sabato 9 novembre 2013

DEP & DAP LEXICON / 6

A quel tempo toccare i libri era uno degli espedienti cui Q. ricorreva anche più volte al giorno, per garantirsi circa l'effettiva esistenza di una realtà non nemica al di fuori di se stessa e del suo tormento, come un naufrago che trova la forza di continuare a nuotare perché sulla superficie liscia del mare intravede lontano profilarsi una terra, promessa di un'altra realtà oltre quella liquida, sfuggente e senza contorni in cui il suo corpo si agita debolmente. A quel tempo il legame che sempre aveva unito Q. ai libri si trasformò definitivamente e prese un senso del tutto speciale che non avrebbe più perso. I libri non solo divennero i soli messaggeri del mondo, gli inviati speciali della realtà ma anche la stesura autentica della sua storia. Lei era quei libri, quei libri avevano penetrato il suo spirito sedimentandole dentro, erano stati i catalizzatori delle sue trasformazioni mentali, delle sue facoltà intellettive, l'enzima del suo divenire nel tempo: l'avevano fatta ed erano lei. 

            Solo dopo questa lunga seduta braille in caccia del suo spirito, in cui al tatto era affidato il compito di trasmettere al suo cervello i suoi stessi pensieri, quelli che l'avevano nutrita per anni, Q. si alzava in piedi. Nell'alzarsi al fenomeno del masso se ne aggiungeva un altro, legato al battito cardiaco, che aveva nome frenata con accelerazione. Q. esperiva cioè il contemporaneo instaurarsi nel suo corpo di un doppio e contraddittorio ritmo: un'accelerazione quasi canina del suo respiro e una decelerazione quasi agonica del suo battito cardiaco. Pur in mancanza di specifiche nozioni di fisiologia umana Q. sospettava che i due fenomeni fossero fisicamente incompatibili ma poiché essi invece si verificavano simultaneamente in lei, era costretta a questa presa d'atto: le leggi fisiche erano o erano divenute inaffidabili. Anziché eterne e immutabili erano invece capricciose e si permettevano varianti e inversioni. Almeno in lei. In particolare, di ognuno dei lentissimi battiti del suo cuore, così distanti l'uno dall'altro, Q. non sapeva dire se gliene sarebbe seguito un secondo e poi un terzo ed anzi ogni nuovo battito si faceva sentire solo quando Q. si era ormai convinta che quello precedente fosse stato anche l'ultimo. L'esperienza era terrorizzante perché, se Q. desiderava costantemente il non-essere, viveva però nel terrore del morire, di dover cioè affrontare in stato di coscienza quel momento di catastrofe aristotelica. Poiché Q. era entrata in quel tempo portata dal dolore di un lutto, il dolore era il suo familiare compagno. Ma lei non impegnava la più piccola quantità di energia a sperare che quel dolore passasse, giacché le sembrava che non solo lei stessa, ma l'intero universo non fosse fatto d'altro che di quel dolore; e le pareva che la terra, il bel globo colorato, fosse tutta circondata da un'aura, una densità gassosa fatta di dolore, tutto il dolore  emanato dagli esseri viventi, le donne e gli uomini di ogni continente e di ogni latitudine; e al suo sguardo tutti gli altri animali e i mari e i monti e i boschi e i fiumi ed ogni zolla di terra, emanavano quello stesso dolore e quel dolore, sotto forma di vapori pallidi, si alzava dalla terra e si allargava nell'universo e, Q. non ne dubitava, lo avrebbe col tempo colmato tutto; trovava perciò semplicemente inutile sperare nella cessazione del suo personale dolore e molto più logico ed efficace sottrarsi a quell'universo doloroso. Il non-essere definitivo e liberatorio cui puntava non era però collocato nel tempo, ma quasi a-temporale, un passaggio di stato istantaneo e senza coscienza, e le sue preferenze andavano decisamente ad un non-risveglio. Questo significava che ogni sera, quando mandava giù l'ultima pillola della giornata, salutava speranzosa se stessa e il mondo, e insieme alla pasticca inghiottiva il presente, il passato ed ogni futuro.

            Questa aspirazione al non-risveglio non era però il segno di un senechiano coraggio. Al contrario incombeva su di lei costantemente il terrore della catastrofe aristotelica, come dentro di sé Q. chiamava il morire grazie a una lontana e confusa reminiscenza liceale; la catastrofe aristotelica aveva anche una sua voce minacciosa, un grido di avvicinamento che rimbombava sempre all'interno dei due metri quadri in cui si inscriveva il suo corpo; sembrava l'ultima sillaba di un grido di aiuto, una o prolungata all'infinito ed era il rumore di fondo delle sue giornate. Q. lo portava a spasso con sé e, ovunque andasse, tutta l'aria immediatamente intorno a lei vibrava del riverbero sonoro di quella personale sirena d'allarme. La città in cui Q. viveva non conosceva la nebbia, ma l’aria in cui lei si muoveva era come velata e caliginosa, e tutti i suoni che la percorrevano erano smorzati, soffici, come imbozzoliti dentro quella densità grigiastra. L'unico suono chiaro e abbacinante era quel grido di avvertimento, tutto privato, che annunciava l'arrivo della catastrofe aristotelica. Ma la catastrofe aristotelica non si verificava mai, limitandosi a farsi annunciare.
            Sempre a proposito di rumori si verificava un altro fenomeno curioso. Una delle leggi fisiche su cui un tempo si poteva contare diceva che i suoni approssimativamente di stessa intensità risultano al nostro orecchio più o meno forti a seconda della distanza della fonte sonora dall'orecchio stesso. Fonte lontana suono più flebile, fonte vicina suono più forte.
Nella realtà di Q. a quel tempo accadeva che il buongiorno squillante lanciatole dal condomino incrociato sulle scale suonasse al suo orecchio flebile e lontano, quasi inudibile, tanto che spesso la sua risposta arrivava quando già il condomino in questione era scomparso due piani più sotto; mentre il lontano garrito di una rondine altissima nel cielo poteva striderle alle orecchie e farla sussultare di allarme come se la rondine fosse prigioniera nella sua stanza e sbattesse da un muro all'altro gridando impazzita.
Questo era forse effetto del fatto che alla sua coscienza pervenivano vividi solo i messaggi potenzialmente disastrosi, mentre tutto il resto della realtà, i suoi aspetti piatti opachi, quotidiani e pacifici, erano come privi di corpo e di evidenza, lontani e impercepiti.
Quanto alla sua di voce, Q. aveva perso del tutto la possibilità di modularne la potenza. Qualsiasi fosse l'intenzione comunicativa con cui apriva la gola e lasciava uscire la voce questa risultava spenta, opaca, o almeno così le sembrava tanto che nel dubbio di riuscire ad esprimersi di maniera udibile, aveva ridotto al minimo le emissioni di suono.
Tranne in casi di necessità e nelle comunicazioni di servizio, Q. rivolgeva la parola solo ai familiari sentendosi quasi sorpresa quando ne riceveva risposte coerenti.
Se Q. a mala pena udiva la sua voce era anche perché era occupata in calcoli complicatissimi. Di fatto, per non restare priva di fiato, nel pronunciare una frase doveva ogni volta cogliere il momento giusto tra l'una e l'altra delle sue velocissime inspirazioni, avendo però contemporaneamente cura di emettere le parole immediatamente dopo, anzi a ridosso di un battito del cuore, onde evitare che la frase fosse troncata a metà dal cedere del medesimo. Si trattava insomma di aspettare la configurazione astrale in cui una inspirazione coincidesse con un battito cardiaco e lì, proprio lì, inserire la sua dichiarazione. L'operazione di barcamenarsi tra l' accelerazione canina del respiro  e la decelerazione agonica del battito cardiaco, non era semplice ed anche per questo Q. aveva ridotto all'essenziale ogni sua comunicazione verbale. A dire il vero c'era anche un'altra ragione: la disturbava cioè il pensiero che, morendo appunto subito dopo aver pronunciato una di quelle inevitabili frasi di servizio cui non si poteva sottrarre, la memoria di sé restasse legata a queste sue ultime parole: tre rosette, grazie. O addirittura: una confezione di supposte di glicerina, per favore.
Va bene morire, ma cadere esanime davanti al banco di un farmacista subito dopo aver chiesto un facilitatore intestinale era troppo imbarazzante. Del resto la costipazione intestinale compariva tra gli effetti indesiderati di pressoché tutti i farmaci che aveva via via provati. Sicché la probabilità statistica era contro di lei e il suo ultimo lascito all'umanità. (6/continua)




martedì 5 novembre 2013

DEP & DAP LEXICON / 5

Capitolo due

A quel tempo Qualcuno sperimentava la sospensione delle leggi fisiche.


Quando apriva gli occhi al mattino, risalendo da un sonno bianco e burroso targato Tavor Expidet mg. 2, l'unico sonno che allora le fosse concesso, dopo i lunghi e confusi minuti necessari alla sua mente per riaccorgersi di sé, Q. trovava ad accoglierla il suo corpo, disposto, alternativamente, in una delle seguenti posizioni: o supino, composto come una salma, le gambe distese e accostate, le mani posate sullo sterno; o rannicchiato come un feto, i pugni chiusi stretti tra il petto e le ginocchia, come se avesse occupato la notte a morire o a prepararsi a nascere. Ma poiché invece tornava a svegliarsi doveva constatare ogni volta di non essere morta. E poiché si svegliava nella stessa disposizione di spirito con cui si era addormentata la sera innanzi, era costretta a riconoscere di non essere neanche rinata.
Più raramente il suo corpo si faceva trovare nella posizione della Santa Cecilia del Maderno: abbandonato sul fianco destro, le braccia allungate in avanti, i polsi accostati (benché non legati), le mani dischiuse.
La testa invece era volta all' indietro con una torsione innaturale. Poggiava sulla fronte e affondava nel cuscino. Era, quella, la posizione del martire. Fatta di rassegnazione e abbandono ma anche di desiderio di non vedere i colpi. 



            Qualunque posizione le presentasse il suo corpo, salma, feto o martire, Q. la manteneva a lungo perché dal cervello, dopo quello flebile di aprire gli occhi, non giungeva altro comando; e anche quando il cervello iniziava ad inviare i primi deboli segnali, il capo e gli arti sembravano incapaci di recepirli, sordi più che riluttanti. In qualche punto del suo essere c'era una dispersione di volontà che smorzava ogni impulso, un buco nero in cui si perdeva qualunque segnale. Succede talvolta tra una presa di corrente ed una lampada: esplorata con l'apposito cacciavite cercafase, la presa risulta fornita di elettricità ma la lampada benché collegata non si accende. A Q. accadeva lo stesso: non si accendeva. In quei lunghi minuti di blocco si verificava il fenomeno della gemmazione semantica: isolati vocaboli si formavano nella sua mente, staccati l'uno dall'altro da pause regolari di qualche secondo ognuna. Erano scritti in un bel corsivo netto, nel classico Times corpo 22, in tutte minuscole. Q. li vedeva avanzare come se si staccasero dalla pagina di un dizionario e le venissero incontro. L'effetto era quello dei bersagli dei poligoni di tiro che, una volta colpiti, scivolano lungo un filo verso il tiratore perché verifichi l'esattezza della sua mira. Solo che Q. non era il tiratore ma il bersaglio. Le parole che le si presentavano alla mente erano quotidiane, banali e non le sembravano particolarmente significative o emblematiche né nella loro sequenza sembrava nascondersi qualche messaggio speciale.
Q. le osservava avanzare senza grande interesse proprio come dal finestrino di un aereo guardiamo passare filacci di nubi, scherzi di vapori addensatisi senza senso né coerenza, e avrebbe voluto lasciarle passare così, e vederle dissolversi senza echi.
Doveva invece sforzarsi di memorizzarle perché più tardi il Professore avrebbe voluto conoscerle. Quello sforzo di attenzione e di memoria era il suo primo atto di volontà e insieme il primo dei compiti minuti ma spossanti in cui le ore della sua giornata si sarebbero divise.
            La gemmazione semantica era sempre preceduta dal verdetto. Questo si presentava come un sussulto improvviso costituito dal lampeggiamento di una frase di tre sole parole proprio dietro gli occhi chiusi: sono ancora qui. La constatazione era deludente e penosa e le si posava sul petto come un grave, che Q. chiamava il masso e che da quel momento non l'avrebbe più lasciata per tutto il giorno rendendo la sua respirazione faticosa e rotta: piccoli respiri tronchi si susseguivano velocemente senza mai arrivare a riempirle d'aria i polmoni e lasciandola perennemente affamata di ossigeno, in un'apnea angosciante benché non sottomarina. Dopo essere dunque passata attraverso il verdetto e la gemmazione semantica Q. prendeva ad agire, trascinata dalla ineluttabilità del suo essere ancora al mondo. Lo faceva con cura meticolosa, ordinando gesto dopo gesto. Il più complicato degli atti con cui iniziava la sua nuova giornata di involontaria rediviva consisteva nell'alzarsi dal letto.
            Qualcuno suddivideva questa semplice operazione in una serie di passaggi, ognuno dei quali veniva, per così dire, imposto dal suo cervello ad un corpo un po' stolido e un po' recalcitrante. Innanzitutto Q. si sollevava e si appoggiava con tutta la schiena alla testata del letto, le gambe allungate davanti sé e restava così, in una versione domestica di Farinata degli Uberti a osservare la stanza. C'era da compiere un'operazione immaginativa e filosofica che consisteva nel ricostruire la realtà a partire dal comò che la guardava dalla parete di fronte al letto. Era il comò infatti a costituire il perno, l'asse portante intorno cui il globo terrestre si sarebbe ricomposto e avrebbe ripreso a ruotare. Nella realtà, cacciatasi in qualche non luogo durante la notte, sarebbe stata riammessa la stanza e quindi la casa e la palazzina che la ospitava e la via in cui si trovava e poi il quartiere e la città e così via, con un movimento di allontanamento inclusivo, una carrellata all'indietro che finalmente avrebbe risistemato Q. in un punto della terra ruotante in un punto dello spazio stellare. 
      Oggi Q. descriverebbe quell'allontanamento inclusivo come una semplice ricerca su Google Maps, in cui partendo, ad esempio, dal Kilimangiaro e arretrando per clic successivi, nella mappa comparisse l'area del Kilimangiaro National Park, quindi la Tanzania e quindi il Kenia, e poi l'Africa subequatoriale e, di rinculo in rinculo, l'Africa tutta e i due oceani che la fiancheggiano e i due continenti al di là degli oceani: il Pianeta Terra, insomma.  
Per Q. al centro di questa mappa in ricostruzione non c'erano le nevi del Kilimangiaro, ma lui, il comò.
Q. ne percorreva le linee, osservava l'allineamento dei cassetti, contava le maniglie brunite, sei, passava in rassegna gli oggetti che vi erano posati sopra —  la piccola radio, la scatola di legno con orecchini, anelli e collane, l'orologio sveglia dono di nozze, la borsa e una sciarpa— poi ne riepilogava mentalmente, cassetto per cassetto, il contenuto.
            Questo lavoro minuzioso serviva sì a dare il tempo al corpo di riattivare i meccanismi motori, ma aveva uno scopo più sottile ed essenziale per Q.
A quel tempo, infatti, gli oggetti quotidiani, i più banali e familiari, costituivano per lei una basilare fonte di informazione. Ripetersi che nel secondo cassetto mutande, sottovesti, reggiseni e calze avevano ordinatamente giaciuto durante la notte mentre lei stessa giaceva e che nel terzo la attendevano fedelmente magliette, camicette, sciarpe colorate e maglioncini di cotone, era come un  riepilogo della realtà. Significava ricostruire dal nulla una geometria che aveva nome mondo e che possedeva un ordine e un senso. Esistevano cose. Ognuna con un nome ed una funzione; esse avevano un loro posto. Dunque un posto esisteva. Si trattava solo di convincersene. E la camicetta ordinatamente ripiegata nel terzo cassetto, con la sua etichetta -made in Italy, pura seta, lavare a mano in acqua fredda-, compiva il lavoro fondamentale di testimone di un posto di nome Italy, in cui camicette in pura seta venivano prodotte in vasti laboratori da uomini e donne che erano usciti da case, e avevano percorso strade su automobili o pullman o treni che avevano incrociato altre automobili, pullman e treni con su altri uomini e altre donne diretti verso altri laboratori o fabbriche o scuole, uffici, che avevano luogo in paesi e città. Tutto questo esisteva. Il ragionamento con cui Q. si convinceva di questo ordine di cose si snodava lento e volenteroso e lei disegnava mentalmente tutti i pezzi di realtà che la camicetta portava con sé in un elenco mentale ordinato: donne e uomini, macchine, strade, case, fabbriche, scuole, uffici, paesi, città; e questo spazio che si delineava dalla camicetta pura-seta-lavare-a-mano-in-acqua-fredda si allargava pian piano e prendeva nome mondo e più esattamente e filosoficamente realtà.
            Se questo compito di novella creazione del mondo era affidato al secondo e terzo cassetto il primo era deputato a compiere un atto più difficile e delicato: informarla su se stessa, fornirle una parvenza di identità. Sul primo cassetto perciò il suo pensiero si posava per ultimo, perché  era da quello che sarebbe giunta la spinta decisiva a vivere il nuovo giorno. Tutti quegli oggetti minuti, foto, lettere, orologi, occhiali nei loro foderi, la scatola con le spille, i guanti, i foulard, il libretto di assegni, il passaporto — soprattutto il passaporto, con la sua foto, la sua data di nascita, il suo nome, quel nome che era il suo perché il Prefetto ci aveva giurato sopra — oggetti che indubitabilmente appartenevano a lei, erano fatti a sua misura, la descrivevano, le attribuivano caratteristiche corporee — taglia 44, guanti numero sette, tre diottrie di miopia all'occhio destro, cinque al sinistro —le parlavano con la loro voce tranquilla e inequivoca e certificavano che lei era una persona. Indossava occhiali, scriveva lettere, scattava foto, annodava foulard intorno al collo e firmava assegni. Ritrovato dunque il mondo e una identità civile, c'era ora da compiere una terza operazione: insufflare in quel corpo contenitore, taglia 44, che si era appena stabilito essere il suo, anche uno spirito o un'anima, un'essenza mentale che si configurasse come un io.

            A questo scopo Q. si tratteneva per un po' seduta sul letto, volta verso la libreria che lo fiancheggiava, ad osservare con attenzione speranzosa i suoi libri. E li passava in rassegna dal basso in alto, fin dove la vista le consentiva di leggerne titolo e autore. E si allungava anche a toccarli, indugiando nel contatto, cercando in quelle superfici cartacee, così note e familiari, la se stessa che se ne era nutrita, un appiglio qualsiasi che risvegliasse dentro di sé un barlume della sua natura spirituale, che le dicesse chi lei fosse stata e chi forse poteva tornare ad essere se solo avesse trovato la forza di alzarsi in piedi.  
(5/Continua)









martedì 29 ottobre 2013

DEP & DAP LEXICON / 4


Alla scoperta di quello che appariva, in tutto e per tutto, un continuato inganno, un’agitazione tumultuosa riempì ogni luogo di Q., la sua mente affaticata e confusa così come il suo corpo. Tutte le parti molli contenute tra lo sterno e l’inguine si misero a vibrare contemporaneamente di un tremito inarrestabile come se i suoi organi venissero agitati dentro il boccale di un frullatore o centrifugati in una lavatrice. Intanto, la mente correva alla cieca contro una domanda che si ripeteva in un'eco ronzante: perché? perchéé?  perchéé? e rimbalzava indietro contro un’altra domanda, tonante come un colpo di bombarda: Che cosa ho fatto di sbagliato? Questa seconda non era affatto una domanda retorica. Da subito infatti il suo Tribunale Interno aveva dichiarata Q. unica responsabile dell’inganno maritale; si chiedeva però quale colpa specifica — delle infinite in cui si articolava la sua più generale colpa di esistere — avesse determinato il comportamento del Coniuge Incauto.
            Nel frattempo la tana, la stanza da letto dove Q. aveva portato i documenti per svolgere il suo lavoro di riordino — l’unico ambiente della città che avesse le dimensioni esatte perché Q. non incorresse né nel soffoco né nello spalancato, all’incrocio cioè tra la sua claustrofobia e la sua agorafobia— si era fatta inidonea per la nuova situazione emotiva. I quattro metri di larghezza e i cinque di lunghezza della stanza, che fino allora si erano mostrati a norma con il suo bisogno di spazio e di contenimento insieme, si rivelarono di botto insufficienti per la smania di moto delle sue gambe. Il bisogno di attività motoria che l’aveva improvvisamente assalita non potrebbe essere descritto con un semplice “sentì il bisogno di camminare” perché, mentre ancora scorreva e riscorreva i documenti, Q. si era alzata in piedi e senza rendersene conto aveva cominciato a camminare in circolo ai piedi del letto, in una specie di “segnate il passo” molto ritmato benché poco marziale. Accortasi delle sue gambe in marcia immobile, Q. le sciolse nel passo e si mise a percorrere la stanza avanti e indietro, sempre portandosi dentro il frullatore di organi in azione. Poi, visto che la stanza continuava a restringersi ed accorciarsi intorno a sé, decise di mettersi temporaneamente in salvo fuggendone. E uscì coraggiosamente di casa.
            Poco dopo, percorsi appena trecento metri, Q. approdava nel parco vicino. Vi approdavano con lei il frullatore di organi e la scaturigine, come Q. chiamava la sua inesausta e un po' misteriosa capacità lacrimatoria.
Ora Q. sedeva su una panchina di legno. Piangeva senza singhiozzi né sussulti. Se ne andava in lacrime. Da tempo si era abituata a piangere ovunque, nella strada, sugli autobus, nei negozi, in fila alla posta o al mercato. Piangere occupava allora una gran parte delle sue giornate e Q. aveva dovuto rinunciare al pudore e alla riservatezza. Anche quella mattina piangeva en plei air, indifferente all'altrui curiosità.
Lo sguardo offuscato dalle lacrime era posato su una pianta di bouganvillea che traboccava da un vecchio muro romano e lei osservava quell'esplosione di colore con un'attenzione totale, stupefatta dal suo rigoglio, da una vita così florida, ma anche con nostalgia, con il rimpianto con cui un' Eva avrebbe guardato al cancello chiuso dell'Eden. La vita stessa era tutta raccolta in quella pianta di bouganvillea e lei la osservava da fuori. La pianta era a pochi passi da lei, quasi le straripava addosso, ma a Q. sembrava lontana come un miraggio irraggiungibile e attraverso le lacrime il miraggio tremava —come sempre tremano i miraggi. Probabilmente tremava a tempo col frullatore di organi.




Ad un tratto una mano si posò sulla sua e distolto lo sguardo dalla bouganvillea Q. incontrò due occhi scuri e un sorriso fiducioso. Un uomo  le parlava in una lingua sconosciuta e intanto goffamente finiva di abbottonarsi la camicia. Il pianto di Q. si arrestò per la sorpresa -forse la scaturigine si era seccata di botto- e lei notò che asole e bottoni erano allacciati sfalsati. Trattenne l'impulso di allungare il braccio e correggere l'abbottonatura e si asciugò gli occhi con la mano libera, lasciando l'altra in quella dello sconosciuto che intanto le si era seduto accanto, continuando a parlarle tranquillo e rassicurante. Anche se nemmeno una parola le suonava familiare, a Q. parve di percepire senno e ragionevolezza in quel discorso. Era il tono ad essere veritiero. Q. avvertì anche nelle ultime parole il suono di una domanda e, prima esitante poi con fiducia, rispose a quell'evidente invito a raccontare. Man mano che parlava, l'oppressione che le gravava sul petto si alleggeriva anche se la scaturigine aveva ritrovato la sua falda. In compenso il frullatore d'organi pian piano rallentò i suoi giri e infine si arrestò. Lo sconosciuto ascoltava con attenzione. Dal taschino della camicia aveva tirato fuori della carta igienica e ogni tanto allungava una mano e le asciugava il viso. Passò del tempo. Q. raccontava, l'uomo ascoltava né lei dubitò che l'uomo comprendesse. Poi si sentì stanca, tacque e posò la testa sulla spalla dello sconosciuto. Il collo dell'uomo sapeva di sapone di Marsiglia. Si stava bene. L'aria era calda ma non ancora soffocante. Il silenzio era disteso ovunque e persino i suoni ne facevano delicatamente parte. Ad occhi chiusi lei li seguiva: i voli dei grandi corvi alti sopra le loro teste e passi lenti sulla ghiaia del giardino. Restarono per un po' così, una piccola insignificante monade sulla panchina del mondo. Poi Q. si scosse e si alzò e l’uomo con lei. Portava degli scarponi slacciati e un cencio di calzoni. Alla fontanella lì accanto l'uomo si lavò la faccia, il collo e le mani. Anche Q. si lavò la faccia e bevve. Poi si diressero verso l'uscita del parco e proprio sulla soglia, tra i due propilei, si salutarono, come se avessero portato a termine un rito, o una seduta psicoterapeutica. L'uomo si portò la mano al petto e si presentò: Goran. Lo ripeté due volte. Anche Q. lo ripeté: Goran. Quindi dichiarò il suo nome e si allontanò. Dichiarare il proprio nome fece uno strano effetto a Q. Da molto tempo infatti non pensava a se stessa come titolare di un nome proprio. 
A quel tempo infatti Qualcuno pensava di non essere nessuno. Pensava, anzi, di non essere niente. (4/Continua)



domenica 20 ottobre 2013

DEP & DAP LEXICON /3

Per lungo tempo Q. si era molto adoperata perché il Coniuge Premuroso accettasse l'invito fattogli da un importante cliente turco a raggiungerlo nella sua residenza estiva affacciata sul mare Egeo. Si trattava di un viaggio di lavoro, intrapreso malvolentieri dal Coniuge Solidale ma che avrebbe costituito l'occasione per creare un più amichevole rapporto con l'importante uomo di affari dalla cui buona disposizione verso il Coniuge Imprenditore dipendevano decisioni di pregnante valore commerciale.

Per settimane il Coniuge Restio si era rifiutato di accettare l'invito, non risolvendosi a lasciare sola Q. nella città agostana. Ma lei lo rassicurò in ogni modo: non solo era perfettamente in grado di restare sola ma anzi, sapendo di non aver sacrificato ancora una volta alla sua machina scaenica il Coniuge Ansioso, si sarebbe sentita più leggera e persino contenta.
Infine il Coniuge Riluttante si  fece convincere e ai primi giorni del mese di agosto si imbarcò per Istambul per discutere del suo importante progetto con il cliente turco.
            Appena fu partito Q. affrontò il problema di riportarlo a sé, di riscattarlo dalle insidie del destino e farlo tornare a casa presto e bene. Fin dai primi tempi del loro matrimonio Q. aveva preso l'abitudine di eseguire in casa, durante i frequenti viaggi di lavoro del Coniuge Indefesso, dei piccoli lavori straordinari da fargli trovare come sorpresa al rientro. Era un gesto scaramantico con cui Q. ne propiziava il ritorno a casa; lo compiva per ottenere il favore e la protezione degli dei sul Coniuge Viaggiante, al quale, in cambio dell' offerta di Q., essi avrebbero garantito un sicuro e felice ritorno.
Era anche un modo per continuare a sentire presente il Coniuge Assente, toccando le sue cose, riordinandole, pulendole, e assaporando la gioia del ricongiungimento. Con questo spirito devoto e apotropaico Q. metteva ordine nei cassetti della biancheria, rifornendoli di nuovi calzini e canottiere; riordinava le cravatte, puliva le pipe, catalogava i libri coniugali accatastati alla rinfusa; riorganizzava qualche spazio della casa, spostando un piccolo mobile, inserendo un soprammobile, lucidando qualche pezzo d'argento fin lì trascurato. L'amorosa pratica aveva il suo culmine trionfale il giorno stesso del ritorno del Coniuge Riscattato, quando Q. preparava per lui la sua famosa e insuperabile crostata di albicocche.
            L'estate del famoso viaggio in Siria dell' Archeoconiuge, ad esempio, Q. l'aveva dedicata ad una rassegna ragionata di tutte le foto della loro vita familiare. Esse giacevano da sempre sparpagliate in vari cassetti o ammonticchiate alla rinfusa in scatole da scarpe, senza nessun ordine né tematico né cronologico, in un caos creatosi per accumulazione e in cui Q. si era sempre rifiutata di metter le mani. Quell'estate invece comprò cinque album e poi ancora altri due e con pazienza e alacrità vi fissò il loro patrimonio fotografico. Creò un album per tutti gli animali incontrati nei loro viaggi e uno per ripercorrere la crescita della loro unica figlia. Due album li dedicò agli anni del loro soggiorno in terra di Persia e altri due alle foto degli anni parigini. Gli ultimi due accolsero, rispettivamente, le foto familiari del Coniuge Aristocratico e quelle della famiglia di Q. stessa.
Era stato facendo quel lavoro che Q. si era resa conto che tutta quella gente che la guardava dalle lucide colorate superfici era morta.
Non solo quella davvero scomparsa da tempo o quella che Q. non aveva neanche fatto a tempo a conoscere, ma anche i vivi, coloro che in quegli stessi giorni conducevano le loro vite con i piedi ben piantati nella realtà. Tutti morti. E morta lei stessa. Dov'era infatti quella giovane donna allungata sulla panca di legno di un treno per Bombay, la testa appoggiata al finestrino aperto, gli occhi chiusi e i capelli svolazzanti investiti dal vento caldo?
E che fine aveva fatto quell'altra, seduta a piedi nudi e gambe incrociate sui tappeti del fortino di Samangàn in attesa che una pasticca di amuchina si sciogliesse nell'acqua della caraffa verdina in primo piano disinfettandola? e quella che guardava nella notte dal finestrino della corriera Merida-Villahermosa-Mitatitlan? Che ne era stato di loro? Erano morte, Q. lo constatò con dolore. Portavano tutte il suo nome ed erano morte. Niente di loro, di quella curiosità, di quell'audacia, di quella determinazione era rimasto in lei. E lei le guardava, mentre ne incollava le immagini sulle pagine di quell'album, come si guardano le foto di nostri lontani parenti, i bisnonni, i prozii, appartenuti ad un altro tempo, ad un altro mondo. Dovette così riconoscere che Barthes aveva ragione, davvero "tutte le fotografie sono postume". Ciò nonostante Q. portò a termine il suo compito e al ritorno del Coniuge Affrancato, legittimamente soddisfatta del suo lavoro, gli consegnò i sette album di foto.
            Ed ecco che, due anni dopo, Q. ripeteva il rito del riscatto del Coniuge Esposto. Nell'occasione si assegnò ben due di quei compiti scaramantici: avrebbe lucidato tutti gli oggetti in rame raccolti nei più disparati mercati del mondo e in più avrebbe riordinato la scrivania del Coniuge Disordinato, vera prova regina di amore e dedizione. La scrivania infatti quasi scompariva sotto pile di vecchi quotidiani, documenti, agendine, carte, bollette, posta accumulata da mesi e mesi, ritagli di giornali, rollini in attesa di essere sviluppati, confezioni di medicine ormai scadute, penne, matite, foto, libri mai aperti, dichiarazioni dei redditi, verbali di assemblee condominiali, multe mai pagate e avvisi di raccomandate ancora da ritirare e ancora, ancora... Il disordine coniugale una volta la irritava, ma ora la  intenerì di nostalgia e Q. si mise da subito al lavoro.
            Fu mentre compiva questo piccolo gesto di amore che Q. si imbatté nella corrispondenza, sventatamente lasciata dietro di sé, con cui da mesi il Coniuge Sacrificato organizzava con un gruppo di amici una crociera nel Mediterraneo Orientale. Eccola lì, tutta archiviata, grazie alla  perfetta organizzazione di cui il Coniuge tour operator diveniva capace quando si trattava di programmare un viaggio. Q. poté così ripercorrerne  i passi e quasi vederlo mentre raccoglieva documentazione, faceva da trait-d'union tra i vari partecipanti localizzati in mezza Europa, sceglieva lo yacht, prendeva accordi sulla rotta con il capitano, fissava le escursoni nelle varie tappe, stipulava assicurazioni, prenotava alberghi e intanto mandava frizzanti messaggi all'allegra compagnia. Nessun importante cliente turco compariva nella documentazione e di affari non si parlava. Tutto questo lavoro aveva preso mesi; gli stessi mesi durante i quali il Coniuge Fedele fermamente respingeva le sollecitazioni di Q. a compiere il viaggio di affari in Turchia. Q. lesse tutta la corrispondenza. Anzi la lesse due volte perché alla prima pensò che la machina scaenica stesse superando se stessa rendendola incapace di decodificare il senso di semplici frasi nella sua lingua madre.
Sicché lesse e poi rilesse. E dovette infine ammettere che quel mattino la machina scaenica non era in azione e tra la sua lingua madre e lei non si era aperto nessun abisso d’incomprensione: le cose stavano proprio come stavano. (3/continua)




domenica 13 ottobre 2013

DEP & DAP LEXICON / 2


Prima di procedere oltre varrà forse la pena di dare qualche indicazione circa quel tempo. Erano gli anni novanta e la nostra eroina, a seguito della morte del padre, era inciampata in una depressione maggiore, che, in quanto reattiva, si sperava superabile in tempi se non quantificabili almeno non geologici. Quel tempo però si protraeva già da qualche anno.



              Dicevamo, dunque, che una delle fantasie ricorrenti di Q. era randagiare. Tre volte alla settimana usciva dallo studio del Professore dopo la seduta di analisi e si incamminava lentamente verso casa. Percorreva la città accordando il passo al ritmo lento e faticoso del suo respiro, fissando intanto la sua attenzione su qualche parola pronunciata dal Professore e ripetendosela mentalmente, cercando di estrarne ogni possibile significato positivo, ogni minuscola rassicurazione. Distillava auto-incoraggiamento e andava. Quando arrivava nella sua strada doveva combattere contro il desiderio di non fermarsi, di continuare a camminare indefinitamente senza un dove, e quasi doveva costringersi a fermare i suoi passi davanti alla porta di casa. Eppure uscirne al mattino era stata, come sempre, un'operazione complicata e faticosa: Q. se la imponeva, scomponendola, gesto dopo gesto, in una serie successiva di atti e fingendo che non portassero tutti al momento in cui si sarebbe trovata all'aperto, esposta ad ogni minaccia.


            A quel tempo infatti Q. viveva sospesa tra il desiderio di randagiare e il bisogno della tana. Questa contraddizione non la meravigliava: Q. sapeva che tutto e il suo contrario poteva affliggerla nello stesso momento. Anche i sentimenti che le ispirava la sua solitudine in quell'agosto erano ambigui e contraddittorî. Q. sentiva di essere stata abbandonata: dal Coniuge Sano, dal Professore, dai parenti, dagli amici, dalla maggior parte dei suoi concittadini. Da tutti. E si sentiva doppiamente umiliata da questo abbandono, perché riteneva di meritarlo. La sua incapacità di opporsi alla sua condizione di depressa, di reagire al suo stato: questo glielo aveva meritato, Q. lo sapeva. E perciò viveva quella solitudine —la città accaldata, gli altri arruvinati, i curdi e lei—come una punizione severa ma meritata, sacrosanta quasi. Ma la viveva anche come un sollievo, una liberazione, perché così sfuggiva, temporaneamente, ad un'altra pesante ed esacerbante colpa: quella di sacrificare accanto a sé le energie, le curiosità, le audacie del Coniuge Gagliardo da troppo tempo costretto dalla malattia di Q. a continue limitazioni e rinunce.

            Erano anni che a Q. era impossibile uscire dalla città. Ve la tratteneva la pirotecnia di fenomeni che il suo corpo le proponeva quando si allontanava troppo dalla tana: dalla cecità improvvisa, detta il buio, all'incapacità di deglutire, detta l'osso, dalle tachicardie agli svenimenti, dai tremori alle vertigini, dai mancamenti alle aritmie, dalla sordità allo spaesamento, dal blocco, al masso, al soffoco, all' inghiottitoio... Sul DSM IV, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, questi fenomeni vengono catalogati alla voce "Dap, Disturbi da Attacchi di Panico" ma Q. pensava a loro come alla machina scaenica; infatti le sembrava di essere diventata una di quelle macchine teatrali del seicento con cui i più geniali architetti e scenografi del secolo allestivano le feste barocche, effimere e memorabili insieme; e come allora le macchine scenotecniche producevano meraviglia e stupore ricorrendo ad illusioni ed allusioni —acque, fuochi, sorprese, travestimenti, strutture allegoriche, suoni e visioni, trucchi e artifici —  Q. assisteva, con un misto di terrore ed ammirazione, all'allestimento, da parte del suo cervello, di quella privatissima festa barocca che era diventata la sua vita. All'inizio la machina scaenica dava prova di sé soprattutto quando Q. si azzardava a varcare il GRA, il Grande Raccordo Anulare, la tangenziale che circondava la città e che per Q. era come un anello di fuoco impossibile da saltare. Al solo vederne l'acronimo sui cartelli stradali Q. sentiva aprirsi un improvviso gorgo al centro dello stomaco e credeva di leggere, in quelle tre lettere GRA, Grande Rischio: Attenzione!. Così aveva dovuto ridisegnare la cartografia del mondo e più o meno là, da dove una volta lasciava la città per imbarcarsi sicura e felice per uno dei suoi frequenti viaggi, aveva dovuto stampare hic sunt leones. Ma il circolo di fuoco invalicabile si era rapidamente ristretto intorno a lei e in breve tempo qualunque sortita dalla sua stessa casa era diventata una pericolosa spedizione in un mondo divenuto una bocca spaventosa e sguaiata pronta ad inghiottirla. L'inghiottitoio, appunto.

            In questo brusco arretramento dei suoi confini Q. aveva risucchiato con sé anche il Coniuge Affettuoso e questo aggiungeva colpa alla sua pena e costituiva per Q. un'ossessione e una vergogna. Come se avesse rotto un patto, un impegno tacito preso tanto tempo prima, quando il Coniuge Giramondo l'aveva scelta come moglie proprio perché audace. E mobile. Ora che non era più né audace né mobile, Q. si sentiva inadempiente e indegna anche come moglie. E ad ogni estate esortava, ansiosamente ma inutilmente, il Coniuge Sacrificato a fare da solo uno di quei viaggi una volta progettati insieme.

            Una sola volta, due anni prima, era riuscita sia pure a fatica a convincerlo a partire per un viaggio in Siria con alcuni recenti amici che Q., dato il suo singolarmente claustrale stile di vita, non conosceva. Anche allora Q. era rimasta sola nella città desertificata e anche allora il peso della solitudine era stato alleggerito dal senso di sollievo per non aver inflitto ancora una volta al Coniuge Avventuroso la mortificazione di un piatto soggiorno sui colli intorno alla città, la più spericolata ed eccitante vacanza che, a quel tempo, Q. potesse concedersi.
            Lo stesso senso di alleggerimento della colpa che aveva provato due anni prima si accompagnava anche adesso alla solitudine e al senso di abbandono. Possiamo sentirci sgomenti per l'abbandono dopo aver implorato a lungo per essere abbandonati? A quel tempo Q. poteva.(2/continua)
                                                                     
 GRANDE RISCHIO: ATTENZIONE!
                                                Il Grande Raccordo Anulare di Roma

giovedì 10 ottobre 2013

DEP & DAP LEXICON /1

Ho ripreso in mano, da qualche tempo, il libro cui stavo lavorando quando tutto si fermò.
Dicono sia una buona cosa ritrovare una progettualità e io lo credo. Resta da vedere se il mio è un vero recupero di progettualità o solo velleità.

Per intanto, man mano che vado avanti con il mio lavoro di revisione e/o riscrittura, vorrei pubblicare qui il frutto del mio lavoro. A piccole dosi, piccole come quelle che somministro a me stessa.

Inizio oggi stesso.

Avvertenza: Con Q. si abbrevia, per comodità, Qualcuno, il nome con cui la protagonista del libro pensa e racconta se stessa.
In corsivo, oltre al titolo di ogni capitolo, sono scritti i lemmi componenti il lexicon, che troverete anche raccolti in un indice alfabetico in fondo al libro.
                                         
DEP & DAP LEXICON
 Lessico di una DEPressa con Disturbi da Attacchi di Panico


                                                             

  Capitolo uno

A quel tempo Qualcuno pensava di non essere nessuno. Pensava, anzi, di non essere niente.

Più avanti, molto più avanti nel tempo, Q. avrebbe parlato di  sé come di una Dep and Dap —Depressa con Disturbi da Attacchi di Panico — e della sua condizione avrebbe sorriso, perché convinta da sempre che ogni esperienza umana non solo nascondesse un suo lato comico ma meritasse il conforto di un sorriso. A quel tempo però qualsiasi definizione di se stessa le era preclusa. Viveva infatti dividendosi tra la ricerca della realtà, di cui sembrava aver perso ogni traccia, e la fuga dagli aspetti paurosi che essa poteva assumere quando si decideva a farsi viva. E, non potendo giurare né sull'esistenza del mondo esterno né su se stessa, aveva sospeso ogni giudizio.


            Nell'agosto di quell'anno Q. era rimasta sola in città. Questa si era svuotata, le strade si erano fatte silenziose. Il sole era accecante e le ombre troppo scure. Q. contava i cartelli che annunciavano "Chiuso per ferie": ogni giorno ne comparivano di nuovi finché il viale a ridosso del suo quartiere e le vie intorno non furono che saracinesche abbassate e cartelli gialli e arancio. Per comprare pane e latte Q. si spingeva sempre più lontano, misurava in passi umiliati la solitudine e l'abbandono.
            Allora immaginava che alle porte della città si fosse accampato un esercito assediante e che i suoi concittadini, fatte scorte di cibo e di acqua, si fossero ritirati nelle loro case e, nascosti dietro le persiane, spiassero l'arrivo dei primi soldati nemici. Quella fantasia la consolava un po'. In essa non era più la creatura miserabile e timorosa che gli altri, i sani, si erano lasciata alle spalle per veleggiare verso la vita piena, nei più esotici lidi lontani, ma una sentinella coraggiosa incaricata di pattugliare le strade. Di vedetta insieme a lei c'erano gli altri arruvinati: ogni estate tornavano a spuntare in città e ogni quartiere aveva i propri. Accadeva che le famiglie che  avevano accudito durante tutto l'anno un malato psichiatrico e che al giungere dell'estate non erano riuscite a parcheggiarlo in qualche ospedale, dichiarassero un "liberi tutti" unilaterale e partissero per le vacanze, lasciando il matto di famiglia in città a gestirsi da sé. Di ogni età, trasandati, talvolta scalzi, stretti a qualche fagotto o, al contrario, braccia abbandonate e mani nude, i matti si sedevano in terra o camminavano incessantemente, parlottavano piano o lanciavano risa e grida: tutta quell'improvvisa libertà sembrava esaltarli e spaventarli insieme.
            A farle compagnia, Q. quell'anno aveva anche un accampamento di curdi sorto durante la primavera nel parco vicino casa. Al mattino li vedeva sdraiati sotto i cespugli di oleandro, ancora addormentati, con un braccio a coprirsi gli occhi dal sole o intenti a lavarsi alla fontanella, i toraci nudi, i capelli arruffati. Le donne si pettinavano l'una con l'altra, lavavano magliette e vestiti di bambini. Q. ne aveva vista una intenta ad allattare: il seno era bianchissimo, il bambino lo premeva con l'ingordigia di tutti i neonati. E Q. sentiva una fitta di pena e desiderio insieme. Il prato era cosparso di cartoni, coperte, stuoie; qua e là resti dei fuochi su cui la sera venivano cucinati i pasti. E buste di plastica con i rifiuti in mucchi maleodoranti. Quando Q. attraversava il parco di sera li vedeva seduti in terra in grandi circoli, gli uomini a fumare o a suonare la chitarra; le donne, raccolte tra di loro, parlavano forte e ridevano. La guardavano appena: era diventata per loro una presenza familiare come loro lo erano per lei. 
Da sempre Q. provava la tentazione di una vita nomade, e spesso, soprattutto a quel tempo, immaginava di uscire di casa e camminare; sostare quando era stanca e camminare ancora e allontanarsi così, piano piano, dalla sua vita. Benché sapesse di non potersi allontanare da se stessa, la fantasia continuava a presentarsi. Risaliva a quando Q. era bambina, e studiando il plurale dei nomi aveva incontrato la parola randagio.
Le insegnarono che il plurale maschile faceva "randagi" ma che quello femminile poteva fare sia "randagie" che "randage". Ne prese diligentemente nota, ma il suo interesse per quella parola non avrebbe mai avuto nulla a che fare col plurale.
Ebbe invece a che fare con una illustrazione del suo Primo Libro di Lettura — lei aveva allora sei, forse sette anni — in cui era rappresentato un viandante, di cui le fu spiegato che era un girovago, un giramondo; così finalmente trovò una figura in cui riconoscere il famoso e un po' astratto randagio che al femminile plurale faceva "randage", ma anche "randagie".  Nell'illustrazione un omino con un fagotto sulle spalle percorreva il globo terrestre delicatamente colorato di verde, celeste e marrone —verde per le pianure, marrone per i monti e celeste per i mari. L'omino andava e tutto il mondo gli apparteneva. Così lei leggeva quell'immagine.  "Da grande voglio fare la randagia", scrisse su un tema. E le venne segnato in blu. "La randagia non si fa, disse la maestra. Si è randagi. E cancellò la frase". Così Q. comprese che essere randagi era una condizione dell'animo, un tocco in più, un dono della natura, o lo si aveva o non lo si aveva. Capì anche che il suo sogno di randagismo era un sogno proibito e lo amò ancora di più. Coniò anche un verbo personale. "Da grande randagerò" si disse. Ma lo tenne per sé.
            Nonostante quanto poi appreso da adulta sulla condizione randagia  — sul peso, la fatica, l'esclusione, la miseria e la paura che quella condizione poteva portare con sé — Q. continuò a sentire, nel profondo, un'attrazione istintiva e ammaliante per una vita "fuori": fuori da una casa ma anche da una legge e da una regola. E da ogni vincolo. E l'evasione e la fuga continuarono ad essere, per la se stessa più segreta, la vera tentazione.
            Ora Q. osservava quelle donne e quegli uomini accampati nel parco della sua città e benché sapesse che non avevano scelto spontaneamente una vita nomade, ma anzi si battevano perché venisse riconosciuto il loro diritto ad una patria — dunque a dei confini —provava un sentimento di invidia e quasi di nostalgia, come lo proviamo per le possibilità mai colte. (1/continua)





venerdì 4 ottobre 2013

Lampedusa


Ci chiamano e non rispondiamo:
ci si rovesci l'anima
un flutto acido ci porti via

Lembi di terra e di corpi
guardiamo in tv:
mare divino frangici il cuore

Commossi, oh sì, commossi
ma non mossi, pronti a guardare ancora
e ancora
e ancora...
m.p.

allarme


Mettete le mani a coppa e siate presti
non piovono giorni a lungo e si dissanguano le ore
m.p.

non m'importa


Non m'importa se mi siete nemici
Se siete nemici del mio dolore
Se muti mi accusate di avervi traditi
E non m'importa del mio non importarmene
Sono viva
Tanto vi basti
-2010-

domenica 29 settembre 2013

domenica

C'è il mezzodì che non viene
e il mezzodì che è arrivato
una persona è seduta
una persona cammina
c'è l'ultimo oleandro rosa
e il cassonetto imbrattato
una campana che suona lenta
non il futuro ma il passato.

domenica 22 settembre 2013

aspettare il lunedì

Bisogna aspettare il lunedì
credere che un lunedì arriverà
O metterlo in scena
È così facile ingannare

Si può canticchiare fra sé e sé
Ma chi è quel sé?
Domanda che l'altro non si pone.
L'altro ama la tua commedia
convintamente ci crede

E tu fai che lo creda
metà attrice brillante
metà girl di musical

Ma le metà sono tre:
la terza metà è dolente
e chiede solo un lunedì.

m.p.

la balena stanca

Sentirsi spiaggiati e non desiderare il mare.
Perché scriverne qui?

Sempre, quando scriviamo, c'indirizziamo a qualcuno. Scrivere per sé non esiste. È un puro proclama. O un'illusione. Sempre, nel buio o nella luce, cerchiamo qualcuno cui dire "Io sono, esisto. Ascoltami".
Nascondiamo le nostre carte. Talvolta le bruciamo. Perché bruciare le nostre parole ci dà l'estrema sensazione di liberarci di noi. Ma verrà un giorno in cui rimpiangeremo quelle parole, perché vorremmo interrogarle. Chi ero, allora? ci chiederemo. Ci cercheremo ma il luogo della ricerca non esisterà più. Avremo nascosto le nostre tracce a noi stessi.
Ma forse non importa, tanto continuamente ricostruiamo la nostra storia, e tutte saranno presunte, quando non pretestuose.

giovedì 12 settembre 2013

grazie

Voglio ringraziare chi ancora passa sul mio blog, perché lo fa per affetto. E io lo sento, marina

traduzione della poesia di Manuel Bandeira

 Per     http://tentarenuoce.blogspot.it

Momento num café

Quando o enterro passou
Os homens que se achavam no café
Tiraram o chapéu maquinalmente
Saudavam o morto distraìdos
Estavam todos voltados para a vida
Absortos na vida
Confiantes da vida.

Um no entanto se descobriu
Num gesto largo e demorado
Olhando o esquife longamente
Este sabia que a vida
È uma agitaçao feroz e sem finalidade
Que a vida é traiçao
E saudava a matéria que passava
Liberta para sempre de alma extinta.

domenica 8 settembre 2013

poesia dura



Manuel Ribeira

Momento in un caffè

Quando il funerale passò
Gli uomini che si trovavano nel caffè
Si tolsero meccanicamente i cappelli
Salutavano il morto distratti
Erano tutti rivolti alla vita
Assorti nella vita
Fiduciosi della vita

Uno tuttavia si tolse il cappello
Con un gesto ampio e lento
Guardando lungamente il feretro
Questi sapeva che la vita
È un’agitazione feroce e senza finalità
Che la vita è tradimento
E salutava la materia che passava
Liberata per sempre dall’anima estinta


Se  non fosse per Guglielmo Gaviani non lo conoscerei

lunedì 2 settembre 2013

ricordando Violeta Parra



*Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me dió dos luceros,


Que cuando los habro


Perfecto distingo,


Lo negro del Blanco,


Y en el alto cielo,


Su fondo estrellado,


Y en las multitudes


Al ombre que yo amo…

Grazie alla vita che 
mi ha dato tanto,
 mi ha dato due astri 
che quando li apro perfettamente distinguo 
il nero dal bianco,
 e nell’alto cielo 
il suo sfondo stellato, 
e tra le moltitudini 
l’uomo che amo…
Violeta Parra 1917-1967

sabato 31 agosto 2013

ringraziamento in 140 caratteri

Stamattina un vento chiaretto fruscia nel càrpino
ma tacciono passeri corvi merli
Non ascoltasti stanotte il canto dell'usignolo?
alza le palme e rendi grazie
m.p.

venerdì 30 agosto 2013

il viaggio dell'anima poetica

Addio al poeta Séamus Heaney, Nobel per la letteratura






"Che scorra, scorra pure
il viaggio dell’anima con la sua guida,
ed i misteri di intermediari col bastone!....

sabato 24 agosto 2013

Dicono di me

"Piangere l'assenza di una persona è un po' come innamorarsene di nuovo"
Eleanor Dymott

sabato 10 agosto 2013

oggi


Tutto questo silenzio che ronza
che mi pulsa in testa
Questa mancanza di colori, di suoni, di odori
Questo ottundimento
Questo galleggiamento ovattato
in una nuvolaglia 
di presenze assenti.
Tutto questo ha un nome? 
Io non lo conosco
Forse potrei chiamarlo me
Forse potrei chiamarlo oggi

lunedì 5 agosto 2013

nient'altro


Alla fine alla fine
Una cosa la so
Di una sola fra mille 
Posso dire: io la so
Io so che cosa è amore.

Scrivereste questo per me?
Solo questo di me?
m.p.

sabato 27 luglio 2013

il noi


Se io sono tu
e tu sei noi
non si comprende il mio stare
e il tuo essere stato

Non si comprende
l'infondatezza ai sensi
del mondo superstite
le briciole di storia
le foto
i vestiti riposti nell'armadio

Se tu sei me
e io sono noi
la fenditura non si comprende
né il tempo che vi scorre
ammantato di oscuro senso
m.p.

sabato 20 luglio 2013

Gioconda


Nuvole scivolano sul fondale del cielo
indosso un sorriso da Gioconda  
e un trapassato remoto


La fontanella viva del parco
fa una pozza
Il piccolo mare di città
non ha sale né onda
m.p.

lunedì 15 luglio 2013

la sposa di guerra


La notte attende il mattino
come la sposa di guerra 
col telegramma tra le mani

Non ci sono soluzioni nel tempo
Un fiume continuo fluisce
di spazio in spazio
portando i giorni e le opere

Il mattino attende la notte
come la sposa di guerra 
che siede col telegramma in grembo.
m.p.

martedì 9 luglio 2013

Il gabbiano nostalgico

Tra sogno e nostalgia
trascorre il roseo della sera
Che fa il gabbiano in città?
Finge nel fiume il brusio lento del mare.
m.p. 

il mio cammino

Il mio cammino
è il mio cammino
so io quando sostare e dove

La mia via è la mia via
non prendo compagni di viaggio

Il mio seno è il mio seno
è asciutto abbastanza
da accogliere solo vecchi amori

La solitudine è libera
viene il momento in cui il suo prezzo
non ci pesa più
m.p.

domenica 7 luglio 2013

il cammino


Tu sei il mio camino de Santiago
la mia Compostela di passi in croce

Questo è successo nelle ore più accecanti:
che mi chiedessi se il Santo mi avrebbe accolto a braccia aperte]

colme di cielo

Tu sei il mio Santiago 
il mio camino por Compostela
dove il Santo 
occhi muti
pallido rossore al volto
non spalanca braccia al cielo
né al caminante
né al suo cammino.
m.p.

mercoledì 3 luglio 2013

bloggo nuda o mi copro?

da "L'opera struggente di un formidabile genio" di Dave Eggers

"Ci sembra che rivelare cose imbarazzanti o private (...) significhi -proprio come per i primitivi che temono che la macchina fotografica gli possa portare via l'anima- che abbiamo dato a qualcuno una cosa che noi identifichiamo come i nostri segreti, il nostro passato e le sue zone oscure, la nostra identità, nella convinzione che rivelare le nostre abitudini o le nostre perdite o le nostre imprese in qualche modo ci deprivi di qualcosa. Ma in realtà è proprio il contrario, di più è di più è di più, più si sanguina più si dà. Queste cose, i dettagli, le storie e quant'altro, sono come la pelle di cui i serpenti si spogliano, lasciandola a chiunque da guardare. Che cosa gliene frega al serpente di dov'è la sua pelle, di chi la vede? la lascia lì dove ha fatto la muta. Ore, giorni o mesi dopo, noi troviamo la pelle e scopriamo qualcosa del serpente, quant'era grosso, quanto era lungo approssimativamente, ma ben poco altro. Sappiamo dove si trova il serpente adesso? A cosa sta pensando? No....quella pelle non è più sua, la indossava perché ci era cresciuto dentro, ma poi si è seccata e gli si è staccata di dosso..."