contesto storico, il libretto è irresistibilmente divertente.

Gli articoli di legge sono preceduti da una serie di 'Motivi della legge' tra i quali è difficile scegliere. Ne scelgo alcuni:

Considerando...
Che la delicata innocenza propria di una vergine vede sfiorire la sua fragranza vellutata nell’attimo in cui è toccata dall’arte e dalla scienza, nell’attimo in cui un insegnante l’avvicina. La prima lezione impartita ad una fanciulla, è il primo passo forzato del suo allontanamento dalla natura.

Che il grazioso cicaleccio femminile compenserà con gli interessi l’assenza della penna.

Che le donne che menano vanto di saper leggere e scrivere bene, non sono quelle che sanno amare meglio.

Che, di solito, una donna perde in avvenenza e persino in verecondia, nella misura in cui accresce la sua cultura e il suo talento.
Per poco che sappia leggere e scrivere, una donna si crede emancipata e libera dalla tutela che la natura e la società le hanno imposto nel suo stesso interesse.

Che la qualifica di donna che sa leggere nulla aggiunge ai sublimi e commoventi attributi di brava ragazza, brava moglie, brava madre né al modo di adempiere a quei dolci e sacri doveri.

Che in una casa regnano lo scandalo e la discordia, quando la moglie ne sa quanto o più del marito.

Quanto le donne diventino sciatte, indolenti, presuntuose, schizzinose, bisbetiche, indisciplinate, per poco che sappiano leggere e scrivere.

Che le scrittrici sono meno feconde delle altre donne.

Che da quando, in ogni professione, ci s’imbatte in donne che sanno leggere, la nutrice riduce il poppante alla fame; la commerciante trascura il negozio e la cuoca la cucina; l’operaia incomincia più tardi e finisce prima la giornata; la parrucchiera distratta brucia le bionde chiome della cliente; L’infermiera e la farmacista, per un equivoco, ammazzano i malati..

Che la gloria di una donna sta nel vivere ignorata e nel rimanere ignorante.

Io ho semplicemente adorato l'espressione "fragranza vellutata" e l'idea di averne posseduta una, sia pure in un tempo irrimediabilmente passato, mi ha commossa. Mi secca un po', invece, quest'idea di aver perduto "avvenenza", mentre della "verecondia" ero perfettamente consapevole. Ma andiamo avanti.
Dopo un centinaio circa di queste considerazioni, Maréchal passa ad elencare agli articoli di legge. Tutti sono enunciati in nome della Ragione, scritta con la maiuscola. Ne riporto solo alcuni, non necessariamente i più pesanti.

Articolo I
La Ragione Vuole (anche a costo di sembrare incivile),che le donne, nubili, maritate o vedove, non ficchino mai il naso in un libro, né impugnino mai una penna.

Articolo III
La Ragione Vuole che ogni sesso stia al suo posto e che ci resti.


In successivi articoli la Ragione Vuole che le donne siano interdette da: leggere, scrivere, stampare, incidere, compitare, solfeggiare, dipingere.
Che siano tenute lontane da: penna, pennello, matita, bulino, disegno, pittura, incisione, note musicali, altre lingue oltre la materna, grammatica, storia, geografia,(La loro debole memoria mal sopporta il fardello delle date e di una difficile nomenclatura sic) astronomia, botanica, chimica. (Contino le uova in cortile e non le stelle del firmamento! sic Conoscere gli ortaggi per la zuppa è più che sufficiente!sic)

Articolo XII
La Ragione Vuole che i mariti siano gli unici libri delle loro mogli; libri viventi, ove giorno e notte, esse imparino a leggere il proprio destino.

Articolo XLV
La Ragione Vuole che le donne si accontentino di ispirare i poeti, senza cercare di diventarlo loro stesse.

Articolo LX
La Ragione Vuole che i buoni libri siano letti alle donne, non dalle donne


E veniamo alla sanzioni:

La Ragione Vuole che ogni cittadino, il quale avrà scelto come sposa e compagna una letterata o un’artita, sia perciò stesso ritenuto inadatto ad assumere una carica pubblica di una certa importanza...
La Ragione... proibisce agli uomini di scrivere sotto dettatura da parte di una donna, eccezion fatta per una lettera al padre o al marito lontano...

Articolo LXVI
La Ragione Vuole che alle donne che si ostinassero a scrivere libri, non sia consentito avere figli.

Ogni padre e capofamiglia si procurerà una copia della suddetta legge, così da affiggerla nel luogo più in vista della casa.


Quello da me fatto è solo un piccolo florilegio di una sequela di affermazioni tra l'offesa sanguinosa e la irrisione.

Va però riconosciuto a Maréchal un soprassalto di gentilezza nei confronti delle signore, quando dice che I Padri e i Mariti sono responsabili della rigorosa osservanza della presente legge. Essi soli saranno puniti, se le figlie e le mogli dovessero contravvenirvi.
Le Signore apprezzano. Peccato, comunque, per la testa di Olympe de Gouges.

domenica 18 novembre 2007

siamo seri



Finché si scherza, si scherza, ma legare la presenza di Cesare Pavese sul mio blog allo scansonato esercizio poetico giovanile di ieri, mi sembra ingiusto. Quindi ecco la classica, bellissima 'Lavorare stanca'


Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.


N.B. Il 5° verso 'Ci sono d'estate' dovrebbe iniziare a metà del rigo, come ideale continuazione sonora del ritmo del verso precedente. Non sono riuscita ad applicare il tag giusto. La cosa mi indispettisce alquanto. Se qualcuno di voi mi suggerisse il modo di far iniziare un testo a metà del rigo, meriterebbe la mia gratitudine eterna.

fresco di stampa

Ho finalmente tra le mani “Mio padre mi chiamava luna” di Maria Cristina Valeri, edito dalle Edizioni Libreria Croce di Roma.
È fresco di stampa. Ha un buon odore. E un buon sapore. Sa proprio di Maria Cristina. Ha la sua sensibilità, la sua spontaneità, la sua sincerità. Ove non si fosse capito: Maria Cristina è mia amica. Giovane amica. E questo libro, il suo primo, ha costituito anche il mezzo che ci ha permesso di passare da una conoscenza ad un' amicizia.
Cosicché è diventato mio amico anche lui.
Il libro è un romanzo, ma non del tutto. Contiene una storia, ma soprattutto la riflessione su questa storia. La storia è quella del rapporto tra un padre ed una figlia. Rapporto difficile, pieno di non detti, di zone di ombra, di incomprensioni.
Questo libro racconta il modo, maturo e sofferto, in cui la figlia guadagna, per sé e per il padre, un nuovo rapporto, di accettazione reciproca e di comprensione. Come succede spesso nelle nostre vite sono il dolore, il dramma, la paura, ad aprire le porte ad una nuova comprensione. La figlia affronta con il padre un lungo dialogo aperto, che accompagnerà lui verso la morte e lei verso un ricordo riconciliato e sereno.
Quello che il libro ci dice è che ci sono solitudini che si possono guarire e dolori che ci possono fare bene. È un libro anche doloroso, ma pieno di fiducia nella vita. Inizia ora il suo cammino e io ci tenevo a fargli i miei auguri. A lui e a Maria Cristina.

sabato 17 novembre 2007

juvenilia

Alle finestre di un 4° piano
di Cesare Pavese

Signorina dal golf rosso,
quel vestito bianco sotto
non vi pesa certo addosso
tanto è corto, tanto è ghiotto.

Siete sempre al balconcino
a guardar col naso in aria
svolazzar qualche uccellino:
vi sentite solitaria?

A distanza di una via
vi ho sott’occhi tutto il giorno;
mi mettete in frenesia:
scappo a tratti:ma poi torno.

Sempre contro la ringhiera,
senza il golf anzi sovente,
tiravate l’altra sera
su una calza: ma è decente?

È decente dico esporvi
a quel modo a un giovanotto
e poi fargli gli occhi torvi
se si tira un pizzicotto?

Se almen foste sì cortese
da inviarmi qualche occhiata
provocante, a più riprese
qualche mossa scollacciata.

Ma voi dura, signorina!
nel vestito corto corto,
quel vestito in mussolina
che a allungarlo avreste torto.

Quel vestito mi rivela
braccia gambe gola e spalle
se poi il vento lo solleva
dàlle, dàlle, dàlle,dàlle.

Signorina, signorina,
voi mi avete rovinato
tutto il giorno alla tendina
del balcone sto, infiammato.

e vi vedo-oh numi, oh stelle!-
là appoggiata sulle braccia
nude contro le mammelle
sempre tutta accesa in faccia.

Colle gambe un po’ allargate
stare dritta contro il ferro
sì che carne mi mostrate
fin di coscia, s’io non erro.

Mi parete in una posa
da ricevere all’istante
senza fare la ritrosa
un qualunque vostro amante.

Non ne posso più!Un bel giorno
verrò a voi sopra quei fili
che ci avvolgon tutto intorno
e quel po’ che di sottili

vesti avete, a mio dispetto,
vi saprò strappar con mano
e distendervi in quel letto
che ora vedo da lontano.

16/19 ottobre 1926
Cesare Pavese aveva 18 anni

venerdì 16 novembre 2007

saggezza popolare

Ogni tanto, per avere un punto di vista ingenuo (letteralmente) sugli eventi, me ne torno alla saggezza popolare e vado a leggermi qualche proverbio italiano. Lo faccio sul bellissimo Dizionario dei Proverbi Italiani di Carlo Lapucci, edito lo scorso anno da Le Monnier. Ve ne sono raccolti 25.000, quindi trovo sempre un giudizio popolare su cui riflettere.

Stamattina ho cercato politica/politico e ne ho trovati una piccola manciata. Ne traspare un tono deluso, uno sguardo disincantato, una amarezza di fondo. Non è spesso stato un bello spettacolo la politica in questo paese.

Si va da "Buon politico, tristo cristiano" a "Chi sta in politica deve saper sedere su due sedie".
Balena però anche l'idea che esista anche chi si volge alla politica disinteressatamente.
La politica è roba unta: chi ci scende e chi ci monta. Insomma c'è chi ci si rovina e chi ci si arricchisce.

Molto attuale un proverbio del primo ottocento:

Come disse un poeta di Mugello:
-La politica d'oggi è, a parer mio,
il dire:"Esci di lì, ci vo' star io."

speranza e disgusto

Non parlerò di loro, di Willie e Lambert.

Invece:
Alla quarta volta ce l'hanno fatta! Dal 1994 ad oggi si era già tentato di far passare all'ONU una risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali. Sarà naturalmente l'Assemblea Generale a votare, entro la fine dell'anno, il testo della risoluzione, ma, nonostante l'incertezza sul risultato finale, quello di ieri resta un grande successo e un passaggio cruciale nella lotta alla pena di morte.
Piccolo sospiro di speranza.

giovedì 15 novembre 2007

aspic? no grazie!

Mi sembrava di giocare alle signore. Ma giocare alle signore non mi piaceva neanche da bambina.
Fu nei primi due anni di matrimonio. I colleghi di lavoro di mio marito si scambiavano cene socializzanti volonterosamente organizzate dalle mogli. Venivo ricevuta o ricevevo. E mi rompevo le balle. Sembra impossibile ma nel 1969 c’erano ancora giovani donne per niente stupide, di buona educazione e cultura, che al termine di una cena, si raccoglievano in una zona del salone a parlare di donne ad ore, moda e, secondo il peso, o diete dimagranti o ricette di cucina. Mentre i mariti, dall’altra parte, parlavano di politica. La politica era la mia passione e io tentavo di ascoltare che cosa si dicessero quei borghesi reazionari-così li consideravo, marito compreso-mentre distrattamente facevo cenni di assenso e sorrisi alle giovani signore. Durò non più di una manciata di cene, forse una quindicina in due anni, ma mi bastò e mi avanzò abbondantemente. Colsi al balzo la nascita di mia figlia e mi dichiarai non più disponibile per la vita di società. Che mio marito cancellasse le cene dal mio orizzonte o me dal suo. Le cene tornarono però all'assalto a Teheràn. Venivamo invitati a serate di rappresentanza, molto ben frequentate e molto noiose. Io ripresi a rompermi le balle. Inoltre le cene di società avevano regole di comportamento con cui non riuscivo a familiarizzarmi. I grandi sorrisi, il finto entusiasmo nell’incontrarsi, i pettegolezzi soft, la pesante ironia snob sul paese che ci ospitava, e poi tutto quello sciorinare tovagliati, argenti e porcellane in un paese dove si registravano ricchezze inimmaginabili e miserie invece benissimo visibili.
Mi dava particolarmente fastidio essere servita a tavola da giovani camerieri iraniani nei confronti dei quali mi sentivo, incolpevolmente, colonizzatrice anche io. Il nervosismo mi rendeva ancora più impacciata e goffa del solito.
Dava spesso di queste cene la giovane moglie del rappresentante di una grossa banca italiana e vi raccoglieva importanti uomini di affari di diversa nazionalità o grossi commercianti e professionisti locali. G. era una donna giovane, piena di energia e di ottimismo, una toscana con un certo gusto per il buon vino e molto determinata ad aiutare il marito nella sua carriera. Interpretava con molta abilità e convinzione il ruolo di rappresentante della banca, a nome della quale offriva le sue cene. Malgrado la tradizione culinaria di provenienza non era una grande cuoca, perché faceva prevalere l’effetto scenico sulla bontà dei piatti preparati. In tavola non mancava mai una pietanza in gelatina. Molto colorata, molto scivolosa, molto insipida. Bellissima da vedersi, mortificante per il palato. Quando mi anticipava il menù della serata, scherzando le chiedevo: "Che ci metti sotto la gelatina ‘stasera?" Poteva essere un piatto di carne o di verdure o anche di frutta, ma la gelatina era certa, come il suo bell’accento toscano. In una di queste cene, Alì, il giovane cameriere iraniano mi avvicinò solennemente il vassoio con un bell’aspic di tonno e verdurine colorate sotto la coltre traslucida di gelatina e attese che io mi servissi. Tendo alla goffaggine, sono sgraziata e “intruppona” e in società mi innervosisco. Comunque allungai la mano e presi con la massima circospezione una cucchiaiata di aspic portandola verso il mio piatto. L’infame gelatina si rifiutò di mantenere un minimo di compattezza e riprecipitò sul vassoio, seppellendo completamente il pollice destro del giovane Alì nel suo bel guanto bianco. Alzai gli occhi a guardarlo, annichilita, mentre mi scusavo a bassa voce. Impassibile, Alì guardava davanti a sé. Del resto Alì, anche in circostanze diverse non mi avrebbe mai guardata negli occhi. Era molto osservante e gli occhi delle donne gli erano interdetti. Pur apprezzandone le infinite abilità (puliva la casa, si occupava del giardino e del grosso cane lupo, occasionalmente faceva da autista e serviva impeccabilmente a tavola) G. si lamentava del fatto che schivasse il suo sguardo come un raggio demoniaco. Intanto il suo pollice era sotterrato da un intruglio di gelatina, tonno e sottaceti colorati. Allora con lo stesso cucchiaio da portata cominciai a liberarglielo delicatamente, scostando pezzo per pezzo la massa gelatinosa fino a farlo riemergere. A quel punto mi si presentò un ulteriore problema: che fare della pappetta appena ammucchiata sul bordo del vassoio? Intorno al tavolo si chiacchierava, fingendo di ignorare che trattenevo la portata da un tempo interminabile. Quando sono molto irritata con me tendo ad andare per le spiccie. Avvicinai il mio piatto al vassoio, afferrai la mia forchetta e con una spinta bene assestata feci volare il rimasuglio sul mio piatto. Non lo descriverò ma sembrava rigurgito di gatto. Solo allora, con un grazie compito, congedai il povero Alì, che riprese il suo giro con il guanto bianco tutto impiastricciato. G. non era tipo da far passare sotto silenzio un così grave attentato all’eleganza impeccabile delle sue cene e il giorno dopo al telefono mi chiese se avessi bevuto troppo. A me! Lei! Ma non mi offesi, meglio alcolista che inetta. Comunque G. me presente, non servì più pietanze in gelatina e Alì, con grazia e buon senso, da allora riempì personalmente il mio piatto.

Vorrei aggiungere qualche cosa circa questa questione del non essere guardate negli occhi. Effettivamente è pesante. Se ne lamentava, un po' sarcastica, un po' offesa anche la mia amica M. che sul luogo di lavoro sperimentava giornalmente questo ostracismo visivo. All'inizio io non capivo. "Ma che t'importa-le chiedevo-è un problema loro, lasciali in pace!" Infatti lei,nei suoi dialoghi con osservanti, insisteva per avere cenni di comprensione. Ma in seguito, in più di un'occasione, dovetti riconoscere che l'ostinazione con cui un uomo osservante teneva gli occhi bassi, o guardava immediatamente alla destra della mia testa, risultava offensiva. Era come se ti dicesse: "ti ascolto e ti parlo, ma non ci sei veramente, non esisti davvero per me". Inoltre, tutta una serie di messaggi, necessari alla comunicazione, e che normalmente passano attraverso lo sguardo, si perdevano fatalmente e ne risultava un senso di incertezza, di dubbio sull'effettiva reciproca comprensione ed anche sui reciproci sentimenti. Quando posso-solo quando posso-evito a chi ha a che fare con me gli eventuali disagi dell'avere a che fare con me. In quel caso, rendendomi conto che il mio fastidio era in fondo piccola cosa, mentre il mio interlocutore osservante si trovava in una situazione di autentico disagio, mi uniformavo, istintivamente, al suo codice di comportamento. Cercavo di rendere il mio atteggiamento, generalmente molto franco e diretto, più contegnoso, dimesso. In un certo senso mi facevo piccola, per non turbare più del dovuto il povero osservante. Era una scelta, per me più facile che per M. perché gli osservanti io non li incontravo tutti i giorni. Un po' mi divertiva anche il pensiero di essere una creatura diabolica, potenzialmente portatrice di sfracelli psichici e fisici in quelle creature indifese. Naturalmente all'origine c'è il disprezzo per la donna, ma sono sempre restata consapevole che anche nel paese da cui io provenivo, e nella sua religione, questo disprezzo era ben presente e visibile, anche se assumeva manifestazioni diverse.
Inciso sull'inciso: Anni Cinquanta/Sessanta, Tagliacozzo, Italia. Alla Messa della domenica le donne sedevano nei banchi di destra della navata e gli uomini in quelli di sinistra.
Conclusione: adesso sapete quale piatto NON offrirmi se mai mi invitaste ad una cena.

mercoledì 14 novembre 2007

un cappuccino, grazie

Nel mio giro nel quartiere per fare la spesa (uffa, ‘sta spesa!), mi sono fermata a prendere un caffé in un grande, splendido bar, in cui non ero mai entrata. Tutto nuovo, acciaio sabbiato e legno nero. La mattina è un caffè, con una imbarazzante abbondanza di paste, dolci, torte ecc. Diventa poi piccolo ristorante verso le due e alle undici stavano già sciorinando grandi vassoi di involtini di melanzane, trionfi di gamberi in insalata e pomodorini ripieni di insalata, e altre meraviglie mi prometteva la titolare. Il pomeriggio servono tè e cioccolate calde, anche lì con una ricca scelta di tartine dolci e salate. E, momento clou della vita del locale, la notte, spazio a grandi vasche di ghiaccio e una dovizia di pesci crudi, attende l’amante del sashimi.
Mi sono complimentata con la proprietaria del bel locale e ho promesso di tornare in orari diversi. Ma uscita di lì, una tale malinconia mi è saltata addosso, che ho giurato a me stessa di non rimetterci più piede. Il fatto è che quello splendido locale è la latteria della mia infanzia. Era gestito da una minuscola donnina di ferro, che imperava su marito, figli e nuore. Andavo a prendere il latte con la bottiglia di vetro e lei me la riempiva con un grosso “sgommarello”. Devo ancora appurare quale sia in italiano l’equivalente dello splendido vocabolo “sgommarello”. Immagino possa andare mestolo fondo, ma non ce lo chiamerò mai.
Anna, la lattaia, era tutta vestita di bianco e tutto il negozio era di un bellissimo, lustrissimo bianco latte. Oltre al latte, vendeva il burro in panetti e le uova. E naturalmente la panna.
C’era un così intenso odore di latte che si rischiava una sbornia. Io sono un’ appassionata bevitrice di caffèllatte. Non avrei alcun problema a vivere diversi giorni nutrendomi solo di belle tazze calde o fredde secondo la stagione. E il mio rimpianto per il latte, il vero latte, della mia infanzia, non sarà mai consolato dalla famosa asetticità di quello di oggi. Mi sentirei pronta a rischiare malesseri vari per tornare ad assaporare il latte della mia giovinezza. E la soffice, intensa e pastosa crema che produceva alla bollitura. Niente nel latte di oggi ricorda il vero latte: non l’aspetto, non il colore, l’odore, il sapore. Né il senso di conforto affettivo che portava con sé.
Ma assieme a queste proprietà organolettiche del latte, io rimpiango le latterie.
La latteria di cui vi parlo aveva un retro fantastico, che mi attirava irresistibilmente. Dove adesso piccoli tavolini snelli e una intera parete di vini scelti si offrono allo sguardo, c’erano grandi vasche bianche, coperte da garze sorrette da bastoni. Colme di latte. Anna sgommarellando riempiva contenitori cilindrici, come piccole botti, che portava nella zona anteriore della latteria. Da quelli serviva i clienti, riempiendo le loro bottiglie. Quelle, bellissime, della Centrale del Latte, chiuse dall’allumino-ne conservo ancora una-vennero molto dopo. Pensate voi dove si spingono i miei ricordi!
Lo so bene che questi rimpianti, oltre a non avere senso, denunciano un galoppante invecchiamento. Ma io non credo all’equazione moderno uguale migliore. Penso che ci lasciamo alle spalle tutta una serie di piccole cose preziose. Che il cammino in avanti comporti anche perdite. Non sarà il caso del latte, per carità, sicuramente il sistema odierno sarà più igienico, ma non è certo un caso che ogni tanto, spaventati, dobbiamo intraprendere una manovra di “recupero” di qualche tradizione, tecnica o abilità abbandonata. O di qualche prodotto della natura.
Lo so che siete giovani e gagliardi, ma, secondo me, qualche sapore lo rimpiangete anche voi. Avanti, ditemi.

martedì 13 novembre 2007

Punto.

Questo post è molto personale. Tanto personale che non ha quasi senso farne un post. Ma nello stesso tempo sento l’improrogabile bisogno di comunicare al maggior numero di esseri umani l’importanza che questo momento riveste per me.
Una lunga storia si è conclusa. Non è una storia d’amore, o meglio è anche la storia di un amore, ma molto particolare. È la storia di un libro a cui lavoravo da qualche anno. Con lunghi periodi in cui sonnecchiavo e lunghi periodi in cui rimasticavo e periodi infiammati in cui scrivevo come una matta. Il libro è piccolo, ma mi è costato tanta fatica, e ogni tanto, tanto dolore. Forse lo metterò dentro un cassetto e mi dimenticherò di lui, forse mi troverò un agente letterario e glielo sottoporrò, forse, addirittura, lo spedirò ad una caterva di editori. In questo momento non so bene che cosa farò. Ma so che è finito. E che mi piace. Che ne sono contenta. Che è come volevo che fosse. Non è il grande romanzo italiano del nuovo secolo, non è un saggio che farà scalpore. È una piccola raccolta di lettere, non voglio dirne di più. Ma ormai vi considero amici, tutti voi che vi affacciate al mio blog e che avete avuto la non piccola funzione di darmi incoraggiamento, con la vostra stima e la vostra simpatia. Per questo vi voglio dire grazie, qualunque sia la strada che il mio libro prenderà. In questo momento, mi sento solo contenta di avercela fatta, di non essermi arresa, di non aver permesso a niente, neanche alla malattia, di portarmi via il mio libro. Non è stato facile. Sono andata su e giù in una infinità di montagne russe, fino a pochissimo tempo fa’. Ma ora che il libro è finito, anche le montagne russe acquistano un altro senso. Vi abbraccio. Tutti.

tempo per sé

lunedì 12 novembre 2007

depressione/cinque/Illuministi fate luce!

Eccoci approdati al secolo dei lumi.
Ma, attenzione, la sua reputazione è ingannevole. Il suo carattere, fatto di spirito, ironia, leggerezza, eleganza, ragione, ottimismo, fiducia nelle scienze e nel progresso, nasconde un fondo di inquietudine. Questa all’inizio è uno stato psicologico positivo, il segno di una insoddisfazione che spinge all’azione, e che può costituire il motore del progresso.
Ma già nell’Encyclopédie, accanto a questa inquietudine positiva, ne viene descritta un’altra, detta viscerale che somiglia all’angoscia, che dà sensazioni di soffocamento, palpitazione, tristezza. Le persone più a rischio sono gli adolescenti e le donne. Se le descrizioni del malinconico cronico sono in linea con quelle dei secoli precedenti, le cause vengono meglio indagate. E tocca ai medici ricercarle. Per gli illuministi la chiave del comportamento umano si trova infatti nella fisiologia e nelle relazioni sociali. L’olandese Boerhaave descrive il corpo umano come una macchina diretta dal cervello che produce un “liquido nervoso” trasportato in circolo dal sangue. L’insufficienza del liquido o la scarsa circolazione sanguigna provoca malinconia. Questa teoria verrà generalmente accolta. Come stile di vita si consiglia la campagna, la musica, ma niente teatro, soprattutto per le donne.Quanto ai rimedi, si spazia dal tartaro alla china, dalla fuliggine dei camini alla polvere delle zampe di gambero.

A proposito di gamberi vorrei inserire una piccola noterella. Bruce Chatwin in "In Patagonia" ci dice che nella lingua Yaghan della Terra del Fuoco, lo stato depressivo è indicato con la stessa parola che indica lo stadio in cui una specie locale di gambero subisce una muta, perde cioè temporaneamente il suo guscio. Così si sente il depresso, vulnerabile, esposto, senza guscio, forse addirittura senza pelle.


Ma torniamo al secolo dei Lumi. Nei confronti del malinconico clinico si ha un atteggiamento di severità. Gli viene spesso attribuito un colpevole distacco dai valori religiosi e morali. Persino Samuel Johnson, che ne soffrì in prima persona, vede nella malinconia un segno di depravazione. Quello che si può pensare è che l’atteggiamento passivo del malinconico sia troppo in contrasto con lo spirito dell’epoca, che preferisce l’inquietudine costruttiva alla malinconia. Ciò nonostante è un uomo di questo secolo, il più grande filosofo del secolo, Immanuel Kant, che intona il più bell’inno alla malinconia che sia mai stato scritto.
È il 1766 e in Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, Kant scrive:


(Non fate commenti sull'aspetto grafico di questo passo: ho fatto del mio meglio!)

Il testo di Kant introduce il tema della malinconia romantica che i pittori cominciano a rappresentare come una donna languida e meditabonda, come nei quadri di Francois Lagrenée e di Reynolds.





In tutto il secolo il mal di vivere conserverà una duplice natura,fatta di malinconia e inquietudine. Quest’ultima è la cifra degli intellettuali. John Locke, Spinoza, Condillac, Malebranche, Diderot, Voltaire, Rousseau, Jean Blondel, sono tutti grandi inquieti, o blandamente come Voltaire-La vita è solo noia oppure panna montata- o cupamente come Rousseau: -Se quaggiù mi venisse chiesto di scegliere ciò che voglio essere, risponderei: morto.-

Il Tempo e la Morte sono i due temi ricorrenti nella riflessione del secolo. Si discute sul senso delle catastrofi naturali. La lunga serie di cataclismi che colpiscono il secolo-primo fra tutti il terremoto di Lisbona del 1755 che causa centomila morti nella penisola iberica e più di diecimila in Marocco- spinge a riflessioni cupe e lega l’uomo alla sua necessità e alla sua impotenza. Il secolo volge al pessimismo. L’espressione “mal di vivere” viene coniata proprio in questo secolo dall’astronomo e matematico francese Pierre LouisMoreau de Maupertuis. È sorprendente che credenti e non credenti, che accanitamente si contrappongono lungo tutto il secolo, si incontrino su un solo punto: il disgusto per la vita terrena. Valle di lacrime o sogno assurdo, la vita è vuoto o dolore. Per sfuggire all’inferno della vita si ricorre alle droghe. Si scoprono le virtù dell’oppio, consigliato da medici e persino da abati. Nasce anche l’humor nero, inteso come riso amaro. Jonathan Swift (io lo amo , lo considero un potente antidepressivo e voglio ribadirlo qui)ne è l’indiscusso maestro. Fa eccezione Casanova, che non crede al mal di vivere. Secondo lui colpisce solo chi è povero o malato. Ma, anche se povero e malato, Se avesse.....una Marina, certamente cambierebbe idea sulla vita. Dico, ragazzi: ha detto una Marina! Casanova! Vi rendete conto?

La seconda metà del secolo vede una epidemia di suicidi. Il suicidio entra nel costume sociale, gli vengono dedicati interi trattati e si pubblicano persino le lettere delle sue vittime. Due figure di suicidi segnano l’epoca. Uno reale.Thomas Chatterton, un poeta inglese diciassettenne, che aspira alla gloria ma vive una vita di miseria e si avvelena con l’arsenico. In breve tempo diviene un mito: poesie, dipinti, statue, fazzoletti con la sua effigie lo glorificano dopo morto. Oggi se ne farebbero dei post e delle magliette. L’altro suicida mitico è quello letterario del Giovane Werther di Goethe. Il libro viene tradotto e ristampato a ripetizione e si diffonde una vera e propria Werthermania. Ragazze e ragazzi, con una copia del libro in tasca, si annegano o si avvelenano. Il Times, riporta decine di casi.
M.me de Stael scrive che Werther ha causato più suicidi della più bella donna del mondo e il povero Goethe viene accusato in Francia di essere “un avvelenatore pubblico”, di aver scritto un libro “infame, immorale, riprovevole”. M.me de Stael stessa si dichiara del resto sia inquieta, che malinconica, che annoiata dalla vita. Non si fa mancare nessun disagio alla moda. È solo uno dei numerosissimi casi di mal di vivere al femminile. Se ne indicano le cause nello stile di vita e nel carattere.
In ordine di gravità:
la moda, che ne copre e mortifica il corpo
le stecche di balena e i lacci dei corpetti
le creme ed i fondotinta
i profumi aggressivi
il consumo di caffè, liquori e cibi acidi
l’obbligo di avere amanti
il dovere di apparire brillanti
ma anche
la vanità
le passioni
il delicato organismo psichico(sic)

L'idolo delle donne, malinconiche o no, è Jean-Jaque Rousseau. Se Voltaire è stato lo scrittore degli uomini, Rousseau, lui, lo è stato delle donne.
La sua spiccata sensibilità, la sua tenerezza, la sua propensione per l'amore e per i sogni ad occhi aperti, la sua inclinazione per la natura e la solitudine, legittimano il modo di sentire femminile.
Se fossi vissuta nel Secolo dei Lumi, non sarei stata depressa, bensì schizofrenica. Avrei amato, come amo, sia Voltaire che Rousseau.


Francois-Marie Arouet detto Voltaire


Jean-Jaques Rousseau

Entrambi affascinanti, direi.

domenica 11 novembre 2007

Sbilanciamoci!

Oggi parliamo di Finanziaria, anzi di un’altra Finanziaria. Quella di Sbilanciamoci!

Sbilanciamoci! è una campagna, coordinata dall’Associazione Lunaria, che da ormai sette anni, propone al Governo un uso delle risorse del paese volto al rispetto dei diritti, della pace e dell’ambiente.

Aderiscono alla campagna: Arci, Altraeconomia, Antigone,Ass. Finanza Etica, Ass. per la Pace, Beati Costruttori di Pace, Carta, Cittadinanza Attiva, Donne in nero, Emergency, ICS, Legambiente, Mani tese, Microfinanza, Movimento Consumatori, Nigrizia, Rete Lilliput, Terres des hommes, UISP, Un ponte per.., WWF e molte altre associazioni del vasto mondo del volontariato.
La campagna è autofinanziata.
Per aderire o sostenerla Sbilanciamoci!

Anche quest’anno il gruppo di Sbilanciamoci! ha presentato la “manovra correttiva” sulla Finanziaria del Governo proponendo una diversa allocazione degli investimenti e delle spese e proponendo riduzioni della spesa pubblica che colpiscano sprechi ed inefficienze, ma che salvaguardino gli investimenti nel welfare, nell’ambiente, in politiche di sviluppo, per un’economia diversa.


Il rapporto di Sbilanciamoci è molto circostanziato e per la sua lettura integrale rinvio al sito.
Io mi limito ad anticipare un confronto tra la Finanziaria del Governo e le proposte di Sbilanciamoci!


FINANZIARIA 2008
LUCI
• Non taglia le spese ad enti
locali, sanità, pensioni
• Misure più consistenti per le
politiche sociali (casa,
incapienti, ecc.)
• Effetti redistributivi
• Conferma delle misure
ambientali della scorsa
finanziaria
• Pagamento debiti
internazionali della
cooperazione allo sviluppo


OMBRE
• Aumento delle spese militari
(+11%)
• Misure sociali una tantum
• Riduzioni fiscali per le
imprese ma non per i
lavoratori
• Poche risorse per scuola e
università
• Ancora soldi per le grandi
opere
• Niente tassazione sulle
rendite finanziarie
• Mancato rispetto impegni
APS

MISURE PRESENTI NELLA FINANZIARIA 2008
PROPOSTE NEGLI ANNI PASSATI DA SBILANCIAMOCI!

• Aumento fondi politiche sociali (+17%)
• Reiterazione delle misure di detrazione per impianti
ecoefficienti (panneli solari, caldaie, ecc.)
• Aumento fondo non autosufficienza
• 150 milioni per garantire l’innalzamento dell’obbligo
scolastico
• Misure di redistribuzione e di lotta alla povertà
(incapienti e casa)
• Pagamento debiti Fondo Globale e cooperazione allo
sviluppo
• 50 milioni per l’inclusione sociale degli immigrati
• Trasporto pubblico locale e ferrovie per i pendolari


LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI! 2008
• Da una politica economica restrittiva ad una politica di
investimenti pubblici e rilancio dei consumi collettivi
• Da una politica finalizzata a ridurre le tasse e a contenere
la spesa ad una politica di sviluppo economico e sociale e
di redistribuzione
• Da un’economia liberista ad un modello di sviluppo
sostenibile e di qualità
• Da una politica di riduzioni del costo del lavoro ad una
politica che investe sul capitale umano e sociale
• Da una politica assistenziale alle imprese a scelte selettive
di politica industriale
• Da una politica e un’economia militarizzata ad una politica
di pace e di solidarietà internazionale


LE RIDUZIONI DELLA SPESA PUBBLICA PER SBILANCIAMOCI!
• Riduzione spese militari 4.003*
• Risparmi convenzioni privati in sanità 700
• Aiuti alle scuole private 732
• Abrogazione dei CPT 122
• Risparmio sulle grandi opere 855
• Riduzione costi politica 2.653
• Abrogazione fondo G8 La Maddalena 30
• Passaggio ai sistemi open source nella PA 2.000
• Abrogazione aiuti a imprese per fiere ed expo 74
• TOTALE 11.169

LE MAGGIORI ENTRATE DA GIUSTIZIA FISCALE PER SBILANCIAMOCI!
• Armonizzazione rendite al 23% 3.000
• Aliquota 49% su redditi oltre i 200mila euro annui 1.200
• Tassazione aggiuntiva sul porto d’armi 230
• Tassazione sulla pubblicità 450
• Diritti televisivi sport spettacolo 40
• Tassa carburanti aerei 100
• Canoni acque minerali 7
• Tassazione 1 cent bottiglie acque minerali 100
• TOTALE 5.127

Questo è il commento dell’ideatore della campagna Sbilanciamoci! Giulio Marcon, Presidente di Lunaria, alla Finanziaria del Governo.

La finanziaria può essere un investimento nel futuro. Quest’anno avrebbe potuto esserlo in modo particolare. Infatti, grazie alla sostanziale riduzione del rapporto deficit/PIL – tornato nei parametri europei- alla crescita economica dell’ultimo anno e mezzo e all’aumento consistente delle entrate fiscali, ci sarebbe stato tutto lo spazio per una finanziaria che investisse nel futuro, con un piano di investimenti sociali, ambientali, nella conoscenza e nella ricerca, in un diverso modello di sviluppo.
Così non è stato. Nonostante Tommaso Padoa-Schioppa abbia titolato un suo intervento su Il Sole 24 Ore: “Una finanziaria che guarda al futuro”, noi diamo una opposta interpretazione: per noi è una finanziaria incapace di futuro. Non c’è una direzione di marcia verso gli investimenti pubblici (se non quella del contenimento delle spese) di cui questo paese avrebbe bisogno: solo interventi in ambito sociale ed ambientale, che seppur importanti hanno un limitato impatto redistributivo e, in alcuni casi, solo un effetto una tantum. Prevale l’idea di una politica economica restrittiva che ha principalmente due punti di riferimento: il contenimento della spesa pubblica e l’obiettivo del taglio dell’imposizione fiscale. Ci sono certo alcune importanti novità: aumentano un po’ le spese sociali, c’è qualche azione di redistribuzione e soprattutto non si tagliano le spese a sanità e ad enti locali. Ma si continua, nello stesso tempo, a procedere sulla vecchia strada: si aumentano le spese militari, si tagliano le tasse alle imprese (ma non al lavoro dipendente), si sprecano soldi in inutili grandi opere, non si investe nella scuola, nell’università e nella ricerca. Il Rapporto di Sbilanciamoci! di quest’anno dimostra che sono possibili altre scelte di politica economica, un modo diverso di utilizzare la spesa pubblica.


Quale momento più adatto della domenica per piegarsi un po' su dei numeri?
Soprattutto se ci riguardano cos' da vicino?
Buona domenica.

sabato 10 novembre 2007

scoperta recente

Quando uscì "Diceria dell’untore" di Gesualdo Bufalino (1920-1996), mi innamorai in una volta sola del libro, del suo autore, della sua vita schiva e della sua scrittura. La sua scrittura, soprattutto, mi affascinò. So che non è un termine di critica letteraria ma mi viene da definirla “pazzesca”: sapiente, ricercata, personalissima eppure anche classica. Insomma, davvero pazzesca. Bufalino non l’ho più abbandonato ma non avevo mai letto le sue poesie. Le ho scoperte recentemente.
Paradossalmente, la sua poesia è più semplice e piana della sua prosa.
Ciònonostante la poesia va letta e mormorata a lungo prima di entrarci in confidenza. Quindi ve ne proporrò solo un assaggio, e continuerò a studiarmele.
Da: L’amaro miele-Einaudi


Malincuore, il giorno del santo

Quando c’è festa nei miei paesi
vengono da lontano i venditori,
mangiaspade, mangiafuoco,
con mani immense e scamiciate alzano
sui bambini la tromba del diluvio,
dormono a notte nei fondachi scuri,
se ne vanno un mattino sotto la pioggia.

Io non ho più fiere da visitare,
e più m’attempo più voglio morire.



Eine kleine Nachtmusik

La musica ci giunge dalle terrazze
lontane, stesi così sulla sabbia,
coi capelli confusi e felici,
fra muraglie di bianco diluvio,
così sorpresi d’esistere in due
sotto la coltre benigna dell’aria,
disincarnati e carnali, perfetti
come due palme nude, unite.


Frasi d’amore

Chi me l’avesse detto
che un giorno avrei amato dei numeri
su una tastiera di plastica:
otto, uno, quattro, zero, uno, due, cinque...
cifre e sillabe arcane
d’un sesamo che m’apre la tua voce...

venerdì 9 novembre 2007

nel paese dove la laicità non è una virtù

Esistono edifici di proprietà della Chiesa cattolica (nelle figure di Ordini religiosi), il cui scopo istituzionale non è di natura commerciale. Immagino che siano le tre virtù teologali-Fede, Speranza e Carità- e le quattro virtù cardinali-Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Ma gli edifici svolgono anche attività commerciale. Ad esempio, come in almeno una decina di casi nel mio quartiere, offrono un normalissimo servizio di bed and brekfast, a normalissimi turisti, e affittano i locali a livello strada ad esercizi commerciali, a normalissimi(?) prezzi di mercato.
Il Senato ha votato perché questi immobili continuino ad essere esentati dall’ICI.

Infatti l’emendamento alla Finanziaria presentato dai tre Senatori socialisti Angius, Montalbano e Barbieri, (tendente a limitare l’esenzione dell’ICI ai soli edifici totalmente “privi di scopi commerciali, anche se di natura accessoria”) è stato respinto dall’aula con la seguente votazione: 240 contrari(CdL e PD), 12 favorevoli e 48 astenuti. Gli astenuti (il cui voto al Senato vale come voto contrario) appartengono a Rifondazione Comunista, Gruppo Verdi-Comunisti Italiani e Sinistra Democratica.
A questi senatori, vorrei fare una sola domanda: perché?
Anzi, gliene voglio fare un’altra, “accessoria”: perché allora non avete votato CON il PD e la CdL? Senza l’ipocrisia dell’astensione?
Tutto sommato credo che farò un’altra domanda: non vi ha sfiorato l’idea che l’approvazione dell’emendamento avrebbe portato nel bilancio dello Stato una cifra considerevole potenzialmnte utilizzabile in favore di soggetti socialmente deboli?
E ancora, tanto ormai ho cominciato: Non sono forse loro il vostro “scopo istituzionale”?
Mi potreste rispondere che lo avete fatto per disciplina “governativa”, cioè per non creare una situazione di imbarazzo al Governo Prodi. Sia pure.
Ma allora passo ad una richiesta: ricordatevi di questa disciplina anche quando si tratta di fare le vostre propagandistiche (della vostra persona) apparizioni nei salotti televisivi.
Mi prendo il diritto di farvi queste domande e richieste, perché, ad esclusione della Sinistra Democratica che ancora non esisteva e dei Verdi, nel mio passato di elettrice io ho votato per voi. Devo anche dire che, nel leggere la notizia, ho pensato che, se si fosse votato nelle successive ventiquattro ore, avrei votato socialista. Dopo quarantotto, non ci giurerei. L’emendamento socialista mi è apparso come un primo, piccolo passo sulla strada della laicità, miraggio aleatorio di questo nostro sfortunato paese, non certo come un attentato alla Chiesa e ai suoi ministri.
Non siamo mica mangiapreti! O sì?

giovedì 8 novembre 2007

dice Giacomo

Siamo arrivati alla marmellata di castagne. Il vero freddo non si è ancora fatto sentire, ma le castagne, loro, reclamano la mia attenzione. Io non so resistere. Mescolo, zucchero, facccio bollire piano, imbarattolo, allineo. Ma so che questo è il principio della fine. Una volta fatta la marmellata di castagne, bisogna riconoscere che sta per inghiottirci il Natale.
I piccoli barattoli di vetro ancora non si sono raffreddati e già le strade esplodono di luci, strattoni, colori e nervosismi. Già si è lì a fare conti, elenchi, pacchetti.
Non sdegnerei una bella botta in testa che mi lasciasse priva di sensi fino al sette di gennaio. Dopo una breve occhiata in giro, tornerei a farmi bastonare per riemergere ai primi soffi di primavera. Il letargo di Tarta mi appare come la più perfetta delle risposte alla stagione invernale. La tentazione di chiudermi in casa e buttare la chiave è fortissima. Qui, al caldo, con i miei libri, la mia musica, il mio computer affacciato sul mondo, le mie gatte, le mie marmellate, e la voce di Giacomo.

Dice Giacomo Leopardi nello "Zibaldone di pensieri":

"La stagione e il clima FREDDO dà maggior FORZA di agire, e minor VOGLIA di farlo, maggior contentezza del presente, inclinazione all'ordine, al metodo, e fino all'uniformità.
Il CALDO SCEMA le forze di agire, e nel tempo stesso ne ispira ed INFIAMMA il desiderio, rende suscettibilissimi della noia, intolleranti dell'uniformità della vita, malcontenti di se stessi e del presente.
Sembra che il freddo fortifichi il corpo e leghi l'animo: che il caldo addormenti e ammollisca e illanguidisca e intorpidisca il corpo, eccitando e svegliando e sciogliendo l'anima...
Nel freddo si ha la forza di agire, ma non senza incomodo. La temperatura dell'aria che vi circonda, opponendosi à ce que voi possiate uscir di casa e di camera senza patimento, vi consiglia l'inazione e l'immobilità nel tempo stesso che vi dà la forza dell'azione e del moto. Si può dir che se ne sente la forza e la difficoltà nel tempo stesso.
Nel caldo tutto l'opposto. Si sente la facilità dell'azione e del moto nel tempo stesso che se ne scarseggiano le forze."

Quell'uomo mi conosceva bene. La battaglia che si conduce dentro di me al sopraggiungere della stagione fredda è giustappunto quella tra il brivido di freddo che mi consiglia l'inazione e il vigore fisico che il freddo stesso non manca di produrre. L'inazione vince in genere per 2 a 0. Ai primi caldi, breve scaramouche tra un principio di fiacca e l'insorgere di una voglia di vivere che, come dice bene il mio Giacomo, "scioglie l'anima". Il desiderio vince 3 a 0 e l'anima trascina il corpo.

PS La marmellata sarà più buona se vi metterete un po' di cacao e un po' di rum. E restare a casa a spalmarsela sull'anima sarà ancora più delizioso.

mercoledì 7 novembre 2007

depressione/quattro/Le Grand Siecle trema.

Le Grand Siecle gioca ai malinconici uno scherzo crudele: introduce il pendolo negli orologi. Il trascorrere del tempo diventa tangibile, il pendolo dondola davanti agli occhi del malinconico e il malinconico oscilla insieme ad esso. I suicidi piovono nel Seicento. Tra quelli famosi, due grandi italiani: il Domenichino e il Borromini.
Cartesio, tutto rigore e buon senso, raccomanda un semplice accorgimento. “In assenza di notizie certe sull’al di là conservati in vita.” Verso i malinconici ed i tristi prova commiserazione ma anche distacco. Ha però le idee chiare, la moralità non c’entra niente e neanche la divinità. La sua parola d’ordine è: origine fisiologica. Poi mischia un po’ le carte: succhi che non scorrono, nervolini che si inceppano, sangue che non si agita abbastanza...
Ma a parte queste inevitabili fantasiose descrizioni, l’asse portante del suo discorso è: Il mal di vivere dipende dai difetti della macchina corporea, è compito della medicina ripararli.
Ma nel secolo irrompe il Giansenismo, e scatena una campagna di vero e proprio terrorismo psicologico: siamo tutti criminali, resi tali dal peccato originale, tutti sul punto di essere giudicati e condannati. La Chiesa cattolica dichiara eretici i giansenisti, ma almeno su un punto anche i gesuiti concordano con loro: Pochi si salveranno, la maggior parte dell’ umanità finirà all’ inferno.Venti su mille saranno i salvati. A pochissimi Dio concederà la grazia.

Del potere terrorizzante del Giansenismo ho una testimonianza recente. Una mia amica francese, Denise, mi ha raccontato i terrori che, nell’ultimo anno della sua vita, hanno sconvolto suo padre, giansenista come tutti i membri della sua famiglia.
Passava le giornate a pregare, si rifiutava di alimentarsi se non con il minimo indispensabile, teneva chiuse le persiane e non voleva che si accendessero né radio né televisione. Voleva espiare i suoi peccati, in previsione della morte imminente. La notte poi era sconvolto dal terrore. Incubi terribili lo aggredivano e gridava terrorizzato di non voler andare all’Inferno. La supplicava di tenerlo per mano perché aveva paura dei diavoli. Tutta la famiglia visse insieme a lui un periodo allucinato. Da un punto di vista psichiatrico era perfettamente sano, ma la dottrina che aveva formato la sua vita psicologica gravava su di lui come un fardello troppo pesante per poter affrontare con un minimo di serenità, o anche solo con l'umanissima paura di tutti, la prospettiva della morte. Denise è credente e devota, ma al termine di quell’anno, quando infine il poveretto morì, mi dichiarò di aver odiato con tutta se stessa ogni religione.
Stiamo parlando del 2001.

Ma torniamo al Seicento.
Diviene giansenista anche Blaise Pascal, che conduce una vita agitata e ansiosa, tra crisi mistiche e stati di abbattimento. Il grande scienziato, matematico, fisico, filosofo, che regalò all’umanità intuizioni geniali e invenzioni straordinarie, segnò il secolo con la sua pensosità. Animato da un grande spirito di religiosità la sua riflessione lo porta ad indentificare nella noia il segno per eccellenza della miseria umana. È l’altro aspetto del mal di vivere che studierà per tutta la vita. La noia è una forma di angoscia che si accompagna ad una tensione religiosa religiosa, ma anche alla consapevolezza della propria nullità. L’uomo è insufficienza, dipendenza, impotenza, vuoto. L’universo è muto e l’ uomo privo di luce.
Davanti a questo abisso vuoto che è la condizione umana Pascal perde il coraggio, diviene sempre più introverso, ha atteggiamenti psicotici, cade infine in uno stato di prostrazione e annientamento. Morì a soli 39 anni, dopo molte sofferenze, anche fisiche, causategli dal tumore che lo aggredì.
Per Pascal ho una grande simpatia e una grande compassione umana: il suo bisogno di credere sia in un dio che nella ragione, la sua curiosità verso tutte le scienze, l’alternanza di speranza e disperazione, ne fanno una figura così ricca di umanità che è impossibile non amare.
Leggere Les pensées è un’esperienza intensa. La sua voce, che si alzò sempre polemicamente contro il razionalismo di Cartesio, è toccante anche quando è impossibile condividere i suoi slanci religiosi e le sue profonde credenze.
E dopo quattro secoli, ancora ripetiamo,con lui, che “L’homme n’est qu’ un roseau, le plus faible de la nature, mais c’est un roseau pensante....Ainsi toute notre dignité consiste dans la pensée.”

martedì 6 novembre 2007

anche lui

Anche Enzo Biagi ci ha lasciati. Io non so se sono portata, per l'età, a considerare chi ci lascia migliore di chi resta, ma in questi giorni mi sembra che le perdite, che si susseguono, non siano riparabili, perché queste figure che scompaiono dalla nostra vita pubblica sono di una pasta umana e professionale diversa, migliore. Spero che sia solo il pensiero di una vecchia signora.
Questo blog sta diventando un necrologio continuo. Ma non potrei non ringraziare Biagi per il suo lavoro e per la sua umanità.

solitudini rumorose

Il mio scrittoio è accostato ad una grande finestra che guarda dritta ad occidente.
Se ora alzo lo sguardo, è un tramonto che mi risponde.
Malgrado tutto quello che la parola tramonto porta con sé, io lo guardo con amicizia. Forse mi piace perché è un momento di trasformazione. Può rendermi triste, ma di una tristezza non pesante.
Non saprei dire perché ma il tramonto mi riconcilia con i miei simili, anche in giorni come questi, in cui i miei simili mostrano la loro faccia più crudele. Forse, è perché capisco quanto, vivere al cospetto del proprio tramonto, possa rendere noi uomini pazzi e dissennati. E penso a tutte le solitudini di questo mondo che si guardano negli occhi nelle nostre strade.
Nell’Alexis di Marguerite Yourcenar ho trovato una frase che ha lavorato dentro di me per anni.
“Sono sempre stato aiutato, nei miei rapporti con il prossimo, dall’idea che esso non sia molto felice.”
Lo scrive Alexis alla moglie. Le circostanze non contano. Sono molto particolari, sì, ma i sentimenti di cui Alexis parla, sono universali. Appena novanta pagine di una delicata sincerità che raccontano tra le altre cose una grande solitudine.
Malgrado i nostri affetti e il vivere accostati, siamo molto soli. Soli e spaventati. Anche se ci sforziamo di negarlo.
L’idea che il mio prossimo non sia molto felice, aiuta anche me. Non nel senso vendicativo e maligno del consolarmi del suo male. No. Anzi, guardo ai miei simili con un senso di pietà, di sorellanza, li vedo, di botto, come in fondo sono, come siamo, minuscole, insignificanti creature, senza risposte alle domande che ci risorgono continuamente dentro e in balia dei propri bisogni e dei propri desideri. Li vedo così e non riesco ad odiarli. Neanche i malvagi, quelli che odiavo un attimo prima. C’è un punto preciso in cui tutti gli odi mi cadono dal cuore. È quando, come in una specie di flash improvviso, vedo i miei simili nella loro spaventata umanità, nelle loro solitudini “rumorose”. Tornerò presto ad odiare, è vero. Mi rinascerà dentro la rabbia e la voglia di una giustizia pesante, dura, definitiva, so anche questo. Ma quel momento in cui proprio li vedo- li vedo -l’odio tace, sconfitto dalla pietà. La storia di Giovanna Reggiani e di Nicolae Mailat ha generato, come sempre in me quando si tratta di una donna vittima di un uomo aggressore, un insieme di sentimenti violenti. Odio, sì, si chiama così, furia, dolore e rivolta insieme. E il bisogno di stringermi a tutte le donne. Di tenerle strette perché sono in pericolo, sempre. E la voglia di farla pagare a quell’uomo. Prendono le donne come cose, le sbattono, le usano e le uccidono e io sento montarmi dentro una ribellione violenta e senza ragionevolezza alcuna. Devo tenere a freno dentro di me la rabbia che monta e il desiderio di qualche cosa che somiglia molto alla vendetta. Non confondete i sentimenti che premono con il pensiero. Sono una persona razionale, ho rispetto delle regole e credo che il convivere civile ci richieda di non perdere, MAI, la capacità di riflettere, analizzare, capire. E non lo perdo. Controllo i miei impulsi, parlo ai miei sentimenti, scaccio i pensieri violenti, mi riconduco alla ragionevolezza. Tutto nel groviglio di ore, in cui tra me e me, ripercorro la sofferenza, la paura, il dolore della vittima. Riesco ad averla vinta su quel montare di sentimenti irrazionali, sulla marea di emozioni violente che, sempre, mi sorgono dentro quando so di una donna vittima inerme di un uomo. Che cosa comporta questo lavoro che faccio su di me? Comporta che voglio sapere quell’uomo al sicuro in una prigione, sottratto al rischio del linciaggio, processato in un processo giusto, condannato ad una pena giusta, da scontare in un carcere decente, in condizioni decenti. Ma questo è qualche cosa di diverso da quello che succede se riesco a vedere, proprio vedere, quell’uomo, come un uomo e basta.
È un uomo e sta su questa terra. Non sa perché, sa solo che scomparirà. Neanche di questo scomparire sa il perché. Quando- se- riesco a vederlo così, solo così, raggiungo il punto in cui l’odio cade: un punto di pace per me e di pietà per lui.
Io non ho il diritto di perdonare nessuno. E infatti il mio sentimento non credo che somigli al perdono, questa cosa così sfuggente, di una materia così delicata e inafferrabile. No, è solo pietà. Sono due sentimenti molto diversi, quello per Giovanna e quello per il suo assassino. Molto differenti.
Per Giovanna io provo com-passione. Giovanna la sento vicina a me, mi addoloro per il suo dolore, mi sembra di sentire la sua paura e vorrei potergliene sottrarre un po’.
Mi identifico in lei, nella sua sofferenza, soffro per quello che le è stato fatto. La sento come un’amica, una sorella, una me.
Lui, quell’altro, l’assassino, mi balena davanti nella sua povera umanità. Mi fa pena.
E basta.
Non so perché abbia raccontato queste cose. Non so neanche se i miei sentimenti siano di tutte o di tutti o solo miei. Nei negozi la gente scuote la testa, muta. Si sente sopraffatta, penso.
In rete, nei blog, leggo di tutto. Parole sagge, parole folli, discussioni serie, oneste, invettive incivili. Ma nessuno mai parla dei suoi sentimenti. Parlano di quello che pensano. Ma io, io ho bisogno di sapere che cosa sentono. Ecco. Sono arrivata al punto. È per questo che ho scritto queste parole, perché vorrei che qualche volta confrontassimo i sentimenti e non i pensieri. Qualche volta vorrei sapere quello che sentite, non quello che pensate.
Sono davvero la meno nobile fra tutti voi? La più incivile? La più primitiva e selvaggia? O c’è una sorta di censura, tra noi bene educati e corretti, per cui ci si dice quello che è stato già elaborato dal ragionamento e si nasconde il prima, o vi si fa appena un cenno fuggevole?
Se le mie emozioni fanno di me un solitario caso umano, vorrei saperlo.

lunedì 5 novembre 2007

ciao, barone



Oggi è morto, a 85 anni, Nils Liedholm. Aveva classe, eleganza, ironia. Per noi romanisti è l’allenatore dello scudetto del 1982/3. Per tutti gli appassionati di calcio è uno dei grandi giocatori di sempre.
Permettetemi di salutarlo così, con una poesia di Fernando Acitelli.

monstrum

Il giornale L’Indipendente, insieme ad Italia Nostra, ha lanciato una campagna perché venga sottratto alla vista dei romani e degli italiani tutti l’orribile spettacolo del connubio contronatura tra gli ascensori panoramici e l’Altare della Patria, Sacrario della Nazione.
Era ora che qualche voce si levasse contro questo scempio! Ero pronta ad un gesto dimostrativo, ad incatenarmi al cancello del Vittoriano, a sdraiarmi nuda ai piedi degli avieri in guardia solenne davanti al Milite Ignoto, a issarmi sull’asta della bandiera, a giacere sotto lo zoccolo del cavallo di Vittorio Emanuele III, enfin, a piazzarmi di sedere sul fuoco sacro! Mi ero creduta sola nel mio sdegno e invece altri e più nobili spiriti stavano insorgendo! Ho dubitato. Merito biasimo. Esistono nel nostro paese sensibilità non ancora offuscate, spiriti fedeli, sguardi limpidi cui il bello non sfugge.
Carlo Ripa di Meana, Alberto Asor Rosa, Vittorio Sgarbi, Oscar Giannino, Marco Travaglio e molti, molti altri hanno rivolto un appello al Ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, perché l’opera nefanda venga disfatta.

Voglio aggiungere la mia voce, benché indegna, e rivolgermi personalmente a Francesco Rutelli.

Ci ascolti, Ministro! Questo scempio non può perdurare! Abbatta quell’orrore! Disfi l’orribile manufatto! SMANTELLI L'ALTARE DELLA PATRIA E LASCI LIBERI I DUE ASCENSORI! Trasparenti, svettanti verso il cielo, saranno lieve, nobile e degna sentinella per il nostro Milite Ignoto.
Ossequi Marina P.

domenica 4 novembre 2007

sogni d'oro

Fu la disperazione a portarlo all'Istituto per il Sonno Bianco. Supino, nudo, sotto la grande cupola di cristallo, mentre la pelle gli rabbrividiva come calamitata via dal corpo, contò fino a quattrocentoventi, come gli avevano detto, prima di sentirsi svanire in una indistinta luminosità.
Dimesso, la prima notte a casa tardò ad addormentarsi. Era inquieto, ansioso, incerto. Tecnicamente l'intervento era riuscito. "Alla perfezione" gli avevano assicurato. Ma ora era solo e lo aspettava la notte e il suo primo sonno non assistito.
"Come potevano essere certi di aver asportato fino all'ultimo incubo? Di non aver lasciato qualche ganglio, qualche frammento di immagine, anche un solo fotone?". "Devi avere fiducia"-gli disse sua moglie-"Andrà tutto bene, mettiti giù, dormi".
Lasciò accesa la televisione, perché gli conciliasse il sonno.
Si svegliò tardi al mattino. Riposato e quasi incantato dalla sua prima Notte Pulita.
Alla prima visita di controllo disse al Professore tutta la sua soddisfazione, il suo sollievo per quelle notti senza incubi, senza terrori, senza spaventi, senza ansie, senza corse affannose restando fermo, senza lunghi precipitare e faticosi difendersi, senza i mostri, le battaglie, le grida, il sangue, l'orrore..
"Basta, non deve pensarci più. È tutto finito, passato, ormai lei sta perfettamente bene. Lei non avrà più sogni, mai più, glielo garantisco. Ormai il suo cervello produce solo Sonno Bianco". Uscì dall'Istituto sentendosi nuovo, sano ed ottimista.
Tre mesi dopo, di notte, lasciò silenziosamente il suo letto e raggiunse la spiaggia. Entrò in acqua e si incamminò verso il largo.
Il mare era scuro, la notte era scura. Mentre l'acqua saliva verso il torace, le spalle, il mento, la bocca, lui pensava solo che finalmente si sarebbe liberato del Bianco, che l'oscurità, il fondo, la notte, lo avrebbe presto abbracciato....



Johan Heinrich Füssli (1706-1782)-L'incubo

Da un po' di tempo i sogni mi ripropongono il peggio del mondo e della vita. Guerre cruente, mostri, morti, spaventosi incidenti, terrori senza senso, insomma il classico repertorio degli incubi.
Al risveglio per un po' resto scossa, provata. Non capisco che cosa si sia messo in testa il mio cervello. (Mi piace l'idea di un cervello che si mette in testa qualche cosa). Comunque sta dando il peggio di sé. Ma, a dire il vero, grande sognatrice, non vorrei mai rinunciare a sognare. Notti senza sogni, che noia! Quelli che davvero mi godo sono quelli in cui sogni, e intanto sai che stai sognando. Se il sogno è bello, ti dici, benché dormiente:"Meglio in sogno che niente!". Se il sogno è brutto, ti tranquillizzi: "Tanto fra un po' mi sveglio". So che il fenomeno della consapevolezza di sognare ha un nome, ma non me lo ricordo. Comunque sia è una grande invenzione.

sabato 3 novembre 2007

Non c'è di che

Mi è tornato in mente ieri sera, all’improvviso, leggendo sul Sole Ventiquattro Ore un articoletto in cui si criticava il latino “abborracciato” con cui si esprime oggi la Chiesa e ci si chiedeva se qualcuno sapesse ormai parlarlo correntemente.

Qualche decennio fa’, nella mia casa paterna. Suona il telefono. Rispondo e una voce giovane ed educata mi fa: “Antonianum Collegium estne?” Resto come sospesa. Prendo tempo. “Prego?”
“Antonianum Collegium estne?” Realizzo che mi stanno parlando in latino. Capisco anche che qualcuno, che evidentemente ha sbagliato numero, sta cercando il Collegio Antoniano che si trova a non più di trecento metri da casa mia. Come in trance rispondo: “Non est.” E l’altro: “Gratias plurimas. Doleo.”Vorrei rispondere: Prego,in latino, ma sinceramente non lo so dire. Già quel “Non est” mi sembra una bella performance. Scoprii poi che avrei dovuto rispondere: Non c'è di che, cioè Non est causa"

Il dialogo, brevissimo, si incise nella mia mente e mi fece accarezzare per un attimo l’ambiziosa idea di imparare a parlare latino. Ma realizzai all’istante che i miei unici interlocutori sarebbero stati preti e lasciai cadere.

In tempi più recenti, forse sette, otto anni fa, scoprii in rete un sito sul latino parlato della California Non-profit Public Benefit Educational and Literary Corporation, cui mi iscrissi. Mi inviarono, per posta ordinaria, materiale, bibliografie, e regolari inviti ai loro seminari che si tenevano un po’ in tutto il mondo. Come pure le relazioni, gli interventi, gli abstracta. Il tutto sempre e rigorosamente in latino. Stavo pensando di fare la follia di partecipare al Convegno che si sarebbe tenuto a Bruges, quando commisero un errore di gusto tipicamente americano. Mi arrivò infatti l’offerta che qui vi mostro.

Li abbandonai al loro destino, “manifesta vulgaritate”.


venerdì 2 novembre 2007

qualche verso

Qualche verso di Patrizia Cavalli, tratto da due piccoli libri editi da Einaudi:
"Poesie" e "Pigre divinità e pigra sorte"
Un po' perché sono in altre faccende affaccendata, un po' per fare un piccolo regalo a voi.
Di Patrizia Cavalli mi piace la semplicità. Lo so che è frutto di tanto lavoro per niente semplice, ma l'effetto è quello di una poesia che non si nega a nessuno. Me compresa. E quella di due versi, che ho messa per ultima, potrebbe essere la mia descrizione. Modeste.


Prima possibile, prima possibile!
Se passa troppo tempo
non c’è più il prima e non c’è più il possibile.



Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova,
l'espiazione, è questo il male.



Sto qui ci sono e faccio la mia parte.
Ma io neanche so cos’è questa mia parte.
Se lo sapessi
potrei almeno uscire dalla parte
e poi sciolta da me godermela in disparte.



L’Eden
Mi hanno mandato via?
E io me lo rifaccio.
E visto che ci sono lo miglioro.



Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall'alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.



Duro intelligere e morbido sentire,
il peggio che ci possa capitare.


giovedì 1 novembre 2007

quando è troppo, è troppo!

Non autorizzo nessuno a pensare di me che io sia una di quelle persone che odiano mostrare ai giovani la loro ignoranza, e che trovano insopportabile doverne ricevere degli insegnamenti.
Anzi. Ho sempre pensato che una delle più belle opportunità che si hanno come insegnanti sia quella di imparare da persone più giovani di noi. Si è felici in due, perché loro adorano, a ragione, poterci insegnare qualche cosa, e noi, se non siamo ottusi, afferriamo qualche cosa del mondo che ai nostri occhi potrebbe sfuggire.
Io credo, naturalmente, alla saggezza dei vecchi e degli anziani, all’esperienza maturata, alla riflessione, allo studio, alla lunga milizia del pensiero, ma le illuminazioni dei più giovani mi sembrano altrettanto preziose. Sto sempre con le orecchie dritte quando i giovani parlano, perché, cazzeggiano, è vero, spesso e volentieri- come è loro diritto e forse dovere generazionale- ma hanno sguardi nuovi sul mondo e sulle cose del mondo, introducono punti di vista che a noi annosi (termine sufficientemente ambiguo da abbracciare diverse generazioni) non si presenterebbero mai.
Adesso però si esagera! L’ho capito l’altra sera, quando il caro-al-mio-cuore Tommaso, il mio nipotino di anni tre e mezzo, mi ha indirizzata la seguente frase: No, nonna, lo faccio io che sono molto capace. Tu non sei molto capace. Gli passerete, spero, l’uso di questa aggettivazione un po’ impropria, ha appunto tre anni e mezzo. Ma, linguaggio a parte, mi ha procurato uno shock non da poco.
Il piccoletto era seduto al mio computer e manovrava il mouse con le sue minuscole mani cicciotte, costruendo complicatissimi robot di fantasia, scegliendo il tronco, la testa, le braccia e le gambe e connettendole con precisione millimetrica, armando di tutto punto, con armi diverse, le creature di sua invenzione, colorandole variamente, dotandole di movimento ed infine facendole ballare.
Io avevo appena tentato, inutilmente, di montarne uno, con l'intenzione di aiutare il piccolo sprovveduto. Invece il picccoletto mi ha trovata lenta ed impreparata, inadeguata al mezzo.
Del piccoletto bisogna dire che, se non controllato a vista, si precipita sul computer, lo accende, lancia uno dei suoi programmi preferiti e inizia a disegnare o a inseguire dinosauri o appunto a costruire robot. Sottrargli il mouse è un’ impresa. Per ora, non sapendo scrivere-anche se scalpita per imparare-non usa la posta elettronica, ma ha casualmente scoperto di Word trucchetti che credevo conoscesse solo la mia gatta Rosolina. Rosolina infatti è la vera depositaria dei segreti di Word e sono sicura che non sia la sola gatta a passeggiare delicatamente sulla tastiera creando effetti sorprendenti sullo schermo.
Immagino che presto Tommaso aprirà un blog in cui racconterà le sue esperienze di vita e forse anche i suoi ricordi. Io mi ritirerò nella mia mortificante posizione di “non molto capace” e gli regalerò il mio computer-gioiello. Addio ineziessenziali.