lunedì 12 gennaio 2009

questo post è il numero 1001!

Io mi domando e dico: 
è possibile considerare ancora amici due soggetti che vi inviano da Londra una cartolina come questa?

Hanno un bello scriverci dietro le più affettuose parole: lo sfregio resta!


Userò comunque la più costipata faccia della Gran Bretagna per sbrigare rapidamente questo delicato passaggio: entrare nel secondo migliaio di post del mio blog.

Grazie a Mariateresa e Francesco per l'ineffabile dono e a tutti voi per avermi accompagnata fino a qui. marina

quanto è bella la musica?


Quanto sono belli i musicisti! Tutti, tutti belli, anche quando sono brutti e hanno facce storte e corpi sgraziati. Quanto sono belli i musicisti, quando stanno nella musica e la sentono nella testa e nelle braccia e nelle gambe e nelle gole. Con gli occhi chiusi o spalancati, feroci, teneri o perduti. Quanto sono belli i musicisti quando si danno il tempo l'uno con l'altro con un cenno della testa o contano, uno, due, tre e imbracciano la chitarra o sospendono le mani sui piano e poi le posano decisi. Quanto sono belli i musicisti che sputano l'anima tra i denti nelle loro trombe e nei loro sax, o la soffiano nei loro flauti. Quanto sono belli i musicisti quando non riescono a tener ferme le spalle né le gambe e guardano davanti a sé ma forse non vedono nessuno. Quanto sono belli i musicisti quando fanno musica insieme. Sono belli i musicisti, donne uomini giovani e vecchi. Con le limpide voci dei trent'anni e quelle consumate dalla vita, e fanno di sì con la testa mentre seguono la musica o fanno di no per accompagnarne il ritmo e dicono sì alla musica e dicono "no, non voglio smettere, perché è questo che voglio dalla vita, è solo la musica, è cantare e suonare e stare con chi mi capisce, capisce il mio bisogno e la mia febbre". Sono belli i musicisti quando si allontanano da noi nelle loro astronavi sonore e mentre suonano vanno da qualche parte che sanno solo loro e noi lo sentiamo e lo capiamo e siamo appesi alle loro voci e ai loro suoni, timorosi che smettano. Quanto sono belli i musicisti. M'incantano i musicisti e in verità io li amo, messaggeri di un ineffabile che è tale qualunque musica facciano. Perché il ritmo è la vita, la melodia è il tempo che ci accompagna e se Bach è la perfezione che ci assoggetta, una canzone è la nostra speranza e il nostro pianto e se Mozart ci convince a dire sì all'esistenza che ci consuma, una canzone accompagna tutti i nostri minuti istanti. Quanto sono belli i musicisti che spaccano il tempo sulle loro batterie e percuotono i nostri cuori sui loro tamburi. Quanto sono belli i musicisti che lanciano le voci dei loro violini verso i cieli e le raccolgono nelle loro palme. Sono belli i musicisti, amorosi con i loro strumenti, che li abbracciano e li sfiorano e li accarezzano e li insultano. Come è bella la loro bellezza e preziosa la loro esistenza. E la musica, quanto è bella la musica?

Senza la musica la vita sarebbe un errore
Friedrich Wilhelm Nietzsche



domenica 11 gennaio 2009

dedicato all'amore



Amore che vieni amore che vai

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai

venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai

ricordando Fabrizio De André







La guerra di Piero

Fabrizio de André  -1969-

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era d' inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
e il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chieder perdono per ogni peccato
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi il fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.




ricordando insieme Fabrizio De André e Luigi Tenco



Preghiera in gennaio

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

* De André la scrisse in memoria di Luigi Tenco, suo grande amcio, morto nel 1967.



Luigi Tenco e Fabrizio De André in concerto.

sabato 10 gennaio 2009

a caso


Margherita Guidacci (1921-1992)
Le poesie 
Edizioni Le lettere
Firenze, 1999

La sabbia e l'angelo (1964)


XIX
Le foci dei fiumi sono sorgenti del mare ed il mare è sorgente
Di nubi, e le nubi sorgenti di sorgenti. Così in sicuri
Anelli intorno a noi si muovono spazio e tempo
Finché domini l'eterno immutabile.

XX
Ahimé il silenzio ed i freddi cieli e la prima
Ora di notte, che alla terra più non appartiene!
Figure invisibili tu indovini dietro i vetri,
Poiché questo è tempo dei morti;
Anche le tue mani si fanno d'aria ed il tuo volto dilegua.

XXI
Ogni morte contiene in sé tutta la morte della terra.
Perciò morendo saprai
Il pesce buttato a riva nella notte d'uragano,
E l'arso albero, e la belva atterrata dalla fame,
E il riposo dei popoli distrutti
Sotto le sabbie dei loro regni dimenticati.

venerdì 9 gennaio 2009

segnalazioni/doppia segnalazione

A Webmaster: ho perduto il blog di out! Che fine ha fatto?

a 71789: se hai un nuovo blog me lo dai l'indirizzo?

grazie a Tobino


Questa notte stavo leggendo Le libere donne di Magliano, di Mario Tobino, un libro che volevo leggere da anni e che mi è stato appena regalato. Il libro è del 1953 e non è di agevole lettura perché è scritto con una lingua lirica, molto mossa, con un sapore arcaico per costruzioni, lessico e persino per grafia.( Esempio piccolissimo: al posto di "ormai" Tobino scrive "mai" e lì per lì si resta disorientati.) E' una lingua però affascinantissima. E il libro è interessantissimo e molto particolare. E' una specie di diario tenuto da Tobino, psichiatra prima che scrittore e poeta, negli anni in cui diresse il manicomio di Maggiano, a pochi passi da Lucca (che nel libro diventa Magliano). E' un libro molto bello, di grande valore letterario e sociale. I "matti" vi compaiono come creature umane e non come mostri. Tobino non nasconde le sue sensazioni, le sue emozioni, le sue paure. Il libro è sempre "caldo" di affetti.
"Scrissi questo libro per dimostrare che i matti sono creature degne d'amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà", scrive Tobino nel 1964, alla ristampa. Nel frattempo sono entrati nei manicomi gli psicofarmaci che egli considera strumenti preziosi ma insufficienti. In quei dieci anni Tobino passa attraverso momenti di scoraggiato pessimismo in cui si chiede addirittura se i malati non fossero più felici prima quando venivano semplicemente lasciati ai loro deliri. Ma riafferma la sua intenzione di armarsi di "critica e di speranza" insieme "se no cambiamo mestiere e disputiamoci con volgare furbizia il commercio nel mercato."
Questo libro si ripubblica -scrive Tobino nella prefazione-" per domandare ai sani se non sia giunto il tempo di aiutare chi è sulla soglia, in bilico se rientrare nel mondo o invece ripiombare nella caverna. Per i sani è giunto il momento di fare il loro dovere verso i folli."

Lo stavo leggendo quando sono arrivata ad una piccolissima frase "Sono un poco fuggito".
Tobino racconta di aver sognato durante la notte il volto "della malata Rosi" i cui occhi "sono mostruosi perché non esprimono nulla". Nel sonno tentava di cacciare quel volto, ma continuamente esso riappariva." Ciò fino a stamani. E me ne ero dimenticato quando, attraversando il reparto di vigilanza, me lo sono rivisto davanti in carne ed ossa che mi voleva parlare. SONO UN POCO FUGGITO."

L'espressione mi ha fatto sorridere, ma di tenerezza. Quel "un poco" che vuole attenuare il disagio di essere fuggito. Quella confessione spontanea eppure timorosa. Quelle quattro parole mi hanno toccata, ci ho sentito tutta la sua umanità.

E mi hanno anche fatto pensare.

Ci sono volte in cui fuggiamo. Fuggiamo e basta. Da responsabilità, da doveri, da colpe, da rapporti, da situazioni. Fuggiamo, senza mezzi termini.

E ci sono volte in cui "un poco fuggiamo". In cui ci sottraiamo temporaneamente, a qualche cosa che ci fa paura, magari oscuramente, in cui ci proteggiamo per lo spazio di un momento o di un'ora, e nel fuggire sentiamo il disagio di questa nostra sottrazione ma nello stesso tempo non ci condanniamo definitivamente, perché sappiamo, la nostra mente, il nostro cuore o qualsiasi altra cosa ci guidi, sa che possiamo farlo, in quel momento, perché quella piccola distanza, in quel momento, ci serve.

Tobino non dà seguito all'episodio. Esso viene riassorbito nello scorrere delle stagioni. La frase successiva, dopo uno spazio bianco, dice: "E' venuto di nuovo l'autunno. Dalla finestra si odono per il vento frusciare i rami. Già è notte presto. Il manicomio senza la distrazione dell'estate, torna evidente, vivo, mio dominatore."

Nel manicomio "suo dominatore" Tobino ha vissuto 25 anni. E talvolta "un poco" è fuggito.


Ieri mattina sull'autobus anche io "un poco sono fuggita". Tobino nella sua grande umanità mi ha detto che si può. O almeno, io così ho letto le sue parole, come se fossero dirette a me.
Questo è quello che intendo quando dico che in ogni libro c'è almeno una frase importante per almeno un lettore.

giovedì 8 gennaio 2009

DOVENDO scegliere


Ogni tanto mi succede, e mi è successo ieri sera, di dover spiegare a qualcuno che salta su o si infiamma per una mia frase: Guarda che scherzavo! 

Beh, capirete da voi che quando si è costretti a informare qualcuno che si sta scherzando lo scherzo ne esce umiliato e la comunicazione muore lì. O comunque agonizza. E per quanto mi riguarda l'incontro con quella persona risulta azzoppato. Io mi trovo nella sgradevole posizione di dover controllare il mio spirito ironico (ed autoironico, lo sa chi mi conosce), di dover misurare le parole perché quello che dirò, tutto quello che dirò, verrà preso tremendamente sul serio. Anche quando sarà fatto di levità e sorriso.

Questo mi indispone. Confesso, mi indispone e mi scoraggia. Per la precisione mi fa cadere entrambe le braccia.

Se fosse possibile una definizione univoca delle personalità umane -e facendo finta che lo sia- direi che fra una persona intelligente e cattiva ed una intelligente e buona, mi terrei ben stretta la seconda. E' fin troppo ovvio.

Fra una persona stupida ed una cattiva, a parità di bontà, preferisco avere a che fare con quella cattiva. Quella stupida avrà tutto il mio affetto ma sospetto che possa fare, anche con le sue buone intenzioni, più danni.

La combinazione stupidità e cattiveria è potenzialmente una bomba. Si salvi chi può.

Ma in assoluto e senza eccezioni, le persone prive di senso dell'umorismo sono, a mio avviso,  la rovina del genere umano. Buone o cattive, stupide o intelligenti che siano.
Infatti di persone intelligenti ma refrattarie all'umorismo ce n'è a bizzeffe, come ho potuto constatare recentemente.
Beh, tenetemele lontane. 

Naturalmente per molti di voi io sarò la stupida o la cattiva o entrambe le cose.
Va da sé e non mi preoccupa, è nelle cose lo scambio di giudizi ingenerosi, purché, insisto, io sia al riparo da  quelle prive di senso dell'umorismo. 
Inutile dire che invece non potrete darmi della persona priva di senso dell'umorismo perché questo, ai miei occhi, vi qualificherà immediatamente come persone sorde all'umorismo stesso.
Immodeste dixit.

P.S. Indovinate dove occorrono le faccette sorridenti, dette emoticon.

mercoledì 7 gennaio 2009

a fatica, su Gaza





Su Gaza potrei tacere e sarebbe la cosa più semplice.
Ma tacere mi riesce difficile, lo confesso.
Allora potrei lanciarmi in una invettiva o in un accorato compianto.
Ma, è così che la vivo, mi sembra un modo a buon mercato di vivere la tragica storia di Gaza.
Metterei me ed i miei sentimenti in primo piano.
Sempre, quando terribili tragedie colpiscono degli esseri umani innocenti, io provo questo senso di sospetto nei miei confronti e mi impongo il silenzio. Non voglio usare il dolore altrui per scaricare la mia emotività.
Mi sembra una mancanza di rispetto.
Ci tengo però a dire che dolore e rabbia e persino odio percorrono anche me.
Ma sento il dovere di tenerli per me. Aggiungo anche che non sempre ci riesco.
Inoltre, benché il mio blog sia una piccola, insignificante voce nel mare della informazione del mondo, io sento il dovere di pesare ogni parola e di far prevalere la parte, no, non dirò migliore, ma più avvertita di me.
Se anche una sola persona mi leggesse, questa sola persona meriterebbe, secondo me, esclusivamente parole meditate su Gaza.

Dice Franca, alla quale mi lega affetto e stima: Non si può essere equidistanti.
Io rispondo: si deve.
E mi spiego.

Noi possiamo parlare di questo terribile conflitto avendo in mente i Governi (o, parlando del Popolo Palestinese, le Autorità) che prendono le decisioni. (E da qui le chiamerò entrambe Autorità).
Oppure possiamo farlo pensando ai due popoli.

Io lo farò in entrambi i sensi.
Ma separatamente. Perché per me separare i popoli dai loro Rappresentanti ufficiali è fondamentale. E' doveroso. Ed è, semplicemente, giusto.

Procederò attraverso domande.


La prima è una domanda che faccio a me stessa.
C'è qualche cosa che io, che ognuno di noi possa fare per quei due popoli? Perché quella guerra terribile termini infine?

La prima risposta è di impotenza. No, non c'è niente che io possa fare.
Ma poi, riflettendo, mi correggo, perché in questa, come in ogni altra questione politica, il contributo del singolo, benché piccolo, esiste.
Ed è lo stesso, sempre: contribuire alla formazione di un senso comune, di una sensibilità comune, alla formazione della opinione pubblica.

Lo facciamo più o meno coscientemente quando discutiamo sugli autobus, nei bar, nei negozi, intorno alle tavole o sui divani. Diciamo il nostro pensiero, appassionatamente o spassionatamente, iniettiamo il nostro pensiero nelle menti degli altri, che fanno lo stesso con noi. E forse ognuno tornerà a casa con il proprio inscalfibile pensiero nella propria testa, ma forse qualche piccolo mutamento interverrà nell'uno o nell'altro dei pensieri che si sono confrontati.
Il germe di una riflessione.

Ebbene, io non voglio, per nessuna ragione, contribuire ad accrescere l'odio, che è il sentimento prevalente in questa terribile storia. Io non voglio iniettare odio.
Perché, secondo me, l'odio, in questa vicenda, è l'ostacolo maggiore sulla strada della pace. L'odio, questo sentimento fascinoso che sempre ci perde e al quale è così difficile per noi umani sottrarci.

Lo è anche per me. Ma poiché io capisco razionalmente che l'odio è l'ostacolo maggiore non intendo contribuire neanche con una sillaba ad alimentarlo.

E penso che chi ha veramente a cuore la sorte del popolo Palestinese e la sicurezza del popolo israeliano, debba sentire il dovere morale di non alimentare questo odio.

Io ho a cuore entrambe le cose.
Sono equidistante: sì, quando si tratta dei popoli, io sono equidistante.
Perché penso, da semplice essere umano, che entrambi i popoli, la gente comune, in cuor suo voglia semplicemente vivere in pace. Non la Pace con la a maiuscola, ma la semplice modesta pace di tutti i giorni. Alzarsi al mattino, portare a scuola i propri figli, andare al lavoro, progettare un futuro. Io credo che i semplici desideri del cuore umano appartengano ad entrambi i popoli, alla gente comune di entrambi i popoli. Del popolo più fortunato, come del popolo più sfortunato. 

Penso anche che però, in entrambi i popoli, vi siano persone che preferiscono l'odio e la violenza e la morte e la rovina. Persone che preferiscono alimentare l'odio e che vivono bene in uno stato di guerra continua, perché si alimentano di questo motore e trovano realizzazione alla loro natura in questo odio. Perché sono fanatici.
E nel loro fanatismo sono disposti a sacrificare vite altrui e la propria.

Queste persone sono presenti in entrambi i popoli. Ma io credo che essi siano una minoranza e che le madri, i padri, i ragazzini, se liberati dalla loro paura e dal loro odio, desiderino solamente vivere la loro vita e cercare di migliorarla, per sè e per il loro paese.

I loro paesi. Sappiamo tutti che cosa significa questa frase. Significa che entrambi i popoli hanno diritto ad un loro paese, che nessuno dei due può disconoscere l'esistenza dell'altro o considerarlo un ingombro nel mondo e un ostacolo da spazzare via.

E ora vorrei passare alla seconda, duplice domanda, anche se retorica, almeno secondo me.
C'è anche un solo politico israeliano che possa credere seriamente che conducendo operazioni come questa su Gaza, denominata "Piombo fuso", possa ottenere per il proprio popolo la sicurezza? Perché è questo che promettono al popolo israeliano: "Li spazzeremo via dalla carta geografica e dopo vivrete in pace."
Io non lo credo. Credo che sappiano benissimo che non riusciranno ad uccidere tutti i Palestinesi e che questi riprenderanno la loro lotta, ancora e ancora, con sempre maggiore odio. Per un po', forse, non riusciranno a reagire, ma tenacemente riapriranno i tunnel da cui ricevere armi e nuovi kamikaze verranno reclutati ed addestrati e porteranno ancora morte e dolore e rovina nel popolo israeliano.
I governanti israeliani LO SANNO.


E c'è anche un solo dirigente di Hamas che possa seriamente credere che spazzerà via gli Israeliani definitivamente? Che cancellerà Israle dalla carta geografica? Che sparando i suoi razzi otterrà per i Palestinesi quel paese cui aspirano?
Eppure è questo che Hamas proclama e promette. "Ne uccideremo sempre di più e Israele non esisterà più e voi vivrete tranquilli sulla vostra terra."
Invece Israele avrà le sue vittime che accresceranno il suo odio e non esiterà ad usare tutta la sua forza militare nei confronti del popolo palestinese e porterà morte, dolore e rovina in quel popolo dove morte, rovina e dolore sono già pane quotidiano.
Questo Hamas LO SA.

Ma entrambe le Autorità puntano solo a consolidare il loro potere e ad estenderlo.
Il Governo Israeliano inganna il suo popolo, per garantirsi un nuovo e allargato successo elettorale. E Hamas inganna il suo popolo per allargare il consenso intorno a sé ed ottenere appoggio e simpatia anche al di fuori della striscia di Gaza, in Cisgiordania e nei campi profughi fuori della Palestina, per diventare il solo rappresentante del popolo Palestinese.

Entrambi per il Potere, semplicemente. A cui si sacrificano vite.
Il Governo israeliano sentendosi cinicamente forte del fatto che è incomparabilmente meglio armato, e agguerrito e che le vittime della sua parte saranno sempre un numero ridicolmente inferiore (se ci può essere qualche cosa di ridicolo in un numero di vittime) al numero di vittime Palestinesi.
Hamas calcolando cinicamente che ogni morto innocente del suo popolo produrrà nuovi combattenti, giovani superstiti che andranno ad accrescere le sue fila.

La terza domanda.
Ma come mai queste Autorità riescono a convincere i loro popoli?
Come è possibile che essi si lascino ingannare così?
Perché li seguono?

Perché sono disperati e non credono più in un altro futuro. E hanno bisogno di credere che esista una soluzione rapida al loro eterno problema.
E perché sono colmi di odio. E di paura.
E i Governanti alimentano e incrementano e nutrono costantemente questo odio e questa paura.
E soffiare sull'odio è tecnica facile, la più facile che ci sia.
Perché l'odio è un sentimento facile, rozzo, banale.
Esso ci permette di liberarci in una vampa sola delle nostre responsabilità, dei nostri errori, delle nostre colpe. E delle nostre impotenze. Non ci chiede di analizzare, di esaminare, di sperimentare, di modificare qualche cosa in noi stessi.

Quando un conflitto è in atto, tra una voce che esorta il popolo a sopire il proprio rancore e ad allentare la propria paura del nemico ed una voce che esalta le sue paure e lo esorta ad odiare ancora di più il nemico, la seconda ha buone, anzi ottime probabilità di essere ascoltata.
Anche se questo appello non porterà nessun risultato.
Per questo, secondo me, le Autorità hanno la responsabilità più grave, perché, COSCIENTEMENTE, usano i sentimenti peggiori e più autodistruttivi dei loro popoli, per il loro potere.

C'è un'altra domanda ancora da porre: ma queste Autorità, in questa vicenda, come si stanno comportando? Una delle due si regola peggio?
Si può essere equidistanti verso queste due Autorità?
La domanda, lo vedete da voi, è priva di enfasi. Usa una formulazione ampia e abbastanza generica. Così la volevo, così mi sono imposta di formularla.
E senza enfasi rispondo: No, non si può essere equidistanti. E non si deve.
E non aggiungo altro, non perché mi diverta ad usare le forme retoriche dell'eufemismo, della reticenza o della diminutio, ma perché voglio che neanche una mia sillaba alimenti l'odio.
Ce n'è voluta, ma forse -forse-ce l'ho fatta.
Spero.

Non ho necessariamente ragione ma mi sforzo di usare la mia ragione.






fare lo sgambetto...

Giorni fa scherzando sara-guccia mi ha dato della sovversiva e questo mi ha indotta a ricordare...

"Tu sei sovversiva, ma non eversiva" disse.
Ed io, confesso, dovetti ricorrere al vocabolario per apprezzare la differenza.
Ma il vocabolario non mi aiutò. Non quello di italiano. Vi trovai solo che si poteva essere sovversivi in un senso più ampio che eversivi, in un senso che non si limitava all'azione politica. Ma lui, lui parlava proprio di azione politica.
Così andai alla fonte, al latino. Ma, anche lì, non trovai una risposta chiara.
Le cose che si potevano e-vertere o sub-vertere erano sostanzialmente le stesse.
C'era una sola, piccola differenza e a quella mi attaccai: sub-vertere poteva significare, oltre che "abbattere, atterrare, rovesciare, e rimuovere dalle fondamenta" come il fratello e-vertere, anche "far inciampare".
Ripensando al tono con cui aveva detto "sei sovversiva, ma non eversiva" -un tono indulgente, che significava: "non è colpa tua, se sei fatta così"-gli chiesi chiarimenti.
Mi confermò che la sottile differenza non l'avrei trovata sui vocabolari, ma solo nel linguaggio politico dei militanti cui lui faceva riferimento.
La sintetizzò così: "Tu non prepareresti una rivoluzione, ma se scoppiasse vi parteciperesti".
Corressi quell'analisi: "Non potrei cospirare, ma parteciperei ad una sommossa di popolo, se ne condividessi il fine."
"E' la stessa cosa", disse.
Obiettai ancora: "No, il cospiratore non è il popolo".
"Il cospiratore è un'avanguardia" disse.
"Spesso l'avanguardia non ha il popolo dietro", replicai. "Pensa a Pisacane, al 1799 a Napoli."
Si infastidì. "Il popolo segue l'avanguardia se l'avanguardia si muove per il popolo. Tu stai parlando di rivoluzioni borghesi"
"Ma il cospiratore che diritto ha di agire violentemente, in nome del popolo? E come fa a sapere quello che vuole il popolo?" chiesi.
"L'avanguardia", disse, "legge la volontà del popolo."
"E se sbaglia a leggere?" insistetti.
"Ecco", e chiuse il cerchio: "Questa conversazione dimostra che sei sovversiva, ma non eversiva". Non aggiunse "Peggio per te", ma mi sembrò implicito.

Lasciai perdere. Il rigore logico che lo assisteva in ogni discussione di qualunque tema si trattasse, sembrava dissolversi quando si toccava quello cruciale della rivoluzione. La credeva imminente, era disposto a prepararla.
Un anno dopo ancora ripensavo a quella sottile differenza, in forza della quale lui era in prigione ed io conducevo la mia solita vita.
Non fatevi strane idee: sto parlando di un uomo buono, giusto, generoso, straordinariamente intelligente. Non ha mai fatto male ad alcuno. Ma era eversivo, lui.

Comunque -ci sono persone che cambiano il nostro vocabolario, oltre che la topografia della nostra città- da allora osservo che compio piccoli atti sovversivi.
Atti che non mi porteranno in galera, ma che tendono a "far inciampare" meccanismi, organizzazioni, e iter consolidati.
Ne faccio un solo esempio. Quando si tratta di scrivere una lettera -di chiarimento, protesta, domanda- ad una amministrazione o ente, o società- io mi rifiuto di scrivere usando le formule solite, gli standard già pronti del linguaggio burocratico .
E spesso, invece di scrivere: All'attenzione di...Mi rivolgo a voi per...Con la presente chiedo che...Distinti saluti... eccetera -lo conoscete tutti il burocratese, no?-scrivo qualcosa del tipo: "Cara Enel, perché mi hai addebitato due volte il secondo bimestre? Sappi che non te lo pagherò. Fammi sapere come intendi regolarti.
ciao, marina

Mio marito dice: Sei pazza e sorride divertito.
Anche l'impiegato Enel sicuramente si dice: Questa è pazza.
Invece no: sono sovversiva.
Del resto, lui l'aveva detto.





martedì 6 gennaio 2009

segnalibro/tre

Eccomi tornata allo scrittore afgano  Atiq Rahimi e al suo libro "Syngué sabour-Pierre de patience", vincitore del Goncourt.




In farsi Syngué vuol dire pazienza e sabour pietra. Nella mitologia persiana la pietra della pazienza è una pietra magica sulla quale ognuno può riversare il racconto dei propri dolori, delle proprie sofferenze e disgrazie. La pietra della pazienza accoglie le confessioni che non possono essere fatte a nessun altro. Essa  ascolta e assorbe come una spugna i segreti che le sono affidati, finché un giorno, colma, esplode. Quel giorno infine saremo liberi.

Il libro mette in scena un dialogo ad una voce sola. In una camera spoglia di una città in cui bande rivali si fanno la guerra, tra colpi di fucili, saccheggi, fame e paura -un Afghanistan mai nominato- una donna, di cui non sappiamo neanche il nome, parla a ciò che resta del marito.
Un corpo senza parvenza di vita tranne un respiro regolare; con una pallottola nel cervello, immobile, senza sguardo né voce. Un corpo disteso che lei accudisce, lava, nutre con una flebo di fortuna, mentre gli parla continuamente. La donna alterna il suo monologo con la recita del rosario con i 99 nomi di Allah, giorno e notte. E  muove i suoi rimproveri al marito che ha scelto le armi come suo destino e che alle armi ha sacrificato lei, le figlie, ogni altro sentimento. E piano piano riversa sull'uomo, come su una pietra di pazienza, il racconto della sua vita soffocata, delle offese che ha ricevuto come bambina, come giovane donna e poi moglie e madre. E racconta al marito tutte le piccole e le grandi astuzie cui ha dovuto ricorrere per salvarsi dalle leggi spietate della religione e della società, per sopravvivere e far vivere le sue figlie stesse.
Passano i giorni, scendono le notti e la donna parla e parla. La sua è una confessione ed una liberazione. La donna si convince che poiché per la prima volta può parlare al suo uomo di sé, poiché per la prima volta egli è obbligato ad ascoltarla, dopo, tutto sarà diverso. Dopo, quando l'uomo verrà guarito da Allah, non sarà più lo stesso, feroce e indifferente, violento e crudele, ma finalmente comprenderà i sentimenti della moglie, i suoi desideri, le sue paure, i suoi bisogni. E lascia che anche i segreti più inconfessabili della sua vita di donna si riversino sull'uomo divenuto per lei la sua pietra di pazienza, il testimone muto della sua confessione.

Il racconto sembra un testo teatrale, con una scena fissa: la stanza vuota, il materasso a terra su cui l'uomo giace immobile e una finestra dietro la quale il cielo si schiarisce e si abbuia. 
Ma dai ricordi emergono le figure che hanno segnato la vita della donna, il padre violento, la suocera crudele, la zia amatissima, il suocero saggio.
Nella stanza fanno la loro comparsa anche dei combattenti per la fede, in cerca di bottino e portano con sé fanatismo, violenza, disperazione. Ma sono come fantasmi e quando escono la donna riprende ogni volta il suo dialogo con il corpo del marito. 
La pietra di pazienza esploderà infine...
Il libro è scritto in una lingua spoglia come la stanza, che trae la sua forza dalla meticolosa ripetizione dei piccoli particolari e che batte su di noi come il respiro dell'uomo.

Il libro è bello ma doloroso. Doloroso ma bello.


lunedì 5 gennaio 2009

cifre

Gaza ha una popolazione di 1.500.000 abitanti di cui poco più del 50% sono bambini.
Non lo dico io, sono i dati ufficiali di tutti gli organismi internazionali.

Ho sentito poco fa alla BBC un medico norvegese che lavora in un ospedale a Gaza dichiarare, con uno sguardo di fuoco, che il 45% dei feriti che gli arrivano sono donne e bambini e che il 25% dei morti sono bambini. 


Sul sito gaza-sderot,  i due amici -il Palestinese e l'Israeliano- tacciono: Hopeman da Sderot tace da venerdì e da Gaza Peaceman tace da sabato.


Segnalo il bel post di Cristiana

la pietra di pazienza

Ho appena terminato di leggere "Syngué Sabour - Pierre de Patience" di Atiq Rahimi, edito da P.O.L. che ha vinto il Premio Goncourt 2008.
Atiq Rahimi è uno scrittore afgano nato a Kabul nel 1962 e da molti anni rifugiato in Francia. Questo è il suo primo libro in francese. Le sue prime opere, scritte in farsi, sono state tradotte anche in italiano e le ha pubblicate Einaudi. Sempre presso Einaudi è attesa per la prossima primavera la traduzione di "Pierre de patience".

Ma prima di parlare del libro voglio parlarvi di Nadia Anjuman Herawi, una giovanissima poetessa afgana, morta nel 2005 ad Herat, a soli 25 anni, per le percosse subite da parte del marito. E' in sua memoria che Rahimi ha scritto il suo libro.
Perché era stata percossa Nadia? In effetti la domanda è di quelle che non si debbono porre, perché qualunque risposta è una risposta sbagliata. Questa particolare risposta sbagliata è che Nadia aveva osato leggere in pubblico alcune delle sue poesie, tratte dalla sua raccolta Gul-e-dodi, Fiore rosso scuro.
Nadia era una giovane donna che ha creduto a quello che noi vogliamo credere. E cioè che sconfitti -per altro limitatamente- i talebani, la condizione della donna in Afghanistan abbia finalmente raggiunto un livello di minima civiltà.
Entrò quindi a far parte del circolo delle poetesse di Herat. Qui tre volte alla settimana giovani scrittrici si incontravano, fingendo di seguire dei corsi di cucito mentre seguivano invece lezioni di letteratura. Anche il marito era un letterato. Un uomo di cultura. Ma non ha sopportato che la moglie, mamma di una bambina di pochi mesi, lo disonorasse recitando in pubblico poesie d'amore.
E l'ha selvaggiamente assassinata. Ora nega di averla uccisa ma ribadisce di essere stato disonorato dalla raccolta di poesie della moglie. Chi conosce anche poco la tradizione poetica di origine iraniana sa che l'amore che si canta è spesso l'amore mistico e che, con l'eccezione di Farough Farroukhzad, il corpo non trova posto nella poesia d'amore.
Questo non significa che se le poesie fossero state erotiche Nadia avrebbe meritato le percosse selvagge che il marito le ha inferto, ma che il livello di insofferenza della società patriarcale afgana nei confronti delle libertà femminili è ancora altissimo.



Io spero che le poesie di Nadia Anjuman vengano tradotte in italiano. Per ora riportoqualche verso nella versione inglese ad opera di un'altra poetessa, l'irano-americana Mahnaz Badihian.

I am caged in this corner
Full of melancholy and sorrow.
My wings are closed and I cannot fly...


Sono ingabbiata in questo angolo
Piena di malinconia e di tristezza.
Le mie ali sono chiuse e io non posso volare...


e ancora:

What should I do with a trapped wing?
Which does not let me fly.
I have been silent for too long,
But I never forget the melody,
Since every moment I whisper.
The songs from my heart,
Reminding myself of
A day I will break the cage.



Che cosa dovrei fare con un'ala tarpata?
lei m'impedisce di volare.
Troppo a lungo sono stata in silenzio
ma non ho mai dimenticato la melodia.
E ad ogni istante bisbiglio
le canzoni del mio cuore
e memoro a me stessa
il giorno in cui romperò la gabbia.

In entrambe le poesie tornano le ali spezzate e la gabbia.


Il sito del Centro studi Ettore Luccini di Padova*, ha ospitato, per sensibilità democratica, un omaggio di poetesse italiane a Nadia Anjuman "Elegia per Nadia Anjuman" edito da Carta e Penna e curato da Cristina Contili e Ines Scarparolo.




Per leggere alcune delle poesie di Nadia in inglese  http://www.thehypertexts.com/Nadia_Anjuman_Poet_Poetry_Picture_Bio.htm
Numerose notizie su Nadia si trovano in Internet su siti in lingua inglese.


Nota: mi scuso, ma arrivata a questo punto penso che dedicherò ad Atiq Rahimi il prossimo post che il suo libro ampiamente merita.


*Il centro Studi è "orgogliosamente, l'Archivio Storico e la Biblioteca del movimento operaio, contadino e popolare veneto."





domenica 4 gennaio 2009

segnalazione vanitosa

Ringrazio Guccia per avermi assegnato il Premio Dardos che viene attribuito ai blog "che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali."
Sottolineo per i distratti che è la seconda volta che mi viene attribuito!
Ma anche questa volta, per non far torto a nessuno, lo incasso e mi fermo lì.

parole e musica da Buenos Aires

Carlos Gardel "Buenos Aires"








Buenos Aires di Jorge Luis Borges

Y la ciudad, ahora, es como un plano
De mis humillaciones y fracasos;
Desde esa puerta he visto los ocasos
Y ante ese màrmol he aguardado en vano.
Aquì el incierto ayer y el hoy distinto
Me han deparado los comunes casos
De toda suerte humana; aquì mis pasos
Urden su incalculable laberinto.
Aquì la tarde cenicienta espera
El fruto que le debe la mañana;
Aquì mi sombra en la no menos vana
Sombra final se perderà, ligera.
No nos une el amor sino el espanto;
Serà por eso que la quiero tanto.


traduzione di Livio Bacchi Wilcock:

E la città, adesso, è come una mappa
delle mie umiliazioni e fallimenti;
da quella porta ho visto i tramonti
e davanti a quel marmo ho aspettato invano.
Qui l'incerto ieri e l'oggi diverso
mi hanno offerto i comuni casi
di ogni sorte umana; qui i miei passi
ordiscono il loro incalcolabile labirinto.
Qui la sera cenerognola aspetta
il frutto che le deve il mattino;
qui la mia ombra nella non meno vana
ombra finale si perderà, leggera.
Non ci unisce l'amore ma lo spavento;
sarà per questo che l'amo tanto.

sabato 3 gennaio 2009

il mio SUS

>

"Parla più piano! Non ti sento!"
Vorrei dirlo ad un sacco di gente. A tutti quei soggetti che gridano ovunque, scagliando nell'aria le loro sillabe come corpi contundenti.

Ma c'è davvero bisogno di gridare sempre? 
Dagli studi televisivi? (Oddio, l'orrore di quei loro "Buona sera!" gridati in faccia al povero telespettatore!)
Nei telefonini? Nei luoghi pubblici? Per le strade, negli uffici, nei bar? 

Ma perché gridano? 
Perché, santa pazienza, gridano sempre?

 
Hanno paura? Pensano di non esistere davvero se la loro voce non si spinge fino alle grotte di Frasassi? Al fondo delle grotte, intendo. 
Temono di dissolversi, di scomparire allo sguardo altrui? 
Si sentono fantasmi? Si aggrappano al suono della propria voce perché il silenzio li spaventa?

O forse mi odiano? Vogliono perforarmi il timpano, infettarlo con i loro suoni trionfanti, col rimbombo delle loro parole vittoriose? 
Tu stai mentendo, vorrei dire loro. Nessuna verità può avere bisogno di tutti questi decibel. Quindi tu menti.

Potrebbero obiettarmi che si dice "gridare la verità". Ma benedett'uomo e benedetta donna: non prenderlo in senso letterale, ti prego! Non in senso letterale! 

A me sembra che intorno a me, nella grande città, tutti gridino. 
E vorrei avvertirli.  Che farete il giorno in cui davvero ci sarà bisogno che alziate la voce?
Tutti essendo ormai assuefatti a questi volumi parossistici, non riuscirete a farvi intendere. Altro che megafono! Avrete bisogno di un rullo di tamburo per annunciarvi e del più potente degli amplificatori per perforare la coltre di ottundimento che vi separa dai cervelli altrui.




Ma non sono sicura che anche così sarete ascoltati.
Non da me, in ogni caso. Infatti per un effetto che io chiamo "Scudo Uditivo Spontaneo" (SUS per gli amanti degli acronimi)  più voi alzate la voce meno vi sento. Il mio scandaglio sonoro funziona al contrario.

Che avete da obiettare?
Cosa? Come?
Abbassate la voce. Non vi sento.

venerdì 2 gennaio 2009

segnalazione/sondaggio

Per chi ama il cinema segnalo l'iniziativa di Cinema e Viaggi di Amos Gitai. Si tratta di votare per il film, l'attore e l'attrice migliori del 2008, al di fuori dei festival ufficiali.
Io non sono una grande frequentatrice, ma la scelta è ampia e ho potuto votare anche io.
Buon voto!

ascolto in piazza

Forse perché la piazza è qui vicino e ci passo quasi quotidianamente o perché cantavo nella stessa sala dove loro facevano le prove, o perché quelli che poi l'hanno formata sicuramente bazzicavano da queste parti, insomma io considero l'Orchestra di Piazza Vittorio, come la mia orchestra. E in inizio di anno ho scelto un loro brano come segno di speranza, perché l'esperienza di questa orchestra - voci, strumenti e suoni di tanti paesi diversi che si armonizzano- serva di antidoto alla brutta tentazione della mia città di farsi gretta e chiusa al mondo.


Questo brano si chiama Ninderli.

giovedì 1 gennaio 2009

segnalazione/ansa ore 06,30

» 2009-01-01 06:30
ISRAELE, NO A TREGUA. ABU MAZEN: STOP A NEGOZIATI
Sono ripresi i bombardamenti aerei israeliani sulla linea di frontiera tra Striscia di Gaza ed Egitto, a pochi chilometri dal valico di Rafah. Gli abitanti della parte egiziana della città di Rafah, terrorizzati, hanno abbandonato le case e si sono radunati nella grande piazza Salaheddin, dove era in precedenza la barriera mobile omonima, che è stata spostata di alcuni chilometri. E' presumibile che gli attacchi siano diretti a distruggere tunnel che passano sotto il confine e che consentono ai palestinesi di Gaza - dicono i militari israeliani - di contrabbandare armi e merci dall'Egitto. Ieri sera ne erano stati distrutti alcune decine, così come era successo domenica mattina, il secondo giorno dell'operazione israeliana 'Piombo Fuso'.

ISRAELE RESPINGE LA TREGUA MA LASCIA UNO SPIRAGLIO
Il gabinetto israeliano per la sicurezza nazionale ha deciso di respingere le proposte internazionali per una tregua nelle operazioni militari contro Hamas a Gaza ritenendole in questo momento premature, ma non ha nemmeno chiuso la porta a un riesame della decisione. Il premier Ehud Olmert ha spiegato il rifiuto affermando che Israele non ha lanciato l'operazione Piombo Fuso a Gaza per concluderla con Hamas che continua a tirare razzi su Israele, come prima dell'offensiva. Al tempo stesso Olmert ha dichiarato che "se le condizioni matureranno e riterremo che vi sia una soluzione diplomatica che garantisca una migliore situazione della sicurezza nel sud di Israel, noi considereremo una proposta di cessate il fuoco. Ma non siamo ancora a questo punto". Un esponente di Hamas a Gaza, Ayman Taha, ha detto che questo movimento islamico è disposto a esaminare proposte di tregua che "mettano fine all' aggressione e all' isolamento" di Gaza. Il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha intanto minacciato di interrompere i negoziati di pace con Israele che, a suo dire, non hanno dato finora risultati, e per non avvallare "l'aggressione" israeliana a Gaza. Proseguono anche oggi ripetuti raid aerei israeliani a Gaza (in particolare contro i tunnel di contrabbando a Rafah) ed attacchi di Hamas contro importanti città israeliane - fra cui Beer Sheva, che dista da Gaza 40 km, Ashdod e Ashqelon - sulle quali sono esplosi una sessantina di razzi. Il bilancio delle vittime è di 393 uccisi e oltre 1700 feriti a Gaza, di tre civili e un militare uccisi da razzi in Israele. In Israele il governo ha autorizzato il richiamo di altri 2.500 riservisti in aggiunta ai 6.500 già mobilitati. Mentre la situazione umanitaria nella striscia è giudicata molto grave dall' Onu, Israele ha permesso l'ingresso a Gaza di oltre un centinaio di autocarri di generi alimentari e di medicinali.


QUI SI PUO FIRMARE PER LA CESSAZIONE DEL FUOCO