venerdì 29 febbraio 2008

Bing and Satchmo Jazz Jazz Jazz




THERAPEUTIC!

E voi?

Dal Devoto-Oli:

Fantasia : Facoltà dello spirito di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse in molto o in tutto diverse dalla realtà.

Immaginazione : Libera o astratta riproduzione o elaborazione di dati sperimentali o fantastici.

Altrove ho trovato:

Fantasia: Facoltà della mente umana di rappresentare invenzioni sue proprie in immagini sensibili.

Immaginazione: Facoltà di pensare senza regole fisse e di associare liberamente i dati dell'esperienza.

È evidente il rapporto di parentela tra le due parole. Non etimologico, giacché Fantasia viene fatto derivare da Aristotele da ϕαος, "luce" e si riferisce ad immagini mentali distinte dalla percezione, mentre Immaginazione deriva dal latino imago voce latina dotta di incerta origine (forse da aemulus, forse da imitor) e il cui significato spazia da una grande aderenza alla realtà ("ritratto", "maschera di cera") fino a "idea", "pensiero", "fantasma" e "sogno".


Le due definizioni non si oppongono, ma mi sembra che si distinguano comunque per il rapporto con la realtà.
Nel dizionario di Psicologia di Amedeo Dalla Volta( anni ’60) con Fantasia si intende il pensiero... più o meno disinserito dalla realtà, che caratterizza soprattutto la fantasticheria e il sogno.
L'Immaginazione, invece è definita come una attività di pensiero imitativo o costruttivo e rapportata direttamente all'attività creativa, sia artistica che scientifica.

Venendo in tempi più recenti l’Immaginazione è in psicologia la capacità di produrre immagini mentali e la Fantasia è una attività mentale che trasfigura la realtà.

A me sembra di capire che l’immaginazione conservi con la realtà un rapporto più stretto, che la usi come materiale per ideare nuove costruzioni mentali in cui la realtà non solo “apparirà” diversa ma avrà modo di “farsi” diversa.
La fantasia invece, mi sembra più svincolata dalla realtà. Una fantasia mi sembra destinata a non “farsi” mai realtà. O forse, solo dopo qualche secolo. Leonardo da Vinci secondo me aveva fantasia oltre che immaginazione. Ma era Leonardo da Vinci.
L’immaginazione mi sembra capace di dare più speranza. Di fronte ad un problema l’immaginazione cerca una soluzione, anche audace, realizzabile. La fantasia fugge verso una soluzione che non si realizzerà ma che intanto consola.
Gli immaginativi sono forse quelli che a piccoli passi cambieranno il mondo.
La Fantasia d’altra parte mi sembra un dono divino, e i fantasiosi creature venute a rallegrarci. Forse non faranno in tempo a cambiare il mondo nelle loro vite ma ci indicheranno le strade da seguire.

Insomma mi piacerebbe essere fantasiosa ed immaginativa.
Non vi dirò come invece penso di essere, perché in definitiva mi interessa di più capire come siete voi.

Vi pongo perciò tre domande:
È arbitrario questo mio modo di intendere i due vocaboli?
Avete differenti definizioni?
E soprattutto: voi avete più fantasia o più immaginazione?
O, come Leonardo, abbondate di entrambe?

giovedì 28 febbraio 2008

pura gioia

Al risveglio di Tommasino, mia figlia gli chiede: Hai fatto una bella ninna? Sì, è la risposta. E che hai sognato? Baci, coccole e carezze, risponde Tommasino.
Nel raccontarmelo il commento di mia figlia è: Che cosa si può volere di più dalla vita?
Concordo al mille per mille. Che cosa si può volere di più dalla vita?
La giornata inizia con questo messaggio di gioia pura.

mercoledì 27 febbraio 2008

astro...logando



Non credo all’astrologia. La considero, nel migliore dei casi, un modo fantasioso di darsi ragione del nostro o dell’altrui carattere, e, nel peggiore, un modo illecito di estorcere soldi ai creduloni.
Mi capita, come a tutti, di sentirmi chiedere, con aria allusiva: Di che segno sei?
Non avrei mai la scortesia di rispondere: “I segni zodiacali non esistono e la tua domanda è priva di significato.” Così, poiché non mi costa niente, rispondo: “Della Bilancia”.
Ricevo in ritorno risposte soddisfatte: il mio segno viene approvato, certificato come buono e nessuno, ma proprio nessuno, manca di iniziare o terminare la sua diagnosi con la più ovvia delle associazioni mentali: Bilancia uguale equilibrio. Per cui mi si riconosce un carattere portato alla razionalità, connotato da grande fermezza ed equilibrio. Eventuali caratteristiche contrarie vengono dichiarate secondarie ed ininfluenti rispetto all’equilibrio di fondo.
L’astrologa/o di turno non potrebbe sbagliarsi dipiù. La razionalità è per me un bisogno cui mi spinge la mia sostanziale ed eccessiva irrazionalità; l’equilibrio, di cui pure do apparentemente prova, mi è estraneo come un pesce palla alla cima del K2; insomma sono fatta di passionalità grezza da me imbrigliata con sforzi talmente violenti e coercitivi, che mi hanno procurato e continuano a procurarmi, fantasiosi fenomeni psichici.
Da dove nasce questo grossolano errore?
Credo di saperlo. Nasce da un' idea sbagliata della bilancia, proprio come oggetto, intendo.
Lungi da essere esempio perfetto, antonomasico, di equilibrio, la bilancia segna la massima distanza concettuale da questo saggio ideale.
Non c’è niente di più instabile di una bilancia.
Attimi di equilibrio in un eterno oscillare.
Proprio come me.
Ecco, forse, in questo senso, io appartengo proprio al segno della Bilancia.
Vuoi vedere che devo rivalutare l’astrologia?

martedì 26 febbraio 2008

amore come fantasia/per V.I.



Retrato de Antonio Machado realizado por su hermano José.



ANTONIO MACHADO

Todo amor es fantasia;
él inventa el año el dia,
la hora y su melodia;
inventa el amante y, mas,
la amada. No prueba nada,
contra el amor, que la amada
no haya existido jamas.

(libera traduzione)
Ogni amore è fantasia.
Inventa per sé l'anno, il giorno e l'ora.
E la sua melodia.
Inventa l'amante e, soprattutto, l'amata.
Non prova niente, contro l'amore,
che l'amata non sia esistita mai.

Nota Bene
Contro l'amore, non prova niente neanche se l'amato/a non esista più, o non esista ancora o esista come amante o come amato/a di un altro/a.
Auguri a V.I. e A.I.

trasformazioni

Ho scoperto che la pazienza si può perdere. Non parlo di quel “Ho perso la pazienza”, con cui giustifichiamo piccoli scatti d’ira, rispostacce, frasi taglienti e bruschi sbotti (bellissima combinazione di vocaboli, penso che ne farò tutta una parola “bruschisbotti). No, parlo di un sentimento più profondo e definitivo, con cui diciamo dei “Basta”, più a noi che agli altri e che segnano una qualche decisione interna che ci porta a rompere con vecchi modi di essere, di rapportarci, persino di sentire.
Io non sono buona, ma sono paziente. Lo sono per effetto di razionalità. Cioè ho la tendenza a vedere, o a cercare di vedere, le motivazioni altrui, ad inquadrare gli atti degli altri nella cornice della loro personalità e a considerarli in un certo senso obbligati per loro. Cosicché, anche se spiacevoli, sgradevoli nei miei confronti, li tollero con più o meno buona grazia. A questo si aggiunge un’altra mia caratteristica, che discende dalle mie convinzioni sull’esistenza. Provo cioè un fondo di pietà per l’essere umano in quanto tale. Lo vedo che si arrabatta sulla faccia della terra, avvolto nel suo spavento e nella sua solitudine e mi intenerisce. Questo non vi faccia credere di me che io sia una santa. Il punto non è questo. Piuttosto mi succede di astrarmi dalla contingenza dell’eventuale conflitto tra me ed un’altra persona e di vederla semplicemente come essere umano. Questa che io chiamo la mia “pazienza” funziona ovviamente in modo particolare con le persone che mi sono più vicine e più care.
Il massimo esempio di questa disposizione si registra nella durata del mio matrimonio: trentanove anni.
Ora però qualche cosa è cambiato, non so bene perché. In un certo senso è come se, avendo realizzato che il tempo che mi resta da vivere non è poi così tanto, io abbia deciso di occuparmi principalmente di me-essere umano che si arrabatta su questa terra-e di tener meno conto dell’arrabattarsi altrui. Di smettere di pazientare per effetto di questa solidarietà umana ed affettiva. Che ognuno sia responsabile delle proprie azioni e se ne becchi le conseguenze.
Non è né una ripicca verso chi mette a prova la mia famosa “pazienza”, né una improvvisa voglia di affermarmi contro gli altri. Piuttosto sento un bisogno di rispettarmi di più, di dedicarmi quella attenzione che tento, con maggiore o minore successo, naturalmente, di dedicare agli altri. Come pure di dedicare meno energie e meno tempo a comprendere le motivazioni altrui e un un po’ di più a rispettare le mie. Non so bene se si stia parlando di pazienza che se ne va o di egoismo che irrompe. Comunque sia, è così.
Del resto il mio motto per questo 2008, non è “Amica esse mihi”?

lunedì 25 febbraio 2008

ciò un blog/capitolo cinque

Riepilogo delle puntate precedenti: di come la nostra autrice, nel tentativo di trasformare un blog in un libro, in mancanza di ispirazione la tiri per le lunghe, affidandosi alla tecnica della digressione, per allungare il brodo

Se rileggerete l’ultima frase del precedente capitolo, incontrerete la parola eco e noterete che ho scritto una eco, questo lo dico soprattutto per l’eventuale correttore di bozze, perché non si azzardi ad apportare correzioni. Naturalmente non è affatto certo che io incontri sulla mia strada un correttore di bozze, né che ci saranno mai delle bozze da correggere, ma, ove ci fossero, il loro correttore è avvisato: eco è femminile e come tale va trattato. Mi capita spessissimo di leggere un eco di questo e un eco di quello e ciò indispettisce l’insegnante di grammatica che ronfa in me. Mentre Eco, per chi ancora non l’avesse appreso, era una Ninfa dei boschi e per la precisione quella così sfigata che, tra tutti i giovani dediti a nulla fare che popolano gli ambienti mitologici, si innamorò proprio del più narcisiaco, vale a dire Narciso stesso che non vedeva al di là del suo elegantissimo naso e passava il suo tempo a specchiarsi nelle acque di un corso d’acqua. Non riuscendo a ricordare se si trattava di un fiume o di un lago ho scritto corso, ma forse non sono riuscita ad evitare comunque il possibile errore perché se si trattasse di un lago il termine corso non sarebbe comunque esatto perché il lago, comunque, non corre. Per cui forse è meglio che io cancelli il corso d’acqua e lo sostituisca direttamente con lago. Con questi ultimi due periodi ho veramente esagerato, lo so.
Mi rendo perfettamente conto che essi sono non solo superflui, anzi decisamente inconsistenti, privi del più elementare significato, ma inoltre notevolmente irritanti, e sento il montare della vostra pressione che si sta facendo strada fino a me. Sento perciò la necessità di aprire qui una digressione sulle digressioni. Non dico un piccolo saggio ma qualche piccola osservazione per definire, così, bonariamente, tra di noi, una volta per tutte, il senso che le digressioni hanno nella mia scrittura.

Ma prima devo anticipare una piccola pre-digressione. Voglio cioè portare alla vostra attenzione il fatto che parlando del mio modo di scrivere non l’ho appunto chiamato semplicemente ‘modo di scrivere’ ma con il ben più nobile termine di “scrittura”. Ora i due termini malgrado tutto si equivalgono, almeno nel lessico del Devoto Oli, tanto che l’uno serve a definire l’altro, ma non si equivalgono affatto nella considerazione del mondo delle lettere. Sono i signori nessuno, quelli che non hanno mai pubblicato un romanzo, quelli che stendono relazioni, o saggi o report che hanno un “modo di scrivere”, gli altri, gli artisti, hanno una “scrittura”, che è né più né meno il loro modo di scrivere ma contiene una dose massiccia di autogratificazione. Chiamare “scrittura” il mio “modo di scrivere” è una nobilitazione anticipata del mio lavoro e dato che dubito di una futura nobilitazione voglio almeno assicurarmi quella previa. Sul fatto che, per indicare la mia azione di scrivere, io abbia parlato di “lavoro” non posso che ripetermi: è anche questa una nobilitazione previa. Significa semplicemente che quello che sto facendo in questo preciso momento va considerato alla stregua di un lavoro, cioè di una impegnativa e nobile attività umana e non di un passatempo, in fondo innocuo, ma privo comunque del benché minimo interesse per il resto dell’umanità. Si tratta cioè di produzione di Cultura. A questo ci tengo e siccome ci tengo molto Cultura l’ho scritto con la maiuscola di modo che sia chiaro a tutti quanto ci tengo.
Ma per tornare alla digressione sulle digressioni, vi prego di considerarle per quello che realmente sono. Non un ingorgo incontrollato del mio pensiero, né un’ossessione patologica per la esemplificazione e la cura del dettaglio, ma nella loro realtà di artificio letterario volto ad allungare il brodo. Avendo deciso che questo sarà il mio primo libro, ho anche deciso che devo precipitarmi a scriverlo per evitare che qualcun altro venga colto dalla mia stessa idea e arrivi prima di me con il suo bel libro pronto davanti all’editore x. Questo dovrebbe farvi capire che dietro alle pagine che avete fin qui letto un’idea di libro, malgrado ogni legittimo dubbio, c’è. Ora, poiché mi sembra evidente che non posso portar lì all’editore un piccolo libbriccino di non più di venti pagine -quante in effetti ne basterebbero per raccontare la storia che, prima o poi, comincerò a raccontare- ne scaturisce la necessità di allungarla, la storia, per presentarmi all’editore con non meno di sessanta pagine. Il modo più veloce che conosco per allungare una pagina e spalmare su tre cartelle un fatto che, anche ben descritto, ne riempie a mala pena una, è quella di inserire delle digressioni. Naturalmente ognuno digredisce a modo suo, secondo le sue possibilità. Laurence Sterne, che con l’arte della digressione ci si è fatto un nome, faceva digressioni non solo lunghe pagine e pagine, infarcite a loro volta di altre digressioni, spesso più lunghe del companatico che andavano ad infarcire, ma anche digressioni di peso, digressioni di sostanza, digressioni che, magari venissero in mente a me, con un paio ci potrei fare un picccolo libriccino da portare ad un editore minore tra quelli piccoli.
Anche se, a dirla tutta, mi sembra di aver notato che spesso i piccoli editori, proprio per compensare il fatto di essere piccoli, cosa che evidentemente soffrono come ferita narcisistica, preferiscono pubblicare cose lunghe sulle trecento pagine, mentre il grande editore che dalla solidità della sua posizione se ne frega dell’opinione altrui, pubblica anche libriccini che, compresa la copertina, l’indice, la prima pagina con una dedica a padri, madri, figli, amici e a qualche guru morto, e quella con i ringraziamenti finali, non arrivano alle cinquanta.
Ora l’arte della digressione di Laurence Sterne io non la posseggo, né del resto posseggo niente altro alla Laurence Sterne, scrittore per il quale nutro una vera venerazione. Posseggo però quel tanto di.....
Continua...

ciò un blog/capitolo quattro

Riepilogo delle puntate precedenti: di come, allo scopo di trasformare un blog inutile in un libro inutile, la nostra protagonista si sia esercitata preliminarmente nella stesura di un blog post-strutturalista, un blog sentimental-romantico ed un blog erotico-estremo. Di come si sia affidata alla tecnica anagrammatica per uscire dall’ attanagliante problema della scelta dei tre alias con cui firmare le sue tre virtuali creature.

Dopo aver mentito filosoficamente, romanticamente ed eroticamente, ero stanca e provata. Improvvisarsi esperta di post-strutturalismo, di erotismo estremo e nello stesso tempo candidamente sentimentale, aveva richiesto alla mia vena immaginativa un impegno così consistente che per diversi giorni mi trascinai sulla tastiera del computer senza un minimo slancio creativo.
Intanto però un acuto sentimento di colpabilità cominciava ad agitarsi dentro di me, mentre mi piovevano addosso da ogni dove accuse ed anatemi. Dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, minacciosi rimproveri ed imperativi quesiti morali mi venivano quotidianamente gettati in faccia. “Intendi dunque rifiutare la maternità di tre blog? Si abbandona una creatura dopo averla concepita? La si usa come cavia in esperimenti eugenetici? Si abortiscono esseri potenziali? E forse che l’essere non è già nella sua potenzialità?”
Nascondevo la testa sotto le coperte ma anche nei sogni una mostruosa gigantesca figura mi interpellava chiamandomi assassina! assassina! Tre, ben tre ne avevo prodotti, al solo fine di crearne un quarto! Ed ora volevo sbarazzarmene, tre minuscoli blog innocenti, già al loro primo vagito, tre teneri, palpitanti blog, alitanti dell’alito della vita, ed io volevo abbandonarli nello spazio nero del Web! Peggio, meditavo di sopprimerli appena ne avessi concepito un quarto di mia più piena soddisfazione. Nazista! Mengele in gonnella! Così, lanciandomi sguardi di fuoco con i minuscoli occhietti affogati nel grasso, il mostro gridava al mio indirizzo, brandendo un cartello con scritto: “Diritto alla vita per ogni blog. L’embrione di blog è vivo dall’atto della sua ideazione.”
Mi svegliavo tremante, in sudori di velenosa acidità, e mi precipitavo al computer nella speranza che i miei tre blog cavia si fossero abortiti spontaneamente, che il dio dei blogger li avesse richiamati a sè, o in ultima istanza che la mia ormai tentennante lucidtà avesse fallito e che io avessi dimenticato di impartire l’ordine fatale: SALVA! Ed invece no, i tre erano ancora lì.
A quel punto accettai di essere immorale, amorale e puttana. Mi confessai assassina e buttai ogni scrupolo dietro le spalle. Avrei monitorato i tre blog e poi li avrei soppressi. Sì, lo avrei fatto e se dal più alto dei pulpiti un uomo in eleganti scarpette da sera rosse, con un cappello in pelle di foca ed un mantello di seta bordato di ermellino, mi avesse ammonita, accecandomi con il bagliore delle gemme inanellate alle sue dita, a rispettare la blog-vita, gli avrei semplicemente risposto: tiè!
Questa decisione mi riportò alla mia calma abituale, anzi dopo la temperie morale il mio spirito si rilassò completamente, virando al neghittoso e all’indolente.
Mi limitai così a collegarmi regolarmente ai miei tre blog per vedere se qualcuno si fosse accorto della loro esistenza e quali reazioni avessero suscitato. Perché i miei blog trovassero lettori puntavo naturalmente solo sul Caso, perché mi guardai bene dal far trapelare in alcun modo e con chicchessia l’esistenza in rete di tre blog tre di mia fattura. Non registrai alcun accesso in nessuno dei tre blog. Ma non mi meravigliai più di tanto. Pur credendo al Caso e alla sua potenza generatrice mi rendevo perfettamente conto che la probabilità che qualcuno si trovasse a passare su un blog con il nome di “ohohoh-blog”, (per quello erotico), “cogititans-blog” (per il filosofico) e “giuggiola-blog” (per il sentimental romantico) era molto bassa. Voi vi starete forse chiedendo la ragione di quell’iterativo” cogititans”.
Il fatto è che il semplice “cogitans-blog” già era presente nel mondo blogger e mi fu rifiutato dalla piattaforma scelta e inoltre mi piaceva l’idea di presentarmi come una persona che non solo cogitava ma cogitava e ricogitava. L’”ohohoh-blog” penso di non dovervelo spiegare e “giuggiola-blog” secondo me, era non solo abbastanza dolce, ma conteneva anche una minuscola allusione ad un mondo naturista. È mio convincimento che i sentimentali abbiano anche un penchant per il mondo della natura, e che le giuggiole siano emblema perfetto del loro ingenuo ed ascientifico concetto di natura stessa. Mentre, a ben vedere, la natura può essere non solo spietata, ma decisamente antisentimentale. Questo pensiero però lo avevo tenuto per me, ché per la fortuna di un blog sentimentale romantico l’ingenuità e magari anche la dabbenaggine dei lettori è assolutamente indispensabile ed è opportuno lasciare nella loro mente un’ombra appena, una eco di struggimento e vacuità. Continua...

domenica 24 febbraio 2008

Vivian e il suo gatto Ignazio




Ecco rispuntare la solita valigia
e quelle eterne scarpe ci risiamo
parte corre si agita per ore
mi sposta tutta l’aria intorno
mi gratta distrattamente in testa
dice ciao bello vado
e se ne va chiude la porta
conto fino a tre dimentica sempre qualcosa
riapre rientra mi ridice ciao bello vado
e se ne va ecco mi ha
lasciato ma chi l’ha detto
che un gatto è indipendente
nessuno sente quello che un gatto solo
dentro sente peggio della fame e della sete
anzi no non peggio meglio anzi no uguale insomma
mi sento poco bene quasi male nessuno sente
quello che un gatto solo dentro sente.



-Guarda Ignazio piove!
-Già.
-Guarda che bei fili la piogegrella fa.
-Già.
(i gatti sono i re, della laconicità)



Ma dove eri finito?
da dove sbuchi bel bello?
ti ho cercato dappertutto
gattaccio bello-brutto.
(mai te lo dirà i segreti dei gatti
restano segreti per l’eternità).



-Ignazio guarda quel piccione magrolino
con l’ala spezzata nemmeno una briciola
gli è toccata non dici niente?
-Niente.
-E guarda quello gli manca una zampetta.
-Preda perfetta.


-Che muso torvo cosa c’è?
-E quando ci muravano
vivi quando ci mettevano
al rogo come streghe voi
dov’eravate dove
eravate non ci sentivate
urlare eh?
-Ma che c’entra ora?
e poi non ero ancora nata allora io.
-E allora Dio?

sabato 23 febbraio 2008

punti di vista





James Hillman, filosofo e psicoanalista junghiano, ha elaborato la “Teoria della ghianda”, che egli difende come Mito.
Lo fa risalire a Platone “secondo il quale tu vieni in questo mondo con un destino, anche se egli usa la parola paradigma. La teoria della ghianda dice che esiste un’immagine individuale che appartiene alla tua anima.”
Tutte le culture l’hanno. “Solo la psicologia occidentale non ce l’ha” dice Hillman.
La ghianda gli serve come metafora. Essa racchiude il nostro destino, la nostra vocazione, il nostro futuro “noi”. Ognuno di noi diventerà una specialissima quercia, unica ed irripetibile. Per questo dobbiamo tenere il nostro io attento ad identificare lo speciale carattere da sviluppare, il destino della nostra ghianda che chiede di essere portata a svilupparsi nella sua forma di quercia.






Antonio Gramsci ha invece scritto: “..ogni ghianda può pensare di diventare quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi “gravide” di querce.
Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella...”


Sarebbe difficile immaginare due punti di vista più differenti sulle ghiande.
Io amo le querce. Ma non disdegno neanche la mortadella.

venerdì 22 febbraio 2008

194/OBIETTIAMO GLI OBIETTORI

Questo post NON è troppo lungo. Lo sembra solo. Troppo lungo è stato il calvario cui è stata sottoposta Margherita, nell' ospedale di San Giovanni a Roma, dove si era recata per sottoporsi ad una Interruzione Volontaria di Gravidanza.
A seguito di questa vicenda Margherita, che mi autorizza a pubblicare la sua storia, ha denunciato il Primario del reparto, Matyas FINSINGER.
Il dott. Matyas FINSINGER è obiettore di coscienza come tutti gli altri ginecologi dell'ospedale, ad esclusione della Dott.ssa Lopizzo.
La prima udienza del processo si terrà a metà marzo.
Essere riusciti a portare il dott. Matyas FINSINGER in tribunale è già una vittoria.



Storia di un’interruzione volontaria di gravidanza, Roma marzo 2007
Vissuta e scritta da Margherita Brunetti

Sono una donna di quasi 41 anni che nel 2002 ha avuto uno splendido bambino (Alessandro) dopo una gravidanza serena e un parto spontaneo che si è svolto nel migliore dei modi. Nel 2004 una nuova gravidanza anch’essa serena. Il 30 aprile del 2005 nasce la mia secondogenita (Caterina) dopo un parto spontaneo più veloce e facile del primo. Purtroppo il 20 dicembre 2005, in seguito a una visita di controllo dal nostro pediatra, alla bambina viene diagnosticato un enorme fibroma nel cuore, e appena due mesi dopo (22 febbraio 2006) muore a nemmeno 10 mesi di vita (si tratta di un rarissimo caso di fibroma isolato al cuore, ci viene detto che di casi conosciuti ne sono stati individuati 200 in tutto il mondo). La nostra bambina non ce la ridarà nessuno e il dolore che la sua assenza ci procura ogni mattina che ci alziamo dal letto ci accompagnerà per sempre, ma io e mio marito alla fine dell’estate 2006 decidiamo che vogliamo un altro bambino, per noi e per nostro figlio. A settembre 2006 ho avuto un aborto spontaneo talmente all’inizio della gravidanza che non c’è stato bisogno nemmeno del raschiamento, il mio corpo ha fatto tutto da solo. Passano i mesi, resto incinta di nuovo a metà dicembre. Cerco di non stancarmi e stressarmi, non vado più al lavoro.

Il 27 febbraio 2007 alla 12^ settimana di gravidanza mi sottopongo al bitest e dalla ecografia emerge un evidente ispessimento della nuca del feto (6 mm). In quell’occasione il dottore che effettua l’esame (ginecologo del Policlinico Umberto 1° di Roma) mi invita a fare un’amniocentesi che avevo comunque già prenotato precedentemente per il successivo 23 marzo. Il 1° marzo ho un colloquio con il genetista della struttura dove dovrò fare l’amniocentesi (S. Anna - Centro per la salute della donna, Roma). Il dottore in quell’occasione mi dice che è il caso di far vedere il responso dell’ecografia alla ginecologa che appena vede il referto sospetta che possa trattarsi di qualcosa di diverso e più grave di un semplice ispessimento della nuca. Dopo l’ecografia purtroppo la dottoressa conferma il suo sospetto e mi spiega che si tratta di un grosso igroma: questo significa che il feto ha sicuramente un’anomalia che nella migliore delle ipotesi può corrispondere a un problema al sistema linfatico, nella peggiore a una seria malattia cromosomica. Purtroppo stimo moltissimo questa dottoressa che ho avuto modo di incontrare più volte durante le mie due gravidanze precedenti e quindi le sue parole per me assumono un grande valore. Vista questa situazione mi viene consigliato di non aspettare l’amniocentesi ma di sottopormi al più presto ad una villocentesi che mi viene prenotata nella stessa struttura per 6 giorni dopo (il 7 marzo, 13^ settimana di gravidanza). Quel giorno effettuano diverse ecografie (prima, durante e dopo il prelievo) e purtroppo oltre a confermare il grosso igroma viene evidenziata un’altra patologia all’encefalo (facendo aumentare ulteriormente il sospetto di una grave malattia cromosomica). Due giorni dopo, il 9 marzo, per telefono mi comunicano il responso della villocentesi che è senza appello: si tratta di trisomia 13, una delle peggiori malattie cromosomiche, così grave da essere incompatibile con la vita. Mi spiega il genetista che nella maggioranza dei casi sono gravidanze che si interrompono da sole e comunque anche nei rari casi in cui vengono portate a termine il bambino muore entro i primi mesi. Non c’è altro da fare che interrompere volontariamente la gravidanza.

Nei giorni precedenti avevo già parlato di questa eventualità con la mia ginecologa e avevo appreso che abortire dopo la 12^ settimana di gravidanza significa “partorire”. Sì, entro quel tempo la donna viene addormentata, viene praticata un’aspirazione e successivamente il raschiamento. Dopo la 12^ settimana invece bisogna effettuare un “miniparto” che viene indotto attraverso l’applicazione di ovuli che stimolano la dilatazione del collo dell’utero fino alla fuoriuscita del feto, successivamente viene effettuato il raschiamento in anestesia generale. Ma durante il “miniparto” bisogna essere attive come in un parto “normale”. In ogni caso la ginecologa sottolinea quanto sia importante evitare di arrivare troppo in là con la gravidanza, perché più le settimane passano e più è lungo e difficoltoso il “miniparto”. Quindi condivide in pieno il suggerimento del S. Anna di fare la villocentesi in modo che, se ce ne fosse bisogno, ci si troverebbe non troppo avanti con la gravidanza (la villocentesi si può effettuare già a partire dalla 11^ settimana, diversamente l’amniocentesi non prima della 16^).
Appena il genetista mi comunica la terribile notizia, chiamo subito la mia ginecologa per cominciare a mettere in moto la macchina relativa alla interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Mi dice che c’è una brava dottoressa all’Ospedale S. Giovanni, lei la chiama e si accorda che il 14 marzo sarei passata all’ospedale per un incontro.

Mercoledì 14 marzo (14^ settimana di gravidanza) mi reco in ospedale e facciamo un lungo e approfondito colloquio durante il quale la dottoressa Paola LOPIZZO prima si informa sulla mia storia (quante gravidanze, eventuali problemi, ecc.), poi mi spiega come avverrà l’induzione: vengono applicate nel collo dell’utero le cosiddette “candelette” che sono ovuli di prostagaldina, sostanza che induce le contrazioni dell’utero. Un ciclo di induzione prevede un massimo di cinque candelette che vengono applicate ogni quattro ore e di solito è difficile che sia necessario arrivare al massimo consentito. Mi dice che potremo cominciare l’induzione il successivo giovedì (22 marzo). Sono sconsolata (speravo in un appuntamento più ravvicinato), lei mi fa notare che è bene per me che lei mi possa assicurare una presenza costante per tutta la giornata perché lei è l’unica ginecologa al S. Giovanni ad effettuare le IVG (dopo la 12^ settimana). Questo significa che gli altri ginecologi sono tutti obiettori di coscienza per cui se lei mi avvia l’induzione e poi deve andare via nessuno mi assicura continuità, del resto esattamente di quante candelette avrò bisogno nessuno lo può sapere perché ogni donna reagisce in modo diverso. Quindi essendo lei di guardia il giovedì successivo dalle 9 di mattina alle 9 di sera si avrebbe il tempo sufficiente per poter completare il ciclo di induzione. Inoltre mi sottolinea pure che se anche provassi a contattare altre strutture a Roma dove è possibile effettuare una IVG dopo la 12^ settimana di gravidanza sicuramente non sarei riuscita a velocizzare i tempi. In definitiva lei mi prepara un foglio per il ricovero con il quale mi dovrò presentare il mercoledì successivo (21 marzo) alle 8 di mattina al pronto soccorso maternità, nel frattempo lei avrebbe avvertito la caposala del reparto. Quel giorno mi faranno il prelievo per le analisi e farò il colloquio con lo psichiatra (così come previsto dalla legge), lei mi rassicura sulla bravura e l’umanità di entrambi gli psichiatri che lavorano per la legge 194. Giovedì mattina alle 9 avremmo cominciato l’induzione e se tutto fosse andato per il verso giusto venerdì mattina sarei potuta già essere dimessa. Chiedo dove sarò ricoverata e mi fa molto piacere apprendere che non starò in maternità ma a ginecologia, la dottoressa ci tiene a sottolineare giustamente che si cerca di tenere separate le donne che devono abortire da quelle che stanno per partorire o che hanno partorito. Faccio presente infatti che poco prima per cercarla ero stata indirizzata da un’infermiera al reparto maternità e appena ho visto la nursery sono scoppiata in lacrime. Aggiungo anche che probabilmente il pianto mi accompagnerà per tutti i giorni che starò qui in ospedale e lei mi dice “no signora lei può piangere il giorno prima e il giorno dopo, ma giovedì quando cominceremo l’induzione non deve piangere, deve essere attiva altrimenti potrebbe metterci più tempo”. La dottoressa inoltre mi dice che il fatto di aver già partorito due volte dovrebbe agevolarmi e probabilmente il miniparto non durerà molto. Il colloquio con questa dottoressa mi ha trasmesso un po’ di tranquillità, ero arrivata in ospedale molto preoccupata non solo per la cosa in sé che avrei dovuto affrontare, ma anche per il contesto in cui mi sarei trovata. Lei si è dimostrata molto attenta, non tralasciando piccoli particolari che per una donna che si trova in una situazione di estrema fragilità come ero io in quel momento sono molto importanti. Tra le altre cose si è preoccupata anche di mio figlio, mi ha chiesto innanzitutto come avevamo affrontato con lui la morte della sorella e successivamente se lo avevamo già informato che questa gravidanza non sarebbe andata avanti. Rispetto a quest’ultimo punto mi ha dato anche dei preziosi consigli che io e mio marito abbiamo poi utilizzato. Infine mi informo sulla possibilità che una persona possa stare con me durante l’induzione. Mi risponde che è consentito e che sarebbe meglio se fosse una donna: “… perché i mariti a un certo punto li dobbiamo far uscire …”. Rispondo che si tratta di una mia amica che fin dall’inizio si è offerta di accompagnarmi in questo percorso doloroso e che comunque mio marito in quei giorni era impossibilitato a causa di un terribile mal di schiena provocato da un’ernia del disco lombo-sacrale di cui abbiamo appreso l’esistenza proprio qualche giorno prima.

Passano sei giorni e puntuale alle 8.00 di mattina mi presento al pronto soccorso maternità del S. Giovanni con il foglietto preparato dalla dottoressa e indirizzato alla caposala. Aspetto un po’ e poi finalmente mi fanno entrare in una stanza dove a quell’ora (saranno state circa le 9.00) ci sono solo infermieri, una delle quali mi fa domande solo di tipo burocratico (nome, cognome, data di nascita, ecc.), poi mi fa accomodare di nuovo fuori e mi dice che devo aspettare la dottoressa di turno. Dopo circa un’ora mi chiamano di nuovo, entro nella stessa stanza che è molto più animata della volta precedente, ci sono diversi infermieri, un ginecologo sta parlando con una paziente straniera e capisco che ci sono problemi di comunicazione perché la signora non parla italiano, il medico, un po’ infastidito, parlando con un’infermiera dice qualcosa che non capisco ma la apostrofa dicendo “sta cinese …”. Quello che sento mi innervosisce molto è una signora come me che forse sta lì per lo stesso motivo. Io mi siedo affianco a questa signora “cinese” e di fronte a me c’è una dottoressa bionda che comincia a farmi le solite domande: prima gravidanza? ecc. (ogni volta per me è come buttare dell’alcol su una ferita aperta parlare della mia bambina morta e di quest’altra gravidanza che non andrà avanti, ma racconto tutto cercando di non tralasciare nulla pur concentrandomi solo sugli aspetti che penso possano interessare il medico, e le lacrime mi hanno sempre accompagnata in ciascuno di questi colloqui). A un certo punto la dottoressa mi chiede il responso della villocentesi, ne prende atto, trascrive alcune informazioni su quella cartella che aveva cominciato a compilare un’ora prima l’infermiera e vi infila il referto della villocenetsi. Poi dice che mi deve visitare: sempre nella stessa stanza dietro una tenda c’è un lettino ginecologico e un ecografo. Prima mi visita internamente e constata che l’utero è chiuso, successivamente effettua una ecografia al feto. Durante la breve ecografia chiedo se c’è il battito fetale visto che la precedente ecografia risaliva a due settimane prima, la dottoressa evidentemente interpreta questa mia domanda come un dubbio rispetto alla IVG perché mi dice “signora, ma con una patologia così grave battito o non battito non c’è molta possibilità di scelta …” faccio presente che la mia era solo curiosità, tutti i medici con cui ho parlato mi hanno ben spiegato che si tratta di una patologia incompatibile con la vita e quindi la IVG di fatto non è una scelta ma una strada obbligata (allo stesso tempo penso che però lei non mi aiuterebbe ad interrompere la gravidanza perché obiettrice…). Dopo questa breve visita un infermiere mi accompagna in reparto e mi assegnano un letto. Mi sistemo e poco dopo arrivano delle infermiere che mi fanno un prelievo di sangue e successivamente un elettrocardiogramma.
Nel letto affianco al mio riconosco una signora che era in fila davanti a me al pronto soccorso poco prima, la sento parlare con il marito che è lì vicino a lei e capisco che si trova in ospedale per il mio stesso motivo e anche lei ha un appuntamento per la mattina dopo con la stessa dottoressa. Piange, è disperata come me, che però in quel momento non piango e anzi mi faccio forza e le parlo, cerco di darle coraggio, le dico che affronteremo insieme questa cosa terribile. Anche a lei come a me i medici non hanno dato alternative, il feto è affetto da una patologia diversa ma anch’essa incompatibile con la vita. Ha dieci anni meno di me ed è la sua prima esperienza, non ha mai partorito, ma erano due anni e mezzo che lei e il marito aspettavano questa gravidanza. Trascorriamo la giornata tra telefonate con amici e parenti e qualche visita in serata. Arriva il pomeriggio e lo psichiatra ancora non si vede, vado a chiedere informazioni alla caposala, mi dicono che non si sa quando arriverà potrebbe venire anche molto tardi in serata, alcune volte lo hanno visto in reparto persino alle 22.00.

Verso le 20.00 guardando nel corridoio del reparto dal mio letto vedo la dottoressa LOPIZZO, lo dico con stupore alla mia compagna di sventura e confronto le informazioni che avevo io con le sue e coincidono: la dottoressa quel mercoledì mattina era in sala operatoria e doveva essere andata via nel pomeriggio per poi essere di nuovo in ospedale la mattina dopo. Decido di scendere dal letto e di andare a verificare, la incontro nel corridoio, è proprio lei e ha la faccia abbastanza stravolta. La saluto e le chiedo come mai era in ospedale a quell’ora, e mi fa il seguente racconto: nel pomeriggio, quando stava per terminare il suo turno, il primario (dottor Matyas FINSINGER) la chiama per comunicarle che il medico che avrebbe dovuto fare la notte è ammalato per cui lui decide di sostituirlo con lei. La dottoressa fa presente al primario che non vuole rifiutarsi per non fare la notte, ma lei ha un appuntamento per il giorno dopo con due signore che devono fare una IVG e se lei fa la notte è evidente che il giorno dopo non potrà stare in ospedale. La dottoressa mi racconta che ha fatto di tutto per convincere il primario ad effettuare la sostituzione del medico malato con uno degli altri ginecologi del reparto (in totale sono 26, quindi esclusa lei e il medico malato, 24 teoricamente disponibili) ma lui non ha sentito ragioni, le ha fatto un ordine di servizio e le ha detto che delle due IVG se ne sarebbe occupato lui. La dottoressa conclude il racconto con me dicendo che il giorno dopo alle 8.30 sarebbe arrivato lo psichiatra e successivamente alle 9.00 lei ci avrebbe messo la prima candeletta. Poi sarebbe dovuta andar via e successivamente si sarebbe occupato di noi il primario. Andiamo a letto innervosite e impaurite, chiediamo di prendere un farmaco che ci faccia dormire perché siamo troppo agitate per riuscirci da sole. Le gocce purtroppo non fanno molto effetto, la notte sarà caratterizzata da brevi sonni e lunghi momenti di veglia a rigirarsi nel letto. Quella notte come anche le successive abbiamo sentito il vagito di diversi bambini nati nelle sale parto affianco al reparto.

La mattina dopo non succede nulla, alle nove vediamo la dottoressa che va via e noi non sappiamo che cosa ci accadrà. Solo una cosa si chiarisce nell’arco della mattinata: finché non facciamo il colloquio con lo psichiatra la procedura non si può attivare. Intanto arrivano la mia amica Cristina (che quel giorno aveva preso un permesso dal lavoro e visto che ha un contratto da precaria se non lavora, non la pagano!!!) e la mia ginecologa, che stando fuori al reparto seguono tutta la vicenda. Ritorno a chiedere informazioni sulla presenza dello psichiatra in reparto e mi dicono che è atteso per la mattinata ma non si sa a che ora arriverà, potrebbe arrivare anche a fine turno, quindi verso le 14.00. Il tempo passa, la nostra agitazione aumenta. Verso le 10.00 in reparto passa la visita del medico di turno, le stanze sono a sei letti, quando il medico entra nella nostra stanza, legge le cartelle di ciascuna paziente, se ce n’è bisogno alcune le visita, quando arriva in prossimità dei nostri letti non apre nemmeno le nostre cartelle e dice: “ah! queste sono le signore che devono fare l’interruzione di gravidanza, di loro si occupa il primario …”. Sta per andare via, ma io lo fermo gli dico innanzitutto che in cartella ci sono gli esiti delle analisi del giorno prima e visto che ho notato dei valori un po’ più bassi di quelli indicati come normali magari potrebbe dargli un’occhiata. Torna sui suoi passi, prima guarda la mia e poi la cartella della signora affianco a me. Dice che per quello che dobbiamo fare va tutto bene, ne approfitto per chiedere delucidazioni, lui ribadisce che dobbiamo fare prima il colloquio con lo psichiatra e che comunque di noi se ne occuperà il primario.
Finalmente intorno alle 11.30 arriva lo psichiatra che ci accoglie subito nella stanza della caposala una per volta e ad entrambe dice più o meno le stesse cose. Ci fa presente che quello che ci stanno facendo è pazzesco, non è accettabile che il primario cambi il turno all’unica ginecologa non obiettrice di coscienza e ci invita a denunciare tutto. Ci aggiunge anche che questa è una situazione che può verificarsi solo a Roma, lui ha lavorato anche in altre città e quello che vede qui non lo ha riscontrato da nessun altra parte. Ci racconta una storia agghiacciante accaduta qualche giorno prima: è arrivata in ospedale una donna che era stata violentata, questa signora ovviamente ha chiesto che le fosse somministrata la pillola del giorno dopo, ma la farmacia dell’ospedale non ce l’aveva e non c’era nessun ginecologo che in quel momento gliela poteva prescrivere perché tutti obiettori di coscienza. Per risolvere la situazione è stato lo stesso psichiatra che l’ha prescritta e la madre di questa signora è uscita dall’ospedale per andarla a comprare in farmacia e portarla alla figlia. Poi lo psichiatra fa il suo mestiere e ci prescrive degli antidepressivi e dei farmaci per farci dormire da prendere nei giorni successivi solo se ne sentiremo l’esigenza, in ogni caso si rende disponibile per qualsiasi esigenza e ci lascia il suo telefono cellulare.


Dopo questo colloquio decidiamo di cercare il primario e di parlarci. Andiamo dalla caposala che ci dice che il primario si trova nella sua stanza che è appena fuori del reparto e bisogna chiedere alla sua segretaria. Entriamo nella stanza della segretaria che non c’è, la porta che dalla stanza della segretaria accede in quella del primario è aperta e il dottore è dentro. Busso alla porta aperta e chiedo di poter entrare. Il dottore non ci guarda nemmeno in faccia, mentre mi presento e chiedo di potergli parlare, con molta freddezza ci fa accomodare. Ci presentiamo come le due signore che sono in ospedale per una IVG programmata quella mattina, gli diciamo che sappiamo che la dottoressa LOPIZZO è dovuta andare via per un cambio di turno (non facciamo alcun riferimento al fatto che il responsabile di tale cambio è proprio lui). Lo informiamo che abbiamo appena fatto il colloquio con lo psichiatra e che adesso l’unica cosa che sappiamo è che lui è delegato a seguire il nostro caso, si innervosisce immediatamente e ci dice “io non sono delegato da nessuno io qui sono il responsabile …” mi scuso immediatamente per aver utilizzato un termine inadeguato, ma proprio perché lui è il responsabile vogliamo sapere da lui adesso cosa accadrà. La sua irritazione nei nostri confronti è ancora più evidente, ci dice che aver fatto il colloquio con lo psichiatra non significa che adesso è tutto pronto perché la legge prevede dei passaggi “burocratici”, ha utilizzato proprio questo termine, che vanno rispettati e che richiedono tempo, quindi per oggi non accadrà nulla, la mattina dopo ci sarà la dottoressa e allora solo a quel punto si potrà cominciare l’induzione, in ogni caso ci ammonisce dicendo le seguenti parole “signore comunque non prendete impegni per i prossimi giorni perché ci potrebbero volere molti giorni anche tre o quattro perché nessuno può sapere di quanto tempo avrà bisogno ognuna di voi per rispondere alla terapia”. Faccio presente il nostro stato psicologico e di quanto sia penoso per noi sottoporci a questa pratica e che i contrattempi non ci aiutano, lui risponde che la sofferenza non è solo nostra ma di tutte le persone che stanno in ospedale, lui compreso. Inoltre chiedo di nuovo spiegazioni rispetto alla presenza della dottoressa la mattina successiva, visto che sapevo che il suo turno quel venerdì sarebbe cominciato alle nove di sera. A quel punto ci congeda in modo scortese e categorico: “ho detto che la dottoressa ci sarà domani mattina e ci sarà domani mattina”. Lo salutiamo convinte che ci ha detto una bugia per liquidarci. Vado nella stanza delle infermiere a chiedere il turno della dottoressa per il giorno dopo e mi viene confermato il turno delle nove di sera, però mi viene detto anche che se il primario ha detto che la dottoressa ci sarà la mattina dopo probabilmente le cambierà turno. Questo colloquio avviene mentre io piango disperata e faccio presente a questa signora il mio stato d’animo e che adesso non si capisce che cosa ci succederà, lei mi fa presente che in un grande ospedale ci sono tante esigenze da considerare, ci sono urgenze (è evidente che noi non lo siamo), rispondo che mi rendo conto di tutto questo e però mi auguro allo stesso tempo che loro si occuperanno di noi come fanno con tutte le altre signore del reparto, visto che in quel momento mi sentivo assolutamente discriminata a causa della mia situazione di donna che voleva abortire.

Dopo questo colloquio chiamo la dottoressa LOPIZZO al cellulare e le racconto che cosa era appena accaduto, da parte sua mi conferma che il suo turno non è stato cambiato e che quindi ci vediamo il venerdì sera alle nove quando ci metterà la prima candeletta. E’ molto dispiaciuta per questi contrattempi e ribadisce il fatto che di solito lei si organizza in modo da assicurare alle signore che devono fare un’interruzione di gravidanza tutta l’assistenza di cui si ha bisogno e privilegia i turni dove lei è presente nelle ore diurne, in questo caso si vede costretta a rimandare il tutto alla sera/notte successiva con l’evidente svantaggio che questo comporta. Ribadisce anche quanto sia importante cominciare al più presto questa induzione senza perdere altro tempo. Inoltre, visto l’orario non sarà possibile avere qualcuno con noi: prese in giro e anche lasciate sole.
Quella notte ci facciamo ridare le gocce per dormire ma questa volta con una dose molto più elevata e finalmente fanno effetto. Cerchiamo di prepararci psicologicamente alla cosa terribile che ci attende. La giornata di venerdì trascorre senza nulla di rilevante, solo in tarda mattinata arriva il giro delle visite in reparto: prima il medico di turno (lo stesso del giorno precedente) che non ci degna nemmeno di uno sguardo, successivamente il primario con il suo codazzo che ugualmente non ci guarda nemmeno in faccia e con un gesto della mano dice che noi siamo “quelle della dottoressa LOPIZZO”.
Puntuale alle nove di sera arriva la dottoressa che applica ad entrambe la prima candeletta, ci mettiamo anche un po’ a parlare con lei per capire meglio cosa ci accadrà e quali potrebbero essere gli effetti che sentiremo sul nostro corpo. Parliamo anche più in generale della situazione che abbiamo vissuto e di quello che era accaduto con il primario, lei di nuovo si scusa per quello che abbiamo dovuto subire ma allo stesso tempo sottolinea la sua impotenza di fronte a un ordine di servizio del primario che non le ha lasciato scelta, nonostante le sue spiegazioni e proteste. Ci racconta alcuni episodi tra cui due belle storie di donne che erano andate da lei per abortire perché altri medici avevano diagnosticato malformazioni al feto a cui lei però non aveva creduto fino in fondo. In seguito alle ecografie praticate dalla LOPIZZO le signore si sono convinte ad aspettare prima di prendere una decisione definitiva e la dottoressa ha avuto ragione: sono nati due bambini sani. Dai suoi racconti capisco quanta passione questa dottoressa mette nel suo lavoro: è un medico capace di aiutare veramente le sue pazienti, soprattutto nei momenti difficili di gravidanze problematiche. Purtroppo per me e per la mia compagna di sventura la situazione non aveva vie di uscita, anche secondo il suo giudizio. Si congeda da noi dicendoci: “provate a dormire adesso, la prima candeletta di solito provoca leggeri dolori tipo quelli mestruali, quelli più forti si sentono a partire dalla seconda, ci vediamo all’una per mettere la seconda candeletta, se state dormendo vi sveglierò”.

Effettivamente ci addormentiamo i dolori sono lievi, all’una ritorna per la seconda candeletta e ci dice che con lei ci saremmo riviste per l’eventuale quarta candeletta, perché la terza ce l’avrebbe messa un’altra persona. Poco dopo l’applicazione della seconda candeletta a me cominciano i dolori del travaglio, dopo due parti spontanei li riconosco bene, ma comincio anche a sentire altro, sembrava quasi che stessi per svenire (ci avevano spiegato che le prostagaldine sono molto forti e possono dare effetti anche intestinali, come diarrea e vomito), chiamo l’infermiera e mi misurano la pressione, era un po’ bassa. Dopo circa un’ora di questi dolori forti e di questa sensazione di svenimento i dolori cominciano ad attenuarsi fino a sparire completamente, al punto che mi addormento di nuovo. Alle cinque della mattina arriva credo un’ostetrica che ci applica la terza candeletta, purtroppo per me questa non dà nessun effetto e sarà così anche per la quarta che mi verrà applicata dalla dottoressa LOPIZZO alle nove di mattina. Dopo aver fatto questo e prima di smontare dal suo turno, la dottoressa LOPIZZO viene nella mia stanza con il dottor ODDI e davanti a me gli chiede la cortesia di applicarmi la quinta candeletta se ce ne fosse stato bisogno. Purtroppo all’una del pomeriggio il dottore applica la quinta candeletta che continua a non dare alcun effetto. Quella mattina, prima che andasse via chiedo alla dottoressa cosa sarebbe accaduto se il ciclo di induzione continuava a non dare effetti e lei mi spiega che non si può ripetere un secondo ciclo prima che siano trascorse 24 ore dalla fine del primo (per ciascun ciclo non si possono applicare più di cinque candelette). Questo significava che avrei dovuto aspettare tutto il giorno successivo (domenica 25 marzo) e avremmo potuto ricominciare il ciclo di induzione la mattina del lunedì, giorno in cui lei era di servizio ma non per tutta la giornata. Dopo l’applicazione dell’ultima candeletta trascorro il sabato e la domenica con la speranza che il travaglio possa ricominciare da un momento all’altro, alcune volte può succedere che le candelette diano un effetto ritardato (così mi avevano detto sia la mia ginecologa, che la dottoressa LOPIZZO, che anche alcune infermiere con cui avevo parlato in quelle ore di attesa inutile). Ma non succede nulla, ho dei blandi dolori, in ogni caso nessun ginecologo mi visita per controllate la situazione, fino a quando alle nove di mattina di lunedì 26 marzo arriva la dottoressa LOPIZZO. Mi applica la prima candeletta del secondo ciclo alle 9.30. Come già per il primo ciclo sento dei lievi dolori. Alle 13.30 ritorna e prima di inserire la seconda candeletta mi porta in una stanza del reparto maternità dove mi effettua un’ecografia per vedere se c’è ancora il battito fetale (sia io che lei siamo consapevoli del fatto che il battito non può più esserci dopo l’applicazione di ben sei candelette: nell’affrontare questa vicenda pazzesca che mi è capitata ero ben cosciente del fatto che il feto sarebbe morto durante l’induzione del travaglio e infatti la notte del primo ciclo quando mi sono cominciate le prime contrazioni ho salutato il feto e tutto l’immaginario di belle cose che quella gravidanza rappresentava per me, per mio marito e per mio figlio Alessandro). La dottoressa registra l’assenza di battito fetale e lo scrive nella mia cartella clinica, in modo che se io avessi avuto bisogno di una terza candeletta nessun medico poteva opporsi appellandosi all’obiezione di coscienza. Successivamente alle ore 14.00 mi applica la seconda candeletta che sarà anche l’ultima, ma la mia storia non è ancora finita. Cominciano ad arrivare dei dolori che nel giro di un’ora aumentano sia di frequenza che di intensità. Io mi trovo stesa sul mio letto, alle 15.00 iniziano le visite dei parenti e in corrispondenza di ciascuno degli altri cinque letti ci sono più persone. Mi sento profondamente in imbarazzo e comunque non mi sento libera di reagire come vorrei proprio per la presenza di questi numerosi estranei. Visto che ancora i dolori non sono fortissimi mi alzo e comincio a camminare per il corridoio, a un certo punto sento l’esigenza di andare in bagno dove oltre a dare di corpo vomiterò (sempre per gli effetti della prostagaldina). Ritorno in corridoio ma i dolori sono molto più forti e sento che sto per svenire, il marito di una signora che sta in stanza con me mi aiuta, mi sostiene e mi riporta sul mio letto. Chiamo le infermiere, registrano una pressione molto bassa e decidono di mettermi una flebo di acqua glucosata. Dopo poco, un po’ prima che le visite vadano via (intorno alle 16.00), sento che il sacco gestazionale si è rotto e comincia ad uscire tutto il liquido amniotico. Subito dopo comincio a sentire le spinte, le assecondo e poi spingo con forza, intanto per fortuna i visitatori sono usciti. Chiamo di nuovo le infermiere e spiego loro che ho cominciato a sentire le spinte, decidono di portarmi in sala parto. Mi mettono sopra una sedia a rotelle, ho sempre la flebo attaccata. Proprio mentre stiamo uscendo dal reparto e ci stiamo dirigendo alla sala parto, altre due infermiere ci vengono incontro spingendo una culletta con dentro una neonata (il dolore e il senso di vuoto che provo si acuiscono enormemente, comincio a piangere). Il tempo di arrivare in sala parto e le contrazioni sono del tutto sparite: già subito dopo aver chiamato le infermiere si erano affievolite e sono andate scemando sempre più fino a svanire del tutto quando sono arrivata in sala parto. Mi mettono su un lettino e vengo visitata prima dall’ostetrica e poi dalla ginecologa di turno. Dopo avermi visitata hanno entrambe una faccia a punto interrogativo: dicono che non capiscono che cosa hanno sentito per cui decidono di visitarmi di nuovo questa volta con lo speculum. Al termine di questa seconda ispezione sentenziano che è successa una cosa strana “si è staccata la placenta, ma non il feto” (di solito avviene il contrario, prima si stacca il feto e poi la placenta). Comunque mi dicono che ormai dovrebbe mancare poco che aspettiamo un po’ per vedere se ritornano le contrazioni visto che sono quasi le 17.00 e bisogna far passare quattro ore dall’applicazione dell’ultima candeletta prima di effettuare qualsiasi intervento. Faccio presente che questo è il secondo ciclo di candelette e che già con il primo era successo che alla seconda candeletta era partito il travaglio che poi si era fermato e che le candelette successive non mi avevano fatto alcune effetto; e visto che anche questa volta non sento alcun dolore forse si potrebbe pensare a stimolare le contrazioni con l’ossitocina, oppure potrei alzarmi e magari provare a camminare e fare qualche altra spinta. Mi dicono che è meglio se rimango sul lettino e ribadiscono che in ogni caso, anche per un’eventuale induzione con ossitocina, bisogna aspettare un’altra ora per arrivare alle 18.00 quando saranno passate quattro ore dalla seconda candeletta. Se ne vanno, e io resto da sola in una stanza dove abitualmente le donne partoriscono e i bambini nascono. Sono immobile su un lettino ginecologico con la flebo sempre attaccata su un braccio e dall’altro l’ostetrica ha dimenticato di togliermi la fascia che serve per misurare la pressione, non mi dà fastidio anche se comunque mi immobilizza. La stanchezza prevale e per qualche minuto mi assopisco un po’. Entra un’infermiera che controlla il flacone di acqua glucosata e constata che è finito, decide di sostituirlo con un nuovo preparato a base di potassio per darmi un po’ di energie anche se all’ultimo controllo la pressione era tornata normale, mi toglie la fascia che avevo sull’altro braccio.

Dopo poco rientra l’ostetrica che mi aveva visitata precedentemente e ci mettiamo un po’ a parlare, mi chiede delle mie precedenti gravidanze e in particolare della mia bambina (capisco che aveva letto del fibroma di Caterina sulla mia cartella). Poi mi chiede se pensiamo di fare un funerale oppure se ne occupano loro del feto. Rispondo che non abbiamo alcuna intenzione di fare un funerale (ne abbiamo avuto uno solo 13 mesi prima per la mia bambina!!!). In ogni caso chiedo cosa significa che se ne occuperanno loro, mi risponde che il feto verrà “smaltito come materiale organico”. Mi chiede anche se al momento dell’espulsione vorrò vedere il feto insistendo sull’importanza comunque di salutarlo. Le dico che non so risponderle a questo domanda, che ci ho molto pensato e che comunque lo avevo già salutato quando sono cominciate le prime contrazioni. Lei se ne va e resto di nuovo sola. Nella stanza affianco sento l’ostetrica che parla con altre signore (non so se sono solo infermiere oppure c’è anche un medico), parlano di me e del colloquio che abbiamo appena avuto. Sento che c’è qualcuno che non è d’acccordo con l’iniziativa dell’ostetrica, che la prende in giro sulla sua psicologia facile rispetto al “vedere il feto e salutarlo”. Mi chiedo se esiste una procedura oppure è tutto casuale, magari se fosse capitata un’altra ostetrica non mi avrebbe fatto quelle domande: in ogni caso sono d’accordo sul fatto che si tratta di psicologia da quattro soldi inutile e dannosa. Inoltre, mi viene in mente un articolo che avevo letto proprio il giorno che sono stata ricoverata in ospedale sul cimitero per feti che vogliono istituire a Milano. Mi aveva inorridito leggere quell’articolo e adesso provavo le stesse sensazioni di orrore e senso di assurdità.
Dietro di me appeso al muro c’è un orologio che scandisce il tempo che passa. Sento il rumore delle lancette, ma per vedere esattamente che ore sono devo girarmi. Mi girerò tantissime volte perché in quella posizione sono rimasta circa cinque ore! Infatti le contrazioni non mi sono mai tornate anche se tutti i medici che si sono alternati insistevano con il dire che bisognava aspettare che mi tornassero. Verso le 18.30 è arrivato un altro medico a cui ho chiesto di nuovo che mi fosse fatta una flebo di ossitocina, lui risponde che si può fare ma è meglio aspettare ancora un po’, “magari tra un’oretta”. Intanto la mia resistenza è al limite, mentre sono di nuovo sola scoppio in un pianto di dolore che mi accompagnerà per un po’, durante quei momenti di immobilismo totale, mio e delle persone che mi circondano, mi sento prigioniera sia della situazione che della struttura in cui mi trovo. Finalmente arriva una faccia conosciuta: entra in sala parto un vecchio amico che conosco da tanto tempo ma non frequento più, lavora come infermiere in un altro reparto. Cerca di darmi conforto anche se io continuo a piangere in modo disperato. Intanto vengo a sapere da lui che fuori, in corridoio, ci sono altri amici e sta per arrivare anche mio marito. Chiedo di far entrare Cristina che fin dall’inizio si era offerta per starmi vicina in questo brutto momento, ma purtroppo non la fanno entrare. Ci riuscirà successivamente quando il nostro amico trova la disponibilità di un’infermiera più accomodante di quella a cui a aveva chiesto in un primo momento. Con Cristina mi lascio andare al mio pianto disperato, le spiego brevemente cosa era successo fino a quel momento e di quanto mi sentissi “persa”. A un certo punto arriva di nuovo l’ostetrica e mi dice che l’ossitocina non me la possono mettere perché il medico prima lo ha detto ma non lo ha scritto sulla cartella, quindi adesso stanno cercando un altro dottore che possa dare l’autorizzazione. Il mio senso di abbandono aumenta. Circa mezz’ora dopo ritorna l’ostetrica insieme con una ginecologa e finalmente mi viene messa una flebo di ossitocina. Guardo il liquido che scende nel tubicino e penso: “speriamo che almeno questa volta succeda qualcosa”.
Cristina si dà il cambio con mio marito (più di una persona non può essere presente). Quando lui entra cerco di farmi forza e di non trasmettergli tutta la disperazione che sento dentro, ma lui è disperato come me. Inoltre ha i suoi dolori alla schiena che non gli danno tregua infatti trascorrerà quel poco tempo con me muovendosi in continuazione su una scomoda sedia dove non riuscirà a trovare una posizione adatta. Intanto l’ossitocina scende ma io non sento nessun dolore, nessuna contrazione. Insisto con mio marito per farlo andare via, gli dico che ancora non si sa quanto durerà e voglio che lui vada da nostro figlio, che almeno lui stia con Alessandro. Esce e ritorna Cristina quasi contemporaneamente al cambio turno del personale (erano ormai le 21.00). Entra una nuova ostetrica che fa uscire Cristina e mi visita, mi dice che “anche se a me non sembra la situazione sta andando avanti, ormai ci manca poco appena l’ossitocina farà effetto tutto si chiuderà in poco tempo”. Rientra Cristina. Poco dopo le 21.30 entrano nella stanza 5-6 persone, fanno uscire Cristina, alla ostetrica che mi aveva visitata poco prima chiedo come mai tutte quelle persone per me, mi dice: “signora c’è stato il cambio turno e il dottore la vuole visitare”. Questa volta il ginecologo parla poco e agisce, mi mette una mano sulla pancia e l’altra dentro la vagina, fa una manovra secca che dura un attimo, io non sento alcun dolore ma capisco che è tutto finito. Il ginecologo si guarda intorno un po’ arrabbiato con il resto del personale e dice una frase che più o meno suonava così: “ma che intenzioni avevate con questa signora? Quanto tempo la volevate lasciare ancora in queste condizioni? Chiamate subito la sala operatoria … via a fare il raschiamento”. Le infermiere e l’ostetrica che hanno preso tutto quello che il dottore ha tirato fuori dalla mia vagina e lo stanno guardando, si voltano verso di me, capisco e con un cenno dico loro che non lo voglio vedere, lo coprono con un piccolo panno. Rientra Cristina, le dico che è tutto finito, lei è incredula, le spiego cosa è successo, ci abbracciamo e finalmente piangiamo di un pianto liberatorio. Le dico di chiamare al cellulare Marcello mio marito e di avvisarlo, ci parlo direttamente io, gli dico che è tutto finito, lo sento finalmente sollevato, gli dico di non tornare che io sto bene, è in macchina e sta andando dal nostro bambino. Arriva la portantina, saluto Cristina e congedo anche lei. Mi portano in sala operatoria, ma prima di entrare sia l’anestesista che il ginecologo mi fanno “le solite” domande. Quando il dottore mi chiede quante gravidanze ho avuto sono stesa sulla lettiga e comincio il mio racconto piangendo, il dottore resta molto impressionato, così come l’anestesista che è una giovane signora con un bellissimo sorriso. Sono tutti gentili e attenti, l’anestesista mi spiega quello che avverrà, mi addormento guardando il suo sorriso e cercando di pensare a qualcosa di bello, ma non ricordo se ci sono riuscita.

Quando mi risveglio ho qualche attimo di difficoltà a riprendere contatto con la realtà, mi dicono che è andato tutto bene, rimaniamo a parlare pochi minuti con il ginecologo, sono sempre distesa e lui mi dice che spera di aver tolto tutto e di aver fatto un buon lavoro. Poi mi fa una confessione: anche a lui e a sua moglie è capitata una vicenda analoga alla mia, hanno due figli maschi, alla terza gravidanza della moglie dopo la villocentesi scoprono che il feto è affetto da trisomia 18 decidono in fretta di effettuare l’aborto terapeutico (riescono a fare tutto entro la 12^ settimana di gravidanza). Lui è cattolico e obiettore di coscienza, mi confida che per loro è stato un brutto colpo non solo per la cosa in sé ma anche rispetto alle loro credenze religiose: alla moglie l’ha fatta abortire a me e a tutte le donne nella mia condizione NO!!!.

mini-post

Per Anna e Banana, che mi invitano al cazzeggio. Invito accolto volentieri!

a questo punto è plagio!

Saccheggio per saccheggio, do fondo al testo di Raffaele Simone “La Terza Fase”, raccontandovi quello che mi sembra di averne capito.

Ai meno giovani tra di noi sarà capitato sicuramente di notare sguardi di allucinata vacuità nel chiedere ad un giovane di compiere la più semplice delle operazioni aritmetiche, una sottrazione ad esempio, per non parlare di una divisione a tre cifre; come pure di notare un improvviso segnale di allarme nei loro occhi al nominare la vecchia cara buona prova del nove.
Passi. Ma le piccole abilità che si sono ormai perse, nei campi più disparati, dalla manualità più corrente a qualche sofisticato procedimento mentale (la memoria, che è in effetti una tecnica sofisticatissima) sono ormai tante. E sempre più spesso mi sento dire da artigiani interpellati per piccole riparazioni di vecchi mobili o strumenti che “ormai così non li sa fare più nessuno”.
Penso che questa sia esperienza comune.
Personalmente, considerando l’apprendimento uno dei massimi piaceri della vita, qualunque oblio di capacità, abilità, conoscenza mi procura uno sgradevole senso di perdita, di impoverimento e di decadenza. Il che non significa che io sia una ostinata conservatrice o peggio che io non apprezzi la valanga di nuovi saperi che la cavalcata della scienza e della tecnologia mettono continuamente a nostra disposizione. Mi piacerebbe però acquisire nuove conoscenze senza perdere le vecchie.
Ebbene pare proprio che sia impossibile.
Ne perdiamo, ed altre ne perderemo.
Così sostine in modo molto argomentato e persuasivo Raffaele Simone nel suo libro “La Terza Fase” edito da Laterza, che uscì nel 2000 e che recentemente ho riletto.
Il titolo fa riferimento alla storia della conoscenza umana, al suo modo di formarsi, alimentarsi e trasmettersi.
Non solo la conoscenza degli studiosi e degli scienziati, ma quella diffusa e comune che usiamo tutti noi giornalmente.
In questa storia noi siamo appunto giunti ad una Terza Fase.
La prima fase coincise con l’invenzione della scrittura, che consentì di fissare su un supporto stabile le informazioni che prima dovevano essere affidate alla memoria individuale e collettiva.
La seconda fase si aprì dopo 2000 anni circa con l’invenzione della stampa, che trasformò il libro da oggetto costosissimo, riservato a pochi privilegiati, in un bene diffuso, e che seminò conoscenze in strati sempre più ampi della società.
Entrambe queste due fasi hanno riguardato le due operazioni capitali per la formazione e la conservazione delle conoscenze: lo scrivere ed il leggere. Entrambe sono legate al vedere quello tra i nostri sensi cui più siamo debitori per l’acquisizione di conoscenze.
Fino all’invenzione della scrittura non era così. Il senso più importante a questo fine era l’udito. La trasmissione del sapere era orale, le informazioni si acquisivano ascoltando e si trasmettevano parlando e la memoria ne era il serbatoio.
Da lavori fondamentali sappiamo ormai che l’invenzione della scrittura non fu solo un progresso tecnico, ma rappresentò una vera e propria svolta nella intelligenza dell’uomo, nella sua attrezzatura sensoriale, nello sviluppo del suo cervello.
Infatti fece emergere un nuovo modo di percezione, quasi un nuovo senso, la visione alfabetica.
Con questa si intende quella modalità di visione che permette di acquisire conoscenze e informazioni a partire da una serie lineare di simboli visivi ordinati l’uno dopo l’altro proprio come i segni alfabetici su una riga di testo.
Questa visione non è innata, deve essere insegnata al bambino che impara a leggere, e continuamente allenata, mentre originariamente essa non esiste affatto o se esiste non è pronta ad operare.
La visione alfabetica in pratica sviluppa o insegna addirittura un nuovo tipo di intelligenza, l’intelligenza sequenziale. Questa si oppone a quella simultanea, che è semplicemente quella che opera su dati non allineati nello spazio né succedentisi nel tempo; dati sinottici cioè, che si presentano di fronte a noi in gran numero nello stesso momento, come gli stimoli visivi. E’ esperienza comune il fatto che posti di fronte ad un quadro, ne abbiamo immediatamente una visione generale , ogni cosa è nello stesso tempo primo piano e sfondo. Solo successivamente ne cogliamo, separandoli, i vari elementi. Ma il quadro è fatto per essere goduto nella sua sinotticità. Anche quando il pittore vuole attirare la nostra attenzione su un punto specifico, servendosi di tecniche diverse, il nostro modo di osservarlo non è lineare, ma globale.
Numerose ricerche fanno pensare, con un grosso grado di probabilità, che l’intelligenza sequenziale sia più evoluta di quella simultanea.
Ha in ogni caso contribuito maggiormente allo sviluppo della civiltà, in forme insospettabili. Ad esempio il passaggio dalle norme consuetudinarie alla legge avviene quando la consuetudine può essere scritta. In pratica è l’intelligenza sequenziale che consente la nascita del diritto.

Questo primato della visione alfabetica e quindi della intelligenza sequenziale si è protratto fino al nostro secolo.
Ma verso la fine del XX sec. siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l’ochio e la visione alfabetica e quindi attraverso l’intelligenza sequenziale) ad uno stato in cui essa si acquisisce anche e, per molti soggetti, soprattutto attraverso l’ascolto (orecchio) o la visione non-alfabetica cioè attraverso l’intelligenza simultanea. Televisione, computer, telefonino, ecc.

Una prova a posteriori di questo fenomeno è il graduale arrestarsi in tutto il mondo del decremento dell’analfabetismo. La diffusione dell’alfabeto negli ultimi venti anni ha incontrato ostacoli imponenti e profondi.
L’ordine di importanza dei sensi ai fini dell’acquisizione di conoscenza si sta invertendo di nuovo: dopo essere passata dall’udito alla vista, sta tornando all’udito.
Sembra si possa dedurre che, nel momento in cui l’uomo ha avuto l’impressione di disporre di fonti di conoscenza ugualmente ricche grazie alla crescita smisurata della informazione mediata dall’orecchio e dalla visione non alfabetica, ha pian piano lasciato cadere il mezzo per eccellenza legato alla vista: il libro.
In pratica l’uomo sta rinunciando ad una sua conquista evolutiva e fa un passo indietro, lascia un medium che comporta fatica (visione alfabetica) per media più naturali, primitivi.
Dal parlare era passato al leggere e scrivere; ora torna al parlare.

Il principale avversario del libro è la tv. La televisione favorisce l’intelligenza simultanea. Anche il cinema si muove nella stessa direzione.
Sempre più spesso sentiamo dire: “Non ho letto il libro ma ho visto il film”.
Il punto non è se il film valga meno del libro; potrebbe anche essere un prodotto artistico più riuscito. Il punto è la modalità utilizzata dal cervello: la più “primitiva” rispetto alla più evoluta.


Perché la televisione ha buon gioco nell’essere preferita ad un libro?
La risposta è intuitiva, ma possiamo dettagliarla più rigorosamente esaminando i due diversi tipi di ricezione ed elaborazione richiesti da visione e lettura.
Esaminiamo le seguenti caratteristiche:

RITMO: nella lettura è stabilito dal lettore.
nella visione è autotrainato da chi emette la visione.
In questo caso, se non capisci o non ricordi, sei fregato; non hai lo spazio per la riflessione; inoltre la visione passa e non puoi ripetere il piacere.
Puoi registrare la visione; questo non sempre è vero e inoltre le idee o le domande che ti sono balenate nella mente alla prima visione potrebbero non ripetersi alla seconda.

CORREGGIBILITA dei propri errori. Nella lettura è immediata; torni indietro di una pagina e rileggi. Nella visione no. (vedi sopra)

RICHIAMI ENCICLOPEDICI Leggendo possiamo arrestarci e richiamare alla mente delle conoscenze precedenti che ci aiutano nella comprensione o allargano la nostra riflessione.
La tv non ne lascia il tempo.

CONVIVIALITA La lettura è esclusiva, è un’ attività che si fa da soli; tranne quella ad alta voce per bambini o adulti, comunque rarissima.
La visione consente di seguire anche parlando, o facendo altre cose.
E’ per questo che chi è abituato a leggere tace davanti alla tv o al cinema, mentre coloro che non sono abituati alla lettura tendono a parlare. Non si tratta di semplice maleducazione ma di una modalità acquisita.

MULTISENSORIALITA La visione la consente e la lettura no. L’utente televisivo si sente garantito di aver compreso perché mentre ascolta vede e viceversa. I due canali gli confermano la comprensione.

GRADO DI ICONICITA
La iconicità è la somiglianza tra il segno e ciò che rappresenta, cioè tra significante e il significato. I geroglifici sono iconici. Se leggiamo la parola angelo la forma grafica e quella fonica non hanno niente a che fare con l’angelo.
Ma la visione di un angelo in televisione ci dice subito bontà, amore, giustizia ecc.
L’impatto emotivo è immediato.

CITABILITA
La visione si presta poco ad essere citata, perché devi passare ad un altro codice per descriverla, cioè al parlato. E descrivere a parole una visione può essere molto difficile.
Nella lettura si possono citare interi passi letteralmente, e ne risulterà una maggiore circolazione delle idee.

Chiediamoci ora: quale di questi due mezzi è più friendly, rende più agevole, piacevole e facile il fruirne? E’ un po’ come chiedersi se è più friendly una scala mobile o una di marmo. Il canale più amichevole è quello che dà meno da fare al suo utente e che ne stimola maggiormente il pathos.

Essere portati da un ritmo, fatto di suoni e di immagini insieme, guidati, con il minor dispendio di energie, in compagnia, potendo dedicare parte della propria attenzione ad altri e/o ad altro, essendo coinvolti emotivamente in forma immediata, e senza sentirsi spinti a porsi domande o ad effettuare richiami alle proprie conoscenze è sicuramente più friendly.
La fatica di leggere non può competere con la facilità di guardare.
E’ qui una possibile spiegazione del passaggio preferenziale alla visione.
Tutto ciò non è di per sé un problema. Il problema è che questa transizione NON è superficiale, riguarda cioè anche l’intelligenza. La visione attiva quella simultanea, di cui sappiamo che è un grado basso di evoluzione ed indebolisce o svaluta quella sequenziale, più raffinata ed evoluta.

Io non so bene che cosa pensare. Nella lettura dei messaggi visivi sono decisamente carente. Ho sempre pensato ad una mia vera e propria difficoltà congenita, mai compensata dall’apprendimento di una tecnica appropriata.
Adesso scopro che ho scavalcato un processo evolutivo.
Non so se compiacermene o spaventarmene.

Comunque a questo punto penso che invierò i miei due post sul suo libro direttamente al Professor Simone. O mi ringrazierà per la pubblicità che gli ho fatto o mi denuncerà per plagio.

giovedì 21 febbraio 2008

Platone e il taglia e incolla

L'idea di questo post mi è venuta ieri pomeriggio a seguito di una minuscola querelle, tra Julo e me, sull'attribuzione di paternità di un citatissimo aforisma: Siamo come nani sulle spalle di giganti.
Questa notte credo di aver trovato la risposta, che dà ragione a Julo. L'aforisma è attribuito da John of Salisbury a Bernard de Chartres. Ho dovuto ripercorrere, passando attraverso centinaia e centinaia di citazioni, le 280 pagine di un libro tutto dedicato a questo aforisma. Che, a questo punto, ho deciso di cancellare dalla mia memoria e dalla mia vita stessa!
Ma il lungo cammino dell'aforisma, di cui, nel corso dei secoli, si è attribuita la paternità ad una infinità di personaggi, preesistiti a, contemporanei o successori di Bernard de Chartres, in testi tutti ampiamente "rilavorati" da commentatori e copisti, mi ha ricordato un libro di Raffaele Simone, Professore di LInguistica Generale alla Università Roma Tre. Una parte del libro è dedicata al modo in cui si tratta un testo.

Questo post tratterà il testo del Professor Simone, alla maniera che il Professor Simone considera lesiva della sua integrità.
Infatti ne ho scelte delle parti, mentre altre ne lasciavo cadere, le ho collegate a mio piacimento, vi ho inserito mie considerazioni, le ho modificate leggermente. Insomma ho trattato il suo libro come se fosse mio.







Si va a cominciare.


La lettura di libri è pratica decrescente. Questo è purtroppo confermato da decine di ricerche.
Da tempo-di fronte allo sviluppo della informatica come supporto per testi scritti- ci si domanda se l'oggetto libro abbia ancora un futuro.La domanda è ormai stucchevole.
C'è infatti una domanda più inquietante da porci ed è: quale sarà il futuro del testo ospitato dall'oggetto libro?

Il testo è considerato dall’Ottocento come una entità chiusa e protetta rispetto ad interventi esterni. Ma per crearsi questa idea di testo la cultura europea ha impiegato più di un millennio, passando attraverso momenti di interpolazione e momenti di filologia.
Intendendo i momenti interpolativi come periodi in cui il testo viene trattato come un corpo che può essere tranquillamente penetrato, e i momenti filologici come quelli in cui il testo è preservato nella sua intangibilità e trattato con rispetto e perfino con venerazione.
Oggi siamo forse in un momento di passaggio dal filologico all' interpolativo.


Un lettore colto della mia generazione, nel prendere in mano un libro, fa una serie di presupposizioni, senza neanche esplicitarle a se stesso.
1- il testo ha un autore che è un soggetto giuridico, è cioè responsabile del testo. Lui solo può dire quali sono le parti dovute a lui e quali quelle di altri, e quando il testo è finito. Egli solo può modificarlo, manipolarlo, trasformarlo, copiarne parti per altre sue opere, distruggerlo o rifiutarlo, ritirandogli la sua pater-mater-nità..
2-l’autore ha però il dovere di completare il testo. Di darlo al lettore compiuto “ne varietur” dicono i filologi. Naturalmente la morte può impedire all’autore di terminarlo ma questo deve essere denunciato nel libro.
3-il testo deve essere originale. L’autore può aver tratto ispirazione da altre opere, ma deve averle rielaborate e se ne riporta parti nel suo lavoro deve citarne la paternità.
Il plagio è un reato quasi ovunque e anche dove non lo è, è comunque considerato dai lettori una inadempienza grave che riversa sul testo ogni tipo di sospetti.
In pratica noi siamo cresciuti con la convinzione che ogni lettore è libero, di fronte al testo, di interpretarlo , ma solo attraverso un atto immateriale, perché il corpo fisico del testo non si tocca.

All’inizio solo i testi sacri erano dotati di inviolabilità, poi questa, attraverso i secoli, si è trasferita ad ogni testo.
E il libro, l’oggetto materiale che accoglie il testo, si è conformato a questi presupposti.
Vi si riporta infatti il titolo, il nome dell’autore e, proprio per indicarci un eventuale rimaneggiamento dell’autore, l’anno in cui è stato chiuso.

L’invenzione della scrittura ha reso il testo più stabile, meno manipolabile.
Ottima cosa, diremmo noi.
Ma Platone, che visse nel momento storico di passaggio dalla oralità alla scrittura, diffidava di questa nuova condizione del testo.
Nel Fedro egli manifesta una serie di preoccupazioni. Quella più nota è relativa alla perdita della memoria umana. Ma ce n'è un’altra relativa proprio alla natura del testo.

Quando il filosofo svolge il suo pensiero oralmente, dice Platone, lo può sempre difendere dalle interpretazioni errate o mistificanti di chi lo ascolta. Egli può spiegarlo ulteriormente, chiarendolo e respingendo così ogni tentativo di modifica.
Ma il testo scritto, dice Platone, non può più essere difeso. Esso si avventura, tutto solo, nelle mani di ogni persona, che può interpretarlo come vuole ed arrivare a stravolgere il significato che il filosofo voleva dare al suo pensiero.
La stabilità del testo per Platone è un pericolo. Sembra paradossale ma Platone lo spiega così: se il lettore ha un dubbio, il filosofo non è là a dissiparlo, il testo è muto nelle sue mani di lettore ed egli può dare ai suoi dubbi le risposte che vuole. Il testo così può anche morire perché non è più vivificato da successive parole del filosofo. Per Platone il testo scritto ha una inferiore ricchezza espressiva rispetto a quello orale. Infatti il filosofo ha in sé, nella propria mente, “molte altre cose di maggior valore rispetto a quelle che ha composto o scritto”.
Conseguenze meno gravi ha la scrittura di testi diversi da quelli filosofici.
Infatti lo scrittore di leggi, o il compositore di discorsi, compie un lavoro diverso dal filosofo “egli rivolta le sue cose in su e in giù per molto tempo, incollando o togliendo una parte rispetto all’altra.”
Platone dice esattamente incollando κολλαω e togliendo αϕαιρεω.
È evidente che si tratta proprio del nostro taglia e incolla.
Secondo Platone trattare così un testo è una pratica “terribile”.

Questa pratica terribile si riscontra nei laureandi alle prese con la compilazione della tesi. Essi sembrano considerare i testi che consultano come testi disarticolati, da cui si copia e in cui si può interpolare.Vecchia pratica, direte voi. Non proprio.
La differenza rispetto agli studenti di una volta è che oggi la pratica non viene nascosta ma considerata del tutto legittima e naturale.

Il pendolo si sta spostando di nuovo da un atteggiamento filologicoad un atteggiamento interpolativo .

Alcuni segnali lo confermano.
-I non-libri, cioè l’imponente diffusione di raccolte di frasi, brevi storie, citazioni, battute, barzellette, motti celebri. La caratteristica comune è che non hanno UN autore, ma molti e diversi, spesso anonimi.

-le opere cosiddette di consultazione; esempio perfetto i manuali per l’uso di programmi per computer: fatti non per essere letti di seguito, ma consultati e poi ‘aggiornati’ di continuo, spesso anonimamente mentre evolve il programma stesso.

-il libro-game, il libro elettronico e i libri interattivi, nei quali il lettore può entrare e scegliere la soluzione che preferisce tra quelle messe a disposizione dall’ autore. (Autore?)
-le enciclopedie collettive (Wikipedia per tutte)
Il solo tipo di testo che resiste è il testo giuridico e normativo (leggi, regolamenti etc)

Piccolo esempio di testo interattivo.
Ho acquistato un libro di Nanni Balestrini: Tristano UY4892 Copia Unica.
Che cosa ha fatto Balestrini? Ha montato in ordine, ogni volta diverso, capitoli e paragrafi del suo libro traendone qualche migliaio di copie diverse (la mia è la n. 4892). Umberto Eco ha plaudito a questo esperimento, consigliando al lettore di comprarne più copie e scegliere la preferita.
A me è bastata la mia. Non solo è assolutamente incomprensibile, ma è oltremodo irritante. L’idea che lo sperimentalismo si spinga così in là, mi sembra inutilmente provocatoria. Secondo me c’è un punto di equilibrio per le provocazioni letterarie e passa attraverso l'impegno e la fatica dell’autore. Cioè attraverso la sua creatività. Non credo proprio che Balestrini abbia speso del tempo o della fatica creativa nel suo copia e incolla. Ma forse sono solo una vecchia lettrice. Comunque aver speso 15 euro per un testo che, se ci voglio capire qualche cosa, debbo ricostruire da me, mi dà parecchio fastidio.
Meno male che esiste il bookcrossing!

Ma torniamo alle nostre riflessioni.
Il mezzo materiale su cui si fissa il testo determina in grande misura la nostra concezione intuitiva del testo stesso. Più la sua natura è compatta, stabile, più esso ci appare chiuso.
Il computer è l’emblema stesso del testo aperto; esso diviene immateriale, in un certo senso addirittura virtuale, indefinitamente aperto.
Chiunque vi può intervenire, tagliando, inserendo, spostando blocchi.
Il testo perde così la sua paternità, aggredito da questi predatori del corpo del testo. La classe colta europea sta perdendo poco a poco la “coscienza del testo” e sta tornando alla vecchia idea che il testo possa essere toccato e modificato da altri. San Bonaventura citava figure diverse nei confronti del testo: il copista (che è fedele), il compilatore (che modifica l’ordine), il commentatore (che aggiunge ciò che gli sembra necessario) e l’autore (che scrive “quanto conosce...per proprio conto”). Quest’ultimo non è per lui più degno degli altri.
Del resto, "il modo di lavorare dell’intellettuale scolastico si fonda su una gigantesca industria di manipolazioni testuali."

Stiamo tornando a San Bonaventura? Così sembra.

A questo punto la domanda è: di chi è questo post?

mercoledì 20 febbraio 2008

piccolo pensiero

Sono fortunata. Mi avete rivolto tante di quelle parole di amicizia e addirittura di affetto che mi sento corazzata.
E poi sono piena di ricordi della mia amica che mi fanno sorridere.
Oggi al funerale il sacerdote, parlando della vita di Nuccia (una cristiana vera), l'ha ricordata come Moglie e Madre (con le maiuscole).
Lì non ho potuto alzarmi e protestare, ma sento il bisogno di proclamare a tutto il mondo che Nuccia è stata una grande insegnante.
Severa ma giusta, molto preparata e straordinariamente scrupolosa, con un forte senso del valore della sua professione e del suo significato più profondo.
Ha continuato a studiare tutta la vita, a prepararsi le lezioni perché fossero ogni volta diverse e più accurate, a porsi domande e a cercare risposte. Quando correggeva le versioni di latino, lei che ne conosceva grammatica e sintassi in ogni piega, cercava una qualche interpretazione che potesse dare ragione alle ipotesi dei suoi alunni. E quando proprio non ce ne erano, tracciava le sue insufficienze con rammarico ma con fermezza. S'incavolava se i suoi alunni non progredivano. Era inaccettabile per lei: dovevano migliorare e non si è mai risparmiata. Instancabile, mai rinunciataria. E giovane anche a sessantacinque anni.
Vi sarebbe piaciuta. Un giorno, quando potrò, ve la racconterò meglio.
Adesso faccio un po' di silenzio.

laicità



Paola Cortellesi

una poesia di Emily

Tenevo un gioiello fra le dita-
e mi addormentai-
Il giorno era tiepido, i venti monotoni-

Mi svegliai e sgridai le mie dita innocenti,
la gemma era sparita-
E adesso, un ricordo di ametista
è tutto ciò che mi resta.


Emily Dickinsin disegnata da Tullio Pericoli

martedì 19 febbraio 2008

è difficile

Ho perso la mia prima amica. La più antica e la più costante.
Ho dolore perché lei ha perso la vita ed io ho perso lei.

lunedì 18 febbraio 2008

segnalazione/storia per niente minore

Vi segnalo il bel post (uno dei tanti!) di Rino di Babilonia 61
Rino ha il dono di fare storia con esattezza e leggerezza insieme. Da lui si imparano sempre cose nuove e con piacere!

paganesimo non è una parolaccia

Si parla molto di religione sui blog in questi giorni. E il tema mi trova disponibile. Anzi mi offre l’opportunità di dire qualche cosa che mi sta a cuore.
Quando parlo di me e del mio rapporto con le religioni, in genere dico che non appartengo a nessuna religione, oppure che non sono credente di nessuna chiesa, qualche volta uso il termine agnostica, qualche volta per far prima, ma molto malvolentieri, uso atea. Tutte queste perifrasi e tutti questi termini mi lasciano scontenta. Scontenta perché non mi definiscono.
Atea, proprio non mi piace. Ateo è come i cristiani vogliono definirmi. In negativo. È un termine che finge di essere descrittivo ed è invece pesantemente spregiativo. Loro vogliono dirmi: tu sei priva. Ti manca qualche cosa. Non solo il vero Dio, ma anche la fede che lo accompagna. Tu non credi in Dio, dunque tu non credi.

Quando mi sento molto disponibile al dialogo, e nello stesso tempo assolutamente certa delle mie incertezze, come solo la ragione e sua figlia la scienza sanno essere, uso, per puro espediente argomentativo, il termine agnostica, con cui intendo dire solo che non credo in alcun Dio trascendente ma non posso a filo di ragione dimostrarne la non esistenza.
In un certo senso è la mia massima concessione ai credenti in qualche Dio.
Ma la faccio per un estremo e in fondo orgoglioso scrupolo. Infatti penso che l’onere della prova non spetti a me. L’onere della prova spetta al credente. Lui sostiene che un dio trascendente, invisibile, immateriale e con una storia e qualità al di fuori di tutte le leggi della natura, esiste. Ebbene, sta a lui dimostrarlo.

“Spetta alle persone di fede spiegare, specificare le proprie speciali convinzioni.
Esse infatti, non solo mi chiedono di mettere a tacere l’intelligenza critica, alimentata dalla ragione ed espressa dalla scienza, ma anche di invalidare il comune senso della realtà.”Steven Hawkins.

Faccio un solo esempio, che prendo dalla religione cristiana cattolica, la più diffusa, almeno anagraficamente, nel mio paese. Parlo del dogma dell’Assunzione in cielo di Maria madre di Dio. Lo faccio senza ironia. Seriamente. Con spirito analitico. Prendendo sul serio quello che la chiesa cattolica dice. Essa dice che, a differenza di Gesù, sua madre Maria non è mai morta, perché il suo corpo vivente, di carne, sangue ed ossa ad un certo momento si è elevato in aria e salendo sempre più in alto è scomparso nel cielo.
Io credo che nel momento in cui mi chiedono di credere una cosa che esula da ogni senso della realtà, da ogni legge fisica, debbano sentirsi impegnati a dimostrarla.
I cristiani invece non si preoccupano affatto di dimostrarlo. Anzi, dicono che va accettato così, che è un dogma e in quanto tale lo si accetta senza spiegazioni.
Se loro chiamano “atea” me, posso chiamare loro a-razionali?

Dopo aver chiarito questo sarà più chiaro perché anche quella a di agnostico, quell’alfa privativa non mi piace. Rispetto allo spirito religioso le alfe privative mi disturbano. Le trovo riduttive, false ed ingiuste. Presuntuose e spregiative da parte di chi le usa per etichettare persone diverse da loro. Persone non diverse tout court, ma solo diverse da loro. Infatti non esiste il diverso ma solo qualcuno diverso da qualcun altro.
Io non mi sento priva di niente -non in questo campo, almeno. Anzi, io non sono priva di niente.

Escluso quindi atea ed agnostica ci sono almeno due modi che sento di poter usare per definirmi. Uno è quello che più spontaneamente mi viene alle labbra: pagana.
L’altro lo accetto con calore dal suggerimento di Arrigo Levi e di Norberto Bobbio: credente laico. Sì, io posso dire di me che sono un credente laico e che sono pagana.
Parlerò prima di Levi e di Bobbio, perché la loro lezione è perfetta.
Dicone entrambi: La nostra fede non è in un Dio creatore, ma in un Dio creatura: nell’essere umano.”
Esiste il credente religioso, quello che crede in una serie di cose rivelate, e il credente laico, che crede “alla libera ricerca della verità, attraverso l’esame critico e la discussione”; è cioè laico nel suo senso più pieno.
La laicità non la rivendico come mia esclusiva. Se vuole, il credente religioso può farla sua, può approfittarne, accettando di confrontarsi sullo stesso piano del credente laico, di incontrare le sue stesse domande, i suoi stessi dubbi, le sue stesse difficoltà.
Io non ho nulla contro il credente religioso. Ha lui qualche cosa contro di me?
Io non gli chiedo di diventare credente laico. Accetti una reciprocità. Rispetti il mio credo laico e non voglia trasformarmi in credente religioso.
Io accetto che egli viva la sua condizione, accetti che io viva la mia. Sospenderò il mio giudizio sulla sua. Sospenda il suo sulla mia. Egli crede che io abbia bisogno di essere salvata dalla mia condizione? Anche io credo che egli abbia bisogno di essere salvato dalla sua. Ma non la etichetterò in modo dequalificante e non invaderò la sua intimità. Non tenterò di convertirlo. Faccia lo stesso con me. Io avrò fede nell’opera della ragione e speranza che lo illumini. Egli abbia fede nel Dio che proclama.
Se io posso accettare la sua fede nell’indimostrato, egli può accettare la mia nel dimostrabile. Accetti cioè la pari dignità delle nostre fedi.

Il discorso sulla fede e sul credere è sempre legato a quello sulla morale.
Quale è l’operazione che viene fatta dalle grandi religioni in questo campo?
Esse “allineano la spiritualità con il bene morale e il male morale con il materialismo”. Sostengono che le esigenze morali dell’uomo non nascono dal basso, dalle naturali e concrete necessità di convivenza degli esseri umani, ma calino invece dall’empireo (senza ironia), da ispirazioni divine. Le grandi religioni sostengono che senza Dio non ci sarebbe moralità. E affermano una identità tra la fede in un Dio e la moralità umana. Questa identità, lo dico per inciso, è smentita, ahimé, dalla storia delle grandi religioni e dei loro fedeli-
Chi crede nel soprannaturale- dicono- sta dalla parte degli angeli, chi crede nella realtà materiale sta dalla parte della scimmia. Come disse nel 1864 Benjamin Disraeli nella sua polemica contro Darwin: “La domanda è la seguente: l’uomo è una scimmia o un angelo? Mio Dio, io sto dalla parte degli angeli!”
Io credo che credente o non credente l’uomo sia una scimmia, che può anche operare come opererebbe un angelo, se un angelo esistesse. E che gli uomini da sempre, ben prima delle grandi religioni, hanno costruito sistemi morali molto alti,di grande spiritualità, cercando dentro di sé quelle leggi che li guidassero nel difficile compito di dare un senso alla loro vita e a quella dei loro simili.

Ma è tempo di giungere al termine pagano.
Spazziamo da subito tutte le incrostazioni diffamatorie, insultanti, spregiative, ridicolizzanti che la propaganda cristiana ha utilizzato storicamente nei confronti dei pagani.
Liberiamo questo termine anche dei miti e delle leggende che lo appesantiscono e lo delimitano in un ambito ristretto. Prendiamolo nel suo significato più pulito, più spoglio.
I pagani erano solo gli abitanti dei pagi, di villaggi agricoli defilati dalle correnti culturali delle grandi città, che restavano perciò più aderenti alle vecchie tradizioni, soprattutto alla religiosità più antica.
I pagani svolgevano importanti funzioni sacrali, tra cui l’organizzazione dei Paganalia. Questa era una festa mobile, per lo più celebrata ai primi di gennaio. In quella occasione si offriva la burranica, ossia una pozione di latte e mosto cotto, alla dea Panda (da pandere=aprire) il cui tempio era sempre aperto, giorno e notte, ogni giorno dell’anno, per ogni viandante in cerca di protezione. Si pensa che la Dea Panda si sovrapponesse alla Dea Cerere, perché i giorni della festa erano anche detti feriae sementivae.
I pagani, per i Romani di Roma, erano incolti e retrogradi, per i cristiani, che trovarono in loro i più refrattari alla predicazione e alla assimilazione, divennero i più malvagi. Presto poi per i Cristiani pagani significò semplicemente non cristiani.

Ma quei pagani che nei loro villaggi e nella loro vita da contadini mantenevano stretto il legame con la natura e aperta la comunicazione con il suo mistero e la sua bellezza, erano credenti ingenui usando ingenuo, sia nel significato di nato libero, come per i Romani erano, che nel significato di semplice, schietto, spontaneo.
Il pagano si sente natura e si rivolge con i suoi sentimenti intatti a divinità che sono anch’esse natura.
Se trasportiamo questo tipo di fede ai nostri giorni (tralasciando le fantasie New Age), il pagano di oggi, anzi io, pagana di oggi, credo ad una natura senza maiuscola, non personificata né distinta da me. Sono natura anche io e ognuno di noi lo è; siamo natura, siamo vita e questo è tutto. Una immortalità fatta di atomi ci conserverà ancora come vita. Fino a quando non lo so.
Le domande stesse sono parte della natura. Esse si formano nel mio cervello. È lui a produrle, ad alcune sa dare risposte ad altre non ancora, ad altre forse non potrà mai darne.
Mi si potrebbe obiettare: dov’è la fede in questo? La fede è nel vincolo, credere nel vincolo. Il vincolo che unisce me, creatura naturale, alla natura tutta e quindi alle altre creature naturali.
Questa è la fede e il suo precetto è: rispettare il vincolo.
Riconoscersi creatura naturale tra altre creature naturali-alberi, acque, cani, rocce e tutti gli uomini ed ogni donna-in un tutto che non sappiamo svelare fino in fondo ma cui dobbiamo la nostra attenzione, la nostra riflessione e il nostro rispetto.
Credente nella creatura umana, pagana e laica: è così che io sono.

domenica 17 febbraio 2008

prima della 194/racconto

Ho osservato che ogni tanto qualcuno torna a pubblicare un suo vecchio post. Mi chiedevo quale ne fosse lo scopo. Ho capito che è perché alcune cose tornano di attualità e si sente il bisogno di ricordarle.
Così ho deciso di ripubblicare un post che risale a cinque mesi fa'. È un racconto, ma è fatto solo di verità.

Le femministe.

“Non andarci da quel macellaio- le disse Daniela- dammi retta. Non è per i soldi, te li presto volentieri, ma da quel macellaio no, non ci devi andare. Quello ci si ingrassa e ti tratta pure male.Vai dalle femministe, ti aiuteranno loro.” E le dette l’indirizzo. “Le femministe? Quelle che gridano per le strade, che vanno sui giornali? Sei pazza, te e loro” le disse suo marito. Ma R. gli rispose che costava poco e poi almeno era una vera clinica. “Fa’ come vuoi, sei tu che ci devi andare” chiuse lui.
Era una strada tranquilla, vicino al fiume. Un piccolo appartamento al piano terra. Prima di entrare R. esitò. Come erano le femministe? C’erano già altre donne. Stavano messe come lei, lo capì subito dagli sguardi. Erano come il suo, c'era dolore, paura, vergogna. Le femministe, invece, non erano come se le aspettava, erano normali, ecco. La accolsero sorridendo, pratiche, allegre. Le sembrarono così forti, così sicure.
Lei invece aveva paura. Di tutto. Aveva paura e si sentiva male, non vomitava ma tutto il giorno aveva la nausea. Si svegliava all’alba, per un rigurgito di acidi fino in gola, si tirava su e piangeva, in silenzio. Suo marito dormiva. Anche il bambino dormiva. La casa era fredda e silenziosa. Lei piangeva un po’, poi si alzava. Non mangiava quasi niente e dimagriva. Era pallida e sempre sudata. Il medico della mutua l’aveva rimproverata. “Ti avevo detto che per te figli basta! Benedette donne, ma che avete al posto del cervello?” Però quando lei gli aveva chiesto un nome, qualcuno da cui andare, uno bravo, ma che non prendesse troppo, si era scurito, le aveva risposto che lui non conosceva nessuno, colleghi che facessero aborti, no, lui non li conosceva. E le aveva segnato il ferro. “Mangia -le aveva detto- e fatti cambiare turno.”
Loro, le femministe, le fecero poche domande: “Quante settimane? Hai bisogno di soldi? Ce la fai? Sì, ce la faceva, le sembrò anzi poco. Com’era possibile? Quel dottore voleva quattro volte di più.
“La settimana prossima allora. Appuntamento in aeroporto, alle nove. La nostra compagna M. vi accompagnerà, non dovete preoccuparvi di niente. Se non avete il passaporto ci pensiamo noi. C’è una cosa, importante: non dovete farvi accompagnare da uomini. Né mariti, né compagni, fratelli, amanti, padri. Niente uomini, è chiaro?” Sì, era chiaro.
Partì sola. La sua amica Daniela avrebbe voluto accompagnarla, ma come faceva con i bambini? Era la prima volta che R. prendeva un aereo, che entrava in un aeroporto. Era grande, pieno di voci. Si sentiva stordita. Ma M. la loro accompagnatrice, era sorridente, e aveva già imparato i loro nomi. Le fece ridere: "Non vomitate tutte insieme perché se no ci arrestano!"
A Londra faceva freddo, il pullman che le aspettava aveva i finestrini appannati e non si vedeva niente. La clinica era fuori città, intorno tutte costruzioni di mattoni rossi. Le fecero aspettare in una stanza mentre M. parlava con una impiegata, consegnava le schede con i nomi, i documenti e il certificato con le settimane indicate. Loro non dovettero fare niente: seguivano come un piccolo gregge spaventato. Un’infermiera che parlava un po’ di italiano le accompagnò al piano di sopra. Scherzava: qui niente O ssole mio, vero? Le divisero, quattro per stanza. Erano stanze grandi, molto calde, con enormi finestre, le pareti e i pavimenti erano verdi. In ogni stanza c’era un telefono a gettoni. M. portò i gettoni. “Volete telefonare a casa?” Ma R. non telefonò. Suo marito era in officina e sua madre non sapeva niente di niente.
Passarono il pomeriggio chiacchierando, leggendo qualche giornale, raccontandosi le loro storie. Qualcuna pianse, qualcun’altra spavalda rideva. Verso le sei portarono il tè e dei panini, della frutta sciroppata, troppo dolce. Lei si girò nel letto tutta la notte, senza riuscire a dormire. Sentiva le altre sospirare e girarsi, ma nessuna parlò.
Gli interventi iniziarono il mattino dopo, molto presto. Scesero nella sala operatoria due per volta. A ognuna di loro avevano dato una specie di grembiule di cotone bianco, che si chiudeva dietro con dei laccetti e ognuna portava la sua scheda con sé. Sotto il grembiule solo le mutandine. Lei sentiva freddo o forse era la paura. Ma sul pianerottolo, M. le abbracciò, una per una. A lei tirò leggermente la coda di cavallo. “Tranquilla- le disse- fra poco ci rivediamo”.
Si svegliò sentendo cantare. Non capì dove era, poi si ricordò. Sentì le lacrime scorrerle sulla faccia e richiuse gli occhi. C’era un sole pallido che entrava dai finestroni e la ragazza nel letto accanto al suo si lamentava, ancora mezza addormentata. R. Restò così, con le braccia sotto le coperte, ferma, piangendo in silenzio. Quando portarono il pranzo lei disse “No, non ho fame”. Ma l’infermiera restò accanto al letto finché non ebbe mangiato tutto il pollo e le carote lesse.
Passò il pomeriggio senza pensare a niente, le altre si erano un po’ rianimate, solo quella vicino a lei pianse fino a sera. Tornò M. con i gettoni e lei chiamò suo marito. “Come stai?-le chiese- Fa freddo? Il bambino sta bene.” Più tardi passarono con delle gocce per aiutarle a dormire. R. le mandò giù senza dire niente, ma lo sapeva che tanto era inutile, non le facevano nessun effetto. Sentiva un peso sul petto ma non piangeva più. Pensava al suo bambino, che l'aspettava a casa. "Gli voglio comprare quell’astuccio con la lampo". Fu l’ultimo pensiero, poi si addormentò, di botto.
Il mattino dopo, alle otto, erano già sul pullman per l’aeroporto e a mezzogiorno sbarcarono a Fiumicino. Al momento di salutare le altre R. si sentì sola, non avrebbe voluto lasciarle. Alcune presero un tassì, altre trovarono i mariti ad aspettarle. Lei ed M. presero il pullman per il terminal. In città si salutarono e questa volta le venne da piangere. M. l’abbracciò: "Pensa solo a stare bene- le disse guardandola negli occhi- solo a stare bene". Sorrideva, incoraggiante, ma anche lei aveva gli ochi lucidi.
“Questi viaggi non li posso più fare” si disse, guardando la figuretta di R. che si allontanava.