Ricetta della Minestrina di Nain
Arrivando al tramonto in un caravanserraglio approssimativamente trasformato in locanda, dopo trecento chilometri di deserto su una strada dritta-e sottile- come una spada, uscendo da una tempesta di vento che vi ha quasi uccisi, troverete questa minestrina non solo appropriata ma squisita. È indicata in tutte le situazioni di stress estremo.
Acqua salata sul fuoco, scottarvi appena una pastina, condire con succo di lime, rosso di uovo e, in mancanza di panir-il formaggio fresco iraniano- abbondante parmigiano.
Versarla su del pane raffermo per ottenere una zuppa.
Qualcuno storcerà il naso: ma che rob’è? È quello che ho detto, una semplice minestrina. Ma è leggera, delicata, profumata. E nutriente insieme.
Dopo la minestrina di Nain, il mondo e le sue beghe scompaiono in una lontananza rassicurante. Il nostro stomaco è a posto. Ha ricevuto la sua attenzione e la sua cura.
Quella notte io dormii uno dei sonni migliori della mia vita. Dimenticai la fatica di quella tappa pesante e la paura di avanzare nel vorticare della sabbia, in un nulla che mulinava e mugghiava, mentre la polvere entrava nel naso e si metteva in gola. Soprattutto scacciai dalla mia mente il momento orribile in cui i fari trasformarono in muro impenetrabile l’impalpabile polvere rossastra e ci ritrovammo di colpo muso a muso con una grossa berlina che ci veniva incontro, in corsa folle, dalla direzione opposta; lo scarto all’ultimo secondo che ci buttò fuori della pista e lo sforzo affannoso per rientrare sulla carreggiata, mentre intorno tutto vorticava, fischiava, ruggiva, nella notte del deserto.
Una tempesta di sabbia è molto peggio della nebbia. Ha lo stesso effetto di disorientamento e accecamento, ma è accompagnata da un concerto pauroso di suoni minacciosi ed ha un corpo palpabile.
Quando infine arrivammo a Nain, lasciandoci alle spalle la tempesta e il fantasma di un incidente mortale schivato per un’inezia, non trovai la forza di ordinare niente e al cameriere del caravanserraglio che mi chiedeva che cosa volessi, risposi solo con un muto sguardo. Lui scelse oculatamente per me, mio marito e mia figlia, la minestrina di Nain, più un conforto che una pietanza.
In suo ricordo, quando chiediamo al cibo, non di saziarci, né di stuzzicarci, né di sbalordirci, ma semplicemente di ristabilire in noi una sensazione di “a posto” leggero, in famiglia facciamo ricorso alla “Minestrina di Nain”.
Certo, per noi ha un sapore speciale, ma sono sicura che piacerà anche a voi. Quello che bisogna imparare non è l’esecuzione del piatto, così modesta, ma la scelta del momento giusto.
Di ritorno dagli acquisti di Natale potrebbe essere uno di quei momenti.
venerdì 14 dicembre 2007
giovedì 13 dicembre 2007
c'era una volta...
Ieri pomeriggio ho lavorato ad un grande album fotografico che sto preparando per mio nipote Tommaso. Per quando saprà leggere. È in pratica un albero genealogico che, a partire dalla sua mamma e dal suo papà, risale indietro nel tempo. Per ognuno degli antenati di Tommaso metto una foto e una breve scheda descrittiva.
Sto ricostruendo per lui la storia della sua famiglia. In un certo senso gli sto presentando tutti i suoi avi. Vorrei che non andasse perduto il ricordo delle persone le cui vite hanno dato vita alla sua.
Ho raccolto foto, storie e ricordi dei miei famigliari, e ho messo insieme tutte le notizie che ho potuto. Una cugina mi ha aiutato in questo. Mi accorgo però che ci sono domande alle quali ormai nessuno più può rispondere, poiché i nostri genitori sono morti.
Questa ricostruzione di un albero genealogico è un’operazione insieme malinconica e divertente. Andando indietro nel tempo, le note diventano sempre più corte, le vite si racchiudono in poche frasi. I dati anagrafici, qualche ricordo, una pennellata, un’immagine. Mi sembra di assistere a quell’effetto cinematografico, di cui ignoro il nome, per cui le immagini si allontanano rapidamente divenendo sempre più piccole.
Ma ogni tanto, una storia ascoltata chissà quante volte in famiglia, mi torna in mente e ancora mi viene da ridere. Mio nonno Giulio, famoso per le sue sfuriate, che frulla via il minestrone che mia nonna Agnese si ostinava a servirgli troppo caldo e subito dopo si inginocchia a pulire e si scusa con la moglie (che adorava): “Agnesì abbi pazienza, ti chiedo scusa, abbi pazienza”. E Agnesina, mite ma testarda, che, prima di servirgli una nuova scodella di minestrone, lo riscalda ancora! L’intraprendenza della mia bisnonna Martina, di favolosa bellezza, figlia di un mugnaio, che fa innamorare il gentiluomo di origine spagnola che poi la sposerà, spolverandolo di farina.
Storie su storie.
Confesso che ho la brutta abitudine di fare regali a Tommasino. Mia figlia mi rimprovera per questo. Ma a mia scusante voglio dire che Tommaso ha un modo irresistibile di chiedermi un regalo, senza chiedermelo. In un certo senso si offre di farmene lui uno. Ha capito che il mio piacere di regalargli qualche cosa è grande almeno quanto il suo di riceverla. Così, mi interpella gentilmente: "E’ questo nonna il pupazzo che mi vuoi regalare?" Pupazzo di cui fino ad un secondo prima ignoravo l’esistenza e che mai mi ero sognata di regalargli. Ma da quel momento il mio desiderio di regalargli quel pupazzo si fa impellente. Comunque, pur essendo forse troppo prodiga, so che il regalo che sto preparando per lui è molto più bello di tutti i pupazzi che gli ho comprato (e che continuerò a comprargli!). Sono sicura che verrà un giorno in cui lo apprezzerà fino in fondo.
Ho scoperto che riesco a risalire fino ai genitori dei miei trisavoli (come si chiamano? Semplicemente avi?). E se avessi sufficiente fiato narrativo, e una capacità di ricercatrice che mi manca del tutto, avrei solo l’imbarazzo della scelta. Tra queste figure del passato ci sono infatti vite che varrebbe davvero la pena raccontare.
Musicisti, ferrovieri, marinai, pedagogiste, stornellatori, ostetriche, donne di mondo, banchieri, pittrici, mugnaie, colti, incolti, poveri, ricchi, anarchici e comunisti,(più una delegata del fascio a Tripoli, ma, come si dice in ogni famiglia, NON DALLA MIA PARTE). Tutta una schiera di figure, divenute tutte favolose. E le foto, andando indietro nel tempo sono sempre più straordinarie, ho addirittura un dagherrotipo!
Intendiamoci, per fare un lavoro di questo genere, ci vuole la giornata adatta. Non tutti i giorni vanno bene per tuffare le mani nella storia. Così il lavoro va avanti da mesi e altri ne richiederà.
Però secondo me è un esercizio bellissimo e mi permetto di consigliarlo a tutti.
Sono sicura che in ogni famiglia ci sono vite favolose da raccontare. Fermo restando che ogni vita, la più oscura e modesta, la più piatta e banale, contiene un nucleo di verità umana che merita un racconto. Naturalmente, più la vita è banale, più grande dev’essere l’arte di chi la racconta.
Sto ricostruendo per lui la storia della sua famiglia. In un certo senso gli sto presentando tutti i suoi avi. Vorrei che non andasse perduto il ricordo delle persone le cui vite hanno dato vita alla sua.
Ho raccolto foto, storie e ricordi dei miei famigliari, e ho messo insieme tutte le notizie che ho potuto. Una cugina mi ha aiutato in questo. Mi accorgo però che ci sono domande alle quali ormai nessuno più può rispondere, poiché i nostri genitori sono morti.
Questa ricostruzione di un albero genealogico è un’operazione insieme malinconica e divertente. Andando indietro nel tempo, le note diventano sempre più corte, le vite si racchiudono in poche frasi. I dati anagrafici, qualche ricordo, una pennellata, un’immagine. Mi sembra di assistere a quell’effetto cinematografico, di cui ignoro il nome, per cui le immagini si allontanano rapidamente divenendo sempre più piccole.
Ma ogni tanto, una storia ascoltata chissà quante volte in famiglia, mi torna in mente e ancora mi viene da ridere. Mio nonno Giulio, famoso per le sue sfuriate, che frulla via il minestrone che mia nonna Agnese si ostinava a servirgli troppo caldo e subito dopo si inginocchia a pulire e si scusa con la moglie (che adorava): “Agnesì abbi pazienza, ti chiedo scusa, abbi pazienza”. E Agnesina, mite ma testarda, che, prima di servirgli una nuova scodella di minestrone, lo riscalda ancora! L’intraprendenza della mia bisnonna Martina, di favolosa bellezza, figlia di un mugnaio, che fa innamorare il gentiluomo di origine spagnola che poi la sposerà, spolverandolo di farina.
Storie su storie.
Confesso che ho la brutta abitudine di fare regali a Tommasino. Mia figlia mi rimprovera per questo. Ma a mia scusante voglio dire che Tommaso ha un modo irresistibile di chiedermi un regalo, senza chiedermelo. In un certo senso si offre di farmene lui uno. Ha capito che il mio piacere di regalargli qualche cosa è grande almeno quanto il suo di riceverla. Così, mi interpella gentilmente: "E’ questo nonna il pupazzo che mi vuoi regalare?" Pupazzo di cui fino ad un secondo prima ignoravo l’esistenza e che mai mi ero sognata di regalargli. Ma da quel momento il mio desiderio di regalargli quel pupazzo si fa impellente. Comunque, pur essendo forse troppo prodiga, so che il regalo che sto preparando per lui è molto più bello di tutti i pupazzi che gli ho comprato (e che continuerò a comprargli!). Sono sicura che verrà un giorno in cui lo apprezzerà fino in fondo.
Ho scoperto che riesco a risalire fino ai genitori dei miei trisavoli (come si chiamano? Semplicemente avi?). E se avessi sufficiente fiato narrativo, e una capacità di ricercatrice che mi manca del tutto, avrei solo l’imbarazzo della scelta. Tra queste figure del passato ci sono infatti vite che varrebbe davvero la pena raccontare.
Musicisti, ferrovieri, marinai, pedagogiste, stornellatori, ostetriche, donne di mondo, banchieri, pittrici, mugnaie, colti, incolti, poveri, ricchi, anarchici e comunisti,(più una delegata del fascio a Tripoli, ma, come si dice in ogni famiglia, NON DALLA MIA PARTE). Tutta una schiera di figure, divenute tutte favolose. E le foto, andando indietro nel tempo sono sempre più straordinarie, ho addirittura un dagherrotipo!
Intendiamoci, per fare un lavoro di questo genere, ci vuole la giornata adatta. Non tutti i giorni vanno bene per tuffare le mani nella storia. Così il lavoro va avanti da mesi e altri ne richiederà.
Però secondo me è un esercizio bellissimo e mi permetto di consigliarlo a tutti.
Sono sicura che in ogni famiglia ci sono vite favolose da raccontare. Fermo restando che ogni vita, la più oscura e modesta, la più piatta e banale, contiene un nucleo di verità umana che merita un racconto. Naturalmente, più la vita è banale, più grande dev’essere l’arte di chi la racconta.
politica oggi
La politica italiana pre-vista da Giacomo Leopardi in “Zibaldone di pensieri”
"Oggi la gara di onore è più fra coloro che compongono una stessa armata che fra le armate nemiche: anticamente per lo contrario. Oggi per conseguenza il soldato invidia e quindi odia il suo compagno più che il nemico: anticamente per lo contrario. Oggi egli si duol più di un vantaggio riportato da un suo emulo sopra il nemico che de’ vantaggi del nemico...Anticamente tutto era egoismo nazionale oggi tutto è egoismo individuale."
"Oggi la gara di onore è più fra coloro che compongono una stessa armata che fra le armate nemiche: anticamente per lo contrario. Oggi per conseguenza il soldato invidia e quindi odia il suo compagno più che il nemico: anticamente per lo contrario. Oggi egli si duol più di un vantaggio riportato da un suo emulo sopra il nemico che de’ vantaggi del nemico...Anticamente tutto era egoismo nazionale oggi tutto è egoismo individuale."
mercoledì 12 dicembre 2007
post al volo
Voglia solo dare il mio "Bentornato" a Baluginando e invitarvi ad un brindisi alla sua salute. E anche a quella di tutti noi, perché no?
I blogger con un penchant per l'alcool non ne approfittino, please! Non sono nemmeno le 9 del mattino!
ciaociao
I blogger con un penchant per l'alcool non ne approfittino, please! Non sono nemmeno le 9 del mattino!
ciaociao
post it
Credo di avervi già detto che ho l’abitudine di porre ogni nuovo anno sotto la speciale protezione e guida di una massima, scelta tra le tante che donne e uomini saggi ci hanno offerto. Scelgo il mio motto per l’anno che viene e nel corso dei mesi tento di assimilare la sua lezione, di farla mia, di interiorizzarla. La massima diventa una specie di talismano, mi accompagna con un mormorìo costante. Interviene ogni tanto a raddrizzare la mia direzione, a riportarmi su una strada che l’irriflessione potrebbe rendere pericolosa o anche solo amara per me. Invece di leggere un oroscopo che mi dica come sarà il nuovo anno, mi tengo ben chiara in mente una esortazione che mi aiuti a viverlo.
È nell'ultimo mese dell’anno che scelgo quello che sarà il mio motto per l’anno che sta per venire. Sono gli umori, le considerazioni, le riflessioni dicembrine che mi segnalano l’ammonimento di cui ho bisogno in questo preciso momento della mia vita.
Scelgo così il pensiero che mi dedico, la massima che scolpisco per me e che traccio sulla mia nuova agenda ed ovunque io la possa quotidianamente vedere.
Qualche volta una lettura provvidenzialmente effettuata proprio sul finire di dicembre mi offre l’illuminazione di cui ho bisogno. Altre volte rimugino confusamente pensieri che di botto si chiariscono e, con l’idea ben chiara in mente, vado a ritrovare nelle mie carte quella massima divenuta subitaneamente la mia massima del momento.
Quest’anno è andata così.
Leggevo -Approfitto per aprire una parentesi. Io odio quelli che dicono “rileggevo”, snob che vogliono dimostrare di aver già tutto letto, di essere i primi, i primissimi della classe. Mentitori, inoltre, perché secondo me non “rileggiamo” mai. Ogni rilettura di un testo essendo una lettura “nuova”- dicevo dunque, leggevo Seneca, “Lettere a Lucilio” e sono caduta su questo piccolo paragrafo:
Quaeris quid profecerim? amicus esse mihi.Mi chiedi quali progressi io abbia fatto? ho imparato ad essermi amico.
Di botto mi è stato chiaro: in quest’ anno che viene io voglio imparare ad essere mia amica. Il mio motto sarà dunque “Amica esse mihi”.
Senza però dimenticare, ma anzi sempre tenendo a mente che, per essere mia amica, c’è qualche altra cosa che devo preliminarmente fare. Ed è sempre Seneca, sempre nelle Lettere a Lucilio a dirmelo “Ita fac: vindica te tibi". Questo "Vindica te tibi" mi ha già fatto compagnia in anni passati. Ma è un precetto piuttosto ardua da seguire e non sarà male "ripassarlo" un po'.
Ecco questa sarà la mia massima per l’anno 2008.
Rivendicare me stessa per me ed essermi amica.
Speriamo di farcela.

È nell'ultimo mese dell’anno che scelgo quello che sarà il mio motto per l’anno che sta per venire. Sono gli umori, le considerazioni, le riflessioni dicembrine che mi segnalano l’ammonimento di cui ho bisogno in questo preciso momento della mia vita.
Scelgo così il pensiero che mi dedico, la massima che scolpisco per me e che traccio sulla mia nuova agenda ed ovunque io la possa quotidianamente vedere.
Qualche volta una lettura provvidenzialmente effettuata proprio sul finire di dicembre mi offre l’illuminazione di cui ho bisogno. Altre volte rimugino confusamente pensieri che di botto si chiariscono e, con l’idea ben chiara in mente, vado a ritrovare nelle mie carte quella massima divenuta subitaneamente la mia massima del momento.
Quest’anno è andata così.
Leggevo -Approfitto per aprire una parentesi. Io odio quelli che dicono “rileggevo”, snob che vogliono dimostrare di aver già tutto letto, di essere i primi, i primissimi della classe. Mentitori, inoltre, perché secondo me non “rileggiamo” mai. Ogni rilettura di un testo essendo una lettura “nuova”- dicevo dunque, leggevo Seneca, “Lettere a Lucilio” e sono caduta su questo piccolo paragrafo:
Quaeris quid profecerim? amicus esse mihi.Mi chiedi quali progressi io abbia fatto? ho imparato ad essermi amico.
Di botto mi è stato chiaro: in quest’ anno che viene io voglio imparare ad essere mia amica. Il mio motto sarà dunque “Amica esse mihi”.
Senza però dimenticare, ma anzi sempre tenendo a mente che, per essere mia amica, c’è qualche altra cosa che devo preliminarmente fare. Ed è sempre Seneca, sempre nelle Lettere a Lucilio a dirmelo “Ita fac: vindica te tibi". Questo "Vindica te tibi" mi ha già fatto compagnia in anni passati. Ma è un precetto piuttosto ardua da seguire e non sarà male "ripassarlo" un po'.
Ecco questa sarà la mia massima per l’anno 2008.
Rivendicare me stessa per me ed essermi amica.
Speriamo di farcela.
martedì 11 dicembre 2007
sognando con Pitagora di Samo
Apprezzo, chi sa fare i conti con la realtà. Chi, senza privarsi del desiderio e del sogno, sa tener conto dei limiti che la realtà gli impone. Chi si adopra ad allentare le maglie del reale, a forzarle tenacemente, con la costante pressione della sua volontà, per fare spazio all’esaudimento di uno, due, pochi desideri.
Apprezzo chi soppesa le forze contrarie ai suoi desideri, e, lungi dal lasciarsi andare alla tentazione della spallata, prende ferma posizione sul suolo, in buona aderenza, bilancia il suo peso-di cui ha stima precisa e non illusoria-e sostiene l’impeto delle avversità, continuando a traguardare il suo scopo.
Apprezzo chi non si rappresenta a se stesso come ultras della volontà, come super-eroe armato di una spada di luce, a tutto temprata e capace di recidere ogni ostacolo. Ma riconoscendo la necessità della battaglia e del coraggio e sapendo di avere un braccio legato dietro la schiena-come chiunque altro-ambisce, innanzitutto, a battersi con onore e a riportare, tutte, le vittorie che si potevano riportare.
Queste considerazioni, in fondo, non sono altro che l’enunciato di un classicissimo teorema applicabile al triangolo costituito da noi, dalla realtà, e dai nostri sogni.
Dice Pitagora: La somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa. Operiamo una piccola inversione, non di senso, no, solo per maggiore chiarezza. L’area del quadrato costruito sull’ipotenusa (il sogno) è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti (noi stessi e la realtà).
In un triangolo rettangolo noi siamo il cateto a e la realtà è il cateto b. I due cateti si incontrano. Di più: l’uno e l’altro sono uniti, non c’è triangolo se non sono uniti. Noi prendiamo inizio dalla realtà e lei ci tocca. Sta lì bella piatta, ferma, certa. Noi posiamo su quella realtà e ci solleviamo da quella realtà. Davanti a noi si apre l’ipotenusa. L’ipotenusa è quella che dà slancio al triangolo. Guardatela: l’ipotenusa si spalanca, è come un campo, una prateria di fronte a noi.
Correre su quella prateria, che voglia!
Ma, dice Pitagora, quel campo, per quanto tu possa immaginartelo sterminato, fiorito, profumato, quel campo ha dei confini netti, già decisi. La vastità di quel campo risponde ad una regola precisa e sarà bene che tu la conosca.
La sua area non potrà mai travalicare la somma dei tuoi sforzi, delle tue capacità, dei tuoi talenti da un lato e della realtà, con le sue costrizioni, dall’altro.
Voi due, a e b vi sommerete, resterete uniti, la vastità del sogno sarà pari a voi due uniti, attaccati, serrati. Tu, a, dalla realtà non potrai prescindere. E lei, b, non si lascerà annientare. No, non ti dominerà interamente, ma ti terrà stretto. E, sì, potrai incidervi il tuo segno, ma non sovvertirla.
Parlava di questo Pitagora? No di certo. Eppure questo sapeva. Ed io sono affascinata da quest’uomo così spericolato nelle sue fantasie immaginative, nel suo divincolarsi dalle strettoie della realtà, che però se ne sta lì ad indagarne le regole. E dà l’esempio più concreto di quanto, minimamente, penso.
Noi, i nostri sogni e la realtà siamo uniti da un rapporto interno che possiamo forzare ma mai infrangere.
Saperlo non deve scoraggiarci. Non dobbiamo leggerlo come un verdetto definitivo, ma come la prima delle carte che la vita ci mette in mano: la consapevolezza. E giocarcela.
lunedì 10 dicembre 2007
transumanza
L’esercizio del ricordo si può fare solo di notte, quando tutti gli altri fanno l’esercizio del sonno.
Allora nel silenzio gonfio può avere inizio la pesca. Ora una immagine, ora un suono, ora una faccia, ora un episodio. Stanotte ho pescato un suono. Il calpestìo dei greggi di pecore, nelle notti primaverili, sulla via Labicana. I greggi attraversavano la città di notte, lentamente, pazientemente. Da lontano si sentivano i campanacci sonori, lenti, qualche fischio di pastore che richiamava i cani, forse distratti dagli odori insoliti, al loro lavoro. Era tutto lì: calpestio, campanacci, qualche fischio. E i belati tremuli. Un coro di belati. I suoni si avvicinavano, riempivano l’aria notturna per qualche minuto e poi si allontanavano. Sparivano lontano. Dove? Dove andavano i greggi in quelle notti? Da dove venivano? Non l’ho mai saputo con precisione.
Mi svegliavano verso le quattro del mattino, e a piedi nudi, nella mia camicia di cotone bianco, correvo alla finestra. Aprivo le persiane e affondavo lo sguardo nel buio per vedere le pecore scorrere. Ma non si vedeva niente. Le pecore erano puro suono, solo suono. Misterioso, dolce, confortante. Ho tentato di ricostruirne il percorso. Venivano dal nord, dal viterbese credo. Entravano in città da Piazza del Popolo, percorrevano tutto il Corso, via dei Fori Imperiali, passavano accanto al Colosseo e poi sulla Labicana, sotto casa. E poi? un’amica mi ha detto tempo fa che arrivavano dalle parti di casa sua. Anche lei le sentiva arrivare. E si fermavano a pascolare nei pressi della stazione Tiburtina. Allora lì era campagna. Facevano il percorso inverso alla fine dell’estate, ma dove si aggirassero in quei mesi non l’ho mai saputo. Greggi e greggi sono arrivate dal Colosseo e si sono allontanate verso Porta Maggiore e poi sono tornate indietro e hanno ripreso la loro strada verso il nord. Lo hanno fatto per secoli. In quanti quadri le si vede pascolare tra le rovine dei Fori!
E ancora nella mia adolescenza sfilavano lente, pecore notturne, pecore sapienti. Entravano nella mia vita, mi appartenevano per quel breve tratto, poi mi lasciavano. Alcune volte restavo a letto, sorridevo tra il sonno e la veglia, cullata da quei belati gentili, da quello scalpiccio soffice, raccolta in quei suoni fiduciosi, rassicuranti. Mi riaddormentavo mentre ancora sfilavano. L’unico modo per vederle era immaginarle, aiutata da quei suoni. E poi sognarle, qualche volta. Per questo le pecore nonostante la loro normalità, la loro semplicita di creature comuni, sono restate per me animali un po’ favolosi, circondati di mistero. Delle pecore non si sa. Delle pecore si può dire poco. Camminano, nella notte cittadina, invisibili, sonore ma celate.
Vengono. Vanno. Non si sa da dove. Non si sa dove. Pecore. Misteriose.
L’esercizio del ricordo è stato un buon esercizio questa notte. La pesca è stata fortunata. Voglio provare ad addormentarmi in questo ricordo, circondata, protetta da questo ricordo. Che si oppone a tutto, ad ogni altro suono, ad ogni altro frastuono.
Allora nel silenzio gonfio può avere inizio la pesca. Ora una immagine, ora un suono, ora una faccia, ora un episodio. Stanotte ho pescato un suono. Il calpestìo dei greggi di pecore, nelle notti primaverili, sulla via Labicana. I greggi attraversavano la città di notte, lentamente, pazientemente. Da lontano si sentivano i campanacci sonori, lenti, qualche fischio di pastore che richiamava i cani, forse distratti dagli odori insoliti, al loro lavoro. Era tutto lì: calpestio, campanacci, qualche fischio. E i belati tremuli. Un coro di belati. I suoni si avvicinavano, riempivano l’aria notturna per qualche minuto e poi si allontanavano. Sparivano lontano. Dove? Dove andavano i greggi in quelle notti? Da dove venivano? Non l’ho mai saputo con precisione.
Mi svegliavano verso le quattro del mattino, e a piedi nudi, nella mia camicia di cotone bianco, correvo alla finestra. Aprivo le persiane e affondavo lo sguardo nel buio per vedere le pecore scorrere. Ma non si vedeva niente. Le pecore erano puro suono, solo suono. Misterioso, dolce, confortante. Ho tentato di ricostruirne il percorso. Venivano dal nord, dal viterbese credo. Entravano in città da Piazza del Popolo, percorrevano tutto il Corso, via dei Fori Imperiali, passavano accanto al Colosseo e poi sulla Labicana, sotto casa. E poi? un’amica mi ha detto tempo fa che arrivavano dalle parti di casa sua. Anche lei le sentiva arrivare. E si fermavano a pascolare nei pressi della stazione Tiburtina. Allora lì era campagna. Facevano il percorso inverso alla fine dell’estate, ma dove si aggirassero in quei mesi non l’ho mai saputo. Greggi e greggi sono arrivate dal Colosseo e si sono allontanate verso Porta Maggiore e poi sono tornate indietro e hanno ripreso la loro strada verso il nord. Lo hanno fatto per secoli. In quanti quadri le si vede pascolare tra le rovine dei Fori!
E ancora nella mia adolescenza sfilavano lente, pecore notturne, pecore sapienti. Entravano nella mia vita, mi appartenevano per quel breve tratto, poi mi lasciavano. Alcune volte restavo a letto, sorridevo tra il sonno e la veglia, cullata da quei belati gentili, da quello scalpiccio soffice, raccolta in quei suoni fiduciosi, rassicuranti. Mi riaddormentavo mentre ancora sfilavano. L’unico modo per vederle era immaginarle, aiutata da quei suoni. E poi sognarle, qualche volta. Per questo le pecore nonostante la loro normalità, la loro semplicita di creature comuni, sono restate per me animali un po’ favolosi, circondati di mistero. Delle pecore non si sa. Delle pecore si può dire poco. Camminano, nella notte cittadina, invisibili, sonore ma celate.
Vengono. Vanno. Non si sa da dove. Non si sa dove. Pecore. Misteriose.
L’esercizio del ricordo è stato un buon esercizio questa notte. La pesca è stata fortunata. Voglio provare ad addormentarmi in questo ricordo, circondata, protetta da questo ricordo. Che si oppone a tutto, ad ogni altro suono, ad ogni altro frastuono.
domenica 9 dicembre 2007
i figli del vento cantano
Per i Rom la scrittura è un codice tipico di noi gagè, e l'oralità è la forma in cui la tradizione romanì tramanda lingua e cultura. Ma i Rom che vivono in Europa sono ormai immersi, da secoli, in un ambiente fortemente letterato e scolarizzato, che utilizza la scrittura in maniera intensiva. Questo comporta che benché tale codice sia concepito come sostanzialmente estraneo alla loro cultura, i Rom sentano l'inevitabile esigenza di accostarvisi.
La letteratura romanì si sviluppa nel corso del XX secolo, in Italia nella seconda metà, probabilmente a seguito della crescente sedentarizzazione, conseguenza del boom economico degli anni sessanta. In quegli anni infatti alcuni gruppi (i Sinti al nord e i Rom abruzzesi al centro-sud), si integrano nella nostra società. Nasce contemporaneamente la coscienza di appartenere ad una nazione, che spinge i Rom ad organizzarsi, a fondare le loro associazioni culturali ed artistiche, a tentare di rendersi visibili, in una società sempre più mediatizzata, ricorrendo alla scrittura.

Il pioniere di questo tentativo di ribadire la propria esistenza culturale è Santino Spinelli, in arte Alexian, rom abruzzese nato nel 1964. Spinelli, musicista e cantautore, si laurea in lingue a Bologna e si dedica allo studio del patrimonio culturale del suo popolo. Pubblica diverse raccolte poetiche, e, attraverso l'organizzazione di un Premio Artistico Internazionale "Amico Rom", contribuisce alla raccolta di antologie poetiche che sono sia strumento prezioso per noi gagè per la conoscenza della letteratura rom, che primi materiali stampati di riferimento per le comunità rom stesse.
Dal 2002 insegna Letteratura e cultura romanì presso l'Università di Trieste.
La poesia è il genere letterario più diffuso della produzione romanì. Questo dipende dalla grande affinità di questo mezzo espressivo con la musica, da sempre parte integrante dell'esistenza dei Rom. Tuttora numerose composizioni poetiche nascono come testi di canzoni.
I temi di questa poesia sono la romanipè, "ziganità", cioè il sentirsi zingari nel profondo e con fierezza, il valore del ricordo e della memoria collettività e la libertà, esigenza irrinunciabile.
La natura è molto presente in questa poesia, in cui il senso di comunione con i suoi elementi primordiali, si esprime attraverso il ricorso ad immagini fortemente simboliche: il fuoco, la terra, il vento, l'acqua.
Il fuoco è la famiglia e la comunità, attorno al fuoco si riuniscono gli affetti, si consolidano i rapporti, si fanno veglie, canti, balli.
La terra è la stasi finale, l'approdo alla morte e alla sepoltura.
Il vento è l'elemento più tipico -"figli del vento" per antonomasia sono i Rom. Il vento è simbolo della libertà ma anche della incomunicabilità con le culture altre e della solitudine rom.
L'acqua infine, appare come simbolo dell'inconscio personale ma soprattutto collettivo, elemento del rinnovamento continuo, del cambiamento, della purificazione.
Queste poche note le ho apprese dal volume Versi dal silenzio a cura di Maurizio Pagani e Giorgio Bezzecchi Edizoni Progetto cultura. Si tratta di una piccola antologia con 37 liriche composte nella seconda metà del XX secolo.
Ventidue autori, alcuni italiani altri stranieri.
Ne riporto alcune.
Nicolàs Jimènez Gonzàles
proviene da Madrid
SUL VENTO DELLA NOTTE
Il vento mi invita a riflettere
a guardare la mia anima
qui trovo tutto ciò che cerco:
il lavoro della terra,
le antiche parole dei vecchi,
Boomer, il mio cagnolino,
la casa di mio padre,
i miei amati libri.
Finalmente il mio mondo pieno
dei miei giorni
pregno dei miei desideri.
Saimir Mile
Rom Albanese, giurista
LA MIA CHITARRA
Cosa farà la mia chitarra
ora che il sole si sta nascondendo dietro la montagna?
Una canzone farà uscire
e il mio cuore diventerà estate.
Quando la notte si abbasserà sopra il fiume
la chitarra non suonerà più
con me dormirà sulle stelle
nascostamente cercherà tra i miei sogni.
Quel sogno che non ho raccontato per la vergogna
la gente lo conoscerò domani
lo so, non posso nasconderlo più
domani la chitarra suonerà di nuovo.
Bruno Morelli
Rom Abruzzese nativo di Avezzano
IL VENTO
Il vento grida forte
è freddo
il sole è morto
non si vede nessuno in giro.
Sono povero come un pidocchio
non ho niente da dare agli altri.
In questo mondo
io sono un albero
e il vento canta
dentro di me.
MIO PADRE
Profumo di cavallo.
Alto, magro, affamato.
Dentro i tuoi occhi
il sorriso, bello.
Tu hai voluto
questo tuo figlio.
Vedo dentro
la crosta della tua pelle
un Rom, un uomo
il nonno, i nostri morti.
Rasim Sejdic
Rom Bosniaco
nella sua opera è presente il ricordo del baro poraimos grande sterminio, l'olocausto della seconda guerra mondiale, quando 500.000 Rom morirono nei campi di sterminio nazisti.
HANNO CALPESTATO IL VIOLINO ZINGARO
Hanno calpestato il violino zingaro
cenere zingara è rimasta
fuoco e fumo
salgono al cielo.
Hanno portato via gli Zingari
i bambini divisi dalle madri
le donne dagli uomini
hanno portato via gli Zingari.
Jasenovac è piena di Zingari
legtai ai pilastri di cemento
pesanti catene ai piedi e alle mani
nel fango in ginocchio.
Sono rimaste a Jasenovac
le loro ossa
denuncia di disumanità
altre albe schiariscono il cielo
e il sole continua a scaldare gli Zingari.
LA VERITA ZINGARA
Dov'è la verità zingara?
Da quando mi ricordo
giro con la tenda il mondo
cerco amore e affetto
giustizia e fortuna.
Sono invecchiato sulla strada
non ho trovato il vero amore.
Non ho sentito la parola giusta
La verità zingara dov'è?
Ramadan Seiful
provenienza macedone
COME UN UCCELLO
Nazùce, tu fuggi
Dal tuo quartiere
Con i tuoi amici
Così graziosamente
Danzi ai matrimoni
Canti come un uccello
Vestita come una regina
Vicino all'albero del cortile per me.
La letteratura romanì si sviluppa nel corso del XX secolo, in Italia nella seconda metà, probabilmente a seguito della crescente sedentarizzazione, conseguenza del boom economico degli anni sessanta. In quegli anni infatti alcuni gruppi (i Sinti al nord e i Rom abruzzesi al centro-sud), si integrano nella nostra società. Nasce contemporaneamente la coscienza di appartenere ad una nazione, che spinge i Rom ad organizzarsi, a fondare le loro associazioni culturali ed artistiche, a tentare di rendersi visibili, in una società sempre più mediatizzata, ricorrendo alla scrittura.
Il pioniere di questo tentativo di ribadire la propria esistenza culturale è Santino Spinelli, in arte Alexian, rom abruzzese nato nel 1964. Spinelli, musicista e cantautore, si laurea in lingue a Bologna e si dedica allo studio del patrimonio culturale del suo popolo. Pubblica diverse raccolte poetiche, e, attraverso l'organizzazione di un Premio Artistico Internazionale "Amico Rom", contribuisce alla raccolta di antologie poetiche che sono sia strumento prezioso per noi gagè per la conoscenza della letteratura rom, che primi materiali stampati di riferimento per le comunità rom stesse.
Dal 2002 insegna Letteratura e cultura romanì presso l'Università di Trieste.
La poesia è il genere letterario più diffuso della produzione romanì. Questo dipende dalla grande affinità di questo mezzo espressivo con la musica, da sempre parte integrante dell'esistenza dei Rom. Tuttora numerose composizioni poetiche nascono come testi di canzoni.
I temi di questa poesia sono la romanipè, "ziganità", cioè il sentirsi zingari nel profondo e con fierezza, il valore del ricordo e della memoria collettività e la libertà, esigenza irrinunciabile.
La natura è molto presente in questa poesia, in cui il senso di comunione con i suoi elementi primordiali, si esprime attraverso il ricorso ad immagini fortemente simboliche: il fuoco, la terra, il vento, l'acqua.
Il fuoco è la famiglia e la comunità, attorno al fuoco si riuniscono gli affetti, si consolidano i rapporti, si fanno veglie, canti, balli.
La terra è la stasi finale, l'approdo alla morte e alla sepoltura.
Il vento è l'elemento più tipico -"figli del vento" per antonomasia sono i Rom. Il vento è simbolo della libertà ma anche della incomunicabilità con le culture altre e della solitudine rom.
L'acqua infine, appare come simbolo dell'inconscio personale ma soprattutto collettivo, elemento del rinnovamento continuo, del cambiamento, della purificazione.
Queste poche note le ho apprese dal volume Versi dal silenzio a cura di Maurizio Pagani e Giorgio Bezzecchi Edizoni Progetto cultura. Si tratta di una piccola antologia con 37 liriche composte nella seconda metà del XX secolo.
Ventidue autori, alcuni italiani altri stranieri.
Ne riporto alcune.
Nicolàs Jimènez Gonzàles
proviene da Madrid
SUL VENTO DELLA NOTTE
Il vento mi invita a riflettere
a guardare la mia anima
qui trovo tutto ciò che cerco:
il lavoro della terra,
le antiche parole dei vecchi,
Boomer, il mio cagnolino,
la casa di mio padre,
i miei amati libri.
Finalmente il mio mondo pieno
dei miei giorni
pregno dei miei desideri.
Saimir Mile
Rom Albanese, giurista
LA MIA CHITARRA
Cosa farà la mia chitarra
ora che il sole si sta nascondendo dietro la montagna?
Una canzone farà uscire
e il mio cuore diventerà estate.
Quando la notte si abbasserà sopra il fiume
la chitarra non suonerà più
con me dormirà sulle stelle
nascostamente cercherà tra i miei sogni.
Quel sogno che non ho raccontato per la vergogna
la gente lo conoscerò domani
lo so, non posso nasconderlo più
domani la chitarra suonerà di nuovo.
Bruno Morelli
Rom Abruzzese nativo di Avezzano
IL VENTO
Il vento grida forte
è freddo
il sole è morto
non si vede nessuno in giro.
Sono povero come un pidocchio
non ho niente da dare agli altri.
In questo mondo
io sono un albero
e il vento canta
dentro di me.
MIO PADRE
Profumo di cavallo.
Alto, magro, affamato.
Dentro i tuoi occhi
il sorriso, bello.
Tu hai voluto
questo tuo figlio.
Vedo dentro
la crosta della tua pelle
un Rom, un uomo
il nonno, i nostri morti.
Rasim Sejdic
Rom Bosniaco
nella sua opera è presente il ricordo del baro poraimos grande sterminio, l'olocausto della seconda guerra mondiale, quando 500.000 Rom morirono nei campi di sterminio nazisti.
HANNO CALPESTATO IL VIOLINO ZINGARO
Hanno calpestato il violino zingaro
cenere zingara è rimasta
fuoco e fumo
salgono al cielo.
Hanno portato via gli Zingari
i bambini divisi dalle madri
le donne dagli uomini
hanno portato via gli Zingari.
Jasenovac è piena di Zingari
legtai ai pilastri di cemento
pesanti catene ai piedi e alle mani
nel fango in ginocchio.
Sono rimaste a Jasenovac
le loro ossa
denuncia di disumanità
altre albe schiariscono il cielo
e il sole continua a scaldare gli Zingari.
LA VERITA ZINGARA
Dov'è la verità zingara?
Da quando mi ricordo
giro con la tenda il mondo
cerco amore e affetto
giustizia e fortuna.
Sono invecchiato sulla strada
non ho trovato il vero amore.
Non ho sentito la parola giusta
La verità zingara dov'è?
Ramadan Seiful
provenienza macedone
COME UN UCCELLO
Nazùce, tu fuggi
Dal tuo quartiere
Con i tuoi amici
Così graziosamente
Danzi ai matrimoni
Canti come un uccello
Vestita come una regina
Vicino all'albero del cortile per me.
sabato 8 dicembre 2007
caccia alla volpe
Animalia quaedam ne inveniri possint vestigia sua circa ipsum cubile confundunt.
Alcuni animali, per non essere scoperti, cancellano le proprie tracce davanti alla loro tana.
Idem tibi faciendum est alioqui non deerunt qui persequantur.
Lo stesso devi fare tu altrimenti non mancherà chi verrà a cercarti.
Qualche volta provo la tentazione di stamparmi dei bigliettini da visita con questa osservazione di Seneca e di tenerne sempre uno con me per consegnarlo a chi, insistentemente, richiede la mia compagnia.
Non mi piace mentire. Ogni volta che è possibile preferisco non farlo.
Ma sono pronta a mentire a chi non mi accetta con le mie- piccole, meschine ma mie- caratteristiche.
Quando declino un invito, dichiaro, generalmente, le ragioni vere per cui lo faccio.
Con chi non le accetta, le contesta, le nega, le minimizza o vuole uniformarmi alle sue, di caratteristiche, non mi resta che cancellare le tracce davanti alla mia tana: mentire. E lo faccio senza rimorso alcuno. Il risultato è paradossale.
Finisce che frequento molto di più le persone che mi lasciano libere di NON frequentarle, che le persone che mi pressano perché le frequenti. Le prime mi lasciano intorno l'aria fresca della libertà, ed incontrarle sarà sempre un piacere; le seconde mi opprimono e me ne dovrò difendere.
Sto preparando una mezza menzogna per un'amica che lo sarebbe molto di più se, invece di rimproverarmi e lamentarsi ogni volta che ci incontriamo, per tutte le volte in cui NON ci incontriamo, semplicemente si godesse la mia compagnia cui sembra tenere così tanto. Lasciandomi godere la sua.
Ho provato a farle questo discorso, liscio liscio come un sillogismo, all'ultimo nostro incontro. Ma non ha sortito nessun risultato. Eccomi quindi qui pronta ad ingannarla come, insistentemente, mi chiede.
Non mi piace la caccia. Non potrei mai essere cacciatore. Ma non sono disposta a farmi preda.
venerdì 7 dicembre 2007
razzisti/seminatori di odio
Aderisco con convinzione all'iniziativa di Ducciop.blog.kataweb.it. Un post tutti insieme contro il razzismo.
In questo paese, che si crede di brava gente, il razzismo si finge folklore (i Calderoli e le sparate bossiane) ma è di sostanza e lo diventa sempre di più. Oltre al Comune di Caravaggio, altri 42 comuni amministrati da leghisti, hanno deciso di vietare il matrimonio a cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno. Intanto a Treviso il consigliere comunale Bettio, dopo aver detto che per gestire il fenomeno immigrazione ci vorrebbero metodi da SS ("per ogni trevigiano danneggiato da un extracomunitario, punirne dieci..), si scusa dichiarando di aver solo voluto difendere sua madre "che ha ricevuto minacce nell'ambito di difficoltà di convivenza nei condomini fra famiglie trevigiane e quelle nuove di immigrati. La mia frase è stata male interpretata, chiedo scusa ma la mamma è la mamma. ". Io penso che anche i figli di p...sono sempre figli di p..
Parlano perché hanno la bocca, ma le loro parole stuzzicano la parte ferina che se ne sta acquattata in ogni essere umano.
Sono pericolosi perché parlano al lato oscuro delle persone, suscitano odio.
In questo paese, che si crede di brava gente, il razzismo si finge folklore (i Calderoli e le sparate bossiane) ma è di sostanza e lo diventa sempre di più. Oltre al Comune di Caravaggio, altri 42 comuni amministrati da leghisti, hanno deciso di vietare il matrimonio a cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno. Intanto a Treviso il consigliere comunale Bettio, dopo aver detto che per gestire il fenomeno immigrazione ci vorrebbero metodi da SS ("per ogni trevigiano danneggiato da un extracomunitario, punirne dieci..), si scusa dichiarando di aver solo voluto difendere sua madre "che ha ricevuto minacce nell'ambito di difficoltà di convivenza nei condomini fra famiglie trevigiane e quelle nuove di immigrati. La mia frase è stata male interpretata, chiedo scusa ma la mamma è la mamma. ". Io penso che anche i figli di p...sono sempre figli di p..
Parlano perché hanno la bocca, ma le loro parole stuzzicano la parte ferina che se ne sta acquattata in ogni essere umano.
Sono pericolosi perché parlano al lato oscuro delle persone, suscitano odio.
improvvisarsi agente letterario
Mattinata alla Fiera della piccola e media editoria.
Ero arrivata da poco quando ho ascoltato involontariamente il dialogo tra un giovane aspirante scrittore e un editore.
Il giovane cercava di capire se nelle collane della casa editrice potesse trovare posto il suo lavoro e sondava la disponibilità a ricevere manoscritti. L'ho seguito con lo sguardo e l'ho visto approdare, in seconda battuta, ad uno stand lì vicino, di uno di quelli che io chiamo pseudo-editori, quelli cioè che si offrono di pubblicare il tuo libro e poi si fanno pagare per farlo, cosicché, in realtà, l'aspirante scrittore, il suo libro se lo pubblica da solo, e non lo vedrà mai né distribuito, né pubblicizzato, né, conseguentemente, mai acquistato né letto.
Su questo aspetto della nostra editoria leggere l'irresistibile, graffiante, ironico, divertentissimo Fìdeg di Paolo Colagrande, Alet editore, premio Campiello Opera Prima 2007. Leggetelo a prescindere dalla storia "malaccostumata" della nostra editoria, leggetelo perché è un libro fuori del comune.
Poiché avevo voglia di chiacchierare con qualcuno ho abbordato il giovane in questione, intervenendo per sconsigliargli ogni e qualsiasi rapporto con il suddetto pseudo-editore.( "Il filo", per l'esattezza.) Ma il giovane era informato ed accorto almeno quanto me e voleva solo fare un po' di intelligence. Dopo poco eravamo amici. Ci eravamo raccontati le nostre esperienze di scrittura e avevamo deciso di auto-promuoverci. Scambievolmente. E siamo partiti per una spedizione a due. Per strade separate abbiamo battuto a tappeto ogni singolo stand. Io proponevo il suo libro, di cui poi vi dirò, lui cercava un editore recettivo per il mio. Appuntamento al bar dopo un'ora. Ho promosso con tenacia e determinazione un libro che non avevo letto perché l'autore era un giovane siciliano intelligente, simpatico, realistico ma non arreso. E lui ha lavorato per me perché io sono una donna aperta, realistica ma non rassegnata e, modeste, simpatica anch'io. Ci siamo divertiti. Dopo la prima ora lui ha tirato fuori dalla tasca del giaccone un suo testo e io me lo sono letto seduta stante sulle scale. E' un racconto lungo, di sole ventotto pagine. BELLISSIMO. Mi ha vietato di dirne la trama. Sono però autorizzata a dire che si svolge a Catania, che ha a che fare con il mondo del lavoro, anzi del non-lavoro e che dimostra, secondo me, che le condizioni di vita materiali, possono uccidere anche i sentimenti. Ma non è un racconto piagnucoloso ed è scritto BENISSIMO. Io spero che qualcuno lo pubblichi. Io non avevo con me il mio manoscritto, ma gliene ho parlato e Antonio, senza averlo letto, ne ha data una definizione che farò mia."Ah-ha detto-debbo cercare un editore sensibile alla storia. Non che pubblichi saggi storici o romanzi storici, ma che accolga testi dove con la storia si discorre. Insomma sul crinale passato/presente." E siamo partiti di nuovo. Alla fine della mattinata ci siamo scambiati informazioni, dritte e auguri. Salutandoci ci siamo promessi che, se verremo un giorno pubblicati, alla prima intervista, dichiareremo senza mezzi termini di dover tutto al nostro incontro in fiera.
Io domani ci torno.
Ero arrivata da poco quando ho ascoltato involontariamente il dialogo tra un giovane aspirante scrittore e un editore.
Il giovane cercava di capire se nelle collane della casa editrice potesse trovare posto il suo lavoro e sondava la disponibilità a ricevere manoscritti. L'ho seguito con lo sguardo e l'ho visto approdare, in seconda battuta, ad uno stand lì vicino, di uno di quelli che io chiamo pseudo-editori, quelli cioè che si offrono di pubblicare il tuo libro e poi si fanno pagare per farlo, cosicché, in realtà, l'aspirante scrittore, il suo libro se lo pubblica da solo, e non lo vedrà mai né distribuito, né pubblicizzato, né, conseguentemente, mai acquistato né letto.
Su questo aspetto della nostra editoria leggere l'irresistibile, graffiante, ironico, divertentissimo Fìdeg di Paolo Colagrande, Alet editore, premio Campiello Opera Prima 2007. Leggetelo a prescindere dalla storia "malaccostumata" della nostra editoria, leggetelo perché è un libro fuori del comune.
Poiché avevo voglia di chiacchierare con qualcuno ho abbordato il giovane in questione, intervenendo per sconsigliargli ogni e qualsiasi rapporto con il suddetto pseudo-editore.( "Il filo", per l'esattezza.) Ma il giovane era informato ed accorto almeno quanto me e voleva solo fare un po' di intelligence. Dopo poco eravamo amici. Ci eravamo raccontati le nostre esperienze di scrittura e avevamo deciso di auto-promuoverci. Scambievolmente. E siamo partiti per una spedizione a due. Per strade separate abbiamo battuto a tappeto ogni singolo stand. Io proponevo il suo libro, di cui poi vi dirò, lui cercava un editore recettivo per il mio. Appuntamento al bar dopo un'ora. Ho promosso con tenacia e determinazione un libro che non avevo letto perché l'autore era un giovane siciliano intelligente, simpatico, realistico ma non arreso. E lui ha lavorato per me perché io sono una donna aperta, realistica ma non rassegnata e, modeste, simpatica anch'io. Ci siamo divertiti. Dopo la prima ora lui ha tirato fuori dalla tasca del giaccone un suo testo e io me lo sono letto seduta stante sulle scale. E' un racconto lungo, di sole ventotto pagine. BELLISSIMO. Mi ha vietato di dirne la trama. Sono però autorizzata a dire che si svolge a Catania, che ha a che fare con il mondo del lavoro, anzi del non-lavoro e che dimostra, secondo me, che le condizioni di vita materiali, possono uccidere anche i sentimenti. Ma non è un racconto piagnucoloso ed è scritto BENISSIMO. Io spero che qualcuno lo pubblichi. Io non avevo con me il mio manoscritto, ma gliene ho parlato e Antonio, senza averlo letto, ne ha data una definizione che farò mia."Ah-ha detto-debbo cercare un editore sensibile alla storia. Non che pubblichi saggi storici o romanzi storici, ma che accolga testi dove con la storia si discorre. Insomma sul crinale passato/presente." E siamo partiti di nuovo. Alla fine della mattinata ci siamo scambiati informazioni, dritte e auguri. Salutandoci ci siamo promessi che, se verremo un giorno pubblicati, alla prima intervista, dichiareremo senza mezzi termini di dover tutto al nostro incontro in fiera.
Io domani ci torno.
giovedì 6 dicembre 2007
morire per vivere alla ThyssenKrupp di Torino
Le morti improvvise possono essere dovute a tantissime circostanze diverse. Tutte ci colpiscono e ci addolorano. Ma morire sul lavoro, morire di lavoro, è insopportabile. Si lavora per vivere, non per morire. Antonio Schiavone aveva 36 anni, una moglie e due figli. Altri suoi nove compagni si trovano in condizioni gravissime, in vari ospedali. Spero che nessuno pronunci la parola "fatalità". Tutte le statistiche sulle morti sul lavoro in Italia dicono che la fatalità non c'entra niente.
Che le condizioni in cui si lavora, sono spesso, di per sé, potenzialmente assassine. Sono queste le cose di cui la politica si deve occupare. Le alchimie elettorali e istituzionali non hanno senso se i governi non si occupano -in primis- della vita "materiale" dei cittadini. Senza dimenticare che la vita "materiale" è anche speranze, desideri, progetti, affetti. E' tutto questo che si rompe quando un uomo muore sul posto di lavoro.
Che le condizioni in cui si lavora, sono spesso, di per sé, potenzialmente assassine. Sono queste le cose di cui la politica si deve occupare. Le alchimie elettorali e istituzionali non hanno senso se i governi non si occupano -in primis- della vita "materiale" dei cittadini. Senza dimenticare che la vita "materiale" è anche speranze, desideri, progetti, affetti. E' tutto questo che si rompe quando un uomo muore sul posto di lavoro.
paradise is not yet lost!
Cari amici oggi apre la Fiera della piccola e media editoria e io mi ci tuffo dentro. L'aspettavo con impazienza e me la voglio godere fino all'ultimo libro dell'ultimo stand.A presto.
mercoledì 5 dicembre 2007
lacrime pubbliche dolore privato
Ieri mattina, in strada, ho visto venire verso di me una donna bionda di una quarantina di anni. Le lacrime le scorrevano sulle guance, aveva gli occhi rossi e la faccia stravolta. Negli ultimi due passi, prima di incrociarla, d’istinto ho pensato di fermarla, di chiederle se stesse bene e se potessi fare qualche cosa per lei; nell’ultimo metro ho pensato che forse voleva solo essere lasciata sola al suo pianto e non essere infastidita da una perfetta sconosciuta. Quando ci siamo incrociate, io ho abbassato lo sguardo per non metterla in imbarazzo. Nei due passi successivi, dopo essermela lasciata alle spalle, mi sono chiesta, come sempre in circostanze analoghe, quale sia davvero il comportamento giusto e come sempre non sono riuscita a darmi una risposta. Penso che se camminassi per strada piangente (mi succedeva un tempo, lacrime silenziose, niente singhiozzi) vorrei solo diventare invisibile ai più. Ma non siamo tutti uguali e possono esserci persone sollevate dalla parola gentile di un’estranea. Ogni volta comunque resto scontenta di me.
Mi è poi tornata in mente una mattina in cui uno sconosciuto si è rivolto a me e al mio pianto con atteggiamento empatico. Nell’ospedale molto cattolico in cui mio padre moriva, dove due volte al giorno risuonava l’Ave Maria, avevo un’ennesima volta sbattuta la faccia contro la perfetta disumanità del personale tutto, dai medici, agli infermieri, agli inservienti, alle religiose. Un supplemento di crudeltà da cui era impossibile non essere sopraffatti. Un ospedale, ho imparato in quell’occasione, è un luogo perfetto in cui i sadici possono sfogare il proprio istinto.
Seduta su una panca a margine del bar dell’ospedale, abbandonata contro la parete, piangevo in un crollo psicologico, né mi accorsi che qualcuno mi si era seduto vicino. Poi una mano si posò sulla mia. E una voce gentile mi interpellò: Che succede signora? Posso aiutarla? La frase ebbe l’effetto di far aumentare il mio pianto, mentre scuotevo la testa in un No, no, muto. L’uomo aveva ritirata la sua mano, ma era chino verso di me. È sola? mi chiese. Feci cenno di sì. Ha qualcuno malato qui? Ancora -sì, mio padre-. Mi dispiace-. E non sembrava una frase di circostanza. Non ricordo le altre battute di apertura del nostro dialogo, ma so che piano piano gli parlai della mia vicenda. E gli dissi quanta mancanza di sensibilità, rispetto, compassione, quanta crudeltà in definitiva, incontrassi ogni giorno in quel posto. -La capisco mi disse. Ha ragione.- Era un giovane medico, specializzando in psichiatria. Mi disse: "Sa che ci sono giorni in cui penso di non voler avere più niente a che fare con questo ambiente, di buttare via tutti gli anni di studio per non trovarmi più tra questa gente? Eppure io sto a psichiatria, dove in teoria dovremmo capire il dolore delle persone!". Parlammo forse una decina di minuti, non di più, ma mi bastarono per ritrovare il controllo delle mie emozioni e un po’ di fiducia negli esseri umani. Quindi lo ringraziai e ripresi la via delle scale. Prima di presentarmi a mio padre, mi lavai la faccia e, grazie a quel breve incontro, riuscii a sorridere.
Dopo sedici anni di quell'uomo ricordo perfettamente gli occhi, la faccia e la voce. Ma soprattutto la cura delicata con cui si occupò di me. Quanto mi dispiacque in seguito di non aver chiesto il nome a quel medico così “medico”!
La parola “medico” è una parola bellissima. Significa, “che ha potere curativo”, viene dal latino “medèri” medicare, curare, ma anche “venire in aiuto, provvedere, rimediare, lenire”. È questo secondo significato che, coloro che hanno a che fare con i corpi sofferenti di uomini e donne, dovrebbero tenere a mente. Perché quei corpi sono abitati da qualcosa che ognuno può chiamare come vuole ma che nessuno dovrebbe ignorare.
Il ricordo mi ha fatto pentire di non aver interpellato quella donna piangente.
Mi è poi tornata in mente una mattina in cui uno sconosciuto si è rivolto a me e al mio pianto con atteggiamento empatico. Nell’ospedale molto cattolico in cui mio padre moriva, dove due volte al giorno risuonava l’Ave Maria, avevo un’ennesima volta sbattuta la faccia contro la perfetta disumanità del personale tutto, dai medici, agli infermieri, agli inservienti, alle religiose. Un supplemento di crudeltà da cui era impossibile non essere sopraffatti. Un ospedale, ho imparato in quell’occasione, è un luogo perfetto in cui i sadici possono sfogare il proprio istinto.
Seduta su una panca a margine del bar dell’ospedale, abbandonata contro la parete, piangevo in un crollo psicologico, né mi accorsi che qualcuno mi si era seduto vicino. Poi una mano si posò sulla mia. E una voce gentile mi interpellò: Che succede signora? Posso aiutarla? La frase ebbe l’effetto di far aumentare il mio pianto, mentre scuotevo la testa in un No, no, muto. L’uomo aveva ritirata la sua mano, ma era chino verso di me. È sola? mi chiese. Feci cenno di sì. Ha qualcuno malato qui? Ancora -sì, mio padre-. Mi dispiace-. E non sembrava una frase di circostanza. Non ricordo le altre battute di apertura del nostro dialogo, ma so che piano piano gli parlai della mia vicenda. E gli dissi quanta mancanza di sensibilità, rispetto, compassione, quanta crudeltà in definitiva, incontrassi ogni giorno in quel posto. -La capisco mi disse. Ha ragione.- Era un giovane medico, specializzando in psichiatria. Mi disse: "Sa che ci sono giorni in cui penso di non voler avere più niente a che fare con questo ambiente, di buttare via tutti gli anni di studio per non trovarmi più tra questa gente? Eppure io sto a psichiatria, dove in teoria dovremmo capire il dolore delle persone!". Parlammo forse una decina di minuti, non di più, ma mi bastarono per ritrovare il controllo delle mie emozioni e un po’ di fiducia negli esseri umani. Quindi lo ringraziai e ripresi la via delle scale. Prima di presentarmi a mio padre, mi lavai la faccia e, grazie a quel breve incontro, riuscii a sorridere.
Dopo sedici anni di quell'uomo ricordo perfettamente gli occhi, la faccia e la voce. Ma soprattutto la cura delicata con cui si occupò di me. Quanto mi dispiacque in seguito di non aver chiesto il nome a quel medico così “medico”!
La parola “medico” è una parola bellissima. Significa, “che ha potere curativo”, viene dal latino “medèri” medicare, curare, ma anche “venire in aiuto, provvedere, rimediare, lenire”. È questo secondo significato che, coloro che hanno a che fare con i corpi sofferenti di uomini e donne, dovrebbero tenere a mente. Perché quei corpi sono abitati da qualcosa che ognuno può chiamare come vuole ma che nessuno dovrebbe ignorare.
Il ricordo mi ha fatto pentire di non aver interpellato quella donna piangente.
martedì 4 dicembre 2007
a domanda risponde
Accolgo l'invito di Artemisia a collaborare ad una piccola inchiesta rispondendo ad alcune domande.
Le prime due domande: Che cosa ti ha spinto a creare un blog? Il tuo primo post? hanno già la loro risposta in ineziessenziali.blogspot.com/search?q=il+mio+primo+post
Non lo ripropongo per non annoiarvi.
Il post di cui ti vergogni di più?
No, non ci sono post di cui mi vergogno. Alcuni mi piacciono di più, altri di meno, ma nessuno mi suscita vergogna.
Il post di cui sei più fiero?
Anche qui non ci siamo. Non credo che la parola fierezza sia appropriata per indicare il sentimento che provo nei confronti dei miei post. Non mi sento fiera, ma solo contenta. Mi dico, sì, è venuto bene. E' chiaro, è sincero, dice quello che volevo dire.
Un prediletto non c'è. Ma sono molto contenta di aver postato tante poesie amate.
Per quanto pensi che continuerai a scrivere sul tuo blog?
Ecco, a questa domanda non so rispondere. Qualche volta penso che, come per tutte le cose, quando avrò imparato a farlo bene, mi stancherò e mi rivolgerò a nuove attività. Altre volte penso che avrò sempre bisogno di comunicare a qualcuno i miei pensieri.
Penso anche che mi dispiacerebbe perdere gli amici incontrati nel blog. Separarmi, faccenda complicata per me.
Che faccio, apparentemente, in quattro e quattro otto, per poi portarmi dentro, per sempre, la presenza della cosa o della persona apparentemente lasciata alle mie spalle.
Le prime due domande: Che cosa ti ha spinto a creare un blog? Il tuo primo post? hanno già la loro risposta in ineziessenziali.blogspot.com/search?q=il+mio+primo+post
Non lo ripropongo per non annoiarvi.
Il post di cui ti vergogni di più?
No, non ci sono post di cui mi vergogno. Alcuni mi piacciono di più, altri di meno, ma nessuno mi suscita vergogna.
Il post di cui sei più fiero?
Anche qui non ci siamo. Non credo che la parola fierezza sia appropriata per indicare il sentimento che provo nei confronti dei miei post. Non mi sento fiera, ma solo contenta. Mi dico, sì, è venuto bene. E' chiaro, è sincero, dice quello che volevo dire.
Un prediletto non c'è. Ma sono molto contenta di aver postato tante poesie amate.
Per quanto pensi che continuerai a scrivere sul tuo blog?
Ecco, a questa domanda non so rispondere. Qualche volta penso che, come per tutte le cose, quando avrò imparato a farlo bene, mi stancherò e mi rivolgerò a nuove attività. Altre volte penso che avrò sempre bisogno di comunicare a qualcuno i miei pensieri.
Penso anche che mi dispiacerebbe perdere gli amici incontrati nel blog. Separarmi, faccenda complicata per me.
Che faccio, apparentemente, in quattro e quattro otto, per poi portarmi dentro, per sempre, la presenza della cosa o della persona apparentemente lasciata alle mie spalle.
Depressione/sette/Verso il nihilismo: Brrrr.....
Nel XIX secolo prendono forma le ideologie della disperazione, la cui espressione più completa è il nihilismo. Ma è coerente, si può tenere, la costruzione di un sistema di pensiero sulla negazione assoluta, sul rifiuto dell’essere?
Affermare che il nulla sia meglio dell’essere è pensabile, oppure è un chiaro segno di follia? Intanto la domanda di Amleto resta in sospeso. “To be or not to be?”

È un libro imponente, addirittura mostruoso nella sua imponenza, l’espressione più completa di questo rifiuto dell’essere nel pensiero occidentale: Il mondo come volontà e rappresentazione.
L’autore è un giovane, inquieto filosofo, di appena trent’anni, Arthur Schopenhauer, appartenente alla prima generazione romantica, che, a differenza dei suoi coetanei, vuole estrapolare dalla disillusione e dal disincanto una teoria. Il libro esce nel 1818 ma è un fallimento editoriale, tanto che finisce al macero. Il mondo non è pronto ad accettare il sistema disperato che Schopenhauer gli propone. Ma che cosa dice di così terribile questo libro sfortunato? “La vita oscilla, come un pendolo, fra il dolore e la noia, suoi due costitutivi essenziali...La vita non è che una lotta continua per l’esistenza, con la certezza di una disfatta finale...essa non fa che avvicinarsi man mano al grande, al totale, all’irreparabile naufragio; sapendo che il suo è un veleggiare verso il naufragio, verso la morte.”
Per dirlo impiega millecinquecento pagine: sarebbero troppe anche per diffondere ottimismo e così trent’anni dopo, quando Schopenhauer torna alla carica e ripubblica il suo libro, la nuova edizione fa la stessa fine della prima.
Scontroso, appartato, furioso contro Hegel e gli idealisti, (“colossale mistificazione”, definisce la loro filosofia) Schopenhauer commenta amaramente: ”I giornali hanno appena annunciato che Lola Montes ha intenzione di scrivere le sue memorie e già gli editori inglesi le hanno offerto grosse somme. Ecco a che punto siamo”. Non aveva tutti i torti, ma confesso che, se le trovassi, le memorie di Lola Montes me le leggerei volentieri!
Eppure quest’uomo amaro, che spinge lontano il suo sguardo verso la religiosità e la filosofia indiana -“disertore dell’Occidente”, lo chiamarono-sa esercitare un fascino potente. Perché dalla prolissità della sua opera si staccano delle immagini talmente plastiche che si incidono per sempre nei nostri occhi e, se non facciamo attenzione, nelle nostre anime. La domenica cristiana, che si trascina nella noia, gli uomini come topi, che corrono impazziti nel chiuso di un labirinto senza senso, l’uomo attore in una pièce tragica su un palcoscenico buio...brrr.
Solo l’arte, per Schopenhauer, può, ma brevemente, rendere sopportabile la vita: nel contemplare ci dimentichiamo di noi, cessiamo di essere attori e ci concediamo il momentaneo sollievo di essere spettatori. Ma subito, tranne che per coloro “il cui stupido cervello sia capace solo di parole insensate”, torna la consapevolezza che “abbiamo molto meno di cui rallegrarci rispetto a quanto abbiamo per cui affliggerci dell’esistenza del mondo, (...)la sua non-esistenza sarebbe preferibile alla sua esistenza.”
Non la pensa diversamente Mark Twain, un americano altrettanto disperato che affida il suo “non senso pessimistico integrale” all’umorismo, noir evidentemente, come affidiamo un naviglio leggero ad un’ancora di salvezza. "Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro.>
Ma l’ancora non può impedire al naviglio di sussultare, strapazzato dalle correnti:”Non esiste nessun Dio, nessun universo, nessuna razza umana, vita terrena, paradiso, inferno. È tutto un Sogno, grottesco e senza senso. Non esisti che Tu e Tu non sei che un Pensiero...che vagherà dimenticato per sempre nell’eternità vuota di ogni cosa.”
Senza nemmeno un punto esclamativo alla fine, così, piattamente. Cazzarola!

Søren Kierkegaard gli è fratello, forse (la comparazione della sofferenza è un esercizio impossibile) ancora più infelice. Trascina la sua vita sotto il peso di un’educazione protestante troppo austera e colpevolizzante.
Il dramma della sua vita è riassunto dal titolo della sua opera principale: “Aut-Aut”.
Anche qui, come negli altri suoi scritti, (racconti, diari, aforismi) Kierkegaard rifiuta la forma professorale, accademica, sistemica. Anche per questo leggerlo ci affascina.
È un grande anticipatore: introduce il tema dell’angoscia che l’esistenzialismo del Novecento svilupperà. È l’angoscia a formare il tessuto dell’esistenza. Dell’esistenza di ogni uomo e di quella dell’uomo Søren.
La malinconia è la sua intima confidente, “la sua amante più fedele”, uno stato, però, incomunicabile, perché la sua causa è sconosciuta. “Tristezza senza causa, perdita dell’essere, ma anche, colpa, peccato”, come diceva la vecchia dottrina della Chiesa. L’animo di Kierkegaard è “pesante..ma tuttavia vuoto e insignificante”.
In Kierkegaard c’è però anche lo scatto orgoglioso di chi si riconosce una intellettualità superiore. Mentre il mondo, per il quale non si sente adatto, mastica “esibizionismi, inautenticità, chiacchiera”.
Nella seconda metà del XIX secolo avviene un periglioso connubio: il pessimismo di Schopenhauer e l’angoscia di Kierkegaard si fondono insieme. Essere al contempo razionalmente convinti che il mondo non dovrebbe essere> e soffrire per il fatto di essere al mondo porta alla volontà di distruggerlo: Signori, il Nihilismo.
Il Nihilismo ha avuto molti antenati (Diogene, Gorgia da Lentini, e poi gli gnostici e i “nientisti” di Mercier, e il Mefistofele di Goethe), ma il termine nasce e si afferma in Russia: in Tolstoj, in Dovstoevskij, in Turgenev.
Ed indica sia uno scettico assoluto, che dubita dell’esistenza del mondo, che un pessimista integrale, per il quale il mondo non dovrebbe esistere, che, ancora, un anarchico, che rifiuta qualsiasi valore, morale, politico o altro.
A dare corpo al tormentato nihilismo saranno soprattutto Dostoevskij e Guy de Maupassant.
Mentre i lettori di tuttto il mondo continuano a tributare a Dostoevskij la loro venerazione, il grande russo- depresso, epilettico, ansioso, paranoico- è sezionato, esaminato, ispezionato da Freud, Julia Kristeva, Albert Camus, Philippe Sollers, per citarne solo alcuni. Si cerca in lui un prototipo, forse nella speranza che un giorno la scienza medica possa sbrigativamente incasellare un sofferente dentro la “sindrome di Dostoevskij”. Ma il grande Fedor resiste: egli è, prima di tutto, un grandissimo scrittore. “Soffrire, soffrire molto è necessario per scrivere. “L’essenziale è la tristezza”. L’intera opera di Dostoevskij consiste nell’analisi perpetua del contenuto, delle cause e delle forme di tristezza e disperazione.

Dostoevskij spiega con una chiarezza mirabile quello che da secoli e fino ad oggi i sofferenti hanno tentato di dire di sé e della loro sofferenza: che la consapevolezza di sé ne è il fattore principale, che, più tale consapevolezza è acuta, più il mal di vivere è esasperato. “Sarebbe stato meglio che fossi stato creato simile a tutti gli altri animali, vivo, cioè, ma non razionalmente cosciente di me stesso: la mia coscienza è precisamente non un’armonia bensì una discordanza, giacché io sono infelice a causa di essa. Guardate chi è veramente felice al mondo e chi siano quelli che accettano di vivere! Quelli che accettano di essere simili agli animali, appunto, e, per lo scarso sviluppo della loro coscienza, più vicini alla condizione animale.”
Per bocca di Raskolnikov, Dostoeveskij proclama che la sofferenza, il dolore, sono inseparabili da un’intelligenza elevata e da un grande cuore.

Quanto a Guy de Maupassant, il francese dalla vita piena di successi, benessere, viaggi, egli morì a 43 anni, sempre più depresso, sempre più terrorizzato all’idea di perdere la ragione, dopo diversi tentativi di suicidio. Il mondo che descrive nei suoi romanzi, racconti, novelle è un mondo orribile, e tanto più spaventoso perché magistralmente descritto. Noia, tedio, scontento, scoramento, nausea: senza il suo straordinario talento di scrittore i suoi libri sarebbero insopportabili.
Non solo testimone ma soggetto sofferente è anche Friedrich Nietzsche, che disprezza i pessimisti ed i pessimismi, ma scrive:Nell'intimo del mio essere una malinconia nera e immutabile...la cosa peggiore è non capire assolutamente perché devo continuare a vivere." Intanto glorifica la vita, come lotta da condurre ridendo, dionisiacamente, in faccia agli idoli.
Al di là di ogni condizione esistenziale, c'è la volontà, con cui il pessimismo nihilista dev'essere superato. "Dover essere" è compito del Superuomo. Ma questo volontarismo forsennato, appare soltanto teorizzato. Nella sua vita Friedrich non riesce a sollevare la testa. Lou Andreas Salomè, che lo amò ma non volle legarsi a lui, lo descrive come un uomo tormentato, angosciato, disgustato, consumato dal dubbio, che invoca la follia: Datemi dunque la follia, o voi, esseri celesti, la follia, affinché io creda, alla fine, in me stesso...".

Affermare che il nulla sia meglio dell’essere è pensabile, oppure è un chiaro segno di follia? Intanto la domanda di Amleto resta in sospeso. “To be or not to be?”
È un libro imponente, addirittura mostruoso nella sua imponenza, l’espressione più completa di questo rifiuto dell’essere nel pensiero occidentale: Il mondo come volontà e rappresentazione.
L’autore è un giovane, inquieto filosofo, di appena trent’anni, Arthur Schopenhauer, appartenente alla prima generazione romantica, che, a differenza dei suoi coetanei, vuole estrapolare dalla disillusione e dal disincanto una teoria. Il libro esce nel 1818 ma è un fallimento editoriale, tanto che finisce al macero. Il mondo non è pronto ad accettare il sistema disperato che Schopenhauer gli propone. Ma che cosa dice di così terribile questo libro sfortunato? “La vita oscilla, come un pendolo, fra il dolore e la noia, suoi due costitutivi essenziali...La vita non è che una lotta continua per l’esistenza, con la certezza di una disfatta finale...essa non fa che avvicinarsi man mano al grande, al totale, all’irreparabile naufragio; sapendo che il suo è un veleggiare verso il naufragio, verso la morte.”
Per dirlo impiega millecinquecento pagine: sarebbero troppe anche per diffondere ottimismo e così trent’anni dopo, quando Schopenhauer torna alla carica e ripubblica il suo libro, la nuova edizione fa la stessa fine della prima.
Scontroso, appartato, furioso contro Hegel e gli idealisti, (“colossale mistificazione”, definisce la loro filosofia) Schopenhauer commenta amaramente: ”I giornali hanno appena annunciato che Lola Montes ha intenzione di scrivere le sue memorie e già gli editori inglesi le hanno offerto grosse somme. Ecco a che punto siamo”. Non aveva tutti i torti, ma confesso che, se le trovassi, le memorie di Lola Montes me le leggerei volentieri!
Eppure quest’uomo amaro, che spinge lontano il suo sguardo verso la religiosità e la filosofia indiana -“disertore dell’Occidente”, lo chiamarono-sa esercitare un fascino potente. Perché dalla prolissità della sua opera si staccano delle immagini talmente plastiche che si incidono per sempre nei nostri occhi e, se non facciamo attenzione, nelle nostre anime. La domenica cristiana, che si trascina nella noia, gli uomini come topi, che corrono impazziti nel chiuso di un labirinto senza senso, l’uomo attore in una pièce tragica su un palcoscenico buio...brrr.
Solo l’arte, per Schopenhauer, può, ma brevemente, rendere sopportabile la vita: nel contemplare ci dimentichiamo di noi, cessiamo di essere attori e ci concediamo il momentaneo sollievo di essere spettatori. Ma subito, tranne che per coloro “il cui stupido cervello sia capace solo di parole insensate”, torna la consapevolezza che “abbiamo molto meno di cui rallegrarci rispetto a quanto abbiamo per cui affliggerci dell’esistenza del mondo, (...)la sua non-esistenza sarebbe preferibile alla sua esistenza.”
Non la pensa diversamente Mark Twain, un americano altrettanto disperato che affida il suo “non senso pessimistico integrale” all’umorismo, noir evidentemente, come affidiamo un naviglio leggero ad un’ancora di salvezza. "Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro.>
Ma l’ancora non può impedire al naviglio di sussultare, strapazzato dalle correnti:”Non esiste nessun Dio, nessun universo, nessuna razza umana, vita terrena, paradiso, inferno. È tutto un Sogno, grottesco e senza senso. Non esisti che Tu e Tu non sei che un Pensiero...che vagherà dimenticato per sempre nell’eternità vuota di ogni cosa.”
Senza nemmeno un punto esclamativo alla fine, così, piattamente. Cazzarola!
Søren Kierkegaard gli è fratello, forse (la comparazione della sofferenza è un esercizio impossibile) ancora più infelice. Trascina la sua vita sotto il peso di un’educazione protestante troppo austera e colpevolizzante.
Il dramma della sua vita è riassunto dal titolo della sua opera principale: “Aut-Aut”.
Anche qui, come negli altri suoi scritti, (racconti, diari, aforismi) Kierkegaard rifiuta la forma professorale, accademica, sistemica. Anche per questo leggerlo ci affascina.
È un grande anticipatore: introduce il tema dell’angoscia che l’esistenzialismo del Novecento svilupperà. È l’angoscia a formare il tessuto dell’esistenza. Dell’esistenza di ogni uomo e di quella dell’uomo Søren.
La malinconia è la sua intima confidente, “la sua amante più fedele”, uno stato, però, incomunicabile, perché la sua causa è sconosciuta. “Tristezza senza causa, perdita dell’essere, ma anche, colpa, peccato”, come diceva la vecchia dottrina della Chiesa. L’animo di Kierkegaard è “pesante..ma tuttavia vuoto e insignificante”.
In Kierkegaard c’è però anche lo scatto orgoglioso di chi si riconosce una intellettualità superiore. Mentre il mondo, per il quale non si sente adatto, mastica “esibizionismi, inautenticità, chiacchiera”.
Nella seconda metà del XIX secolo avviene un periglioso connubio: il pessimismo di Schopenhauer e l’angoscia di Kierkegaard si fondono insieme. Essere al contempo razionalmente convinti che il mondo non dovrebbe essere> e soffrire per il fatto di essere al mondo porta alla volontà di distruggerlo: Signori, il Nihilismo.
Il Nihilismo ha avuto molti antenati (Diogene, Gorgia da Lentini, e poi gli gnostici e i “nientisti” di Mercier, e il Mefistofele di Goethe), ma il termine nasce e si afferma in Russia: in Tolstoj, in Dovstoevskij, in Turgenev.
Ed indica sia uno scettico assoluto, che dubita dell’esistenza del mondo, che un pessimista integrale, per il quale il mondo non dovrebbe esistere, che, ancora, un anarchico, che rifiuta qualsiasi valore, morale, politico o altro.
A dare corpo al tormentato nihilismo saranno soprattutto Dostoevskij e Guy de Maupassant.
Mentre i lettori di tuttto il mondo continuano a tributare a Dostoevskij la loro venerazione, il grande russo- depresso, epilettico, ansioso, paranoico- è sezionato, esaminato, ispezionato da Freud, Julia Kristeva, Albert Camus, Philippe Sollers, per citarne solo alcuni. Si cerca in lui un prototipo, forse nella speranza che un giorno la scienza medica possa sbrigativamente incasellare un sofferente dentro la “sindrome di Dostoevskij”. Ma il grande Fedor resiste: egli è, prima di tutto, un grandissimo scrittore. “Soffrire, soffrire molto è necessario per scrivere. “L’essenziale è la tristezza”. L’intera opera di Dostoevskij consiste nell’analisi perpetua del contenuto, delle cause e delle forme di tristezza e disperazione.
Dostoevskij spiega con una chiarezza mirabile quello che da secoli e fino ad oggi i sofferenti hanno tentato di dire di sé e della loro sofferenza: che la consapevolezza di sé ne è il fattore principale, che, più tale consapevolezza è acuta, più il mal di vivere è esasperato. “Sarebbe stato meglio che fossi stato creato simile a tutti gli altri animali, vivo, cioè, ma non razionalmente cosciente di me stesso: la mia coscienza è precisamente non un’armonia bensì una discordanza, giacché io sono infelice a causa di essa. Guardate chi è veramente felice al mondo e chi siano quelli che accettano di vivere! Quelli che accettano di essere simili agli animali, appunto, e, per lo scarso sviluppo della loro coscienza, più vicini alla condizione animale.”
Per bocca di Raskolnikov, Dostoeveskij proclama che la sofferenza, il dolore, sono inseparabili da un’intelligenza elevata e da un grande cuore.
Quanto a Guy de Maupassant, il francese dalla vita piena di successi, benessere, viaggi, egli morì a 43 anni, sempre più depresso, sempre più terrorizzato all’idea di perdere la ragione, dopo diversi tentativi di suicidio. Il mondo che descrive nei suoi romanzi, racconti, novelle è un mondo orribile, e tanto più spaventoso perché magistralmente descritto. Noia, tedio, scontento, scoramento, nausea: senza il suo straordinario talento di scrittore i suoi libri sarebbero insopportabili.
Non solo testimone ma soggetto sofferente è anche Friedrich Nietzsche, che disprezza i pessimisti ed i pessimismi, ma scrive:Nell'intimo del mio essere una malinconia nera e immutabile...la cosa peggiore è non capire assolutamente perché devo continuare a vivere." Intanto glorifica la vita, come lotta da condurre ridendo, dionisiacamente, in faccia agli idoli.
Al di là di ogni condizione esistenziale, c'è la volontà, con cui il pessimismo nihilista dev'essere superato. "Dover essere" è compito del Superuomo. Ma questo volontarismo forsennato, appare soltanto teorizzato. Nella sua vita Friedrich non riesce a sollevare la testa. Lou Andreas Salomè, che lo amò ma non volle legarsi a lui, lo descrive come un uomo tormentato, angosciato, disgustato, consumato dal dubbio, che invoca la follia: Datemi dunque la follia, o voi, esseri celesti, la follia, affinché io creda, alla fine, in me stesso...".
lunedì 3 dicembre 2007
cani & gatti
Sospiri canini
di Franco Marcoaldi
Se l'anima sia un quid che l'uomo
e solo l'uomo può vantare
è oggetto di querelle lunga
e irrisolta nel mondo teologale.
Da parte mia propendo per chi
fa rilevare che se anima
è sinonimo di rauch,
soffio vitale,
allora il quid oltre che l'uomo
riguarda l'animale. Basta
osservare un cane a lungo
in fondo agli occhi,
precipitare negli abissi
di quei lontani mondi, basta
accostare il suo muto
e impenetrabile dolore, le domande
inevase, la gioia trattenuta,
l'improvviso bisogno di calore.
Basta dormirci assieme
per una notte tenera e dolce
quando il soffio vitale del respiro
tramuta struggente in un sospiro.
Il gatto in un appartamento vuoto
di Wislawa Szymborska
Morire-questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era,
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né squittii.
di Franco Marcoaldi
Se l'anima sia un quid che l'uomo
e solo l'uomo può vantare
è oggetto di querelle lunga
e irrisolta nel mondo teologale.
Da parte mia propendo per chi
fa rilevare che se anima
è sinonimo di rauch,
soffio vitale,
allora il quid oltre che l'uomo
riguarda l'animale. Basta
osservare un cane a lungo
in fondo agli occhi,
precipitare negli abissi
di quei lontani mondi, basta
accostare il suo muto
e impenetrabile dolore, le domande
inevase, la gioia trattenuta,
l'improvviso bisogno di calore.
Basta dormirci assieme
per una notte tenera e dolce
quando il soffio vitale del respiro
tramuta struggente in un sospiro.
Il gatto in un appartamento vuoto
di Wislawa Szymborska
Morire-questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era,
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né squittii.
domenica 2 dicembre 2007
Eros tra Scienza ed Etica.
Dove si spiega come applicare il principio dell’entropia alle relazioni d’amore.
E si sostiene la necessità delle relazioni multiple.
Premessa: dopo aver tentato di mantenere la duplice uscita femminile/maschile a sostantivi e aggettivi, ho scoperto che intralcia il discorso e appalla me e la mia tastiera. Ergo dirò “l’altro”, voi leggerete come vorrete: l’altro o l’altra. Grazie per la comprensione.
Un lui ed una lei-ma anche due lei o due lui-sono due corpi caldi. Talvolta molto caldi. Talvolta così così. Ma sono sempre, malgrado le illusioni che ci si fanno in proposito, a temperature diverse. Lo so è un’affermazione forte, lo so ognuno di noi ha creduto o crede che l’amore dell’altro è pari al suo o il suo, pari a quello dell’altro. Ma non è così. Uno dei due ama di più. O ha meno bisogno dell’altro, pur amandolo moltissimo. O è semplicemente meno dipendente dai sentimenti o un po’ meno sicuro di sé. Insomma che anche in una coppia ci siano rapporti di forza, è stranoto, non fingete di non saperlo.
Dunque abbiamo due corpi, a due temperature diverse e il corpo più caldo cede energia all’altro. O almeno ci prova. Anzi, fa i salti mortali per cedergli un po’ della sua energia amorosa. Sia per alleggerirsi un po’ di questa energia fiammeggiante che lo fa incendiare, sia per veder l’altro un po’ più infiammato. Delle tecniche per far passare un po’ di energia amorosa al partner qui non parlo. Ognuno ha le sue. Inoltre le mie non hanno mai dato gran prova di sé. Comunque il risultato sarà che in un giorno ics i due avranno raggiunto la stessa temperatura. Infatti, come ognuno di noi sa, o è supposto sapere, il calore passa sempre dal corpo più caldo a quello meno caldo. L’infiammato avrà perciò trasferito un po’ del suo calore al partner. Di questo potremmo rallegrarci, se non che le relazioni umane possono seguire le leggi della fisica ma con significati e sensi molto meno rigidi e lineari. Di conseguenza questo passaggio di calore emotivo può significare che il Grandamante sarà riuscito ad innalzare la temperatura amorosa dell’altro, ma anche che, sfinito nel tentativo di essere amato così come ama, avrà perso lui stesso calore emozionale.
In ogni caso i due corpi avranno la stessa temperatura. A questo punto non ci sarà più passaggio di calore e nemmeno di energia. È chiaro fin qui? Abbiamo rispettato il secondo principio della termodinamica. (Per chi non se lo ricordasse segue un post apposito). A patto-e questo è il punto cruciale- a patto che la coppia sia un sistema termodinamicamente chiuso. Cioè, appunto, due lui o due lei o un lui ed una lei e basta. Ma se, invece, uno dei due corpi riceve calore da un altro partner, ecco là che tutto cambia. È pensando al secondo principio della termodinamica, secondo me, che Mark Twain ha scritto che “per un matrimonio felice ci vogliono in genere più di due persone”. Infatti mogli sorridenti e amorosissime si ricongiungono la sera a mariti insopportabili, dopo aver avuto l’apporto energetico di un amante e mariti molto allegri e comprensivi affrontano la serata con la propria noiosissima moglie rinvigoriti da uno scambio energetico con un’altra donna.
Se poi entrambi i coniugi scambiano calore ed energia con altri partner il risultato è entusiasmante. C’è tutta una serie di correnti di calore ed energia che si spostano dinamicamente e molto proficuamente.
Dal che si deduce-a patto di non essere dei moralisti-che le relazioni di coppia veramente funzionanti debbono organizzarsi come “sistemi termodinamicamente aperti”.
La Fisica è Scienza e la Scienza, notoriamente, non si fa tenere al laccio dall’Etica.
Per chi appartenesse ostinatamente alla categoria dei “fedeli ad oltranza” c’è solo da augurarsi che il Grandamante sia partito da una così alta temperatura amorosa che, anche al raggiungimento del punto di cessato scambio termico, il sistema conservi, comunque, una buona temperatura. E che l’entropia finale sia tale da consentire una relazione soddisfacente.
E si sostiene la necessità delle relazioni multiple.
Premessa: dopo aver tentato di mantenere la duplice uscita femminile/maschile a sostantivi e aggettivi, ho scoperto che intralcia il discorso e appalla me e la mia tastiera. Ergo dirò “l’altro”, voi leggerete come vorrete: l’altro o l’altra. Grazie per la comprensione.
Un lui ed una lei-ma anche due lei o due lui-sono due corpi caldi. Talvolta molto caldi. Talvolta così così. Ma sono sempre, malgrado le illusioni che ci si fanno in proposito, a temperature diverse. Lo so è un’affermazione forte, lo so ognuno di noi ha creduto o crede che l’amore dell’altro è pari al suo o il suo, pari a quello dell’altro. Ma non è così. Uno dei due ama di più. O ha meno bisogno dell’altro, pur amandolo moltissimo. O è semplicemente meno dipendente dai sentimenti o un po’ meno sicuro di sé. Insomma che anche in una coppia ci siano rapporti di forza, è stranoto, non fingete di non saperlo.
Dunque abbiamo due corpi, a due temperature diverse e il corpo più caldo cede energia all’altro. O almeno ci prova. Anzi, fa i salti mortali per cedergli un po’ della sua energia amorosa. Sia per alleggerirsi un po’ di questa energia fiammeggiante che lo fa incendiare, sia per veder l’altro un po’ più infiammato. Delle tecniche per far passare un po’ di energia amorosa al partner qui non parlo. Ognuno ha le sue. Inoltre le mie non hanno mai dato gran prova di sé. Comunque il risultato sarà che in un giorno ics i due avranno raggiunto la stessa temperatura. Infatti, come ognuno di noi sa, o è supposto sapere, il calore passa sempre dal corpo più caldo a quello meno caldo. L’infiammato avrà perciò trasferito un po’ del suo calore al partner. Di questo potremmo rallegrarci, se non che le relazioni umane possono seguire le leggi della fisica ma con significati e sensi molto meno rigidi e lineari. Di conseguenza questo passaggio di calore emotivo può significare che il Grandamante sarà riuscito ad innalzare la temperatura amorosa dell’altro, ma anche che, sfinito nel tentativo di essere amato così come ama, avrà perso lui stesso calore emozionale.
In ogni caso i due corpi avranno la stessa temperatura. A questo punto non ci sarà più passaggio di calore e nemmeno di energia. È chiaro fin qui? Abbiamo rispettato il secondo principio della termodinamica. (Per chi non se lo ricordasse segue un post apposito). A patto-e questo è il punto cruciale- a patto che la coppia sia un sistema termodinamicamente chiuso. Cioè, appunto, due lui o due lei o un lui ed una lei e basta. Ma se, invece, uno dei due corpi riceve calore da un altro partner, ecco là che tutto cambia. È pensando al secondo principio della termodinamica, secondo me, che Mark Twain ha scritto che “per un matrimonio felice ci vogliono in genere più di due persone”. Infatti mogli sorridenti e amorosissime si ricongiungono la sera a mariti insopportabili, dopo aver avuto l’apporto energetico di un amante e mariti molto allegri e comprensivi affrontano la serata con la propria noiosissima moglie rinvigoriti da uno scambio energetico con un’altra donna.
Se poi entrambi i coniugi scambiano calore ed energia con altri partner il risultato è entusiasmante. C’è tutta una serie di correnti di calore ed energia che si spostano dinamicamente e molto proficuamente.
Dal che si deduce-a patto di non essere dei moralisti-che le relazioni di coppia veramente funzionanti debbono organizzarsi come “sistemi termodinamicamente aperti”.
La Fisica è Scienza e la Scienza, notoriamente, non si fa tenere al laccio dall’Etica.
Per chi appartenesse ostinatamente alla categoria dei “fedeli ad oltranza” c’è solo da augurarsi che il Grandamante sia partito da una così alta temperatura amorosa che, anche al raggiungimento del punto di cessato scambio termico, il sistema conservi, comunque, una buona temperatura. E che l’entropia finale sia tale da consentire una relazione soddisfacente.
sabato 1 dicembre 2007
luoghi/il chiostro
Luoghi.
I luoghi dove sto bene. Dove il mio spirito si riposa. Dove mi sento accolta e compresa.
Uno di questi. Il chiostro.
Non sono cristiana. Non appartengo a nessuna religione.
Ma il chiostro delle chiese cristiane è un’ invenzione materiale e spirituale che mi tocca nel profondo.
Un chiostro è un luogo chiuso, il suo nome lo dice, ma nello stesso tempo non lo è.
È un luogo raccolto ma aperto sotto il cielo. Prende sole, vento, pioggia, freddo umido, vapori di nebbia. Il chiostro accoglie tutto quello che il cielo manda.
Sta lì, aperto e tranquillo.
Il chiostro è spesso circondato di autentici capolavori di scultura. Colonne di meravigliosa fattura, parapetti intarsiati che raccontano storie, marmi multicolori o semplici mattoni rosati. Al centro del chiostro ci sono fontane o fontanelle o aiuole, o alberi. C’è comunque sempre un altro elemento naturale. Il chiostro è una costruzione architettonica ma è anche natura. Il chiostro è fatto di cielo, di acqua e di erba.
Spesso tutto intorno al chiostro ci sono epigrafi, murate sotto i portici che lo circondano: santi, bambini, antichi romani, donne morte di parto, vecchi monaci, tutta un’umanità che si affaccia dalla distanza di secoli e se ne sta lì, raccolta, muta e serena. Morti che non fanno paura e non ne hanno. Sono al sicuro, sotto l’ombra fresca, e guardano verso il centro luminoso. Nella mia città ci sono chiostri di una bellezza assoluta, preziosa, storica. E piccoli chiostri nascosti. Io li frequento. Mi faccio umile, dove sono interdetti. Prego il frate, il parroco, il chierichetto di turno. La prego, posso visitare il chiostro? Mi dicono sempre di sì. Sono certa che sentono che il mio spirito cerca qualche cosa nel loro chiostro e non me lo negano.
Ho visitato molti chiostri, in molte città, in molti paesi. Chiostri stupefacenti, dove trattenere il fiato. Ricchissimi, orgogliosi, famosissimi. Ma basta aspettare. La gente sciama, si ritira, scompare. Nel chiostro torna il silenzio. Nelle primavere sui chiostri passano le rondini. Se si ha pazienza prima o poi dal campanile suoneranno le ore. Anche se non suoneranno crederemo di sentirle. Il chiostro ha un silenzio di una qualità diversa da tutti gli altri silenzi. Un silenzio che non è mai muto. Si sentono i passi dei frati, delle suore, dei bambini, delle ragazze madri che li hanno percorsi. Qualche risata è rimasta impigliata. E si sente leggere a voce media, nel passeggio ripetuto torno torno.
Quando vado in un chiostro non mi documento mai. Non mi importa sapere di quando è, chi lo ha disegnato, la sua storia, la sua importanza artistica. Rimando a dopo. Mi interessa solo lo spazio, quello spazio così diverso da tutte le costruzioni spaziali che l’uomo ha inventato. Uno spazio così è uno spazio che parla allo spirito. Raccogliti, sentiti, respira, apriti. Dice così il chiostro. Nel chiostro non ci sono altari. Il chiostro è l’altare. Invenzione della spiritualità cristiana. Io non glielo negherò. Come potrei? E perché dovrei? Ma-per me-è solo l’invenzione della spiritualità umana. Un uomo lo ha pensato. Aveva la sua fede. Certo. Ma era un uomo in cerca di un’armonia e di una comunicazione. Una comunicazione possibile nella solitudine. Con sé. Con la natura. Con la sua idea di divinità. Un chiostro per me è un luogo a-storico. Un luogo perenne. Fisico e metafisico. Mi sdraierei in un chiostro e me ne starei lì. È il mio solo rammarico, l’unico dispiacere che il chiostro mi dà, non potermi sdraiare. Mi siedo però, quando posso. O mi appoggio. Ho bisogno di dare un po’ di abbandono al mio corpo, mentre il mio spirito si abbandona. Mi piace leggere in un chiostro. L’ho fatto qualche volta. Per poco. Non mi piace usarlo troppo. Il chiostro è talmente indifeso, abbandonato e innocente! Le storie-storie terribili-che può aver visto, sentito, conosciuto, non lo riguardano e non lo contaminano. Un chiostro è come una preghiera. Ha la sua sincerità. Anche le mie visite ai chiostri sono preghiere. Prego la vita, perché sia benigna, e prego i miei simili perché operino bene e prego la terra, e -poiché sono pagana- prego ogni altro elemento ed ogni altro dio. E prego gli assenti perché continuino ad essere presenti in me. Io ho bisogni tattili speciali. Io devo toccare le cose che mi fanno tremare. Io tocco gli alberi, i tronchi, i rami, le foglie. Tocco i bassorilievi, le statue. I pomodori nei mercati. Le bocche delle fontane. I muri dei palazzi. E tocco le colonne dei chiostri e le pareti calde o umide, sfioro le piccole statue, accarezzo le lapidi incise. Tocco. Al centro del portico spettino l’alberello, se c’è, e tasto delicatamente i fiori delle aiuole, se ci sono. Tocco. Giro intorno, guardo, sorrido e tocco. Ascolto. Penso. Sto bene. Sono dentro e sono fuori. Sono al chiuso e sono all’aperto. Sono. Sono molto intensamente.
I luoghi dove sto bene. Dove il mio spirito si riposa. Dove mi sento accolta e compresa.
Uno di questi. Il chiostro.
Non sono cristiana. Non appartengo a nessuna religione.
Ma il chiostro delle chiese cristiane è un’ invenzione materiale e spirituale che mi tocca nel profondo.
Un chiostro è un luogo chiuso, il suo nome lo dice, ma nello stesso tempo non lo è.
È un luogo raccolto ma aperto sotto il cielo. Prende sole, vento, pioggia, freddo umido, vapori di nebbia. Il chiostro accoglie tutto quello che il cielo manda.
Sta lì, aperto e tranquillo.
Il chiostro è spesso circondato di autentici capolavori di scultura. Colonne di meravigliosa fattura, parapetti intarsiati che raccontano storie, marmi multicolori o semplici mattoni rosati. Al centro del chiostro ci sono fontane o fontanelle o aiuole, o alberi. C’è comunque sempre un altro elemento naturale. Il chiostro è una costruzione architettonica ma è anche natura. Il chiostro è fatto di cielo, di acqua e di erba.
Spesso tutto intorno al chiostro ci sono epigrafi, murate sotto i portici che lo circondano: santi, bambini, antichi romani, donne morte di parto, vecchi monaci, tutta un’umanità che si affaccia dalla distanza di secoli e se ne sta lì, raccolta, muta e serena. Morti che non fanno paura e non ne hanno. Sono al sicuro, sotto l’ombra fresca, e guardano verso il centro luminoso. Nella mia città ci sono chiostri di una bellezza assoluta, preziosa, storica. E piccoli chiostri nascosti. Io li frequento. Mi faccio umile, dove sono interdetti. Prego il frate, il parroco, il chierichetto di turno. La prego, posso visitare il chiostro? Mi dicono sempre di sì. Sono certa che sentono che il mio spirito cerca qualche cosa nel loro chiostro e non me lo negano.
Ho visitato molti chiostri, in molte città, in molti paesi. Chiostri stupefacenti, dove trattenere il fiato. Ricchissimi, orgogliosi, famosissimi. Ma basta aspettare. La gente sciama, si ritira, scompare. Nel chiostro torna il silenzio. Nelle primavere sui chiostri passano le rondini. Se si ha pazienza prima o poi dal campanile suoneranno le ore. Anche se non suoneranno crederemo di sentirle. Il chiostro ha un silenzio di una qualità diversa da tutti gli altri silenzi. Un silenzio che non è mai muto. Si sentono i passi dei frati, delle suore, dei bambini, delle ragazze madri che li hanno percorsi. Qualche risata è rimasta impigliata. E si sente leggere a voce media, nel passeggio ripetuto torno torno.
Quando vado in un chiostro non mi documento mai. Non mi importa sapere di quando è, chi lo ha disegnato, la sua storia, la sua importanza artistica. Rimando a dopo. Mi interessa solo lo spazio, quello spazio così diverso da tutte le costruzioni spaziali che l’uomo ha inventato. Uno spazio così è uno spazio che parla allo spirito. Raccogliti, sentiti, respira, apriti. Dice così il chiostro. Nel chiostro non ci sono altari. Il chiostro è l’altare. Invenzione della spiritualità cristiana. Io non glielo negherò. Come potrei? E perché dovrei? Ma-per me-è solo l’invenzione della spiritualità umana. Un uomo lo ha pensato. Aveva la sua fede. Certo. Ma era un uomo in cerca di un’armonia e di una comunicazione. Una comunicazione possibile nella solitudine. Con sé. Con la natura. Con la sua idea di divinità. Un chiostro per me è un luogo a-storico. Un luogo perenne. Fisico e metafisico. Mi sdraierei in un chiostro e me ne starei lì. È il mio solo rammarico, l’unico dispiacere che il chiostro mi dà, non potermi sdraiare. Mi siedo però, quando posso. O mi appoggio. Ho bisogno di dare un po’ di abbandono al mio corpo, mentre il mio spirito si abbandona. Mi piace leggere in un chiostro. L’ho fatto qualche volta. Per poco. Non mi piace usarlo troppo. Il chiostro è talmente indifeso, abbandonato e innocente! Le storie-storie terribili-che può aver visto, sentito, conosciuto, non lo riguardano e non lo contaminano. Un chiostro è come una preghiera. Ha la sua sincerità. Anche le mie visite ai chiostri sono preghiere. Prego la vita, perché sia benigna, e prego i miei simili perché operino bene e prego la terra, e -poiché sono pagana- prego ogni altro elemento ed ogni altro dio. E prego gli assenti perché continuino ad essere presenti in me. Io ho bisogni tattili speciali. Io devo toccare le cose che mi fanno tremare. Io tocco gli alberi, i tronchi, i rami, le foglie. Tocco i bassorilievi, le statue. I pomodori nei mercati. Le bocche delle fontane. I muri dei palazzi. E tocco le colonne dei chiostri e le pareti calde o umide, sfioro le piccole statue, accarezzo le lapidi incise. Tocco. Al centro del portico spettino l’alberello, se c’è, e tasto delicatamente i fiori delle aiuole, se ci sono. Tocco. Giro intorno, guardo, sorrido e tocco. Ascolto. Penso. Sto bene. Sono dentro e sono fuori. Sono al chiuso e sono all’aperto. Sono. Sono molto intensamente.
venerdì 30 novembre 2007
ancora corpo
Prendo spunto da un libro che non ho ancora terminato di leggere ma che mi ha sollecitata ad affrontare il discorso “rappresentazione e auto-rappresentazione femminile”.
Il libro è: “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini e indaga-sulla falsariga di quello storico di Elena Gianini Belotti “Dalla parte delle bambine” del 1973- i modelli culturali delle nuove bambine.
Per ora posso solo dirne che è pieno di dati e di riferimenti interessanti, ma avremo sicuramente modo di parlarne ancora.
Io ne approfitto per fare le mie osservazioni. Nascono dal basso, dalle cose che io osservo quotidianamente. Parlando con mia figlia, sentendo le storie delle sue amiche e colleghe, quelle delle figlie delle mie amiche e dei loro figli, ascoltando i discorsi delle donne, delle ragazze e delle ragazzine, nei negozi, negli autobus, fuori della scuola sotto casa, leggendo la posta sui giornali, guardando la televisione, passando sui blog personali femminili, guardando le pubblicità, i libri che escono, i servizi sulle riviste, le merci nei negozi ecc. Insomma come tutti noi, vivendo nella società, senza pretese di studiosa. Ma con un occhio allenato a guardare la realtà femminile.
In queste mie osservazioni delle volte mi sento davvero scoraggiata e tento di sottrarmi ad uno spettacolo che mi pesa sul cuore. E mi dico: lascia stare, non guardare, non ci pensare, ormai hai 64 anni, la tua vita l’hai fatta, tua figlia è “salva”, tuo nipote è maschio, fregatene. Lo so, è meschino, ma mi dico proprio così. Delle volte. Altre volte mi sento oppressa e insieme insofferente e ho voglia di fare qualche cosa di eclatante, di insultare qualcuno per strada, di scrivere lettere ai giornali, di fondare gruppi, di battermi ancora per le donne. Le donne le amo. Così come sono. Nella loro imperfezione. Anche quando mi fanno imbufalire. Le amo sempre, non ci posso fare niente.
Eppure io non volevo essere donna. Io volevo essere un maschio. Già da piccolissima. Per due ragioni: innanzitutto ho pensato da subito che essere femmina era una sfiga colossale e che essere maschio comportava tutt’altra considerazione, libertà e opportunità e secondo perché volevo attenzione da mio padre e coltivavo la tenace speranza che per un maschio ne avrebbe avuta di più.
Mi sono quindi applicata per fare di me un maschio, fin da piccola. Li ho osservati bene e ho deciso che quello che facevano loro lo avrei fatto anche io. Essenzialmente che cosa facevano? A botte. Le davano e le prendevano. Le detti e le presi. Facevano i famosi giochi “da maschio”, giochi fisici, tutti puntati sul corpo in movimento e in manifestazioni di forza. Li feci anche io. Con grande dispetto di mia madre. Non piangevano ( non potevano poveretti!). Non piansi. (Per molti anni, poi divenni una fontana). Mostravano coraggio. (Se poi lo avessero davvero era ed è tutt’altro discorso). Mostravo coraggio. Non si curavano del loro aspetto. Non me ne curai. Insomma, ce la misi tutta. Naturalmente fallii, non si sfugge alla propria natura. Ma fu una buona, un’ottima palestra.
Mi servì per scoprire che, dopotutto, NON volevo essere un maschio, che nonostante tutto essere femmina era MOLTO MEGLIO e che mi PIACEVANO molto di più le donne. (Piacevano non va inteso in senso sessuale).
Una volta riconvertita al mio sesso ho fatto tutte le regolamentari battaglie che la condizione femminile, a mio avviso, imponeva. Non ho disertato, in un conflitto il cui esito sentivo vitale per le donne.
Adesso mi guardo intorno e cerco di vederne i risultati. Sono sconfortanti. E certo, in quanto femminista, non posso non interrogarmi su me stessa e le mie compagne di allora. Ma andiamo per ordine. Che cosa vedo?
-Le donne sono ancora considerate ed ancora si considerano essenzialmente corpo.
Puntano tutto sul corpo. Lo mettono in gioco continuamente. Sono disposte a fargli di tutto. E a farsi fare di tutto. Lo manipolano secondo un gusto ed un immaginario esclusivamente maschile.
Su questo punto dunque abbiamo fallito. Dicevamo che il nostro corpo era bello, di per sé, che non aveva bisogno di piegarsi alle fantasie maschili. Tagliammo le nostre gonne, buttammo i reggiseni e mettemmo al vento i nostri seni. Lo svelammo, non per usarlo come tentazione, strumento di ascesa sociale e merce sessuale, ma per rivendicarne la bellezza, la nostra proprietà e l’uso libero.
Oggi le donne si gonfiano le labbra, trasformandole in un foro gonfio (a che cosa allude secondo voi?). Scoprono l’ombelico e la divisione delle natiche, velano/ svelano i capezzoli, in un gioco di copri/scopri che avevamo rifiutato, si iniettano di tutto, si tagliano perfino le ossa. Muoiono per essere più magre o più piene. Spogliano i loro corpi e li esibiscono sempre più volgarmente.
Non sto parlando di mancanza di pudore, di moralità, spero non ci sia bisogno di dirlo! Sto parlando di una aderenza totale al desiderio maschile, al modello di donna preda e oggetto di pratiche sessuali che l’uomo ha in mente. Non è tornato il reggiseno, ma le guepière delle nostre antenate, le giarrettiere, i bustini che strizzano il seno, e, come sempre, in un gioco al rialzo. E allora i tanga o niente del tutto sotto le minigonne. E camminano arrampicate su tacchi di 10, 12 centimetri, leggermente inclinate in avanti, rigide, fanno piccoli passi nelle gonne che le stringono. In compenso sono tutte uno spacco, o fori distribuiti qua e là. Naturalmente dicono di vestirsi così “perché così mi va”, ma il punto è questo: perché ti va? Perché ti piaci così? E’ una gara, una rincorsa a chi sollecita di più e meglio e prima l’appetito sessuale dei maschi. Corpi in offerta libera. Questa è la risposta. E poi l’altra risposta: perché così mi inducono a piacermi fin da piccola.
Questo è sotto i nostri occhi quotidianamente.
Alla scuola elementare sotto casa vedo arrivare bambine in minigonne leopardate, con le pancine scoperte e indossano minuscoli reggiseni che traspaiono sotto le magliette già a sette/otto anni. Hanno fretta. Mettono loro fretta. Serve carne fresca.
Al mare le bambine, benché senza seno, indossano allusivi costumini due pezzi. Per loro esiste già tutta una moda ammiccante, allusiva, di richiamo. Le ragazzine che incontro sugli autobus, undicenni, dodicenni, sembrano “piccole puttane crescono”, lo dico con il cuore addolorato.
Il corpo è ancora lo strumento, il mezzo, la carta vincente che aprirà le porte del successo. E l’uso libero è diventato abuso. Il sospetto di anni fa’ non è più un sospetto: la liberazione sessuale è stata usata dal maschio per avere liberamente e senza la vecchia contropartita (Tu mi dai accesso al tuo corpo io ti sposo) tutto il sesso che vuole. E non ha neppure più bisogno della vecchia contropartita. L’uso libero del nostro corpo doveva servire alla nostra gioia e alla nostra libertà, non ad aumentare le possibilità di far sesso dei maschi. Anche qui abbiamo fallito.
Il corpo femminile è ancora (dovrei dire di nuovo, perché ci sono stati anni di speranza, anni in cui le cose stavano cambiando) mezzo. Mezzo verso che cosa? Come sempre: catturare un maschio da tenersi accanto. Se poi il maschio valga la pena, o quanto valga la pena, le donne sembrano non chiederselo. Sembrano. Sono certa che-poi-se lo chiedono. Abbiamo ancora paura della solitudine e bisogno di affetto. Ma il problema non è qui. Cosa c’è di più umano della paura della solitudine e del desiderio di affetto? Il problema è che cosa siamo disposte a fare per rispondere (per tentare di rispondere) a questi bisogni. Quanto siamo disposte a svilirci per rispondere a questi bisogni.
Per sapere quanto siamo disposte a svilirci basta guardare.
Così, ho deciso di invitarvi a guardare. Lo farò più volte, ci tornerò e ci tornerò.
Non per emettere giudizi sulle donne di oggi, ma per indicare alle madri di bambine e bambini, le trappole che l’intero sistema della nostra società tende alla persona donna. Trappole mortali.
Il libro è: “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini e indaga-sulla falsariga di quello storico di Elena Gianini Belotti “Dalla parte delle bambine” del 1973- i modelli culturali delle nuove bambine.
Per ora posso solo dirne che è pieno di dati e di riferimenti interessanti, ma avremo sicuramente modo di parlarne ancora.
Io ne approfitto per fare le mie osservazioni. Nascono dal basso, dalle cose che io osservo quotidianamente. Parlando con mia figlia, sentendo le storie delle sue amiche e colleghe, quelle delle figlie delle mie amiche e dei loro figli, ascoltando i discorsi delle donne, delle ragazze e delle ragazzine, nei negozi, negli autobus, fuori della scuola sotto casa, leggendo la posta sui giornali, guardando la televisione, passando sui blog personali femminili, guardando le pubblicità, i libri che escono, i servizi sulle riviste, le merci nei negozi ecc. Insomma come tutti noi, vivendo nella società, senza pretese di studiosa. Ma con un occhio allenato a guardare la realtà femminile.
In queste mie osservazioni delle volte mi sento davvero scoraggiata e tento di sottrarmi ad uno spettacolo che mi pesa sul cuore. E mi dico: lascia stare, non guardare, non ci pensare, ormai hai 64 anni, la tua vita l’hai fatta, tua figlia è “salva”, tuo nipote è maschio, fregatene. Lo so, è meschino, ma mi dico proprio così. Delle volte. Altre volte mi sento oppressa e insieme insofferente e ho voglia di fare qualche cosa di eclatante, di insultare qualcuno per strada, di scrivere lettere ai giornali, di fondare gruppi, di battermi ancora per le donne. Le donne le amo. Così come sono. Nella loro imperfezione. Anche quando mi fanno imbufalire. Le amo sempre, non ci posso fare niente.
Eppure io non volevo essere donna. Io volevo essere un maschio. Già da piccolissima. Per due ragioni: innanzitutto ho pensato da subito che essere femmina era una sfiga colossale e che essere maschio comportava tutt’altra considerazione, libertà e opportunità e secondo perché volevo attenzione da mio padre e coltivavo la tenace speranza che per un maschio ne avrebbe avuta di più.
Mi sono quindi applicata per fare di me un maschio, fin da piccola. Li ho osservati bene e ho deciso che quello che facevano loro lo avrei fatto anche io. Essenzialmente che cosa facevano? A botte. Le davano e le prendevano. Le detti e le presi. Facevano i famosi giochi “da maschio”, giochi fisici, tutti puntati sul corpo in movimento e in manifestazioni di forza. Li feci anche io. Con grande dispetto di mia madre. Non piangevano ( non potevano poveretti!). Non piansi. (Per molti anni, poi divenni una fontana). Mostravano coraggio. (Se poi lo avessero davvero era ed è tutt’altro discorso). Mostravo coraggio. Non si curavano del loro aspetto. Non me ne curai. Insomma, ce la misi tutta. Naturalmente fallii, non si sfugge alla propria natura. Ma fu una buona, un’ottima palestra.
Mi servì per scoprire che, dopotutto, NON volevo essere un maschio, che nonostante tutto essere femmina era MOLTO MEGLIO e che mi PIACEVANO molto di più le donne. (Piacevano non va inteso in senso sessuale).
Una volta riconvertita al mio sesso ho fatto tutte le regolamentari battaglie che la condizione femminile, a mio avviso, imponeva. Non ho disertato, in un conflitto il cui esito sentivo vitale per le donne.
Adesso mi guardo intorno e cerco di vederne i risultati. Sono sconfortanti. E certo, in quanto femminista, non posso non interrogarmi su me stessa e le mie compagne di allora. Ma andiamo per ordine. Che cosa vedo?
-Le donne sono ancora considerate ed ancora si considerano essenzialmente corpo.
Puntano tutto sul corpo. Lo mettono in gioco continuamente. Sono disposte a fargli di tutto. E a farsi fare di tutto. Lo manipolano secondo un gusto ed un immaginario esclusivamente maschile.
Su questo punto dunque abbiamo fallito. Dicevamo che il nostro corpo era bello, di per sé, che non aveva bisogno di piegarsi alle fantasie maschili. Tagliammo le nostre gonne, buttammo i reggiseni e mettemmo al vento i nostri seni. Lo svelammo, non per usarlo come tentazione, strumento di ascesa sociale e merce sessuale, ma per rivendicarne la bellezza, la nostra proprietà e l’uso libero.
Oggi le donne si gonfiano le labbra, trasformandole in un foro gonfio (a che cosa allude secondo voi?). Scoprono l’ombelico e la divisione delle natiche, velano/ svelano i capezzoli, in un gioco di copri/scopri che avevamo rifiutato, si iniettano di tutto, si tagliano perfino le ossa. Muoiono per essere più magre o più piene. Spogliano i loro corpi e li esibiscono sempre più volgarmente.
Non sto parlando di mancanza di pudore, di moralità, spero non ci sia bisogno di dirlo! Sto parlando di una aderenza totale al desiderio maschile, al modello di donna preda e oggetto di pratiche sessuali che l’uomo ha in mente. Non è tornato il reggiseno, ma le guepière delle nostre antenate, le giarrettiere, i bustini che strizzano il seno, e, come sempre, in un gioco al rialzo. E allora i tanga o niente del tutto sotto le minigonne. E camminano arrampicate su tacchi di 10, 12 centimetri, leggermente inclinate in avanti, rigide, fanno piccoli passi nelle gonne che le stringono. In compenso sono tutte uno spacco, o fori distribuiti qua e là. Naturalmente dicono di vestirsi così “perché così mi va”, ma il punto è questo: perché ti va? Perché ti piaci così? E’ una gara, una rincorsa a chi sollecita di più e meglio e prima l’appetito sessuale dei maschi. Corpi in offerta libera. Questa è la risposta. E poi l’altra risposta: perché così mi inducono a piacermi fin da piccola.
Questo è sotto i nostri occhi quotidianamente.
Alla scuola elementare sotto casa vedo arrivare bambine in minigonne leopardate, con le pancine scoperte e indossano minuscoli reggiseni che traspaiono sotto le magliette già a sette/otto anni. Hanno fretta. Mettono loro fretta. Serve carne fresca.
Al mare le bambine, benché senza seno, indossano allusivi costumini due pezzi. Per loro esiste già tutta una moda ammiccante, allusiva, di richiamo. Le ragazzine che incontro sugli autobus, undicenni, dodicenni, sembrano “piccole puttane crescono”, lo dico con il cuore addolorato.
Il corpo è ancora lo strumento, il mezzo, la carta vincente che aprirà le porte del successo. E l’uso libero è diventato abuso. Il sospetto di anni fa’ non è più un sospetto: la liberazione sessuale è stata usata dal maschio per avere liberamente e senza la vecchia contropartita (Tu mi dai accesso al tuo corpo io ti sposo) tutto il sesso che vuole. E non ha neppure più bisogno della vecchia contropartita. L’uso libero del nostro corpo doveva servire alla nostra gioia e alla nostra libertà, non ad aumentare le possibilità di far sesso dei maschi. Anche qui abbiamo fallito.
Il corpo femminile è ancora (dovrei dire di nuovo, perché ci sono stati anni di speranza, anni in cui le cose stavano cambiando) mezzo. Mezzo verso che cosa? Come sempre: catturare un maschio da tenersi accanto. Se poi il maschio valga la pena, o quanto valga la pena, le donne sembrano non chiederselo. Sembrano. Sono certa che-poi-se lo chiedono. Abbiamo ancora paura della solitudine e bisogno di affetto. Ma il problema non è qui. Cosa c’è di più umano della paura della solitudine e del desiderio di affetto? Il problema è che cosa siamo disposte a fare per rispondere (per tentare di rispondere) a questi bisogni. Quanto siamo disposte a svilirci per rispondere a questi bisogni.
Per sapere quanto siamo disposte a svilirci basta guardare.
Così, ho deciso di invitarvi a guardare. Lo farò più volte, ci tornerò e ci tornerò.
Non per emettere giudizi sulle donne di oggi, ma per indicare alle madri di bambine e bambini, le trappole che l’intero sistema della nostra società tende alla persona donna. Trappole mortali.
giovedì 29 novembre 2007
primo amore all'indicativo
Prima o poi dovevamo arrivarci. Si plana sempre sulla realtà. Volenti o nolenti.
Eccoci quindi all’ indicativo.
Per tradizione, in ogni grammatica è definito il modo della realtà e, addirittura, dell’obiettività.
Si tratta di obiettività grammaticale, va da sé, perché come si mente bene con l’indicativo non si mente bene con nessun altro modo. (Per quanto, anche il gerundio, è un bel mentitore. Ma ne parleremo più in là).
Ora, poiché la realtà non solo predomina, ma spesso opprime anche le nostre vite, l’indicativo dispone di otto-tempi-otto, fra semplici e composti. Vale a dire che c’è sempre un tempo per la realtà. Per richiamarci a...per ricordarci la...per metterci di fronte alla...
Secondo me, che noi si usi l’indicativo per mentire è un semplice riflesso di autodifesa da tutta questa dose massiccia di realtà che ci vuole sopraffare. È quasi una sfida: “Sei il modo della realtà? Beh, ti faccio vedere io come ti piego bene alle mie esigenze menzognere”.
In pratica il presente indicativo dice semplicemente questo: ciò di cui ti parlo accade mentre te ne parlo. Semplicemente?
Mentire al presente indicativo è semplicemente uno spasso. Proviamo?
Ti amo. Dico, statisticamente, quante volte questo bell’indicativo presente sarà stato il modo della realtà? Non aggiungo altro.
Appena un cenno, perché mi affascina, al presente storico. Quando narriamo fatti, accaduti nel passato, parlandone al presente. Tecnica sia del racconto orale che della narrazione scritta, con cui rendiamo coinvolgenti gli avvenimenti di cui parliamo.
Il presente storico è una specie di zoom su un avvenimento passato, o un flash-back, inserito nel racconto.
“La Camera era al completo. Tutti i seggi dei parlamentari occupati. Il solito brusio passava di banco in banco. Ed ecco, si alza Giacomo Matteotti e chiede la parola...” Efficace, vero? Di botto, te lo vedi davanti, l’alta figura, il viso magro e nobile, l’atteggiamento determinato. Sì, il presente storico è un bell’espediente linguistico.
Un presente che invece odio è quello acronico. Quello delle sentenze, delle leggi, dei proclami. Tutti i E’ fatto divieto di...”, tutti i “Chiunque omette il pagamento di..., tutti i “Chi troppo vuole nulla stringe...ecc tutti gli “Alleanza Nazionale difende le donne dalla violenza” (letto stamattina sui muri di via Labicana): Insopportabili, no?
Dell’imperfetto dell’indicativo, voglio solo sottolineare l’aspetto fantastico. Imperfetto ludico o onirico lo chiamano i linguisti.
Quando i bambini nei loro giochi si dicono: allora io ero il capo degli indiani e..No, il capo degli Indiani ero io..No, ero io, e via così, discutendo. Come mi ha detto ieri sera Tommasino, ma in forma interrogativa: Tu eri Power ranger rosa, nonna? E io (che a vedermi attribuire il rosa come colore di riferimento normalmente mi incavolo) “Certo! E tu eri Power ranger verde?” “No, io ero Power ranger rosso, il capo”. Mica scemo, il piccoletto.
E poi, quando ci raccontiamo i sogni: E allora il Che veniva verso di me, mi tendeva il suo fucile e mi diceva: tienilo tu. (Sogno che feci davvero. Non fate commenti).
Di tempi ce ne sono ancora sei, ‘sta realtà è davvero invasiva.
Di futuro ne ho letto uno simpatico sul giornale stamattina: Giordano PRC: Valuteremo a gennaio la nostra permanenza nel governo. Chiediamo di definire a gennaio le nuove priorità dell’esecutivo e da queste dipenderà la nostra collaborazione futura. Bel futuro roseo, per il Governo, n’est pas?
Potrei rispondere con un futuro anteriore con valore “suppositivo”: Avrà avuto il via libera da Bertinotti, per fare questa affermazione.
Coraggio, ancora quattro tempi e ci liberiamo dell’indicativo. Dei due Trapassati, il Remoto è ormai “remoto” anche nello scritto. Abbandoniamolo al suo destino o a quegli autori che ancora si pongono il problema di scandire la realtà, di indagare nelle sue pieghe, nei polizieschi-dove stabilire i tempi al millesimo comporta avere o non avere un alibi- o nei romanzi di ambientazione ottocentesca, dove anche i sentimenti hanno una successione standard: Come l’ebbe vista si sentì infiammare. Quando lo ebbe salutato chinò gli occhi a terra e arrossì. Nel leggerlo o ci tuffiamo nell’onda romantica o ci spazientiamo. Ma insomma quanto sarà durato mai questo scambio di sguardi?!
Il Trapassato Prossimo è spesso velato di rimpianto o di pentimento: ti avevo telefonato per invitarti a cena, ma non ti ho trovato..Ti avevo cercata su Google, ma poi non ho avuto il coraggio di chiamarti..(Intanto erano passati sei anni, lei era incinta di un altro e lui andava al cinema da solo).
Riepilogando: presente, imperfetto, futuro semplice e anteriore, trapassato prossimo e remoto fatti.
Ed eccoci alla mia passione: I passati, il prossimo e il remoto.
Spia infallibile di molte magagne.
Ormai lo avrete capito che mi piace indagare, sia pure scherzosamente, le relazioni d’amore.
E allora vediamone una. Richiamiamo in gioco anche l’imperfetto, qui ne vale la pena.
Che cosa rende questi tre tempi così differenti? La prospettiva del parlante, l’atteggiamento con cui si guarda al passato, con cui questo viene percepito. Solo questo. Ma è tutto. E il parlante, lui, lo sa, e molto bene. O, se non lo sa, è il suo inconscio a saperlo.
Indicativo Imperfetto.
Io ti amavo. Storia passata? Manco per idea! Questo imperfetto è una patente contraddizione in termini. Nessuno che si sia davvero scrollato di dosso un sentimento usa questo imperfetto accorato e/o accusatorio. Non sentite l’eco di quell’amore in quelle tre sillabe? E la vena di rimpianto, il dire: “se tu... se io... se noi.. O anche: “Che cosa hai fatto? Perché hai rovinato tutto? Oppure: Perché non abbiamo capito?”
Quel “Ti amavo” è un imperfetto che è un presente e se non è un presente è solo perché non può, perché qualche cosa glielo impedisce..
Va bene, mi sto facendo trasportare, il fatto è che già nella mia testa si è presentata tutta una storia, con i suoi personaggi...
Indicativo Passato Prossimo.
Io ti ho amato. Bello, pulito, il passato prossimo rivive il processo nei suoi riflessi successivi, collegando il fatto di aver amato con un implicito risultato attuale: ti ho amato, ma ora amo mia moglie/mio marito. Ti ho amato, poi qualcosa non ha funzionato, ma mi fa piacere ricordare il nostro amore, ti penso con affetto, il nostro amore è stato un momento importante della mia vita e tu una figura cara. Il passato prossimo è il vero tempo del vero passato, il tempo del vero distacco, del disamoramento vero. E’ quello che consente la possibilità di rivivere la storia, parlandone con l’altro o dentro di noi, senza sofferenza, rimpianto, rancore, solo con la tenerezza del ricordo. Io ti ho amato. Non serve aggiungere “ma non ti amo più”: è già in quel passato prossimo.
Io ti amai. La rigidità, la drammaticità, l’enfasi di questo passato remoto, grida menzogna! menzogna! lontano un chilometro. Chi usa il passato remoto “vuole inserire l’azione entro coordinate temporali nette, ha bisogno di marcarne la compiutezza, lo stacco rispetto al presente.”(Serianni). Il passato remoto è enfatico e proprio per questo è spia di una insicurezza di fondo. “Ti amai. Ecco, glielo dico così, perché è più netto. Più passato. Ti amai. Sì, suona definitivo.” E invece il parlante è caduto nell’autoinganno. Il bisogno di chiudere quell’azione tra due termini, sia pure non espliciti (Ti amai tra l’80 e l’84) è il bisogno di tappare dentro un contenitore quell’amore che potrebbe ritornare a galla, come un cadavere mai davvero zavorrato per bene. Il parlante non PUO’ fare ricorso al passato prossimo: non è pronto ad usarlo, perché il passato prossimo segnerebbe un’ accettazione del fatto trascorso che invece non ci si può permettere. Dico “ti amai,, perché ho paura che quell’amore dal passato stinga sul mio presente. In pratica il parlante tampona il passato per paura che si rovesci sul presente.
Infatti è solo il superamento che può consentirci di parlare di qualche momento della nostra vita al passato prossimo. Perché, non fatevi ingannare dal termine, il passato prossimo è il meno “prossimo” che ci sia. E’ prossimo al nostro presente ma nella sua veste di passato, è prossimo al nostro cuore come i ricordi da cui abbiamo imparato, quelli che possiamo tenerci stretti, non quelli di cui ci dobbiamo liberare perchè ci fanno male, non quelli che dobbiamo negare...
Il Passato Remoto è un tempo pericoloso. Lo usiamo per nasconderci qualche cosa e invece ci tradisce. Ma, evidentemente, per chi lo ascolta, è un tempo speranzoso. La spia, cui, eventualmente, può attaccarsi. "Ha detto ti amai. Perché? Forse in fondo, in fondo, mi ama ancora, o può tornare ad amarmi!" Qui sto facendomi prendere la mano di nuovo, un’altra storia mi si sta presentando alla mente..
Perciò basta, la faccio finita.
Ma voglio terminare con una domanda: del vostro primo amore che cosa direste? L’ho amata? L’ amai? L’ amavo? NON MENTITE! Tanto vi sgamo.
Eccoci quindi all’ indicativo.
Per tradizione, in ogni grammatica è definito il modo della realtà e, addirittura, dell’obiettività.
Si tratta di obiettività grammaticale, va da sé, perché come si mente bene con l’indicativo non si mente bene con nessun altro modo. (Per quanto, anche il gerundio, è un bel mentitore. Ma ne parleremo più in là).
Ora, poiché la realtà non solo predomina, ma spesso opprime anche le nostre vite, l’indicativo dispone di otto-tempi-otto, fra semplici e composti. Vale a dire che c’è sempre un tempo per la realtà. Per richiamarci a...per ricordarci la...per metterci di fronte alla...
Secondo me, che noi si usi l’indicativo per mentire è un semplice riflesso di autodifesa da tutta questa dose massiccia di realtà che ci vuole sopraffare. È quasi una sfida: “Sei il modo della realtà? Beh, ti faccio vedere io come ti piego bene alle mie esigenze menzognere”.
In pratica il presente indicativo dice semplicemente questo: ciò di cui ti parlo accade mentre te ne parlo. Semplicemente?
Mentire al presente indicativo è semplicemente uno spasso. Proviamo?
Ti amo. Dico, statisticamente, quante volte questo bell’indicativo presente sarà stato il modo della realtà? Non aggiungo altro.
Appena un cenno, perché mi affascina, al presente storico. Quando narriamo fatti, accaduti nel passato, parlandone al presente. Tecnica sia del racconto orale che della narrazione scritta, con cui rendiamo coinvolgenti gli avvenimenti di cui parliamo.
Il presente storico è una specie di zoom su un avvenimento passato, o un flash-back, inserito nel racconto.
“La Camera era al completo. Tutti i seggi dei parlamentari occupati. Il solito brusio passava di banco in banco. Ed ecco, si alza Giacomo Matteotti e chiede la parola...” Efficace, vero? Di botto, te lo vedi davanti, l’alta figura, il viso magro e nobile, l’atteggiamento determinato. Sì, il presente storico è un bell’espediente linguistico.
Un presente che invece odio è quello acronico. Quello delle sentenze, delle leggi, dei proclami. Tutti i E’ fatto divieto di...”, tutti i “Chiunque omette il pagamento di..., tutti i “Chi troppo vuole nulla stringe...ecc tutti gli “Alleanza Nazionale difende le donne dalla violenza” (letto stamattina sui muri di via Labicana): Insopportabili, no?
Dell’imperfetto dell’indicativo, voglio solo sottolineare l’aspetto fantastico. Imperfetto ludico o onirico lo chiamano i linguisti.
Quando i bambini nei loro giochi si dicono: allora io ero il capo degli indiani e..No, il capo degli Indiani ero io..No, ero io, e via così, discutendo. Come mi ha detto ieri sera Tommasino, ma in forma interrogativa: Tu eri Power ranger rosa, nonna? E io (che a vedermi attribuire il rosa come colore di riferimento normalmente mi incavolo) “Certo! E tu eri Power ranger verde?” “No, io ero Power ranger rosso, il capo”. Mica scemo, il piccoletto.
E poi, quando ci raccontiamo i sogni: E allora il Che veniva verso di me, mi tendeva il suo fucile e mi diceva: tienilo tu. (Sogno che feci davvero. Non fate commenti).
Di tempi ce ne sono ancora sei, ‘sta realtà è davvero invasiva.
Di futuro ne ho letto uno simpatico sul giornale stamattina: Giordano PRC: Valuteremo a gennaio la nostra permanenza nel governo. Chiediamo di definire a gennaio le nuove priorità dell’esecutivo e da queste dipenderà la nostra collaborazione futura. Bel futuro roseo, per il Governo, n’est pas?
Potrei rispondere con un futuro anteriore con valore “suppositivo”: Avrà avuto il via libera da Bertinotti, per fare questa affermazione.
Coraggio, ancora quattro tempi e ci liberiamo dell’indicativo. Dei due Trapassati, il Remoto è ormai “remoto” anche nello scritto. Abbandoniamolo al suo destino o a quegli autori che ancora si pongono il problema di scandire la realtà, di indagare nelle sue pieghe, nei polizieschi-dove stabilire i tempi al millesimo comporta avere o non avere un alibi- o nei romanzi di ambientazione ottocentesca, dove anche i sentimenti hanno una successione standard: Come l’ebbe vista si sentì infiammare. Quando lo ebbe salutato chinò gli occhi a terra e arrossì. Nel leggerlo o ci tuffiamo nell’onda romantica o ci spazientiamo. Ma insomma quanto sarà durato mai questo scambio di sguardi?!
Il Trapassato Prossimo è spesso velato di rimpianto o di pentimento: ti avevo telefonato per invitarti a cena, ma non ti ho trovato..Ti avevo cercata su Google, ma poi non ho avuto il coraggio di chiamarti..(Intanto erano passati sei anni, lei era incinta di un altro e lui andava al cinema da solo).
Riepilogando: presente, imperfetto, futuro semplice e anteriore, trapassato prossimo e remoto fatti.
Ed eccoci alla mia passione: I passati, il prossimo e il remoto.
Spia infallibile di molte magagne.
Ormai lo avrete capito che mi piace indagare, sia pure scherzosamente, le relazioni d’amore.
E allora vediamone una. Richiamiamo in gioco anche l’imperfetto, qui ne vale la pena.
Che cosa rende questi tre tempi così differenti? La prospettiva del parlante, l’atteggiamento con cui si guarda al passato, con cui questo viene percepito. Solo questo. Ma è tutto. E il parlante, lui, lo sa, e molto bene. O, se non lo sa, è il suo inconscio a saperlo.
Indicativo Imperfetto.
Io ti amavo. Storia passata? Manco per idea! Questo imperfetto è una patente contraddizione in termini. Nessuno che si sia davvero scrollato di dosso un sentimento usa questo imperfetto accorato e/o accusatorio. Non sentite l’eco di quell’amore in quelle tre sillabe? E la vena di rimpianto, il dire: “se tu... se io... se noi.. O anche: “Che cosa hai fatto? Perché hai rovinato tutto? Oppure: Perché non abbiamo capito?”
Quel “Ti amavo” è un imperfetto che è un presente e se non è un presente è solo perché non può, perché qualche cosa glielo impedisce..
Va bene, mi sto facendo trasportare, il fatto è che già nella mia testa si è presentata tutta una storia, con i suoi personaggi...
Indicativo Passato Prossimo.
Io ti ho amato. Bello, pulito, il passato prossimo rivive il processo nei suoi riflessi successivi, collegando il fatto di aver amato con un implicito risultato attuale: ti ho amato, ma ora amo mia moglie/mio marito. Ti ho amato, poi qualcosa non ha funzionato, ma mi fa piacere ricordare il nostro amore, ti penso con affetto, il nostro amore è stato un momento importante della mia vita e tu una figura cara. Il passato prossimo è il vero tempo del vero passato, il tempo del vero distacco, del disamoramento vero. E’ quello che consente la possibilità di rivivere la storia, parlandone con l’altro o dentro di noi, senza sofferenza, rimpianto, rancore, solo con la tenerezza del ricordo. Io ti ho amato. Non serve aggiungere “ma non ti amo più”: è già in quel passato prossimo.
Io ti amai. La rigidità, la drammaticità, l’enfasi di questo passato remoto, grida menzogna! menzogna! lontano un chilometro. Chi usa il passato remoto “vuole inserire l’azione entro coordinate temporali nette, ha bisogno di marcarne la compiutezza, lo stacco rispetto al presente.”(Serianni). Il passato remoto è enfatico e proprio per questo è spia di una insicurezza di fondo. “Ti amai. Ecco, glielo dico così, perché è più netto. Più passato. Ti amai. Sì, suona definitivo.” E invece il parlante è caduto nell’autoinganno. Il bisogno di chiudere quell’azione tra due termini, sia pure non espliciti (Ti amai tra l’80 e l’84) è il bisogno di tappare dentro un contenitore quell’amore che potrebbe ritornare a galla, come un cadavere mai davvero zavorrato per bene. Il parlante non PUO’ fare ricorso al passato prossimo: non è pronto ad usarlo, perché il passato prossimo segnerebbe un’ accettazione del fatto trascorso che invece non ci si può permettere. Dico “ti amai,, perché ho paura che quell’amore dal passato stinga sul mio presente. In pratica il parlante tampona il passato per paura che si rovesci sul presente.
Infatti è solo il superamento che può consentirci di parlare di qualche momento della nostra vita al passato prossimo. Perché, non fatevi ingannare dal termine, il passato prossimo è il meno “prossimo” che ci sia. E’ prossimo al nostro presente ma nella sua veste di passato, è prossimo al nostro cuore come i ricordi da cui abbiamo imparato, quelli che possiamo tenerci stretti, non quelli di cui ci dobbiamo liberare perchè ci fanno male, non quelli che dobbiamo negare...
Il Passato Remoto è un tempo pericoloso. Lo usiamo per nasconderci qualche cosa e invece ci tradisce. Ma, evidentemente, per chi lo ascolta, è un tempo speranzoso. La spia, cui, eventualmente, può attaccarsi. "Ha detto ti amai. Perché? Forse in fondo, in fondo, mi ama ancora, o può tornare ad amarmi!" Qui sto facendomi prendere la mano di nuovo, un’altra storia mi si sta presentando alla mente..
Perciò basta, la faccio finita.
Ma voglio terminare con una domanda: del vostro primo amore che cosa direste? L’ho amata? L’ amai? L’ amavo? NON MENTITE! Tanto vi sgamo.
mercoledì 28 novembre 2007
italiani brava gente
Per chi fosse interessato segnalo l'appello IL TRIANGOLO NERO-NESSUN POPOLO E' ILLEGALE.
Riporto da Giap
"Diffuso a partire dal 15 novembre scorso, è nato dall'incazzatura nel vedere un intero paese comportarsi da cane rabbioso.
Non che sia la prima volta: da anni sfrigola nell'aria la voglia di linciaggio, e in certe occasioni si fa desiderio violento. Ogni tot mesi, per qualche giorno sembra di stare in 28 giorni dopo, con le città in preda a un'epidemia di collera.
Solo che ogni volta è peggio: uno scoppio di xenofobia tanto esplicito e privo di pudore - e per giunta trasversale, senza distinzioni tra destra e "sinistra" - non pare avere precedenti nella storia recente del paese. E da un mese a questa parte sembra del tutto normale, accettabile e "di sinistra" (!) parlare dei rumeni come Borghezio, ed è diventato chic rivendicarlo.
Insomma, alcuni scrittori e artisti hanno cominciato a discutere al telefono e via e-mail, e in 48 ore è nato l'appello. Promosso da una ventina di persone, in un battibaleno ha raccolto oltre cinquecento firme, tra cui molti esponenti noti della cultura e dell'informazione, da Gad Lerner a Moni Ovadia, da Andrea Camilleri a Chiara Ingrao, da Bernardo Bertolucci a Franca Rame, da Sandro Veronesi a Erri De Luca, da Lidia Ravera a Nanni Balestrini, da Enrico Ghezzi a Giuseppe Pederiali, da Melissa Panarello a Sandrone Dazieri. Spedito in giro, l'appello si è trasformato in cometa dalla lunga coda. Mentre scriviamo sta per toccare le seimila firme. Compare integrale su centinaia di blog e siti, google restituisce oltre 25.000 risultati. Inoltre è disponibile in diverse lingue: rumeno - spagnolo - francese - catalano.
Da quest'appello forse nasceranno altre iniziative pubbliche. Se ne sta discutendo tra i promotori, che si sono dati un nome temporaneo: "Nei campi".
Se volete, potete firmarlo a: http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
Riporto da Giap
"Diffuso a partire dal 15 novembre scorso, è nato dall'incazzatura nel vedere un intero paese comportarsi da cane rabbioso.
Non che sia la prima volta: da anni sfrigola nell'aria la voglia di linciaggio, e in certe occasioni si fa desiderio violento. Ogni tot mesi, per qualche giorno sembra di stare in 28 giorni dopo, con le città in preda a un'epidemia di collera.
Solo che ogni volta è peggio: uno scoppio di xenofobia tanto esplicito e privo di pudore - e per giunta trasversale, senza distinzioni tra destra e "sinistra" - non pare avere precedenti nella storia recente del paese. E da un mese a questa parte sembra del tutto normale, accettabile e "di sinistra" (!) parlare dei rumeni come Borghezio, ed è diventato chic rivendicarlo.
Insomma, alcuni scrittori e artisti hanno cominciato a discutere al telefono e via e-mail, e in 48 ore è nato l'appello. Promosso da una ventina di persone, in un battibaleno ha raccolto oltre cinquecento firme, tra cui molti esponenti noti della cultura e dell'informazione, da Gad Lerner a Moni Ovadia, da Andrea Camilleri a Chiara Ingrao, da Bernardo Bertolucci a Franca Rame, da Sandro Veronesi a Erri De Luca, da Lidia Ravera a Nanni Balestrini, da Enrico Ghezzi a Giuseppe Pederiali, da Melissa Panarello a Sandrone Dazieri. Spedito in giro, l'appello si è trasformato in cometa dalla lunga coda. Mentre scriviamo sta per toccare le seimila firme. Compare integrale su centinaia di blog e siti, google restituisce oltre 25.000 risultati. Inoltre è disponibile in diverse lingue: rumeno - spagnolo - francese - catalano.
Da quest'appello forse nasceranno altre iniziative pubbliche. Se ne sta discutendo tra i promotori, che si sono dati un nome temporaneo: "Nei campi".
Se volete, potete firmarlo a: http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
avere vent'anni nel 1963
Ho letto, tutto d’un fiato “Chesil Beach” di Ian McEwan edito da Einaudi. Non vi racconterò la trama. Vi anticiperò solo che la vicenda si svolge in Inghilterra nel 1962, un anno come un altro, che come un altro non è stato, perché si situa ad di qua di uno spartiacque epocale, quello tra la morale chiusa e opprimente del conservatorismo e quella della rivoluzione sessuale. Tra prima e dopo il primo LP dei Beatles. Benché le cesure siano sempre un po’ arbitrarie, è innegabile che dal 1963 si assistette ad un’esplosione di vitalità e ad una vera e propria liberazione. Un “Libera tutti!” in grande stile.
La storia che ci racconta McEwan si svolge come si svolge proprio perché i protagonisti si trovano a viverla stando al di qua di quello spartiacque. Prigionieri di quella morale soffocante, vittime di quella oppressione. Il libro mi ha colpito molto perché, oltre ad essere scritto magistralmente, come tutti i libri di Ian McEwan, rende chiaro fino alla esemplarità il meccanismo per cui una vita, o due vite insieme, possono essere segnate da un solo giorno, da un solo atto.
Io ho vissuto la mia giovinezza a cavallo di quello spartiacque, sentendo il richiamo del “Libera tutti!” ma ancora tenuta stretta dagli imperativi categorici della mia epoca.
Nel 1963, quando i Beatles cantavano Love me do, io avevo vent’anni e per i miei pensieri, le mie idee, i miei desideri e i miei giudizi mi collocavo al di là dei conformismi del mio ambiente e mordevo il freno di un’educazione severa e forse ipocrita. Alla quale avevo obbedito, sforzandomi di aderirvi con un'opera di autoconvincimento negli anni immediatamente precedenti.
Nel 1963 l’avevo ormai catalogata come sbagliata, e mi preparavo a buttarla via.
Ma gli occhiuti guardiani della morale sessuofobica vigilavano. Io incappai in uno di loro, nella persona di una mia coetanea che mi alienò, per pruderie e forse invidia e gelosia, l’affetto e la stima di un vasto ambiente intorno a me. Non è questo il punto che mi preme raccontare-a quei tempi di storie così ne accadevano continuamente-ma il fatto che, per una frase spavalda e ingenua insieme, per un piccolo, innocente atto di ribellione, l’intera mia vita piegò in una direzione, si plasmarono rapporti, si irrigidirono preconcetti, si pietrificarono giudizi. In fondo la mia storia è una storia pirandelliana. Sapete, quando Pirandello apre uno squarcio nella vita di qualcuno e ci fa vedere come questa possa essere tutta inghiottita da quello squarcio? E la storia di Chesil Beach è, in questo senso, pirandelliana. Anche qui i due protagonisti vedono la loro vita piegare in una direzione piuttosto che in un’altra a causa di una sola, solissima notte. Resteranno prigionieri di quella notte che porterà via loro la possibilità di una vita ricca di amore e di gioia. Ciò nonostante non è un libro triste. Siamo troppo presi dal succedersi dei minuscoli avvenimenti che indirizzeranno la vita dei protagonisti per rattristarci per loro. E troppo incatenati alla scrittura perfetta dell'autore.
Solo dopo, scuotendo il capo, ci verrà di dire: Peccato!
Va letto. Anche o forse soprattutto da chi è venuto al mondo molto dopo quel 1962.
Idea! Mi raccontereste i vostri vent’anni?
Qui vi sintetizzo i miei.
I miei vent’anni sono stati molto lirici e poco epici.
Dopo una piccola indagine ho scoperto che il 1963 era l’anno in cui la Cinquetti cantava “Non ho l’età”. Io la trovavo melensa. Mi elettrizzai invece per Love me do dei Beatles, come se li aspettassi.
E’ anche l’anno della Pacem in terris, ma io l’ho letta dopo.
È l’anno della uccisione di Kennedy, ma non chiedetemi dove ero quando lo appresi perché non lo so.
Ricordo invece il Vajont. Un’immagine in bianco e nero che strappava il cuore. Senza colpe. La fatalità della natura. Così credetti. Molto dopo ho scoperto che di fatale non c’era proprio niente.
Per circa un anno ho vissuto in un mio mondo privato. Il mio ventesimo anno è stato il culmine di un processo di focalizzazione sui miei sentimenti.
Poi entrata all’Università sono tornata a volgere il mio sguardo al mondo fuori di me e non l’ho più distolto.
Ma quell’anno lo ricordo come un tuffo nel profondo di me stessa.
Da cui emersi senza aver capito niente. Né dopo migliorai.
Non mi sentivo immortale, come dicono che si sentano i giovani. Avevo una punta di amaro già allora. Sono stata una ventenne atipica. O tipica del secondo tipo.
La storia che ci racconta McEwan si svolge come si svolge proprio perché i protagonisti si trovano a viverla stando al di qua di quello spartiacque. Prigionieri di quella morale soffocante, vittime di quella oppressione. Il libro mi ha colpito molto perché, oltre ad essere scritto magistralmente, come tutti i libri di Ian McEwan, rende chiaro fino alla esemplarità il meccanismo per cui una vita, o due vite insieme, possono essere segnate da un solo giorno, da un solo atto.
Io ho vissuto la mia giovinezza a cavallo di quello spartiacque, sentendo il richiamo del “Libera tutti!” ma ancora tenuta stretta dagli imperativi categorici della mia epoca.
Nel 1963, quando i Beatles cantavano Love me do, io avevo vent’anni e per i miei pensieri, le mie idee, i miei desideri e i miei giudizi mi collocavo al di là dei conformismi del mio ambiente e mordevo il freno di un’educazione severa e forse ipocrita. Alla quale avevo obbedito, sforzandomi di aderirvi con un'opera di autoconvincimento negli anni immediatamente precedenti.
Nel 1963 l’avevo ormai catalogata come sbagliata, e mi preparavo a buttarla via.
Ma gli occhiuti guardiani della morale sessuofobica vigilavano. Io incappai in uno di loro, nella persona di una mia coetanea che mi alienò, per pruderie e forse invidia e gelosia, l’affetto e la stima di un vasto ambiente intorno a me. Non è questo il punto che mi preme raccontare-a quei tempi di storie così ne accadevano continuamente-ma il fatto che, per una frase spavalda e ingenua insieme, per un piccolo, innocente atto di ribellione, l’intera mia vita piegò in una direzione, si plasmarono rapporti, si irrigidirono preconcetti, si pietrificarono giudizi. In fondo la mia storia è una storia pirandelliana. Sapete, quando Pirandello apre uno squarcio nella vita di qualcuno e ci fa vedere come questa possa essere tutta inghiottita da quello squarcio? E la storia di Chesil Beach è, in questo senso, pirandelliana. Anche qui i due protagonisti vedono la loro vita piegare in una direzione piuttosto che in un’altra a causa di una sola, solissima notte. Resteranno prigionieri di quella notte che porterà via loro la possibilità di una vita ricca di amore e di gioia. Ciò nonostante non è un libro triste. Siamo troppo presi dal succedersi dei minuscoli avvenimenti che indirizzeranno la vita dei protagonisti per rattristarci per loro. E troppo incatenati alla scrittura perfetta dell'autore.
Solo dopo, scuotendo il capo, ci verrà di dire: Peccato!
Va letto. Anche o forse soprattutto da chi è venuto al mondo molto dopo quel 1962.
Idea! Mi raccontereste i vostri vent’anni?
Qui vi sintetizzo i miei.
I miei vent’anni sono stati molto lirici e poco epici.
Dopo una piccola indagine ho scoperto che il 1963 era l’anno in cui la Cinquetti cantava “Non ho l’età”. Io la trovavo melensa. Mi elettrizzai invece per Love me do dei Beatles, come se li aspettassi.
E’ anche l’anno della Pacem in terris, ma io l’ho letta dopo.
È l’anno della uccisione di Kennedy, ma non chiedetemi dove ero quando lo appresi perché non lo so.
Ricordo invece il Vajont. Un’immagine in bianco e nero che strappava il cuore. Senza colpe. La fatalità della natura. Così credetti. Molto dopo ho scoperto che di fatale non c’era proprio niente.
Per circa un anno ho vissuto in un mio mondo privato. Il mio ventesimo anno è stato il culmine di un processo di focalizzazione sui miei sentimenti.
Poi entrata all’Università sono tornata a volgere il mio sguardo al mondo fuori di me e non l’ho più distolto.
Ma quell’anno lo ricordo come un tuffo nel profondo di me stessa.
Da cui emersi senza aver capito niente. Né dopo migliorai.
Non mi sentivo immortale, come dicono che si sentano i giovani. Avevo una punta di amaro già allora. Sono stata una ventenne atipica. O tipica del secondo tipo.
martedì 27 novembre 2007
Una notte con Wislawa
Mia figlia è all’estero, Tommasino è con me. È bellissimo vederlo addormentarsi, un’esperienza per la quale non ho parole.Per la prima volta ha voluto che lasciassi accesa una luce. “Hai paura?” gli ho domandato. “No, ma con la luce vedo meglio” mi ha risposto. Non è un bambino spiritoso? Ma io non riesco a dormire con il più piccolo chiarore, così eccomi qui a scrivere post e andrò avanti, penso, tutta la notte. Non a scrivere post, tranquilli.
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Wislawa Szymborska
Non hanno sbagliato a darle il Nobel, no di certo.
Poetessa con ironia. Con uno sguardo intatto, da primo mattino del mondo, sulla vita.
Ma sotto senti quanto profondamente stia “dentro” le cose della vita, come le guardi da dentro.
E inoltre, è semplicemente deliziosa!
IL 16 MAGGIO 1973
Una delle tante date
che non mi dicono più nulla.
Dove sono aandata quel giorno,
che cosa ho fatto-non lo so.
Se lì vicino fosse stato commesso un delitto
-non avrei un alibi.
Il sole sfolgorò e si spense
senza che ci facessi caso.
La terra ruotò
e non ne presi nota.
Mi sarebbe più lieve pensare
di essere morta per poco,
piuttosto di ammettere di non ricordare nulla
benché sia vissuta senza interruzioni.
Non ero un fantasma, dopotutto,
respiravo, mangiavo,
si sentiva
il rumore dei miei passi,
e le impronte delle mie dita
dovevano restare sulle maniglie.
Lo specchio rifletteva la mia immagine.
Indossavo qualcosa di un qualche colore.
Certamente più d’uno mi vide.
Forse quel giorno
trovai una cosa andata perduta.
Forse ne persi una trovata poi.
Ero colma di emozioni e impressioni.
Adesso tutto questo è come
dei puntini fra parentesi.
Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata-
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.
Scuoto la mia memoria-
forse tra i suoi rami qualcosa
addormentato da anni
si leverà con un frullo.
No.
Evidentemente chiedo troppo,
addirittura un intero secondo.
AMORE A PRIMA VISTA
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano-
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
-ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.
Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa’
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al riveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
ALLEGRO MA NON TROPPO
Sei bella-dico alla vita-
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.
Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.
Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.
Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto-
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!
Non trovo nulla-le dico-
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.
Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro- e cosa più-
magia, stregoneria.
Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.
Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?
SORRISI
Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa d’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti-è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.
Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
È quanto mai necessario un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.
La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.
Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
tresformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.
da "Vista con granello di sabbia" Adelphi 1998
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Wislawa Szymborska
Non hanno sbagliato a darle il Nobel, no di certo.
Poetessa con ironia. Con uno sguardo intatto, da primo mattino del mondo, sulla vita.
Ma sotto senti quanto profondamente stia “dentro” le cose della vita, come le guardi da dentro.
E inoltre, è semplicemente deliziosa!
IL 16 MAGGIO 1973
Una delle tante date
che non mi dicono più nulla.
Dove sono aandata quel giorno,
che cosa ho fatto-non lo so.
Se lì vicino fosse stato commesso un delitto
-non avrei un alibi.
Il sole sfolgorò e si spense
senza che ci facessi caso.
La terra ruotò
e non ne presi nota.
Mi sarebbe più lieve pensare
di essere morta per poco,
piuttosto di ammettere di non ricordare nulla
benché sia vissuta senza interruzioni.
Non ero un fantasma, dopotutto,
respiravo, mangiavo,
si sentiva
il rumore dei miei passi,
e le impronte delle mie dita
dovevano restare sulle maniglie.
Lo specchio rifletteva la mia immagine.
Indossavo qualcosa di un qualche colore.
Certamente più d’uno mi vide.
Forse quel giorno
trovai una cosa andata perduta.
Forse ne persi una trovata poi.
Ero colma di emozioni e impressioni.
Adesso tutto questo è come
dei puntini fra parentesi.
Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata-
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.
Scuoto la mia memoria-
forse tra i suoi rami qualcosa
addormentato da anni
si leverà con un frullo.
No.
Evidentemente chiedo troppo,
addirittura un intero secondo.
AMORE A PRIMA VISTA
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano-
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
-ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.
Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa’
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al riveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
ALLEGRO MA NON TROPPO
Sei bella-dico alla vita-
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.
Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.
Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.
Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto-
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!
Non trovo nulla-le dico-
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.
Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro- e cosa più-
magia, stregoneria.
Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.
Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?
SORRISI
Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa d’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti-è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.
Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
È quanto mai necessario un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.
La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.
Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
tresformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.
da "Vista con granello di sabbia" Adelphi 1998
lunedì 26 novembre 2007
Depressione/sei/ Primo Romanticismo, oh my God!
Il mal di vivere del primo Romanticismo ha una sua complessa originalità: è un insieme di disillusione (Il Congresso di Vienna del 1815 dichiara archiviato ogni sogno politico di libertà, mentre sull’Europa si distende la cappa soffocante della Santa Alleanza), di noia e di impazienza, di sentimenti morbosi e di fame di vita.

Arthur Rimbaud
Sono i poeti a farsi portavoce di questi umori. Prima si esaltano per le grandi imprese libertarie che sembrano a portata di mano, poi delusi ripiegano sull’amore.
Noi diremmo dal politico al personale. Ma anche il personale è doloroso. Gli amori sono tragici, minacciati dal tempo, dal tradimento, dalla morte. I poeti muoiono giovani. Così Shelley, Keats, Burns, Byron, l’intera famiglia Bronte, Novalis, von Kleist. Se tardano a morire invocano la morte. Thomas Gray è il poeta dei cimiteri, Wordsworth e Coleridge rovesciano i loro pensieri oscuri in ognuno dei loro versi.

John Keats
Di Giacomo Leopardi parlerò a parte perché la sua lezione è non solo poetica ma anche filosofica e costituisce un unicum.
Con Francois-René de Chateaubriand e Benjamin Constant si affaccia una prima interpretazione “moderna” del mal di vivere. Entrambi malinconici patologici, denunciano le frustrazioni generate in noi dai nostri limiti. Mentre il progresso infiamma la fantasia e l’immaginazione e i sogni e le aspirazioni crescono, la scienza rende sempre più chiaro il senso dei nostri limiti e della nostra finitezza: Il primo Ottocento intuisce il disagio esistenziale.
Mentre i poeti muoiono, i filosofi si deprimono (gravemente come John Stuart Mill),e i caricaturisti coprono di sarcasmo i “malfelici”. Ingiustamente, perché il mal di vivere continua a devastare anche la seconda generazione del secolo. Ogni grande poeta lo esprime con la sua voce personale. Stéphane Mallarmé: “profumo di tristezza”, Paul Verlaine: “il languore monotono”, Arthur Rimbaud il suo definitivo: “Io mi credo all’inferno, dunque vi sono”. Leconte de Lisle alla Morte: “rendici il riposo che la vita ha disturbato”. Gerard de Nerval, “io sono il tenebroso, lo sconsolato”, Théophile Gautier: “acre voluttà del male”.
L’angoscia di vita ha mille sfumature. Tra queste ‘la noia esistenziale’ che Flaubert descrive anatomicamente nelle lettere agli amici e Baudelaire canta regalmente.
Siamo dunque allo spleen, angoscia sia fisica che metafisica, soffocamento e disgusto, apatia e scoramento, che Baudelaire, in una lettera alla madre, sintetizza così: “Mi domando continuamente: a che pro questo? a che pro quello? E’ questa la vera essenza dello spleen.”
I grandi musicisti del secolo non soffrono meno: così Schumann-tormentato fino alla follia-Ciaikovskij e Berlioz. Così pure i pittori: William Blake, gli scultori-Rodin con Il pensatore scolpisce l’equivalente della Melancholia I di Durer. E i romanzieri: Edgar Allan Poe e Lev Tolstoj. Tutti preda dello stesso mal di vivere.
Se la malinconia delle prime generazioni di romantici era congiunturale, il fenomeno si innesta ora sulla modernità e diviene autonomo dagli eventi storici, ed endemico. Colpisce individui al di fuori di qualsiasi contesto culturale o sociopolitico: non è più il male del secolo, come lo aveva definito Alfred de Musset, ma si avvia ad essere il male della modernità.
Arthur Rimbaud
Sono i poeti a farsi portavoce di questi umori. Prima si esaltano per le grandi imprese libertarie che sembrano a portata di mano, poi delusi ripiegano sull’amore.
Noi diremmo dal politico al personale. Ma anche il personale è doloroso. Gli amori sono tragici, minacciati dal tempo, dal tradimento, dalla morte. I poeti muoiono giovani. Così Shelley, Keats, Burns, Byron, l’intera famiglia Bronte, Novalis, von Kleist. Se tardano a morire invocano la morte. Thomas Gray è il poeta dei cimiteri, Wordsworth e Coleridge rovesciano i loro pensieri oscuri in ognuno dei loro versi.
John Keats
Di Giacomo Leopardi parlerò a parte perché la sua lezione è non solo poetica ma anche filosofica e costituisce un unicum.
Con Francois-René de Chateaubriand e Benjamin Constant si affaccia una prima interpretazione “moderna” del mal di vivere. Entrambi malinconici patologici, denunciano le frustrazioni generate in noi dai nostri limiti. Mentre il progresso infiamma la fantasia e l’immaginazione e i sogni e le aspirazioni crescono, la scienza rende sempre più chiaro il senso dei nostri limiti e della nostra finitezza: Il primo Ottocento intuisce il disagio esistenziale.
Mentre i poeti muoiono, i filosofi si deprimono (gravemente come John Stuart Mill),e i caricaturisti coprono di sarcasmo i “malfelici”. Ingiustamente, perché il mal di vivere continua a devastare anche la seconda generazione del secolo. Ogni grande poeta lo esprime con la sua voce personale. Stéphane Mallarmé: “profumo di tristezza”, Paul Verlaine: “il languore monotono”, Arthur Rimbaud il suo definitivo: “Io mi credo all’inferno, dunque vi sono”. Leconte de Lisle alla Morte: “rendici il riposo che la vita ha disturbato”. Gerard de Nerval, “io sono il tenebroso, lo sconsolato”, Théophile Gautier: “acre voluttà del male”.
L’angoscia di vita ha mille sfumature. Tra queste ‘la noia esistenziale’ che Flaubert descrive anatomicamente nelle lettere agli amici e Baudelaire canta regalmente.
Siamo dunque allo spleen, angoscia sia fisica che metafisica, soffocamento e disgusto, apatia e scoramento, che Baudelaire, in una lettera alla madre, sintetizza così: “Mi domando continuamente: a che pro questo? a che pro quello? E’ questa la vera essenza dello spleen.”
I grandi musicisti del secolo non soffrono meno: così Schumann-tormentato fino alla follia-Ciaikovskij e Berlioz. Così pure i pittori: William Blake, gli scultori-Rodin con Il pensatore scolpisce l’equivalente della Melancholia I di Durer. E i romanzieri: Edgar Allan Poe e Lev Tolstoj. Tutti preda dello stesso mal di vivere.
Se la malinconia delle prime generazioni di romantici era congiunturale, il fenomeno si innesta ora sulla modernità e diviene autonomo dagli eventi storici, ed endemico. Colpisce individui al di fuori di qualsiasi contesto culturale o sociopolitico: non è più il male del secolo, come lo aveva definito Alfred de Musset, ma si avvia ad essere il male della modernità.
depressione/Charles e lo spleen
LXXVIII - Spleen
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
II nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrement.
Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.
Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda ai lunghi tedii,
e-abbracciando tutto il cerchio dell’orizzonte-
versa su di noi una luce nera più triste delle notti;
quando la terra è mutata in un’ umida segreta
dove la Speranza, come un pipistrello,
va battendo i muri con l’ala timorosa
e picchiando la testa contro i soffitti marci;
quando la pioggia sciorinando le sue immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione,
e un popolo muto d’infami ragni
viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli,
campane a un tratto bàlzano su con furia
e lanciano verso il cielo un terribile urlìo,
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinatamente.
E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti nell’anima mia; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
sul mio cranio chino pianta il suo nero vessillo.

La traduzione è di Clemente Fusero.
Sicuramente, ognuno di noi, ne ha una diversa.
Le leggerei volentieri.
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
II nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrement.
Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.
Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda ai lunghi tedii,
e-abbracciando tutto il cerchio dell’orizzonte-
versa su di noi una luce nera più triste delle notti;
quando la terra è mutata in un’ umida segreta
dove la Speranza, come un pipistrello,
va battendo i muri con l’ala timorosa
e picchiando la testa contro i soffitti marci;
quando la pioggia sciorinando le sue immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione,
e un popolo muto d’infami ragni
viene a tendere le sue reti in fondo ai nostri cervelli,
campane a un tratto bàlzano su con furia
e lanciano verso il cielo un terribile urlìo,
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinatamente.
E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti nell’anima mia; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
sul mio cranio chino pianta il suo nero vessillo.
La traduzione è di Clemente Fusero.
Sicuramente, ognuno di noi, ne ha una diversa.
Le leggerei volentieri.
sabato 24 novembre 2007
al tè delle cinque?
ROMA 8 marzo 1979

ROMA 24 novembre 2007













Leggo i primi commenti.
Che violente queste donne! Scandalo! Contestate le Ministre Pollastrini, Turco e Melandri! E allora? Succede in tutti i cortei che i ministri si prendano i fischi. E' fisiologico. E poi, care ministre, davvero il pacchetto Amato ci serve? Ci aiuterà? Davvero è la risposta al nostro problema?
Cacciate dal corteo la Carfagna e la Prestigiacomo! La Carfagna mi è sfuggita, ma la Prestigiacomo me la sono trovata accanto. Circondata da quattro guardaspalle che la proteggevano. Da chi? Ma va a c...E poi il corteo era contro la violenza degli uomini sulle donne, mica contro la violenza tra donne. ;-)
Esclusi i maschi dal corteo! Ohibò! Eccheduepalle! Ancora questa storia! Se volevano potevano sfilare accanto al corteo, come molti hanno fatto. Sorriderci, parlarci, come i più intelligenti hanno fatto. Ma è mai possibile che non possano sopportare la ferita narcisistica di non essere protagonisti per lo spazio di un pomeriggio? Giusto o non giusto, il coordinamento delle donne ha deciso così: corteo separatista. Imporsi è da maleducati. O da provocatori? Comunque, al fondo del corteo ce n'erano tanti di uomini, un po' defilati e senza imporsi e nessuna li ha aggrediti.
Ah, ne ho una per la Maraini, che si sdegna e dice che tutti vanno accolti nei cortei. Guarda che io ti ricordo bene quando teorizzavi la separatezza e gridavi "fuori, fuori, fuori" ai maschi. Se lasciassimo in pace queste giovani donne incazzate, senza voler far loro la lezione? Mi pare che se la cavino piuttosto bene...
Del resto è sempre stato così: dalle manifestazioni di sole donne ci si aspetta la dimostrazione plastica, la definitiva consacrazione della loro indole dolce, comprensiva, accogliente. Manifestare sì, ma con eleganza, tolleranza, ragionevolezza.
Sorridere e cantare va bene. Se poi balliamo, anche meglio! Come siamo belle! Che calore, che vitalità, che creatività!
Ma, cavolo, gli slogan duri, no! E i fischi, poi! Ad altre donne! e spintonarne un paio fuori dal corteo, ma siete matte?
Quando diciamo di essere diverse, scuotono il capo: ma che diverse,che è questa storia della vostra "differenza"? Quando ci comportiamo allo stesso modo: eh, no, cavolo! Voi siete donne! Non potete essere intolleranti e furiose e aggressive! Voi dovete essere diverse. A qualcuno è davvero entrato in mente che quelle donne erano lì per ricordare alla società che vengono giornalmente brutalizzate, stuprate ed uccise? Mentre la società, in ognuna delle sue istituzioni,considera questo fatto alla stregua di cronaca nera? Non erano in piazza per fare evento, per regalare ai passanti e poi alle tv un bello spettacolo, chiassoso, allegro e colorato. Ognuna di quelle donne, tornando a casa la sera, per un riflesso antico si è gettata un'occhiata intorno, ha scelto la strada più frequentata e più illuminata. Questo se la paura non l'aspettava dentro casa, naturalmente. Venendo via ho risalito l'Esquilino, accanto a me altre due donne, con grosse coccarde colorate appuntate al bavero. Io li ho visti prima di loro. Un gruppetto di ragazzotti, sui vent'anni, che uscivano dal negozio della Roma, e che vedendole e riconoscendole come partecipenti al corteo che aveva reso scomodo il loro pomeriggio di shopping, le hanno gentilmente apostrofate: "Ve siete tolte dai cojoni, finalmente. Ma annatevene a casa!" E giù a ridere.
Li abbiamo ignorati. Sappiamo ignorare, lo abbiamo imparato da bambine. Ma non veniteci a dire, a noi che sappiamo che "per noi nessun posto è sicuro" come dobbiamo sfilare.
Se "una rivoluzione non è un pranzo di gala" , un corteo di protesta non è un tè delle cinque. Anche se a protestare sono le donne.

ROMA 24 novembre 2007
Leggo i primi commenti.
Che violente queste donne! Scandalo! Contestate le Ministre Pollastrini, Turco e Melandri! E allora? Succede in tutti i cortei che i ministri si prendano i fischi. E' fisiologico. E poi, care ministre, davvero il pacchetto Amato ci serve? Ci aiuterà? Davvero è la risposta al nostro problema?
Cacciate dal corteo la Carfagna e la Prestigiacomo! La Carfagna mi è sfuggita, ma la Prestigiacomo me la sono trovata accanto. Circondata da quattro guardaspalle che la proteggevano. Da chi? Ma va a c...E poi il corteo era contro la violenza degli uomini sulle donne, mica contro la violenza tra donne. ;-)
Esclusi i maschi dal corteo! Ohibò! Eccheduepalle! Ancora questa storia! Se volevano potevano sfilare accanto al corteo, come molti hanno fatto. Sorriderci, parlarci, come i più intelligenti hanno fatto. Ma è mai possibile che non possano sopportare la ferita narcisistica di non essere protagonisti per lo spazio di un pomeriggio? Giusto o non giusto, il coordinamento delle donne ha deciso così: corteo separatista. Imporsi è da maleducati. O da provocatori? Comunque, al fondo del corteo ce n'erano tanti di uomini, un po' defilati e senza imporsi e nessuna li ha aggrediti.
Ah, ne ho una per la Maraini, che si sdegna e dice che tutti vanno accolti nei cortei. Guarda che io ti ricordo bene quando teorizzavi la separatezza e gridavi "fuori, fuori, fuori" ai maschi. Se lasciassimo in pace queste giovani donne incazzate, senza voler far loro la lezione? Mi pare che se la cavino piuttosto bene...
Del resto è sempre stato così: dalle manifestazioni di sole donne ci si aspetta la dimostrazione plastica, la definitiva consacrazione della loro indole dolce, comprensiva, accogliente. Manifestare sì, ma con eleganza, tolleranza, ragionevolezza.
Sorridere e cantare va bene. Se poi balliamo, anche meglio! Come siamo belle! Che calore, che vitalità, che creatività!
Ma, cavolo, gli slogan duri, no! E i fischi, poi! Ad altre donne! e spintonarne un paio fuori dal corteo, ma siete matte?
Quando diciamo di essere diverse, scuotono il capo: ma che diverse,che è questa storia della vostra "differenza"? Quando ci comportiamo allo stesso modo: eh, no, cavolo! Voi siete donne! Non potete essere intolleranti e furiose e aggressive! Voi dovete essere diverse. A qualcuno è davvero entrato in mente che quelle donne erano lì per ricordare alla società che vengono giornalmente brutalizzate, stuprate ed uccise? Mentre la società, in ognuna delle sue istituzioni,considera questo fatto alla stregua di cronaca nera? Non erano in piazza per fare evento, per regalare ai passanti e poi alle tv un bello spettacolo, chiassoso, allegro e colorato. Ognuna di quelle donne, tornando a casa la sera, per un riflesso antico si è gettata un'occhiata intorno, ha scelto la strada più frequentata e più illuminata. Questo se la paura non l'aspettava dentro casa, naturalmente. Venendo via ho risalito l'Esquilino, accanto a me altre due donne, con grosse coccarde colorate appuntate al bavero. Io li ho visti prima di loro. Un gruppetto di ragazzotti, sui vent'anni, che uscivano dal negozio della Roma, e che vedendole e riconoscendole come partecipenti al corteo che aveva reso scomodo il loro pomeriggio di shopping, le hanno gentilmente apostrofate: "Ve siete tolte dai cojoni, finalmente. Ma annatevene a casa!" E giù a ridere.
Li abbiamo ignorati. Sappiamo ignorare, lo abbiamo imparato da bambine. Ma non veniteci a dire, a noi che sappiamo che "per noi nessun posto è sicuro" come dobbiamo sfilare.
Se "una rivoluzione non è un pranzo di gala" , un corteo di protesta non è un tè delle cinque. Anche se a protestare sono le donne.
madri e figlie
Eravamo tutto un gruppo di amiche intente a preparare i cartelli per la manifestazione del pomeriggio. Un 8 marzo '79, credo. E mia figlia disse: "Anche io voglio fare un cartello." "Bene, che cosa ci vuoi scrivere?" Ci pensò un po' su e poi: "Io sono Francesca." Approvammo. "Prendi il cartone, tieni i pennarelli." Mentre cominciava a scrivere si arrestò."Siamo proprio tutte donne?" "Tutte donne", le confermai. "Va bene allora aggiungo: Ma potete chiamarmi Picci".
Il suo cartello alla fine diceva proprio così: "Io sono Francesca. Ma potete chiamarmi Picci". A me sembrò allora e sembra ancora oggi, un bellissimo cartello.
Oggi pomeriggio sarò alla manifestazione contro la violenza sulle donne e devo ancora preparare il mio cartello. Non so ancora che cosa ci scriverò.
Non è un 8 marzo e non c'è niente da festeggiare. Tranne il fatto che mia figlia ed io torniamo in piazza insieme.


Il suo cartello alla fine diceva proprio così: "Io sono Francesca. Ma potete chiamarmi Picci". A me sembrò allora e sembra ancora oggi, un bellissimo cartello.
Oggi pomeriggio sarò alla manifestazione contro la violenza sulle donne e devo ancora preparare il mio cartello. Non so ancora che cosa ci scriverò.
Non è un 8 marzo e non c'è niente da festeggiare. Tranne il fatto che mia figlia ed io torniamo in piazza insieme.
est modus in rebus
Il primo è stato bip, diverso tempo fa’. Mi ha fatto osservare che i miei post erano troppo lunghi e che, volendoli lui leggere con la colazione del mattino, lo mettevano in difficoltà.
Un’osservazione analoga mi viene ora da Anna. Mi ha fatto notare che i miei post, presentandosi così lunghi, tendono a scoraggiare. Hanno ragione entrambi. Del resto io stessa, poco tempo fa’ ho chiesto a Polle di dividere in puntate più brevi un suo bellissimo racconto per renderne più agevole la lettura.(classico caso di bue che dice cornuto all'asino).
Mi impegnerò per scrivere post più brevi o vedrò di dividerli in sotto-post.
Secondo voi, qual è la lunghezza ideale di un post?
Un’osservazione analoga mi viene ora da Anna. Mi ha fatto notare che i miei post, presentandosi così lunghi, tendono a scoraggiare. Hanno ragione entrambi. Del resto io stessa, poco tempo fa’ ho chiesto a Polle di dividere in puntate più brevi un suo bellissimo racconto per renderne più agevole la lettura.(classico caso di bue che dice cornuto all'asino).
Mi impegnerò per scrivere post più brevi o vedrò di dividerli in sotto-post.
Secondo voi, qual è la lunghezza ideale di un post?
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