mercoledì 30 settembre 2009

gulp

Quando stamattina ho aperto il mio blog e ho letto "100 sostenitori" sono stata colta dal panico. E improvvisamente non ho più avuto nulla da dire.
Datemi il tempo di riprendermi.
Mi allontano fischiettando disinvolta...

martedì 29 settembre 2009

dedicato a Tommaso


Guardare un bambino che dorme è un'esperienza che assorbe. Non è come aspettare che il tempo passi fino al suo risveglio. E' proprio un' attività, che mobilita i nostri sentimenti e i nostri pensieri. C'è così tanto da osservare in un bambino che dorme. E i sentimenti che il sonno di un bambino ci fa nascere dentro sono tra i più belli che possano scaturire dal fondo di noi stessi.
Un bambino che dorme fa emergere la parte migliore di noi.
Mai, penso, saremo una persona migliore di quella che guarda un bambino che dorme.

lunedì 28 settembre 2009

il futuro incantato

Così Ted Hughes descrive il suo sentimento nel giorno in cui sposò Sylvia Plath:

"Levitato al tuo fianco, io ero soggetto
a uno strano tempo grammaticale: il futuro incantato."

Mi piace molto questa invenzione. E, sulla scia di Ted, ho cercato altri nuovi tempi grammaticali.

Il passato permanente ad esempio. Potrebbe indicare quei momenti in cui memorie dolorose che ci si sono appiccicate addosso, risorgono all'improvviso, sotto forma di flash, e ci fanno sussultare mentre, che so, attraversiamo la strada.

Il presente complicato che potrebbe esprimere bene lo stato di confusione che ci prende a volte di fronte alla nostra vita e ai nostri giorni.

L'imperfetto costante. A me sembra adatto per indicare lo stato di insoddisfazione che possiamo provare verso noi stessi e la nostra imperfettibilità.


La tecnica si può applicare anche ai modi del verbo.

Che ve ne sembra di un condizionale obbligato?
Lo vedo bene per indicare lo stato di dipendenza, nella realizzazione delle nostre speranze, da mille contingenze diverse.

E di un infinito terrifico che ne dite?
No, questo non c'è bisogno che ve lo spieghi.

Ma esiste, ne sono certa, l'imperativo ignorato, splendido modo che segnala lo stato -prossimo alla paradisiacità- in cui ci muoviamo quando riusciamo a sconfiggere quella voce battente che ci incalza proponendoci mille doveri costrittivi.

E adesso a voi: la coniugazione del verbo è tutta vostra!

domenica 27 settembre 2009

parole e musica, Borges e Gardel




Buenos Aires

E la ciudad, ahora, es como un plano
de mis humillaciones y fracasos;
desde esa puerta he visto los ocasos
y ante ese marmol he aguardado en vano.
Aqui el incierto ayer y el hoy distinto
me han deparado los comunes casos
de toda suerte humana:aqui mis pasos
urden su incalculable laberinto.
Aqui la tarde cenicienta espera
el fruto que le debe la mañana;
Aqui mi sombra en la no menos vana
sombra final se perderà, ligera.
No nos une el amor sino el espanto;
serà por eso que la quiero tanto.



E la città, adesso, è come una mappa
delle mie umiliazioni e fallimenti;
da quella porta ho visto i tramonti
e davanti a quel marmo ho aspettato invano.
Qui l'incerto ieri e l'oggi diverso
mi hanno offerto i comuni casi
di ogni sorte umana; qui i miei passi
ordiscono il loro incalcolabile labirinto.
Qui la sera cenerognola aspetta
il frutto che le deve il mattino;
qui la mia ombra nella non meno vana
ombra finale si perderà, leggera.
Non ci unisce l'amore ma lo spavento;
sarà per questo che l'amo tanto.
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock)

sabato 26 settembre 2009

wislawa e il sorriso serio


Wislawa Szimborska: Ogni caso

Poteva accadere.
Doveva accadere.
E' accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E' accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l'ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.

Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un'ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c'era un bosco.
Per fortuna non c'erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimero, un secondo.
Per fortuna sull'acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall'attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.




venerdì 25 settembre 2009

l'altalena


Avete presente quella trasmissione dove tutti inciampano, cadono, si ribaltano, rotolano ecc?
Beh ogni volta mi fa incavolare. Si vedono cadute da cui il poveretto di turno non può essere uscito con meno di tre, quattro ossa rotte! Qualcuno probabilmente c'è anche restato secco! E francamente non vedo che cosa ci sia da ridere.
Comunque ogni tanto la guardo perché ci sono anche cani e gatti e cavalli e pesci e uccelli e scimmie (ah, le scimmie) e topi ed elefanti che compiono mirabolanti imprese. Per me è una vera festa guardarli. Va beh, sarò infantile.
Comunque se ci fate caso c'è sempre, ma proprio sempre, qualcuno che cade da un'altalena. E' un classico.
Beh, non è così facile scendere da un'altalena.
Volevo dire solo questo.

giovedì 24 settembre 2009

nuova serie: sul leggere/uno

Inizio qui una serie dedicata all'attività del leggere - attività che da sempre occupa una grossa parte del mio tempo - e sulla quale, nei secoli, si sono indirizzati commenti e riflessioni di ogni genere e provenienza. Dedico queste prime due citazioni a Irmgard, impegnata a leggere ottomila -ottomila!- pagine in un anno. Vai, Irmgard!



"Se avete dei lettori e della lettura un'idea angelicata e idilliaca; se pensate che essi siano incapaci di far male a una mosca, ebbene, sbagliate. Lasciate che la mosca si posi sul libro che stanno leggendo ed essi sono capaci di stecchirla con una sola occhiata."
Luca Ferrieri: Il lettore a(r)mato

"Il lettore in apnea è imprevedibile: un bacetto sul collo può farlo saltare fino al soffitto. E' un asociale, solitario, una sorta di autistico. Provatevi a impedirgli di finire il paragrafo. La persona più affabile va in bestia. Fino a quando un lettore non ha posato il libro di sua spontanea volontà, è un essere potenzialmente pericoloso."
Annie Francoise: La lettrice


Quanto a me, se interrotta durante la lettura, ho abbastanza self control per non avventarmi alla gola dell'importuno, ma non abbastanza per non desiderare di farlo.

mercoledì 23 settembre 2009

vi lascio a Mario Biondi

Non so se oggi avrò tempo per scrivere. Intanto vi lascio questo pezzo cantato dalla voce straordinaria di Mario Biondi.





This is what you are

Take me up and let me down
Hold me when I'm sad
Take my eyes to look around
Take my ears to listen to the stars
This is what you are
Knock me down Knock me out
Make me feel shy
But when you hold me in your arms
I can just forget the tears I've cried
This is what you are
Write your number on my wall
It's all you gotta do
Carve your shadow on my soul even when you break my heart in two
This is what you are
lala
This is what you are

sha la la

Take me up and let me down
Hold me when I'm sad
Take my eyes to look around
Take my ears to listen to the stars
This is what you are
Knock me down knock me out
Make me feel shy
But when you hold me in your arms
I can just forget the tears I've cried
This is what you are
say ah ah
This is what you are
lala
This is what you are

sha la la

martedì 22 settembre 2009

il segnalibro/quattro

Mi piace tener d'occhio gli scrittori italiani, i giovani intendo, gli emergenti, quelli senza un nome affermato.
Anche se, in questo come in altri campi, i nostri "giovani" non lo sono poi tantissimo.
Oggi vorrei segnalarvene uno, di cui ho letto questa estate il primo libro.

Filippo Bologna Come ho perso la guerra Fandango libri-
Il libro racconta la storia di una famiglia del senese già nobile e ormai decaduta. E la trasformazione subita dal piccolo paese termale in cui il protagonista vive sotto l'urto della politica rapace e senza scrupoli di un imprenditore delle acque. La guerra persa è quella di un gruppo di giovani che tentano di combattere contro la privatizzazione delle acque. Il libro è in parte autobiografico, ed ha scatenato un putiferio di polemiche perché dietro il paese del romanzo si nasconde, molto male, San Casciano dei Bagni che è insorto contro la ricostruzione che lo scrittore fa della sua storia e del suo presente.
Le polemiche le lascerei fuori. Il libro invece è un bel libro, dove l'ironia è un filo sottile che s'interseca con la nostalgia. La scrittura è sicura e coerente, ha un bel ritmo e scandisce i personaggi senza inutili sbavature. (del resto l'autore viene dal lavoro di sceneggiatore). Insomma il romanzo ci fa sorridere, riflettere e commuovere.
Io gli avrei dato lo Strega, al quale ha concorso.
Approfitto per dire la mia, quasi scontata, delusione per l'attribuzione del premio Strega 2009 a Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Un libro, nel mio modestissimo parere ma secondo il mio legittimo gusto, che non racconta praticamente niente e lo fa a lungo.

lunedì 21 settembre 2009

giornata mondiale della contraddizione

"Do I contradict myself? Very well then I contradict myself. I am large, I contain multitudes."
Walt Whitnam


Contraddizioni. Sono irritanti le contraddizioni. Quelle altrui almeno, ché le nostre, in genere, le tolleriamo bene. C'é però chi tollera male le proprie e, dunque, quelle altrui.
Io non ho conti aperti con le contraddizioni. Non con le mie né con quelle altrui.
Quelle altrui sembrandomi curiosi rompicapi, il vero scopo dell'osservarne i costumi.
E, quanto alle mie, avendo imparato ad accettarle in anni molto, molto lontani.

Possono farci soffrire le nostre contraddizioni e quelle altrui possono portarci ben oltre l'orlo di una crisi di nervi.
Ma, dobbiamo pure riconoscerlo, essere contraddittorî è l'unica costante di noi esseri umani.

Chiediamoci però se ci vorremmo diversi.
Ognuno sempre uguale a se stesso, senza desideri che cozzano, che fanno scintille, che s'intersecano inestricabilmente. Ognuno pietrificato sul suo sentiero, senza i meandri del fiume in cui scorriamo.

D'accordo, mettiamo ordine nelle nostre contraddizioni ma siamo consapevoli che stiamo mettendo ordine in una materia plastica, che presto riprenderà ad assumere le più varie, le più diverse forme.

Non è male l'ordine, per un po'.
Anzi, io sostengo che l'ordine -nei cassetti e negli scopi- aiuta molto.
Ma l'ordine è sempre provvisorio. Se non vogliamo vivere continuamente delusi, di noi e degli altri, dobbiamo ricordarci -ricordare a noi stessi- che l'ordine è sempre provvisorio.

Danniamoci pure l'anima per assumere una forma, per renderla chiara e precisa a noi stessi.
Non dico di no. E' uno dei nostri bisogni. Seguiamolo dunque.
Ma, quasi una riserva di viveri, conserviamo un grammo di consapevolezza che "Noi lavoriamo in ogni momento a dare una certa forma alla nostra vita, ma lo facciamo copiando, nostro malgrado, i tratti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere."- Marcel Proust

E la persona che siamo contiene, nella maggior parte dei casi, moltitudini.

"Do you guess I have some intricate purpose?
Well I have..."
Walt Whitman


domenica 20 settembre 2009

pensieri distaccatisi da una poesia

Ted Hughes-
da: Lettere di compleanno, la raccolta di poesie in cui il poeta racconta, dopo trenta anni, la storia del suo amore e del suo matrimonio con Sylvia Plath.


Il tappeto di treccia

Ne avevi ammirato uno fatto da non so chi.
E cominciasti a fare il tuo tappeto di treccia.
Avevi bisogno di quel lavoro. Abusata dai fulmini,
avevi bisogno di una terra. Forse. Oppure bisogno
di estrarre qualcosa da dentro di te-
un qualche verme solitario della psiche. Quanto a me,
ero felice di guardare l'audacia delle tue forbici
mentre tagliavi a strisce i tuoi vecchi vestiti di lana,
gli abiti smessi, un tempo tanto costosi,
facendone bende. Scuro sangue venoso,
giallo narciso. Le intrecciasti
in una corda. Le massaggiasti
e prese vita una vipera multicolore
che sgusciò fuori dalla tomba
del tuo armadio. Come la fasciatura sepolta
di antichi non-io mummie. Ti chinavi
come un vasaio
sul perno del tuo sgargiante tappeto di treccia
che allargava la ruota,
scoprendo il perimetro di una musica-
le lingue dei capi liberi guizzavano nell'aria,
sgorgando come una fuga dalle volute
dei tuoi polpastrelli. Ti calmava
creare il serpente che si avvolgeva in spire
diventando tappeto. E il tappeto,
girando e rigirando su se stesso, ci portava via
da quella stanza cremisi dei nostri giorni cardiaci.
Mi liberava. Ti liberava
per fare qualcosa che sembrava quasi nulla.
..............

Più tardi (non molto)
il tuo diario confidò a chiunque
di quali furie insanguinasti quel tappeto.
Quasi te lo fossi estratto a forza, come viscere,
dall'ombelico...."


Sono ammirevoli i lavori femminili. Sono fantastici, ricchi, esorbitanti di vita. Sono bellissimi, preziosi, delicati, sapienti. E insanguinati. Tutti.
Dalle mani delle donne escono capolavori che incanteranno il mondo intorno a loro.
Ma il mondo non lo chiamerà lavoro intellettuale.
Eppure lo è.
Ogni donna, io credo -anche se non ne ha mai fatto uno- ha fatto uscire dalle sue mani un "tappeto di treccia". Comunque si chiamasse e qualunque aspetto prendesse.
Lavori a maglia, crochet, tappeti, ricami, trine, maglioni morbidi, golfini setosi, tende sontuose,
coperte iridate e le presine, le piccole, modeste presine, ridicole nel loro spasimo di vita.
Dove va la mente di una donna quando conta i punti, quando sceglie una matassa, quando accosta due colori? Quando guasta? Quando torna con tenacia, le labbra strette, sulla stessa maglia caduta? Quando è china, forbici tra le mani, sulla pezza che scivola dal tavolo?
Quanta filosofia, poesia, scienza fluisce da quelle mani sotto forma di un tappeto di treccia?
Quanti continenti non sono stati esplorati perché alzasse contro la finestra quella tenda filet?
Quanti romanzi, quanti dipinti non hanno mai visto la luce?


Dunque tutte Newton, tutte Flaubert, tutte Matisse? tutte Kant, tutte Bach, tutte Churchill? O solo il trenta per cento? o il venti? o il cinque? o lo zero virgola uno?
Ha importanza? Questa aritmetica è offensiva e violenta. E priva di ogni significato.
Dove c'è desiderio là dev'esserci spazio e tempo. Dove c'è energia là non può esserci costrizione, impedimento.
Dove c'è bisogno là dev'esserci semplice possibilità.
Semplice possibilità. Non piango su capolavori inespressi ma su semplici schegge di creatività, ognuna degna del suo piccolo spazio di tempo, della sua piccola occasione.

Mia madre -le sue mani- hanno espresso in tutta la sua vita una creatività, un bisogno di uscire da se stessa e dai confini della sua vita, che tengo sempre a mente -sempre- quando misuro, senza indulgenze, l'urto di quella donna inespressa ma ricchissima di sostanza su di me, su sua figlia. Chi era veramente mia madre? Per essere chi, che cosa, era nata mia madre? Non medica, ma porta chiarezza questo pensiero. E giustizia. Non assolve, ma dà ragione. Molto spesso trovare la ragione scioglie nodi tormentosi, mordenti, devastanti. O anche no, non scioglie niente ma spiega la nostra storia e restituisce ordine e comprensibilità al mondo. Come sempre accade -non fatevi ingannare da linguaggi fantasiosi e aggrovigliati- quando la nostra mente razionale trova un filo e una consequenzialità. Il semplice buon rapporto tra causa ed effetto, la sana, modesta e dignitosa ricostruzione storica. Che può spingersi molto lontano nel tempo -generazioni di donne- e nello spazio -la società.
Senza mai perdere di vista la nostra essenza più misteriosa, organismo e anima, spirito e neuroni.
Qualche volta guardare i "tappeti di treccia" di nostra madre -la loro straordinaria ricchezza, bellezza, varietà- ci dice di noi, della nostra vita, molto più che lunghe sedute di autocoscienza, davanti allo specchio dei nostri malesseri.


Io penso che tutte le "opre femminili" andrebbero bruciate -un grande falò con le fiamme fino al cielo e incandescenze a raggio per miglia e miglia. Ad ogni latitudine dovrebbero vederlo.
E poi, solo poi, andrebbero rifatte. Dopo. In un giorno diverso, quando potranno non essere più "qualche verme solitario della psiche", né i "lavori dell'ergastolano" come ho sentito un uomo chiamarle.
Quando le donne vi torneranno dopo aver esplorato le loro semplici possibilità.
Quando non vi si riverserà più un sangue denso come quello di san Gennaro ma un libero, fresco sangue di vita, la linfa di una scelta felice.
Allora le donne potranno tornare a fare quel "qualcosa che sembra quasi nulla".





Mia madre, in attesa di marina, lavora a maglia.

reciprocità

Penso che d'ora in poi, quando percorrerò le strade romane dei potenti -tra Camera dei deputati, Senato e Ministeri- mi guarderò intorno con attenzione nella speranza di incontrare, trenta centimetri al di sotto della mia testa, lo sguardo del nostro Ministro della Funzione Pubblica per poterlo apostrofare, reciprocamente, così: "Ministro, ma va a morì ammazzato!"


N.B. Nell' attribuire la tag a questo mini post ho esitato prima di scrivere "politica", pur trattandosi di un episodio attinente un uomo politico, anzi addirittura un Ministro. Poi ho lasciato "politica" perché non ho nel mio blog né la tag "deliri" né quella "trivialità".

sabato 19 settembre 2009

ma Matisse colora l'autunno


Henri Matisse. Finestra aperta






Il tempo preme, già le nubi s'accavallano
ed ecco giunge la nuova stagione dei temporali.

Rabindranath Tagore da Petali sulle ceneri

venerdì 18 settembre 2009

vedove allegre o vedovi cinici?

Non voglio generalizzare, sia chiaro. E poi, forse vivono tutti nel mio quartiere...


Il vecchio idraulico di zona ha la moglie molto malata, ricoverata in ospedale. Parlando con l'animalista accanto alla sua bottega dice con aria affranta: "Come faccio se me more". Mi sento dispiaciuta per lui e mi preparo a dirgli una frase se non di consolazione almeno di incoraggiamento, quando lui aggiunge. "Nun me so còce manco du ova".


Questo mi ricorda il vecchio che portava a correre al parco un canetto meraviglioso, dolce e vivace che rispondeva ai suoi ordini anche se il vecchio per parlare portava uno di quei microfoni accostati alla gola. Comparve un giorno senza cane e gli chiedemmo se stava male. "No, l'ho portato nel bosco e gli ho sparato perché è morta mia moglie. Era lei che gli faceva da mangiare."


L'ultimo vedovo inconsolabile è il proprietario di un piccolo negozio di abbigliamento di zona. La moglie, una signora di una cinquantina di anni, è morta la scorsa primavera per un tumore al fegato che ne ha avuto ragione in un paio di mesi.
Entro a dare un'occhiata ai saldi di fine estate e gli faccio le mie condoglianze. Sospira e dice:"E' stato un colpo terribile."
Io giro nel negozio ma mi accorgo che ci sono solo capi corti e attillati, adatti a giovani ragazze, niente di quel genere sobrio e tranquillo che di solito vi trovavo. Glielo faccio osservare e ricevo questa risposta. "Beh, ne ho approfittato per rinnovare un po'."

Devo dire che i tre episodi -rigorosamente veri e che si sono verificati a distanza di tempo l'uno dall'altro- mi hanno sempre trovata impreparata. Mi sono semplicemente allontanata, muta e sopraffatta.


Però credo di cominciare a capire la vera ragione per cui le donne vivono più a lungo degli uomini: è la natura che, disgustata del modo cinico con cui i maschi reagiscono alla morte delle loro compagne, per vendetta li fa, in genere, schiattare prima.
La natura ha sempre ragione.



giovedì 17 settembre 2009

segnalazione

Voglio segnalarvi l'ultimo post di Simona perché contiene oltre una foto molto bella, anche un bel testo. Ma non immaginatela anziana e china come quel vecchio: è gagliarda e tosta!

Geistliches Lied, Opus 30

sto studiandolo per martedì, per la ripresa del coro
aiuto! non mi ricordo niente :-(

prima eccezione

Non parlo mai di cinema perché al cinema vado molto raramente. I film li guardo in tv. E risparmiatemi, se potete, il discorso del "non è la stessa cosa". D'accordo non è la stessa cosa.
Non parlo mai di cinema anche perché in rete c'è tanta gente che ne sa parlare benissimo, come io non saprei fare. Mi manca proprio il linguaggio adatto.
Non parlo mai di cinema anche perché le immagini non hanno su di me la presa e il potere che ha la parola.
Ma scopro ogni tanto, con l'inevitabile ritardo televisivo, qualche film che mi diverte o mi commuove.
Potrei decidere di iniziare una serie di post sui film che ho amato, così, tanto per cominciare a costruirmi un modo di esprimermi in proposito. Non so. Intanto segnalo il film che ho visto stasera.







Dal film Treno per Darjeeling, di Wes Anderson- film eccentrico, colorato, agrodolce e dolce amaro, ironico e tenero, serio e semiserio sullo sfondo di un'India per niente stereotipata. Io ho adorato Anjelica Huston, madre in fuga. Ho adorato anche le valigie che si trascinano dietro (simboliche, oh sì) i tre fratelli e vederli camminare tutti e tre in fila. Mi facevano pensare ai Beatles.La colonna sonora è molto varia e azzeccatissima. Ho scelto questo brano perché secondo me fa sentire l'aria che entra dal finestrino. Ho adorato anche, o soprattutto, la presenza del treno perché resta per me il più fantastico e avventuroso mezzo di locomozione.

mercoledì 16 settembre 2009

parlano di me/ tre


Niccolò Ammaniti "Ti prendo e ti porto via"
"Strana storia quella della colpa.
Pietro non aveva ancora capito bene come funzionava. Dovunque, a scuola, in Italia, nel resto del mondo, se sbagli, se fai qualcosa che non si deve fare, una stronzata insomma, hai colpa e vieni punito.
La giustizia dovrebbe funzionare che ognuno paga per le colpe che commette. Però a casa sua le cose non andavano esattamente in questo modo. Pietro l'aveva imparato da piccolo.
La colpa, a casa sua, piombava giù dal cielo come un meteorite. Alle volte, spesso, ti cadeva addosso, alle volte, per culo, riuscivi a schivarla.
Una lotteria, insomma. E dipendeva tutto da come giravano i coglioni a papà.
Se era di buon umore, potevi aver fatto una cazzata grande come una casa, e non ti succedeva niente, se invece gli giravano (sempre di più nell'ultimo periodo) anche un incidente aereo alle Barbados o la caduta del Governo nel Congo era colpa tua."


Mutatis mutandis, mi ricorda qualche cosa.

Nel cielo di Roma stanotte abbiamo tuoni, fulmini, lampi e saette. E una pioggia burrascosa che sembra voler andare avanti per ore.
Il film sulla caduta di Berlino era agghiacciante e mi ha scombussolata.
Buona notte ai dormienti e agli insonni.

martedì 15 settembre 2009

parole

La parola provocazione va molto di moda.

C'è molta gente che si sente particolarmente acuta per il fatto che mette in atto quelle che chiama "provocazioni".

La politica ne è un buon esempio.
Oggi il tizio X fa una dichiarazione che suscita tutto un insorgere di reazioni vivaci o rabbiose e la riprovazione generale per la sua rozzezza o violenza o idiozia o inconsistenza logica o morale. Allora il tizio X dichiara trionfante: Era una provocazione!

Anche nella vita privata capita, sempre più spesso, che il tizio Y lanci là una frase offensiva o un giudizio ingeneroso o semplicemente immotivato, o un'ipotesi maligna, oppure che parli "a schiovere" ma con l'aria di discettare, di sapere qualche cosa dell'altro che l'altro non sa e che lui farà uscire fuori. Di fronte poi alle perplessità o rimostranze altrui si giustifica così: Era una provocazione!

Ora IMHO (come ho imparato a scrivere da bip, cioè "secondo la mia modesta opinione"), delle due l'una: o il pensiero espresso è davvero un convincimento del provocatore e allora deve essere capace di difenderlo fino in fondo e, se richiesto, di motivarlo oppure è, appunto, un parlare "a schiovere" e allora dovrebbe scusarsene e basta. Dire "era una provocazione" è pura ipocrisia. Per non parlare dell'aria di trionfo e soddisfazione con cui viene detto. Come se dicesse: "vedi come sono bravo? Provoco!".

Ogni volta mi chiedo: in che cosa consiste esattamente il merito di chi provoca? E' sottinteso che dovrebbe servire a ottenere da parte dell'altro una reazione rivelatrice rispetto ad un fatto o opinione o suo comportamento.
Ma allora perché il provocatore non chiede semplicemente l'opinione altrui, avanzando tranquillamente la sua ipotesi in merito?
Può darsi che il provocatore sia particolarmente diffidente? Può darsi che il provocatore sospetti nell'altro la sua stessa ipocrisia o mancanza di coraggio?
Può darsi che lo creda semplicemente uno sciocco, incapace, senza la sua spinta, di riconoscere il suo vero pensiero?
Io non sono, come si potrebbe facilmente credere, una persona molto aperta; sono invece una persona diretta. E gli atteggiamenti circonvolutori per il raggiungimento di uno scopo mi infastidiscono. E non poco.

Per chiarimi circa il recente e sbarazzino consenso sociale verso la figura del provocatore sono tornata alla lingua.

provocatore s.m. (f. –trice)
1. Chi col proprio atteggiamento o comportamento provoca alla violenza: la polizia ha disperso un gruppo di provocatori• Come aggettivo: agente provocatore, chi induce altri a commettere un reato per poterlo denunciare~ Che irrita o indispone: atteggiamento p.; petulanza p.
2. non comune: Suscitatore di una reazione fisica; anche come agg.: sostanza p. del vomito.
Dal lat. pro-voco
chiamo fuori faccio uscire; pro= avanti voco= chiamo


provocazione s.f.
1. Atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta: non tollero provocazioni; meno com., con allusione a reazioni puramente fisiche (p. del vomito) o tali da risolversi in un comportamento illecito o peccaminoso (p. al vizio).
2. Nel diritto romano, citazione, chiamata in giudizio.
3. Nel diritto, circostanza attenuante prevista per chi ha reagito in stato d’ira provocato da un atto ingiusto altrui.

(Esiste, è vero, anche un' estensione del termine che si attribuisce ad un vivace suggeritore di idee, un individuo particolarmente stimolante: da cui l'espressione, ad esempio nei convegni, "un intervento provocatorio". Ma deve trattarsi appunto di un vivace suggeritore di idee, di un individuo la cui originalità di pensiero sia capace di far accendere lampadine di dubbio nelle menti altrui. Beh, non mi sembra merce molto comune. Non tanto quanto sono comuni i più modesti provocatori.)

Dunque, per restare alla lingua, mi sembra chiaro che il provocatore non ha per scopo del suo intervento la comunicazione con l'altro. Il capirsi, l'affrontarsi, il discutere ecc . Non ha uno scopo comunicativo. E neanche conoscitivo.
La provocazione è un atto pragmatico e ingiusto. Punta ad una reazione violenta.
Ma è l'atto di una persona pavida che subito si tira indietro e si nasconde dietro la formula "Era una provocazione". (Che poi ci sarebbe molto da scrivere sull'uso di quell'imperfetto, era, come a chiudere la pratica. Ma non voglio tediarvi troppo).
Voler suscitare una reazione risentita e potenzialmente violenta da parte del nostro interlocutore non è un atteggiamento adulto, né razionale. Spesso i bambini tra di loro sono provocatorî.
Colui che punta alla reazione incontrollata di un altro, apparentemente con freddezza, in realtà è mosso da motivazioni più oscure.
Nei rapporti interpersonali la provocazione nasconde (male) un sentimento di ostilità. Ti provoco perché voglio vederti in un tuo aspetto negativo, ti provoco perché voglio causarti irritazione, fastidio; ti provoco perché mi stai sulle palle ma non ho il coraggio di dirtelo; ti provoco perché spero che tu ti sveli a me peggiore di quello che temo che tu sia e così via...

Motivazioni dunque per nulla limpide.
Così come erano oscure (non dicibili) le motivazioni delle provocazioni politiche del periodo storico da cui io provengo. Infatti allora chi provocava, nei cortei, nelle piazze ecc. era un provocatore e per i provocatori c'era disprezzo e condanna sociale.
Del resto l'arte della provocazione politica ha ancora i suoi sostenitori e i suoi specialisti.

Roma Piazza Navona-29 ottobre 2008- provocazione fascista alla manifestazione studentesca contro il decreto Gelmini.

Tornando ancora al latino "chiamo fuori, faccio uscire" la domanda è: perché chiamo fuori? perché voglio far uscire?
Escludendo la politica, nei rapporti interpersonali questa è LA domanda.
La domanda cioè non riguarda la reazione del provocato ma l'intenzione del provocatore. Il provocato ha due sole scelte: può ignorare la provocazione, facendo appello al suo self control e alla sua indulgenza o può cadere nel tranello. Ma se cade nel tranello conserva la sua "innocenza" giacché gli è stata rivolta una ingiuria che prevedeva la sua reazione. Non c'è niente di sorprendente né di vergognoso nello sdegnarsi. Tu mi insulti per offendermi. Io mi offendo e reagisco. Secondo me fila liscio come l'olio. E il provocatore che crede di aver fatto chissà che scoperta ha in realtà scoperto l'acqua calda: le persone offese, si offendono. E, spesso, reagiscono. Banale.

Dunque la vera domanda, possibilmente provocatoria, il provocatore dovrebbe rivolgerla a se stesso e chiedersi: Perché sento il bisogno di indurre l'altro ad una reazione scomposta? Perché provo il desiderio di offenderlo? di ingiuriarlo, di provocarlo ad un comportamento reattivo violento?

Per quanto mi riguarda il provocatore, categoria che non ho mai smesso di detestare, dice di sé molto più di quello che crede di scoprire dell'altro.
E quello che dice di sé non è bello.

lunedì 14 settembre 2009

a cena dai Duchi

Ieri sera, o meglio questa notte, sono riuscita a farmi ridere di gusto.

Sto rileggendo, dopo 23 anni, tutta la Recherche e, a dire il vero, me la godo proprio.
Sono al terzo volune, I Guermantes, e precisamente alla serata in cui per la prima volta la inarrivabile Duchessa di Guermantes riceve il narratore nella sua casa, addirittura come invitato a cena. Marcel ci racconta che l'accoglie il Duca in persona e che lo accompagna amabilmente nelle sale dove sono esposti i quadri del pittore Elstir da lui molto ammirato. Dopo di che il Duca, per discrezione, lo lascia solo a godere della visione di quelle opere. Noi partecipiamo a quella visione attraverso le descrizioni meticolose, sfumatura per sfumatura, come solo Proust sa farne, dei quadri, dei soggetti, della tecnica, dei sentimenti che ispirano, dell'importanza del pittore nel panorama artistico del momento e della funzione che l'artista innovatore ha sul cammino dell'arte. Proust osserva, di tanto in tanto, che il giovane era come dimentico di essere atteso per la cena. E poi avanti, pagine e pagine, con altre sottili spiegazioni degli stati d'animo che la visione di siffatte opere d'arte produce nel loro ammiratore.
Ebbene mentre il tempo passava per lui, lo sentivo passare anche per me. (Immagino che i critici lo abbiano già detto ma in caso contrario lo dico qui io: uno dei più straordinari effetti del raccontare di Proust è che il tempo della narrazione viene a coincidere quasi esattamente con quello del fatto narrato e che noi lo viviamo insieme ai personaggi narrati). Insomma ero lì che esaminavo i quadri e riflettevo sulla pittura di Elstir e l'arte pittorica in generale, e intanto cominciavo ad aver fame, avvicinandosi secondo me l'ora in cui si doveva andare a tavola. Non solo, ma cominciavo ad irritarmi con quel giovane distratto che stava facendo attendere i suoi ospiti e i loro commensali. Divenivo sempre più impaziente e nervosa, ansiosa di non fare tardi e di non mancare di rispetto al Duca e alla Duchessa di Guermantes. Insomma era la prima volta che cenavo in casa loro e non volevo fare brutta figura! Ma Marcel andava avanti così, riflessione dietro riflessione, rapito dall'arte e dimentico delle buone maniere. Ad un certo punto dall'ansia passai - per me è automatico- al senso si colpa. Cominciai a sentirmi maledettamente colpevole per il fatto che indugiavamo lì nella quadreria mentre una decina di persone attendevano solo noi per mettersi a tavola. Un paio di volte ho anche gettato un'occhiata all'orologio! Quando infine Marcel si è deciso a portarmi nella sala da pranzo, io quasi mi tenevo nascosta dietro di lui, facendomi piccola piccola per la vergogna, e cercando faticosamente nella mia mente delle scuse plausibili pr una così grande villania. La mia agitazione non si è placata neanche quando il Duca, signorilmente, prima di dare ordine che venisse servita la cena -per non far risaltare il fatto che tutti avevano atteso solo noi due ritardatari- ha scambiato qualche commento sui quadri con Marcel. Finalmente la cena è iniziata ma per tutta la sua durata io ho continuato a sentirmi a disagio come una colpevole.

Ora voi potreste credere che questo racconto sia solo uno scherzo. Ebbene, non lo è.
Durante tutta la lettura di quelle pagine io mi sono veramente sentita in colpa per quella lunga attesa imposta agli invitati, come se ne fossi, anche io che ne leggevo, responsabile!

Quando ci ho riflettuto sopra mi sono trovata così folle, così irrimediabilmente, pazzescamente folle che ho riso e riso e riso di me, ma mi sono anche inchinata a quel narratore inimitabile che è Marcel Proust. (Noi due messi assieme abbiamo comunque un bel tasso di nevrosi, non c'è che dire).
Dopo aver riso tanto di me e della facilità con cui il mio meccanismo del senso di colpa si mette in azione, mi sono rituffata nella lettura.
Ma, ad ogni buon conto, ho giurato che a cena dai Guermantes con Marcel non ci vado più!

domenica 13 settembre 2009

segnalazioni/il vero gusto italiano


Andate QUI per vedere dove davvero ha casa il gusto e l'intelligenza del nostro popolo. E il suo carattere. Questo posto fa retrocedere in un indistinto tutte le infinite volgarità senza anima che si vendono e si comprano nel nostro paese e Paolo fa impallidire tutte quelle persone che non sanno dare valore ad un oggetto se non è costoso e portatore di status.
Prometto che il primo regalo di matrimonio o battesimo o qualsiasi ricorrenza ufficiale lo ordinerò da Paolo, al "3:33...noi continuiamo insieme" a L'Aquila". Diventerà il mio fornitore ufficiale.
grazie a Paolo e ad Anna!

hi, Billy


Billy Collins

Another Reason Why I Don't Keep A Gun In The House

The neighbors' dog will not stop barking.
He is barking the same high, rhythmic bark
that he barks every time they leave the house.
They must switch him on on their way out.

The neighbors' dog will not stop barking.
I close all the windows in the house
and put on a Beethoven symphony full blast
but I can still hear him muffled under the music,
barking, barking, barking,

and now I can see him sitting in the orchestra,
his head raised confidently as if Beethoven
had included a part for barking dog.

When the record finally ends he is still barking,
sitting there in the oboe section barking,
his eyes fixed on the conductor who is
entreating him with his baton

while the other musicians listen in respectful
silence to the famous barking dog solo,
that endless coda that first established
Beethoven as an innovative genius.




Dear Reader

Baudelaire considers you his brother, and Fielding calls out to you every few paragraphs
as if to make sure you have not closed the book,
and now I am summoning you up again, attentive ghost, dark silent figure standing in the doorway of these words.


Invito chi voglia (ad esempio Mariateresa) a dare di queste poesie una traduzione degna.
La mia sarebbe pedestre e scolastica


sabato 12 settembre 2009

che coppia, Garcia e Teresa!|





Los reyes de la baraja

Si tu madre quiere un rey,
la baraja tiene cuatro:
rey de oros, rey de copas,
rey de espadas, rey de bastos.

Corre que te pillo,
corre que te agarro,
mira que te lleno
la cara de barro.

Del olivo
me retiro,
del esparto
yo me aparto,
del sarmiento
me arrepiento
de haberte querido tanto.

Federico Garcia Lorca
(Cantares populares)

I re del mazzo

Se tua madre vuole un re,
il mazzo ne ha quattro:
re di quadri, re di picche,
re di fiori, re di cuori.

Corri che ti prendo,
corri che ti acchiappo,
guarda che ti riempio
la faccia di fango.

Dell'olivo mi ritiro,
dello sparto
mi apparto,
del sarmento
mi pento
per averti amato tanto.


Piccola nota immodesta: Questa la cantavamo al coro di Piazza Vittorio e a più voci era una meraviglia!

venerdì 11 settembre 2009

mi perplimo...

Non ho nulla contro Mike Bongiorno, ma...funerali di Stato?
E quando morirà Rita Levi Montalcini che faremo?
A rigor di logica (quella corrente) non faremo proprio nulla.

ma dove viviamo?

"There is some shit I will not eat"
"C'è della merda che non mangerò"
E.E.Cummings

Stavo appunto leggendo questa citazione riportata nell'ultimo libro di Philip Roth mentre in televisione il nostro (?) Presidente del Consiglio farneticava un po' tra gli applausi dei suoi -come li ha chiamati Fini?- ah, sì, laudatores. L'ho trovata straordinariamente appropriata e ve la passo.

giovedì 10 settembre 2009

la barchetta in mezzo al mare...

Vado in cerca di consigli.
Ma, per il momento, non di consolazioni.
Vado in cerca di un realismo supplementare a quello che già mi contraddistingue.
(Piccolo inciso. Sto rileggendo tutto Proust nella edizione Einaudi e ho fatto caso che tutte le parole composte in cui l'anello di congiunzione è una di, questa non è raddoppiata. Come se qui sopra io avessi scritto "contradistingue". Non che sia un vero errore, ma mi dà un po' fastidio. Passons...).



Nel febbraio scorso mi sono rivolta a voi per accennarvi al mio progetto di un libro.
Avevo avuto allora da una persona del mestiere, del tutto non richieste, la sollecitazione e l'incoraggiamento, oltre che la promessa di un sostegno fattivo nel mondo dell'editoria. Si tratta di una persona con sufficiente credito e potere nel campo dell'editoria da farmi sentire abbastanza sicura che, se fossi riuscita a scrivere qualche cosa di decente, il libro avrebbe avuto la sua chance.
Ho lavorato al mio libro con passione e il libro a giugno era pronto, fatte salve revisioni ecc.
Ha ricevuto l'approvazione convinta del mio sostenitore. Poi lui, preso, prima in sue personali riflessioni, poi in un più importante progetto, si è allontanato da me e dal mio libro. Promette di rifarsi vivo, e forse lo farà, un giorno.
Ma la mia delusione è grande perché, tranne quando sono davvero depressa, nel mio libro io credo e su quell'aiuto avevo fatto davvero affidamento.
Ora mi chiedo. Ha senso partire per una battaglia in altre direzioni per cercare di far pubblicare il mio libro?
O dovrei invece mettermi tranquilla, al riparo da scosse che fanno male al mio faticoso equilibrio, riconoscere il mio desiderio di essere pubblicata per quello che è: vanità personale, desiderio di rivincita, bisogno di gratificazione ecc, ecc, ecc?
E poi: avrei la forza di battermi per la mia scrittura non avendola mai avuta in tutta la mia vita, neanche quando ero giovane e forte e sana?
Confesso che questo pensiero mi occupa e che mi sento un piccolo topo in gabbia indeciso tra due direzioni, entrambe dolorose: la battaglia o la rinuncia, il rischio o la rassegnazione.
Una voce, non sostituibile, e che avrebbe potuto aiutarmi a chiarire, insieme, il mio vero bisogno, la sua natura e la direzione da prendere, ormai tace.
E io oscillo. Proprio come la famosa barchetta tra i flutti.
Passo da giornate o addirittura momenti in cui credo di avere risorse sufficienti per affrontare gli ostacoli ad altri in cui mi sento troppo stanca e troppo male in arnese per affrontare checchessia.
E tralascio i momenti peggiori, quelli che hanno a che fare con i nodi veri e non più solubili della mia personalità.
Inquadrate tutto questo in una delle stagioni più difficili della mia ciclicità depressiva.
Questo solo per chiarire meglio il quadro, non per lamentarmene.
Sicché mi guardo e mi ascolto, ma sento solo voci confuse e vedo solo ghirigori senza un senso, senza una direzione.
Potrei pubblicare il mio libro sul blog, potrei pubblicarlo in proprio con uno dei mille pseudoeditori che pullulano in rete e fuori, potrei pubblicarlo sul dignitosissimo sito dell'Espresso. Potrei molte cose. Ma sono quelle giuste? Darebbero risposta ai miei bisogni?
E poi: il libro merita?
Questo dubbio mi aggredisce, malgrado un paio di pareri professionali incoraggianti.
Io sono, o credo di essere, il giudice più spassionato, freddo, severo e quindi giusto per il mio libro ma passo da momenti in cui lo guardo benevolmente ad altri in cui resisto a stento alla voglia di fare un bel delete definitivo.
Punto i piedi per resistere alle oscillazioni del mio umore che, quando volgono al basso, travolgono tutto e tutti.
Mi puntello come posso, come so, come ho imparato a fare, ma ogni tanto perdo la presa.
In questo preciso momento tutto mi sfugge di mano, tanto che sento il bisogno di pubblicare un post dilemmatico il cui dilemma, in realtà, può essere risolto solo da me.
Ma, non sono forse i nostri impulsi contraddittori la sostanza delle nostre faticose vite?

ciechi

Questo post volevo correggerlo, rivederlo e arricchirlo, ma la pigrizia mi impedisce di farlo.
Beccatevelo così!



Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere.

Per me è di assoluta evidenza il fatto che gli dei ci vogliano perdere. Noi gli italici, intendo.
E credo di sapere perché gli dei ci vogliono perdere, come mai abbiamo perduto il loro favore e la loro protezione.

Ci vuole perdere Apollo, furioso con noi per come mal-trattiamo le arti. Per come schifiamo la poesia, per come trascuriamo la musica, per come mercanteggiamo con la medicina.

Ci vuole perdere Bacco, che ci ha visti passare da coppe e crateri al vino in contenitori di plastica con tappo in plastica. Piccola colpa rispetto alle altre ma si sa, Bacco è fumantino!

Vuol perderci Cerere disgustata dal trattamento che riserviamo alla terra e a i suoi frutti e per la nessuna considerazione in cui teniamo il lavoro agricolo.

E Diana, lei che protegge le fonti e i boschi, da noi rese velenose o ridotte a discariche. Ma la sua furia si moltiplica perché Diana è anche la Dea che protegge le donne e deve assistere ad un quotidiano femminicidio.

Persino Cupido ci vuol vedere persi. Non gli piace la povertà del nostro erotismo, sacrificato alla produttività, né il suo carattere mercenario.

E Venere arriccia le labbra graziose per la volgarità che depositiamo sulla bellezza.

Giunone brontola per il modo sciatto con cui donne e uomini trattano le loro unioni, senza cura, senza attenzione.

Persino Mercurio ce l'ha con noi. I ladri che protegge sono i piccoli e astuti furfanti non certo i grandi tycoon che spezzano migliaia di vite. Per questo è furioso: i suoi protetti, i piccoli borseggiatori, finiscono in galera, mentre i grandi criminali godono di impunità.

Nettuno schiuma rabbia per come abbiamo ridotto il mare nostrum, pattumiera chimica.

Potrei continuare. Non c'è dio, piccolo o grande, che non abbiamo offeso, né semidio, né Musa, così come i nostri Penati. I nostri Penati non possono scagliarsi contro di noi, ma possono piangere. E infatti piangono. Ma non sono inascoltati. Il loro lamento sale agli dei.
C'è un gran ribollire di rabbia e indignazione sull'Olimpo e una gran voglia di farla finita con noi italici.

Ma il più furioso, il più accanito, il più indignato contro il popolo italico è il padre Giove. La giustizia rantola al suolo, ogni giorno la inzaccheriamo di più e Giove sbuffa e brontola, un brontolio sordo che si addensa sul nostro capo. Per questo ci ha accecati: affinché noi ci si perda definitivamente.
E noi, gli italici, stupidamente ciechi, sempre più ci lasciamo accecare mentre ci crediamo e ci diciamo prosperi e felici.

I pochi che tengono gli occhi aperti li hanno colmi di allarme, ma come tante Cassandre, non trovano, nel loro paese, alcun ascolto.

mercoledì 9 settembre 2009

intervallo

C'è una luna da cani stasera.
Una luna arrabbiata
s'è impadronita della scena.
Un urlo bianco che arretra il cielo
taglia il silenzio dell'ora
irride al sonno dei giusti.
Non fa prigionieri la luna stasera
Rinomina le vie e le piazze e le case
E ogni, ogni cosa la chiama Tempo.
C'è una luna da cani stasera.
m.p.

martedì 8 settembre 2009


No, 21 gradi centigradi sono davvero troppo, troppo pochi! Questo calo di temperatura mi riduce alla disperazione!
Per protesta, questa è la mia dichiarazione d'amore al caldo.




"Che caldo!" pensò. Ma l'intenzione non era certo quella di lamentarsi.
Il vento ardente le gonfiava il vestito turchese e le sollevava i capelli bruni. Il sudore alla base della nuca si asciugava sotto l'alito caldo e lei si sentiva espandere verso l'esterno, come una corolla che si apre alla luce.
Camminava di un passo lento e assorto, attraversando in diagonale la strada per evitare le macchie d'ombra. Non lo faceva per sfida, ma per una specie di necessità irriflessa: "tenersi sempre al sole" dicevano le cellule del suo corpo.
E se partecipava agli scambi di battute usuali tra gli abitanti della città quando il caldo africano bussava alle porte -oggi non si respira! Saranno più di quaranta gradi! Si soffoca!- lo faceva come se rispondesse ad una liturgia. La sua esclamazione -Che caldo! si integrava con quelle degli altri in un dialogo già scritto cui partecipava senza nessuna convinzione, solo per non sollevare questioni, come si partecipa ad un rito religioso di una religione differente: con rispetto e distacco. La sua religione era proprio il sole -il dio più caldo e più buono- e in estate si sentiva come una specie di cospiratrice; nascondeva il suo amore segreto per il caldo come se fosse un vizio o una congiura, qualche cosa di troppo incomprendibile ed offensivo per ogni abitante di quella città, un segreto tra lei e l'astro dardeggiante.
Sapeva quanto male si diceva del suo idolo luminoso e non dubitava che la scienza avesse ragione. Ascoltava compunta tutti i consigli soliti che ad ogni inizio di stagione le televisioni e i giornali elargivano con solerzia. Non esponetevi troppo al sole, indossate delle lenti scure, mettete delle creme protettive, copritevi la testa, rinfrescatevi di frequente...Li conosceva tutti. Non ne seguiva nessuno. Non era scettica, no: ma era offesa. Le sembrava che per amore si potesse ben correre il rischio di un'eccessiva esposizione, di un colpo di calore, di un dardo negli occhi! E per quanto riguardava il suo corpo, non riusciva a credere che il sole potesse far male anche alla più piccola parte di sé. Il sole era un piacere così intenso, così languido, così febbrile. Ricevere il sole era come fare l'amore: il suo corpo si espandeva, si tendeva, si apriva; diveniva disponibile e arreso e insieme voglioso e implorante.
Il sole era un amante ed esserne posseduta era il più divino dei piaceri.
Di questo non parlava mai a nessuno. Non voleva aggiungere stimmate a stimmate."

lunedì 7 settembre 2009

grazie a Rosellina






Queste foto della facciata della Chiesa di San Pietro a Tuscania me le ha mandate una gentile e generosa sconosciuta, Rosellina.
Le foto sono sue e le pubblico con la sua autorizzazione.
Grazie, Rosellina!

passeggiata a Tuscania

La poesia di un poeta locale dopo il terremoto del 1971 che colpì Tuscania e tutto il viterbese.
Riposa serena
Corte
Loggia
Vetrina
L'organo della cattedrale
Piccoli capolavori
Piccoli capolavori

Piccoli capolavori


Mancano le foto della Chiesa di San Pietro che domina la valle del Marta e posa su un prato verde smagliante, ma la pila della mia macchinetta digitale decise di averne abbastanza. Del resto non sarei mai riuscita a darvi un'idea della bellezza della chiesa. Ha una facciata solida ed elegante insieme e si iscrive in uno spazio aperto, alta su un colle. E' un monumento di grande importanza storica e artistica e la sua bellezza è assoluta. Eppure è visitabile solo grazie all'impegno di una semplice cittadina. E' una giovane donna di Tuscania che riceve dalla Sovrintendenza 300 euro l'anno - ripeto, 300 l'euro l'anno- per tenere pulita la Chiesa. Lei non solo l'accudisce con amore ma l'apre, con grande sacrificio personale, quattro ore al giorno per renderla godibile ai visitatori fortunati. Organizza la sua vita, famiglia, lavoro, impegni vari, intorno all'esistenza della chiesa che è per lei la sua storia fatta pietra.
La Chiesa di San Pietro è uno di quei luoghi dove il pensiero si svincola dalla pesantezza della realtà quotidiana e si vivifica: anche con la macchinetta carica, come avrei potuto mostrarvela davvero?





Questa foto della Chiesa di San Pietro l'ho presa in Internet. Quando mio marito stamperà le sue le posterò perché sono sicuramente più belle di questa.

domenica 6 settembre 2009

sentirsi così



Ana Blandiana



LEGAMI

Tutto è me stessa.

Datemi una foglia che non mi assomigli,

aiutatemi a trovare un animale

che non gema con la mia voce.

Là dove la calpesto la terra si spacca

e morti che hanno il mio sembiante

li vedo abbracciati a procreare altri morti.

Perché tanti legami con il mondo,

tanti progenitori e coatta discendenza

e tutto questo insensato somigliarsi?

M'incalza l'universo con i mie mille volti

e non posso difendermi se non contro me infierendo.



Non mi piace, e non lo faccio mai, aggiungere parole di commento o di riflessioni personali ad una poesia. Non lo farò neanche questa volta, ma...

sabato 5 settembre 2009

addio alle rondini

Essere rondine
di Mario Luzi

Sgorgano
l'una dall'altra
esse, traboccano
fuori dal loro primo caldo gruppo, l' una
dopo l' altra, disfano
le loro rapide pattuglie
sbandando sotto la loro impavida veemenza
ed eccole si lanciano,
nero zampillo ricadente,
su, alte nell' aria, ma poco -
è solo
un primo assaggio
quello, un primo guizzo
di compressa fiamma
poi allungano
ciascuna più in alto - ciascuna
più, vorrebbe - il loro getto
ma non oltre il perimetro
del loro aereo campo,
non oltre il dominio della loro forza

e toccato quel limite rientrano
planando ad alta quota,
impetuosamente si rituffano
nella conca di quella
inesauribile fontana.

C'è pena
o c'è felicità in quel fervere
o in quell' affannarsi?
che c'è in quel vorticare
della vita dentro i suoi recinti?
Sono libere
quelle anime
ma libere di muoversi
a un ritmo segnato...
che dice la molle ricaduta
che cosa la razzante ascesa
e la frenetica frecciata -
si occulta spesso,
talora si lascia leggere
un pensiero
scritto in ogni parte
in ogni parte operante.
Lo esprimono
forse esse, lo gridano con strazio ed ebrietà,
ne infuriano-
è questo il loro essere rondini,
in quella irrequietudine è la loro pace.

venerdì 4 settembre 2009

mi manca

Faccio un giro tra i blog per me "storici", i primi che ho frequentato quando ho aperto il mio. C'è stata una moria spaventosa! Non farò un elenco, che diventerebbe subito una graduatoria. Ne citerò solo uno che mi manca particolarmente. E' il blog di Giulia. Giulia non scrive più dal 10 di aprile. Questo è il suo ultimo post.

"Ogni giorno di più sento quanto sia difficile parlare senza usare parole usurate e abusate.
Ed ogni giorno mi dico che è venuto il momento di tacere, è venuto il momento di ritrovare quei gesti che ridiano significato al nostro essere al mondo.
Abbiamo bisogno di parole nuove che vibrino con il nostro agire, che nascano dalla coerenza e dal rispetto più profondo per tutto ciò che ci circonda, che sappiano risvegliare il nostro senso civile e la nostra attenzione all’altro.
E l’attenzione, come dice Maria Zambrano: “deve essere come un cristallo che, quando è perfettamente pulito, cessa di essere visibile per lasciar passare in trasparenza ciò che sta dall’altro lato. Se, quando facciamo intensamente attenzione a qualcosa, lo facciamo proiettandovi i nostri saperi, i nostri giudizi, le nostre immagini, allora si fermerà una specie di spessa coltre che non permetterà a quella realtà di manifestarsi”.

Ho orrore di quanto questo paese non sappia difendere i suoi cittadini, di quanto non abbia cura dei nostri bambini, dei nostri monumenti, di nulla. Il terremoto in Abruzzo ne è l'ennesima testimonianza. Muiono, rimangono senza nulla... Domani non se ne parlerà più come è successo le altre volte e continueranno a costruire case di sabbia...
Ho orrore di chi ha fatto della propria vita solo potere e ricchezza e sta cercando di fare dimenticare a tutti che sono ben altri i valori per cui dovremmo lottare."


Da allora Giulia tace. E se penso alla intelligenza del cuore di Giulia mi chiedo che cosa vado scrivendo io.
Per chi ne ha voglia, e già non li lesse a suo tempo, i post di Giulia sono là, ricchi e perfetti.
Tra le colpe che ascrivo al mio paese di oggi ci metto anche quella di aver tolto la voglia di scrivere a Giulia, di averla spinta al silenzio.

giovedì 3 settembre 2009

segnalazione/ per la nostra Anna

Questo gruppo è nato su Facebook per iniziativa di una ragazza sarda.
Per chi non frequenta Facebook, questo è il testo.



C'è un'aquilana che ha bisogno di noi...aiutiamo Anna Pacifica Colasacco!

Ho conosciuto Anna mesi fa, pochi giorni dopo il disastroso terremoto, come tanti altri aquilani Anna ha visto crollare la sua casa, ha perso il lavoro e tutte le sue certezze...in questi mesi ho avuto modo di conoscerla meglio attraverso la sua pagina di facebook ( http://www.facebook.com/profile.php?id=1634643779&ref=ts ) e il suo blog ( http://miskappa.blogspot.com/ ).
Chi di voi, come me, ha seguito la sua storia sa che Anna è una persona forte e determinata, ho visto che ci sono tante persone tra di noi che le hanno promesso un aiuto nel momento in cui ne avesse avuto bisogno, beh ragazzi quel momento è arrivato, Anna ha trovato una casa in affitto, ora può finalmente ricostruire la sua vita ma gli aiuti da parte dello stato sono scarsi e sopratutto faticano ad arrivare e lei e suo marito da molti mesi non hanno un lavoro...mi rendo conto che è un momento di crisi per tutti, ma so anche di che pasta sono fatti i miei connazionali in momenti come questo e so che se TUTTI rinunciamo a qualcosina possiamo fare davvero tanto per lei.
...presto a L'Aquila arriverà il freddo, mi piacerebbe che l'incubo di Anna e della sua famiglia finisse, mi piacerebbe sapere che passerà un'inverno tranquillo in una casa riscaldata come ce l'abbiamo tutti, mi piacerebbe che noi tutti insieme riuscissimo a darle una seconda possibilità di avere una vita normale...
basta poco ragazzi, questo contocorrente è stato aperto da anna su mia richiesta

Intestazione: Colasacco Anna Pacifica
ABI 06040
CAB 03601
Numero conto 00000071166
IBAN IT11J0604003601000000071166
presso la Cassa di Risparmio di L'Aquila

i nostri soldi arriveranno direttamente a lei senza nessuna intercessione da parte di cinici approfittatori, lo sappiamo tutti che si può fare, che niente è impossibile e che l'unione fa la forza...basta solo un po' di solidarietà (e so che certo non vi manca), e mezz'oretta di fila alla posta...mi sembra un prezzo irrisorio da pagare per una causa così nobile, so che tutti insieme ce la faremo, allora forza ragazzi, confido in voi, facciamole vedere che le nostre promesse d'aiuto non erano solo parole...
contatti per delucidazioni: skam12@hotmail.com

Conto corrente
Intestazione: Colasacco Anna Pacifica
ABI 06040
CAB 03601
Numero conto 00000071166
IBAN IT11J0604003601000000071166
presso la Cassa di Risparmio di L'Aquila

Io spero che questa iniziativa aiuti Anna.
Diffondiamola più che possiamo e partecipiamo.
grazie!
marina

pensieri

"La sua mancanza? E' una sorta di fame d'aria. Non soltanto parole e oggetti la ricordano, ma anche l'aria. Anche all'aria manca qualcosa." Sandor Marai

Sandor Marai scrisse queste parole già vecchissimo, nei suoi ultimi mesi di vita, dopo la perdita della moglie.

Io so che la mancanza di qualcuno di importante per noi ridisegna gli spazi, e il tempo ed ogni altra cosa. All'aria non avevo mai pensato ma capisco che Marai aveva ragione.

mercoledì 2 settembre 2009

qualche scatto


DIETRO





NON LASCIATE BICCHIERINI NEL PATIO




IL PAPIRO




DALLA MIA FINESTRA




L'AGAVE GRANDE (più alta di me)




TOMMASINO Dà L'ACQUA





IL PRATO DAVANTI





IL PORTICO




IL CANE BINGO




DIETRO NON C'è PIù PRATO




L'AGAVE PICCOLA




BENVENUTI



LA CASA

martedì 1 settembre 2009

una inezia essenziale

"Cavalcò tutto il giorno mentre il tempo peggiorava e il vento diventava sempre più freddo. Col fucile di traverso sulla sella e il serape sulle spalle proseguì sospingendo i cavalli davanti a sé. Alla sera tutta la parte settentrionale era plumbea e battuta da un vento gelato. John Grady percorse il bordo della mesa disseminata di conche erbose e rocce vulcaniche, poi si sedette col fucile sulle ginocchia in una bajada dell'altopiano. Nell'azzurro intenso del freddo crepuscolo i cavalli legati pascolavano alle sue spalle. Con l'ultima luce del giorno, quando il mirino del fucile era ancora visibile, cinque cervi entrarono nella bajada, drizzarono le orecchie e si misero a pascolare.
Il ragazzo mirò alla femmina più piccola e sparò. Il baio di Blevins, pur legato, s'impennò con un nitrito e i cervi fuggirono come il vento svanendo nell'oscurità. La cerbiatta colpita restò a terra a scalciare. Lui la raggiunse nell'erba insanguinata, s'inginocchiò appoggiandosi al fucile e le mise una mano sul collo. La bestia lo guardò senza paura, con gli occhi caldi e umidi, e morì.
Lui si sedette e la guardò a lungo. Pensò al capitano, chiedendosi se era vivo, pensò a Blevins, pensò ad Alejandra e ricordò la prima volta che l'aveva vista passare di sera sulla strada della cienaga col cavallo bagnato appena uscito dal lago. E ricordò gli uccelli, il bestiame al pascolo e i cavalli selvaggi sulla mesa. Il cielo era scuro e tirava un vento freddo. Nella luce morente del giorno, un'ombra viola e fredda aveva trasformato gli occhi della cerbiatta in una delle tante cose tra le quali l'animale giaceva. Erba e sangue. Sangue e pietre. Pietre macchiate dalle prime gocce di pioggia. Ricordò Alejandra e la prima volta che aveva visto le sue spalle curve per la tristezza, una tristezza che aveva creduto di capire ma di cui non aveva capito nulla, e si sentì solo come non gli era più capitato da quand'era bambino, totalmente estraneo al mondo che pure continuava ad amare. Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore.
Il mattino dopo il cielo era sereno...." Cormac McCarty: Cavalli selvaggi- Einaudi 1996

Questa estate ho visto un piccolo topo di campagna morto su un sentiero, forse avvelenato, forse crepato di malattia, o di dolore o di vecchiaia.
E' stato un incontro strano. Se lo avessi incontrato vivo nella mia casa (dove durante l'inverno tentano di entrare rosicchiando pazientemente le persiane di legno) ne avrei avuto paura, penso che avrei fatto un salto e lanciato un grido.
Ma nella morte aveva perso tutta la sua spaventosa terribilità; non perché era immobile e dunque non poteva sfrecciarmi tra i piedi gettandomi in allarme; ma perché ne scoprivo l'aspetto di creatura. Perdeva tutto l'alone minaccioso con cui circondiamo ciò che non conosciamo. Nella sua morte presentivo la mia. E nella mia, il cui giorno è ormai più vicino di quello della mia nascita, riconoscevo la sua. Eravamo la stessa cosa. Lui con la sua, io con la mia coscienza. Io credo che in ogni morte noi sentiamo la nostra anche se ci affanniamo a distoglierne gli occhi o a negare che ciò ci riguardi. Ma un topo morto ci dice che nelle due morti non c'è differenza. Ci dice qualche cosa del mondo che dimentichiamo continuamente e continuamente e sempre e sempre. Che il mondo è una cosa sola, che tutte le gerarchie che ci siamo inventati sono arbitrarie e ridicole; sono solo steccati tra noi e la nostra paura di essere al mondo, tra noi e la nostra spaventosa solitudine. Inventiamo gli Dei per sentirci un po' Dei anche noi ed esorcizzare la semplice e terribile verità che siamo solo un piccolo pezzo della realtà, con lo stesso identico destino: appannarci e morire.
Possiamo uccidere una cerbiatta, perché abbiamo un fucile e abbiamo fame. Possiamo mettere sacchetti di veleno per topi intorno alle finestre per non farci mangiare i divani e le coperte e imbrattare i letti. O per non doverne incontrare uno sulle scale di casa.
Ma il piccolo topo morto lo incontreremo comunque: e saremo noi.

La bellezza del mondo intanto esiste. E resiste. Solo che ne ignoriamo, ne vogliamo ignorare, tentiamo continuamente di ignorarne il prezzo.
Siamo anche noi parte di questa bellezza, anche noi arricchiamo il mondo e insieme gli diamo dolore. Ognuno di noi può essere la cerbiatta che annusa l'aria nel crepuscolo freddo ma ognuno di noi è anche il colpo di fucile che l'atterra morente. E ognuno di noi è ancora la cerbiatta che volge un ultimo sguardo davanti a sé e muore.

Scusate.