lunedì 19 maggio 2008

Storia della felicità /nove/felici per legge?

Personalmente mi ha sempre colpito l’idea di “diritto alla felicità” inserito in Costituzioni, Carte dei Diritti, Preamboli a testi giuridici, Dichiarazioni solenni, ecc.
Non che non veda da quali esigenze nasca, ma, ciò non ostante, mi strappa sempre un sorriso.
Quanto invece questo tema venga preso sul serio dalla riflessione generale lo dimostra anche il Convegno tenutosi proprio lo scorso fine settimana a Cava dei Tirreni e organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Il Diritto dell’Uomo alla ricerca della felicità”.
Inoltre è uscito da poco un libro “Il diritto alla felicità” di Antonio Trampus Editore Laterza, Bari.

Posso mettere una piccola chiosa? Ci sarà prima o poi la più grande rivoluzione linguistica di tutti i tempi, quella che sostituirà come definizione dell’umanità tutta, l’espressione “uomo” con “persona umana”? Fine della chiosa.


4 luglio 1776 – America: la Dichiarazione di indipendenza proclama “il diritto al perseguimento della felicità”.

1789 Francia: la Dichiarazione dei diritti parla di “felicità di tutti”

1793 Francia la Costituzione Giacobina propone, la «felicità comune» come «fine della società».
La diversa formulazione sottolinea un «bene pubblico», stabilito dallo Stato che si fa promotore, autoritario, di una rivoluzione morale.

1946- La Costituzione Giapponese proclama il “diritto alla felicità”.

Sulla differenza sostanziale tra felicità di tutti o felicità comune, e quindi tra libertà e felicità, Immanuel Kant ha detto qualche cosa di definitivo.

“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)”.

Per Kant (1724-1804) l’azione politica non può fissare un’idea di felicità e da questa farsi indirizzare, perché produrrebbe paternalismo e dispotismo. L’autorità politica non ha diritto di intervenire sulle scelte, legittime, degli individui. (1793-Sul detto comune)

Più in generale, in merito alla felicità, la posizione di Kant contiene insieme severità e incoraggiamento.
Per Kant la felicità non rientra nei piani della natura.
C’è una scelta morale da operare, o meglio una priorità da stabilire. Prima viene la virtù. Ma la virtù a volte è dolorosa. E succede che coloro che vivono la condizione di felicità (detto nel senso che aveva la parola nel 700, di soddisfazioni dei desideri, e piacere) siano privi di virtù, operino nel male, siano cattivi.
La ragione ci dice che dobbiamo sviluppare una volontà buona che non nuoccia agli altri né alla nostra virtù, ma non ci assicura che sia compatibile con la felicità.
Possiamo però sperare che, una volta resici ”meritevoli di felicità” questa sia attingibile in un futuro( che Kant non definisce).
La lezione è semplicemente... kantiana e Kant o lo si ama o.... lo si ama.

Storia della felicità/otto/ nell’epoca degli illuminismi si parla con voci diverse

De Sade (1740-1814)
“Rinuncia all’idea di un altro mondo; non c’è. Ma non rinunciare al piacere di essere felice e di procurarti la felicità in questo.”
“Nessuna voce, se non quella delle passioni, può condurvi alla felicità."


Jean Francois de Beauvoir marchese di Chastelloux (1734-1788)
“Qualsiasi autorità che non sia esercitata per la felicità di tutti può essere solo fondata sull’impostura e sulla forza”.




Jeremy Bentham (1748-1832) (commento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che prevede il diritto alla felicità ): “Semplici stupidaggini, stupidaggini retoriche, stupidaggini sui trampoli”.
Questa espressione "STUPIDAGGINI SUI TRAMPOLI" è SEMPLICEMENTE MERAVIGLIOSA.



Giacomo Girolamo Casanova (1725-1798)
“Coloro che affermano che la vita è solo una combinazione di disgrazie intendono che la vita stessa è una disgrazia. Essendo una disgrazia la morte è dunque una felicità. Tali persone non scrivono in buona salute, con la borsa piena di denaro e l’anima soddisfatta per aver tenuto tra le braccia le Cecilie e le Marine, sicuri che ve ne saranno altre in futuro. Questi uomini appartengono a una razza di pessimisti...che può essere esistita solo tra filosofi spelacchiati e teologi farabutti o atrobiliari.Se il piacere esiste e possiamo goderlo nella vita, allora la vita è la felicità. Ci sono delle disgrazie, naturalmente, e io sono il primo a saperlo. Ma l’esistenza stessa di queste disgrazie dimostra che la somma totale della felicità è maggiore.”



Jean Jaques Rousseau (1712-1778) “Si deve essere felici. Questo è lo scopo di ogni essere senziente; questo è il primo desiderio che la natura ha impresso su di noi, l’unico che non ci abbandona mai.”
“La felicità non è il piacere.”
“La felicità è una condizione duratura che non sembra essere fatta per l’uomo in questo mondo. Tutto, qui sulla terra, è preda di un flusso continuo che non permette a nulla di assumere una forma costante. Tutte le cose cambiano intorno a noi, noi stessi cambiamo e nessuno può essere sicuro di amare domani ciò che ama oggi. Tutti i nostri progetti di felicità in questa vita sono perciò vacui sogni.”

Jean Jaques Rousseau merita qualche riga in più, per almeno due ragioni.
1-Egli muove una critica al progresso che si rivelerà anticipatrice delle riflessioni del Novecento.
Rousseau sostiene che la civiltà moderna (la modernità della sua epoca!) è una civiltà innaturale, che separa l’uomo dai suoi desideri e bisogni più naturali.
La capacità dell’uomo di “autoperfezionarsi” provoca una inquietudine continua, nuovi desideri e nuove insoddisfazioni.

“Il progresso delle scienze e delle arti non ha aggiunto niente alla nostra genuina felicità.”

“Quanto più l’uomo è rimasto vicino alla sua condizione naturale, tanto minore è la differenza tra le sue facoltà e i suoi desideri, e di conseguenza tanto meno si è allontanato dall’essere felice.”

2-Per Rousseau è l’associazione politica che può aiutare l’uomo a ricostituirsi una felicità dopo aver perso quella primitiva, naturale.
A questo serve il Contratto sociale. A forgiare un uomo nuovo senza egoismo e amour propre, sostituendo “un’uguaglianza morale e giuridica a qualsiasi disuguaglianza fisica la natura possa aver imposto agli uomini.”
La ”volontà generale” sarà virtuosa e farà gli uomini felici.
Il povero Rousseau è stato abbastanza strapazzato come responsabile di tutti gli esperimenti di ingegneria sociale condotti dopo di lui e di tutte le loro tragiche conseguenze. Non sono una rousseauologa, ma ricordo bene che egli ha anche scritto:

“NESSUN GOVERNO PUO COSTRINGERE I CITTADINI A VIVERE FELICI; IL MIGLIORE E’ QUELLO CHE LI PONE NELLA CONDIZIONE DI ESSERE FELICI SE SONO RAGIONEVOLI.”
da Scritti politici UTET Torino 1970

Io lo mando assolto.

domenica 18 maggio 2008

grazie, Roma


Il campionato è finito. Vincitore ufficiale l'Inter.
Ma, a cuore aperto, debbo dirvi che io mi sento un po' più vincitrice di loro.
Per questo voglio ringraziare la mia squadra: essere arrivata dove è arrivata, malgrado tutto, (e chi segue il calcio sa di che cosa parlo quando dico "malgrado tutto"), è un risultato straordinario.
Perciò: grazie, Roma.



Per quelli che invece il calcio non lo seguono o addirittura lo hanno in odio ecco qui la poesia di un grande poeta che al calcio ne ha dedicate più d'una.

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all'altra parte vi volgete, a quella
che più nera s'accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia,
e all'erta spia.

Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per pococ ,he importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'era razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

Umberto Saba

Ombra su Ombra chiama

Ho ricevuto questo commento dal Piccolo lord. Lo giro, pari pari, alle Ombre.
Non avendo ricevuto nessun tipo di suggerimento o proposta, penso che la mia idea iniziale, integrata dal Piccolo Lord, possa essere considerata quella definitiva.
Nessuno si senta obbligato a dare un seguito al progetto, se non se la sente, però ce lo faccia sapere.

"Marina, credo sia giunto i momento di spiegare come funziona il progetto e dare l'opportunità a tutti di poterlo portare avanti, a cominciare dalla possibilità di scrivere sul blog. Mi pare che il progetto sia quello di fare dei resoconti a scadenza trimestrale (a tale proposito creerò un apposito countdown!), ma credo sia utile che ognuno possa pubblicare (ogni giorno, una volta a settimana, quando gli pare..)le dichiarazioni ritenute più rilevanti dei ministri e dei ministri-ombra di cui è l'ombra così da poter offrire la possibilità ai lettori di commentare di volta in volta.
In tal caso mi permetterei di invitare le "ombre" che già hanno deciso di aderire ad inviare il proprio indirizzo di posta elettronica a ombrasuombra@katamail.com così da poter essere inseriti tra gli autori del blog ombrasuombra.
Orsù, dunque, insediamoci!

solo una poesia


Amore semplicissimo che crede alle parole,
poiché non posso fare quello che voglio fare
non ti posso abbracciare né baciare
il mio piacere è nelle mie parole
e quando posso ti parlo d'amore.
Così seduta davanti a un bicchiere
in un posto pieno di persone
se la tua fronte si increspa veloce
io parlo ad alta voce nell'ardore
tu non mi dici fa meno rumore
che ognuno pensi pure quel che vuole
io mi avvicino sciolta di languore
e tu negli occhi hai un tenero velame
io non ti tocco, no, neanche ti sfioro
ma nel tuo corpo mi sembra di nuotare,
e il divano di quel bar salotto
quando ci alziamo sembra un letto sfatto.

Patrizia Cavalli: Pigre divinità e pigra sorte
Einaudi - 2006

sabato 17 maggio 2008

citazioni


"Se la conoscenza vi dà dei problemi, non sarà l'ignoranza a risolverli."
Isaac Asimov

La conoscenza, in effetti, può dare parecchi problemi. Crea domande nuove, insinua dubbi, mette fastidiose pulci nell'orecchio.
E l'ignoranza?
Nei nostri giorni l'ignoranza è portata con strafottenza, talvolta con arroganza, addirittura con orgoglio.
Ma, malgrado il suo strapotere, continua a non risolvere i problemi.

venerdì 16 maggio 2008

retate



BASTA CON GLI STRANIERI!! CI RENDONO XENOFOBI E RAZZISTI. PREFERIAMO RESTARE ACCOGLIENTI E TOLLERANTI.

Quello raffigurato nella vignetta di Willem è Charles Pasquà, rappresentante dell'ala più reazionaria del partito neogollista francese, Ministro degli Interni nel Governo Chirac (1986) e nel Governo Balladour (1993).

Sostituite al faccione di Pasquà quello di Maroni e la vignetta ha tutta la sua maledetta attualità.

L'autore, Bernhard Willem Holtrop, disegnatore satirico belga, (1941) è stato per anni collaboratore di Libération. Ha uno spirito corrosivo, a tratti feroce. I suoi disegni sono spesso crudeli, choccanti. Per anni ho cominciato la lettura di Libé dall' Oeil de Willem, il vero editoriale del giornale. Ecco qua la sua faccia e il suo "occhio" impietoso.

giovedì 15 maggio 2008

che le fate del giorno e gli elfi della notte siano benigni a Donnigio!

Tripudio, commozione e gratitudine!
DONNIGIO, invoco su di te tutte le benedizioni del mondo, di ogni più piccola divinità, come pure quelle semplici del cuore umano! Se davvero farai questo per me spolvererò i marciapiedi romani dove poserai il tuo passo calmo, da qui all'eternità!
baci, abbracci e ancora baci marina

per rispondere a Julo/ciò un blog/otto

...Continua dal post precedente
Per tornare al mio nome e al suo destino, che ora definirò, in un guizzo di fantasia linguistica, mortificante e lacrimevole, ho in proposito una domanda angosciante da liberare.
È mai possibile che mai, nessun musicista mai, in tutto il globo mai, si sia sentito ispirato da una Marina? Che nessun musicista abbia avuto un primo amore di nome Marina, o una compagna di vita, regolare e sacramentata o anche irregolare e clandestina, un’amante, un semplice amorino, un flirt, una passioncella, una dolce amicizia, una simpatia sentimentale, una memorabile scopata, una sveltina, tiè! Insomma una Marina qualunque nella sua vita capace e meritevole di ispirare una canzone degna di questo nome? È mai possibile? Statisticamente no, non lo è. Ne deduco che una malìa al contrario circonda il nome di Marina, un maleficio astrale, chissà. Porto, evidentemente, il più esecrato ed esecrabile nome dell’orbe terraqueo.
Un nome che si spalma su di noi marine rendendoci indegne di attenzione artistica.
Ma al destino non mi arrendo. Né a quello cinico e baro, né a quello lacrimevole e mortificante.
C’è stato infatti un momento in cui ho addirittura pensato di commisssionare una canzone ad un cantautore. Lo avevo anche identificato. Si chiamava Sergio, era il cantante di uno sconosciutissimo gruppo che allietava le serate dei “villeggianti” nel paese delle mie vacanze. Il nome del gruppo non lo ricordo più, ricordo però che lui era nato a Strangolagalli e che mi regalò una rosa rossa ed un libro di fiabe. Quanti anni avrò avuto? Perché mi regalava fiabe e rose rosse? Boh, misteri dell’altro secolo. Comunque io ero una pre-adolescente con la fissa di una canzone a mio nome e disposta a-quasi-tutto per ottenerla. Non ricordo se Sergio di Strangolagalli si rifiutò di scrivere una canzone per me o se in manca di ispirazione ci dovette rinunciare. Comunque non se ne fece niente. In un altro periodo della mia vita decisi invece che la Canzone per Marina me la sarei scritta da me. Ma evidentemente le Marine non si autoispirano neanche, perché la canzone non vide mai la luce.
Attenzione non pensate di cavarvela citandomi “La storia di Marinella” di Fabrizio De Andrè, come prova dell’esistenza di una bella canzone dedicata al mio nome. Non accetterò succedanei o surrogati. Una Marinella non è una Marina! Ve l’ho già spiegato. In più la povera sfigata festeggia la primavera scivolando nel fiume al termine del suo primo appuntamento d’amore! E poi, con tutto il rispetto e addirittura l’amore per De André, una favola l’amore lo disincarna e io voglio invece una vera canzone d’amore. Dietro si deve sentire il desiderio se no non vale.
A questo punto quindi inserirò, non una digressione, ma un appello. Non so se gli appelli vengano dalla critica considerati digressioni o interpolazioni o cos’altro, ma qui inserirò il mio appello e la critica, militante o meno, volente o nolente, se lo beccherà. Come pure l’eventuale lettore.

Pubblico appello ai musicisti della nazione.
Qualcuno scriva una canzone per marina.
Volete fare un gesto di bontà? Dedicatemi una canzone. Non a me, come persona, ma a me come rappresentante ufficiale di tutte le Marina della terra. Quanto a me, proprio me come persona, mi farete felice. Di più: colmerete un vuoto affettivo che mi prostra dalla prima adolescenza. Ve lo chiedo con gentilezza, ecco: scrivete una canzone per me. Solo allora il mio cuore troverà pace, quando sulle spiagge, intorno alle fiamme dei falò estivi, i giovani si commuoveranno cantando una canzone il cui titolo suonerà semplicemente “Dedicata a Marina”. Voglio una melodia davvero speciale, niente che sia meno che musicalmente esatto, ispirato e intenso.

Con questo appello ritengo di avere a sufficienza allungato il brodo del mio racconto, sono a pagina tredici e praticamente ho ancora tutto il mio materiale intatto. Avrete notato spero l’uso del termine ‘materiale’. Con materiale uno scrittore intende quelle tre, quattro cose che ha da dire. Ora io non sono così certa di avere quattro cose da dire e forse neanche tre, ma che siano quattro, tre, due, una, via! le ho ancora tutte nella mia testa, ancora non ve ne ho messi a parte. Questo vuol dire che, supponendovi almeno un po’ curiosi, resisterete ancora a leggermi, se non altro per poter poi dire: ma tu guarda questa, quanto l’ha fatta lunga per dire ‘sta cagata colossale! Intendiamoci io preferirei che i vostri commenti fossero di natura diversa, ma sono disposta ad accettare anche un commento così spiccio e fuori dai denti piuttosto che essere abbandonata a pagina tredici. Continua...

ciò un blog/capitolo sette

Riepilogo delle puntate precedenti: di come la nostra autrice abbia dato inizio alla corrente letteraria dei Ri-principianti, allo scopo di trasformare un blog negletto in un libro superfluo. O forse deleterio.

Oggi riprenderò semplicemente dal momento in cui ho scoperto che nessuno, ma proprio nessuno aveva registrato la presenza nel cyber spazio delle tre creature che vi avevo lasciate andare.
Questo mi confermò nella convinzione che tenere un blog comportasse zero rischi e che avrei potuto tranquillamente procedere con la confezione del mio blog autentico.
Ho fin qui tralasciato l’aspetto impaginazione e grafica del blog, per lo stesso motivo per cui anche adesso non gli dedicherò più di qualche parola: e cioè che non vedo la ragione di rivelare a voi per intero la mia goffaggine e la mia inettitudine, soprattutto dato che, bene o male, le ho superate e sono approdata al momento fatidico in cui la cornice del blog è pronta e si tratta di cominciare a nutrirlo. Perché in effetti un blog è una vera e propria creatura, silenziosa ma famelica, che reclama la sua carne fresca quotidianamente.

Era il 9 di aprile, mese in cui il mio umore, altrimenti tendente al grigio spento con oscillazioni, imperiodiche, di color crema di noccioline, si stabilizza su un bel colore roseo, che va caricandosi e accendendosi man mano che le ore di insolazione crescono fino a raggiungere nel pieno dell’estate la sua massima intensità. Si stria allora di ogni possibile tonalità arcobalenica e avvampa trionfalmente fino al solstizio di autunno, quando malinconicamente ogni tinta prende ad impallidire e il mio umore torna ad attestarsi sul suo bel grigio topo. Attestarsi è un termine improprio e, quanto meno, ambizioso. Diciamo piuttosto che le oscillazioni, capricciose, si muovono intorno ad una retta malinconicamente sbrindellata, sollevandosi talvolta verso il “chi c’è là fuori?” e ricadendo, stancamente, verso il “lasciatemi spegnere qui”.
Ma di parlarvi delle oscillazioni del mio umore non mancheranno occasioni.
Era aprile, dicevo e trovandomi in quello stato di pre-grazia, decisi che potevo consentirmi un blog intimista.
Aprii così con un piccolo post in cui introducevo quelli che sarebbero stati temi ricorrenti del mio blog: ricordare, musica, malinconia. Come vedete temi universali, con un piccolo tocco di riflessione filosofica, non troppo evidente per non spaventare un eventuale lettore refrattario alla riflessione, non troppo nascosta per attirare invece un lettore che vi fosse disponibile.
I primi giorni procedetti così, mantenendomi su un piano che mi sembrava squisitamente equilibrato. Per firmare questo blog non adottai nessun anagramma del mio nome, limitandomi ad occultare il mio cognome. Cosa che del resto, come vi sarete accorti, faccio anche ora. Circa il mio nome ho parecchie cose da recriminare. Innanzitutto la sua banalità: mi sembra inappropriata alla mia personalità scoppiettante. Ma un padre amante del mare lo trovò simbolicamente appropriato. Secondariamente è un nome che porta con sé, come diminutivo, il terribile marinella. Ora marinella fa, ovviamente, molto stabilimento balneare. Il litorale italiano è pieno di Lidi che si chiamano La Marinella. Sono per lo più lidi di second’ordine, perché quelli veramente chic hanno nomi tipo la casetta, la capannina, il retiro o qualche cosa d’altro seguito dalla parola beach. Quindi, non solo il diminutivo del mio nome fa molto stabilimento balneare, ma anche stabilimento balneare di second’ordine.
Mi sembra una ragione sufficiente per rifiutarlo decisamente.
Ma, diminutivo a parte, il mio nome ha a mio avviso altri e non inferiori handicap.
Almeno nella cultura popolare del nostro paese. È infatti legato ad una canzoncina che mi perseguita dagli anni sessanta. Marina by Rocco Granata. Ho sempre pensato che il mio nome, niente di speciale, per carità, ma neanche il più brutto della terra, fosse vittima di una congiura perniciosa, la cui prova provata era appunto l’esistenza di quella canzoncina insulsa.
Prendete il verso che dice “una ragazza mora MA carina”. Mi innervosisce. Quel MA è l’insopportabile spia di un più che scontato pregiudizio favorevole nei confronti delle ammalianti bionde. Mentre non mi consta esserci una contraddizione in termini tra l’essere carina e l’essere mora, come mi sembra inutile specificare che io sono.
Per la verità anche come mora sono insufficiente. Infatti mi si potrebbe più veritieramente definire bruna. La parola mora portando con sé, almeno al mio orecchio, un senso di capello corposo e pesante, nero fino al midollo e sensuale fino alla perdizione. Ora i miei capelli sono invece sottilissimi, aerei e svolazzanti e per nulla sensuali. Comunque nella categoria delle more non sono del tutto abusiva.
Quindi la canzonetta incriminata mi si attaglia perfettamente. Inutile far finta di niente. E infatti mi è stata ripetuta fino allo sfinimento. Qui ne riporto i, chiamiamoli così, versi.


Mi sono innamorato di Marina
Una ragazza mora ma carina
Ma lei non vuol saperne del mio amore
Cosa faro' per conquistarle il cuor
Un girono l'ho incontrata sola sola
Il cuore mi batteva mille all'ora
Quando le dissi che la volevo amare
Mi diede un bacio e l'amor sboccio'

Marina, Marina, Marina
Ti voglio al piu' presto sposar
Marina, Marina, Marina
Ti voglio al piu' presto sposar

O mia bella mora
No non mi lasciare
Non mi devi rovinare
Oh, no, no, no, no, no


L’autore non se ne dolga, non troppo almeno, ma la sua canzonetta è il parto malato di una personalità insufficientemente maturata, caratterizzata dalla massima incapacità di versificazione e da una insopportabile sordità musicale. Spero che questa mia osservazione rientri nel diritto di critica e che il signor Rocco Granata non mi quereli. Più legittimamente avrei dovuto querelarlo io, per avermi infelicitato l’adolescenza e la prima giovinezza e inseguita fino alle soglie della vecchiezza. Perché la verità è che la persistenza nel ricordo di una nazione dei motivi musicali è inversamente proporzionale al loro valore. La gente dimentica piccoli gioielli, miracoli di equilibrio, buon gusto e grazia tra testo e musica e ricorda invece ostinatamente, pervicacemente, implacabilmente canzonette prevedibili nella melodia e insignificanti nel testo. Sicché questa canzonetta è ancora presente e viva nella memoria della nazione tutta e non manca occasione di ascoltarla ancora oggi. Giorni fa’ ho dovuto abbandonare precipitosamente l’autobus su cui mi ero a forza incastrata perché dalla suoneria di un telefonino portatile è partito il tragico, sfacciato motivetto!
Sul signor Rocco Granata devo dire che non contento di aver stigmatizzato noi Marina, qualche anno dopo, implacabile, si avventò sulle Manuela. Il risultato fu meno insultante della sua prima composizione, ma comunque spiacevole. Non mi sono confrontata con nessuna Manuela in proposito, ma penso di potermi esprimere per loro. Comunque una canzone brutta come Marina secondo me ancora non ha visto la luce in questa nazione.
Ed è triste che noi “marina” non abbiamo meritato altro dall’ingegno della nazione medesima.
E qui arriviamo, finalmente, alla sostanza del mio discorso, al vero punto dolens.
Il punto dolens è che ho sempre sentito la mancanza di una vera, bella canzone dedicata al mio nome.
Una canzone per Marina mi manca, come la negazione di un diritto, come l’ingiustizia beffarda di un destino cinico e baro. Su cinico e baro voglio digredire.
È un’espressione così trita, usata, abusata, e rimasticata che andrebbe vietata per legge. Ma, nello stesso tempo, e come altre espressioni simili, tipo becero e cialtrone, è così lapidaria che farne a meno non si può. O almeno, non si può se non si ha voglia di sforzare un po’ la propria fantasia linguistica alla ricerca di un’espressione con la stessa lapidarietà ma una sua originalità. Questa voglia io non ce l’ho punto. Voi vi chiederete perché una persona che non ha fantasia linguistica, né voglia di lavorarci un po’ intorno, voglia invece scrivere un libro e nutrire anche la speranza di vederlo pubblicato. La risposta risiede nel costume di questo paese, dove, come è sotto gli occhi di tutti, si fa il senatore essendo più adatto a fare il postino e il postino essendo più adatto a fare l’attore porno e l’attore porno essendo più adatto..No, stop, qui non ci siamo, infatti l’attore porno è forse l’unico caso in cui la meritocrazia funzioni in Italia e nessuno può improvvisarsi attore porno abusivamente. Per la contraddizion che nol consente. Diciamo allora semplicemente che io sono un perfetto esempio dell’odierno costume nazionale che consiste nel voler raggiungere il successo senza aver nessuna delle qualità specifiche per il settore in cui si aspira a raggiungerlo e neanche quella volontà di impegnarsi che potrebbe riscattare la mancanza di talento. Ecco, ho sputato il rospo. Del resto già all’inizio avevo detto di me che non ho nulla da dire e che appunto per questo avevo aperto un blog. Se senza aver nulla da dire si fa legittimamente un blog, senza saper scrivere si fa legittimamente un libro. Chiaro come il sole. Anche chiaro come il sole è un’espressione priva di originalità, ma vale per questa la digressione di cui sopra. Continua...

mercoledì 14 maggio 2008

aggiornamento OMBRA SU OMBRA

Riporto le nuove adesioni al nostro progetto:
GIULIO IN CANADA (di cui non ho il link) è interessato. Segue forse una sua idea che metterà a confronto con la nostra.
Finazio è disponibile a dare una mano. Deve indicarci la sua area di interesse.
Luciano-Idefix ancora non ha indicato la sua. Lo rimbrotto qui.
Sturm und drang , presente anche quiè interessato ai temi della Giustizia che rientrano nelle sue competenze..
L'interesse di Duccio forse diventerà partecipativo?
Franca si dice disponibile ad inviarci di tanto in tanto alcune sue riflessioni
SPERO DI NON AVER DIMENTICATO NESSUNO Eventualmente protestate!

Queste invece sono le precedenti adesioni.
Giulia con L'isola sconosciuta si occuperà dell'istruzione
Tomas terrà d'occhio Chiamparino
Il Piccolo Lord sarà l'Ombra dell'Ombra Pina Picierno, ma sta anche lavorando alla grafica del blog. Anzi, andate a vedere la sua proposta di LOGO. A Mariateresa e a me piace. Fateci sapere le vostre opinioni.
Gobettiano sottolinea l'importanza di occuparsi del problema dei media e degli organi di stampa
Amalteo ha nelle politiche sociali e sanitarie il suo campo lavorativo ma sottolinea l'importanza di seguire le Riforme Costituzionali e Federalismo fiscale
Mariateresa e marina hanno già iniziato a raccogliere la documentazione sulle Pari Opportunità
PERLA suggerisce di formare dei gruppi; lei personalmente si occupa di Politiche Giovanili; compatibilmente con gli impegni lavorativi potrebbe farlo anche per noi.
Cristiana di Dicolamia si offre di occuparsi delle PR di questa iniziativa.

Intanto ho messo qualche link utile al nostroblog. Abbiamo anche un indirizzo e-mail: ombrasuombra@katamail.com
Suggeritemi tutti i link che vi sembrano necessari, anzi, se avete voglia di lavorarci fatemelo sapere (emmepi43@mclink.it) e vi trasmetto le chiavi di accesso.

E adesso entrerei un po' nel merito.
Mariateresa ed io stiamo già lavorando. In che modo?
Per ora ci limitiamo ad una rassegna stampa/archivio. Raccogliamo tutti gli interventi sia della Ministra per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, che della sua Ombra, Vittoria Franco, come pure articoli che dibattano i temi in oggetto. Prepariamo cioè il lavoro di stesura di una relazione, con commenti, che fra tre mesi, metà di settembre, pubblicheremo sul blog.
Spero che lavoriate anche tutti voi! Se volete pubblicare costantemente i commenti sul blog, potete farlo. Anzi, alimentarlo costantemente sarebbe importante. Ma su questo aspetto le vostre idee, oltre che il vostro contributo!
Se avete modi diversi di procedere, tecniche, idee, suggerimenti, consigli, insomma tutto quello che vi salta per la testa relativo al nostro progetto, fatemelo sapere.

Fermo restando che chiunque può aggiungersi in ogni momento direi che, essendosi insediato il Governo-Governo, ed anche il Governo-Ombra, dobbiamo insediarci anche noi!
Perciò, al lavoro!

DIMENTICAVO: d'ora in poi tutte le comunicazioni relative al nostro progetto le posterò anche sul nostro blog.

Gabriel Fauré, amato crudele





In un computer comprato d'occasione ho trovato un inaspettato patrimonio di musica che sto pian piano esplorando.
Poco fa sono capitata su questo pezzo di Gabriel Fauré e la cosa non può passare sotto silenzio. E' un brano del requiem che Fauré non scrisse in memoria di un defunto, come è tradizione, ma così, per suo piacere. Il brano non lo conoscevo, ma Gabriel Fauré è un vecchio amore che non si lascia dimenticare.

Gabriel Fauré, seduzione e frustrazione per me. Tra le sue composizioni c'è La Bonne Chanson, una raccolta di melodie composte sulle poesie di Verlaine.
Sono seducenti ed ingannevoli. Almeno per me. Quando Nicoletta, la mia maestra di canto, mi propose di studiarne alcune, l'idea di cantare poesie di Verlaine mi emozionò. Questo binomio, poesia e musica, era assolutamente affascinante. Mi ci tuffai con tutto l'entusiasmo e la dedizione. Ma scoprii qualche cosa sulla musica del primo Novecento che ignoravo totalmente. Quanto più sembra facile da cantare tanto più è difficile. Noterete che nell'angolo sinistro dello spartito qui riprodotto, appare un piccolo pentagramma, sul quale sono indicate le note -la più bassa e la più alta- tra cui la melodia si svolge. Le secret è compreso tra il fa basso e il sol. Nulla di impegnativo per un soprano. Dunque quale era il problema?
Il problema era, per me, nell'andamento della composizione, pensato come un corpo musicale unicum. Una specie di legatura mentale e fisica teneva insieme tutte quelle note. Il risultato doveva essere quello di un arco teso -così diceva la mia maestra- fino alla fine del pezzo.
Solo allora la corda poteva cedere e rilassarsi. Non era mica una questione di fiato, ma di surplace, da una nota si doveva entrare nell'altra come se fossero la stessa. Ma la stessa non erano! Insomma, io, bestia, spezzavo quell'arco in tensione, non riuscivo a tenerlo sempre teso e sempre con la stessa tensione. Perché il problema non era solo quello di non lasciar affievolire la tensione dell'arco -della voce- ma insieme quello di non accentuarla. Questo comportava una specie di distribuzione preventiva sul brano della propria emissione di voce, indifferente alle prese d'aria, che non dovevano alterare la tensione, ma scomparire, invece, in essa. Esserne assorbite. Così diceva Nicoletta. E io provavo e provavo e riprovavo. Ma sempre la mia voce tendeva a rinforzare su un piccolo scoglio o a rilassarsi su un passaggio di nota più facile. E si perdeva la sensazione squisita che Nicoletta perfettamente rendeva- di un unico arco di luce e di voce che si dispiegava senza una sbavatura dall'inizio alla fine, con la stessa esatta tensione e ricadeva solo all'ultima nota, "come l'arcobaleno cade all'orizzonte".
Nicoletta parlava del canto e della voce, con termini che all'inizio mi sembravano esoterici, ma di cui poi avevo imparato a comprendere il senso e l'esattezza. Comunque, anche pensando intensamente ad un arcobaleno -teso sull'orizzonte, che nasce dalla terra, progressivamente avanza senza strappi verso il suo apice e poi ridiscende nella terra- il mio filo si spezzava, qui e là cedeva, più avanti tendeva a tirare, a tendersi troppo. La mia voce non riusciva a salire sulle note come lungo quell'arcobaleno, per ridiscenderne arrivata all'ultima. Quei due brani li ho studiati per mesi! Li conosco a memoria, nota per nota, potrei scriverli sul pentagramma ad occhi chiusi. E sotto-scriverci ognuna delle sillabe che posano su ognuna di quelle note. Eppure, eppure...quei due brani non li so cantare. E' inutile girarci attorno. Li canto, certo, senza sbagli; so dove respirare e lì respiro; so dove lasciare il piano e crescere verso il forte, per poi tornare al piano, ma l'effetto unico-respiro-di-musica, l'effetto-onda, l'effetto-arcobaleno, no, quello non lo so rendere. Ogni volta Gabriel Fauré mi sconfigge e più io lo amo e più lui mi infligge mortificazioni crudeli e più io tento di sentire Verlaine come lui lo ha sentito e più lui mi respinge nel mio piccolo oscuro angolo di dilettante.
Ah, Gabriel, credevo di averti dimenticato! E tu oggi ti sei presentato a riscuotere il tuo credito di amore e di afflizione!

per anna ecco Vasco!

Guarda tu che mi tocca fare! Sputtanare un blog così raffinato con Vasco Rossi! Lo faccio solo perché sei tu! Cioè una professionista del rompipallismo.
Meno male che ci pensa Gabriel Fauré a riequilibrare il tutto!

martedì 13 maggio 2008

furto su commissione: gli U2



hei, Guga, se mi arrestano procurami un avvocato!

segnalazione

Il Piccolo Lord ha creato "un primo semplice, provvisorio logo che potete vedere qui.

http://i210.photobucket.com/albums/bb94/er88s/logo.jpg

Diteci che cosa ne pensate.

Professò/ultima ora

Quando all’inizio dell’anno al professore veniva consegnato l’orario, in genere ci si precipitava a vedere quante quinte ore ci fossero.
L’ultima ora infatti era un vero tormento, sia per gli alunni che per gli insegnanti.
La maledizione dell’ultima ora non consisteva soltanto nel fatto che spesso si perdeva il pullman e si doveva attendere un’ora il successivo, e non nel fatto che di conseguenza si arrivava a casa tardissimo. La vera maledizione della quinta ora erano i ragazzi. Stanchi, irrequieti, incapaci di concentrarsi, affamati e disinteressati.
In genere alla quinta ora leggevo per loro. Poi introdussi la dama cinese. Non è un gioco di grande difficoltà ma richiede un minimo di strategia, costringe ad immaginare la mossa dell’avversario e questo comporta una riflessione astratta, in assenza del dato sensibile. Presentandosi però come solo un gioco, i ragazzi lo accoglievano con entusiasmo. Organizzavo un piccolo torneo. Avevo solo quattro esemplari del gioco e i giocatori ruotavano. Gli altri stavano attorno e osservavano tifando.
Il primo anno mi aspettavo che prima o poi il preside, venendolo a sapere, mi vietasse questa disciplina così poco protocollare. Invece ne fu entusiasta. Era un grande giocatore di scacchi e suggerì che potessi passare dalla dama cinese alla dama tout court e infine agli scacchi. Glielo lasciai credere, ma agli scacchi non ho mai saputo giocare e oltre la dama non arrivammo mai.
Comunque la lettura restava l’attività di elezione della quinta ora. Sceglievo storie un po’ fantastiche, un po’ paurose, un po’ romantiche, un po’ avventurose.
Leggevo la prima mezz'ora e poi toccava a loro. Dovevano immaginare il seguito della storia, suggerire possibili sviluppi, fini più o meno lieti.
I maschi erano molto sintetici. In genere i personaggi morivano tutti in un battibaleno. Le ragazzine avevano molta più fantasia, qualche volta più dell’autore stesso. Un libro che ha sempre avuto un grande successo è Fontamara di Silone. Non è un libro leggero, né divertente. Ma aveva la potenza della verità e i ragazzini sulla verità non si sbagliano.
La quinta ora era anche adatta per giocare con le parole. Non ho trovato un solo ragazzino che non si divertisse a fare rime, assonanze, giochi di parola. Componevamo anche poesie. Io tracciavo un verso alla lavagna e ognuno aggiungeva una parola, una immagine. Uscivano delle poesie fantastiche. Alcune le ho ancora. Un anno le raccogliemmo in un piccolo libro. Erano così stupefatti e orgogliosi quando dicevo “Bravi, avete fatto un’assonanza”. Un’assonanza? Si sentivano importanti. In prima invece componevamo filastrocche. Partivamo da quelle della loro infanzia e le rifacevamo in chiave umoristica o, se dialettali, le traducevamo. Nella quinta ora non si scriveva. Troppo stanchi. Scrivevo solo io, su dettatura.
La quinta era anche l’ora delle storie di famiglia. Cominciavo io, raccontando qualche storia buffa della mia famiglia. Dopo un po’ era una gara. All’inizio tentai di fargliele trascrivere il giorno dopo, ma questo li privava di tutto il piacere e alla quinta ora il piacere di fare qualcosa era indispensabile.
Un’altra possibilità consisteva nell’osservare i ritratti dei personaggi che studiavamo nella storia. Cercavo nei vari libri e ne avevo sempre una collezione. Dai grandi greci fino ai protagonisti del novecento. E loro tutti intorno alla cattedra a guardare quelle facce. Scoprivano che in fondo erano uomini, belli o brutti, alti o bassi. Ne studiavano l’abbigliamento, le espressioni, le decorazioni, quando c’erano. Scoprivano anche che erano solo maschi. Donne pochissime. Le discussioni in classe fra maschi e femmine erano all’ordine del giorno. Le ragazzine avevano trovato chi le spalleggiava e le difendeva. I ragazzini erano sollevati dal fatto che li invitassi ad avere le loro paure, che non le stigmatizzassi. Ma il grande conflitto non si spegneva mai. Disprezzo dei maschi, ma disprezzo anche dalle femmine.
Alla quinta ora, portavo in classe anche qualche rivista di pettegolezzi, in genere me le dava la bidella, erano il suo passatempo quotidiano. Era uno strumento prezioso per discutere di costumi, di modi di vita. Quasi senza accorgersene. Il quotidiano, invece, non lo si leggeva in quinta ora.
Era un lavoro a parte. E complicato. Ne compravo diversi e me li sfogliavo prima. Sceglievo qualche articolo, argomenti diversi. Li leggevamo, discutevamo e alla fine per votazione decidevamo quale testata aveva raccontato meglio il fatto, con quale si sentivano più d’accordo. Gli articoli “vincitori” si ritagliavano e si incollavano su grandi cartelloni. In pratica facevamo il nostro giornale ideale.
Lavorare sui giornali era considerata cosa “moderna” ma delicata. I vari presidi passavano sempre, nell’ora in cui nel mio orario interno risultava la scritta ”lettura dei quotidiani”. Volevano assicurarsi che non facessi della propaganda, che non costituissi piccole cellule adolescenziali comuniste! Non mi passava neanche per la testa. Non ho mai nascostao una sola delle mie opinioni, ma il concetto di differenza fra opinione e verità glielo spiegavo dai primi giorni di scuola. Infatti una delle prime letture era "Esercizi di stile" di Raymond Queneau. So che può apparira assurdo parlare di stile a ragazzini che a mala pena sapevano leggere. (Anche se, attenzione, nel raccontare oralmente avevano un loro stile). Ma dello stile non mi interessavo, volevo solo che sperimentassero gli infiniti modi di vedere, prima che di narrare, un fatto. L’esperimento lo ripetevamo con piccole scenette o piccoli fatterelli, osservati nella scuola. Li raccontavamo e ri-raccontavamo. Ognuno a suo modo. L’unica regola: mai ripetere il racconto già fatto da un compagno. All’inizio era proprio impossibile per loro. Ne uscivano venticinque racconti tutti uguali. Ma alla fine dell’anno, anche Queneau sarebbe stato contento di loro! Ognuno aggiungeva un piccolo antefatto. O qualche piccola conseguenza. La realtà di un fatto banale, come il collega di matematica che era arrivato in classe con un ritardo di mezz’ora e la collega di educazione musicale che aveva dovuto badare a due classi, era smontato e rimontato e indagato in tutte le sue possibili cause e conseguenze, da venticinque punti di vista diversi. Ognuno osservava un particolare sfuggito agli altri. Avevano mille occhi e mille orecchie. Quando alla fine dicevo: -Beh, adesso scrivete la verità- era un insorgere. -Ma quale, professò?-La lezione l’avevano appresa!
Dalla verità passavamo quindi al fatto. E scoprivano che il fatto deve essere il più nudo possibile. Questo serviva nei temi. Ho sempre pensato che la vecchia regola del “rem tene, verba sequntur “ potesse essere applicata anche a dei ragazzini di scuola media.
Gli chiedevo di scrivere in pochissime righe quello che volevano raccontare. Frasi telegrafiche. Mozziconi di frase. Poi li chiamavo alla cattedra. E lì ci lavoravamo sopra. Attraverso le mie domande cominciavano ad aggiungere un po’ di aggettivi, qualche avverbio, un po’ di particolari. Si sforzavano di cambiare un po’ la forma della frase.
I presidi masticavano male, perché i compiti in classe di italiano li facevamo in due giorni. Nel primo c’era questa raccolta di elementi, nel secondo, con tutti i loro fogli di appunti e frasi sparse, dovevano ricostruire il tutto, montare il tema. Poi imparavano che questo lavoro dovevano farlo da soli, dividendo a metà le ore a disposizione per il compito. Le prime volte gliene davo quattro. Poi scendevamo a tre. Non diventavano Quintiliano, ma imparavano a mettere ordine innanzitutto nei loro pensieri e poi a dargli un ordine sulla carta.
Erano così fieri della parola metodo! -Noi abbiamo un metodo, vero professò?-
Naturalmente il metodo non era sufficiente. E, grazie al cielo, in alcuni casi era superfluo. Ho incontrato ragazzini, per i quali scrivere era una passeggiata. Di piacere. Bastava il primo compito in classe per accorgersene e loro andavano felicemente per la loro strada.
Anche io, finita la quinta ora, riprendevo la mia.

lunedì 12 maggio 2008

perché sì! suonino Clocks!

saletta privata

Stare ferma al semaforo, se non sei trasognata, è come assistere alla proiezione di un piccolo “corto” d’autore.
Una piccola ma significativa sequenza di neorealismo.
L’umanità ti passa davanti quale è.
La madre che impugna la manina del bambino e nervosa lo tira per fargli accelerare il passo; la coppia che attraversa un po’ alla cieca, continuando a discutere animatamente e si separa appena raggiunto il marciapiede opposto; il vecchio che alza la mano per trattenere l’impazienza degli automobilisti; il giovane dal passo deciso, attaccato alla sua valigetta, con l’enorme cravatta abbagliante; e, nell’incontrarsi a metà della carreggiata, nessuno guarda nessuno, ma ognuno guarda avanti verso quell’obiettivo, minuscolo ma vitale, si direbbe, fondamentale, costituito dal marciapiedi opposto. Una donna si trascina dietro il carrello della spesa; un ragazzo si riaggiusta sulle spalle lo zainetto spostato dal suo stesso peso. Pròtesi della modernità. I nostri corpi cercano estensioni perché da soli non ce la fanno più. Nessuno guarda le vetture. Avanti, dice il semaforo e l’occhio va dalla strada a quella scritta o a quella luce nel timore che diventi nemica e gli interdica il passo.
La ragazza che si sente bella guarda davanti a sé: eccomi, sono qui, sembra dire.
Il giovane agile si insinua tra gli altri corpi infastidito dalla loro lentezza.
Al centro della carreggiata i corpi che vengono dalla tua destra e quelli che vengono dalla tua sinistra si incrociano e si attraversano. Qualche volta con un po’ di impaccio, come un piccolo ingorgo corporeo. Più spesso , ogni corpo si sposta automaticamente e s’infila, come guidato da una specie di radar, nello spazio lasciato libero dall’altro corpo.
Quando il semaforo lampeggia e il “corto” si avvia alle ultime inquadrature, l’affollamento si assottiglia, si dirada, e passano, come titoli di coda, gli ultimi corpi in corsa, nelle due direzioni.
Lo schermo si pulisce infine e non fai in tempo a proiettarvi la parola Fine che dietro di te già ruggiscono i motori e suonano i clacson.


Se invece sei trasognata, stare ferma al semaforo è come assistere all’anteprima di un film di attualità, alla pellicola segnalata al Festival, all’opera prima ermetica, al piccolo gioiello simbolista.
Siamo alla pellicola onirica, o alla fiction più spericolata, al romanzo sentimentale, al piccolo apologo morale. Dipende. Ombre confuse, avvolte in un alone pastoso, senza nessuna caratterizzazione, scorrono davanti a te, nelle due direzioni; macchie sfocate di colore, dimensione, forma e consistenza diversa, ti ombreggiano la vista. Loro non guardano te, tu non vedi loro. Segui la tua storia, che si snoda su quello schermo in movimento.
Dialoghi si sviluppano nella tua testa e una musica, quasi sempre, accompagna l’azione. Lui insegue lei. Archi che impazzano.
L’eroe si trappa la freccia dal petto e rantola abbondantemente.
Loro remano in un’alba di pulviscolo dorato.
La coppia si affronta: bastardo! illusa!
Lei si specchia nel suo severo abito blù.
Ma, prima ancora che la tua storia abbia termine, o sia almeno arrivata al suo climax, lo schermo si libera delle sue fluttuanti presenze e sarà ancora l’urlo del motore alle tue spalle a strapparti alla tua fantasia, al tuo sogno, alla tua ancora di salvezza.

Le sale cinematografiche non sono abbastanza ariose per me, ma al cinema vado anche io.

domenica 11 maggio 2008

adesioni Ombra su Ombra

Riepilogo qui le quasi-adesioni al progetto.
Luciano Idefix ci farà sapere quale Ministro terrà sotto controllo
Giulia con L'isola sconosciuta potrebbe occuparsi dell'istruzione
Tomas terrà d'occhio Chiamparino
Il Piccolo Lord sarà l'Ombra dell'Ombra Pina Picierno
Gobettiano sottolinea l'importanza di occuparsi del problema dei media e degli organi di stampa
Amalteo ha nelle politiche sociali e sanitarie il suo campo lavorativo ma sottolinea l'importanza di seguire le Riforme Costituzionali e Federalismo fiscale
Mariateresa e marina sono interessate alle Pari Opportunità
PERLA suggerisce di formare dei gruppi (di Perla non ho il link)
Cristiana di Dicolamia si offre di occuparsi delle PR di questa iniziativa.
Duccio, Cristiana, Franca, Calamar, Dario ci fanno i loro auguri

Naturalmente queste sono solo prime attestazioni di interesse, vedremo se riusciremo a passare ad una fase di impegno vero.
Intanto per non farmi scippare il titolo Ombra su Ombra che, benché scherzoso, contiene il senso della proposta, ho aperto un blog.
Se il progetto andrà in porto ognuno degli aderenti potrà accedervi e lavorarvi.
Altrimenti lo trasformeremo in un blog di.... umori e malumori, maldicenze, imprecazioni, turpiloqui, scongiuri, pinzillacchere e chi più ne ha più ne metta...

essere naturali

XXI
Se potessi addentare la terra intera
e scoprirle un sapore,
sarei più felice un momento...
Ma io non sempre voglio essere felice.
Ogni tanto bisogna essere infelici
per poter essere naturali...
Non tutto è giorni di sole,
e la pioggia, quando manca da molto, la si invoca.
Per questo prendo la felicità e l'infelicità
naturalmente, come chi non trova strano
che esistano montagne e pianure,
che esistano rocce ed erba...
Quello che conta è essere naturale e calmo
nella felicità e nell'infelicità,
sentire come chi guarda,
pensare come chi cammina,
e quando si sta per morire ricordarsi che il giorno muore,
e che il tramonto è bello e bella è la notte che resta...
Così è e così sia...

da: Il guardiano di greggi di Pessoa

sabato 10 maggio 2008

sabato inquieto



"Finché si è inquieti, si può stare tranquilli"
Julien Green


Chiuso tra la sua omosessualità e il suo cattolicesimo, Julien Green non conobbe altro che inquietudine. Ne fanno fede i suoi diari (solo sfogliati, per carità, si tratta di qualche migliaio di pagine!)
E dai suoi diari viene questa citazione. Nel testo aveva a che fare con il dissidio tra il Bene e il Male, ma io penso che il suo senso possa estendersi in molte direzioni.
Buon sabato a tutti voi: che siate inquieti quel tanto che basta.

venerdì 9 maggio 2008

non scherzo più

Su come affrontare la fase politica nuova ho riflettuto ANCHE seriamente. E mi è venuta una ideuzza che vorrei sottoporre intanto ai miei lettori. Poi, se voi la troverete non proprio stupida, vorrei allargare la platea scegliendo, sempre con il vostro aiuto, la collaborazione di altri possibili bloggers.

In questi giorni si parla -e se ne approfitta per litigare persino su questo!- di Governo Ombra.
Io mi sono detta che forse noi, in prima persona, potremmo organizzare un Governo Ombra. Ognuno di noi potrebbe scegliere un Ministro, -e relativo Ministero- da seguire nella sua pratica di Governo, facendogli le pulci. Sarebbe forse il caso di seguire ANCHE il relativo Ministro Ombra del PD. Per fare le pulci anche all'opposizione, per vedere se e quale e quanta opposizione viene davvero fatta in Parlamento.
Si tratterebbe di tenere il mondo blog aggiornato sull'azione del Governo in quel settore e dell' azione dell'opposizione. Potremmo addirittura elaborare nostre proposte alternative e farle girare.
Mi rendo conto che è un lavoro impegnativo, ma potremmo creare dei gruppi di lavoro e riferire a scadenze, che so, trimestrali.

Vi invito a rifletterci su e a farmi arrivare i vostri commenti.
Grazie.

remare contro

Rispondo con un po’ di ritardo -di cui mi scuso- all’invito di Giulia ad indicare TRE PRECAUZIONI che prenderò per superare i prossimi cinque anni di governo di destra.

Posso sintetizzarle così: remerò contro.

Non intendo collaborare con il Governo in carica, perciò:

1-contrarrò in modo drastico i miei consumi. Ne ho già informato mio marito che mi ha subito chiesto, preoccupato: Anche quelli alimentari? Ho confermato, contrarrò anche quelli alimentari. Il che servirà anche ad evitare che, annegando nel cibo la mia disperazione di donna di sinistra, io sacrifichi la mia linea alla linea politica del Governo.

2-Non prenderò più taxi. I tassinari romani, quanto di più sguaiato e corporativo esista sotto il sole di Roma, non vedranno più un euro da me. I loro caroselli per l’elezione di, con rispetto parlando, Alemanno, spero gli restino in gola.

3-Mi fidanzerò con Willem Dafoe, che vive nel mio quartiere.Anche di questo ho informato mio marito che mi ha fatto i suoi auguri e mi ha anche rassicurata circa le mie possibilità di sedurre un uomo di dodici anni più giovane di me. “Sembri la figlia”, ha detto testualmente.
Con tale viatico nulla mi fermerà.


Naturalmente userò della televisione con molta parsimonia per non dover assistere a spettacoli emetici e mi godrò le gioie non inquinate dell’amicizia, della lettura, degli affetti, dei blog e della scrittura.
Circa la scrittura sto meditando di entrare nel mio terzo periodo, quello erotico.
Basta con la riflessione morale, basta con il racconto realistico, è tempo dell’eros.

Ah, sì, mi iscriverò anche ad una santerìa, possibilmente cubana. Le macumbe per veder estinguersi, in senso proprio o figurato, chi ci governa, diventeranno per me pratica corrente.
Per il resto seguirò l’ispirazione del momento. E naturalmente vi terrò al corrente.

giovedì 8 maggio 2008

figlia di mezzo/nove/genetica

Per molti anni dopo la morte del Comandante la figlia di mezzo continuò a temere che un giorno uno sconosciuto fratello o una sconosciuta sorella potessero bussare alla sua porta, rivendicando un posto nella sua vita e alterando la trama già critica dei suoi ricordi familiari.
Né valeva a tranquillizzarla la convinzione delle sue sorelle che il Comandante sapesse, con ogni evidenza, prudentemente gestire la sua vita sessuale.
Cominciava a rilassarsi e a scherzare anche lei sulle storie infinite del grande cacciatore, quando una sera su un tram semivuoto notò un uomo che ostinatamente la fissava. Di almeno una decina di anni più giovane di lei, aveva gli occhi dello stesso identico colore nocciola di quelli del Comandante. Paralizzata, la figlia di mezzo non riusciva a distogliere i suoi, mentre si sforzava di verificarvi la presenza di rivelatrici pagliuzze dorate.
Gettatasi dunque dal tram e vistasi inseguita, la figlia di mezzo decise di affrontare quel fratello che infine compariva a rivendicare la sua parte di amore e di ricordi paterni. Mai equivoco era stato più completo.
Poiché il giovane uomo, a lei geneticamente estraneo, si limitò a rivolgerle
un complimento e un invito, la figlia di mezzo, il cui cuore era ormai tutta una piroetta di sollievo, decise di festeggiare con lui la mancata agnizione.
E precipitando il malcapitato ammiratore nella più totale confusione, volle offrirgli ad ogni costo un bicchiere di prosecco, con il quale innalzò un brindisi alla definitiva conferma del suo stato di figlia di mezzo.

Solo molto più tardi la figlia di mezzo si chiese perché non sapesse più riconoscere né credere allo sguardo di ammirazione di un uomo.

mercoledì 7 maggio 2008

yours, sincerely

Quanto costa la sincerità? Ha mercato la sincerità?
Si paga a grammi? A ore? Ad once?
È corretto dire: un carato di sincerità? O è meglio restare nel vago? e dire: un po'. O nell'iperbolico? E promettere: Tutta intera la mia sincerità.

Se la sincerità è mia e ne porgo una buona dose a qualcuno, quanto mi verrà pagata?
Ma: mi verrà pagata? O sarò io a doverla pagare?

Vogliamo la sincerità?
O quando diciamo: "Sii sincero!" quello che davvero vogliamo dire è: "Ingannami, ti prego, ma fa' in modo che io non me ne accorga."?
Quando qualcuno mi dice: sii sincera, io -che stavo tranquillamente per dire aperto il mio pensiero- rallento, m'impantano, segno il passo. Tento di tornare alla mia primitiva spontaneità, ma sento che ormai mi è stata sottratta, che quell'appello -così accorato- voleva appunto darmi il tempo di considerare i pro ed i contro di una risposta sincera.
Succede che alla fine io, risolutamente, menta. Non per vero desiderio di mentire; non per ingannare, ma per rispondere all'inespresso -o espresso fin troppo chiaramente- desiderio dell'interrogante.

Per le menzogne raramente si paga dazio.
Vogliamo essere ingannati come bambini spauriti, molto più che edotti come adulti ragionevoli.

Chi ci vuol bene, spesso mente per noi. Ci nega la sua sincerità come se ci offrisse il suo cuore tutto intero.
La verità, comunque, non ha niente a che fare con la sincerità.
La sincerità può essere menzognera. Infatti la mia risposta non è infallibile.
La mia buona fede può ingannare me e l'altro.
Può esserci molta più verità in una menzogna che nella più schietta delle dichiarazioni.

Io amo la verità.
Ma preferisco di gran lunga la sincerità.
Offrimi il tuo errore, sinceramente, con cuore leggero e libero. Non importa se si tratta appunto di un errore.
L'errore sincero è certo miglior cemento tra di noi che una verità senza desiderio di essere sinceri.

E la bugia? Ha qualcosa a che fare la bugia, con la sincerità?
Se ti voglio molto bene e ti dico una bugia; se ti riparo -da me stessa, talvolta- non sono forse, molto più sincera con te, nel darti amore e protezione, che se ti dicessi il vero?
Non vado in cerca di sofismi.
Ma mi chiedo se la sincerità sia materia del dire o del sentire.

Di entrambe, forse. O dovrei dire: di entrambe, certo.

Io preferisco la verità alla più lustra delle bugie.
Questo è vero. Questo è sinceramente vero.
Ma quando dentro di me spero che tu -che l'altro- sia sincero con me, in realtà io spero che la sua sincerità vada nella direzione del mio desiderio; che produca quella sola, solissima proposizione che può farmi felice.

Eppure, quando la proposizione che arriva mi addolora, quando il cuore si contrae per la delusione, se sento, forte, la tua sincerità, un velo di consolazione lenisce il mio rammarico; la tua sincerità, come un medicamento, cura il mio cuore.

Io sono una persona sincera.
Lo sono restando umana.
Non sono, cioè, abituata a mentire; mentire non è mai la mia prima scelta; il mio primo istinto è quello di lasciare libera la mia mente e la mia parola.
Ma mento, come tutti, se ne ravviso la necessità.

Una persona sincera, io credo, non è una persona che non mente mai, ma una persona che mente solo su richiesta.
Vi assicuro, non è un alibi. Una tortuosa giustificazione per le mie eventuali menzogne passate, presenti e future.

A me non spiace -non fino in fondo- pagare per la mia sincerità.
Anche in questo caso, l'eventuale scotto è lenito da quel sentimento di libertà e quasi placidezza che si prova nell'essere sinceri.
Però vorrei sapere, ecco: quanto costa?
Forse, se conoscessi prima il costo della mia sincerità, sarei meno sincera.
Forse.

C'è stata una proposizione che ho pronunciato a 24 anni -a ventiquattro anni- una proposizione sincera, con la leggerezza, la spontaneità, l'allegria addirittura che la sincerità procura.
Nessuno mi aveva avvertita, prima, circa il costo di quella proposizione sincera.
Così l'ho pagata molti miliardi, a rate pesanti, persino un po' troppo alte per le mie finanze psicologiche, per una durata di anni, di decine di anni.
La rimpiango?
Ho mai rimpianto di aver detto, sinceramente, quella proposizione?
No, davvero, no.
Questo non solo per dirvi quanto io tenga alla sincerità, ma anche per dirvi quanto io sia caparbia.

Io non tengo alla sincerità come principio morale.
Io tengo alla sincerità come libertà.
Mentire mi impaccia.
Mi fa sentire prigioniera di colui cui debbo mentire.
Ce l'ho sempre un po', con coloro ai quali mento.
"Lasciatemi dunque in pace! -vorrei dire loro- perché mi avete messo in condizione di dovervi mentire?"

Non mento mai a lungo.
Dopo un po' mi stufo.
Provo un moto di ribellione verso il provocatore di insincerità.
Insomma, lasciami libera! mi vien voglia di dirgli.
Se non sei capace, se non tolleri, se non sai affrontare, se insomma, non mi consenti la mia sincerità io ti detesto e te la servirò ugualmente!

Che sollievo, quando posso tornare alla mia sincerità!
Tutto ciò non ha nulla a che fare con il senso di colpa.

È tutt'altra cosa.
Il senso di colpa -sentimento rozzo, disse quello- non ruota attorno all'insincerità.
Pascola, e voracemente, in altri pascoli.
La menzogna non mi fa sentire colpevole.
Perché l'insincerità non è mai veramente mia.
Nasce da costrizione.
Mi lede.
Lede me.
E mi fa incazzare.

Immagino che queste righe siano piene di contraddizioni.
Questo accade non perché io non sia buona loica, ma perché circa la sincerità e la menzogna siamo tutti un po' contraddittori.
Ma ditemi: sono contraddittoria? Siate sinceri!

yours, sincerely
marina

martedì 6 maggio 2008

segnalazione

Una sola storia e due memorie
Questo è un post di cui c'è bisogno. Spezza tutta una oscurità ipocrita e rimette le cose al loro posto.
Un grazie ad Amalteo.

due popoli/due stati


Ho letto in una manciata di ore “Contro il fanatismo” di Amos Oz. (Gerusalemme 1939, scrittore israeliano tra i più attivi nel movimento per la pace tra Israeliani e Palestinesi. Ha scritto saggi e bellissimi romanzi)
Il libro raccoglie tre interventi dello scrittore all’Università di Tubinga nel 2002. E’ un libro piccolo ed importante.
Scritto con la semplicità che solo uno scritore vero possiede e con l’animo spassionato che solo un grande appassionato può tirar fuori da se stesso di fronte alla necessità.

Il libro è edito da Feltrinelli, costa solo euro 4,50 e consiglio a tutti di leggerlo e di diffonderlo. Non lo faccio per scaricarmi la coscienza del fatto che sto per saccheggiarlo, ma perché contiene una lezione che non è MAI SUPERFLUA.

Cedo la parola ad Amos Oz.



"Nel 1948 centinaia di migliata di pa¬lestinesi persero le loro case. So bene che nello stes¬so anno, durante la stessa guerra, quasi un milione di ebrei orientali dei paesi arabi persero anche loro la casa e molti di loro vennero cacciati via e arriva¬rono in Israele, e un buon numero di loro finì in quel¬le stesse case che erano appartenute agli arabi pale¬stinesi. Quei profughi-sopravvissuti che venivano dall'Iraq, dal Nord Africa e dall'Egitto, Siria e Ye¬men - dopo tre, quattro, cinque anni trascorsi nei campi di transito, ebbero finalmente una casa e un lavoro, mentre i profughi palestinesi no. La questio¬ne rimane aperta, e con dolore. In veste di narrato¬re, di romanziere, non posso fare a meno di vedere che non è una storia nero su bianco. Niente buoni da una parte e cattivi dall'altra. Non è un film we¬stern, e nemmeno un western capovolto. Benché qui in Europa molto spesso, davvero molto spesso, in¬contro persone impazienti, sempre ansiose di sape¬re per ogni storia, per ogni scontro, chi siano i "buo¬ni" e chi i "cattivi", chi va appoggiato e chi va preso di mira con la protesta... E invece la mia percezione, la mia esperienza formativa, mi dicono che nel con¬flitto fra ebrei israeliani e arabi palestinesi non ci so¬no "buoni" e "cattivi". C'è una tragedia: il contrasto fra un diritto e l'altro. L'ho già detto talmente tante volte, da meritarmi il titolo di "traditore patentato" agli occhi di molti miei connazionali ebrei israeliani. Al tempo stesso, non sono mai riuscito a "soddisfiare" pienamente i miei amici arabi, in parte perché considerano la mia posizione non suffìcientemente radicale, non pro-palestinese e pro-araba militante. In effetti, mi sento a casa in questa atmosfera di ambivalenza."


"D.H. Lawrence, un giorno disse che per scri¬vere un romanzo bisogna essere capaci di assumersi una mezza dozzina di conflitti e sentimenti contraddittori e opinioni, con lo stesso grado di convinzio¬ne, veemenza ed empatia. Allora forse sono equi¬paggiato un po' meglio degli altri per capire, con il mio punto di vista ebraico-israeliano, come ci si sen¬te a essere un palestinese sradicato, come ci si sente a essere un arabo palestinese cui degli "alieni di un altro pianeta" hanno portato via la terra natale. E co¬me ci si sente a essere coloni israeliani in Cisgiordania. Sì, talvolta m'infilo nei panni di quella gente ol¬tranzista, o quanto meno ci provo. Il che forse mi dà il diritto di alzare la voce e criticare."

"Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d’Europa, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato con la stessa donna da quarantadue anni: rivendico un briciolo di competenza, in fatto di compromessi. Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada. Comunque non esistono compromessi felici: un compromesso felice è una contraddizione. Un ossimoro."


"Veniamo ora al cupo ruolo dei fanatici e del fanatismo nel conflitto fra Israele e Palestina, Israele e gran parte del mondo arabo. Il conflitto israelo-palestinese non è affatto una guerra civile fra due segmenti della stessa popolazione o dello stesso popolo o di una stessa cultura. Non è un conflitto interno, bensì internazionale. Per fortuna è un conflitto internazionale, più semplice da risolvere di quelli interni, così come delle guerre religiose, delle lotte di classe e delle battaglie sui valori. Ho detto "più semplice", non ho detto "semplice". La lotta fra ebrei israeliani e arabi palestinesi non è di fatto una guerra di religione, benché fanatici su entrambi i fronti stiano cercando di renderla tale. Di fatto non è altro che un conflitto territoriale sulla dolente questione del "a chi appartiene questa terra?". Per ora dirò soltanto che questo è un conflitto fra un diritto e l'altro, fra due vigorose e convincenti rivendicazioni sullo stesso piccolo paese. Non una guerra religiosa, nemmeno una guerra fra culture, non un disaccordo fra due tradizioni, ma semplicemente una disputa immobiliare sulla proprietà dello stabile. Sono convinto che si possa arrivare a una soluzione."


"I palestinesi sono in Palestina perché la Palestina è la patria, l'unica patria del popolo palestinese. Allo stesso modo in cui l'Olanda è la patria degli olandesi, o la Svezia degli svedesi. Gli ebrei israeliani sono in Israele perché non esiste altro paese al mondo che gli ebrei, in quanto popolo, in quanto nazione, abbiano mai potuto chiamare "casa". In quanto individui sì, ma non come popolo, come nazione. I palestinesi hanno loro malgrado cercato di vivere in altri paesi arabi. Sono stati respinti, talvolta persino umiliati e perseguitati dalla cosiddetta "famiglia araba". Nel modo più doloroso, sono diventati consapevoli della loro "palestinesità": sono stati malvoluti come libanesi, siriani, egiziani, iracheni. Hanno imparato brutalmente che sono palestinesi e che questo è l’ unico paese sul quale possono contare. Stranamente, il popolo ebraico è come se avesse un'esperienza storica parallela a quella del popolo palestinese. Gli ebrei sono stati espulsi dall'Europa, i miei genitori sono stati letteralmente cacciati dall'Europa circa settant'anni fa. Così come i palestinesi sono stati cacciati dapprima dalla Palestina e poi da tutti i paesi arabi, o quasi. Quando mio padre era ragazzino in Polonia, le vie d'Europa erano coperte di scritte quali "Ebrei, andatevene in Palestina" quando non di formule ancora meno gentili quali "Maledetti ebrei, tornatevene in Palestina". Quando mio padre è tornato in Europa, circa cinquant'anni dopo, i muri erano coperti di "Ebrei, fuori dalla Palestina".

"Per molti anni sono stato molto critico verso il movimento nazionale palestinese. Per motivi in parte storici in parte no.Ma sono stato critico verso il movimento nazionale palestinese soprattutto per il fatto che questo ha mancato di riconoscere l’autenticità del legame ebraico con la terra di Isarele. Perché non ha voluto riconoscere che il moderno Israele non è affatto un prodotto dell’impresa coloniale; o quanto meno l’ha riconosciuto e non l’ha detto al proprio popolo.Parimenti aggiungo subito che sono altrettanto critico verso le generazioni di sionisti israeliani che hanno mancato di riconoscere l’esistenza di un popolo palestinese, un popolo vero con veri, legittimi diritti. Così, entrambe le leadership, tanto passate che presenti, sono colpevoli di non aver compreso la tragedia, o se non altro di non averla spiegata ai rispettivi popoli."

"Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti."


Non c'è niente da aggiungere, mi sembra.
I Governi sono spesso la rovina dei popoli di cui dicono di curare gli interessi.

lunedì 5 maggio 2008

in chi sperare


Qualche breve nota su Maxie Wander:
Nasce a Vienna nel 1933 e nel '58 si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, seguendo con entusiasmo i suoi ideali messi a durissima prova dalla vita nel paese del socialismo reale. Con Christa Wolf cerca nuove forme di espressione delle donne in letteratura. Deve affrontare il dolore della perdita di una figlia ancora bambina e, in seguito, battersi contro un tumore che la ucciderà a soli 44 anni.
Ha scritto un libro, "Ciao, Bella", che cerco da anni, senza fortuna.
Il brano che riporto qui è tratto da "Una vita preziosa" e/o editrice, Roma -1987, una raccolta, a cura del marito, delle sue lettere e dei suoi diari.

Spero che non concentrerete la vostra attenzione sulla citazione del nome di Lenin. Ma, piuttosto,che vi serviate di queste poche righe come stimolo per pensare a tutti quelli che danno speranza a voi.
A me piace molto il modo con cui Maxie mette insieme i suoi affetti familiari e grandi figure del presente o del passato.
In effetti è questo il rapporto che spesso ci unisce ai grandi, una familiarità fatta di affetto e riconoscenza.

E adesso, la parola a Maxie:
"Io ho sbagliato decisamente molte cose fondamentali, ma ce n'è una di cui sono quasi orgogliosa, che non perdo mai la speranza, mi rialzo ogni volta e mi dico: gli uomini ce la faranno, impareranno a dare forma alla propria vita.

Chi mi dà questa speranza? Suksin, mio padre, Peter, Fred, la tua Jula, Lenin, Gesù, Christa Wolf, Tilman Furmiss di Berlino Ovest, Ingmar Bergman, David Oistrach, il nostro vasaio, Evi con il suo Harry, Lao Tse, Romain Rolland, Chagall, Heinrich Boll, Albert Schwietzer, Doris, l'infermiera del nostro reparto, i nostri amici Draer di Parigi, Michelangelo, Ajmatov...potrei riempire sette pagine di nomi!"

Io aggiungerò, per ora, il nome di Maxie Wander. E, sulla linea tracciata da Maxie -la commistione- quello di Tommyboy.

domenica 4 maggio 2008

avere l'ardire di scrivere


"Avere l'ardire di scrivere!
Si ha, dico io, il diritto di scrivere perché altre persone hanno bisogno di resoconti dal mondo interiore e, se questi resoconti venissero a mancare per lungo tempo, sarebbero condotte alla pazzia dalla loro vita caotica."
Henry Miller

sabato 3 maggio 2008

indicibile evento di luce

Vado a Tarquinia e siccome porterò un piccolo saluto a Cardarelli, vi lascio qui qualche sua poesia.
In una parla proprio del cimitero dove oggi lo saluterò.
"Alto su rupe,
battuto dai venti,
un cimitero frondeggia:
cristiana oasi nel Tartaro etrusco."

Alla sua terra Vincenzo Cardarelli ha dedicato molte poesie. Pur essendone fuggito a 17 anni, per vagabondare solitario ed irrequieto, la portò dentro di sé come nostalgia, rimorso e tormento. La sua infanzia e la sua fanciullezza furono misere, dolorose, difficili. Tentò di trasformarle miticamente. Poeticamente vi riuscì, creando un mondo fantastico che ha la persistenza delle leggende antiche. Ma psicologicamente non superò mai il trauma di una madre povera girovaga e di un padre terribile per la sua severità, di uno stato di abbandono nell'incolto, né quello di un ambiente paesano che lo derise e lo respinse.

Ma per prima voglio riportare questa "Ritratto", perché il professore di fisica che mi interrogò all' esame di maturità -e che evidentemente coltivava anche la poesia- nel liberarmi con un generosissimo sei mi chiamò appunto "indicibile evento di luce". Se permettete, non è un complimento che si dimentica!
Ritratto

Esiste una bocca scolpita,
un volto d'angiolo chiaro e ambiguo,
una opulenta creatura pallida
dai denti di perla,
dal passo spedito,
esiste il suo sorriso,
aereo, dubbio, lampante,
come un indicibile evento di luce.


Passaggio notturno

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch'io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m'investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M'è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch'io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.

Ricordare fu uno dei temi della sua poesia, e del ricordo parlò come di una condanna senza la quale la vita stessa non è possibile. "I ricordi, queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo...)

Spiragli

Che cosa mi colpisce oramai!
Un velo d'ombra di mare
sui monti lontani,
un lembo di nuvola tutelare.
Ma basta levare la testa.
Le cose non stanno che a ricordare.
Piano piano i minuti vissuti,
fedelmente li ritroveremo.
Coraggio, guardiamo.

Un altro tema che torna è quello del distacco. Non solo dalla sua terra, dagli affetti familiari o amicali, ma da donne che sempre vengono abbandonate o abbandonano, o si incontrano un attimo sulla soglia di momenti che subito si richiudono.

Incontro in circolare.
Alta, bruna, fiancuta,
sotto un soprabito disadorno,
la bella ragazza confusa
nella misera folla
d'una vettura circolare interna,
pareva sorda ad ogni affanno.
Ferma sul corridoio, un po' appartata,
le sue gambe di statua
sostenevano gli urti
come un solido ponte un fiume in piena.
Non gloria in lei spirava,
non frenesia di vita o giovinezza,
ma una decisa e forte indifferenza
luceva nei suoi occhi assorti e aguzzi.
Era di quelle
romane bellezze
che son rare anche a Roma,
dove mai non s'incontrano
senza un muto stupore.
Era un grande segreto
della vita di Roma
che m'appariva in luogo men propizio,
nella forma più degna.
Donde veniva, ove andava
la bella romana chiomata
di lucidi e ricci capelli?
Quale mestiere o cura attribuirle?
Spostandosi verso l'uscio
trovò qualuno con cui discorrere
famigliarmente.
E mi volgeva le spalle
alte com'ali tese.
Al Colosseo discese leggermente,
scomparendo ai miei occhi, oimé, per sempre.

venerdì 2 maggio 2008

meglio bastardi che mai


Mino Maccari (1898/1989), è una di quelle figure fatte apposta per affascinarmi. Perché era un po’ di tutto. Giornalista, scrittore, incisore, disegnatore, editore, pittore. E, cosa che me lo rende particolarmente simpatico, grande satirico, col pennello e con la penna. Ha sbeffeggiato, deriso e ridicolizzato un secolo di vita italiana.
Non potendo avere uno dei suoi quadri -bellissimi- mi tengo stretto un suo minuscolo libretto da cui ho tratto qualche passo.
“Con irriverenza parlando”. il Mulino, Bologna -1993

La famosa frase “Ho poche idee ma confuse” è sua. La cita Flaiano, che fu suo grande amico, in Diario Notturno. (Un divertimento senza pari è leggere i due libri alternandoli. Sembra quasi di vederli ridere insieme, dandosi di gomito.)

ERA FEROCE COL MONDO DELLE ARTI:
Modigliani è un gentile pittore che a Parigi fa molto onore.
Se a Livorno fosse restato, avrebbe fatto l’impiegato.

Capovolgi il quadro di De Chirico e raddrizza quello di De Pisis.

Non sapendo dipingere, si valeva del suo colore politico.

Non preocuparti di appurare se il tuo De Chirico è vero o falso: non ha nessuna importanza.

Non comprar quadri astratti: fatteli da te.

Giorgio Bassani tiene una conferenza a Padova convinto di trovarsi a Ferrara. Gli ascoltatori lo applaudono convinti che l'oratore sia Moravia.

Il pianista Benedetti Michelangeli si presenta con un'ora di ritardo al concerto nel teatro dello Zodiaco di Roma. La Contessa Pecci Blunt, proprietaria del Teatro, gli chiede scusa anche a nome del pubblico per averlo atteso tanto.


TOCCAVA VERTICI INSUPERABILI QUANDO SI ESPRIMEVA NEL PIÙ PURO ASSURDO:
Se i denti ostacolano il bacio, togliteli.

In caso di pericolo respirare forte stringendo le dita dei piedi fra le mani.

Metti soltanto l’indice nel naso. Il pollice va riservato per le grandi occasioni.

Prova a tener su le braghe con la cravatta: è comodo.

Se sei un uomo, non baciare mai le mani ad un uomo; se sei una donna fa' come ti pare.

L’ananasso è buono allo spiedo, ma l’onanismo va saltato in padella.

Brucia le unghie senza tagliarle, avrai una curiosa sensazione.

RIDEVA DEL SESSO MA A MODO SUO:
Se desideri un’avventura senza conseguenze, accertati di essere impotente.

Fotti, e non parole.

Toccatevi sempre, non ve ne pentirete mai.

Scegli un letto a due pazze se vuoi divertirti.


IL PARADOSSO ERA UNA SFIDA.
E fu così che io persi la sua verginità.

Signora, nulla è finito fra di noi.


CONOSCEVA MOLTO BENE IL CARATTERE NAZIONALE
I meno dotati sono sempre i più attivi. Il nulla li rende leggeri, mobili e pronti a innumerevoli iniziative.

Viaggia in seconda e fatti rimborsare la prima.

Ricordati di rinnovare le tessere dei partiti.

Bisogna rubarne molti
per essere assolti.

Fingiti straniero, sarai rispettato.

Viene abolito il barbaro tiro al piccione per ragioni di moralità: si è assodato, infatti, che i piccioni vi partecipavano a sedere scoperto.


SULLA POLITICA BASTEREBBERO QUESTE:
E’ uno dei nostri, evitalo.

La gente scaltra
da una carica passa all'altra

Dagli pure il voto ma non la mano.

Non odiare i preti: non tutti sono democristiani.

Un pugno di uomini indecisi a tutto.

Non partecipare a Marce.

(Maccari aveva partecipato a 20 anni, alla Marcia su Roma.)


QUESTA L’ HO SCELTA PER ME:
Sei donna? E che vuoi di più?

UNA CHE PUÒ TORNAR UTILE IN QUESTO PERIODO:
Consolati: nel Cinquecento gli Italiani erano diversi; nel Trecento tutta un’altra cosa.

giovedì 1 maggio 2008

autocitazione

Il nuovo Sindaco: "Armeremo i Vigili Urbani!"

Non posso fare a meno di pensare che, se il Vigile con cui ebbi un movimentato scontro, fosse stato armato, probabilmente a quest'ora sarei stecchita.

canzone d'amore alla sinistra

Leggo, denti e cuore stretto, alcune analisi sulle storiche sconfitte della sinistra. Una sfilza! Alla fine mormoro, tra me e me, un verso di Jaques Brel: Ci vuole del talento per diventare vecchi senza essere adulti.

E così mi è venuta l'idea, oggi Primo Maggio, di postare la bellissima canzone che contiene quel verso. La dedico alla sinistra italiana.






Bien sûr, nous eûmes des orages
Vingt ans d`amour, c`est l`amour fol
Mille fois tu pris ton bagage
Mille fois je pris mon envol
Et chaque meuble se souvient
Dans cette chambre sans berceau
Des éclats des vieilles tempêtes
Plus rien ne ressemblait à rien
Tu avais perdu le goût de l`eau
Et moi celui de la conquête

Mais mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l`aube claire jusqu`à la fin du jour
Je t`aime encore tu sais je t`aime

Moi, je sais tous tes sortilèges
Tu sais tous mes envoûtements
Tu m`as gardé de pièges en pièges
Je t`ai perdue de temps en temps
Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien que le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes


Oh, mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l`aube claire jusqu`à la fin du jour
Je t`aime encore, tu sais, je t`aime

Et plus le temps nous fait cortège
Et plus le temps nous fait tourment
Mais n`est-ce pas le pire piège
Que vivre en paix pour des amants
Bien sûr tu pleures un peu moins tôt
Je me déchire un peu plus tard
Nous protégeons moins nos mystères
On laisse moins faire le hasard
On se méfie du fil de l`eau
Mais c`est toujours la tendre guerre

Oh, mon amour...
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l`aube claire jusqu`à la fin du jour
Je t`aime encore tu sais je t`aime.


Certo avemmo delle burrasche/vent'anni d'amore alla follia
mille volte hai preso i tuoi bagagli/mille volte me ne sono andato io
ed ogni mobile/in questa stanza senza una culla
ricorda i fulmini delle vecchie tempeste
niente più aveva un senso/tu avevi perso il gusto dell'acqa
e io quello della conquista

oh amore mio
mio dolce tenero meraviglioso amore
dall'alba chiara fino al tramonto
lo sai io t'amo ancora

Io conosco tutti i tuoi sortilegi/tu sai tutte le mie magie
tu mi hai tenuto attraverso tutte le trappole/io ti ho perduto ogni tanto
naturalmente tu hai avuto qualche amante/dovevi pur passare il tempo
bisogna pure che il corpo esulti
e abbiamo avuto bisogno di un bel po' di talento
per divenrtare vecchi senza essere adulti
oh mon amour...

e più il tempo ci gira intorno/e più il tempo ci tormenta
ma la cosa peggiore per due amanti/non è stare in pace?
adesso piangi più raramente/ed io mi struggo sempre un po' più tardi
difendiamo meno i nostri segreti/lasciamo meno fare al caso
diffidiamo della corrente/ma è sempre la stessa tenera guerra
oh mon amour