Auguri per l'anno che viene a chiunque passi di qui, per caso o intenzionalmente, anche se a un tempo scandito per tutti nello stesso momento non credo.
Ognuno ha le proprie scansioni, del tutto intime.
Qualcuno riesce addirittura a sentire il continuum del tempo.
domenica 28 dicembre 2014
venerdì 26 dicembre 2014
nell'attesa...
Aspetto con impazienza una nuova raccolta di Claudio Damiani- Ma il poeta ancora tace. Così, spesso lo rileggo.
Se siamo così tanti
vuol dire che non c’è morte
perché non possiamo morire così in tanti,
se le galassie sono così tante
se tra viventi e non viventi non c’è poi tanta
differenza, e se dovunque è il vivente
come dovunque è l’idrogeno
e se la plastica che abbiamo inventato
in qualche mondo è in natura,
se ciò che facciamo non è artificiale
ma imitazione della natura,
natura stessa perché noi siamo natura,
parte di lei, messi da lei
a creare esseri artificiali
sotto il suo comando,
allora la morte ha poco da dire
e insieme tantissimo, è qualcosa che ci appartiene
e non ci è estranea
qualcosa che ci accomuna, e ci riunisce,
qualcosa di bello, che adesso ci fa paura
ma quando arriverà sarà un’esperienza grande
più grande della nascita, più grande dell’amore
e saremo contenti di poterla vivere insieme.
e ancora
"Dal mio piccolo punto di vista
vedo l’universo. Un rettangolino.
Il mio terrazzo. E’ la notte di maggio calda
e fresca, una brezza mite spira
che mi rinfresca della giornata afosa.
L’universo non credo sia diverso
dal nostro mondo: dopo tanto pensare,
tanto meditare sono convinto non solo
che quel che sta sulla terra sta un po’ dovunque nel cielo
ma anche che quello che sta nel cielo
sta un po’ qua e là sulla terra.
Allora dico: non ci immaginiamo cose tanto strane
ma guardiamo quello che ci sta vicino,
lasciamoci ferire dalla sua bellezza
e nella sua sapienza riposiamo il cuore."
(ma io so che non guarderò mai più il mare)
Se siamo così tanti
vuol dire che non c’è morte
perché non possiamo morire così in tanti,
se le galassie sono così tante
se tra viventi e non viventi non c’è poi tanta
differenza, e se dovunque è il vivente
come dovunque è l’idrogeno
e se la plastica che abbiamo inventato
in qualche mondo è in natura,
se ciò che facciamo non è artificiale
ma imitazione della natura,
natura stessa perché noi siamo natura,
parte di lei, messi da lei
a creare esseri artificiali
sotto il suo comando,
allora la morte ha poco da dire
e insieme tantissimo, è qualcosa che ci appartiene
e non ci è estranea
qualcosa che ci accomuna, e ci riunisce,
qualcosa di bello, che adesso ci fa paura
ma quando arriverà sarà un’esperienza grande
più grande della nascita, più grande dell’amore
e saremo contenti di poterla vivere insieme.
e ancora
"Dal mio piccolo punto di vista
vedo l’universo. Un rettangolino.
Il mio terrazzo. E’ la notte di maggio calda
e fresca, una brezza mite spira
che mi rinfresca della giornata afosa.
L’universo non credo sia diverso
dal nostro mondo: dopo tanto pensare,
tanto meditare sono convinto non solo
che quel che sta sulla terra sta un po’ dovunque nel cielo
ma anche che quello che sta nel cielo
sta un po’ qua e là sulla terra.
Allora dico: non ci immaginiamo cose tanto strane
ma guardiamo quello che ci sta vicino,
lasciamoci ferire dalla sua bellezza
e nella sua sapienza riposiamo il cuore."
(ma io so che non guarderò mai più il mare)
giovedì 25 dicembre 2014
solo un haiku e... mezzo haiku
Mi dispiace per me
mi dispiace per te
e per qualcuno che non conosco
di Abbas Kiarostami
e un mio piccolo
pseudo haiku
Apre un libro
legge una poesia
la ricetta del giorno
m.p.
mi dispiace per te
e per qualcuno che non conosco
di Abbas Kiarostami
e un mio piccolo
pseudo haiku
Apre un libro
legge una poesia
la ricetta del giorno
m.p.
martedì 18 novembre 2014
accettare
E poi vengono i giorni in cui preferisci chiamare velleità i piccoli talenti che non hai saputo difendere dalle circostanze. O da te stessa.
venerdì 19 settembre 2014
Che cosa ho imparato/che cosa sto imparando/leggere
Riprendo a scrivere senza nessun ordine cronologico della mia esperienza di apprendimento sul lutto.
I libri sono sempre stati per me -oltre a una delle mie più grandi passioni- una delle vie attraverso cui ho tentato di conoscere il mondo, la vita, me stessa.
Per questo, quando sono stata in grado di farlo, mi sono rivolta ai libri che parlano della mia esperienza di perdita. È stata una ricerca di aiuto, che ancora continua. L'ho cercato e lo cerco in quei libri che narrano un'esperienza diretta, lettere, diari, in quelli che la trasformano in letteratura (ma partono tutti da una esperienza, più o meno mascherata e trasformata). L'ho cercato negli studi teorici, nei saggi, nelle ricerche di coloro che hanno studiato il lutto, che ne hanno fatto oggetto della loro analisi e della loro riflessione.
L'ho cercato nella poesia. La poesia, ancora oggi, tocca il mio animo, lo penetra, lo commuove, talvolta lo solleva o lo consola. La poesia è quella che mi arriva più vicina.
Ho conosciuto personalmente molte persone in cui è nato questo stesso bisogno, questa sete di comprensione e risonanza con altri che hanno vissuto o vivono la stessa esperienza -non solo nell'incontro viso a viso, dolore con dolore- ma anche in quell'incontro a distanza che è la lettura.
Ho scoperto questo: che si vuole imparare il più possibile su questo evento che sconvolge la vita e spesso la devasta, lo si vuole indagare. Ognuno si rivolge alle letture più congeniali, più vicine alla propria sensibilità (ma ha fame anche di quelle più lontane) o a quelle che sono più alla sua portata; è certo comunque che ci si passano titoli, nomi di autori, di testi. E quelli che non leggono direttamente perché leggere non fa parte delle loro abitudini, dei loro interessi, del loro costume o della loro cultura, ascoltano sempre gli altri, quelli che parlano delle proprie letture e ne riferiscono gli effetti, gli esiti, i barlumi di efficacia. E io li ho visti e li vedo, quasi sospesi, in attesa di una frase, un concetto, anche solo una parola, che renda comprensibile, che dia senso a quello che stanno vivendo.
Chi legge diventa così un tramite, e anche questo fa parte della condivisione, il più prezioso degli aiuti.
Niente infatti può sostituire l'incontro con quelli che io chiamo i fratelli e le sorelle nel dolore.
Delle mie letture e di quello che mi hanno dato e mi danno scriverò, senza ordine, senza un programma.
Il lutto non consente programmi.
I libri sono sempre stati per me -oltre a una delle mie più grandi passioni- una delle vie attraverso cui ho tentato di conoscere il mondo, la vita, me stessa.
Per questo, quando sono stata in grado di farlo, mi sono rivolta ai libri che parlano della mia esperienza di perdita. È stata una ricerca di aiuto, che ancora continua. L'ho cercato e lo cerco in quei libri che narrano un'esperienza diretta, lettere, diari, in quelli che la trasformano in letteratura (ma partono tutti da una esperienza, più o meno mascherata e trasformata). L'ho cercato negli studi teorici, nei saggi, nelle ricerche di coloro che hanno studiato il lutto, che ne hanno fatto oggetto della loro analisi e della loro riflessione.
L'ho cercato nella poesia. La poesia, ancora oggi, tocca il mio animo, lo penetra, lo commuove, talvolta lo solleva o lo consola. La poesia è quella che mi arriva più vicina.
Ho conosciuto personalmente molte persone in cui è nato questo stesso bisogno, questa sete di comprensione e risonanza con altri che hanno vissuto o vivono la stessa esperienza -non solo nell'incontro viso a viso, dolore con dolore- ma anche in quell'incontro a distanza che è la lettura.
Ho scoperto questo: che si vuole imparare il più possibile su questo evento che sconvolge la vita e spesso la devasta, lo si vuole indagare. Ognuno si rivolge alle letture più congeniali, più vicine alla propria sensibilità (ma ha fame anche di quelle più lontane) o a quelle che sono più alla sua portata; è certo comunque che ci si passano titoli, nomi di autori, di testi. E quelli che non leggono direttamente perché leggere non fa parte delle loro abitudini, dei loro interessi, del loro costume o della loro cultura, ascoltano sempre gli altri, quelli che parlano delle proprie letture e ne riferiscono gli effetti, gli esiti, i barlumi di efficacia. E io li ho visti e li vedo, quasi sospesi, in attesa di una frase, un concetto, anche solo una parola, che renda comprensibile, che dia senso a quello che stanno vivendo.
Chi legge diventa così un tramite, e anche questo fa parte della condivisione, il più prezioso degli aiuti.
Niente infatti può sostituire l'incontro con quelli che io chiamo i fratelli e le sorelle nel dolore.
Delle mie letture e di quello che mi hanno dato e mi danno scriverò, senza ordine, senza un programma.
Il lutto non consente programmi.
giovedì 28 agosto 2014
che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/asincronia
Il dolente è asincrono rispetto a tutti coloro che lo circondano. Può
succedere anche con persone che hanno subito il suo stesso lutto, proprio lo
stesso, intendo, legato alla scomparsa della stessa persona. Ma nessun lutto è del
tutto uguale a nessun altro
lutto, il dolore non è sempre lo stesso dolore. Il tempo non è lo
stesso tempo. Le relazioni con lo scomparso sono state diverse e diverse restano ora
che lo scomparso è scomparso; l’amore è stato diverso –senza gerarchie, ma
diverso.
Talvolta la perdita fa deflagrare antichi conflitti, mai emersi, mai percepiti, o ne crea di nuovi. Nascono sospetti reciproci, lacerazioni, insofferenze, rabbie e solitudini. Nascono dubbi, le vie del dolore divergono e la relazione tra sopravvissuti ne viene intaccata, spesso nel profondo. E nessuna relazione che subisca questa prova tornerà mai com’era, com’è stata. Talvolta migliora, si arricchisce, scopre nuovi terreni di incontro; tal’altra si incrina, s’impoverisce, diventa arida per quanto ci si sforzi e si finga. E nessuno sa se mai potrà ritrovare vita, vivere una qualità migliore, se ne nascerà una più ricca vicinanza. È una scommessa. I dolenti non sanno se la vinceranno. Qualcuno non la vede o finge di non vederla. Qualcuno rimuove. Qualcuno si ribella e si batte. Qualcuno si arrende. Accetta le separazioni ulteriori che si creano nella cerchia dei suoi affetti e questa ulteriore forma della perdita e della solitudine. Che la ritenga meritata o immeritata, l'accetta e si arrende.
Questo è
un dramma nel dramma. E aggiunge dolore a dolore e spesso mina i rapporti tra
persone vicinissime, che hanno avuto lo stesso morto, che condividono il morto
eppure hanno perso una persona diversa; cosicché altro e differente è il loro dolore e il loro
lutto, vivono in modi diversi l’assenza-presenza, la mancanza, l’abbandono.
Talvolta la perdita fa deflagrare antichi conflitti, mai emersi, mai percepiti, o ne crea di nuovi. Nascono sospetti reciproci, lacerazioni, insofferenze, rabbie e solitudini. Nascono dubbi, le vie del dolore divergono e la relazione tra sopravvissuti ne viene intaccata, spesso nel profondo. E nessuna relazione che subisca questa prova tornerà mai com’era, com’è stata. Talvolta migliora, si arricchisce, scopre nuovi terreni di incontro; tal’altra si incrina, s’impoverisce, diventa arida per quanto ci si sforzi e si finga. E nessuno sa se mai potrà ritrovare vita, vivere una qualità migliore, se ne nascerà una più ricca vicinanza. È una scommessa. I dolenti non sanno se la vinceranno. Qualcuno non la vede o finge di non vederla. Qualcuno rimuove. Qualcuno si ribella e si batte. Qualcuno si arrende. Accetta le separazioni ulteriori che si creano nella cerchia dei suoi affetti e questa ulteriore forma della perdita e della solitudine. Che la ritenga meritata o immeritata, l'accetta e si arrende.
venerdì 22 agosto 2014
maternale amore
Le valli oscure del corpo d'amore che il desiderio rende feconde:
è lì che s'incarna
la passione: ecco un nuovo aurorale amore
che non lascia scelta.
Diventato destino resisterà fino all'ultima valle fino all'ultimo tramonto.
m.p.
m.p.
giovedì 21 agosto 2014
che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/oscillazioni
Il dolente "inconsolabile” è insopportabile anche alle persone più
vicine. Egli prende allora a mentire. E scopre che intorno a lui tutti
non chiedono altro che di credere alle sue menzogne, tutti chiedono solo di
essere ingannati.
I
suoi piccoli miglioramenti, reali, progressivi e faticosi, i suoi piccoli passi
in avanti che sono sempre oscillatori e incostanti, discontinui, e che
comportano un avanzare e un regredire, vengono afferrati al volo e quasi congelati; il dolente viene subito immobilizzato nel suo primo tentativo di “normalità” e
da quel punto non potrà più tornare indietro. Implicitamente subito gli viene
detto: “Ecco, stai meglio e d’ora in poi starai –dovrai stare- sempre meglio". E tutti prenderanno a trattarlo con il più disinvolto tono consueto, spingendolo sempre
più verso un occultamento del proprio dolore. Così gli altri verranno molto infastiditi se
un giorno, timidamente, il dolente dirà una frase, anche solo una parola che
ancora parli della persona perduta non come persona già appartenente ad un
passato mitico, ma appena scomparsa, vicina, al centro del suo mondo, al centro
del suo dolore. Il motto degli altri è: non si accettano ricadute.
che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/gli esercizi
Ripenso a quello che ha scritto la mia amica Angela sul suo blog
"Se non facciamo del nostro dolore un tempio…è possibile che si
riescano ad accettare, col cuore infine… altre angolazioni, altri punti di
vista, non fissità ma movimento.
L’idea di una porta socchiusa, non
sbarrata".
Io so che Angela ha ragione, che le sue parole contengono il solo possibile germoglio di un progredire. E credo e so che queste parole sono un incoraggiamento che Angela rivolge a se stessa, non un ammaestramento rivolto ad altri.
Perché Angela sa anche, su di sé, che il
tempo per l’accettazione, per aprire quella porta sbarrata, non è decretabile
dagli altri e neanche dal dolente stesso. E che costui, nascostamente, si
sottopone a prove, a esercizi. Alcuni gli procurano una indicibile angoscia, in
altri fallisce. Riporta anche piccole vittorie. Ma su queste non può fare
affidamento, deve considerarle –per il momento- temporanee, provvisorie, perché
cammina su un terreno instabile, avanza in un territorio che alterna tratti di
terra solida a improvvisi vuoti, mancamenti, frane.
Qualcuno
talvolta si accorge che il dolente ha pianto o lo sorprende a piangere e allora, poiché il tempo trascorso dall'evento tragico è per lui ormai tanto, "sufficiente", gli chiede: “Che è successo?”. Il dolente ringoia il pianto, risponde "niente" e subito si
adegua al tono quotidiano della conversazione che per lui è invece fatua, inutile e
inconcludente. Si rimbozzola nella menzogna. Viene ricacciato nella menzogna. Perché gli altri non sanno che sta solo facendo degli esercizi.
giovedì 31 luglio 2014
che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/i ricordi
Il dolente ha così tanti ricordi da cui
ripararsi.
Attraversa le ore della
giornata con cautela e circospezione, tutta concentrata sui gesti minuti da
compiere, sulle piccole incombenze, trama e ordito ormai della sua vita: comprare
il latte, cambiare l’acqua nella ciotola della gatta, passare in farmacia,
lavare due stoviglie.
Si lascia assorbire da quelle
occupazioni per difendersi da un vento tormentoso che spinge verso di lei
brandelli di ricordo come nuvole sfrangiate. Ogni tanto alza una mano davanti a sé nel gesto di chi tenta di ripararsi
gli occhi da una polvere alzatasi d’improvviso da terra per un colpo d’aria o
da un moscerino fastidioso. È un gesto fugace che le sfugge, incontrollato, quasi
impercettibile per chi le sta vicino, così piccolo e rapido è.
Con quel fragile schermo tenta
di ripararsi dal vento della memoria, continuamente risorgente, di tenerlo
lontano da sé, di conservare vuoto e nero lo schermo della sua mente, nero come
il monitor di un computer, bianco come lo schermo di un cinema.
Talvolta un ricordo spezza ogni
difesa e la raggiunge fino al centro del petto. Sono flash che le provocano una fitta e insieme una
stretta che quasi le arresta il
respiro e non può che arrendersi a quella forza prepotente e implorante insieme.
E mentre viene avvolta nella nube ulcerante del ricordo, abbassa lo sguardo
sull’orologio per controllare la durata di quella folata che la strazia,
attendendo che quel tempo del ricordo passi, quel tempo inevitabile che si è
rivelato più forte di lei, di ogni sua circospezione, di ogni suo trucco. Quel
controllare il tempo è come il contare di una partoriente, tra una contrazione
e l’altra, contiene rassegnazione, la rassegnazione di chi non può difendersi
da un assalto, e resta lì ad aspettare che la violenza le passi sopra. Si
concentra sulla lancetta dell’orologio contando mentalmente i secondi. In quei
secondi, in quei minuti lo squarcio sul passato si prende tutto il suo corpo,
la stringe soffocandolo in ogni sua parte: il dolente si ferma in mezzo alla strada, si
ferma qualunque cosa stia facendo, trattiene il fiato e col fiato il dolore, mentre le lacrime
non si lasciano trattenere.
Poi torna a respirare e dal
polso lo sguardo le scivola sulla mano, sulla pelle sottile e disegnata di
rughe, sulle nocche visibili, la sua mano di vecchia. Ho vissuto troppa vita,
pensa e troppa vita fa troppi ricordi.
mercoledì 30 luglio 2014
quando qualcuno parla anche per noi
È
un altro degli inconvenienti del subire una disgrazia: per chi la soffre gli
effetti durano molto di più di quello che dura la pazienza di quanti si
mostrano disposti ad ascoltarlo e a stargli vicino, l’incondizionalità non è
mai molto durevole se si tinge di monotonia. E così, presto o tardi, la persona
triste rimane da sola quando ancora il suo lutto non è concluso o non le è più
consentito di parlare oltre di quello che è ancora il suo unico mondo, perché
quel mondo angoscioso risulta insopportabile e si allontana. Si rende conto che
per gli altri qualunque disgrazia reca una data di scadenza sociale, che
nessuno è fatto per contemplare il dolore, che tale spettacolo è tollerabile
soltanto per un periodo breve, finché vi è ancora commozione e lacerazione e
una certa possibilità di protagonismo per quelli che guardano e assistono, che
si sentono imprescindibili, salvatori, utili. Ma nel verificare che niente
cambia e che la persona in questione non riesce ad emergere, si sentono
frustrati, la prendono quasi come un’offesa e si ritirano: “Forse non le basto?
Come mai non ne viene fuori, pur avendo me accanto? Perché insiste nel suo dolore,
se è già passato un certo tempo e io le ho dato distrazione e conforto?
Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.
Se non riesce a risollevare la testa, che affondi o
sparisca”. E allora l’avvilito fa proprio questo, si ritrae, si assenta, si nasconde.
quando qualcuno parla anche per noi
"Immaginai
che fossimo tutti seduti nel salotto, con un buco al posto di Arnold. “Tanti
buchi” mi dissi. “Tutta la casa piena di buchi. Dove stava seduto. Dove giocava
a carte. A tavola.”
martedì 29 luglio 2014
che cosa ho imparato, che cosa sto imparando/il contratto
Un’altra
delle scoperte del dolente è che la com-passione, la sintonia e l’empatia non
sono mai incondizionate. Che gli altri stipulano con lui un contratto,
non detto ma ferreo, vincolante nelle loro intenzioni: io ti offro condivisione
in cambio di superamento. All’inizio la condizione non compare, è invisibile e
addirittura inimmaginabile per il dolente; è inconsapevole, inconscia
addirittura in chi sta vicino al dolente. Ma il contratto presto emergerà e il
dolente deve riconoscerlo e prenderne atto.
Il dolente si sente monotono, noioso e soprattutto colpevole e si sforzerà di rispettare il contratto.
sabato 26 luglio 2014
riflettendoci...
Ho cancellato un post che, riflettendoci, mi è parso troppo personale. Ma ho tenuto tutti i vostri commenti perché mi hanno aiutata a decidere che farne. Grazie, marina
martedì 22 luglio 2014
lunedì 14 luglio 2014
una poesia di Beppe Salvia
Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.
Beppe Salvia 1954-1985
da PensieriParole
mercoledì 9 luglio 2014
al mattino o alla sera, leggere una poesia di Claudio Damiani
lunedì 7 luglio 2014
ricordando Maria Luisa Spaziani
Maria Luisa Spaziani (1922-2014)
Il 30 giugno ci ha lasciati Maria Luisa Spaziani.
La ricordo con queste sue poesie.
A sipario abbassato
Quando ti amavo sognavo i tuoi
sogni.
Ti guardavo le palpebre dormire,
le ciglia in lieve tremito.
Talvolta
è a sipario abbassato che si snoda
con inauditi attori e luminarie
-la meraviglia.
Nulla di nulla
Strappami dal sospetto
di essere nulla, più nulla di nulla.
Non esiste nemmeno la memoria.
Non esistono cieli.
Davanti agli occhi un pianoro di
neve,
giorni non numerabili, cristalli
di una neve che sfuma all'orizzonte
- e non c'è l'orizzonte.
venerdì 4 luglio 2014
il filo di acciaio
Ero in strada e camminavo lenta adattando il passo al mio pensiero. E d'improvviso l'ho proprio sentito, percorrermi tutto il corpo, il filo di acciaio che mi tiene in vita, benché colpita duramente e senza cessa, ancora in vita.
Ho scoperto che è questo filo di acciaio, che ho sentito quasi fisicamente, a rendermi come sono, quella che sono: una persona capace di sostenere questi giorni e questi anni, anche nel crollo dei desideri, delle speranze, delle aspettative. Anche nell'amarezza, riconosciuta ormai come definitiva compagna.
Il filo di acciaio agisce per me, fa il suo lavoro per conto suo, mi tiene in salute e fa sì che, sola, io proceda nella vita. Ritta.
Dal filo di acciaio mi sento agita, una sensazione che ho già conosciuto. Nel filo di acciaio si esprime la potenza della natura, e strapparsi da dentro il filo di acciaio la natura non concede.
Cosa costi avere dentro di sé questo filo di acciaio, io sola so. E osservo gli inconsapevoli altri e sorrido dentro di me quando mi sento dire che sono forte.
Io, forte? Vorrei dire loro. Ma va, è lui che è forte, il filo di acciaio. Io, il mio io, lo ospita solo. Ed è un ospite indesiderato.
Ho scoperto che è questo filo di acciaio, che ho sentito quasi fisicamente, a rendermi come sono, quella che sono: una persona capace di sostenere questi giorni e questi anni, anche nel crollo dei desideri, delle speranze, delle aspettative. Anche nell'amarezza, riconosciuta ormai come definitiva compagna.
Il filo di acciaio agisce per me, fa il suo lavoro per conto suo, mi tiene in salute e fa sì che, sola, io proceda nella vita. Ritta.
Dal filo di acciaio mi sento agita, una sensazione che ho già conosciuto. Nel filo di acciaio si esprime la potenza della natura, e strapparsi da dentro il filo di acciaio la natura non concede.
Cosa costi avere dentro di sé questo filo di acciaio, io sola so. E osservo gli inconsapevoli altri e sorrido dentro di me quando mi sento dire che sono forte.
Io, forte? Vorrei dire loro. Ma va, è lui che è forte, il filo di acciaio. Io, il mio io, lo ospita solo. Ed è un ospite indesiderato.
domenica 29 giugno 2014
Tereza, dove sei?
Non posso più accedere al blog di Tereza, perché è diventato un blog ad inviti e non sono stata invitata.
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