sabato 29 dicembre 2007

personale ma non troppo/tre testimonianze

Ecco le tre testimonianze con cui chiudo il discorso sulla depressione:

Una risale all'agosto del 1997. Su la Repubblica, nello spazio riservato ai lettori, comparve una lettera di un medico napoletano. La inserisco interamente per due ragioni: perché parla della condizione di vita di una persona depressa con cognizione di causa e perché la descrive nel modo tranquillo e libero con cui si potrebbe parlare di una propria qualsiasi patologia.
Inoltre la straordinaria nota di serenità con cui la lettera si conclude, mi trasmise un messaggio realisticamente fiducioso che mi ha accompagnata per anni e che sempre mi accompagna. E che potrei in ogni momento confermare.



La seconda testimonianza è di un anno prima e consiste in un lungo articolo di Umberto Galimberti comparso sempre su la Repubblica. Umberto Galimberti, laureato in Filosofia, ha insegnato Antropologia culturale, Filosofia della storia, Filosofia Morale e insegna attualmente Psicologia dinamica. È psicoanalista di scuola junghiana. Ha scritto numerosi testi di filosofia, psicologia e psicanalisi, tra cui un preziosissimo Dizionario di Psicologia (Utet). I suoi interventi sul Sole XXIV ore e su la Repubblica indagano la nostra società e le sue più inquietanti manifestazioni con una lucidità che apprezzo molto.
Ciò nonostante vale per lui quello che, secondo me, vale per quasi tutti coloro che, nella stampa del nostro paese, vengono definiti Filosofi. E cioè che uno studioso che insegna Filosofia, non è un filosofo più di quanto uno studioso di Letteratura sia un poeta.
Ma per tornare all’articolo in questione, che non riporto perché occupa due intere pagine, in esso Galimberti ingaggia una battaglia contro “la psicologia cosiddetta 'scientifica'." Le virgolette sono sue. Lo fa in nome della psicologia come arte dell’interpretazione, criticando con velenosa e sapida ironia, il desiderio degli psicologi di emanciparsi dalla Filosofia. Si appoggia a Husserl, Wittgenstein, Kant per sostenere, in estrema sintesi, che la tematica della psicologia si sottrae naturaliter al metodo scientifico, poiché la scienza è un' ideazione dell’uomo e questo non può essere giudicato da una sua ideazione. Il gatto della mente umana, morde la coda alla scienza prodotta dalla mente umana. O viceversa. Personalmente concordo con Galimberti sul fatto che la psicologia non sia una scienza ma apprezzo gli sforzi che fa per aprirsi al metodo scientifico e alle sue procedure. Laboratori per lo studio del comportamento, osservazione, misurabilità, simulazione di modelli, adozione di procedure statistiche, attenzione agli studi della biologia. Penso anche che la collaborazione tra le neuroscienze, la psicologia, la psicoanalisi e, perché no, la Filosofia possa dare frutti al momento insperati.
Nello stesso articolo (e in altri successivi di conferma) Galimberti condanna anche “l’approccio organicistico della Psichiatria” al problema della sofferenza mentale, proprio perché la Psichiatria respinge l’interpretazione delle malattie psichiche e si occupa di trovare "cause e terapie farmacologiche". (Già qui un dubbio, retorico, mi scosse: perché la specializzazione medica che si occupa di patologie psichiche non dovrebbe ricercarne le cause e terapie farmacologiche, in favore invece di una interpretazione?) Porta come esempio, i malati di depressione che la Psichiatria" avrebbe ridotto "a drogati che cercano nelle farmacie la risposta al dolore della vita, che dovrebbero interpretare invece di voler dimenticare."
Confesso di essere rimasta particolarmente ferita da questa descrizione, e colpita dalla superficialità e, in definitiva, dalla mancanza di comprensione, sensibilità ed empatia di una persona che esercita la psicoanalisi. Né mi hanno consolata i successivi, infiammati articoli di numerosi psichiatri, psicologi, biologi, intervenuti a difendere la mia sofferenza ed il mio diritto a cercare di uscirne senza essere considerata una drogata e una imbelle.
So bene che spesso dietro queste querelle si nascondono volgari interessi di bottega e che sulla mente dolorante del malato psichico si danno battaglia diversi specialisti (psicologi, filosofi, psicanalisti, psichiatri, farmacologi, terapeuti di diversi e spesso improbabili indirizzi, ecc) in difesa della loro fetta di mercato, o del loro prestigio, ma trovo che in quella occasione il Professor Galimberti abbia davvero superato un limite di accettabilità dialettica.
A suo modo, comunque, anche quell’articolo, passata la prima rabbiosa reazione-che mi portò a scrivergli la mia veemente protesta- mi fu utile: chiarì a me stessa la semplice verità che “interpretare” la mia sofferenza era per me un bisogno secondario rispetto a quello di trovarne sollievo. Ho detto secondario e non inesistente.


La terza testimonianza è ancora precedente. È un articolo del 1995 comparso sull’Unità. È un incontro-intervista con Dante Arfelli che di lì a poco scomparve, all’età di 74 anni.
Dante Arfelli è uno scrittore italiano con una storia letteraria molto particolare ed un percorso di vita molto doloroso.
A soli 28 anni, nel 1948, pubblicò un primo romanzo, bellissimo, che ebbe uno straordinario successo, di pubblico e di critica: I superflui. Ne seguirono altri finché entrò in depressione. “Ho perso le parole” disse del suo stato e smise di scrivere.
Combatté con la sua malattia per trent’anni; la raccontò, in periodi di remissione, con ironia e incanto insieme. Nel settembre del 1995, malato di Parkinson, da una casa-albergo dove era ricoverato, parlò dei suoi desideri e dei suoi progetti. Riassumibili in uno solo: scrivere, scrivere, scrivere. “Ho ritrovato le parole”.
Nell’articolo prendeva di petto praticamente tutto e tutti: la sua malattia e i modi inappropriati di curarla, il mondo letterario, la società moderna e i suoi feticci e, soprattutto, a 74 anni, si proiettava in avanti, verso un nuovo libro che aveva già tutto in mente e con il quale si preparava a riprendere nel panorama letterario italiano, il posto che gli spettava e che la malattia gli aveva rubato. Ne usciva uno spirito così ironico, una chiarezza di pensiero, un’energia vitale così vibrante che me ne innamorai.
E la storia del mio rapporto con la scrittura che, in quel momento, sembrava essersi chiusa con me che distruggevo tutto quello che avevo scritto in 35 anni di vita, mi apparve sotto una luce diversa. Le parole si perdono, ma si possono ritrovare. Al di là di qualsiasi confronto tra di noi, Dante Arfelli mi disse che le parole si possono ritrovare.



Ho raccontato questi tre episodi in un ordine cronologico inverso per rispettare l'ordine con cui lavorarono su di me. Infatti i primi due in ordine di tempo, (quello su Arfelli e quello di Galimberti), dopo una prima ma in fondo superficiale reazione, stettero un po’ lì a lavorare dentro di me, e trovarono il loro posto definitivo e significativo nella mia coscienza, in anni successivi. “Riemersero” più o meno in concomitanza con la lettera del dottor D’amiceno, che considero un amico pur non avendolo mai conosciuto.
Fine.

13 commenti:

  1. Sono contento che tu citi Galimberti, e credo anche tu abbia ragione quando tu lo sospetti di fare una lite di bottega con gli psichiatri.
    Detto ciò bisogna dire diverse cose, uno che la psichiatria in Italia resta un scienza infelice figlia di Lombroso per intenderci spesso fatta da persone, e dico persone e non medici che non desiderano interpretare nulla preferiscono somministrare pillole a persone che non vogliono/possono/sanno interpretare.

    Ora chiariamoci, io sono per il sollievo, credo che se la sofferenza diviene insopportabile se è possibile deve essere lenita e che la comprensione,l'interpretazione il significato passano in secondo piano se é possibile avere un sollievo rinunciandovi. Io però proporrei più che una rinuncia una sospensione una specie di epochè fenomenologica in cui sospendere/rimandare la riflessione ad un momento in cui il dolore sia meno paralizzante...

    Però tu sei brava ape operaia della parola, per cui sono sicuro che capirai quanto potere lenitivo/curativo ci possa essere nel dire e nel non dire

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  2. Google, ricerca avanzata, "statistica psicofarmaci". Ho intenzione di scrivere qualcosa riguardo al mio rifiuto di utilizzare psicofarmaci e voglio partire da un qualche dato di fatto sui consumi di tali "curativi". Mi imbatto in "Ineziessenziali" e leggo.
    Lascio un saluto e tornerò.

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  3. che dire? sono d'accordo su tutto. Tranne sul complimento che mi fai: ape operaia della parola! bellissimo. Comunque è solo per falsa modestia.. ;-))

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  4. ciao undercoverman, benvenuto sul mio blog. Leggerò volentieri quello che hai da dire sugli psicofarmaci.
    ne potrebbe nascere un confronto interessante

    ciaomarina

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  5. In questo momento mi viene da dirti solo una cosa: GRAZIE DI CUORE!

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  6. Ciao Banana, grazie a te!
    ti abbraccio marina

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  7. Quante cose interessanti citi: libri, storie, persone.
    Tu e il tuo blog siete uno degli esempi viventi: non è affatto vero che Internet è un luogo freddo.
    Un cordialissimo saluto da luciano / idefix
    http://lucianoidefix.typepad.com
    PS E che imbarazzante discussione, sul mio blog, a proposito di Benazir Bhutto e delle donne. Non mi aspettavo che fossero proprio delle lettrici donne ad essere così gelide nei confronti della Bhutto. Convinto come sono che le donne siano la grande speranza dell'umanità, ci sono rimasto malissimo.

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  8. Ciao Luciano, ti ringrazio tanto. Poiché so come è fatto bene, serio ed interessante il tuo di blog, mi sento orgogliosa per il tuo apprezzamento.

    Le donne gelide verso le donne? Ordinaria amministrazione purtroppo.
    Non ci devi rimanere male. Io che sono donna, non mi meraviglio più di tanto. Apprezzo tanto quello che scrivi sulle donne.Per la Bhutto sono davvero addolorata.
    ciao marina (e un ciao a tua moglie!)

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  9. ciao bello il tuo blog.ti va di fare uno scambio link.il mio blog è wwwblogdicristian.blogspot.com ciao.fammi sapere.

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  10. Mi dispiace che finisca, perchè era tutto davvero molto interessante... Giulia

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  11. ti spaventa confrontarti con un'altra depressione?

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  12. Visto che il post di oggi (29 gennaio 2010) mi sfugge (sic) (!), me ne sono venuto a leggere questo.

    Buona camminata.
    Rino

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