lunedì 14 luglio 2008

fare attenzione

Notte.
Il silenzio mosso della città e la persiana disegnata sul soffitto.
Ogni tanto si irradia un'automobile veloce.
So benissimo di non essere sola e infatti non mi sento sola.
Siamo in tanti a entrare svegli nella notte e ad assaggiare il sonno come una piccola tartina, un aperitivo cui non segue pietanza.
Ogni tanto un cane protesta, lamentevole. Lui sì, si sente solo.
Dal lato opposto della casa, al quarto piano del palazzo di fronte, le ultime due finestre a sinistra restano accese tutta la notte, tutte le notti.
Non so chi vi abiti, né come distragga la sua insonnia.
Quanto a me, io scrivo. Blocco e matita sempre accanto a me sul letto.
Ma qualche volta il corpo è stanco e vuole stare disteso. Così scrivo a mente.
Scrivo con precisione, non formulo pensieri alla rinfusa. Metto i punti, le virgole, scelgo gli aggettivi o li casso tutti, vado a capo. Insomma scrivo su un foglio di carta che è allargato nella mia testa. Sono io il mio blocco.
Al mattino può succedere che io ricordi tutto distintamente e lo metta su carta.
Oppure che tutto sia svanito proprio come la notte. Ma non importa. Il Professore, di fronte alle mie difficoltà, mi incoraggiava a scrivere sul cielo della mia mente.
"Faccia finta di parlarmi e pensi in chiaro i suoi pensieri."
Io sorridevo tra le lacrime. Benedett'uomo, io le parlo continuamente!
A quei tempi stavo male.
Ed ogni volta che ho ricominciato a stare male l'ho subito capito proprio da questo: che in casa o per strada, intenta a qualche cosa o non facendo niente, conversando con qualcuno o guardando la televisione, io parlavo al Professore. La mia attività cerebrale si divideva e ne sperimentavo due parallele. Una parte del mio cervello -quale parte, Professore? me lo rispiega?- si indirizzava a lei: "Vede Professore? Sa Professore?" e le descrivevo il mio fare o non fare, la conversazione che intrattenevo, lo spettacolo in televisione e persino il libro. E soprattutto ogni minima increspatura della mia coscienza. Cercavo un interlocutore, un testimone ed un interprete, cercavo la spiegazione del mistero confuso dentro cui mi sentivo vivere. Poi quando la incontravo -il suo sorriso incoraggiante, la sua bellissima g toscana- per qualche minuto mi sembrava di averle già detto tutto, tutto già passato dalla mia mente alla sua. Ma non era mai così, c'era sempre tanto da dire, così tanto da dire.
Adesso no.
Anche se questa sua comparsa tra le mie parole un po' mi mette in allarme.
Cioè, non la sua comparsa, come ricordo, ma questo suo virare, nelle ultime righe, da ricordo a interlocutore.
Sarà il caso di farci attenzione.

storia della felicità/undici/"Capitale" felicità in America




Siamo in America e Adam Smith, considerato il padre del capitalismo, nella sua opera "La ricchezza delle nazioni", constata che "l'aumento della fortuna è il mezzo che la maggior parte degli uomini auspica e desidera per migliorare la propria condizione."
Padre del capitalismo sì, ma perplesso, Smith sembra dubitare che la ricerca della ricchezza possa garantire una soddisfazione durevole.
Concordano con lui Jefferson e Franklin: la ricerca della ricchezza è un potente motore di crescita individuale e sociale, ma rispetto alla felicità appare insufficiente. Inoltre introduce un elemento di sfasatura tra la felicità privata e quella pubblica, che, in una società giusta, debbono potersi conciliare. Come ottenere questo fondamentale equilibrio?
Jefferson pensa, ottimisticamente, che l'educazione alla razionalità e all'autocontrollo frenerà gli appetiti individuali, facendo sì che la ricerca dei piaceri privati non entri in conflitto con il bene pubblico nel suo complesso.
Secondo Hannah Arendt invece, la fiduciosa intenzione di Jefferson muore prima ancora di nascere. Nella società capitalistica la ricerca dei due beni entra subito in conflitto e l'aspetto privato della ricerca della felicità relega in secondo piano l'aspetto pubblico.
Prevale "il diritto dei cittadini a perseguire i propri interessi personali e ad agire quindi secondo le regole dell'egoismo privato".
La storia degli USA sembra dare ragione ad Hanna.
Nonostante le buone intenzioni dei padri della patria americana, i neri, strappati con la violenza alla terra d'Africa, non facevano parte degli uomini "tutti creati uguali e dotati di inalienabili diritti". Costituivano anzi le palate di carbone da gettare nella locomotiva del progresso del paese.
Inoltre la promessa di felicità che l'America costituì per milioni di uomini e donne che la raggiunsero nel XIX e XX secolo, non fu mantenuta se non a prezzo di lotte e sofferenze.
Dal punto di vista di queste grandi masse di uomini e donne, la ricerca della felicità in America è la storia della ricerca di uguaglianza e libertà. Storia lunga, faticosa e appassionante.

In America, secondo Alexis de Toqueville, la ricerca della felicità ha un aspetto paradossale. Nel suo "La democrazia in America" egli osserva che "nessuno potrebbe lavorare più duramente (degli Americani) per essere felice" eppure essi conducono una vita di insoddisfazione.
Corrono tutta la vita dietro un nuovo bene che gli possa garantire la felicità per disfarsene a favore di un altro e poi di un altro. Così per tutta la vita.
Ciò nonostante, almeno a tratti, de Toqueville continua a nutrire fiducia in un "egoismo illuminato" che assista la società americana e, assieme allo spirito religioso, la convinca che "essere buono è nell'interesse di ciascuno".
Questi momenti di ottimismo lasciano però spazio ad una inquietudine che percorre l'ultima parte dell'opera di de Toqueville e che entra nel cuore del discorso sulla felicità.
Scrive Alexis:
"Sto cercando di immaginare sotto quale nuova forma il dispotismo potrebbe riapparire nel mondo. In primo luogo vedo una moltitudine di uomini, simili e uguali, che girano continuamente alla ricerca dei piccoli e banali piaceri con cui nutrono la propria anima. Ciascuno di loro chiuso in se stesso è quasi indifferente al destino degli altri. Al di sopra di uomini simili c'è un potere immenso, protettivo, unico responsabile della loro gioia e del loro destino. Questo potere è assoluto, attento ai dettagli, ordinato, previdente e gentile. [...] Gli fa piacere vedere che i cittadini si divertono, purché non pensino ad altro che a divertirsi. Lavora volentieri per la loro felicità, ma vuole essere l'unico agente e giudice di essa."
Il minimo che si possa dire di questo straordinario osservatore è che de Toqueville aveva una grande capacità di spingere il suo sguardo avanti nel tempo.

Le foto ritraggono, in senso orario, Adam Smith, Alexis de Toqueville, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson.
Qui sotto invece, Hanna Arendt.

Di Hanna Arendt si ricordano tante frasi famose, ma negli anni in cui insegnavo, io portavo sempre con me, incollato sul diario un suo pensiero: "L'insegnante, di fronte al fanciullo, è una specie di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, e la indica loro in ogni particolare, dicendo: ecco il nostro mondo. L'insegnante è responsabile del mondo che mostra."

domenica 13 luglio 2008

ci manca la lena

Il nostro tempo noi seguiamo
al modo che Creusa Enea:
andiamo un poco, e ci manca la lena;
un passo ancora; e indietro rimaniamo.

Fëdor Tjutčev Poesie. Traduzione di Tommaso Landolfi

stacchetto musicale/tre/mysterious ways



Johnny take a walk
With your sister the moon
Let her pale light in
To fill up your room
You've been living underground
Eating from a can
You've been running away
From what you don't understand...
Look

She's slipping
You’re sliding down
She'll be there
When you
hit the ground

It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
O-o-oh

Johnny take a dive
With your sister in the rain
Let her talk about the things
You can't explain
To touch is to heal
To hurt is to steal
If you want to kiss the sky
Better learn how to kneel
On your knees boy

She's the way - She turns the tide
She sees a man, inside the child
Yeah

It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
Love
It's all right, it's all right, all right
Lift my days, light up my nights
Love

One day you will look... back
And you'll see... where
You were held... how
By this love... while
You could stand there
You could move on this moment
Follow this feeling

It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
It's all right, it's all right, all right
She moves in mysterious ways
O-o-oh

Oh love
Oh love, lover
Move you
Spirit move
Baby love me
Move
Baby love me
Move you
Baby love me
Move with it
She moves with it

Lift my days, light up my nights


Mysterious ways - U2

venerdì 11 luglio 2008

stacchetto musicale/due/i Clash

musil, la storia e il vigile Elvis.

Attraverso un mercatino e colgo frammenti di conversazione. Ordinaria conversazione cittadina. Si impreca sugli zingari, ci si lamenta dei marocchini, si commenta positivamente la consegna di un'arma ai vigili, e soprattutto l'arrivo in città dell'esercito.
Per inciso: 300 soldati! Finirà a piovere, penso. Mi viene in mento un po' confusamente una frase di Musil, che al ritorno a casa cerco tra le mie carte.
Eccola:
"Il cammino della storia non è quello di una palla di biliardo, che segue una inflessibile legge causale; somiglia piuttosto a quello di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un'ombra, là da un gruppo di persone o dallo spettacolo di una piazza barocca, e infine giunge in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare.

Questi miei concittadini si sveglieranno e si troveranno in un luogo dove non desideravano andare? E ci avranno portata anche me?
Quella nuvola minaccia pioggia.

Altro inciso sull'arma ai vigili urbani.
Il vigile che mette un po' d'ordine al semaforo di via Marsala, davanti all'ingresso della stazione, scherzosamente mi fa: non posso mica permette che me va sotto una donna, poi io pe' chi canto? e si toglie il berretto e me lo mostra capovolto. Incastrato dentro c'è un volantino a colori intitolato "il vigile Elvis" che lo ritrae vestito alla Elvis Presley mentre imbraccia una chitarra. Che je canto, signò?
E, GIURO, attacca, a voce spiegata e fingendo di suonare una chitarra, il ritornello di Teddy bear! Poi tutto soddisfatto si rimette il berretto in testa e riprende a fischiare.
Mentre attraverso mi chiedo: daranno una pistola anche a lui?

giovedì 10 luglio 2008

preghiera laica per Eluana

Milano, 9 luglio (Adnkronos)
I giudici della Corte d'appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro, la giovane donna che da 16 anni vive in stato vegetativo irreversibile, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Eluana si trova in coma permanente dal 18 gennaio del 1992, dopo un incidente stradale, e il padre, Beppino Englaro, dal 1999 chiede di potere sospendere i trattamenti alla figlia.

Con il provvedimento depositato oggi l'uomo, in qualità di tutore, puo' tecnicamente richiedere fin da subito ai responsabili del reparto dove è in cura la ragazza, di sospendere le cure 'nasogastriche'. Questo nonostante che, da un punto di vista giuridico, il decreto potrebbe, entro 60 giorni, essere soggetto ad un nuovo ricorso in Cassazione e la Procura Generale, come aveva fatto in passato, potrebbe impugnare la sentenza.

La decisione della corte, sessanta pagine in tutto, si basa soprattutto sul convincimento manifestato da Eluana prima dell'incidente, che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere artificialmente, privata delle capacità percettive e di qualsiasi contatto con il mondo esterno. Da un punto di vista prettamente medico, infatti, un provvedimento già agli atti del caso formalizzava di fatto l'irreversibilità del processo 'morboso' a cui è soggetta la ragazza.

Per i giudici, inoltre, il fatto che la giovane fosse cattolica non implica che la stessa debba ancora soggiacere ad una inesorabile piena condivisione di tutte le regole, anche morali, della sua fede. Del resto Eluana, come ha spiegato il padre ''non è mai stata di fatto una cattolica praticante e, al di là della sua intima religiosità, è stata sempre critica verso qualunque richiesta istituzionale di adesione a pratiche o ideologie che fosse basata sul puro e semplice principio di autorità''.

Nel provvedimento la corte ricorda anche che la stessa Eluana, quando un suo amico entrò in coma, si recò in una chiesa e accese un cero ''ma per chiedere come grazia non che il suo amico, in coma a causa di un incidente stradale, potesse continuare a vivere, ma che invece potesse morire''

Io prego ogni e qualsiasi ragionevolezza umana ed ogni e qualsiasi umana pietà perché raggiunga la Procura Generale e la induca a rinunciare ad un ulteriore ricorso.

mercoledì 9 luglio 2008

aliena, sob!

-Nonna, mi racconti una storia?
-Come la vuoi?
-Senza paura.

Non esistono storie senza paura. Avrei potuto rispondere così.
Invece gli ho offerto una storia con personaggi di strabiliante comicità, abbigliati con casseruole e cespugli, intenti a scavare buchi sotto i piedi di altri personaggi vestiti di carta argentata e fettine di carne.
Quando la storia è finita e l’innocente se ne è andato, riflettevo tra me e me.
Una storia senza paura: ce ne saranno?
L’abbiamo mai vissuta?
La verità è forse –ho paura ad essere definitiva- è forse, che abbiamo sempre paura.
Forse la paura è la nostra più frequente condizione.
Quando siamo felici, raggianti, spavaldi, in fondo al nostro minuscolo cuore un granellino di polvere rotola trascinato dal vento dell’ansia. S’infilerà nell’ingranaggio perfetto di questa giornata?
Ce la sottrarrà?
Dovremo ricrederci?
Il crinale scosceso e un po’ smottante su cui viaggiamo metterebbe paura anche ad un alieno. Una di quelle creaturine sempre dipinte di verde dalla fantasia dei loro ideatori. L’alieno è verde-alieno, questa è una certezza. E un po’ dispiace che un così bel colore venga usato per dipingere la massima distanza creaturale da noi.
Ma così è. Dobbiamo rassegnarci.
Sugli alieni ho qualche cosa da dire.
Innanzitutto perché, nella vulgata familiare, vengo spessissimo assimilata loro.
Dunque gli alieni sono un po’ i miei simili, i miei fratelli, forse la mia vera comunità.
Poche sere fa: Tu non sei di questo mondo. Mi dispiace. E questo mondo non è per te.
Sono ospite? –ho chiesto- Non gradito?
Ma, gradito o no, c’è, o sembra esserci, un qualche intoppo nel mio software –l’hardware è a posto invece- per cui il mondo ed io dialoghiamo male.
Quando, raramente, mi ribello a questa lettura della mia essenza, mio marito mi porta a testimone le ustioni che mi costellano l’anima. Mi lascio convincere.
Chino il capo, rassegnata.
Aliena, dunque.
Ma gli alieni non mi piacciono, santa pazienza! Capisco perfettamente, o almeno credo, quale bisogno spinga i credenti negli alieni ad immaginarli, a ricercarli, a vederli, ad avvistarli ora qui, ora lì...
Ma io non ho questo bisogno di fuga. La mia solitudine è molto umana. Non cosmica, né interplanetaria.
Gli alieni non mi interessano.
Ho abbastanza materia di riflessione nel cortile di questo universo che abito, forse abusivamente.
E poi, come a tutte le brune, il verde non mi dona!

martedì 8 luglio 2008

premio Strega 2008















Ho letto da tempo i cinque libri che hanno costituito la cinquina finale del Premio Strega. E nella mia mente ho stilato la mia graduatoria. Rispecchia, tranne per un piccolo particolare, l'effettivo risultato della votazione. Comunque gli ultimi due classificati, benché piacevoli, non li avrei neanche inseriti nella cinquina.
Il Premio è andato a Paolo Giordano per La solitudine dei numeri primi con 163 voti.
Dopo di lui ha ricevuto 118 voti Ermanno Rea per Napoli Ferrovia
quindi Cristina Comencini con L'illusione del bene e 43 voti
poi Diego De Silva con Non avevo capito niente e 22 voti
e infine Lidia Ravera con Le seduzioni dell'inverno, e 20 voti

Il piccolo particolare è proprio l'assegnazione del Premio Strega, che avrei assegnato ad Ermanno Rea.
Il libro di Giordano, La solitudine dei numeri primi , come testimonia il mio post, mi è piaciuto moltissimo e sono molto contenta che questo giovane scrittore abbia trovato un così importante riconoscimento. Ma mi sarebbe piaciuto poter premiare Ermanno Rea sia per il suo libro, che è semplicemente bellissimo, che per tutta la sua attività. Ermanno Rea ha ottanta anni ed è approdato alla letteratura dopo i sessanta. I suoi libri hanno una musica personalissima, un ritmo inconfondibile. Non parlo del ritmo degli avvenimenti, ma proprio di quello interno alla scrittura, senza il quale uno scrittore non è uno scrittore. Ha una scrittura esatta anche quando si fa lirica e visionaria ed una fedeltà alla realtà -politica, sociale, storica- che in questo tempo evasivo e superficiale è preziosissima. Inoltre il suo libro è una così appassionata dichiarazione d'amore e di odio per la sua città, Napoli, che richiama tutti, o dovrebbe richiamare tutti, anche i sordi ed i ciechi, al dovere della cittadinanza.

Ermanno Rea sfiorò il Premio Strega anche lo scorso anno. Io spero che sfidi baldanzosamente anche la prossima giuria.

P.S. L'ordine delle foto è inverso al risultato della votazione. Mi scuso ma non ho il tempo di riordinarle.

lunedì 7 luglio 2008

buona estate

Grazie a tutti gli amici che in partenza per le loro vacanze mi hanno lasciato un pensiero ed un saluto. Vi auguro una bella estate.
a presto, su questi monitor
marina

rinfrescarsi i pensieri

da: Vivian Lamarque: Poesie - Mondadori 2002

La signora della primavera

Nel buio cavernoso inverno, volentieri quella signora si raggo-
mitolava.
Ma quando scoccava la primavera, dal gomitolo invernale di
colpo si srotolava, usciva al cielo e all'aria, insieme alle lenzuo-
la allegra si stendeva.



La signora d'acciaio

Era come un roseo fiorellino, ma d'acciaio.
Come d'acciaio?
D'acciaio temperato. Quello che, ardente, viene gettato nell'ac-
qua perché acquisti durezza.
Aveva davvero acquistato durezza quel fiorellino quando l'ave-
vano gettato?
Sì.

(gli "a capo" sono quelli dell'autore)


Garzantina

Sono una poetina media
normale
da due righe e mezzo
sulla garzantina universale.


Vù cumprà

Agosto ce ne andiamo
vi lasciamo Milano
vigilate voi, noi assenti
sulle nostre case eleganti
sui bei ladri distinti
sui governanti
noi ce ne andiamo, vi lasciamo
i nostri cani adorati
affamati assetati
ce ne andiamo, vigilate voi
sulla statuina che è d'oro
che non se la portino via
vi lasciamo per compagnia
i nostri cani adorati
affamati assetati
e poi piccioni e piccioni
e sotto i piccioni
statue dai grandi nomi
statue rinomate
ma voi come vi chiamate?
Vi abbiamo tolto anche i nomi
nelle nostre città
vigilate voi, voi Persone
che chiamano Vù Cumprà.

domenica 6 luglio 2008

pasodoble

Ho appena terminato di leggere il bel libro di Javier Cercas "Soldati di Salamina", che ricostruisce un episodio della Guerra Civile di Spagna.
Uno dei protagonisti del libro è un famosissimo pasodoble composto da Antonio Alvaro Alonso nel 1902.
Lo vediamo ballare due volte. La prima volta da un soldato della legittima repubblica di Spagna che si prepara a riparare in Francia sotto l'incalzare dell'esercito falangista di Franco. La seconda volta non posso dirvelo perché vi sciupo la linea tesa dell'inchiesta storica e romanzesca insieme.

Questo è il testo, e più sotto potete ascoltare una delle infinite versioni.

Quiso Dios, con su poder
fundir cuatro rayitos de sol
y hacer con ellos una mujer.
Y al cumplir su voluntad
en un jardín de España nací
como la flor en el rosal.
Tierra gloriosa de mi querer
tierra bendita de perfume y pasión
España en toda flor a tus pies
suspira un corazón.
Ay de mi pena mortal
porqué me alejo España de ti
porqué me arrancan de mi rosal.
Quiero yo volver a ser
la luz de aquel rayito de sol
hecho mujer por voluntad de Dios.
Ay, madre mía ay, quién pudiera ser luz del día
y al rayar la amanecida sobre España renacer.
Mis pensamientos han revestido
el firmamento de besos míos
y sobre España como gotas de rocío [ los ] dejo caer.
En mi corazón España te miro
y el eco llevará de mi canción a España en un suspiro.

Dio volle, con i suoi poteri,
fondere quattro piccoli raggi di sole
e con essi fece una donna,
e nel compiersi la sua volontà
in un giardino di Spagna son nata
come rosa in un roseto.
Terra gloriosa del mio cuore,
terra benendetta di profumi e di passione,
Spagna, in ogni fiore ai tuoi piedi
un cuore sospira.
Ahimé quanto dolore,
allontanandomi, Spagna, da te,
perché mi strappano dal mio roseto.
(Traduzione di Pino Cacucci)

sabato 5 luglio 2008

segnalazione/pausa/Evans

Ho bisogno di uno stacchetto. Magari musicale.
Ci risentiamo, direi, lunedì.

Bill Evans My Romance



venerdì 4 luglio 2008

segnalazione/ombra su ombra

Non so voi, ma, pur non pubblicando niente sul blog, io continuo a fare la mia raccolta di dati relativi al Ministero per le Pari opportunità, e a seguire l'ombra dell'Ombra di Mara Carfagna, cioè Vittoria Franco. Sconosciuta ai più non solo perché la sua avvenenza è messa in ombra dalla ministra di cui deve fare l'ombra, ma anche perché non batte un colpo. Tace. Elegantemente, ma tace.
Per inciso vorrei anche dire che se mai dovessi pubblicare una foto della Ministra Carfagna, ne metterei una in cui è vestita. Tanto è bellissima lo stesso ed evitiamo di dileggiare una donna in più.
A dire il vero delle nudità della Ministra non mi importa niente. Per quanto mi riguarda può spogliarsi quanto e come vuole e fare del suo corpo quello che crede. Mi interessa la sua attività politica e non quella sessuale. Se poi per diventare Ministra ha dovuto sottostare ad abbracci sgradevoli con il capo del governo, la poveretta ha tutta la mia compassione e penso che la sua scarsa dignità sia stata già pagata abbastanza. Mi indispettisce però non trovare sulla stampa abbastanza indignazione per tutti quei ministri che hanno praticato, per ottenere un ministero o un sottosegretariato, atti altrettanto sconci anche se sessuali solo metaforicamente. Ma forse è solo la vecchia femminista, ormai fuori moda, che si risente in me. Sicché posso affermare che penso molto male della Ministra Carfagna. Non certo perché ha esibito, esibisce o esibirà il suo corpo come fosse un depliant, ma perché non studia abbastanza e ancora non ha capito il significato dell'espressione Pari opportunità. Oppure lo ha capito benissimo e vuole piegarlo alla ideologia del suo padrone.

Per tornare al blog Ombra su ombra, ringrazio gli amici che lo tengono in vita, postandovi di tanto in tanto.
A metà settembre scadrà il primo trimestre e pubblicherò la mia relazione. In quella circostanza raccoglierò anche le mie idee circa questo progetto e vedrò se portarlo avanti o abbandonarlo. Parlo solo per me, naturalmente.
Intanto Amalteo mi ha segnalato che si ritira. Preferisce tenersi lontano da blog di contenuto esplicitamente politico.
Lo ringrazio per avermi avvertita.

quando potrò

Ho paura del telefono. Ho paura del citofono. Ho paura della cassetta della posta.
Ho paura del campanello di casa e ho paura delle mail con la scritta Notify the sender: che farà the sender, mi si materializzerà davanti?

Quando sto fuori non ho paura. Sono sorridente e cordiale. Mi fermo a parlare, ascolto. Sono curiosa. I bipedi non mi spaventano.
Ma lo spazio è diviso in due.
C’è il fuori e c’è il dentro.
E quando sono nel dentro qualunque approccio nei miei confronti diventa minaccioso.
Il fuori non rappresenta una minaccia perché sono io a decidere quando cambiare spazio, quando uscire dal mio dentro per entrare nel fuori.
L’incontro lo decido io.
Sono libera.

Non venitemi a cercare.

Ma noi ti vogliamo bene! Mi è capitato di sentirmi dire.
Allora aspettatemi.
Verrò quando potrò.

Che pretesa, vero?
Questo, sono io a dirlo.
Ma in questi ultimi diciassette anni di “forasticheria” non ho perso nessuno a causa di questo mio costume.
Mio marito, che ha un’alta considerazione di me, lo sottolinea come prova dell’affetto e della stima che posso suscitare.
Io mi dondolo talvolta nella sua analisi.
Più spesso penso che sono solo persone molto buone e molto indulgenti.
Allora il senso di colpa mi si mangia viva.

Ma la paura è più forte.

giovedì 3 luglio 2008

segnalazione/un libro parla di sé


La nostra Maria Cristina presenta il suo libro Mio padre mi chiamava luna in due diversi appuntamenti.

MARTEDI 8 LUGLIO alle ore 21, presso il festival dell'Unità di Roma, a Caracalla.
La presentazione, che si terrà presso lo spazio della Libreria Rinascita, vedrà la partecipazione di Stefano Clerici, Carol Beebe Tarantelli e dell'editore Fabio Croce.

DOMENICA 13 LUGLIO alle ore 21, ai giardini di Castel S. Angelo, presso la manifestazione LETTURE D'ESTATE.
Interverranno la scrittrice Anna Manna e Carol Beebe Tarantelli.

Non facciamole mancare il nostro sostegno.

bentornata, Ingrid!



Sono tanto felice per Ingrid e per i suoi figli.

vaneggiamenti/due/ancora entropia

Vi ho spiegato l'entropia. O meglio, un aspetto dell’entropia.
Infatti intorno all’entropia hanno arzigogolato in molti, applicando il concetto a questo, a quello e anche a quell’altro. Così Ludwig Boltzmann dimostrò che la “seconda legge” è una legge statistica e la riformulò in termini di probabilità.
In questa forma la legge dice che “un sistema chiuso cambia sempre da uno stato più ordinato ad uno meno ordinato.” Questo perché lo stato meno ordinato ha più probabilità di prodursi.
Può sembrare astruso ma non lo è.
Immaginate una stanza. Con tutti i suoi mobili e suppellettili ed oggetti vari. Come la vedete nella vostra mente? Ordinata? Sì, anche la mia lo è. Ma adesso abbandoniamola al suo destino, pur continuando a ficcarci dentro tutto quello che ci capita. Mi sembra intuitivo che è molto più probabile che il risultato, dopo soli pochi giorni, sia un gran caos e non il perfetto ordine. Questo è intuitivo solo per me. Per mio marito infatti, che pure è uno scienziato, l’ordine ha più probabilità di verificarsi del disordine. E’ convinto cioè che, posando a caso, sciarpe, cappotti, guanti, cappelli, fasci di carte, pacchetti di sigarette, libri, giornali, camicie e maglioni, questi si dispongano ordinatamente nello spazio, ogni cosa al suo posto.
Ignora cioè questa formulazione, che pure data 1870, della seconda legge: una stanza ordinata lasciata a se stessa può solo diventare disordinata. Una stanza disordinata non si riordinerà. (Non da sola comunque. Occorre della forza-lavoro e una grande, grande pazienza).

Intanto gli studiosi della teoria dell’informazione (C.E.Shannon, E.T. Jaynes ed altri) si gettarono famelici sulla seconda legge e svilupparono ancora il concetto di entropia. Dimostrarono, inoppugnabilmente, che il contenuto di informazioni di un sistema chiuso può rimanere costante o decrescere, ma mai aumentare.
Se chiudiamo due individui, senza giornali, Internet, tv, telefoni e citofoni, in un confortevole appartamento, essi potranno riuscire a mantenere intatto il loro patrimonio informativo, ma non potranno accrescerlo. Quando si saranno scambiati tutte le loro conoscenze ed informazioni, raggiungeranno uno stadio in cui, “l’energia informativa” potrà solo decrescere, cioè, rincoglionendosi, potranno solo dimenticare.
“Un sistema chiuso può solo dimenticare le informazioni, ma non ne può creare”.

Farò un breve riepilogo di quanto appreso fin qui:
abbiamo incontrato tre diversi modi di misurare il cambiamento a senso unico di un sistema fisico chiuso governato dalla seconda legge della termodinamica:
-A In funzione del suo contenuto di entropia (energia non disponibile) che può solo crescere.
-B In funzione della probabilità del suo stato che può solo passare da uno meno probabile ad uno più probabile
-C In funzione del suo contenuto di informazione che può solo diminuire.

Mi fermo qui. Per pietà umana e per stanchezza insieme. Ma ci tornerò.
Quando mi metto una cosa in testa “la porto fino alla stazione”, come diceva Ettore Petrolini.


Ma il seguito verrà un’altra volta. Sento di avere in me un istinto alla Carolina Invernizio, una tendenza cioè a creare storie romantiche e a sospenderle sul più bello. L’entropia non è romantica?!?!? Scherzate, spero!

mercoledì 2 luglio 2008

sotto i portici


Arriva verso le dieci del mattino. Avanza dondolando un po', impacciata dalle grosse cosce. Ha un corpo senza forma, in un vestito grigio a disegni minuti; ha la pelle e gli occhi molto chiari; la bocca è grande e ben disegnata. I capelli grigi, quasi bianchi, sono raccolti sul sommo della testa dove formano una specie di cuscino morbido. Li portava così Elena di Savoia. L’antica bellezza del viso è affogata dentro il grasso ma l’espressione è quella tipica delle donne belle, sicure di sé, sfrontate. L’accompagna un giovane nordafricano, che le porta un tavolinetto di legno e due sedie pieghevoli da regista e prima di andarsene le bacia la mano. Lei si siede sotto i portici di piazza Vittorio, lato sud e sul tavolo appoggia un cartello; "lettura della mano 5 euro" c’è scritto e sopra c’è disegnata una grande mano percorsa da linee che si intersecano. Seduta sulle sua seggioletta aspetta le sue clienti e si guarda intorno pigramente.

Poco distante, quasi di faccia a lei, su una sedietta analoga, ad un tavolinetto analogo, siede la cartomante. Il suo cartello dice "fatevi fare le carte per capire il passato e prevedere il futuro". La tariffa non è indicata.
Ogni tanto si lanciano qualche frase: commentano il passeggio, si scambiano informazioni sulla loro salute; non c'è rivalità tra le due professioniste della divinazione: si rivolgono a divinità diverse, offrono competenze diverse.
La cartomante è piccola, il collo affondato tra le spalle strette; ha una faccia spenta, rinsecchita, uno sguardo stanco ogni tanto rivitalizzato da una luce rancorosa.
La chiromante e la cartomante siedono placidamente a fare il loro onesto mestiere; interrompono per un caffè e un panino al bar lì accanto e si portano sul tavolinetto una bottiglia d’acqua. Quando passo su quel tratto di portici ogni volta provo desiderio e curiosità.
Mi chiedo che cosa si provi a condurre così la propria giornata, sotto gli sguardi di tutti, ad offrire la propria mercanzia agli sguardi indelicati dei passanti; come si faccia a restare indifferenti ai sorrisi di compatimento, agli sguardi incuriositi, alle scrollate di capo.
Ma provo anche il desiderio di sedermi nella sedietta del cliente e di affidare la mia mano a quella grassoccia della chiromante e di abbandonarle insieme le mie paure, le speranze, le domande.
Se non lo faccio è perché non ho abbastanza energia per fingere di crederle e se accetto di essere ingannata non potrei accettare di ingannare.
La cartomante mi attira meno: mancherebbe il contatto fisico e invece è soprattutto quello ad invogliarmi, sottoporre la mia mano al tocco di una estranea che sicuramente ha imparato negli anni ad essere delicata e rassicurante. Sono sicura che possiede un tocco speciale.
Un po' come quando vado dal parrucchiere: il vero piacere della seduta non risiede nell’esito -l' ordine ed una nuova estetica per i miei capelli- ma nell’abbandonare la testa alle mani leggere di un estraneo che massaggiano sapientemente il cuoio capelluto e insieme sciacquano via pensieri e crucci. Lavacro totale per quindici euro.
Qualche volta sospetto che il desiderio di abbandonare pezzi del proprio corpo alle cure altrui nasconda il desiderio di abdicare al controllo, di abbandonare se stessi tout court.
Chissà, forse la chiromante lo sa; o, in ogni caso può chiedere un consulto alla cartomante...

martedì 1 luglio 2008

buon giorno

Sta a noi scegliere, davanti a un nuovo giorno. Possiamo camminargli accanto o entrarci, risolutamente, dentro. Esiste anche una terza modalità,  che consiste nell'indietreggiare spaventati. Ma di questo non voglio più parlare. Entrarci dentro, significa, semplicemente, lasciarci toccare da tutto quello che vive intorno a noi. Essere pronti a rispondere con la tenerezza o la rabbia, l'allegria o il pianto, l'arroganza o lo spavento alle sollecitazioni che il nuovo giorno ci presenterà. Senza difese. Senza riserve. Senza ma.
Arriverà un nembo di dolore? D'accordo, me ne farò carico.
Sarà d'uopo piangere? Va bene, piangerò.
Con qualche piccolo trucco linguistico, tutto si affronta. Se invece di dirsi "dovrò piangere", ci si dice "sarà d'uopo piangere", ecco lì che le lacrime saranno meno amare, addirittura un sorriso le accompagnerà.
Quello che va accuratamente evitato, secondo me, è di considerare un giorno nuovo come una nuova sfida. Le sfide, respingerle tutte!
Qui non si dimostra niente a nessuno! Ecco, me lo voglio scrivere sulla fronte.
O anche: sono l'unico essere intitolato a chiedermi conto di qualche cosa. Gli altri: si impicchino.
Scritto questo, mi infilo, senza riserve, in questa nuova giornata.
E buon attraversamento a tutti.