domenica 13 gennaio 2008

librai "fanfarones"



A proposito delle mie lacune.
Mi è stato fatto osservare che, per una che si considera illuminista, ho il torto grave di non aver letto Denis Diderot.
E’ vero, pur avendolo studiato in tempi lontani, non ho mai letto direttamente una sua opera. Non sarà lodevole, ma anche per le letture si fa quello che si può. Comunque ho deciso di colmare almeno in parte questa lacuna e sono andata a comprarmi qualche libro del grande illuminista.
Ho provato nella mia solita libreria, poi in altre due, molto grandi, poi in una terza di media grandezza, poi in una libreria scolastica.
Poi mi sono intestardita e ho cercato Diderot nel grande viale dove si allineano ben cinque librerie universitarie. Niente.
Tutto quello che si trova è un romanzo e un testo sul teatro. Opere filosofiche niente.
Ho cominciato insieme a preoccuparmi per le basi della mia fede illuminista e a comprendere qualcosa di più di questo mio paese.
Tutto questo accanirsi pro questo e contro quello, a difesa di questo e all’attacco di quello, in una società dove questo e quello potrebbero tranquillamente convivere,forse si stempererebbe un po’ se quel benedetto uomo-e con lui gli altri illuministi- fosse un po’ più pubblicato dagli editori, un po’ più commercializzato dai librai e un po’ più divulgato dai professori di filosofia. Nonché più letto da gente come me.
Naturalmente la mia lacuna non resterà tale.
La libreria francese di Roma, mio tormento e delizia, ha sicuramente le opere filosofiche di Denis Diderot. Sono certa di trovarle lì.
Quanto ai gestori, sono odiosi: arroganti, presuntuosi, cortesemente villani, fanfarones, come già Giulio Cesare chiamava i Galli, ma insomma, devo ammetterlo, sono preparati, spesso più di molti dei nostri librai. Domani andrò a verificare.
Tanto, delle due l’una. O troverò le opere filosofiche di Diderot e sarò contenta o non le troverò e potrò segnare un punto a sfavore della libreria francese.
Sarò contenta lo stesso.

sabato 12 gennaio 2008

moi, lopin inculte

Ha scritto Marguerite Yourcenar:

“...Je considère un livre, même le plus personnel, comme un’œvre en partie collective: tout ce qui est en nous y entre, mais aussi tout ce que nous avons entrevu ou deviné, les livres lus et les voyages faits, l’observation d’autrui autant que les expériences traversées par l’ecrivain lui-même, les notes marginales du correcteur d’epreuves, les lecteurs, amis ou hostiles. Nous sommes tous trop pauvres pour vivre uniquement des produits de ce lopin d’abord inculte que nous appelons moi.”
da “Rendre à César”


Il "pezzetto di terra incolta" che chiamo 'moi' è grato a tutti gli spunti, gli stimoli, i suggerimenti, gli ammaestramenti, come pure le emozioni che si respirano in rete. Hanno allargato infinitamente la portata della mia osservazione e della mia riflessione. Si sono aggiunti a tutta la materia che la vita mi ha proposto o che ho saputo strapparle.

venerdì 11 gennaio 2008

una poesia

Ma questo non è sonno. Io dormo
nove ore ma non dormo.
Non mi accoglie il risveglio
perché anche se dormo io veglio.

La notte non mi stringe
e non mi chiude a letto,
anche se ho il corpo steso
non mi toglie al suo peso.

I miei non sono sogni
ma sono spiegazioni
pedanti e laboriose,
repliche scialbe e oziose
delle mie poche azioni.

E i suoni ampi e lontani
non aprono il mattino
diversità del fuori,
ma solo lo spavento
del giorno e dei rumori.

Patrizia Cavalli "Poesie" Einaudi

un De Roberto "minore"



Non ho letto “I Viceré” di De Roberto. So che è una lacuna bella sostanziosa, ma tant’è. In compenso di De Roberto ho appena letto un minuscolo libretto “La morte dell’amore”. All’amore De Roberto ha dedicato una grande opera di riflessione: L’Amore. Fisiologia. Psicologia. Morale. Si tratta di un vero e proprio trattato di oltre cinquecento pagine a carattere scientifico-psicologico, che tiene presente Darwin, Lombroso, Schopenhauer, Mantegazza, tutti i grandi indagatori dell’universo amoroso.
All’amore ha anche dedicato una serie di opere narrative: “L’llusione”, “Una pagina della storia dell’amore”, “Come si ama”, “Gli amori”, “Le donne, i cavalier”, “Spasimo”, “La messa di nozze”.
Viene da dirsi che qualche cosa nella vita di De Roberto deve aver trasformato l’amore in un’ossessione. Della sua vita privata però si sa poco. Legato da un rapporto odio-amore con una madre oppressiva, non si sposò, né ebbe figli. Si potrebbe provare a trarne qualche interpretazione del suo atteggiamento verso le donne e verso l’amore. Ma me ne astengo.
Quello che si avverte al fondo del discorso di De Roberto è che l’amore, poiché non dura, è falso, o almeno non è vero fino in fondo. Ma viene da obiettargli, che cosa è vero fino in fondo? Se crediamo al dolore-anch’esso non eterno, giacché trova sollievo-perché non dovremmo credere alla realtà dell’amore?

Ad ogni modo, pur avendo dedicato qualche decennio ad indagare il sentimento amoroso, di fronte alla necessità di dire che cosa è l’amore, De Roberto si dichiara sconfitto.

Il più corto è dunque dire che il calamaio è il calamaio.
Così l’amore è l’amore: o voi sapete che cos’è per averlo provato e allora questa laconica definizione vi basta; oppure nol sapete. Se nol sapete, possono darsi ancora due casi: o siete capaci di provarlo, e allora quel che potete fare di meglio non è cercarne la definizione in un libro, ma amare; e soltanto se siete incapace di provarlo potete cercarne la definizione...
Ma a voler dare la definizione dell’amore sia pure per i soli incapaci di amare, incontriamo una grave difficoltà: come esistono una quantità di calamai diversissimi così esistono una quantità di diversissimi amori...


Nel libro di cui vi parlo De Roberto si occupa della morte dell’amore, non più come anatomista ma come narratore. Attraverso una piccola serie di racconti illustra le possibili modalità della morte dell’amore, tutti i possibili modi in cui il sentimento amoroso si spegne e si rivela per quello che per De Roberto è: Illusione. Dell’ agonia di questa illusione le colpe più gravi o meno perdonabili per lui le portano le donne. De Roberto è decisamente antifemminista.
Sostiene che l’amore maschile abbia “una migliore qualità, perché gli uomini spinti dall’istinto della conquista sono coerenti, logici, sinceri, e le donne invece ambigue e false.” Ma dalle storie che egli racconta- agonie di diverse storie d’amore-a me sembra che, a dispetto delle sue stesse parole, ne esca un’ immagine della donna molto più complessa e ricca di sfumature nei suoi sentimenti, molto più riflessiva su di essi e meno influenzata dal calcolo.
Oltre che antifemminista De Roberto è anche conformista e moralista.
L’amore più bello per lui è quello “tra un uomo di trent’anni, non un giorno di più, ed una donna vergine, se non nel cuore, nel corpo, una donna che abbia conservato a lui i suoi tesori.” Era il 1928, quanti artisti avevano in quegli anni una diversa concezione della donna e dell’amore?

Attraverso questi racconti De Roberto arriva ad affermare che se l’amore può nascere da nulla può morire di tutto. E, come avviene per gli organismi viventi, può morire di morte naturale o di morte violenta. Muore di morte naturale quando, come per ogni altro organismo, si produce un esaurimento lento e progressivo delle sue forze vitali. Muore invece di morte violenta quando uno dei due amanti continua ad amare mentre l’altro non ama più o vive un nuovo amore.

Vediamoli dunque questi racconti.
Nel primo tre uomini disputano, portando come prova le loro sofferenze, per stabilire quale morte dell’amore sia più dolorosa: se quando muore fisicamente l’oggetto del proprio amore, se quando si è abbandonati, o quando l’amore si consuma per effetto del tempo. Si tratta di scegliere tra ‘la morte’, ‘l’abbandono’ o ‘la consunzione’-“ fine lenta, lunga e quotidiana, esaurimento continuo prodotto dall’azione del tempo, dal fatale svanire d’ogni cosa umana.”
Ognuno di noi può avere la sua idea. A me quest’ ultima morte per consunzione fa orrore. Non avevo vent’anni, quando pregavo il dio dell’amore “cadimi dall’anima in un momento solo e morte sia di schianto”.

Molto bello è il racconto in cui una donna abbandonata scrive più lettere, e diversissime, all’amante. Ora è sprezzante, ora comprensiva, ora supplice, ora dignitosa, ora generosa, ora rassegnata. Cerca dentro di sé la verità del suo sentimento ma cerca anche di chiarire a se stessa il vero senso che questa lettera ha per lei: prendere un commiato dignitoso o lasciare dentro il cuore dell’amato una immagine di sé, produrvi una impressione che lo costringa a ricordarla, forse a rimpiangerla?
Alla fine la donna non scriverà nessuna lettera. Il vero commiato non accetta parole.

In alcuni racconti ci sono osservazioni folgoranti sia sulle donne:

io potrò accusare quest’uomo, io potrò disistimarlo..ma non potrò dimenticare le emozioni che m’ha procurato.

quell’uomo aveva una gran colpa, non mi faceva soffrire...

vi sono certe realtà di cui neppure ci si accorge e certe illusioni che ci mantengono in vita...

che sugli uomini:

L’idea che un conoscitore di donne non avesse desiderato, apprezzato la donna in cui io avevo riposto tutto il mio vanto-dice lui-tutto il mio orgoglio, questo era all’origine del mio scontento...

Le parole d’amore sono la moneta con la quale si pagano quelle che non sono da comprare...

De Roberto si cimenta anche nella descrizione di amori paradossali. In un racconto viene difeso come il migliore amore quello che non fu sperimentato mai.
Ma che posso farci io, amica mia, se solamente gli amori che non hanno lasciato ricordi sono ben ricordati?

In un altro si difende l’amore-incontro fugace: un amore consumato e subito perduto.
Del resto Umberto Saba ha scritto:
”Durano sì certe amorose intese
quanto una vita e più.
Io so un amore
che ha durato un mese
e vero amore fu.”


Io conosco storie-e forse ognuno ne conosce- di amori durati un’ora e che pure vero amore furono.

Un altro racconto sostiene l’amore-vita; un amore unico e durevole lungo tutta una vita, un amore nato da bambini, fugacenmente vissuto da adolescenti, poi sostituito da altri, ma mai scomparso dalla fantasia e dall’immaginario, che accompagna in sogno fino alla vecchiaia ed alla morte, anche attraverso la lontananza.

Vorrei dire qualche cosa sulla forma di questo piccolo libro. I racconti non sono tutti altrettanto belli, ma c’è una lingua ricca, plastica, persuasiva, che riesce ad esprimere e a rendere credibile tutto.
I racconti degli amori che io chiamo “paradossali”, l’amore-mai, l’amore-sempre, l’amore-attimo, sono forse i più interessanti, quelli in cui la capacità di indagine psicologica è più profondamente esercitata.
Al termine della lettura, il piccolo libro-non certo imprescindibile- ha però ottenuto presso di me lo scopo di farmi decidere a leggere il capolavoro derobertiano. Mi comprerò I Vicerè.

giovedì 10 gennaio 2008

tre perle di Karl Kraus

L'ideale della verginità è l'ideale di quelli che vogliono sverginare.


L'astinenza si vendica sempre. Nell'uno produce pustole, nell'altro leggi sul sesso.


Le puttane per la strada si comportano così male che se ne può dedurre il comportamento dei borghesi a casa loro.

mercoledì 9 gennaio 2008

domanda



Ricorrendo ad Ennio Flaiano
Il più citato. Forse il meno letto.
Ma per me è una garanzia ed una certezza. Certezza di rara intelligenza, garanzia di ironia spietata. E sorriso? Amaro. Ma chissene.

Sul mio paese ha scritto:

“Italia, paese di porci e di mascalzoni. Il paese delle mistificazioni alimentari, della fede utilitaria (l’attesa del miracolo a tutti i livelli), della mancanza di senso civico (le città distrutte, la speculazione edilizia portata al limite), della protesta teppistica, un paese di ladri e di bagnini (che aspettano l’estate), un paese che vive per le lotterie e il giuoco del calcio, per le canzoni e per le ferie pagate. Un paese che conserva tutti i suoi escrementi.”

Era il 1969. Qualche cosa va meglio. Ma qualche cos’altro?

martedì 8 gennaio 2008

Thinking Blogger Award

Vedendomi improvvisamente nominata per il Thinking Blogger Award, mentre intorno a me quasi tutti i miei amici bloggers venivano nominati a loro volta, mi sono un po' insospettita. Ce la staremo cantando e suonando tra di noi?-mi sono chiesta. E ho fatto un giro sul sito. Al termine mi è sembrato che l'iniziativa, sicuramente simpatica, avesse però un carattere di autopromozione un po' sfacciata. Richiede infatti l'inserimento del logo e del link al sito originario. D'altra parte come rompere la catena senza sembrare al mio amico Polle, che mi ha nominata, un po' supponente e ingrata? Ho quindi sospeso il giudizio, affidando al tempo la soluzione del dilemma. Pochi minuti fa' ho letto sul blog di Artemisia delle considerazioni simili alle mie. E ho preso coraggio. Lei se l'è cavata con eleganza: solo il logo, niente link e la segnalazione di numerosi nuovi bloggers amici.
Io adotterò uno stile ancora più minimalista: niente logo, niente link, una sola segnalazione, quella di un blog parco di parole ( a differenza del mio) e il cui autore, soprattutto, ignora del tutto la mia esistenza.
Così da vera pusillanime mi sono sottratta all'ingrato compito di scegliere tra i numerosi blog amici che seguo.

http://chouetpomme.splinder.com/

virgola,

Il dittatore



Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me- gridava-
verrà la fine del mondo!”


Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.


Tutto solo a mezza pagina
Lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.



Del punto in realtà abbiamo già detto, ma mi sembrava una buona occasione per inserire questa filastrocca di Rodari.
Della virgola invece qualche cosa vorrei dire.
Intanto che la sufficienza, se non il disprezzo, con cui viene trattata sono del tutto ingiustificati. “Non mi sposto di una virgola”, come a dire di niente, di una insignificanza; “mettere una virgola di burro”, ancora un nulla. Invece la virgola è fondamentale. E saperla usare richiede sensibilità uditiva, non semplicemente grammaticale.
L’uso di questo segno, come di tutti gli altri di interpunzione, può sì permettersi delle divagazioni, ma esse debbono essere legate alle “intenzioni espressive” dello scrivente. Intenzioni consapevoli, però, non semplice inavvertenza o sciatteria.
Se qualcuno mette una virgola tra il soggetto e il predicato, deve sapere che sta facendo un uso molto particolare della virgola e deve avere le sue buone ragioni per farlo. Infatti, in linea di principio, la virgola non va usata all’interno di “blocchi unitari” come appunto sono il soggetto e il suo predicato, il predicato e il suo oggetto, e l’aggettivo e il suo sostantivo. La virgola non è una graziosa decorazione grafica, come molti sembrano credere, ma un segno che segnala una piccola pausa. E attenzione: non è venuta prima la virgola e poi il ritmo della frase, ma, al contrario, il nostro procedere mentale narrativo precede la sua rappresentazione attraverso i segni grafici. In un certo senso chi non colloca in modo appropriato la punteggiatura soffre di un tipo particolare di "sordità".
Ora, se in una lettera al mio amante scrivo: “io ti amo” senza la virgola, intendo semplicemente dichiarargli il mio amore, e così interpreterà lui questa frase; ma se io scrivo, “io, ti amo” devo sapere che gli sto dicendo: “IO ti amo, mentre Tu, brutto arido, NON ami me”. Un amante suscettibile, o voglioso di una piccola scaramuccia potrebbe farci penare, chiudendosi in un muto e sdegnato silenzio.
Voi direte: gli amanti non si scrivono più, al massimo si mandano degli sms. Vero, ma squallido. Il linguaggio può inaridire i sentimenti così come può infiammarli. Mai sottovalutare il potere della parola. C’è da pentirsene.
Poiché le storie d’amore mi intrigano molto di più di questioni che so, condominiali, insisto.
Mai separare, se non per un buon motivo, il predicato e il suo oggetto. E, nel separarli, ricordarsi di invertire l’ordine. Esempio: “il cuore, mi hai spezzato”. Sempre in una lettera d’amore, ma di quelle un po’ pallose in cui si vuole suscitare la compassione dell’amante. Mentre : “mi hai spezzato il cuore” è altrettanto drammatico, ma meno piagnucoloso. Può addirittura suscitare un filino di senso di colpa.
Quanto al sostantivo e al suo aggettivo: “i tuoi occhi neri” è un po’ descrittivo, poco catturante; “i tuoi occhi, neri” è lirico; la pausa sembra dire, li sto vedendo qui di fronte a me, ne sono incantato anche a distanza.

Per il resto, che dire della virgola? Cose che sappiamo tutti:

-nelle enumerazioni e coordinazioni asindetiche (senza le congiunzioni e, né, o, ma ecc. per intendersi) SI METTE:

°DETESTO i bugiardi, gli ipocriti, i saccenti, gli arrampicatori sociali, le aringhe a colazione...

°Io Giuliano Ferrara lo impalerei, poi lo squarterei, poi lo bollirei, poi ci farei il sapone, poi lo immetterei sul mercato sotto il nome commerciale di “p&p (porco e provocatore).

Ma metterla può essere una scelta espressiva:
“Se tornerai da Amsterdam senza avermi portato almeno un brillante da 20 carati mi troverai delusa, e arrabbiata”. Quell’ “e arrabbiata,” evidenziato da una virgola, suona molto minaccioso, no?

-prima ed eventualmente dopo un’apposizione e un vocativo la virgola SI METTE: “Dimenticavo di dirti che ho incontrato Andrea, quel tuo amico...
E tre mesi dopo: Credimi, amore, non è vero che mi sto vedendo con quel tuo amico, quell’Andrea...

-negli incisi, di qualunque tipo, la virgola SI METTE. Se volete, sostituitela con un trattino o con una parentesi, ma non incollate l’inciso al resto del discorso, costringendo il lettore a rileggere. Siate generosi, le virgole non si pagano!

-nelle ellissi, la virgola sta a significare che non ci va di ripetere o che ripetere sarebbe pesante:
“Lei si è messa un vestito lungo; io, il mio tubino con lo spacco”.
(Avete notato anche il punto e virgola? Ben messo, vero?)

E adesso veniamo a quelle subordinate che somigliano ad incisi.
Dimenticate quello che vi hanno detto alle elementari (almeno a me lo dissero) e cioè che, essendo il pronome relativo logicamente legato al suo antecedente, i due non vanno separati MAI.
Invece nelle relative esplicative la virgola SI METTE: “Ponza, che è la più bella isola del mondo...”
Ma NON me la mettete nelle relative limitative: “questa è una delle solite idee che hai tu” : va tutto di fila.

-invece SI METTE nelle concessive: “anche se non mi andava, ci sono venuta a trovare i tuoi”
-e SI METTE anche nelle ipotetiche: “se mi prometti che non ci restiamo tutta la sera, ci vengo a trovare i tuoi”

Invece di continuare con questi esempi insulsi, facciamola finita e diciamo che le proposizioni-complemento ESIGONO una virgola. Ne hanno bisogno, la reclamano.

E adesso passiamo a parlare di stile personale.
Esprimersi significa esprimere sé.
Questa semplice definizione da vocabolario comporta una grande libertà, anche nell’uso della punteggiatura. Ma la libertà di uno “scrivente” e quella di uno “scrittore” sono diverse. Nello scrivente la funzione comunicativa deve prevalere e quindi la sua osservanza delle regole dev’essere più fedele e rispettosa.
La finalità dello scrittore è invece eminentemente espressiva. Quando scrive egli rispetta innanzitutto se stesso e il suo demone e perciò ha di fronte a sé un' infinita libertà. Lo scrittore sente un proprio ritmo interno e lo segue.
Ci sono scrittori che seguendo il loro ritmo interiore scrivono quasi senza punteggiatura; altri che la omettono del tutto. Avete presente lo "stream of consciousness" di James Joyce nell'Ulisse? Il suo "flusso di coscienza" ha fatto impazzire più di un lettore. Me, sicuramente.
Ne “Il fratello di Wittgenstein” di Thomas Bernhard pagine e pagine e pagine si susseguono senza una virgola, senza un punto. Ne “Il respiro” Bernhard ne fa un uso appena più generoso, ma sempre al di fuori di qualunque canone “comunicativo”.
Possiamo dire che Bernhard SBAGLIA l’uso della punteggiatura?
Certo, leggere “Il fratello di Wittgenstein” è stato faticoso per me, e confesso che per impadronirmi del suo ritmo ho letto e riletto e riletto intere pagine, ma sono grata a Bernhard di averlo scritto COME LO HA SCRITTO.
Il punto in fondo è semplice: se siete Bernhard fate delle virgole e dei punti e di ogni altro segno di interpunzione quel che volete. Se in coscienza sentite di NON essere Bernhard, ricordate che i segni di interpunzione sono lì per soccorrere voi e il lettore.
Infatti, come in ogni altro campo, anche nella scrittura la libertà va di pari passo con la responsabilità.
Chi scrive è responsabile di fronte a chi legge.

Terminata questa bella lezioncina, della quale vado discretamente fiera, mi cospargo il capo di cenere per tutte le infinite volte in cui ho sbagliato nel collocare virgole, punti, punti e virgole, ecc. Ma, scandalo, non è a chi mi legge che chiedo scusa perché in ogni momento, indispettito dai miei errori, può cessare di farlo. No, è a Lei, Sua Maestà la Lingua.

lunedì 7 gennaio 2008

rimembranze



Fino all’ultimo minuto non sapevo se la sera sarei uscita. Mia madre poteva dire sì, o poteva dire no. Ma quando era sì, attraversavo il giardino, prendevo il viottolo e arrivavo sulla grande strada che portava in paese. La via Roma. La strada era in leggera discesa. Il primo tratto lo facevo di corsa, perché avevo paura dei pipistrelli che volavano intorno ai lampioni. Avevo i capelli lunghi e la leggenda voleva, forse vuole ancora, che i pipistrelli s’impigliassero ai capelli delle donne. Ma soprattutto mi piaceva correre nella notte silenziosa di agosto mentre le stelle cadevano. Ogni tanto mi fermavo ad aspettare mia sorella. A lei non piaceva correre.
Portavo i pantaloni, un golfino intorno alla vita, le ballerine. E nebulose di emozioni dentro di me. Incontravamo i nostri amici; si andava al cinema, o si chiacchierava nel bar o si passeggiava semplicemente. Le ragazze erano fresche, ordinate, maliziose. I ragazzi erano come sono i ragazzi a quell’età: crudeli, sciocchi, pieni di pulsioni.
Qualche anno prima, quattordicenne credo, nelle prime ore del pomeriggio, mentre il paese sonnecchiava, scesi in paese. A un tavolino del bar c’era un gruppetto di ragazzi. I ragazzi della comitiva. La comitiva, proprio così. Mi sedetti con loro. Erano un po’ più grandi di me. Neanche mi vedevano. Chiacchieravano, ridevano, fumavano. Battute, scherzi. Io li ascoltavo e li osservavo. E ricordo perfettamente che un pensiero mi folgorò la mente: Ma sono così!? Se sono così non potrò mai amarne uno!
Ma forse neanche loro erano così, recitavano una commedia. Niente del resto era come sembrava. I pipistrelli erano solo nottole e le stelle cadenti erano frammenti di detriti. Niente è davvero come ci sembra a sedici anni. Eppure misteriosamente, se riuscissimo a conservarla così, la vita vera sarebbe proprio quella: i sensi, l’animo, il cuore, l’intelligenza, tutto aperto verso il mondo e verso gli umani, tutto in moto, tutto vivo, tutto sveglio.
Io mi sentivo così. Un punto interrogativo vivente. Ma le domande non si esprimevano. Con nessuno. Le mie almeno, io le tenevo per me. Intorno a me non c’era nessuno cui potessi consegnarle. Le altre ragazze mi sembravano tutte più disinvolte, più ragazze, più. E i ragazzi, continuarono a sembrarmi sciocchi, e crudeli.
Come sembravo io non lo so. Qualche anno fa’ un mio caro amico, ricordando insieme a me quei tempi, mi ha descritta in un modo che mi ha lasciata stupita. Per lui era scontato che anche io fossi disinvolta e graziosa e corteggiata. Proprio come le altre. Trasecolai. Si finge così bene a sedici anni? Di me non mi piaceva niente. O meglio sì, mi piaceva il mio passo. Mi piaceva camminare perché mi piaceva il mio passo. Sentivo l’armonia e la scioltezza. Poi mi piaceva cantare. Quando mi lavavo i capelli mi sedevo sul terrazzo che guardava la valle e le colline verso il Velino, di un pallido grigio-lontananza; appoggiavo i piedi alla ringhiera e abbandonavo la testa all’ indietro. Allargavo i capelli al sole e cantavo. Il sole a mezza montagna d’estate è caldo e fresco insieme. Riscalda ma lascia la pelle asciutta. Io mi svegliavo presto, sedevo sotto i tigli, sul muretto malandato della casa che ci ospitava e scrivevo. La domenica mia madre ci mandava a Messa. Io tentavo di aderire alla religione. Tentavo e non riuscivo. Qualche volta anticipavo l’ora e invece che alle nove andavo alla Messa delle sei. Pensavo che l’alba, quell’ora perfetta, pulita, innocente, mi avrebbe detto qualcosa, se c’era qualche cosa da dire. Avrebbe parlato.
Non parlò. In Chiesa osservavo le donne. Con i loro vestiti di cotone a fiori, i fazzoletti in testa, i corpi rovinati, le facce cotte. A trent’anni ne dimostravano cinquanta. Mormoravano le loro preghiere. Furono le loro preghiere a dirmi che non potevo più andarci alla loro Messa. Non andava bene. Per loro, per quel loro pregare fervido, per quelle teste chine e lo sguardo di speranza con cui alzavano il volto alla Comunione. Le rispettavo, loro, le loro facce segnate, i loro fazzoletti stretti al mento e la loro fede. Io guardavo il sole e pensavo che niente di quello che mi avevano raccontato era credibile; guardavo le stelle e pensavo che una risposta alle stelle e al loro cadere sarebbe arrivata. Ma non sarebbe arrivata dal pulpito, né dalla Messa delle sei. Qualcuno la stava cercando per me. Da qualche osservatorio e in qualche laboratorio, gli uomini cercavano la risposta anche per me. Bisognava aspettare. E studiare. Leggere e capire. E io leggevo. Di tutto. Leggevo come un vizio. Quando sotto i tigli non scrivevo, sotto i tigli leggevo.
Le mie estati di adolescente sanno di tiglio. Il profumo del tiglio è inconfondibile. E non si fa dimenticare. Quando a scuola studiammo l’Adelchi, a quell’esclamazione di Ermengarda, colta da malore alla notizia che Carlo l’abbandona “Qui, sotto i tigli, qui” d’improvviso il profumo mi riempiva la classe, le minuscole palline rotolavano tra i banchi, l’ombra screziata tremava davanti ai miei occhi.
Anche il ricordo del mio primo amore sa di tiglio.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.




Tagliacozzo- Settembre 1960

domenica 6 gennaio 2008

chi le ha viste?

Voi lo sapete che non nutro sentimenti antifemministi né uno spirito di antipolitica.
MA, benedettissimamadonna, il CALENDARIO DELLE PARLAMENTARI NUN SE PO' GUARDA'!



ANDATE A VEDERE IL RESTO PER CREDERE


http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/persone/parlamentari/parlamentari/parlamentari.html

Ma come, dico io, tutte le campagne VOTA DONNA le buttate nel cesso così? Ma chi voterà più una donna dopo aver visto come si riducono?

E non ne hanno immortalata una per mese, bensì una a settimana! Sono ben 52! In posa, come per la Prima Comunione, o per il passaporto o per il famoso "santino" elettorale! O anche, per la foto sul sepolcro.

Dice, ma è per beneficienza. Per l'AIRC. Ottimo intento, ma all'AIRC http://www.airc.it/ non gli fanno certo un buon servizio.

Secondo me, se la lotta al tumore dipende dalla diffusione di questo calendario, siamo fregati!

aspettando Totti

Causa astinenza da partita di pallone (faccio parte della vituperevole categoria italiana dei tifosi di calcio), questa mattina vi presento un piccolo florilegio di poeti che sono stati ispirati da questo gioco velenoso e indiscutibile.


GIORGIO CAPRONI

Considerazione

Il sesso. La partita
domenicale.
La vita
così è risolta.
Resta
(miseria d'una sorte!)
da risolver la morte.




SANDRO PENNA

La festa verso l'imbrunire vado
in direzione opposta della folla
che allegra e svelta sorte dallo stadio.
Io non guardo nessuno e guardo tutti.
Un sorriso raccolgo ogni tanto.
Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.
Allora di morire mi dispiace.
Di morire mi pare troppo ingiusto.
Anche se non ricordo più chi sono.



UMBERTO SABA

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla-unita ebbrezza-par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
-l'altro-è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
della festa-egli dice-anch'io son parte.


PIER PAOLO PASOLINI
.....
Chi ha detto che il Trullo è una borgata abbandonata?
Le grida della quieta partitella, la muta primavera,
non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre?


Non dite niente, lo so da me che quel Trullo non esiste più. E neanche quell'Italia.
E so da me che non avrei dovuto mischiare Totti con Umberto Saba, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni.
Forse voi non mi perdonerete, ma loro sì. Amavano tutti "il gioco del pallone".

sabato 5 gennaio 2008

Edith Piaf - Non je ne regrette rien

"Senza musica la vita sarebbe un errore"
Friedrich Wilhelm Nietzsche






Edith Piaf- No, je ne regrette rien

venerdì 4 gennaio 2008

HELP

Forse qualcuno di coloro che usano Blogger come piattaforma per il loro blog sa se esiste la possibilità di inserire automaticamente i commenti aggiornati? Io lo faccio a mano e poiché prende un sacco di tempo, lo faccio anche in ritardo. Di questo mi scuso, ma certo che Blogger fa un tantino schifo rispetto ad altre piattaforme.
grazie

perplessa

MATTINATA IN CENTRO

Ressa nel negozio di articoli sportivi.
-Credevo che i saldi iniziassero sabato.
La commessa: Sì ma oggi c’è la prevendita.


Sull’autobus.
Una: E poi ho fatto una bella insalata di finocchi, aranci e liquerizia.
L’altra: Aranci!?



Al bar, tra camerieri.
-C’è uno che vuole un caffé lento. Chissà de dov’è.
-Lento? Avrà detto lungo.
-No, lento, lento.
-E tu fallo aspettà.


RITORNO A CASA

-Qui è la Telecom Italia. Posso parlare con suo marito?
-Non è in casa. Può dire a me.
-Ma io devo parlare con chi si occupa di Internet.
-Sono io, dica pure.
-Beh, signora, lei lo sa che cosa è l’ADSL?
-Non è quella malattia che si prende se non si usa il preservativo? e attacco.

giovedì 3 gennaio 2008

le rubbacori so' le Monticiane...

Voglio inoltrarmi in questo presente che per finta diciamo tutto nuovo, portandovi un pezzetto di passato. Un ricordo.
Non so più bene né come né perché, ma era un ultimo dell’anno ed ero sola. Avevo già mia figlia, ma era da mia madre. Dove fosse mio marito invece non lo so. Molto probabilmente con gente che non mi piaceva. Ero in casa con una mia amica, Lalla. Allora Lalla era scombinata, talvolta felicemente scombinata, tal’ altra scombinata ma infelice. Quella sera era pazzamente scombinata. Ed io lo ero più di lei. Avevamo diverse possibilità di festeggiamenti. Amici ci attendevano in posti diversi della città. Ma noi ce ne stavamo sdraiate sul divano del mio soggiorno a chiacchierare, bere e ridere. Maldicenza e sogno si alternavano. Ci prendemmo qualcosa da mangiare e continuammo a ridere e parlare. Ricordo un melone d’inverno e il pane casereccio. Nient’altro credo. C’era un tempo ventoso, le persiane sbattevano. Non faceva freddo, ma tutto un turbine percuoteva la città. Ogni tanto una folata portava qualche sgrullo di gocce grosse e rade. Poi se le riportava altrove.
Parlavamo, parlavamo. E un impeto di vita e di spazio e di libertà e di ribellione e di fuga ci animava sempre di più. Lei aveva portato con sé il suo vestito elegante per la serata, il mio attendeva nell’armadio. Si cambiò. La vedo di fronte a me, piccola, con una massa scatenata di capelli neri che lei rovesciava alternativamente ora tutti da un lato ora tutti dall’altro del viso. E scoprivano il collo bianchissimo. Il suo vestito nero diritto con la scollatura quadrata bordata di velluto. Le scarpe col tacco. Accennava qualche mossa ammaliante nello specchio. Rideva. Avevamo da anni una complicità che ci portava a fare piccole pazzie insieme, infrazioni ed azzardi che ci insaporivano la vita, ordinata e faticosa, che entrambe conducevamo. Lei integrava i suoi scarsi guadagni facendo la babysitter per mia figlia. Una volta la lasciammo da suo padre e lei ed io andammo ad un corteo che ci sembrava imprescindibile. Mi sembrava ingiusto impedirgliene la partecipazione chiedendole di badare a mia figlia e non volendo rinunciare neanche io, parcheggiammo la Picci da suo padre-l’uomo più paterno (di sette figli e di ogni altro figlio di chicchessia) che io abbia mai incontrato nella mia vita. Quando tornammo a prendere la Picci, lei stava dipingendo di giallo un vecchio frigorifero assieme al papà di Lalla, felice e soddisfatta. Noi eravamo accaldate, stanche e soddisfatte come lei. Cose così, piccole fughe innocenti.
Quell’ultimo dell’anno la voglia di una infrazione qualsiasi ci faceva prudere il naso. Lei si fece impeccabilmente bella. Io mi tenni le mie Clark, i miei jeans e il mio maglione, concedendomi solo una sciarpa viola di incalcolabile lunghezza.
Uscimmo con la mia 500 e cominciammo a girare per la città. La macchinetta era tutto un sibilare di venti che entravano e uscivano da ogni fessura e a tratti tremava tutta per l’urto di una folata più violenta. Tutto era spazzato intorno a noi, con quella esuberanza violenta ma non cattiva con cui i temporali si avventano sulla mia città. Goccioloni, decorazioni natalizie che volavano in ogni dove, luci che oscillavano e la nostra eccitazione sconclusionata. Risate e canzoni. Guidavo senza una meta, tanto per andare. Ripassando, forse per la terza volta, per piazza Venezia, decidemmo di impadronirci di un trofeo, un ricordo di quell’allegria che spingeva via, complice il vento, l’anno vecchio. Accostai alla base del grosso albero di Natale che decorava la piazza, uno dei primi che l’amministrazione avesse allestito. E con un notevole sprezzo del pericolo (e tasso alcolico, suppongo) mi arrampicai prima sul basamento quadrato, da lì sul grosso vaso e infine sporgendomi oltre il limite della mia estensibilità, fino ai primi rami. Dai quali, trionfalmente, staccai due grosse palle di vetro. Rossa una, bianca l’altra. Solo allora soddisfatte, rimontammo nella mia 500. Intanto la mezzanotte era arrivata e così, parcheggiate sotto Palazzo Venezia, nella piazza deserta brindammo al nuovo anno passandoci la bottiglia di vino che prudentemente (o no?) avevamo portato con noi. Tutti i botti della notte non erano più forti delle nostre evviva di entusiasmo e delle canzoni che gli tennero dietro: i classici della lirica, molto pop, ma soprattutto molti stornelli, con l'aggiunta di qualche solenne canto alpino. Poi ci accorgemmo della fame e dopo una discussione sulla meta (lei puntava al mare, io avevo troppo freddo) ci dirigemmo verso la casa dei nostri amici. Ricordo vagamente la festa in cui approdammo, mentre vivido, e vibrante di vita, è ancora ogni attimo di quella serata.
Varie cose poi ci hanno allontanate, abitudini, situazioni, spostamenti, tutte le normali faccende della vita, ma ogni volta che Lalla ed io ci incontriamo, basta dirci: ti ricordi quell’ultimo dell’anno?, che i nostri occhi si illuminano di allegria e dal profondo del nostro cuore sale un evviva convinto alla vita.

mercoledì 2 gennaio 2008

Capodanno con Giuseppe, Anita e Torquato

L’anno è cominciato a Roma con una giornata di sole, bella ma fredda, percorsa da un vento sottile e pungente che sulla spianata del Gianicolo si faceva particolarmente sentire. Bambini tutti intabarrati in sciarpe e berretti lanciavano i loro oh! di sorpresa davanti al teatro dei burattini di Carlo Piantadosi. Mentre Pulcinella bastonava e veniva bastonato, come bastona e viene bastonato da decenni, gruppi di turisti giocavano al vecchio gioco di identificare nel quadro vivo del panorama della città, stesa davanti ai loro occhi, questo o quel monumento. Sullo sfondo si vedevano i Monti Lucretili coperti di neve. Meno male che Garibaldi era avvolto nel suo mantello. Anita invece, secondo me, aveva freddo. Tenuto conto della collocazione del suo monumento avrebbero dovuto mettere un mantello anche a lei. Ma anche nella mattinata fredda qualche piccolo gruppo di visitatori si è spinto sulla rampa che porta alla quercia del Tasso. Mi ha fatto piacere. Benché molto sofferente, stanca si direbbe, la quercia resiste ancora, sia pure sorretta da un muro. Ne ha di anni quella quercia! Ha raccolto le riflessioni e le malinconie di Torquato Tasso e ancora si lascia strapazzare dal vento di gennaio.
Per via di quella quercia, salutata con rispetto ieri mattina, ho scelto di parlarvi di un piccolo libro, terminato da poco.
Si tratta di “Lettere dal manicomio di Torquato Tasso”, edito da Le nubi. L’ho trovato molto interessante. Ci sono delle pagine molto belle in cui il Tasso descrive le difficoltà che la sua condizione di internato comporta per la sua vena di poeta e lamenta la perdita della sua prodigiosa memoria che una volta gli consentiva di tenere a mente fino a quattrocento "stanze" ed ora gli rende difficile ricordare "financo un solo sonetto". Molto interessanti sono anche le sue riflessioni sulla differenza tra il castigo e la vendetta, che ancora oggi potremmo utilmente riprendere, e le pagine, bellissime, in cui confessa di vivere solamente per portare a termine il suo poema e rispondere così “al suo destino”. Fanno male quelle in cui descrive i suoi terrori, i suoi mali fisici e psichici e parla delle presenze spaventose che vengono a tormentarlo. Giorno e notte visitato da incubi, terrori, tormenti.
Io ho scelto per voi una piccola lettera tra le tante a causa di una piccola frase commovente.

Ed ecco la lettera.
LETTERA X
Ad Alfonso da Este, duca di Ferrara

Oggi, dopo molti giorni che per infirmità ho taciuto, ho fatto un sonetto quasi amoroso, ma certo in tutto conforme a’ miei pensieri: il mando a Vostra Altezza serenissima, pregandola che si degni di leggerlo con occhi clementi e (per così dire) indulgenti; e che si ricordi che, stanco de la infirmità e degli affanni, son desideroso di libertà, o almeno di più larga e di più libera prigionia...
E a Vostra Altezza serenissima bacio le mani. [gennaio 1585]

Quando il grande Torquato scrive questa breve lettera al Duca di Ferrara è internato nell’ospedale di S.Anna da sei anni, per la precisione dall’ 11 marzo del 1579.
È recluso nel reparto riservato ai pazzi furiosi e trattato come frenetico.
L’internamento si protrarrà fino al 12 luglio 1586, giorno in cui il Duca di Ferrara accettò che il Principe Vincenzo Gonzaga, grande ammiratore del poeta, lo conducesse con sé a Mantova, promettendo di tenerlo personalmente in custodia.
L’episodio che lo portò all’ internamento è poco chiaro. Soffrendo dell’esser trascurato a corte e trattato freddamente dal Duca, il Tasso, convinto che l’invidia dei cortigiani gli avesse alienato la benevolenza di Alfonso, uscì in escandescenze contro gli Este e gridò alcune frasi ingiuriose a palazzo. In seguito a questo episodio il Duca lo fece internare.
Presto si diffuse la notizia che egli fosse afflitto da una grave forma di pazzia, pericolosa per sé e per gli altri.
Sulla pazzia del Tasso si discute da secoli. Si comincia a fare strada l’ipotesi che il poeta stesso usasse di questo mascheramento per nascondere qualche cosa di inconfessabile attinente alla sfera dell’eros e del sesso. Altri pensano che la malattia mentale del poeta fosse vera e reale, altri ancora che il Duca volesse allontanarlo per evitare il fastidio di proteggere un poeta i cui mille scrupoli religiosi potevano attirare troppa attenzione sulla corte da parte del Tribunale dell’Inquisizione.
Sia come sia, se anche Torquato entrò sano in Sant’Anna, è certo che lì perse il controllo di sé e subì un terribile degrado.
Il regime cui fu sottoposto era terribile. Restò per tre anni senza quasi contatto con l’esterno, tenuto per un periodo alla catena, in condizioni igieniche pessime.
L’ambiente spaventoso, la sofferenza, l’insonnia, la solitudine, sfinirono i suoi nervi. Allucinazioni visive ed uditive, mali corporei di natura diversa, curati con salassi o bruciature caustiche, diete al limite dell’inedia, lo portarono in uno stato di alterazione in cui si alternavano esaltazione e lucidità. Finché dichiarò di “esser assai certo ch’io sono stato "ammaliato”.
Anche quando il regime dell’internamento migliorò e potè riprendere i contatti con l’esterno (brevi visite, scambio di corrispondenza) il suo malessere non si attenuò, né si liberò delle spaventose presenze che infestavano i suoi giorni e le sue notti. A tratti si riconosceva affetto da “frenesia”, ma diffidava dei medici dell’ospedale, era ossessionato dal timore di essere spiato, derubato e avvelenato.
La sola sua compagnia e consolazione era la scrittura.
Egli scrisse in quel periodo, benché a fatica, rime e prose letterarie (quasi tutti i Dialoghi) e un numero smisurato di lettere con le quali chiedeva aiuto a personaggi influenti, a principi, cardinali, abati, monsignori, letterati, a tutti denunciando la sua misera condizione e pregando perché intercedessero per lui.
Quando infine Torquato lascia Ferrara è malato, stanco ma febbrilmente attivo.Si direbbe ossessionato dal bisogno di recuperare il tempo perduto. Viaggia per l’Italia mentre scrive le ultime opere della sua vasta produzione. Infine trova riparo a Roma, protetto da Papa Clemente VIII.
Si ritira nel convento di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, da dove al mattino muove i suoi passi verso la “sua” quercia ai piedi della quale tiene le sue solitarie meditazioni.
Attende di essere “incoronato” poeta, come il Papa gli ha promesso. Ma la notte prima che la corona d’alloro sia posta sul suo capo sofferente, Torquato Tasso muore. Ha solo 51 anni.

Il desiderio di liberà di Torquato Tasso, affermato con toni diversi in ognuna delle sue lettere, è dolorosamente commovente, ma quell’ultima, quasi timida richiesta di una “più larga e più libera prigionia” stringe davvero il cuore.
Forse ognuno di noi, ospite su questa terra, può unirsi alla sua preghiera e fare voti per un 2008 di “più larga e libera prigionia”.

martedì 1 gennaio 2008

cominciare bene/uno

Dicono che il primo giorno dell'anno bisogna indossare qualcosa di nuovo. E qualcuno tiene da parte uno dei regali di Natale, per metterlo in questa mattina: calzini in puro filo di Scozia, una sciarpa, i guanti di montone rovesciato; molte donne degli slip improbabili, rossi, perché si usa così, o il coprispalle, o le calze arabescate.Confesso che uscendo nella città io guardo le donne e le vedo tutte in slip rossi e immagino i piedi degli uomini che assestano le dita dei piedi nei loro calzini di puro filo di Scozia nuovi. Non c'è niente di male. Naturalmente sappiamo tutti che questa divisione del tempo è arbitraria e convenzionale. Ma noi abbiamo bisogno di solennizzare qualche momento e in fondo in questi giorni le giornate cominciano ad allungarsi e questo, legittimamente secondo me, può essere solennizzato.
Ma nulla esclude che in questa mattina si indossi una nuova poesia.
Posiamola dove ci sta più comoda. Tra il primo sbadiglio del risveglio e la prima irritazione della giornata e dell'anno; tra il profumo con cui ci rinfreschiamo prima di uscire e il commento divertito sulla serata già alle nostre spalle; tra gli auguri scambiati con i conoscenti sulla strada e la colazione molto tarda nel caffè sulla piazza dove i piccioni cercano tra i resti della notte.
Posiamola dove ci pare, ma portiamola con noi in questo giorno che chiamiamo il primo giorno dell'anno, perché la poesia ci accompagni anche negli altri trecentosessantaquattro a venire.
Ne metto due, per lasciarvi la scelta. Entrambe di Wislawa Szymborska.
Buon Anno!




UN APPUNTO
La vita-è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un'occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.



IL BALLO
Finché non si sa nulla di certo,
non essendo arrivati segnali,

finché la terra continua ad essere diversa
dai pianeti più vicini e più lontani,

finché non c’è neanche l’ombra
di altre erbe onorate dal vento,
di altri alberi incoronati,
di altri animali dimostrati come i nostri,

finché non c’è eco, tranne quella del posto,
capace di parlare con le sillabe,

finché non si hanno nuove
di mozart migliori o peggiori,
di edison o platoni in qualche luogo,

finché i nostri crimini
possono rivaleggiare soltanto fra loro,

finché la nostra bontà
per adesso non è ancora simile a nessuna,
ed è eccezionale perfino nell’imperfezione,

finché le nostre teste piene di illusioni
passano per le uniche teste piene di illusioni,

finché solo dalle nostre volte palatine
si levano grida agli alti cieli-

sentiamoci ospito speciali e distinti
nella balera del posto,
balliamo al ritmo dell’orchestrina locale
e ci sembri pure
che sia il ballo dei balli.

Non so agli altri-
per essere felice e infelice
a me basta e avanza questo:

una dimessa provincia
dove anche le stelle sonnecchiano
e ammiccano nella sua direzione
non significativamente.

cominciare bene/due

Ma per qualcuno che ha fatto ore davvero piccole e vuole un pensiero vestito di parole più bambine, o si sente molto bambino anche lui, una filastrocca andrà bene lo stesso.





FILASTROCCA PER L'ANNO NUOVO

Indovinami, indovino,

tu che leggi nel destino:

l’anno nuovo come sarà?

Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni

che avrà di certo quattro stagioni,

dodici mesi, ciascuno al suo posto,

un carnevale e un ferragosto,

e il giorno dopo il lunedì

sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo

nel destino dell’anno nuovo:

per il resto anche quest’anno

sarà come gli uomini lo faranno.


Gianni Rodari "Filastrocche per un anno"




Aggiungo la gentile offerta di Banana; un'altra filastrocca di Gianni Rodari

FILASTROCCA DI CAPODANNO
Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l'anno:
voglio un gennaio col sole d'aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

lunedì 31 dicembre 2007

Si raccolgono auguri. Chiunque può partecipare

Ecco qui gli auguri di Anna, che ringrazio:


Ai metereopatici,il sole
alle casalinghe,la riconoscenza
ai genitori, la saggezza
ai figli,l'amore
agli scontrosi,gli incontri
ai socievoli,l'allegria
agli antipatici, gli antipatici
ai simpatici,i baci
ai datori di lavoro, i dipendenti coscienziosi
ai dipendenti,i datori di lavoro onesti
a noi, la felicità.

Ed ecco l'augurio di Paoladeigatti:
A tutti coloro che hanno bisogno di gioia e comprensione, una piccola tribù pelosa!


Grazie a Finazio che ha risposto al mio invito. Ed ecco i suoi auguri:

Cosa potrei mai aggiungere a quest'opera già completa? Da infermiere preciserei:
ai politici, dissenteria
e che l'unica farmacia aperta,
lontana alla fine del mondo,
abbia esaurito le scorte di lopemide, imodium e bimixin
e per sbaglio vi dia ancora
guttalax
guttalax
guttalax
ed una manciata
di fave di fuca.

Poi c'è l'augurio che considero speciale del Piccolo Lord: Auguroni a tutti! E' semplice ma accompagnato da una bella faccia sorridente! Grazie.
Si è aggiunto l'augurio di Blonde

"no, i brufoli no!
la scelta, sì sì sì :-))))
bellissime le filastrocche di marina, anna, finazio.
io parto contenta, che pare sia l'anno del Toro (bhà..)
auguri a tutti e complimenti: anche quest'anno, ne siamo usciti vivi."

Sono arrivati gli auguri di Banana
"Auguri a chi preferisce passare un ultimo dell'anno con pochi amici piuttosto che in un party anonimo.
Auguri a chi a mezzanotte spaccata se ne va sul terrazzo a cantare a squarciagola
Auguri a chi alla mezzanotte ha avuto intorno le persone più care da abbracciare e baciare.
Auguri a chi si è accorto che era mezzanotte solo dopo 5minuti.
Auguri a chi si è lasciato andare alle emozioni!
Auguri a chi, troppo preso da sè stesso è rimasto solo!
Auguri ai buoni propositi per l'anno nuovo, a quelli detti ma soprattutto a quelli non detti!
Auguri al 2007 appena passato e un ringraziamento per quello che ci ha regalato
Infine auguri al nascente 2008 e a chi spera che quest'anno gli dia la forza per essere sè stesso!
Banana"


Sono arrivati, graditissimi, gli auguri del "rockpoeta che ringrazio.

"Ai diseredati l'oblio
Per non sentire il dolore
Per addormentare il cervello
In un formicolio di salvezza
In attesa, forse, di tempi migliori

Ai giovani le pensioni

A me il buio
Perchè la luce abbagliando inganna

DANIELE VERZETTI, ROCKPOETA"

Avanti il prossimo augurio! Non c'è limite di tempo.

che cosa voglio augurare a chi

Che cosa voglio augurare a chi

Ai pazienti, l’impulso.
Ai fedeli, la tentazione.
Ai saggi, la birichinata.
Ai tristi, la risata.
Agli ottimisti, il dubbio.
Ai pessimisti, la speranza.

Ai coerenti, lo scarto.
Ai volubili, la tenacia.
Agli stonati, il canto.
Agli impacciati, il tango.
Ai previdenti, l’improvvisazione.
Ai pavidi, l’impennata.

Ai sognatori, la lucidità.
Ai realisti, l’immaginazione.
Ai matematici, la poesia.
Ai poeti, l’ispirazione.
Agli invidiosi, l’invidia.
Ai vanitosi, brufoli.

Ai traditi, l’indifferenza.
Ai traditori, la delusione.
Ai superbi, l’umiliazione.
Agli irascibili, la flemma.
Ai golosi, l’abbuffata.
Ai lussuriosi, la scelta.

Agli avari, lo scippo.
Agli accidiosi, il divano.
Ai comici, il mestiere.
Ai bambini, l’infanzia.
Ai vecchi, un progetto.
Ai giovani, il futuro.

Agli ubbidienti, la ribellione.
Ai ribelli, la ribellione.
Ai pacifisti, la moltiplicazione.
Ai guerrafondai, la sconfitta.
Ai benpensanti, lo scandalo.
Agli intellettuali, l’intelletto.

Ai cacciatori, cilecca.
Ai solitari, un cane.
Ai solitari, anche un gatto.
Ai saccenti, l’afasia.
Agli invadenti, steccati.
Agli ossessivi, infrazioni.

Ai paranoici, sollievo.
Ai timidi, l’avance.
Ai romantici, il risveglio.
Ai cinici, l’incanto.
Agli impudenti, il rossore.
Agli scrittori, un editore.

Agli ipocondriaci, un check-up.
Ai depressi, comprensione.
Ai claustrofobici, spazio.
Ai violenti, botte.
Ai conservatori, una rivoluzione.
Ai nostalgici, una canzone.

Ai razzisti, il precipizio.
Ai presuntuosi, consapevolezza.
Agli immemori, la storia.
Alle donne, la coscienza.
Agli uomini, la resipiscenza.
Ai politici, dissenteria.

Ai morti, pace
Ai vivi, pace
A me, tutti voi.

CHIUNQUE PUO’ CONTRIBUIRE CON I SUOI AUGURI PERSONALI