
Su Gaza potrei tacere e sarebbe la cosa più semplice.
Ma tacere mi riesce difficile, lo confesso.
Allora potrei lanciarmi in una invettiva o in un accorato compianto.
Ma, è così che la vivo, mi sembra un modo a buon mercato di vivere la tragica storia di Gaza.
Metterei me ed i miei sentimenti in primo piano.
Sempre, quando terribili tragedie colpiscono degli esseri umani innocenti, io provo questo senso di
sospetto nei miei confronti e
mi impongo il silenzio. Non voglio usare il dolore altrui per scaricare la mia emotività.
Mi sembra una mancanza di rispetto.
Ci tengo però a dire che dolore e rabbia e persino odio percorrono anche me.
Ma sento il dovere di tenerli per me.
Aggiungo anche che non sempre ci riesco.
Inoltre, benché il mio blog sia una piccola, insignificante voce nel mare della informazione del mondo, io sento il dovere di pesare ogni parola e di far prevalere la parte, no, non dirò migliore, ma più avvertita di me.
Se anche una sola persona mi leggesse, questa sola persona meriterebbe, secondo me, esclusivamente parole meditate su Gaza.
Dice Franca, alla quale mi lega affetto e stima: Non si può essere equidistanti.
Io rispondo: si deve.
E mi spiego.
Noi possiamo parlare di questo terribile conflitto avendo in mente i Governi (o, parlando del Popolo Palestinese, le Autorità) che prendono le decisioni. (E da qui le chiamerò entrambe Autorità).
Oppure possiamo farlo pensando ai due popoli.
Io lo farò in entrambi i sensi.
Ma
separatamente. Perché per me separare i popoli dai loro Rappresentanti ufficiali è fondamentale. E' doveroso. Ed è, semplicemente, giusto.
Procederò attraverso domande.
La
prima è una
domanda che faccio a me stessa.
C'è qualche cosa che io, che ognuno di noi possa fare per quei due popoli? Perché quella guerra terribile termini infine?
La prima risposta è di impotenza. No, non c'è niente che io possa fare.
Ma poi, riflettendo, mi correggo, perché in questa, come in ogni altra questione politica, il contributo del singolo, benché piccolo, esiste.
Ed è lo stesso, sempre: contribuire alla formazione di un senso comune, di una sensibilità comune, alla formazione della
opinione pubblica.
Lo facciamo più o meno coscientemente quando discutiamo sugli autobus, nei bar, nei negozi, intorno alle tavole o sui divani. Diciamo il nostro pensiero, appassionatamente o spassionatamente,
iniettiamo il nostro pensiero nelle menti degli altri, che fanno lo stesso con noi. E forse ognuno tornerà a casa con il proprio
inscalfibile pensiero nella propria testa, ma forse qualche
piccolo mutamento interverrà nell'uno o nell'altro dei pensieri che si sono confrontati.
Il germe di una riflessione.
Ebbene, io non voglio, per nessuna ragione, contribuire ad accrescere l'odio, che è il sentimento prevalente in questa terribile storia.
Io non voglio iniettare odio.
Perché, secondo me, l'odio, in questa vicenda, è
l'ostacolo maggiore sulla strada della pace. L'odio, questo sentimento fascinoso che sempre ci perde e al quale è così difficile per noi umani sottrarci.
Lo è anche per me. Ma poiché io capisco razionalmente che l'odio è l'ostacolo maggiore non intendo contribuire
neanche con una sillaba ad alimentarlo.
E penso che chi ha veramente a cuore la sorte del popolo Palestinese e la sicurezza del popolo israeliano, debba sentire il dovere morale di non alimentare questo odio.
Io ho a cuore
entrambe le cose.
Sono equidistante: sì, quando si tratta dei popoli, io sono equidistante.Perché penso, da semplice essere umano, che entrambi i popoli, la gente comune, in cuor suo voglia semplicemente vivere in pace. Non la Pace con la a maiuscola, ma la semplice modesta pace di tutti i giorni. Alzarsi al mattino, portare a scuola i propri figli, andare al lavoro, progettare un futuro. Io credo che i semplici desideri del cuore umano appartengano ad entrambi i popoli, alla gente comune di entrambi i popoli. Del popolo più fortunato, come del popolo più sfortunato.
Penso anche che però, in entrambi i popoli, vi siano persone che preferiscono l'odio e la violenza e la morte e la rovina. Persone che preferiscono alimentare l'odio e che vivono bene in uno stato di
guerra continua, perché si alimentano di questo motore e trovano realizzazione alla loro natura in questo odio. Perché sono fanatici.
E nel loro fanatismo sono disposti a sacrificare vite altrui e la propria.
Queste persone sono presenti in entrambi i popoli. Ma io credo che essi siano una minoranza e che le madri, i padri, i ragazzini, se liberati dalla loro paura e dal loro odio, desiderino solamente vivere la loro vita e cercare di migliorarla,
per sè e per il loro paese.I loro paesi. Sappiamo tutti che cosa significa questa frase. Significa che
entrambi i popoli hanno diritto ad un loro paese, che nessuno dei due può disconoscere l'esistenza dell'altro o considerarlo un ingombro nel mondo e un ostacolo da spazzare via.E ora vorrei passare alla
seconda, duplice domanda, anche se retorica, almeno secondo me.
C'è anche un solo politico israeliano che possa credere seriamente che conducendo operazioni come questa su Gaza, denominata "Piombo fuso", possa ottenere per il proprio popolo la sicurezza? Perché è questo che promettono al popolo israeliano: "
Li spazzeremo via dalla carta geografica e dopo vivrete in pace."Io non lo credo. Credo che sappiano benissimo che non riusciranno ad uccidere tutti i Palestinesi e che questi riprenderanno la loro lotta, ancora e ancora, con sempre maggiore odio. Per un po', forse, non riusciranno a reagire, ma tenacemente riapriranno i tunnel da cui ricevere armi e nuovi kamikaze verranno reclutati ed addestrati e porteranno ancora morte e dolore e rovina nel popolo israeliano.
I governanti israeliani LO SANNO.E c'è anche un solo dirigente di Hamas che possa seriamente credere che spazzerà via gli Israeliani definitivamente? Che cancellerà Israle dalla carta geografica? Che sparando i suoi razzi otterrà per i Palestinesi quel paese cui aspirano?
Eppure è questo che Hamas proclama e promette.
"Ne uccideremo sempre di più e Israele non esisterà più e voi vivrete tranquilli sulla vostra terra."Invece Israele avrà le sue vittime che accresceranno il suo odio e non esiterà ad usare tutta la sua forza militare nei confronti del popolo palestinese e porterà morte, dolore e rovina in quel popolo dove morte, rovina e dolore sono già pane quotidiano.
Questo Hamas LO SA. Ma entrambe le Autorità puntano solo a consolidare il loro potere e ad estenderlo.
Il Governo Israeliano inganna il suo popolo, per garantirsi un nuovo e allargato successo elettorale. E
Hamas inganna il suo popolo per allargare il consenso intorno a sé ed ottenere appoggio e simpatia anche al di fuori della striscia di Gaza, in Cisgiordania e nei campi profughi fuori della Palestina, per diventare il solo rappresentante del popolo Palestinese.
Entrambi per il Potere, semplicemente. A cui si sacrificano vite.
Il Governo israeliano sentendosi
cinicamente forte del fatto che è incomparabilmente meglio armato, e agguerrito e che le vittime della sua parte saranno sempre un numero ridicolmente inferiore (se ci può essere qualche cosa di ridicolo in un numero di vittime) al numero di vittime Palestinesi.
Hamas calcolando
cinicamente che ogni morto innocente del suo popolo produrrà nuovi combattenti, giovani superstiti che andranno ad accrescere le sue fila.
La
terza domanda.
Ma come mai queste Autorità riescono a convincere i loro popoli?
Come è possibile che essi si lascino ingannare così?
Perché li seguono?
Perché sono disperati e non credono più in un altro futuro. E
hanno bisogno di credere che esista una soluzione rapida al loro eterno problema.
E perché sono colmi di odio. E di paura.E i Governanti alimentano e incrementano e nutrono costantemente questo odio e questa paura.
E soffiare sull'odio è tecnica facile, la più facile che ci sia.
Perché l'odio è un sentimento facile, rozzo, banale.
Esso ci permette di liberarci in una vampa sola delle nostre responsabilità, dei nostri errori, delle nostre colpe. E delle nostre impotenze. Non ci chiede di analizzare, di esaminare, di sperimentare, di
modificare qualche cosa in noi stessi.Quando un conflitto è in atto, tra una voce che esorta il popolo a sopire il proprio rancore e ad allentare la propria paura del nemico ed una voce che esalta le sue paure e lo esorta ad odiare ancora di più il nemico, la seconda ha buone, anzi ottime probabilità di essere ascoltata.
Anche se questo appello non porterà nessun risultato.
Per questo, secondo me, le Autorità hanno la responsabilità più grave, perché, COSCIENTEMENTE, usano i sentimenti peggiori e più autodistruttivi dei loro popoli, per il loro potere.
C'è un'altra domanda ancora da porre: ma queste Autorità, in questa vicenda, come si stanno comportando? Una delle due si regola peggio?
Si può essere equidistanti verso queste due Autorità?
La domanda, lo vedete da voi, è priva di enfasi. Usa una formulazione ampia e abbastanza generica. Così la volevo, così mi sono imposta di formularla.
E senza enfasi rispondo: No, non si può essere equidistanti. E non si deve.
E non aggiungo altro, non perché mi diverta ad usare le forme retoriche dell'eufemismo, della reticenza o della diminutio, ma perché voglio che neanche una mia sillaba alimenti l'odio.
Ce n'è voluta, ma forse -forse-ce l'ho fatta.
Spero.
Non ho necessariamente ragione ma mi sforzo di usare la mia ragione.