domenica 29 giugno 2014
Tereza, dove sei?
Non posso più accedere al blog di Tereza, perché è diventato un blog ad inviti e non sono stata invitata.
sabato 28 giugno 2014
(pseudo-versi dedicati a Stig Dagerman)
nomen
omen
Qualsiasi
nome gli abbiamo dato alla nascita
crediamo
sempre che un giorno si chiameranno Consuelo
-inconfessata
speranza
al
fondo dei nostri cuori-
Ah
se li avessimo chiamati Consuelo -ci diciamo poi-
abbiamo
sbagliato nomen
ci
siamo derubati del presagio!
Speranza ingenua!
nessuno
consola nessuno
Vita
e Tempo involvono
il nostro bisogno di consolazione.
m.p.
il nostro bisogno di consolazione.
m.p.
domenica 22 giugno 2014
ripescata in risposta a Guglielmo
Ho appreso a perdonare
il blu smagliante alla plumbago
il blu smagliante alla plumbago
che esonda oltre il muro
e il rosa agli oleandri
e i rami colmi
che scendono a sfiorarmi il capo.
che scendono a sfiorarmi il capo.
Ma il profumo no.
Il profumo
-che mi trapassa come una
spada
e m’avvelena l’aria-
il profumo
mi è crudele
e per lui non ho perdono
né grazia.
m.p.
né grazia.
m.p.
dal passato d'amore
Camminavo in
salita sotto le magnolie
Arrivavano parole
come pesci argentei
nuotando libere
nella mia acqua
Le sentivo sulle
labbra come l’antico bacio caldo
Una foglia lucente
dipinta di verde volò a terra e si propose al mio sguardo
raccolse un sorriso
e volò più in là
Nessun uccello
cantava ma cantavano i pesci
"Sei il primo
ricordo senza spine"
dissi al pesce più
piccino che mordicchiava il mio orecchio
"Sei la prima
foglia del mondo"
dissi alla foglia
"la prima foglia
verde
che luce ai miei
piedi".
Le parole hanno
questo di bello,
non muoiono.
Giungono un
mattino dal passato d’amore
e nuotano con noi.
m.p.
e nuotano con noi.
m.p.
lunedì 9 giugno 2014
scampoli
Ho bisogno di un po' di questo
ma poco
di un po' di quello
ma poco
di un ricciolo
di un vapore
di uno spicchio di mela
Il vento che impenna
le piccole cose
le piccole cose
che sfidano il tempo
In me c'è una falla
tutto cola, tutto perdo.
E dove batte la luce?
m.p.
ma poco
di un po' di quello
ma poco
di un ricciolo
di un vapore
di uno spicchio di mela
Il vento che impenna
le piccole cose
le piccole cose
che sfidano il tempo
In me c'è una falla
tutto cola, tutto perdo.
E dove batte la luce?
m.p.
le salsole
Intricato il mio cuore
con battiti e passi affrettati
spasimi lenti
erbe in folate
Si spezza il filo del tombolo della vita
a ogni microscopico fallo
né più si ricongiunge
Si è smarrita la mappa:
non si riconosce il capo
né la coda
che già corre lontana
con fruscio di serpe o di acqua
Restano le salsole rotolacampo
-mio cuore cespuglioso-
che trascinano
le ventate del tempo.
m.p.
m.p.
ombre
Potresti contargli l'ossa
e gli anni
e gli anni
al cane-ombra
Accetta il boccone che gli porgi
Ti ringrazia con la coda e se ne va
Il cane-ombra ti lascia sola
Sei ombra anche tu.
m.p.
m.p.
pensiero con cui mi sono svegliata questa mattina
sabato 31 maggio 2014
Una bella notizia: un nuovo libro di e su Giovanni Jervis
Vi segnalo una bella iniziativa dell' Ufficio Biblioscienze del Sistema di Biblioteche del Comune di Roma che mi fa molto piacere. Io non mancherò.
Il giorno 4 giugno 2014, alle ore 18:00, presso la Biblioteca Nelson Mandela, via La Spezia 21, 00182 Roma, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Giovanni Jervis, con interventi di Massimo Marraffa, Riccardo Williams e Giovanni Valeri. Verrà presentato il volume Giovanni Jervis, Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria e politica, a cura di M. Marraffa, Torino, Bollati-Boringhieri, (marzo) 2014. Ingresso libero. Il link alla Biblioteca Mandela èhttp://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=biblioteca_appia.wp.
giovedì 29 maggio 2014
Un incontro
-Ma tu guarda, Simona! ciao,
come va? -Bene, dico. Va bene.
-E che fai qui?
Che faccio qui? Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Oppure, guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.
Che faccio qui? Bevo un caffè e prendo un po’ d’aria. Potrei rispondergli così. Forse dovrei. Oppure, guardo il vecchio Colosseo annebbiato e quella bicicletta buttata nell’angolo. Così già sarebbe più veritiero. Ma in fondo me ne frego.
-Misuro il mio fallimento, rispondo.
Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
Rispondo così perché è l’unica risposta sincera. Davvero, un’altra non sarebbe corretta.
-Sicché...dice
Trascina una sedia al
tavolino e si siede. La sedia è di ferro, fa un rumore d’inferno; vedo catene,
condannati e via così.
-Sicché...
I sicché devono sembrargli
particolarmente eloquenti perché non aggiunge altro. Se se ne frega lui della
conversazione, figuriamoci io, che stavo qui con la bicicletta, il caffè e il mio
fallimento. Al cameriere che si avvicina chiede un crodino. Usa la minuscola, come
se dicesse un tè o un panino. Almeno così mi pare. Un crodino mi fa pensare a
un animaletto, un piccolo crodo che ora lui vuole mangiarsi seduto al mio
tavolino, di fronte alla mia faccia vacua e alla mia tazzina vuota da penitente.
-Fallimento, mmmm, è un
peccato, fa lui. Si appoggia alla spalliera della sedia. La pancia è in bella
vista e si allarga. È triste quella pancia che si accomoda, come se si sedesse
ad aspettare un crodino anche lei.
-È un peccato che parli di fallimento, proprio tu.
-È un peccato che parli di fallimento, proprio tu.
Proprio io. Che vorrà dire,
proprio io? Con una mano faccio un gesto sfarfalleggiante, come a dire: grazie
per questo omaggio alle mie virtù e ai miei talenti ma basta, lasciamo stare.
Molto understatement, molto modestia
ma con un alone di degnazione.
-Che fai di bello? Studi?
Lavori? Chiede in successione. E il fallimento è archiviato. Che cosa lo
incuriosisce di me? Non questa qui -capelli lunghi senza taglio, alla
portiamoli con noi, un’età senza definizione ma ancora da vivente, seduta a un
tavolino rotondo tra tavolini tutti vuoti. Vuole notizie di quell’altra, quella
di cui si è ricordato quando mi ha vista e si è fermato a salutarmi. Dovrà
rinunciarci–-Non studio, non lavoro. Ma te, ti trovo bene, e gli passo la palla.
L’afferra. La pancia è smollata
ma la voglia sfrigolante di dirsi, quella è ancora intatta in lui.
-Sai che mi hanno dato il
cavalierato? Eh eh, dopo una vita di lavoro, mi ha fatto piacere, lo ammetto.
-Cavaliere, dunque. Così ti
sei fermato per prestarmi soccorso. Tento la via della battuta scherzosa.
In fondo tutta una vita di
lavoro da parte sua me l’aspettavo. Mai avuto voglia di fare granché di
eccitante. Non leggeva, non studiava, niente musica cinema viaggi. Donne sì. La
piccolina che mise incinta e che ebbe un aborto spontaneo, così si disse. E
quell’altra, poi, bellina, sempre allegra. Minnie si chiamava, come una soubrette
dell’epoca. Lei lasciò uno studente di scienze politiche, con troppi denti in
bocca, Alberto mi pare, per ballare con lui stretta stretta (la pancia ancora
non c’era) e arrossendo un po’ con le amiche si vantava: un coso, si sente,
quando balliamo! Chissà se c’è una relazione, se a un coso grosso succede
fatalmente una pancia grossa, mi chiedo.
-Ho due figli, ci pensi? No,
non ci penso. La parola figli, comunque declinata-maschile femminile singolare
plurale- ormai m’intossica, il mio pensiero la evita.
-Uno studia in America,
l’altro vive a Milano, è commercialista.
Io mi complimento.
-Antonietta, i due figli
lontani, è sempre lì a preoccuparsi, te la puoi immaginare.
Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
Me la posso immaginare? Cerco ispirazione nella nuvola che sfiora il Colosseo ma l’onda grossa del tempo si è portata via Antonietta. Poi tra i detriti mi sembra di scorgerne il viso, begli occhi bruni, con un accenno di determinazione, grossi seni alti. Arriva il crodino, lo scontrino subito si alza in volo, lui lo rincorre. Io rincorro l’immagine di Antonietta, riesco a attribuirle delle gambe ben tornite e persino degli zoccoli in legno, tacchi bassi.
-Allora, fa lui di ritorno,
figli, tu ne hai?
-Credevo di averne. Perché
di lui me ne frego come pure di quell’altra me che lui non ha trovato a questo
tavolino.
Butta giù il crodino, guarda
l’orologio.
-Oddio, si è fatto tardi,
devo andare all’ agenzia delle entrate e fa una smorfia di autocompatimento.
Beh, alla prossima, speriamo
presto, mi ha fatto piacere incontrarti.
-Speriamo presto, confermo.
Lo scontrino resta lì, sotto
la bottiglietta del crodino. È giusto, penso. Lui ha contribuito all’incontro
con un cavalierato, una moglie apprensiva e due figli, di cui uno
commercialista e un altro che studia in America. Io offrirò il crodino.
mercoledì 28 maggio 2014
Una poesia di Antonia Pozzi
Novembre
E poi- se accadrà
ch’io me ne vada-
resterà qualche
cosa
di me
nel mio mondo-
resterà un’esile
scia di silenzio
in mezzo alle voci-
un tenue fiato di
bianco
in cuore all’azzurro-
Ed una sera di
novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una
strada
venderà tanti
crisantemi
e ci saranno le
stelle
gelide verdi
remote-
Qualcuno piangerà
Chissà dove-chissà
dove-
Qualcuno cercherà i
crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che
senza ritorno
Io me ne debba
andare.
una poesia di Sylvia Plath
Io
sono verticale
Ma
preferirei essere orizzontale
Non
sono un albero con radici nel suolo
Succhiante
minerali e amore materno
Così
da poter brillare di foglie ad ogni marzo,
Né
sono la beltà di un’aiuola
Ultradipinta
–che susciti grida di meraviglia,
Senza
sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto
a me un albero è immortale
E la
cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell’uno
la lunga vita, dell’altro mi mancxa l’audacia.
Stasera,
all’infinitesimo lume delle stelle,
Alberi
e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci
passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A
volte io penso che mentre dormo
Forse
assomiglio a loro nel modo più perfetto-
Con
i miei pensieri andati in nebbia.
Stare
sdraiata è per me più naturale.
Allora
il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E
sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:
Finalmente
gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
domenica 13 aprile 2014
domenica
Il silenzio domenicale
rimbomba di parole
eco che si ribella
alla conversazione interrotta
I passi domenicali
lenti di sperdizione
cercano di percorrere
senza ripercorrere
Il lutto domenicale
si porta abbottonato
come un cappotto pesante
che ci si stringe alla gola
Il mattino domenicale
chiede solo
di diventare lunedì.
m.p.
m.p.
giovedì 13 marzo 2014
Non se ne esce?
La mia scrittura diventa sempre più scadente.
Il mio scontento cresce.
Lo scontento alimenta la mia depressione.
La depressione mi rende sempre più difficile scrivere.
La scrittura diventa sempre più scadente.
Non se ne esce.
Non se ne esce?
Allora esco io.
Ma non è un addio.
Grazie e scuse.
Il mio scontento cresce.
Lo scontento alimenta la mia depressione.
La depressione mi rende sempre più difficile scrivere.
La scrittura diventa sempre più scadente.
Non se ne esce.
Non se ne esce?
Allora esco io.
Ma non è un addio.
Grazie e scuse.
domenica 9 marzo 2014
DEP & DAP LEXICON / 18
Così, un giorno, Q. avrebbe raccontato l'esperienza del suo primo ritorno all'isola di Ponza.
Una serena mattina di luglio.
Sono sdraiata sulla spiaggia di Frontone, alle spalle le rocce dal bianco al grigio al viola e fin sull’arenile ciottoloso il verde delle tamerici, il giallo dei lentischi. Il mare trasparente di puro azzurro, calmo e luminoso. D’improvviso un boato e la terra sussulta sotto di me. Spalanco gli occhi e mi tiro su. Mia sorella chiacchiera con un’amica, due bambini gettano ciottoli nell’acqua, mio marito nuota armoniosamente al largo, ognuno è tranquillamente intento alle sue occupazioni, chi prende il sole, chi galleggia pigramente.
Ma la terra trema violentemente e le rocce intorno sbandano. Che terremoto è questo? L’epicentro sembra essere sotto il mio corpo e il moto sussultorio interessa non più di due metri quadrati. Quelli occupati da me. C’è qualche sismografo in grado di avvertirlo? I geologi lo stanno registrando? O la natura mi fa omaggio di un terremoto personale?
Intanto si è fatto scuro. Di fronte a me la spiaggia di Frontone è come il negativo di una foto. Il chiaro del cielo si fa nero e su questo nero spiccano le macchie bianche delle rocce e delle barche. Dagherrotipo di Frontone, questa potrebbe essere la didascalia.
Ma nessuno sembra accorgersene tranne me. La natura mi riserva quest’altro privilegio? Un’inversione di chiaro e di scuro? Un' eclisse di sole che io sola posso percepire? Terremoto ed eclisse insieme, entrambi solo per me?
-Presto, avvertite subito un geologo e un astronomo. Ma prima, e in fretta, il mio psichiatra.
Il cuore corre e salta nel petto, i battiti sono talmente ravvicinati che sembra un unico battito continuo o nessun battito del tutto. Un cane smanioso si impadronisce del mio respiro ed ansima. Che c’é ? chiede mia sorella nel vedermi balzare in piedi. Niente-dico-ma torno in albergo. Avrò parlato a segni? Infatti non riconosco la mia voce, o meglio, non la sento proprio. Evidentemente invece mia sorella l’ha sentita, infatti torna alle sue chiacchiere.
Sbandando per tenermi in piedi sulla terra sussultante, mi butto verso l’acqua. La spiaggia di Frontone è raggiungibile solo dal mare e di tanto in tanto delle piccole barchette come tanti Caronte vengono a scaricare qualcuno o a caricarlo per riportarlo verso il porto. Da Frontone si può fuggire solo dal mare e fuggirne in tale concomitanza di fenomeni fisici mi sembra la cosa più ragionevole. E più urgente.
Ma avanzando verso l’acqua il terremoto da sussultorio diventa ondulatorio e come in un’altalena l’intero panorama mi passa davanti dondolando. E’ sempre in bianco e nero e io spalanco sempre più gli occhi nello sforzo di vedere in quel nero. Le gambe non mi tengono, così accosciata sulla riva e in preda alla nausea e al terrore aspetto che un Caronte arrivi e quando arriva vi salgo tentando di mantenere un aspetto il più possibile normale. Mi sistemo a prua sporgendomi nel vuoto come una polena nello sforzo di arrivare prima in porto.
Nel frattempo divento totalmente sorda e la mia temperatura corporea precipita verso lo zero assoluto. Ci saranno quaranta gradi, sono le dodici di un mattino di luglio e io tremo di freddo e batto i denti. Il battere dei miei denti è praticamente tutto quello che sento. Infatti dalla barca allegramente piena di bagnanti mi arrivano pochi smorzati suoni. Hanno anche un interessante effetto eco, le risate allegre si ripetono sempre più lunghe e flebili. Beffarde, irridenti.
-Vi prego, interpellate un otorino e anche un esperto in acustica. Ma prima e comunque il mio psichiatra, please.
Sbarcata al porto, in costume, a piedi nudi e barcollante raggiungo la mia stanza in albergo e finalmente mi lascio cadere sul letto. Sfortunatamente al mio fianco si precipita il precipito: il letto non vuole sostenermi come dovrebbe, infatti sento di caderci attraverso. Il mio corpo vuole assolutamente abbandonare l’isola, è disposto a riemergere dalla parte opposta del globo sulle spiagge neozelandesi, pur di abbandonarla.
Sono coperta di sudore freddo, tremo, ho la nausea, aspetto che il cuore si spacchi e via, la catastrofe aristotelica si compirà.
Precipito, accelerazione canina del respiro, decelerazione agonica del cuore, masso, soffoco, sono tutti qui al mio capezzale. I miei sismografi personali continuano a registrare un circoscritto terremoto sussultorio e ondulatorio insieme, mentre il frullatore di organi frulla e frulla le mie viscere. L’Altra, impressionata, tace. La pavida!
Giaccio sul letto, braccia e gambe buttate là dove capita, corpo disarticolato esattamente come la mia mente. So che il tavor mi guarda dal comodino e attraverso l’all-black mi sforzo di guardarlo. Lo guardo intensamente tentando di convincerlo con le buone a cadere sulla mia lingua. Non saprò mai se ci sarei riuscita perché finalmente mi raggiunge mio marito e mi soccorre.
Per la prima volta in anni di terapia oso chiamare a casa il Professore. In un bisbiglio gli comunico che sono sorda muta e cieca, un terremoto alternativamente sussultorio e ondulatorio colpisce l’area di due metri quadrati in cui sono inscritta e intanto un eclisse totale di sole copre il mio orizzonte. Sudo inelegantemente come un suino e precipito a grande velocità verso il centro della terra.
-Attacco di panico a ciel sereno- dice la sua voce agognata. Nessuna catastrofe aristotelica incombe su di lei, presto il tavor farà il suo lavoro. In ogni caso ne prenda un altro-. Evidentemente anche nel mondo benzodiazepinico l’unione fa la forza. La voce tranquilla, quasi sorridente del mio psichiatra agisce come terza dose e impartisce il suo vade retro autorevole alla machina scaenica.
Infatti: ritornano i colori, ritornano i suoni, il terremoto scema, l’eclisse gradualmente sfuma. Infine anche il cuore rallenta la sua corsa. Speriamo che i diversi scienziati interessati abbiano fatto in tempo a prendere nota del fenomeno. Ne uscirebbe una interessante pubblicazione per la rivista Science. (Leggere saiens).
Solo il precipito non si vuole allontanare da me e io continuo a cadere attraverso il letto. La mia sola richiesta è -Portatemi via da quest’isola-.
Per definizione un’isola ci isola, no? Se ne è prigionieri. Su un’isola non ci sono vie di fuga. L’unica via di fuga è la fuga dall’isola.
Non avendo nessuna intenzione di seguirmi attraverso i vari strati che compongono il pianeta che ci ospita -i settanta chilometri della crosta terrestre, i duemilaottocentonovanta del mantello e i circa cinquemila del nucleo ferroso- per spuntare agli antipodi e trasferirsi armi e bagagli in Nuova Zelanda con me, mio marito rimedia due posti sul primo aliscafo e finalmente mi riporta sulla terraferma. Ferma di nome e di fatto.
Questa è la cronaca di quel mattino. Sappiate in ogni caso che vi ho risparmiato un paio di particolari intimi sgradevoli per me e per voi: siatemene grati.
Da allora la sola parola "isola" faceva imbizzarrire la machina scaenica di Q. Nel frattempo lei scoprì che la Nuova Zelanda non si trova agli antipodi dell'Italia. Trattasi di un comunissimo errore. Agli antipodi dell'Italia c'è solo oceano. O-ce-a-no. Per fortuna mentre tentava di lasciare l’isola attraverso il letto Q. non lo sapeva...
Q. comunque, novella spigolatrice di Sapri, sinteticamente prese a narrare quell'episodio in pochi versi: All’isola di Ponza s’è fermata, è stata un poco e poi s’è ritornata...
Ma poiché Ponza era per lei la sola possibile idea di mare, la cristallizzazione dell’idea di bellezza e di possibile felicità, la lontananza forzata continuò ad essere la più bruciante di tutte le sconfitte che la malattia l’aveva costretta ad accettare.
Passarono gli anni. Un giorno Q. tornò a Ponza. Fu il suo ultimo viaggio. Di questo Q. non parlerà. Può solo dire che la terra non tremò, il sole non si oscurò e tutta l’isola fu quello che era sempre stata, una promessa mantenuta di bellezza e di serenità.
Ma nel ridosso di quel tempo nessuna promessa veniva mantenuta.
Quei giorni illudevano e disilludevano Q. mentre lei guardinga, cautelosa, circospetta si avventurava nel mondo dei sani.
Quei giorni illudevano e disilludevano Q. mentre lei guardinga, cautelosa, circospetta si avventurava nel mondo dei sani.
(Continua-18)
martedì 25 febbraio 2014
DEP & DAP LEXICON /17
Fu solo dopo mesi di piccoli
esperimenti -quasi provocazioni che Q. lanciava alla sua malattia- mesi fatti
di giorni di sollievo discontinui ma attestanti un arretramento del male
oscuro, che Q., quasi di forza, scaraventò se stessa verso la più audace, ma
anche la più desiderata prova: recarsi sull’isola di Ponza, per lei
semplicemente l’isola. Ma prima di raggiungerla un intero planisfero di zone a rischio si stendeva di
fronte a Q. Prima la bocca ingorda del GRA che segnalava il suo
personale hic sunt leones, quindi cinquanta chilometri cinquanta tra lei e il
porto di Anzio.
Cinquanta
chilometri di palpitazioni, di sudore freddo, di occhi sbarrati e voce soffocata.
Cinquanta chilometri nel soffoco determinato
dallo sportello chiuso dell’auto del coniuge che nel suo procedere tra le altre
auto non poteva essere precipitosamente abbandonata da Q. in caso di allarme se
non gettandosi tra e forse sotto gli altri veicoli.
E tutto intorno lo spalancato, tutto
quello spazio i cui edifici - fabbrichette, case coloniche, officine- Q. neanche vedeva.
Sapeva solo che oltre le villette a schiera, oltre i capannoni, si aprivano campi vuoti, un mondo senza
confini, estraneo e minaccioso, in cui le sue membra avrebbero potuto
disgregarsi.
Quando Q. arrivò ad Anzio era stremata. Fu necessaria una lunga sosta e 1 mg. di benzodiazepine per imbarcarsi sull’aliscafo Anzio-Ponza e affrontare i
settantacinque minuti della traversata. Il tavor fedele assolse il suo compito ma
non è escluso che in quell’occasione un farmaco più potente agisse dentro Q.:
il desiderio di veder infine stagliarsi contro il blu sterminato del cielo il
profilo dell’isola, così noto e così amato e di sbarcare nel piccolo porto
rosa, sul molo su cui aveva pensato di non poter mai più posar piede; tornare
infine nella sua isola.
Q. sbarcò senza sapere che nella sua isola la machina scaenica avrebbe allestito per lei il suo più sontuoso
spettacolo, superando se stessa: una splendida festa barocca, un bellissimo attacco di panico a ciel sereno.
Ma questo lo racconterò nella prossima puntata. (Continua-17)
Ma questo lo racconterò nella prossima puntata. (Continua-17)
venerdì 21 febbraio 2014
DEP & DAP LEXICON /16
Nel suo
desiderio di sperimentarsi un giorno Q. decise di uscire dalla città. Se ne
distaccò incerta, ansiosa, sforzandosi di ignorare il paso doble danzato da cuore e polmoni e sempre in compagnia dell’Altra che le parlava rassicurante.
-Tranquilla, stai tranquilla, respira, ecco vedi? L’aria arriva. Poca?
Sì è poca ma basterà.
-Non c’è nessun all-black, se apri gli occhi te ne renderai conto.
-Su, stai andando in un luogo amico. Ce la farai; è un dono che ti fai.-
Q. infatti tornava a chiedere udienza all’Imperatore Adriano, come un
tempo faceva ogni anno, nella sua villa tiburtina.
Aveva
sempre amato quel luogo perché vi respirava una fragranza speciale, quella del tempo e
pensava che essere nata e vivere a Roma, malgrado i secoli e i
millenni trascorsi, l’accomunava, sia pure in piccolissima parte, agli antichi
abitatori e se ne sentiva concittadina; sentiva di essere romana in un modo
diverso da quello più ovvio. Riconosceva la temerarietà, forse la stoltezza, di quel pensiero
ma non poteva del tutto ignorare che benché
l’orbe avesse girato su se stesso quasi un milione di volte, qualcosa di uguale
permaneva. Forse solo una vibrazione della luce, una sfumatura di colore al
tramonto, qualche grido di uccello, il riverbero dei suoni nell’aria e il
sentore che mandava la terra quando il vento d’Africa portava pioggia e sabbia.
Poca cosa, forse. Ma non poi così poca per lei che viveva intensamente
il tempo presente ma ne coglieva intera la profondità.
Del resto, vivendo, come viviamo, su un
impasto di terra e morti, la scelta è fra due soli corni: lo sgomento o la
reverenza. Lei aveva scelto la reverenza. E la gratitudine. E l’amicizia con il
passato.
Questo dava profondità al suo presente.
A testimoniare quell’amicizia Q. si recava ogni anno alla villa adrianea
che, ogni anno, la ripagava con la sua prodigiosa bellezza.
Ve la portava anche l’ammirazione per il grande imperatore, che era
stato politico, viaggiatore e artista e che alla villa-città aveva dedicato il
suo tempo e il suo studio.
Quella mattina Q. sentiva
ben presente nel suo spirito che quell’uomo aveva conosciuto il lutto, il
dolore e il suo stesso male oscuro, il taedium vitae. Il grande Imperatore,
l’uomo più potente della terra, era dovuto venire a patti con un nemico che
nessuna legione poteva piegare e nessun trattato poteva convincere. L’uomo che
soffre è il più regale degli uomini, questo pensava Q. e ora rendeva omaggio a quell’uomo nella sua stessa
casa.
Era il primo mattino di una calda giornata estiva quando risalì il lungo
viale di cipressi che porta allo sperone di colle su cui posano i resti
maestosi della casa imperiale. Solo pochi e rispettosi visitatori si muovevano come lei,
minuscole figurine, sotto le volte
immense, lungo i muri imponenti, sulle gradinate ormai sconnesse.
Q. percorse i
sentieri tra gli olivi e gli allori, camminò sul basalto vecchio di secoli, si
specchiò nelle acque del bacino
del Canopo, quasi un lago dove cigni e anatre scivolavano lenti. Camminava
commossa tra le rovine miti e serene, cercando le tracce della vita che vi si
era svolta, un’eco degli spettacoli teatrali, delle conversazioni di filosofi e
poeti, dei concerti, delle cerimonie religiose. Il silenzio della città
imperiale li includeva, i muri scabri li rimandavano.
Era la voce della continuità, della morte che si prolunga nella vita: su
quel colle ancora le viti offrivano la stessa uva pizzutella, poco lontano
ancora si sentiva l’odore acre delle acquae albule, nelle campagne tutto
intorno tra rovine sparse non ancora indagate da storici e archeologi, greggi
di pecore brucavano le erbe cresciute sulle vie lastricate, sulle piazze una
volta marmoree. Era un messaggio di vita ed era un messaggio di morte. Q. avvertiva insieme l’impermanenza delle nostre
vite e la permanenza della vita.
Tra le erbe che ormai coprivano i mosaici della Piazza d’oro osò
chinarsi a raccogliere una piccolissima scheggia di lapis tiburtinus, il travertino
locale, di un bianco tinto di grigio, scabro, poroso, un po’ tagliente
sull’orlo: due cm. per tre di passato, ma anche di presente. Quel travertino nei
secoli ha continuato ad abbellire la città di Roma, chiese, palazzi, piazze, colonnati,
e ancora oggi è la materia di ville di audace post-modernità architettonica.
Q. non
si accorse neanche del suo respiro regolare, del silenzio dell’Altra, del suo stesso passo tranquillo.
Non avrebbe saputo dire se fosse un dono del milligrammo di benzodiazepina preventivamente
assunto per attraversare l’anello di fuoco del G.R.A. o della squisita ospitalità dell’Imperatore.
Quanta
bellezza era andata perduta nei secoli, ma quanta ne sarebbe risorta? Questo
era il pensiero che accompagnava Q. in quel vagare tra morte e vita, ospite del
passato ma anche del futuro.
Oggi la scheggia raccolta tra malva e erbe di campo, lavata e rilavata,
spazzolata delicatamente, è sullo scrittoio di Q. come prova del suo piccolo
misfatto, ma anche ricordo di quel giorno di ridosso in cui il male oscuro sembrò dimenticarsi di lei. Il lettore
non gridi alla vittoria: non vengano pronunciate parole come risanamente o guarigione.
Ma quel giorno e la sua traccia pietrosa nella storia di Q. sono come un punto
luminoso, un piccolo nucleo di speranza.
(Continua-16)
venerdì 7 febbraio 2014
DEP & DAP LEXICON /15
Nel ridosso di quel tempo
altri luoghi aperti sotto il cielo medicavano lo spirito stanco di Q.,
ritempravano quelle forze stremate dalla fatica psichica che durava da anni.
Riprese l’esplorazione della sua città, che un tempo conduceva infaticabilmente per
coglierne anche la più minuta bellezza. Le strade tornarono ad aprirsi davanti
a lei, riscoprì i vicoli, le piazze, il lungofiume.
Una mattina Q. si spinse fino alla porta secentesca una volta a ridosso
del porto fluviale della città, la Ripa Grande, e che ora dà accesso al grande
mercato dell’usato, Porta Portese, aprendosi su vie, viali, piazze e piazzette
che ogni domenica sono invase da camioncini, furgoni, carri e carretti da cui
vengono scaricate ed esposte merci di ogni tipo, natura e origine: in terra -su
piani di legno, marciapiedi, muretti, tavoli traballanti; o sospesi -agganciati
a corde tese tra due alberi o ad appendiabiti di fortuna.
Vi si trova di tutto: mobili di ogni stile - tavoli, sedie, poltrone,
credenze, madie, comò, librerie- pellicce smangiate, vecchi vestiti da sposa, quadri,
servizi di piatti, chiavi di ferro, piante vere e finte, ombrelli,
attaccapanni, fantasiosa bigiotteria, gioielli veri, tute mimetiche, abiti da
sera... Vimine, bachelite, cotone, pelle, rame, porcellana, carta, vetro,
ferro, lana, argento, oro, plastica, legno, nylon, ottone, non c’è materiale
che manchi. Qui i visitatori si aggirano in cerca di curiosità, di affari o di un
modo diverso di passare la domenica mattina, talvolta desiderosi solo di
mischiarsi alla folla per sfuggire alla solitudine.
Q. arrivò presto prima che il mercato divenisse troppo affollato,
percorso da quasi impenetrabili flussi di persone, così gremito da rallentare
la sua fuga in caso di necessità.
Le era sempre piaciuto gironzolare in cerca delle meraviglie nascoste tra
cianfrusaglie e ciarpami e studiare facce, gesti e voci; lasciarsi affascinare da
quella concentrazione di vita pulsante, da quella gente di tutte le intenzioni che le scorreva a lato
e negli anni vi aveva acquistato sedie, scialli,
bottiglie, libri, vestiti, orecchini, improbabili antichità e persino un
arcolaio. Ma Porta Portese era per lei anche un palcoscenico su cui la vita
metteva in scena se stessa, un luogo ad alta densità di storie, da intuire –grazie
a uno scambio di battute colte al volo, a uno sguardo, a un gesto- o da inventare.
Quella mattina Q. guardò Porta Portese con uno sguardo diverso, la vide in
quella che le apparve come la sua vera natura: un grande cimitero degli
elefanti dove prima o poi finiscono i resti delle vite di tutti noi, un grande mercato
crudele o pietoso, che tutto ingoia e tutto restituisce, ingurgita vite e
rigurgita morte.
Q. e il marito all’inizio bighellonarono, lasciandosi guidare dal
flusso della gente e attirare qua e là dagli oggetti su cui si posava il loro
sguardo e fecero scoperte
divertenti: -quel termos là di bakelite rossa, ne avevamo uno uguale, ricordi?
guarda, la stessa radio di tua madre, guarda,
sembra proprio la tua vecchia macchina fotografica subacquea...
Scoperte divertenti all’inizio, poi cominciò a farsi strada in Q. la
sensazione sempre più intensa che gli oggetti sui banchi, esposti allo sguardo
valutativo degli altri e così simili ai suoi, fossero proprio i suoi, giunti fin là per vie che lei ignorava.
A ridosso di quel tempo mentre sperimentava se stessa, Q. repertoriava le morti ed ecco che lì davanti a sé in quel brulicare di vita,
riconobbe uno dei volti della morte.
Prese ad
osservare quei vivi vocianti e discordi, li vide agitarsi e smaniare al cospetto
della morte, sciorinata senza pudore eppure invisibile ai più che volevano anzi
comprarla e portarsene un pezzo a casa senza riconoscerla. Su quei banchi si
esibivano vite, ma si esibivano anche morti. Non era una fantasia improbabile, era
la constatazione pacifica di un destino che le apparve di tutti ed anche suo. E
le storie che si potevano intuire da tutti quegli oggetti, erano in definitiva
una sola storia.
Su quei banchi traballanti non erano esposti solo oggetti appartenuti ad
eredi senza cuore o senza memoria, a nipoti venali, a figli spregiudicati, a
sorelle vendicative, o a donne e uomini bisognosi di un piccolo guadagno,
costretti a vendere una vecchia pelliccia o il servizio buono di bicchieri.
No, la più accurata e affettuosa conservazione degli effetti personali
di un morto, lascia sempre qualche scoria, qualche cosa che ci si rigira tra le
mani perplessi, di cui ci si chiede- che cos’è? o -che ne facciamo?- qualcosa
magari in troppo cattivo stato per ripararla o in troppo buono per gettarla e
che quindi si regala a qualcuno meno fortunato; o qualcosa che invece si getta,
benché a malincuore, perché lo spazio nella nostre case è ristretto, colme come
sono dell’inutile e dell’effimero accumulato lungo le nostre vite; e non tutto
si riesce a salvare, a conservare.
E dove finiranno tutti
quegli oggetti?
La vestaglia donata ad una portiera, la portiera la conserverà per la
vita? la batteria di vecchie pentole che una “badante” rumena ha ricevuto in
regalo, andando meglio le cose per lei, non prenderà un giorno la strada del vecchio
mercato sempre affamato? Le scarpe e i vestiti non riutilizzabili, tarlati
ormai o non più indossabili per motivi di taglia e appesi nell’armadio di una
vecchia cantina, i nipoti li conserveranno?
O non affideranno a qualcuno il compito di vuotare la cantina? e quel
qualcuno, non salverà forse quello che ancora avrà un valore mercantile? non lo
esporrà appeso ad una bancarella, tentando di nobilitarlo, mentre tutto il
resto lo ammucchierà disordinatamente su un marciapiede?
Neanche gettare nei cassonetti garantisce i nostri oggetti dal finire su
quel marciapiede; oggi nei cassonetti è un continuo frugare da parte di persone
che hanno troppo poco e troppo bisogno, persone che un po’ usano e un po’
vendono, cercando di fare il loro piccolo mercato e tutto prima o poi,
trascinato da una corrente inarrestabile di caso e di intenzione insieme,
finirà lì su quei banchi.
In un certo senso finiamo tutti lì.
Porta Portese: ultima fermata.
Questi erano i pensieri, le riflessioni di Q. Avevano qualcosa di dolce
e qualcosa di agro. Gli oggetti, le cose, sono come il selciato su cui cammina
la nostra vita, di noi illuminano angoli altrimenti non rivelati, capricci,
qualità, gusti non solo estetici ma dello spirito come pure tic e manie; dicono
senza parlare, parlano lasciando intuire. Gli oggetti vivono la nostra vita,
l’assorbono nella loro materia, la respirano e la trattengono e ne condensano
l’essenza.
Per questo la dispersione delle nostre cose è la dispersione della nostra
stessa vita e non si disperdono le membra di un corpo senza malinconia. Il
corrompersi della materia era sempre stato per Q. segno di continuità e permanenza,
segno di vita e non la spaventava.
Ma le sarebbe piaciuto che
assieme al corpo senza vita trovassero riposo nella terra gli oggetti, almeno i
più cari, appartenuti al vivo, che restassero come prova della loro dignità e della
loro fratellanza.
Questa punta di agro era però stemperata
dal pensiero del reimpiego. Il reimpiego la confortava. Il riuso, una nuova
destinazione, l’invenzione di una utilizzazione diversa l’avevano sempre consolata
e commossa persino: il reimpiego era vita.
E come un fantasma incuriosito si aggirava tra banchi e banchetti e tra
gli oggetti esposti nella polvere e nel disordine; e guardava
alla sua vita attraverso i resti che ne sarebbero rimasti. Eccoli lì: la sua vecchia racchetta,
la chitarra nel suo fodero, le lane colorate, le scarpette da tip tap; e le
sembrava quasi di vederli passare di mano, scrutava il luccichio di interesse
negli occhi degli avventori e assisteva a vivaci contrattazioni attorno alla
serie di barattoli di alluminio una volta di sua madre -ma che ricordava di
aver visto nella cucina di sua nonna- o intorno alla sua vecchia borsa in cuoio
degli anni settanta.
Ogni tanto avvertiva una stretta al cuore e stringeva più
forte la mano del marito. Accadeva quando le sembrava di riconoscere i suoi
libri, perché i suoi libri erano gran parte di lei e la lei che era stata e che
voleva tornare ad essere era nei suoi libri. Nei libri a quel tempo Q. aveva cercato se stessa, i libri le riconsegnavano al mattino le
prime tracce della sua identità. Loro erano i suoi testimoni e i suoi garanti.
Poi l’attimo di smarrimento passava e in lei tornava a farsi sentire la
speranza, anzi la fede, nella persistenza e nella rielaborazione e
trasformazione di qualunque esistente. Q. si sentì ancora pronta a giocare il gioco degli atomoi di
Democrito che mai le aveva fatto paura e che a quel tempo in alcuni momenti le era capitato di percepire quasi
fisicamente.
Così,
dopo quell'attimo di resistenza a cedere “la roba” come un qualsiasi Mazzarò, accettò
senza turbamento il fatto innegabile che lì non c’erano solo le tante storie
che le piaceva inventare e raccontare, c’era anche la sua storia. Gli atomi
sono atomi- si disse -i miei e quelli dei miei dischi, quelli della mia gatta e
quelli dello specchio della mia stanza, legno o carne, ferro o plastica, tutto,
ma proprio tutto si riaggregherà.
Questa idea bussò alla sua coscienza e vi suscitò una nuova
curiosità. Chissà che forme
avrebbe preso la sua vecchia giacca di pelle, chissà come si sarebbe
trasformata la racchetta da squash, chissà con quali altri atomi, provenienti
da chissà chi e dove, si sarebbero mischiati i suoi, chissà come sarebbe stata
la loro nuova vita.
E tra sé e sé
dovette convenire: sì, Porta Portese era
quanto di più vicino alla dottrina democritea lei potesse immaginare.
Sia consentito un piccolo suggerimento da parte di chi scrive: se Democrito vi fa paura lasciate stare Porta Portese, non fa per voi.
(Continua-15)
giovedì 23 gennaio 2014
DEP & DAP LEXICON /14
Capitolo Otto
A ridosso-di-quel tempo Qualcuno metteva alla prova se stessa e la machina scaenica
A ridosso-di-quel tempo Qualcuno metteva alla prova se stessa e la machina scaenica
Quando a ridosso di quel tempo le ore e i giorni di sollievo presero a farsi più
frequenti Q. non osò avanzare ipotesi mentre osservava con circospezione il
comportamento della machina scaenica.
Questa assunse un understatement-style: sfoltì le sue prestazioni e pur non
cessando di offrire a Q. la sua festa
barocca, quasi svogliatamente la allestiva in economia.
Ogni tanto infatti
rinunciava al frullatore di organi,
al rumore di fondo, all’ all-black e restituì a Q. la sua voce e
la sua capacità uditiva. Anche lo squalo
e il grave smisero di abitare il
corpo di Q.
Ma il verdetto, no;
quello Q. lo ritrovava davanti a sé appena riemergeva dal sonno ogni
mattino, con le sue tre definitive parole: sono
ancora qui; anche l’accelerazione
canina del respiro e la decelerazione
agonica del cuore continuarono a danzare il loro paso doble, l’osso
continuò a ostruirle la gola quando inghiottiva farmaci, acqua e persino aria e
il soffoco non smise di farla sentire
prigioniera ovunque una porta si chiudesse alle sue spalle; intanto il masso dal canto suo riposava ancora sul
suo petto. In compenso Q. precipitava poco e comunque non fino agli antipodi;
talvolta il mondo si offuscava, sì, giusto un colpo di bemolle, ma poi tornava a prendere consistenza.
Insomma, l’iper-realtà e l’ir-realtà in cui Q. viveva da anni sembravano
disposte a lasciare un po’ di spazio alla semplice, banale realtà. Il divorzio
non consensuale da se stessa sembrava essersi avviato verso un accordo bonario:
forse Q. poteva smettere di pagare i salati alimenti che da sette anni
consegnava alla DEP & DAP o almeno ridurli.
Si annunciava una ritirata del nemico? O era un diversivo strategico e il galop si preparava a sferrarle un
attacco massiccio e definitivo, imprimendo alla danza un ritmo da derviscio? Q.
non lo sapeva, né se lo chiedeva. Ma incoraggiata dal suo più fedele alleato, il coniuge, e dal Professore, cautamente prese a fare piccoli esperimenti, brevi
sortite per vedere fin dove poteva spingersi senza che l’inghiottitoio facesse di lei un unico boccone.
Per prima cosa Q. tentò di riappropriarsi dello spazio e del movimento.
Questa era stata la dimensione distintiva del padre che gliel’aveva trasmessa ma che morendo l’aveva portata via con sé. In quei giorni Q. ne tentò la
riconquista.
Come primo passo riconquistò il terrazzo. Riprese a compiervi senza più angoscia
i lavori una volta usuali: il cielo spalancato sopra di lei non la minacciava
più e lei potava, annaffiava, toglieva foglie secche, concimava. Da sola, senza
che lo squalo la incalzasse. E senza
che il grave le chiedesse di essere
gettato giù.
Il ridosso si prolungava e Q. si
sottoponeva a nuove prove. Nella scelta degli spazi da riconquistare le venne
spontaneo rivolgersi ai chiostri, luoghi che aveva sempre amato e frequentato,
dove era sempre stata bene. Dove il suo spirito si riposava. Dove si sentiva
accolta e compresa. E ai chiostri, spazi liberi sotto il cielo, Q. tornò.
Q. non era cristiana. Non apparteneva a nessuna religione, ma il chiostro
delle chiese, invenzione materiale e spirituale, sempre l’aveva toccata nel
profondo e ora, a ridosso di quel tempo, offrì a Q. il sollievo di
cui aveva bisogno. Nel chiostro trovò la misura ideale per contenerla senza
imprigionarla.
Un chiostro è un luogo chiuso, il suo nome lo dice, ma nello stesso
tempo non lo è. È un luogo raccolto ma aperto sotto il cielo. Prende sole,
vento, pioggia, freddo, umido, vapori di nebbia, luce rovente. Il chiostro
accoglie tutto quello che il cielo manda. Sta lì, aperto e tranquillo. Anche Q.
prendeva tutto quello che il cielo del suo male mandava. Tranquilla no, non lo
era più stata. Il caos non concede tranquillità, ma se Q. era un anacoluto, era
un anacoluto senza ribellioni.
I chiostri che Q. tornò a visitare erano spesso circondati da autentici
capolavori di scultura. Colonne di meravigliosa fattura, parapetti intarsiati
che raccontavano storie, marmi multicolori o antichi mattoni rosati. Spesso
tutto intorno al chiostro, murate sotto i portici, c’erano epigrafi funebri:
santi, bambini, antichi romani, artigiani, martiri cristiani, donne morte di
parto, vecchi monaci, nobili del seicento, tutta un’umanità che si affacciava
dalla distanza di secoli e se ne stava lì, raccolta, muta e serena.
Q. decifrava le epigrafi in latino, contava gli anni di vita, studiava i
bassorilievi, quei volti sereni esposti nudi agli sguardi di chi passava: morti
che non facevano paura e non ne avevano, Q. lo sapeva.
Erano al sicuro sotto
l’ombra fresca e guardavano verso il centro luminoso del chiostro. Lì fontane a
getto o fontanelle, aiuole, alberi o un semplice prato. Sempre comunque un
elemento naturale. Per questo soprattutto Q. amava il chiostro, perché è una
costruzione architettonica ma è anche natura. Il chiostro è fatto di terra,
cielo, acqua e erba.
Nella città
di Q. ci sono chiostri di una bellezza assoluta, preziosa, storica. E piccoli
chiostri nascosti. Lei tornò a frequentarli. Dove erano interdetti ai
visitatori, Q. pregava il frate, il parroco, il chierichetto di turno. L’accolsero
sempre. Nessuno mai le disse di no. Forse sentivano che il suo spirito cercava lì
qualche forma di pace e non gliela negarono.
Nei chiostri più famosi, affollati di visitatori, il soffoco opprimeva Q. e lei aspettava che la gente sciamasse via
e che tornasse il silenzio. Allora, in quel silenzio, l’ansia di Q. si placava.
Il chiostro ha un silenzio di una qualità diversa da tutti gli altri. Un
silenzio che non è mai muto. A Q. sembrava di sentire i passi leggeri dei
frati, delle suore, dei bambini, delle ragazze madri che avevano sostato in
quello spazio sereno. Qualche risata vi era rimasta impigliata e voci basse di
religiosi che ripetevano torno torno le loro preghiere.
Nella
primavera del ridosso sui chiostri
passavano talvolta le rondini. Quelle rondini non gridavano più minacciose
verso Q. e lei non ne aveva paura. Talvolta dal campanile suonavano le ore.
Anche se non suonavano lei poteva sentirle, come tante volte le aveva
ascoltate. Ascoltava le campane e il mormorio del tempo. -Forse il tempo scorre
ancora, si diceva, forse anche per me-. In quello spazio anche lei poteva
riprendere un cammino.
Del chiostro non le interessava la storia, l’importanza artistica. Un
chiostro era sempre stato per lei un luogo a-storico. Un luogo perenne. Fisico
e metafisico. Le interessava solo la qualità del tempo e la qualità dello spazio.
Si sentiva sull’orlo di quel tempo e tremava.
E respirava quello spazio così diverso da tutte le costruzioni spaziali che
l’uomo ha inventato.
Uno spazio che parlava al
suo spirito. Raccogliti, sentiti respirare. Le diceva così il chiostro. E il suo
cuore batteva finalmente lento e costante e il suo respiro si faceva fondo e
tranquillo, il bemolle si dissolveva
e l’aria era nitida intorno a lei.
Q. desiderava sdraiarsi e starsene lì. Raccogliersi, sentirsi respirare.
Non potersi sdraiare era il suo solo rammarico, l’unico dispiacere che il
chiostro le dava. Si sedeva però su un gradino, su una balaustra o si
appoggiava a una colonna. Aveva bisogno di dare un po’ di abbandono al suo corpo,
mentre il suo spirito si abbandonava a quella innocenza. Perché il chiostro è innocente.
Sempre. Le storie terribili che può aver visto, sentito, conosciuto, non lo
riguardano e non lo contaminano. Un chiostro è come una preghiera. Ha una sua
sincerità.
Anche le visite di Q. ai
chiostri erano preghiere. Pregava la vita, perché le restituisse se stessa, pregava
il cielo perché tornasse ad esserle amico, pregava il sole perché non si
offuscasse più per lei e la terra perché non tremasse e non la inghiottisse. E
pregava gli assenti. Quel padre che l’aveva portata lì, dopo averla gettata in quel tempo oscuro. E toccava gli alberi -tronchi,
rami, foglie- li spettinava un po’. Toccava i bassorilievi, sfiorava le piccole
statue, le colonne, le pareti calde o umide, accarezzava le lapidi incise. Toccava.
Girava intorno, guardava, sorrideva-sorrideva sì- e ascoltava e si ascoltava. L’Altra non taceva, la sua voce era
sempre lì, ma Q. non ne era turbata. Q. stava bene nel chiostro e l’Altra glielo confermava. Q. era in un dentro
e era in un fuori. Era al chiuso e all’aperto. Era. E forse poteva dire io.
(Continua/14)
(Continua/14)
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