Ho osservato che ogni tanto qualcuno torna a pubblicare un suo vecchio post. Mi chiedevo quale ne fosse lo scopo. Ho capito che è perché alcune cose tornano di attualità e si sente il bisogno di ricordarle.
Così ho deciso di ripubblicare un post che risale a cinque mesi fa'. È un racconto, ma è fatto solo di verità.
Le femministe.
“Non andarci da quel macellaio- le disse Daniela- dammi retta. Non è per i soldi, te li presto volentieri, ma da quel macellaio no, non ci devi andare. Quello ci si ingrassa e ti tratta pure male.Vai dalle femministe, ti aiuteranno loro.” E le dette l’indirizzo. “Le femministe? Quelle che gridano per le strade, che vanno sui giornali? Sei pazza, te e loro” le disse suo marito. Ma R. gli rispose che costava poco e poi almeno era una vera clinica. “Fa’ come vuoi, sei tu che ci devi andare” chiuse lui.
Era una strada tranquilla, vicino al fiume. Un piccolo appartamento al piano terra. Prima di entrare R. esitò. Come erano le femministe? C’erano già altre donne. Stavano messe come lei, lo capì subito dagli sguardi. Erano come il suo, c'era dolore, paura, vergogna. Le femministe, invece, non erano come se le aspettava, erano normali, ecco. La accolsero sorridendo, pratiche, allegre. Le sembrarono così forti, così sicure.
Lei invece aveva paura. Di tutto. Aveva paura e si sentiva male, non vomitava ma tutto il giorno aveva la nausea. Si svegliava all’alba, per un rigurgito di acidi fino in gola, si tirava su e piangeva, in silenzio. Suo marito dormiva. Anche il bambino dormiva. La casa era fredda e silenziosa. Lei piangeva un po’, poi si alzava. Non mangiava quasi niente e dimagriva. Era pallida e sempre sudata. Il medico della mutua l’aveva rimproverata. “Ti avevo detto che per te figli basta! Benedette donne, ma che avete al posto del cervello?” Però quando lei gli aveva chiesto un nome, qualcuno da cui andare, uno bravo, ma che non prendesse troppo, si era scurito, le aveva risposto che lui non conosceva nessuno, colleghi che facessero aborti, no, lui non li conosceva. E le aveva segnato il ferro. “Mangia -le aveva detto- e fatti cambiare turno.”
Loro, le femministe, le fecero poche domande: “Quante settimane? Hai bisogno di soldi? Ce la fai? Sì, ce la faceva, le sembrò anzi poco. Com’era possibile? Quel dottore voleva quattro volte di più.
“La settimana prossima allora. Appuntamento in aeroporto, alle nove. La nostra compagna M. vi accompagnerà, non dovete preoccuparvi di niente. Se non avete il passaporto ci pensiamo noi. C’è una cosa, importante: non dovete farvi accompagnare da uomini. Né mariti, né compagni, fratelli, amanti, padri. Niente uomini, è chiaro?” Sì, era chiaro.
Partì sola. La sua amica Daniela avrebbe voluto accompagnarla, ma come faceva con i bambini? Era la prima volta che R. prendeva un aereo, che entrava in un aeroporto. Era grande, pieno di voci. Si sentiva stordita. Ma M. la loro accompagnatrice, era sorridente, e aveva già imparato i loro nomi. Le fece ridere: "Non vomitate tutte insieme perché se no ci arrestano!"
A Londra faceva freddo, il pullman che le aspettava aveva i finestrini appannati e non si vedeva niente. La clinica era fuori città, intorno tutte costruzioni di mattoni rossi. Le fecero aspettare in una stanza mentre M. parlava con una impiegata, consegnava le schede con i nomi, i documenti e il certificato con le settimane indicate. Loro non dovettero fare niente: seguivano come un piccolo gregge spaventato. Un’infermiera che parlava un po’ di italiano le accompagnò al piano di sopra. Scherzava: qui niente O ssole mio, vero? Le divisero, quattro per stanza. Erano stanze grandi, molto calde, con enormi finestre, le pareti e i pavimenti erano verdi. In ogni stanza c’era un telefono a gettoni. M. portò i gettoni. “Volete telefonare a casa?” Ma R. non telefonò. Suo marito era in officina e sua madre non sapeva niente di niente.
Passarono il pomeriggio chiacchierando, leggendo qualche giornale, raccontandosi le loro storie. Qualcuna pianse, qualcun’altra spavalda rideva. Verso le sei portarono il tè e dei panini, della frutta sciroppata, troppo dolce. Lei si girò nel letto tutta la notte, senza riuscire a dormire. Sentiva le altre sospirare e girarsi, ma nessuna parlò.
Gli interventi iniziarono il mattino dopo, molto presto. Scesero nella sala operatoria due per volta. A ognuna di loro avevano dato una specie di grembiule di cotone bianco, che si chiudeva dietro con dei laccetti e ognuna portava la sua scheda con sé. Sotto il grembiule solo le mutandine. Lei sentiva freddo o forse era la paura. Ma sul pianerottolo, M. le abbracciò, una per una. A lei tirò leggermente la coda di cavallo. “Tranquilla- le disse- fra poco ci rivediamo”.
Si svegliò sentendo cantare. Non capì dove era, poi si ricordò. Sentì le lacrime scorrerle sulla faccia e richiuse gli occhi. C’era un sole pallido che entrava dai finestroni e la ragazza nel letto accanto al suo si lamentava, ancora mezza addormentata. R. Restò così, con le braccia sotto le coperte, ferma, piangendo in silenzio. Quando portarono il pranzo lei disse “No, non ho fame”. Ma l’infermiera restò accanto al letto finché non ebbe mangiato tutto il pollo e le carote lesse.
Passò il pomeriggio senza pensare a niente, le altre si erano un po’ rianimate, solo quella vicino a lei pianse fino a sera. Tornò M. con i gettoni e lei chiamò suo marito. “Come stai?-le chiese- Fa freddo? Il bambino sta bene.” Più tardi passarono con delle gocce per aiutarle a dormire. R. le mandò giù senza dire niente, ma lo sapeva che tanto era inutile, non le facevano nessun effetto. Sentiva un peso sul petto ma non piangeva più. Pensava al suo bambino, che l'aspettava a casa. "Gli voglio comprare quell’astuccio con la lampo". Fu l’ultimo pensiero, poi si addormentò, di botto.
Il mattino dopo, alle otto, erano già sul pullman per l’aeroporto e a mezzogiorno sbarcarono a Fiumicino. Al momento di salutare le altre R. si sentì sola, non avrebbe voluto lasciarle. Alcune presero un tassì, altre trovarono i mariti ad aspettarle. Lei ed M. presero il pullman per il terminal. In città si salutarono e questa volta le venne da piangere. M. l’abbracciò: "Pensa solo a stare bene- le disse guardandola negli occhi- solo a stare bene". Sorrideva, incoraggiante, ma anche lei aveva gli ochi lucidi.
“Questi viaggi non li posso più fare” si disse, guardando la figuretta di R. che si allontanava.
domenica 17 febbraio 2008
poesia pagana
Mi preparo a parlare di paganesimo e sento la necessità di farmi precedere da una piccola anticipazione.
C’è infatti un’opera di poesia che esprime meravigliosamente il senso che il paganesimo ha per me. Si tratta del poemetto “Il custode di greggi” di Alberto Caeiro, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa.
Confesso che tutte le sue identità multiple mi hanno sempre confusa e sconcertata.
Mi sembra di intuirne la “necessità” per Pessoa, ma nello stesso tempo esse lo rendono quasi irreale, gli addensano intorno il sospetto che un Fernando Pessoa non sia mai davvero esistito.
Caeiro invece-che esistito non è-ha per me una fisionomia inconfondibile. È un’anima bucolica, intensamente terrena eppure spalancata su una dimensione lontanamente oltre. Scusatemi, non so dirlo diversamente.
Il poemetto è tutto bello ed è inscindibile, tanto che sto pensando di inserirlo pian piano tutto. Sembra una canzone unica, con piccole soste per guardarsi intorno.
Oggi vi invito ad ascoltare le prime note.
I
Non sono mai stato guardiano di greggi,
ma è come se lo fossi.
La mia anima è come un pastore,
conosce il vento e il sole
e va per mano alle stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della Natura senza persone
viene a sedermisi accanto.
Ma io sono triste
come un tramonto immaginato,
quando rinfresca in fondo alla piana
e si sente la notte entrata
come una falena dalla finestra.
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che deve essere nell'anima
quando essa pensa che esiste
e che le mani colgono fiori a sua insaputa.
Un suono di campanacci oltre la curva della strada, e i miei pensieri sono contenti. Mi spiace solo di saperli contenti perché se non lo sapessi invece di essere contenti e tristi sarebbero allegri e contenti.
Pensare molesta come uscire sotto la pioggia quando il vento cresce e la pioggia pare più forte.
Non ho ambizioni né desideri. Essere poeta non è una mia ambizione.
È la mia maniera di stare solo.
E se mi capita di desiderare,
per pura immaginazione, di essere un agnello
(o il gregge intero
per sparpagliarmi su tutto il colle
e sentirmi contemporaneamente più cose felici),
è solo perché sento ciò che scrivo al tramonto
o quando una nuvola passa una mano sulla luce
e scivola un silenzio sull'erba.
Quando mi siedo a scrivere versi
oppure, passeggiando per viottoli e sentieri,
scrivo versi sul foglio che mi porto nel pensiero,
sento di avere in mano un vincastro
e vedo un profilo di me stesso
in cima alla collina,
sorvegliando il mio gregge e guardando le mie idee,
sorvegliando le mie idee e guardando il mio gregge
e sorridendo vagamente come chi non capisce ciò che si dice
e vuole far finta di capire.
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a larghe falde,
quando mi vedono sulla mia porta
appena la diligenza spunta in cima al colle.
Li saluto e auguro loro sole,
e pioggia, quando la pioggia è necessaria,
e che nelle loro case, presso
una finestra aperta,
ci sia una sedia prediletta
ove possano sedersi leggendo i miei versi.
E che leggendo i miei versi pensino
che io sono una cosa naturale :
quell'albero antico, per esempio,
sotto la cui ombra si sedevano da bambini,
con un tonfo, stanchi di giocare,
e si asciugavano il sudore della fronte accaldata
con la manica del grembiule a righe.
II
II mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l'abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra,
e talvolta guardando dietro di me...
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene...
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero...
Mi sento nascere a ogni momento
per l'eterna novità del Mondo...
Credo nel mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso a esso
perché pensare è non capire...
Il Mondo non è stato fatto perché lo si pensi
(pensare è un'infermità degli occhi)
ma perché lo si guardi e si sia d'accordo con esso...
Io non ho filosofie: ho sensi...
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama
ne sa perché ama, ne cosa sia amare...
Amare è l'eterna innocenza, e l'unica innocenza, non pensare...
Qualcuno potrebbe dire che non sia presente il sacro?
Qualcuno potrebbe negare che sia pagano?
I versi sono tradotti da Maria Josè de Lancastre.
C’è infatti un’opera di poesia che esprime meravigliosamente il senso che il paganesimo ha per me. Si tratta del poemetto “Il custode di greggi” di Alberto Caeiro, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa.
Confesso che tutte le sue identità multiple mi hanno sempre confusa e sconcertata.
Mi sembra di intuirne la “necessità” per Pessoa, ma nello stesso tempo esse lo rendono quasi irreale, gli addensano intorno il sospetto che un Fernando Pessoa non sia mai davvero esistito.
Caeiro invece-che esistito non è-ha per me una fisionomia inconfondibile. È un’anima bucolica, intensamente terrena eppure spalancata su una dimensione lontanamente oltre. Scusatemi, non so dirlo diversamente.
Il poemetto è tutto bello ed è inscindibile, tanto che sto pensando di inserirlo pian piano tutto. Sembra una canzone unica, con piccole soste per guardarsi intorno.
Oggi vi invito ad ascoltare le prime note.
I
Non sono mai stato guardiano di greggi,
ma è come se lo fossi.
La mia anima è come un pastore,
conosce il vento e il sole
e va per mano alle stagioni
a seguire e a guardare.
Tutta la pace della Natura senza persone
viene a sedermisi accanto.
Ma io sono triste
come un tramonto immaginato,
quando rinfresca in fondo alla piana
e si sente la notte entrata
come una falena dalla finestra.
Ma la mia tristezza è quiete
perché è naturale e giusta
ed è ciò che deve essere nell'anima
quando essa pensa che esiste
e che le mani colgono fiori a sua insaputa.
Un suono di campanacci oltre la curva della strada, e i miei pensieri sono contenti. Mi spiace solo di saperli contenti perché se non lo sapessi invece di essere contenti e tristi sarebbero allegri e contenti.
Pensare molesta come uscire sotto la pioggia quando il vento cresce e la pioggia pare più forte.
Non ho ambizioni né desideri. Essere poeta non è una mia ambizione.
È la mia maniera di stare solo.
E se mi capita di desiderare,
per pura immaginazione, di essere un agnello
(o il gregge intero
per sparpagliarmi su tutto il colle
e sentirmi contemporaneamente più cose felici),
è solo perché sento ciò che scrivo al tramonto
o quando una nuvola passa una mano sulla luce
e scivola un silenzio sull'erba.
Quando mi siedo a scrivere versi
oppure, passeggiando per viottoli e sentieri,
scrivo versi sul foglio che mi porto nel pensiero,
sento di avere in mano un vincastro
e vedo un profilo di me stesso
in cima alla collina,
sorvegliando il mio gregge e guardando le mie idee,
sorvegliando le mie idee e guardando il mio gregge
e sorridendo vagamente come chi non capisce ciò che si dice
e vuole far finta di capire.
Saluto tutti coloro che mi leggeranno,
togliendomi il cappello a larghe falde,
quando mi vedono sulla mia porta
appena la diligenza spunta in cima al colle.
Li saluto e auguro loro sole,
e pioggia, quando la pioggia è necessaria,
e che nelle loro case, presso
una finestra aperta,
ci sia una sedia prediletta
ove possano sedersi leggendo i miei versi.
E che leggendo i miei versi pensino
che io sono una cosa naturale :
quell'albero antico, per esempio,
sotto la cui ombra si sedevano da bambini,
con un tonfo, stanchi di giocare,
e si asciugavano il sudore della fronte accaldata
con la manica del grembiule a righe.
II
II mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l'abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra,
e talvolta guardando dietro di me...
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene...
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero...
Mi sento nascere a ogni momento
per l'eterna novità del Mondo...
Credo nel mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso a esso
perché pensare è non capire...
Il Mondo non è stato fatto perché lo si pensi
(pensare è un'infermità degli occhi)
ma perché lo si guardi e si sia d'accordo con esso...
Io non ho filosofie: ho sensi...
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama
ne sa perché ama, ne cosa sia amare...
Amare è l'eterna innocenza, e l'unica innocenza, non pensare...
Qualcuno potrebbe dire che non sia presente il sacro?
Qualcuno potrebbe negare che sia pagano?
I versi sono tradotti da Maria Josè de Lancastre.
sabato 16 febbraio 2008
LIBERADONNA/194 e dintorni
Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti,
ora basta!
L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro).
Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi.
PRIME FIRMATARIE:
Simona Argentieri
Natalia Aspesi
Adriana Cavarero
Isabella Ferrari
Sabina Guzzanti
Margherita Hack
Fiorella Mannoia
Dacia Maraini
Alda Merini
Valeria Parrella
Lidia Ravera
Elisabetta Visalberghi
Puoi firmare anche tu QUI
ora basta!
L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro).
Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi.
PRIME FIRMATARIE:
Simona Argentieri
Natalia Aspesi
Adriana Cavarero
Isabella Ferrari
Sabina Guzzanti
Margherita Hack
Fiorella Mannoia
Dacia Maraini
Alda Merini
Valeria Parrella
Lidia Ravera
Elisabetta Visalberghi
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Seneca docet
“Quando ti apparti devi fare in modo che non gli uomini parlino di te, ma che tu parli con te stesso. E di che dovrai parlare? Quello che la gente fa molto volentieri nei riguardi degli altri, fallo con te stesso: parla male di te. Ti abituerai a dire e ad ascoltare la verità.”
Naturalmente ogni consiglio di Seneca è prezioso, ma confesso che il parlar male di me non mi è affatto estraneo.
Per carità, di me parlo anche bene, ma la pratica di sparlare di me la eseguo con una certa frequenza. Qualcuno dice con troppa.
Seneca però aggiunge qualche altra cosa:
“Io non voglio parole di lode. Non voglio che tu dica: “Oh, che grand’uomo! È fuggito dal mondo dopo aver disprezzato la vanità della vita umana.”
Io non disprezzo che me. Non devi venire a trovarmi convinto di trarne un profitto morale. Sbagli, se speri di ricevere da me qualche aiuto. Qui abita non un medico, ma un malato. Preferisco che tu dica, andando via di qua: ”Lo credevo un uomo felice e saggio; perciò ero pronto ad ascoltarlo. Mi sento ingannato: non ho visto né udito niente di tutto quello che m’aspettavo, niente che mi inviti a tornare.”
Naturalmente ogni consiglio di Seneca è prezioso, ma confesso che il parlar male di me non mi è affatto estraneo.
Per carità, di me parlo anche bene, ma la pratica di sparlare di me la eseguo con una certa frequenza. Qualcuno dice con troppa.
Seneca però aggiunge qualche altra cosa:
“Io non voglio parole di lode. Non voglio che tu dica: “Oh, che grand’uomo! È fuggito dal mondo dopo aver disprezzato la vanità della vita umana.”
Io non disprezzo che me. Non devi venire a trovarmi convinto di trarne un profitto morale. Sbagli, se speri di ricevere da me qualche aiuto. Qui abita non un medico, ma un malato. Preferisco che tu dica, andando via di qua: ”Lo credevo un uomo felice e saggio; perciò ero pronto ad ascoltarlo. Mi sento ingannato: non ho visto né udito niente di tutto quello che m’aspettavo, niente che mi inviti a tornare.”
venerdì 15 febbraio 2008
sit in di protesta
Roma, 14 Febbraio 2008.
Giornata no per me. Tendenzialmente una di quelle in cui non c'è che chiudersi in casa e aspettare che passi. Ma c'è il sit in per la difesa della 194 e la protesta per la violenta intimidazione di cui è stata fatta oggetto Silvana, di Napoli. Vado, non vado. Avrei bisogno della mia tana. Ma come sottrarsi, quando si DEVE? Quindi scatta l'imperativo categorico, da me a me: Falla finita, Marì. Così vado. Vado con mia sorella. Arriviamo sul posto: quattro gatte. Ma ancora per poco. Pian piano aumentiamo, ma ci accorgiamo presto che siamo tutte storiche, vecchia generazione insomma. Ci salutiamo, rivediamo visi amici, proviamo a scherzare. La domanda "Pensavi di dover tornare in piazza per la 194?" gira su tutte le bocche e riceve risposte diverse. La mia risposta è : Sì, ho sempre saputo che saremmo dovute tornare in piazza, che le donne dovranno sempre tornare in piazza. Niente è conquistato per sempre per noi donne. Del resto sono anni che lo dico, ad ogni occasione. Non che non siamo contente di ritrovarci, ma dopo una mezz'oretta cominciamo ad allarmarci perché cresciamo di numero, ma le giovani non si vedono. Verranno? Non verranno? Dove sono? Girano battute: è San Valentino,stanno dal parrucchiere.. Che ne sanno... si staranno facendo la ceretta. Poi le giovani cominciano ad arrivare. Arrivano alla spicciolata, prima un po', poi un po' tante, poi in massa. Ci sentiamo sollevate. Arrivano le giovani e sono impazienti; scalpitano. Che stiamo a fare qui? basta col sit in.
"Corteo, corteo". Io giro e faccio foto, scambio saluti e mi sento rinascere: ci sono donne di tutte le età. Siamo almeno tre generazioni. "Andiamo al Ministero della Giustizia". Ormai siamo davvero tante. Tra noi diversi uomini, giovani, meno giovani; solidali, amici. La polizia vuole tenerci lì. Bisogna trattare. Abbiamo già bloccato il traffico su un lungo tratto di Lungotevere e due ponti sono chiusi; il traffico impazzisce, i clacson assordano. Alla fine i poliziotti si arrendono: va bene passate. Attraversiamo il ponte e siamo su via Arenula. Il primo incidente accade mentre attraversiamo Lungotevere. Fermiamo le macchine con un cordone per permettere a tutte le altre di passare. Ma si sa, noi donne non siamo truppa; avanziamo lentamente, indolenti, chiacchierando,indicandoci gli striscioni, discutendo far di noi. Un automobilista, in terza o quarta fila si incazza, scende dalla macchina, apostrofa una di noi: aò te voi levà? Facce passà, levate.
Questo non ci piace, questo non va per niente bene. In dieci almeno ci rivolgiamo contro di lui, e lo riaccompagnamo alla sua macchina; -siediti e aspetta- gli fa una piccoletta, con un berrettino di lana con le ali. Sembra Asterix. E l'uomo si siede, smadonna, poi prova a ridere. Ma si siede e aspetta.Asterix sollecita quelle più lente: Aò, ve movete? Qui ci facciamo menà!" Intanto continuiamo ad aumentare, ad occhio siamo intorno alle tremila; il calcolo è facile: piazza Cairoli ne contiene duemila lo sappiamo da trent'anni e qui siamo molte di più. Questa seconda sosta sotto il Ministero dura il tempo ditracciare qaulche scritta sul marciapiede antistante. I poliziotti lasciano fare. "Andiamo in Prefettura" No al Senato! Ma la verità è che la nostra meta è Palazzo Grazioli, l'abitazione privata di Berlusconi. C'è molta confusione. Intanto dalle finestre lungo via Arenula donne si affacciano dalle finestre, sventolano sciarpe, ci applaudono. Noi applaudiamo loro. Si risentono vecchi slogan insieme a molti nuovi ma i canti sono gli stessi; Ci facciamo le foto, ci scambiamo i volantini, si intrecciano telefonate con amiche e compagne a Napoli, a Milano, a Bologna. "Qui siamo tremila, e lì?" "Ragazze, a Bologna sono tremila!"Gira la voce. Si esulta. Ragazze. Mi viene da ridere. Eppure è proprio così, è pieno di ragazze! le giovani ho voglia di abbracciarle e una, che nel marsupio porta una bimbetta di pochi mesi, una, me l'abbraccio davvero. Riprende la trattativa, la polizia è nervosa e non ha torto. "Doveva essere un sit in" continuano a dire, " non potete fare un corteo". "Siamo troppe per il sit in" obiettiamo noi, "dobbbiamo avanzare per forza" e spingiamo. I poliziotti indietreggiano, poi si impuntano. Una spinta ancora e il loro cordone è sfondato. Fanno un primo tentativo di carica poco convinto per la verità, per ricacciarci indietro. I buuu, buuu si sprecano. Alla fine arriva l'ordine dalla Prefettura: fatele passare. Arriviamo all'Argentina. Il traffico sulla piazza si blocca. I tassisti imprecano, ci insultano. Un poliziotto li rimbecca in malo modo. La piazza è occupata, da dietro premono per entrare. La polizia dice basta, è finita, tornate a casa. L'aria si fa più tesa. A casa vacci tu, gli sibila una ragazza. Forse aggiunge stronzo. I poliziotti s'incazzano di brutto: scioglietevi o carichiamo! Scioglietevi? Ci incazziamo pure noi. E' un tira e molla. Noi spingiamo per passare, loro spingono per farci arretrare.
Poi una piccoletta viene spinta con più decisione da un poliziotto, un'altra salta su inviperita, un'altra ancora si fa sotto al poliziotto. Allora la polizia carica. Un urtone bello grosso, i manganelli alzati ma solo come deterrente; si inciampa; Tutte gridiamo Vergogna! Vergogna! Una ragazza si prende una serie di manate respingenti sul torace, un'altra ancora viene strattonata; una reagisce, si volta e sputa al poliziotto. Viene presa per le spalle e portata nella camionetta, mentre la polizia riforma il cordone."Libera! Libera! Libera! La rivogliamo fuori tra di noi subito! Ma questa volta i poliziotti sono incazzati sul serio. "Provo a parlare con uno. Non sente ragioni: Tutto, ma gli sputi in faccia no!" Ha ragione, dico io melliflua, ma è giovane, lasciatela, dai. Intanto i poliziotti scattano foto a tutte noi. Questa delle foto è una vecchissima storia e la battuta è sempre la stessa. "Attàccatela in camera e... Non la riferirò, in fondo sono una signora! Nel casino generale interviene Franca Rame, che da venti minuti almeno è alla testa del corteo. Tratta, pacata ma decisa. "Qui nessuna di noi si muove se la ragazza non viene rilasciata". La cosa va per le lunghe. Io guardo l'orologio: stasera Tommasino viene a dormire da me e devo farmi trovare a casa. Finalmente la ragazza è rilasciata e ci aprono un corridoio per raggiungere Piazza Venezia. Passiamo a cinquanta metri da casa di Berlusconi. Si grida fino a sgolarci. Poliziotti ci precedono e ci seguono. I fotografi si divertono e stanno con noi, alcuni ci incitano pure, vorrebbero qualche altro tafferuglio. Io continuo a guardare l'orologio. Alla fine sbuchiamo sulla piazza, ci sfrangiamo, ci diamo appuntamento per l'8 marzo.
Scusate se la cronaca arriva con ritardo ma la vostra cronista ha passato la mattinata con il suo nipotino.
cronaca 194
...segue cronaca...
cronaca 194
...segue...
giovedì 14 febbraio 2008
italiani brava gente/segnalazione
Una notizia segnalata da Giulia che mi fa vergognare di questa città.
segnalazione sulla 194
Vi segnalo il post di Maria Cristina "Amiche mie, attenzione!!!", in cui una giovane donna arrabbiata e agguerrita rincuora noi vecchie ex-combattenti. Leggetelo qui
segnalazione sulla 194
Vi segnaliamo le manifestazioni che si svolgeranno domani in risposta a quanto avvenuto il 12 febbraio scorso nel reparto di IVG del II Policlinico di Napoli.
Qui troverete i comunicati ricevuti dalle associazioni femminili, femministe e lesbiche a riguardo.
Il sito verrà costantemente aggiornato sulle prossime iniziative.
Bologna - 14 febbraio - ore 17.00 - al Sant'Orsola - presidio
Brescia - 14 febbraio ore 18.30 - davanti agli Spedali Civili - presidio
Milano - 14 febbraio ore 18.00 - presidio in Via della Commenda,12 - clinica Mangiagalli
Napoli - 14 febbraio ore 17.00 - Piazza Vanvitelli
Palermo - 14 febbraio ore 17.00 - Istituto Gramsci - Cantieri Culturali della Zisa - riunione Coordinamento Donne 194
Roma - 14 febbraio ore 17.00 - davanti al Ministero della Sanità - Lungotevere Ripa, 1 - sit in
Torino - 14 febbraio ore 17.30 - Palazzo Nuovo - auletta 'Unilotta' Primo piano - riunione Coordinamento Donne torinesi/piemontesi
Venezia - 14 febbraio ore 15.30 - presidio davanti all'ex ospedale G. B. Giustinian, Dorsoduro 1454 (Fondamenta Ognissanti) sede attuale del consultorio
Qui troverete i comunicati ricevuti dalle associazioni femminili, femministe e lesbiche a riguardo.
Il sito verrà costantemente aggiornato sulle prossime iniziative.
Bologna - 14 febbraio - ore 17.00 - al Sant'Orsola - presidio
Brescia - 14 febbraio ore 18.30 - davanti agli Spedali Civili - presidio
Milano - 14 febbraio ore 18.00 - presidio in Via della Commenda,12 - clinica Mangiagalli
Napoli - 14 febbraio ore 17.00 - Piazza Vanvitelli
Palermo - 14 febbraio ore 17.00 - Istituto Gramsci - Cantieri Culturali della Zisa - riunione Coordinamento Donne 194
Roma - 14 febbraio ore 17.00 - davanti al Ministero della Sanità - Lungotevere Ripa, 1 - sit in
Torino - 14 febbraio ore 17.30 - Palazzo Nuovo - auletta 'Unilotta' Primo piano - riunione Coordinamento Donne torinesi/piemontesi
Venezia - 14 febbraio ore 15.30 - presidio davanti all'ex ospedale G. B. Giustinian, Dorsoduro 1454 (Fondamenta Ognissanti) sede attuale del consultorio
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la solitudine dei numeri primi


Ho terminato ieri sera “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano edito da Mondadori. Capita raramente di poter dire di un autore giovane, alla sua prima prova, che è stilisticamente maturo, ma Giordano lo è e il suo libro è come un regalo, inaspettato, alla nostra voglia di letteratura.
Questa è dunque un’ opera prima che non sembra un’opera prima.
Per diverse ragioni. Innanzitutto per la scrittura che è matura, ricca, elegante, personale. Ed insieme esatta,misurata, pulita. E poi per la scelta del tema. Niente ego-centrismo, niente autoreferenzialità, nessun piccolo mondo esperenziale.
I protagonisti di questo romanzo sono Mattia ed Alice, due bambini coetanei la cui vita viene segnata dal disagio e dal dolore. Alice a sette anni si spezza una gamba frequentando la scuola di sci che il padre le impone. Mattia ad otto anni, per sottrarsi all’imbarazzo che gli procura la sua presenza, lascia la gemella Michela, una bambina handicappata, ad attenderlo in un parco mentre si reca ad una festa. Ma Michela scompare nel nulla. Divenuti adolescenti i due si incontrano. E ognuno riconosce nell’altro, silenziosamente, il segno lasciato da quel dramma lontano. Segno nel corpo, oltre che nell’anima. Infatti Alice, che da quell’incidente zoppica, quasi non si alimenta, nasconde e butta il cibo che le viene messo davanti; e Mattia si devasta le braccia e le mani di ferite con le quali si autopunisce. Sono loro i numeri primi, quei numeri che sono divisibili solo per uno e per se stessi, che in alcuni casi sono separati da un solo altro numero e allora si chiamano primi gemelli. Come l’11 e il 13, o il 17 e il 19. Numeri solitari, destinati ad essere simili, a sfiorarsi ma a non con-fondersi mai.
Paolo Giordano segue Alice e Mattia attraverso la loro vita, nei loro tentativi di uscire dal silenzio che li custodisce e nella loro ritrosia, e traccia la storia della loro amicizia e del loro affetto senza indulgere mai al patetico, senza concedere niente al sentimentalismo, ma senza rarefarli come insetti sotto la lente dell’entomologo.
Mattia e Alice sono osservati con uno sguardo perspicace ma affettuoso e raccontati con un'attenzione rispettosa.
Molti altri temi entrano nel libro, tic e smorfie della nostra società, e Paolo Giordano li tratta con attenzione e maturità, senza ridurli a cliché, ma senza eluderli.
Come la storia si snodi e in che modo termini non ve lo dirò. Spero davvero che vogliate leggerla di persona.
mercoledì 13 febbraio 2008
felicità/tre/i Romani
Rispetto al concetto di felicità i Romani non inaugurano un pensiero nuovo. Cicerone, Seneca e Lucrezio ripetono con maggiore o minore severità la lezione dei greci.
Ma anche quando si pongono il problema della felicità i romani hanno un atteggiamento pragmatico. Tentano di fare o di sollecitare a fare.
Se la nostra felicità dipende dai doni degli dei-si dissero- la cosa migliore è farseli amici. Così la Felicità viene personificata in una dea, le si costruisce un tempio, le si dedicano feste. Fu forse questa delega a forze indipendenti dal loro controllo che li rese così forti. Essi operavano al meglio delle loro possibilità, per il resto che gli Dei facessero la loro parte. In fondo il farsi carico del destino del mondo può essere meno faticoso che il farsi carico della nostra propria felicità, come l’uomo moderno scoprì a partire dal XVIII secolo.
I Romani condivisero alcuni assunti fondamentali con i Greci: la felicità è una condizione oggettiva, essa si misura l’ultimo giorno della vita, come si porta al peso la lana degli agnelli. Più che un sentimento soggettivo essa è uno sviluppo razionale, frutto della virtù e dell’applicazione. È il fine ultimo della vita ma lo si ottiene con un impegno continuo, con disciplina e duro lavoro, condotto sotto la guida costante della ragione. Era un obiettivo molto difficile da raggiungere e il godimento dei sensi vi aveva piccolissima parte. Disprezzata o al massimo tollerata.
Questa idea di felicità appare a noi moderni molto distante, forse troppo razionale e fredda.
Quando pensiamo ai Romani antichi noi pensiamo alla forza, al potere, alla prosperità, alla gloria. O agli eccessi del popolo nei circhi e degli imperatori nelle corti.
Ma nella vita quotidiana di questo popolo esisteva una media via fatta di semplici soddisfazioni, di comodità e affetti e di piaceri misurati.
Del resto il nome felicitas rimandava alla radice della vita, alla fecondità.
E sui muri di Pompei, esplicitamente e senza scandalo, la felicità era rappresentata da un fallo.

Nella sua veste ufficiale invece era un caduceo, il bastone cui si avvolge un serpente ed una cornucopia traboccante di frutti a rappresentarla. E la Felicitas circolava di mano in mano sulle monete romane in tutto l’Impero.
Nella Felicitas pubblica era la base per quella privata.
Ma l’ideale romano di felicità, il più autentico e tipico, è quello cui i poeti continuamente rimandano. Ora semplicemente cantandolo, ora rimpiangendolo.
Orazio e Virgilio ricordano a questo popolo orgoglioso le sue origini modeste, lo richiamano alle virtù di un tempo nel quale la felicità si accontentava di poco.

Beatus ille qui procul est negotiis
ut prisca gens mortalium
paterna rura bobus exercet suis
solutus omni fenore...
Beato colui che libero da preoccupazioni
come gli antichi lavora ancora
il campo del padre con il proprio bue
senza debiti che lo opprimano...
Questo uomo felice è dunque un tranquillo agricoltore che conduce una vita modesta ma serena, che fatica nei campi ma trova una casa e degli affetti, la conversazione con gli amici, la consolazione della natura e l’allegria semplice di un bicchiere di vino.
E’ l’uomo che evita gli eccessi e sceglie sempre Auream... mediocritatem, quella via di mezzo aurea che lo mantiene saldo sui suoi passi; è l’uomo che spera nelle difficoltà e teme nella prosperità.
È anche l’uomo che sa di non dover prendere per certa la sua vita tranquilla perché è Giove che manda gli inverni e le primavere.
Il carpe diem di Orazio, spesso considerato un esortazione alla felicità come spensieratezza contiene invece una lezione più severa: l’invito a non ricercare grandi piaceri negli eccessi, ma a vivere con consapevolezza il giorno presente.
ille potens sui
laetusque deget cui licet in diem
dixisse vixi:cras vel atra
nube polum Pater occupato
vel sole puro; non tamen inritum,
quodcumque retro est, efficiet neque
diffinget infectumque reddet
quod fugiens semel hora vexit.
Felice e padrone di sé
chi può dire ogni giorno
Ho vissuto, il Padre riempia domani il cielo
di nuvole nere o di sole chiaro;
non potrà tuttavia rendere vano il passato,
cambiare, cancellare quello che una volta
l'ora fuggente m'ha dato.
Questa idea di felicità guardinga e consapevole insieme è espressa perfettamente da Orazio.
Ed Orazio richiama Mecenate agli ideali repubblicani: una vita campestre meditativa, cui ci si sottrae per dare soccorso alla patria e cui si torna compiuto il proprio dovere di romano. Il nobile Cincinnato ne è l’esempio e il prototipo.

Con una mano Cincinnato restituisce i fasci, simbolo del potere del dictator, con l'altra già impugna l'aratro.
Ma anche quando si pongono il problema della felicità i romani hanno un atteggiamento pragmatico. Tentano di fare o di sollecitare a fare.
Se la nostra felicità dipende dai doni degli dei-si dissero- la cosa migliore è farseli amici. Così la Felicità viene personificata in una dea, le si costruisce un tempio, le si dedicano feste. Fu forse questa delega a forze indipendenti dal loro controllo che li rese così forti. Essi operavano al meglio delle loro possibilità, per il resto che gli Dei facessero la loro parte. In fondo il farsi carico del destino del mondo può essere meno faticoso che il farsi carico della nostra propria felicità, come l’uomo moderno scoprì a partire dal XVIII secolo.
I Romani condivisero alcuni assunti fondamentali con i Greci: la felicità è una condizione oggettiva, essa si misura l’ultimo giorno della vita, come si porta al peso la lana degli agnelli. Più che un sentimento soggettivo essa è uno sviluppo razionale, frutto della virtù e dell’applicazione. È il fine ultimo della vita ma lo si ottiene con un impegno continuo, con disciplina e duro lavoro, condotto sotto la guida costante della ragione. Era un obiettivo molto difficile da raggiungere e il godimento dei sensi vi aveva piccolissima parte. Disprezzata o al massimo tollerata.
Questa idea di felicità appare a noi moderni molto distante, forse troppo razionale e fredda.
Quando pensiamo ai Romani antichi noi pensiamo alla forza, al potere, alla prosperità, alla gloria. O agli eccessi del popolo nei circhi e degli imperatori nelle corti.
Ma nella vita quotidiana di questo popolo esisteva una media via fatta di semplici soddisfazioni, di comodità e affetti e di piaceri misurati.
Del resto il nome felicitas rimandava alla radice della vita, alla fecondità.
E sui muri di Pompei, esplicitamente e senza scandalo, la felicità era rappresentata da un fallo.
Nella sua veste ufficiale invece era un caduceo, il bastone cui si avvolge un serpente ed una cornucopia traboccante di frutti a rappresentarla. E la Felicitas circolava di mano in mano sulle monete romane in tutto l’Impero.
Nella Felicitas pubblica era la base per quella privata.
Ma l’ideale romano di felicità, il più autentico e tipico, è quello cui i poeti continuamente rimandano. Ora semplicemente cantandolo, ora rimpiangendolo.
Orazio e Virgilio ricordano a questo popolo orgoglioso le sue origini modeste, lo richiamano alle virtù di un tempo nel quale la felicità si accontentava di poco.
Beatus ille qui procul est negotiis
ut prisca gens mortalium
paterna rura bobus exercet suis
solutus omni fenore...
Beato colui che libero da preoccupazioni
come gli antichi lavora ancora
il campo del padre con il proprio bue
senza debiti che lo opprimano...
Questo uomo felice è dunque un tranquillo agricoltore che conduce una vita modesta ma serena, che fatica nei campi ma trova una casa e degli affetti, la conversazione con gli amici, la consolazione della natura e l’allegria semplice di un bicchiere di vino.
E’ l’uomo che evita gli eccessi e sceglie sempre Auream... mediocritatem, quella via di mezzo aurea che lo mantiene saldo sui suoi passi; è l’uomo che spera nelle difficoltà e teme nella prosperità.
È anche l’uomo che sa di non dover prendere per certa la sua vita tranquilla perché è Giove che manda gli inverni e le primavere.
Il carpe diem di Orazio, spesso considerato un esortazione alla felicità come spensieratezza contiene invece una lezione più severa: l’invito a non ricercare grandi piaceri negli eccessi, ma a vivere con consapevolezza il giorno presente.
ille potens sui
laetusque deget cui licet in diem
dixisse vixi:cras vel atra
nube polum Pater occupato
vel sole puro; non tamen inritum,
quodcumque retro est, efficiet neque
diffinget infectumque reddet
quod fugiens semel hora vexit.
Felice e padrone di sé
chi può dire ogni giorno
Ho vissuto, il Padre riempia domani il cielo
di nuvole nere o di sole chiaro;
non potrà tuttavia rendere vano il passato,
cambiare, cancellare quello che una volta
l'ora fuggente m'ha dato.
Questa idea di felicità guardinga e consapevole insieme è espressa perfettamente da Orazio.
Ed Orazio richiama Mecenate agli ideali repubblicani: una vita campestre meditativa, cui ci si sottrae per dare soccorso alla patria e cui si torna compiuto il proprio dovere di romano. Il nobile Cincinnato ne è l’esempio e il prototipo.
Con una mano Cincinnato restituisce i fasci, simbolo del potere del dictator, con l'altra già impugna l'aratro.
martedì 12 febbraio 2008
scalatori verso il cielo
Eravamo seduti a tavola. Mio padre, mia madre e noi tre sorelle. La radio era accesa. Sulla tovaglia bianca batteva il sole. C’era ancora l’aria delle feste appena trascorse. Era il 2 gennaio del 1960.
Partì la sigla del Giornale Radio e mi portò la notizia della morte di Fausto Coppi.
Io seguivo il ciclismo con passione. E amavo Fausto Coppi come si amano solo i campioni. Lui poi era un campione speciale. Il viso irregolare, lo sguardo schivo, con una vena di malinconia, silenzioso, paziente, con un sorriso che lo illuminava e subito scompariva. Ma aveva avuto quella straordinaria tenacia e quella determinazione nell’amare. Tra i suoi tifosi la Dama Bianca era odiata. Non da me. Lei lo amava, lo faceva manifestamente felice: aveva tutta la mia simpatia.
Quel giorno davanti a me avevo una scodella di brodo con i cappelletti fatti in casa da mia madre e mentre il giornalista parlava, nel silenzio attento che si era fatto intorno alla tavola, senza che neanche me ne accorgessi, le lacrime si aggiunsero al brodo.
Ricordo perfettamente il momento in cui restai come sospesa tra l’incredulità e la consapevolezza, e quello in cui la verità divenne solida e non potei sfuggirle.
Sì, ho pianto per la morte di Fausto Coppi. E non me ne vergogno.
Ero seduta in poltrona davanti alla televisione e giravo senza troppa convinzione in cerca di qualche cosa da seguire. Era il 14 febbraio del 2004. Passai su Sport sera proprio mentre scorrevano le immagini di Marco Pantani che si arrampicava, come in trance, sull’Alpe d’Huez. Intanto una voce diceva: Marco Pantani è stato trovato morto questa sera in un residence di Rimini. Come un lampo nella mia mente passò una frase: “Maledetti!” e subito dopo mi commossi. Non ho veramente pianto, ma ci sono andata molto vicina. E non me ne vergogno.
Tra Fausto Coppi e Marco Pantani per me c’è stato solo Charly Gaul.
Perché sono gli scalatori che io amo, uccellini di acciaio, con i loro corpi tutti d’ossa, e muscoli nervosi, che si curvano nell’arrampicata come sotto il peso della terra intera e la portano su, sempre più su...
Della morte di Charly Gaul lessi sul giornale, un articolo in quarta di sport. Era scomparso piano piano. Divenuto sempre più selvatico, viveva isolato in una foresta, depresso, dedito al bere.
L’ultima foto che ricordo di lui è ai funerali di Marco Pantani. Dicevano che Marco ne era l’erede. Ha ereditato anche il dolore.
E’ un po’ per tutte queste ragioni che mi sono precipitata a leggere il libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”.
Brunel è un giornalista de L’Equipe, un giornalista serio e non scandalistico.
Per due anni ha condotto un’ inchiesta sulla fine di Marco Pantani interrogando tutti i protagonisti e i comprimari di questa vicenda. I Carabinieri, il personale del residence dove Pantani fu trovato morto, i familiari, gli amici, il Giudice Istruttore, il medico legale, i compagni di squadra, la manager...Ha seguito il processo agli spacciatori che rifornivano Marco Pantani di cocaina e ha letto tutti gli atti. Un lavoro enorme, al termine del quale avanza l’ipotesi che Pantani sia stato ucciso.
Addita tutte le incredibili lacune dell’inchiesta, le contraddizioni delle testimonianze, le omissioni di esami di routine, e quel buco di dieci ore nell’ultimo giorno di vita di Marco, in cui nessuno sa dove fosse né cosa fece, né chi incontrò.
Subito dopo la morte di Pantani, quando cominciarono ad uscire particolari delle condizioni in cui era stato ritrovato, mi venne spontaneo pensare che qualcuno lo avesse ridotto così. Adesso questa inchiesta rigorosa aggiunge elementi seri ai miei dubbi ingenui e dettati forse dall'affetto. In ogni caso, Pantani come Gaul e Coppi, per me stanno ancora arrampicando, ognuno con la sua postura speciale, il suo passo unico. Al comando? Beh, al comando c'è "un uomo solo; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi."
lunedì 11 febbraio 2008
Intervallo
A causa di una piccola indisposizione la vostra blogger preferita si concede ancora un giorno di riposo.
Tornerà domani "più bella e splendente che pria". Ciao marina
domenica 10 febbraio 2008
sabato 9 febbraio 2008
chi mi cerca?
E’ un gioco che vedo fare a molti blogger. Parlo del resoconto delle chiavi di ricerca di Google con cui sconosciuti utenti della rete giungono ai nostri blog.
Per il mio ne ho trovate di simpatiche:
circolare per i bidelli non lavare il pavimento
passapomodori professionali costruttori
lavarsi le mani continuamente
rivenditore caviale
proprietà cimette cicoria
ma virgola dove va
come diventare rappresentante bimby worker
come fare una intramuscolo
auguri ai pensionati
Di fronte a queste domande mi sono sentita inadempiente e anche un po’ in colpa,tranne che per quella sulla collocazione della virgola, che avrà trovato risposta.
Ma immagino che gli altri visitatori, delusi dalla mia insipienza, si saranno ritratti dal mio blog, trovandolo inutile. Futile, come in effetti è. Possibili lettori persi. Ahi, che dolore cocente! Debbo correre ai ripari. Per cui non vi meravigliate troppo se prossimamente vedrete comparire sul mio blog dei post sulle propietà delle cimette di cicoria, o sulle tecniche per praticare intramuscolo. Tutto questo pur di non vedere di nuovo questa query : prof. marina intangibile stronza.
Almeno questo ignoto navigatore sarà uscito soddisfatto?
Per il mio ne ho trovate di simpatiche:
circolare per i bidelli non lavare il pavimento
passapomodori professionali costruttori
lavarsi le mani continuamente
rivenditore caviale
proprietà cimette cicoria
ma virgola dove va
come diventare rappresentante bimby worker
come fare una intramuscolo
auguri ai pensionati
Di fronte a queste domande mi sono sentita inadempiente e anche un po’ in colpa,tranne che per quella sulla collocazione della virgola, che avrà trovato risposta.
Ma immagino che gli altri visitatori, delusi dalla mia insipienza, si saranno ritratti dal mio blog, trovandolo inutile. Futile, come in effetti è. Possibili lettori persi. Ahi, che dolore cocente! Debbo correre ai ripari. Per cui non vi meravigliate troppo se prossimamente vedrete comparire sul mio blog dei post sulle propietà delle cimette di cicoria, o sulle tecniche per praticare intramuscolo. Tutto questo pur di non vedere di nuovo questa query : prof. marina intangibile stronza.
Almeno questo ignoto navigatore sarà uscito soddisfatto?
venerdì 8 febbraio 2008
pas chic du tout
Quando mancavano otto giorni al matrimonio con Carlà ha proposto a Cecilià di tornare con lui. In tal caso del nuovo matrimonio non ne avrebbe fatto più niente.
Sento di poterci passare sopra. Diciamo che la famosa volubilità femminile sta all’indecisione maschile come il giro-vita di una vespa sta alla circonferenza della terra. Ma i comportamenti maschili hanno smesso da tempo di sorprendermi.
Ma che la delicata, accorata, appassionata missiva,” Si tu reviens, j’annule tout!” sia stata inviata sotto forma di SMS non posso tollerarlo.
La forme, Monsieur le President! Je vous en prie!
Apprendo ora dal Nouvel Obs, che “le President a déposé plainte pour faux et usage de faux”. Spero che questo significhi che in realtà a Cecilià aveva inviato un bigliettino!
Sento di poterci passare sopra. Diciamo che la famosa volubilità femminile sta all’indecisione maschile come il giro-vita di una vespa sta alla circonferenza della terra. Ma i comportamenti maschili hanno smesso da tempo di sorprendermi.
Ma che la delicata, accorata, appassionata missiva,” Si tu reviens, j’annule tout!” sia stata inviata sotto forma di SMS non posso tollerarlo.
La forme, Monsieur le President! Je vous en prie!
Apprendo ora dal Nouvel Obs, che “le President a déposé plainte pour faux et usage de faux”. Spero che questo significhi che in realtà a Cecilià aveva inviato un bigliettino!
giovedì 7 febbraio 2008
precisazione
Della serie "ciò un blog" sono solo autrice e non protagonista. O meglio, se lo sono, non lo sono certo letteralmente, né integralmente, né fattualmente, né...
Insomma, fate un po' voi. Ci rinuncio.
Insomma, fate un po' voi. Ci rinuncio.
incontri
Sorriso franco, piccole, bellissime mani, un accento delicatamente partenopeo.
Spontaneità, freschezza, intelligenza.
Ho conosciuto Anna, la nostra Miskappa. E sono contenta.
Spontaneità, freschezza, intelligenza.
Ho conosciuto Anna, la nostra Miskappa. E sono contenta.
ciò un blog/capitolo tre
Riepilogo delle puntate precedenti: di come, allo scopo di trasformare un blog inutile in un libro inutile, la nostra protagonista si sia esercitata preliminarmente nella stesura di un blog post-strutturalista, un blog sentimental-romantico ed un blog erotico-estremo.
Preparato dunque il mio primo post filosofico, in cui imbastivo quattro chiacchiere poco significative sulla scrittura postuma, l’ho lasciato andare nel mondo della rete firmandolo con il nome di Mirana.
Questa del nome da darsi per pubblicare un blog è una questione imbarazzante. Mi pone di fronte ad un dissidio insolubile, quello tra uno spasmodico desiderio di fama e una insicurezza capillare. Capillare lo uso a proposito per indicare che scorre in ognuna delle mie cellule. Il desiderio di fama vorrebbe che io proclamassi orgogliosamente il mio nome ad ogni occasione e quindi naturalmente in questa specifica occasione in cui finalmente pubblico qualche cosa anche io. D’altro canto la timidezza, compagna in subordine della insicurezza primigenia che mi corrode, vuole invece che io mi nasconda dietro l’anonimato o al più dietro uno pseudonimo di fantasia. A parte che lo pseudonimo di fantasia richiede appunto fantasia e invece alla necessità io ne risulto sprovvista, cozza in più con un forte senso della mia identità, benché svalutata, e mi rende molto difficile vedermi, immaginarmi, chiamarmi con un nome diverso dal mio. Cosicché la tecnica anagrammatica è la mia unica risorsa perché l’anagramma mi consente di conservare una piccola parte di me, sotto forma di sillabe sparse. Anagrammare il nome marina non consente molte scelte di buon gusto, non più di tre, a parer mio: mirana, amrina e ramina. Non dite nulla! Repellono anche me: il primo fa molto “letterina”- fidanzata o meno con calciatore di ordinanza-il secondo già va meglio, buttando un po’ sull’esotico, sull’ indopachistano per la precisione, che in questo periodo va molto di moda. Anzi sono sicura che se davvero mi chiamassi Amrina anche se non necessariamente Singh o Gupta non avrei difficoltà alcuna a pubblicare qualunque stronzata. Il terzo è terribile, lo so, con quell’assonanza con raminga o quel richiamo irresistibile verso il gioco del ramino.
Ma insomma, tant’è, le sillabe del mio nome sono queste. Il lettore preciso e un po’ maniacale si premurerà immagino di verificare l’esistenza di altri possibili anagrammi del nome marina e scoprirà che in effetti ne esistono. Li conosco pure io, ma non li riporto qui, perché, se il lettore è maniacale e puntiglioso, gli farà piacere andarseli a ricavare per proprio conto, per prendermi eventualmente in castagna, mentre se si tratta di un lettore tranquillo e tutto sommato acquiescente si accontenterà dei miei tre anagrammi ed anzi si sentirà sollevato dal fatto di non doversi sorbire un elenco anagrammatico.
L’anagramma orientaleggiante Amrina, lo scelsi per firmare il mio post di erotismo estremo perché l’erotismo tinto di orientale ha secondo me, ma anche nell’immaginario diffuso, una intensità ed un mistero molto più potente.
Il Ramina toccò invece al blog sentimental romantico, perché Ramina è pur sempre un diminutivo e, sempre secondo me, diminutivi e vezzeggiativi col sentimentale e il romantico si accordano perfettamente.
Segnalo, en passant, che anche Armani-e lo dico con orgoglio-è un possibile anagramma del mio nome.
E, benché normalmente io non creda né al destino, né ai suoi segni, non posso del tutto sottrarmi alla fascinazione di questa coincidenza. Infatti se in un momento di irresponsabile autoesaltazione, decidessi di spendere in una sola volta tutto il mio capitale in un’opera d’arte, lo farei solo ed esclusivamente per un tailleur pantaloni di Armani.
E benché io non lo abbia mai conosciuto, né Egli abbia mai conosciuta me, non ho il minimo dubbio di essere la sua Musa o, in subordine, il suo manichino; giacché, in accordo con la filosofia platonica, l’idea di tailleur pantaloni di Armani, è appunto l’Idea–Filosofica-di-Tailleur-Pantaloni, “quella forma certa e immutabile, di cui non si può dire per nessun motivo che sia errore ed opinione”. Con buona pace di Valentino e persino di Jean Paul Gaultier, che pure mi fornisce il suo antitraspirante.
Vorrei qui incistare una piccola osservazione sul binomio oppositivo deodorante/antitraspirante. Ho appreso di recente che il termine deodorante non va MAI usato da una signora, né MAI riferito ad una signora. Il de-odorante, suggerisce l’idea che la signora abbia un odore e che questo sia tale da dover essere neutralizzato. Mentre il termine antitraspirante, indica chiaramente che la signora in oggetto, traspira. Cioè effettua uno scambio aereo con l’ambiente. Ma nulla autorizza a credere che questo scambio produca un odore. Par conséquent il prodotto che si occupa di impedire questo scambio aereo diventa nella sensibilità diffusa un piccolo marchingegno volto semplicemente a regolare lievi aliti, piccoli zeffiri, correnti frizzantine. Questo fatto, oltre a conservare della signora in questione un’immagine immateriale, eterea, quasi da amor cortese, consente a Jean Paul Gaultier, come effetto non tanto secondario, di elevare esponenzialmente il prezzo del suo antitraspirante "Gaultier".
Ma, per tornare al mio blog filosofico, come già vi ho detto lo firmai con lo pseudonimo di Mirana. Per consolarmi, almeno in parte, dello sgradevole effetto “letterina” riflettei tra me e me che Mirana consente comunque un richiamo sottilmente evocativo. C’è quella piccola radice mir, che può anche rimandare a mirabile, mirare e, per chi sa le lingue, anche a miroir. Ora miroir, per chi le lingue non le sa, in francese significa specchio e un discorso sullo specchio e lo specchiarsi, va benissimo non solo in blog psicologici, ma impegnandosi un po’, anche in blog filosofici. Non so se sia compatibile con il post-strutturalismo, ma converrete che il numero di coloro che veramente conoscono lo strutturalismo è decisamente inferiore a quello di coloro che, come me, fingono di conoscerlo. L’eventualità di vedere quindi scoperto il mio bluff era veramente bassa. Era molto più probabile che un eventuale lettore, sentendomi parlare di specchio e di doppio (perché se si è intellettuali -ed io ambisco non ad esserlo ma almeno ad apparirlo- lo specchio va sempre con il doppio) in relazione alla filosofia post-strutturalista, fingesse di aver chiara la relazione e anzi, presa per buona la mia osservazione, si affrettasse a fare un bel copia e incolla e ad inserirla nel suo blog.
Ho scoperto che è così che la rete si riempie di fantasiose castronerie.
Inoltre non avevo ragione di ritenere che un vero intenditore di filosofia strutturalista leggesse i blog in generale e men che meno il mio. Se poi i filosofi strutturalisti leggessero i blog, secondo me leggerebbero blog in tedesco perché, nel mio immaginario, non esiste lingua davvero filosofica tranne il tedesco e sono certa che un vero intenditore di filosofia, qualunque sia la sua lingua madre, dovendo leggere un’opera filosofica scritta, poniamo, in francese dal suo francesissimo autore, se la fa preventivamente tradurre in tedesco. Così io, scrivendo in italiano un post sul post- strutturalismo, in cui citavo un libro scritto in francese non correvo nessun rischio di venire sputtanata da un filosofo tedesco alla mia prima uscita sul mondo blogger.
Per l’erotico estremo non avevo, purtroppo, materiale di prima mano-anzi vi prego di tener conto di questo aspetto mortificante della mia vita, che, ormai giunta alla mia età, non spero più di poter correggere- e presi contatto con la sorella di un’ amica di infanzia della massaggiatrice di mia sorella, che speravo potesse aiutarmi a stendere almeno il primo post, avendo avuto una relazione con un giovane svedese di colore che faceva spettacoli nei locali porno di Stoccolma e non aveva remore a praticare sesso a pagamento anche in pubblico. Poiché però il giovane nel frattempo era morto di aids, la mia curiosità fu trovata indelicata. Ne consegue che per il primo post del mio blog di eros estremo, mi dovetti limitare ad inserire una foto abbastanza esplicativa, scaricata da Internet. La scelsi esplicativa ma in bianco e nero perché l’esplicativo tra il lusco e il brusco ha un effetto molto più eccitante. Immagino. Essendo molto miope sin dalla giovinezza, con un apporto di presbiopia dovuto all’età, non sono del tutto certa nè che la foto fosse eccitante né che fosse esplicativa.La firma Amrina però doveva, secondo me, compensare la mancanza di un vero racconto di sesso estremo, almeno fino a che la sorella dell’amica d’infanzia della massaggiatrice di mia sorella avesse superato il suo lutto per l’amante svedese e si fosse dichiarata disponibile a qualche piccola confidenza.
Quanto al blog sentimental romantico fu invece interamente opera mia. Ero certa di non dover né improvvisare né millantare. Io ho infatti, a dispetto delle apparenze, un’indole molto sentimentale e molto romantica. La melassa è il mio ambiente naturale, ho visto Via col vento almeno una ventina di volte e inoltre in quei giorni stavo ripassando in tv Guerra e pace. Carte in regola quindi. Aprii perciò il mio blog con un post delicatamente roseo, in cui ricordavo il mio primo bacio. Ad essere sincera fino in fondo, io sono sì romantica e sentimentale, ma non ho una grande memoria e il mio primo bacio non lo ricordavo. Ricordavo però il secondo, e poiché in fondo anche i secondi ed i terzi sono fatti della stessa pasta e per arrivare ad un bacio veramente significativo bisogna essere giunti almeno al decimo, ritenni che anche il secondo andasse bene allo scopo.
Naturalmente non mi limitai ad una descrizione, che quelle vanno bene per blog realisti e disincantati, ma mi dilungai sui risvolti emotivi conturbanti-palpiti e tremori per intendersi-e sull’imprinting indimenticabile che il primo bacio lascia nell'animo di qualunque fanciulla. Almeno in persone dotate, a differenza di me, di una memoria appena appena efficiente.
Avendo quindi esordito sui miei tre blog, stremata da questo exploit di creatività, per una settimana non feci più niente. Continua...
Preparato dunque il mio primo post filosofico, in cui imbastivo quattro chiacchiere poco significative sulla scrittura postuma, l’ho lasciato andare nel mondo della rete firmandolo con il nome di Mirana.
Questa del nome da darsi per pubblicare un blog è una questione imbarazzante. Mi pone di fronte ad un dissidio insolubile, quello tra uno spasmodico desiderio di fama e una insicurezza capillare. Capillare lo uso a proposito per indicare che scorre in ognuna delle mie cellule. Il desiderio di fama vorrebbe che io proclamassi orgogliosamente il mio nome ad ogni occasione e quindi naturalmente in questa specifica occasione in cui finalmente pubblico qualche cosa anche io. D’altro canto la timidezza, compagna in subordine della insicurezza primigenia che mi corrode, vuole invece che io mi nasconda dietro l’anonimato o al più dietro uno pseudonimo di fantasia. A parte che lo pseudonimo di fantasia richiede appunto fantasia e invece alla necessità io ne risulto sprovvista, cozza in più con un forte senso della mia identità, benché svalutata, e mi rende molto difficile vedermi, immaginarmi, chiamarmi con un nome diverso dal mio. Cosicché la tecnica anagrammatica è la mia unica risorsa perché l’anagramma mi consente di conservare una piccola parte di me, sotto forma di sillabe sparse. Anagrammare il nome marina non consente molte scelte di buon gusto, non più di tre, a parer mio: mirana, amrina e ramina. Non dite nulla! Repellono anche me: il primo fa molto “letterina”- fidanzata o meno con calciatore di ordinanza-il secondo già va meglio, buttando un po’ sull’esotico, sull’ indopachistano per la precisione, che in questo periodo va molto di moda. Anzi sono sicura che se davvero mi chiamassi Amrina anche se non necessariamente Singh o Gupta non avrei difficoltà alcuna a pubblicare qualunque stronzata. Il terzo è terribile, lo so, con quell’assonanza con raminga o quel richiamo irresistibile verso il gioco del ramino.
Ma insomma, tant’è, le sillabe del mio nome sono queste. Il lettore preciso e un po’ maniacale si premurerà immagino di verificare l’esistenza di altri possibili anagrammi del nome marina e scoprirà che in effetti ne esistono. Li conosco pure io, ma non li riporto qui, perché, se il lettore è maniacale e puntiglioso, gli farà piacere andarseli a ricavare per proprio conto, per prendermi eventualmente in castagna, mentre se si tratta di un lettore tranquillo e tutto sommato acquiescente si accontenterà dei miei tre anagrammi ed anzi si sentirà sollevato dal fatto di non doversi sorbire un elenco anagrammatico.
L’anagramma orientaleggiante Amrina, lo scelsi per firmare il mio post di erotismo estremo perché l’erotismo tinto di orientale ha secondo me, ma anche nell’immaginario diffuso, una intensità ed un mistero molto più potente.
Il Ramina toccò invece al blog sentimental romantico, perché Ramina è pur sempre un diminutivo e, sempre secondo me, diminutivi e vezzeggiativi col sentimentale e il romantico si accordano perfettamente.
Segnalo, en passant, che anche Armani-e lo dico con orgoglio-è un possibile anagramma del mio nome.
E, benché normalmente io non creda né al destino, né ai suoi segni, non posso del tutto sottrarmi alla fascinazione di questa coincidenza. Infatti se in un momento di irresponsabile autoesaltazione, decidessi di spendere in una sola volta tutto il mio capitale in un’opera d’arte, lo farei solo ed esclusivamente per un tailleur pantaloni di Armani.
E benché io non lo abbia mai conosciuto, né Egli abbia mai conosciuta me, non ho il minimo dubbio di essere la sua Musa o, in subordine, il suo manichino; giacché, in accordo con la filosofia platonica, l’idea di tailleur pantaloni di Armani, è appunto l’Idea–Filosofica-di-Tailleur-Pantaloni, “quella forma certa e immutabile, di cui non si può dire per nessun motivo che sia errore ed opinione”. Con buona pace di Valentino e persino di Jean Paul Gaultier, che pure mi fornisce il suo antitraspirante.
Vorrei qui incistare una piccola osservazione sul binomio oppositivo deodorante/antitraspirante. Ho appreso di recente che il termine deodorante non va MAI usato da una signora, né MAI riferito ad una signora. Il de-odorante, suggerisce l’idea che la signora abbia un odore e che questo sia tale da dover essere neutralizzato. Mentre il termine antitraspirante, indica chiaramente che la signora in oggetto, traspira. Cioè effettua uno scambio aereo con l’ambiente. Ma nulla autorizza a credere che questo scambio produca un odore. Par conséquent il prodotto che si occupa di impedire questo scambio aereo diventa nella sensibilità diffusa un piccolo marchingegno volto semplicemente a regolare lievi aliti, piccoli zeffiri, correnti frizzantine. Questo fatto, oltre a conservare della signora in questione un’immagine immateriale, eterea, quasi da amor cortese, consente a Jean Paul Gaultier, come effetto non tanto secondario, di elevare esponenzialmente il prezzo del suo antitraspirante "Gaultier".
Ma, per tornare al mio blog filosofico, come già vi ho detto lo firmai con lo pseudonimo di Mirana. Per consolarmi, almeno in parte, dello sgradevole effetto “letterina” riflettei tra me e me che Mirana consente comunque un richiamo sottilmente evocativo. C’è quella piccola radice mir, che può anche rimandare a mirabile, mirare e, per chi sa le lingue, anche a miroir. Ora miroir, per chi le lingue non le sa, in francese significa specchio e un discorso sullo specchio e lo specchiarsi, va benissimo non solo in blog psicologici, ma impegnandosi un po’, anche in blog filosofici. Non so se sia compatibile con il post-strutturalismo, ma converrete che il numero di coloro che veramente conoscono lo strutturalismo è decisamente inferiore a quello di coloro che, come me, fingono di conoscerlo. L’eventualità di vedere quindi scoperto il mio bluff era veramente bassa. Era molto più probabile che un eventuale lettore, sentendomi parlare di specchio e di doppio (perché se si è intellettuali -ed io ambisco non ad esserlo ma almeno ad apparirlo- lo specchio va sempre con il doppio) in relazione alla filosofia post-strutturalista, fingesse di aver chiara la relazione e anzi, presa per buona la mia osservazione, si affrettasse a fare un bel copia e incolla e ad inserirla nel suo blog.
Ho scoperto che è così che la rete si riempie di fantasiose castronerie.
Inoltre non avevo ragione di ritenere che un vero intenditore di filosofia strutturalista leggesse i blog in generale e men che meno il mio. Se poi i filosofi strutturalisti leggessero i blog, secondo me leggerebbero blog in tedesco perché, nel mio immaginario, non esiste lingua davvero filosofica tranne il tedesco e sono certa che un vero intenditore di filosofia, qualunque sia la sua lingua madre, dovendo leggere un’opera filosofica scritta, poniamo, in francese dal suo francesissimo autore, se la fa preventivamente tradurre in tedesco. Così io, scrivendo in italiano un post sul post- strutturalismo, in cui citavo un libro scritto in francese non correvo nessun rischio di venire sputtanata da un filosofo tedesco alla mia prima uscita sul mondo blogger.
Per l’erotico estremo non avevo, purtroppo, materiale di prima mano-anzi vi prego di tener conto di questo aspetto mortificante della mia vita, che, ormai giunta alla mia età, non spero più di poter correggere- e presi contatto con la sorella di un’ amica di infanzia della massaggiatrice di mia sorella, che speravo potesse aiutarmi a stendere almeno il primo post, avendo avuto una relazione con un giovane svedese di colore che faceva spettacoli nei locali porno di Stoccolma e non aveva remore a praticare sesso a pagamento anche in pubblico. Poiché però il giovane nel frattempo era morto di aids, la mia curiosità fu trovata indelicata. Ne consegue che per il primo post del mio blog di eros estremo, mi dovetti limitare ad inserire una foto abbastanza esplicativa, scaricata da Internet. La scelsi esplicativa ma in bianco e nero perché l’esplicativo tra il lusco e il brusco ha un effetto molto più eccitante. Immagino. Essendo molto miope sin dalla giovinezza, con un apporto di presbiopia dovuto all’età, non sono del tutto certa nè che la foto fosse eccitante né che fosse esplicativa.La firma Amrina però doveva, secondo me, compensare la mancanza di un vero racconto di sesso estremo, almeno fino a che la sorella dell’amica d’infanzia della massaggiatrice di mia sorella avesse superato il suo lutto per l’amante svedese e si fosse dichiarata disponibile a qualche piccola confidenza.
Quanto al blog sentimental romantico fu invece interamente opera mia. Ero certa di non dover né improvvisare né millantare. Io ho infatti, a dispetto delle apparenze, un’indole molto sentimentale e molto romantica. La melassa è il mio ambiente naturale, ho visto Via col vento almeno una ventina di volte e inoltre in quei giorni stavo ripassando in tv Guerra e pace. Carte in regola quindi. Aprii perciò il mio blog con un post delicatamente roseo, in cui ricordavo il mio primo bacio. Ad essere sincera fino in fondo, io sono sì romantica e sentimentale, ma non ho una grande memoria e il mio primo bacio non lo ricordavo. Ricordavo però il secondo, e poiché in fondo anche i secondi ed i terzi sono fatti della stessa pasta e per arrivare ad un bacio veramente significativo bisogna essere giunti almeno al decimo, ritenni che anche il secondo andasse bene allo scopo.
Naturalmente non mi limitai ad una descrizione, che quelle vanno bene per blog realisti e disincantati, ma mi dilungai sui risvolti emotivi conturbanti-palpiti e tremori per intendersi-e sull’imprinting indimenticabile che il primo bacio lascia nell'animo di qualunque fanciulla. Almeno in persone dotate, a differenza di me, di una memoria appena appena efficiente.
Avendo quindi esordito sui miei tre blog, stremata da questo exploit di creatività, per una settimana non feci più niente. Continua...
mercoledì 6 febbraio 2008
pazza? o tutti pazzi?
Non ne posso più! Gli avvenimenti politici si susseguono, sempre più grotteschi, sempre più indecenti. Una specie di assedio del peggior reale soffoca persino la possibilità del pensiero di muoversi liberamente, di indagare dentro e fuori di sé, di riflettere su tempi lunghi, spostandosi dal passato al presente, dal presente al futuro.
Impossibile riflettere sui sentimenti, sui desideri, sui sogni. Impossibile seguire mentalmente qualche fantasia, provare a darle fiato. Impossibile abbozzare progetti, ricercare spiegazioni, indagare nessi che compaiono nella nostra vita o in quelle che incontriamo intorno a noi. Impossibile coltivare le simpatie, dedicarsi a ridere, a scherzare, a conservare l’amore per la vita. Impossibile occuparsi delle nostre paure, dei nostri rimpianti, delle nostre piccole infelicità. Impossibile prenderci cura di noi, del nostro spirito, della nostra anima. Impossibile addestrare la nostra mente, fertilizzare la nostra cultura. Impossibile dare spazio alle nostre curiosità.Il reale politico sempre mi occupa.
È colpa mia? Evidentemente lo è. Permetto al reale politico di dilagare nella mia vita.
E non servono gli ammonimenti di mio marito, preoccupato per il mio tono dell’umore.
Così mi interrogo.
Che cosa è la politica per me?
Perché la politica può farmi così soffrire?
Perché sento così forti le offese che la politica mi infligge?
Perché questo rammarico amaro per le delusioni che la mia parte politica-dell’altra non voglio parlare-mi procura?
La politica l’ho appresa da mio padre.
Si chiamava: libertà, giustizia sociale, progresso civile.
Mio padre la testimoniò combattendo.
Perché non ho più quella forza che mi ha sempre vista battagliare-talvolta nei modi sbagliati?
Che cosa è morto in me? Hanno davvero sfibrato la mia fiducia nella possibilità che il mio paese diventi più giusto e più ordinato, più onesto e più libero?
E gli altri? Come vivono gli altri le vicissitudini di questa nostra povera Italia?
Sono pretesto per sfoggio di dialettica?
Scusa per animate discussioni in giro sui blog?
Opportunità di liberarsi di aggressività e violenza repressa?
Che cosa è “passione politica” per loro?
Sei eccessiva, torna a dirmi mio marito.
Mio marito è capace di prendere grandi spazi, enormi distanze dalle cose che non vanno come dovrebbero andare. È disgustato quanto me ma ha deciso che la politica non influenzerà il suo umore. Serra le fila intorno ai suoi affetti e ai suoi interessi e chiude la porta al resto del mondo. Sì, lo sento imprecare davanti allo schermo televisivo, ma poi prende il suo libro e si dimentica di tutto.
Io fibrillo di passione e intanto mi chiedo: sono forse la solita pazza?
Ditemi che siete pazzi anche voi!
Impossibile riflettere sui sentimenti, sui desideri, sui sogni. Impossibile seguire mentalmente qualche fantasia, provare a darle fiato. Impossibile abbozzare progetti, ricercare spiegazioni, indagare nessi che compaiono nella nostra vita o in quelle che incontriamo intorno a noi. Impossibile coltivare le simpatie, dedicarsi a ridere, a scherzare, a conservare l’amore per la vita. Impossibile occuparsi delle nostre paure, dei nostri rimpianti, delle nostre piccole infelicità. Impossibile prenderci cura di noi, del nostro spirito, della nostra anima. Impossibile addestrare la nostra mente, fertilizzare la nostra cultura. Impossibile dare spazio alle nostre curiosità.Il reale politico sempre mi occupa.
È colpa mia? Evidentemente lo è. Permetto al reale politico di dilagare nella mia vita.
E non servono gli ammonimenti di mio marito, preoccupato per il mio tono dell’umore.
Così mi interrogo.
Che cosa è la politica per me?
Perché la politica può farmi così soffrire?
Perché sento così forti le offese che la politica mi infligge?
Perché questo rammarico amaro per le delusioni che la mia parte politica-dell’altra non voglio parlare-mi procura?
La politica l’ho appresa da mio padre.
Si chiamava: libertà, giustizia sociale, progresso civile.
Mio padre la testimoniò combattendo.
Perché non ho più quella forza che mi ha sempre vista battagliare-talvolta nei modi sbagliati?
Che cosa è morto in me? Hanno davvero sfibrato la mia fiducia nella possibilità che il mio paese diventi più giusto e più ordinato, più onesto e più libero?
E gli altri? Come vivono gli altri le vicissitudini di questa nostra povera Italia?
Sono pretesto per sfoggio di dialettica?
Scusa per animate discussioni in giro sui blog?
Opportunità di liberarsi di aggressività e violenza repressa?
Che cosa è “passione politica” per loro?
Sei eccessiva, torna a dirmi mio marito.
Mio marito è capace di prendere grandi spazi, enormi distanze dalle cose che non vanno come dovrebbero andare. È disgustato quanto me ma ha deciso che la politica non influenzerà il suo umore. Serra le fila intorno ai suoi affetti e ai suoi interessi e chiude la porta al resto del mondo. Sì, lo sento imprecare davanti allo schermo televisivo, ma poi prende il suo libro e si dimentica di tutto.
Io fibrillo di passione e intanto mi chiedo: sono forse la solita pazza?
Ditemi che siete pazzi anche voi!
martedì 5 febbraio 2008
vi aspetto!
NO VAT
AUTODETERMINAZIONE, LAICITA’ ANTIFASCISMO, LIBERAZIONE
SABATO 9 FEBBRAIO 2008 MANIFESTAZIONE - ROMA - Piazzale Ostiense ORE 14.00
Piattaforma della manifestazione NOVAT 2008 che si terrà a Roma il 9 febbraio 2008, perfezionata durante l’assemblea nazionale di Facciamo Breccia a Roma il 13 gennaio.
Il corteo vedrà - dopo lo spezzone di apertura di Facciamo Breccia - uno spezzone di femministe e lesbiche, soggettività politiche che in queste settimane stanno resistendo all’ennesimo attacco teo-patriarcale all'autodeterminazione.
- Nel corso del 2007 i movimenti di liberazione delle donne, delle lesbiche, di gay e trans hanno costruito grandi mobilitazioni di piazza – il Pride e la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne – in cui sono emerse con forza la volontà di autodeterminarsi, la denuncia delle mistificazioni familiste e dell'invadenza vaticana nella sfera pubblica.
L’alleanza strategica tra politica istituzionale e Vaticano, che utilizza la violenza di genere, dentro e fuori la sfera domestica, come strumento di controllo sociale su donne,lesbiche, gay, trans è strumentale alla progressiva sostituzione del welfare con modelli familisti e politiche securitarie che negano i diritti di cittadinanza legittimando campagne persecutorie e razziste.
In modo sinergico sistema neoliberista e gerarchie vaticane - attraverso un processo di revisionismo storico e una costruzione normativa spacciata per naturale - sdoganano fascismi vecchi e nuovi e riattivano violenza e oppressione sui soggetti non conformi.
Autodeterminazione, laicità, antifascismo sono le nostre pratiche di r/esistenza e di liberazione.
DENUNCIAMO:
- le politiche familiste, securitarie e proibizioniste che impongono una visione morale predeterminata nelle politiche sociali, negando l’autodeterminazione dei corpi e degli stili di vita e mercificando i diritti di cittadinanza;
- il disconoscimento della resistenza e dell’antifascismo, la rilettura ideologica della storia resa evidente dall’ultima enciclica e dalla trasformazione degli aguzzini franchisti e fascisti in martiri;
- gli attacchi all’autodeterminazione e ai percorsi di liberazione di donne, gay, lesbiche, trans, migranti e di tutti i soggetti non conformi attraverso un progetto politico di istigazione all’odio che determina discriminazioni e alimenta squadrismi;
- le connivenze tra la casta politica e quella ecclesiastica nella difesa dei privilegi e nell’arretramento sul piano dei diritti individuali;
- il crescente restringimento degli spazi di laicità e la criminalizzazione dei non credenti e dei movimenti che si oppongono allo strapotere vaticano;
- il progetto di egemonia vaticana alleato col sistema neoliberista e con il dominio patriarcale.
MANIFESTIAMO:
- contro ogni integralismo e fondamentalismo,
- contro gli scambi politici sui corpi e sui diritti,
- per l’autodeterminazione delle donne,
- per i diritti e la piena cittadinanza di lesbiche, trans e gay,
- per l’eliminazione delle leggi ideologiche dettate dal Vaticano e la cancellazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, per una materità libera e consapevole,
- per l’attivazione di un dispositivo anti-omofobico e anti-discriminatorio slegato dalle logiche securitarie,
- per la libertà di scelta responsabile in ogni aspetto e fase della vita,
- per l'istruzione pubblica e laica, per l'abolizione dell'ora di religione e la cancellazione del sostegno pubblico alla scuola confessionale,
- per un sistema sanitario veramente pubblico e laico,
- per la difesa di uno stato sociale che risponda alle necessità reali dei soggetti,
- per l'abolizione del Concordato e dei privilegi derivanti (esenzione ICI, otto per mille), difesi a oltranza da governo e opposizione, a vantaggio di un potentato economico,.
NO VAT! AUTODETERMINAZIONE, LAICITA', ANTIFASCISMO, LIBERAZIONE ROMA 9 FEBBRAIO 2008
Coordinamento Facciamo Breccia Per info: info@facciamobreccia.org Per adesioni: adesioni@facciamobreccia.org
Sul sito di "facciamo breccia" tutte le indicazioni pratiche.
Diffondete il logo della manifestazione e la piattaforma.
E VENITE!!
AUTODETERMINAZIONE, LAICITA’ ANTIFASCISMO, LIBERAZIONE
SABATO 9 FEBBRAIO 2008 MANIFESTAZIONE - ROMA - Piazzale Ostiense ORE 14.00
Piattaforma della manifestazione NOVAT 2008 che si terrà a Roma il 9 febbraio 2008, perfezionata durante l’assemblea nazionale di Facciamo Breccia a Roma il 13 gennaio.
Il corteo vedrà - dopo lo spezzone di apertura di Facciamo Breccia - uno spezzone di femministe e lesbiche, soggettività politiche che in queste settimane stanno resistendo all’ennesimo attacco teo-patriarcale all'autodeterminazione.
- Nel corso del 2007 i movimenti di liberazione delle donne, delle lesbiche, di gay e trans hanno costruito grandi mobilitazioni di piazza – il Pride e la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne – in cui sono emerse con forza la volontà di autodeterminarsi, la denuncia delle mistificazioni familiste e dell'invadenza vaticana nella sfera pubblica.
L’alleanza strategica tra politica istituzionale e Vaticano, che utilizza la violenza di genere, dentro e fuori la sfera domestica, come strumento di controllo sociale su donne,lesbiche, gay, trans è strumentale alla progressiva sostituzione del welfare con modelli familisti e politiche securitarie che negano i diritti di cittadinanza legittimando campagne persecutorie e razziste.
In modo sinergico sistema neoliberista e gerarchie vaticane - attraverso un processo di revisionismo storico e una costruzione normativa spacciata per naturale - sdoganano fascismi vecchi e nuovi e riattivano violenza e oppressione sui soggetti non conformi.
Autodeterminazione, laicità, antifascismo sono le nostre pratiche di r/esistenza e di liberazione.
DENUNCIAMO:
- le politiche familiste, securitarie e proibizioniste che impongono una visione morale predeterminata nelle politiche sociali, negando l’autodeterminazione dei corpi e degli stili di vita e mercificando i diritti di cittadinanza;
- il disconoscimento della resistenza e dell’antifascismo, la rilettura ideologica della storia resa evidente dall’ultima enciclica e dalla trasformazione degli aguzzini franchisti e fascisti in martiri;
- gli attacchi all’autodeterminazione e ai percorsi di liberazione di donne, gay, lesbiche, trans, migranti e di tutti i soggetti non conformi attraverso un progetto politico di istigazione all’odio che determina discriminazioni e alimenta squadrismi;
- le connivenze tra la casta politica e quella ecclesiastica nella difesa dei privilegi e nell’arretramento sul piano dei diritti individuali;
- il crescente restringimento degli spazi di laicità e la criminalizzazione dei non credenti e dei movimenti che si oppongono allo strapotere vaticano;
- il progetto di egemonia vaticana alleato col sistema neoliberista e con il dominio patriarcale.
MANIFESTIAMO:
- contro ogni integralismo e fondamentalismo,
- contro gli scambi politici sui corpi e sui diritti,
- per l’autodeterminazione delle donne,
- per i diritti e la piena cittadinanza di lesbiche, trans e gay,
- per l’eliminazione delle leggi ideologiche dettate dal Vaticano e la cancellazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, per una materità libera e consapevole,
- per l’attivazione di un dispositivo anti-omofobico e anti-discriminatorio slegato dalle logiche securitarie,
- per la libertà di scelta responsabile in ogni aspetto e fase della vita,
- per l'istruzione pubblica e laica, per l'abolizione dell'ora di religione e la cancellazione del sostegno pubblico alla scuola confessionale,
- per un sistema sanitario veramente pubblico e laico,
- per la difesa di uno stato sociale che risponda alle necessità reali dei soggetti,
- per l'abolizione del Concordato e dei privilegi derivanti (esenzione ICI, otto per mille), difesi a oltranza da governo e opposizione, a vantaggio di un potentato economico,.
NO VAT! AUTODETERMINAZIONE, LAICITA', ANTIFASCISMO, LIBERAZIONE ROMA 9 FEBBRAIO 2008
Coordinamento Facciamo Breccia Per info: info@facciamobreccia.org Per adesioni: adesioni@facciamobreccia.org
Sul sito di "facciamo breccia" tutte le indicazioni pratiche.
Diffondete il logo della manifestazione e la piattaforma.
E VENITE!!
riflessione/Governo Prodi e Vaticano
Articolo segnalatomi da emmeti.
La spallata di Benedetto XVI al governo Prodi • da La Repubblica - il Venerdì del 1 febbraio 2008, pag. 15 di Curzio Maltese
" La vera spallata a Prodi alla fine l'ha data il Vaticano. Era chiaro da tempo che le gerarchie ecclesiastiche erano scese in campo direttamente contro il centrosinistra e per favorire il ritorno di Berlusconi, elargitore di mille favori alla Chiesa durante il suo quinquennio a Palazzo Chigi.
La Chiesa ha agito alla vigilia della crisi come una qualsiasi lobby politica, sia pure extraparlamentare, addirittura extra-territoriale, e con un'intelligenza politica superiore a quella dei partiti in circolazione.
La spallata della Chiesa al centrosinistra era partita da lontano. Non c'è stata settimana, dalla primavera del 2006, in cui il papa o i vescovi non siano entrati in polemica, più o meno diretta, con l'azione del governo. Ma nell'ultima settimana si è consumato uno spettacolare attacco su più fronti.
Ha cominciato Benedetto XVI, in qualità di vescovo della capitale, con l'attacco al Veltroni sindaco sul «degrado di Roma». Ora, è chiaro che l'uno è «anche» papa e l'altro è, guarda caso, leader del Pd.
Quanto alla predica del papa sui mali di Roma, dagli «affitti troppo alti» allo scarso attivismo dell’amministrazione locale, bisognerebbe aprire un lungo capitolo. L'Apsa, che gestisce le proprietà ecclesiastiche, è il primo immobiliarista della capitale, con il 22 per cento del patrimonio totale della città: non può fare nulla per calmierare gli affitti?
La Chiesa è il primo evasore (legalizzato) delle tasse romane, con l'esenzione dall'Ici, così com'è il primo beneficiario delle onerose convenzioni private su sanità e scuola. L'elenco dei favori che la città di Roma paga alla Chiesa è infinito, dalle forniture d'acqua ai pass delle automobili per il centro.
Era ben studiato il pretesto della mancata visita alla Sapienza, dove si capiva benissimo che alla Chiesa non interessava la questione in sé ma lo sfruttamento del caso. La polemica sulla sicurezza non garantita era strumentale. I predecessori di Benedetto XVI sono andati in visita pastorale in Paesi del Terzo mondo e hanno incontrato folle di milioni di persone, e questo papa ha paura di entrare nell'Università di Roma? Bisognava trovare il modo di organizzare una manifestazione contro il governo a San Pietro, senza dire che si trattava di politica. Così è andata e nella folla di San Pietro c'era in prima fila Clemente Mastella, il quale proprio in quell'occasione, per sua ammissione, decide l'uscita dalla maggioranza e la comunica subito non a Prodi ma al cardinal Bertone, segretario di Stato vaticano.
Nello sfascio della politica, la Chiesa ha deciso di scendere in campo, alla riconquista di un ruolo centrale perso dal tramonto della Dc. I leader del centrosinistra dovrebbero almeno prenderne atto e studiare qualche contromossa, che non sia il solito inginocchiarsi nella vana speranza di ammansire i vescovi."
studiare qualche contromossa dice Curzio Maltese. Forse per studiarne bisogna almeno desiderare di farne!
La spallata di Benedetto XVI al governo Prodi • da La Repubblica - il Venerdì del 1 febbraio 2008, pag. 15 di Curzio Maltese
" La vera spallata a Prodi alla fine l'ha data il Vaticano. Era chiaro da tempo che le gerarchie ecclesiastiche erano scese in campo direttamente contro il centrosinistra e per favorire il ritorno di Berlusconi, elargitore di mille favori alla Chiesa durante il suo quinquennio a Palazzo Chigi.
La Chiesa ha agito alla vigilia della crisi come una qualsiasi lobby politica, sia pure extraparlamentare, addirittura extra-territoriale, e con un'intelligenza politica superiore a quella dei partiti in circolazione.
La spallata della Chiesa al centrosinistra era partita da lontano. Non c'è stata settimana, dalla primavera del 2006, in cui il papa o i vescovi non siano entrati in polemica, più o meno diretta, con l'azione del governo. Ma nell'ultima settimana si è consumato uno spettacolare attacco su più fronti.
Ha cominciato Benedetto XVI, in qualità di vescovo della capitale, con l'attacco al Veltroni sindaco sul «degrado di Roma». Ora, è chiaro che l'uno è «anche» papa e l'altro è, guarda caso, leader del Pd.
Quanto alla predica del papa sui mali di Roma, dagli «affitti troppo alti» allo scarso attivismo dell’amministrazione locale, bisognerebbe aprire un lungo capitolo. L'Apsa, che gestisce le proprietà ecclesiastiche, è il primo immobiliarista della capitale, con il 22 per cento del patrimonio totale della città: non può fare nulla per calmierare gli affitti?
La Chiesa è il primo evasore (legalizzato) delle tasse romane, con l'esenzione dall'Ici, così com'è il primo beneficiario delle onerose convenzioni private su sanità e scuola. L'elenco dei favori che la città di Roma paga alla Chiesa è infinito, dalle forniture d'acqua ai pass delle automobili per il centro.
Era ben studiato il pretesto della mancata visita alla Sapienza, dove si capiva benissimo che alla Chiesa non interessava la questione in sé ma lo sfruttamento del caso. La polemica sulla sicurezza non garantita era strumentale. I predecessori di Benedetto XVI sono andati in visita pastorale in Paesi del Terzo mondo e hanno incontrato folle di milioni di persone, e questo papa ha paura di entrare nell'Università di Roma? Bisognava trovare il modo di organizzare una manifestazione contro il governo a San Pietro, senza dire che si trattava di politica. Così è andata e nella folla di San Pietro c'era in prima fila Clemente Mastella, il quale proprio in quell'occasione, per sua ammissione, decide l'uscita dalla maggioranza e la comunica subito non a Prodi ma al cardinal Bertone, segretario di Stato vaticano.
Nello sfascio della politica, la Chiesa ha deciso di scendere in campo, alla riconquista di un ruolo centrale perso dal tramonto della Dc. I leader del centrosinistra dovrebbero almeno prenderne atto e studiare qualche contromossa, che non sia il solito inginocchiarsi nella vana speranza di ammansire i vescovi."
studiare qualche contromossa dice Curzio Maltese. Forse per studiarne bisogna almeno desiderare di farne!
segnalazioni/ancora 194 e dintorni
Le donne senza voce di Miriam Mafai
4 febbraio 2008 la Repubblica
Povere donne italiane che, quando intendano servirsi di una legge italiana regolarmente approvata dal nostro Parlamento e confermata da un referendum, vengono indicate come colpevoli. Poveri feti prematuri, che rischiano di trasformarsi in oggetto di un crudele accanimento terapeutico e nuove sperimentazioni. Povera legge 194 ormai aggredita da ogni parte. Povere donne italiane ormai costrette a emigrare non solo quando, per avere un figlio intendano far ricorso alla fecondazione assistita, ma anche quando rifiutano di partorire, come pure la legge consente, un feto affetto da gravi malformazioni. Povere donne italiane il cui corpo è sempre più oggetto, in un clima da medioevo, di divieti e imposizioni. Non passa giorno ormai senza che qualcuno non detti loro, da qualche cattedra, nuove regole, nuove imposizioni. La legge 194 è ormai da tempo sotto accusa da parte delle gerarchie cattoliche e dei nostri «atei devoti». E le donne che vi fanno ricorso indicate come colpevoli di omicidio. L´ultimo attacco alla legge è arrivato sabato da un gruppo di autorevoli cattedratici delle facoltà di medicina romane che, di fatto, mettono in dubbio la possibilità per le donne di fare ricorso, nei casi finora previsti dalla legge, al cosiddetto «aborto terapeutico». La legge 194 prevede che una donna possa fare ricorso all´aborto terapeutico quando siano stati accertati, grazie ai sistemi diagnostici oggi adottati, gravi processi patologici del feto. Nessuno aveva messo in dubbio finora la possibilità o il diritto della donna di non mettere al mondo un bambino affetto da gravi malattie o malformazioni. Normalmente all´aborto «terapeutico» si fa ricorso solo tra il quinto e il sesto mese di gravidanza quando cioè con la seconda ecografia la mamma viene a conoscenza delle condizioni della creatura che porta in grembo e della infelicità cui sarà destinata. Il termine delle ventiquattro settimane non è previsto dalla legge 194, è puramente indicativa e infatti in alcune strutture mediche (come la Mangiagalli di Milano) il termine è stato anticipato e portato a 22 settimane perché, avvertiva anche Umberto Veronesi, «dopo la ventiduesima settimana il bimbo potrebbe sopravvivere anche se destinato a malformazioni gravi e permanenti». Un altro autorevole genetista, Bruno Dalla Piccola, spiegava: «Oggi le ecografie, i test diagnostici e genetici sono stati anticipati rispetto al passato. Per questo è opportuno abbassare il limite gestazionale per l´aborto terapeutico». Fin qui, mi sembra, il consiglio o il suggerimento dei medici è perfettamente ragionevole. Ma cosa fare se il feto, sia pure prematuro e destinato a gravi malformazioni, abortito dopo la ventiquattresima settimana, è ancora vitale? La stessa legge 194, al suo articolo 7, afferma che «quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, il medico che esegue l´intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto». Ma il documento sottoscritto sabato dai cattedratici delle quattro facoltà di medicina romane va oltre. Vuole che a quel povero feto siano fornite non solo le cosiddette cure palliative ma che sia invece rianimato, «anche se la madre è contraria», come dice uno dei firmatari. È pur vero che lo stesso documento afferma che si deve evitare che le cure intensive si trasformino poi in «accanimento terapeutico». Ma anche in questo passaggio sembrerebbe necessaria più chiarezza. Di fatto ci muoviamo dentro un paradosso: da una parte c´è una legge che consente, a certe condizioni, alla donna di abortire, dall´altra c´è un autorevole documento che obbliga il neonatologo a intervenire sul feto, mantenendolo a tutti i costi in vita, anche se in gravissime condizioni di minorità. Ma non dovrebbe valere, anche in questo caso, la norma che richiede il cosiddetto «consenso informato»? E nel caso di un minore, e ancor più nel caso di un feto ancora vitale, questo «consenso informato» non dovrebbe essere espresso dai suoi genitori, dal padre e dalla madre? Siamo, mi sembra, in un intrico di norme, disposizioni, regolamenti nei quali è difficile districarsi e dai quali rischia di venire espunta la volontà della madre. Siamo in un clima di incertezze reali e di polemiche astruse le cui uniche vittime sono le donne. Sarebbe bello se a questo clima di contrapposizioni e polemiche potesse sostituirsi un dibattito aperto, coraggioso e il più possibile sereno nel quale venisse data a tutti la possibilità di confrontarsi. Senza posizioni precostituite, senza battaglie ideologiche, senza bandiere da difendere. Partendo - mi si perdoni l´ingenuità - dall´idea che tutti, forse, hanno un po´ di ragione. E che solo da un confronto meno rabbioso può venire qualcosa di utile, per le donne e, perché no?, per il nostro paese.
Povere donne italiane che, quando intendano servirsi di una legge italiana regolarmente approvata dal nostro Parlamento e confermata da un referendum, vengono indicate come colpevoli. Poveri feti prematuri, che rischiano di trasformarsi in oggetto di un crudele accanimento terapeutico e nuove sperimentazioni. Povera legge 194 ormai aggredita da ogni parte. Povere donne italiane ormai costrette a emigrare non solo quando, per avere un figlio intendano far ricorso alla fecondazione assistita, ma anche quando rifiutano di partorire, come pure la legge consente, un feto affetto da gravi malformazioni. Povere donne italiane il cui corpo è sempre più oggetto, in un clima da medioevo, di divieti e imposizioni. Non passa giorno ormai senza che qualcuno non detti loro, da qualche cattedra, nuove regole, nuove imposizioni. La legge 194 è ormai da tempo sotto accusa da parte delle gerarchie cattoliche e dei nostri «atei devoti». E le donne che vi fanno ricorso indicate come colpevoli di omicidio. L´ultimo attacco alla legge è arrivato sabato da un gruppo di autorevoli cattedratici delle facoltà di medicina romane che, di fatto, mettono in dubbio la possibilità per le donne di fare ricorso, nei casi finora previsti dalla legge, al cosiddetto «aborto terapeutico». La legge 194 prevede che una donna possa fare ricorso all´aborto terapeutico quando siano stati accertati, grazie ai sistemi diagnostici oggi adottati, gravi processi patologici del feto. Nessuno aveva messo in dubbio finora la possibilità o il diritto della donna di non mettere al mondo un bambino affetto da gravi malattie o malformazioni. Normalmente all´aborto «terapeutico» si fa ricorso solo tra il quinto e il sesto mese di gravidanza quando cioè con la seconda ecografia la mamma viene a conoscenza delle condizioni della creatura che porta in grembo e della infelicità cui sarà destinata. Il termine delle ventiquattro settimane non è previsto dalla legge 194, è puramente indicativa e infatti in alcune strutture mediche (come la Mangiagalli di Milano) il termine è stato anticipato e portato a 22 settimane perché, avvertiva anche Umberto Veronesi, «dopo la ventiduesima settimana il bimbo potrebbe sopravvivere anche se destinato a malformazioni gravi e permanenti». Un altro autorevole genetista, Bruno Dalla Piccola, spiegava: «Oggi le ecografie, i test diagnostici e genetici sono stati anticipati rispetto al passato. Per questo è opportuno abbassare il limite gestazionale per l´aborto terapeutico». Fin qui, mi sembra, il consiglio o il suggerimento dei medici è perfettamente ragionevole. Ma cosa fare se il feto, sia pure prematuro e destinato a gravi malformazioni, abortito dopo la ventiquattresima settimana, è ancora vitale? La stessa legge 194, al suo articolo 7, afferma che «quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, il medico che esegue l´intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto». Ma il documento sottoscritto sabato dai cattedratici delle quattro facoltà di medicina romane va oltre. Vuole che a quel povero feto siano fornite non solo le cosiddette cure palliative ma che sia invece rianimato, «anche se la madre è contraria», come dice uno dei firmatari. È pur vero che lo stesso documento afferma che si deve evitare che le cure intensive si trasformino poi in «accanimento terapeutico». Ma anche in questo passaggio sembrerebbe necessaria più chiarezza. Di fatto ci muoviamo dentro un paradosso: da una parte c´è una legge che consente, a certe condizioni, alla donna di abortire, dall´altra c´è un autorevole documento che obbliga il neonatologo a intervenire sul feto, mantenendolo a tutti i costi in vita, anche se in gravissime condizioni di minorità. Ma non dovrebbe valere, anche in questo caso, la norma che richiede il cosiddetto «consenso informato»? E nel caso di un minore, e ancor più nel caso di un feto ancora vitale, questo «consenso informato» non dovrebbe essere espresso dai suoi genitori, dal padre e dalla madre? Siamo, mi sembra, in un intrico di norme, disposizioni, regolamenti nei quali è difficile districarsi e dai quali rischia di venire espunta la volontà della madre. Siamo in un clima di incertezze reali e di polemiche astruse le cui uniche vittime sono le donne. Sarebbe bello se a questo clima di contrapposizioni e polemiche potesse sostituirsi un dibattito aperto, coraggioso e il più possibile sereno nel quale venisse data a tutti la possibilità di confrontarsi. Senza posizioni precostituite, senza battaglie ideologiche, senza bandiere da difendere. Partendo - mi si perdoni l´ingenuità - dall´idea che tutti, forse, hanno un po´ di ragione. E che solo da un confronto meno rabbioso può venire qualcosa di utile, per le donne e, perché no?, per il nostro paese.
segnalazioni/194 e dintorni/dibattito?!?!
Quacuno, non ricordo più chi, ha scritto ieri che "almeno intorno alla 194 si è aperto un dibattito".
Ecco questo è il dibattito che si è aperto!

Ecco questo è il dibattito che si è aperto!
felicità/due/gli dei greci
La specie umana appare ai Greci come segnata da impotenza congenita: qualche gioia effimera può, ma solo temporaneamente, consolarli della loro condizione. I loro Dei però sono felici.
E continuamente i poeti, da Esiodo ad Omero e via via, paragonano questa felicità olimpica al vano affanno umano sulla terra.
Da questa parte del mondo gli uomini soffrono, invecchiano e muoiono, mentre là, sull’Olimpo avvolto da nubi, gli dei, dopo le lotte terribili e cruente che li hanno opposti, figli ai padri, fratelli a fratelli, conducono un’esistenza pacificata.
Il loro tempo è ormai tutto presente ed è un tempo di gioia scandito dalla musica.
La dolcezza del vivere sull’Olimpo è fatta di un lungo banchetto rallegrato dalla voce delle Muse. La vita degli dei si svolge dentro un orizzonte di beatitudine:

l’Olimpo è il luogo” dove si dice che gli dei lontani da ogni scossa abbiano la loro sede eterna; i venti non lo battono, né l’inondano le piogge,non c’è mai neve lassù, ma in ogni tempo l’etere disteso, senza nubi, avvolge la cima in un chiaro bagliore; lassù gli dei trascorrono nella felicità e nella gioia tutti i loro giorni”.
Sono immortali –athenatoi- e nati per sempre –aeigennetoi-. Non hanno sangue che si corrompa ma l’ichor divino, non mangiano pane né bevono vino e perciò i loro corpi sono esenti da corruttibilità. Si nutrono di ambrosia e nettare e del fumo dei sacrifici che offrono loro gli uomini. Infatti gli dei sono carnivori ma si accontentano del solo odore della carne che gli uomini arrostiscono per loro nei templi.
I lunghi simposi nell’etere sereno vedono gli dei trascorrere le loro giornate nella più perfetta felicità.
Così piace immaginarli agli uomini greci. Eppure non è propriamente così.
Questo lungo banchettare allietato dalla musica è solo un intervallo dagli affari che continuamente occupano gli dei. E se le Muse sono sempre presenti al convivio è perché le figlie di Mnemosine e di Zeus, possano recare oblio delle sventure e tregua alle preoccupazioni.
Hanno dunque sventure e preoccupazioni gli dei greci? Il loro attributo non è come Omero fa dire ad Achille, di essere akedees, estranei agli affanni?
Ebbene no: gli dei hanno corpi, corpi che si stancano e cercano il riposo e il sonno, corpi che sudano, corpi che possono essere feriti, lacerati; sull’Olimpo un "terapeuta" è sempre pronto per recare sollievo alle ferite e ritemprare i corpi stanchi; corpi che conoscono gli spasimi del desiderio e le fitte della gelosia. Come gli uomini gli Dei greci hanno infatti i loro umori: desiderio, dolore, gioia, collera; non sono impassibili come gli Dei del taoismo, che coltivano l’indifferenza e l’inerzia più assoluta.
Il presente-per-sempre degli Dei greci conosce affanni simili a quelli degli uomini.
Anche per loro kedos e hedos, preoccupazione e dolcezza, sono inseparabili.
Luciano, l’irriverente, arguto scrittore greco-siriano del II secolo, in uno dei suoi dialoghi filosofici-Zeus tragedo- mette in scena una vivace arringa del Padre di tutti gli Dei.

È Zeus in persona che parla:
“Accidenti a tutti i filosofi che pretendono che la felicità risieda tra gli dei!
Tutta colpa di Omero... quel cieco, bugiardo, ciarlatano che ci chiama beati!”
Prendete il Sole: tutto il giorno fa il giro del cielo, come la Luna che non dorme mai; e Apollo assillato continuamente da gente che vuole i suoi oracoli e corre da un santuario all’altro, da Delfi a Dodona, da Delo a Colofone. E Asclepio, assordato dai malati e Sonno e Sogno che passano le loro notti insieme volando sopra il mondo e gli uomini.
“Peggio di tutti sto io, io il re e padre dell’Universo! Quanti dispiaceri e affanni devo sopportare! Debbo badare alle necesità degli altri dei... affinche facciano i loro compiti correttamente... e poi devo badare ai miei mille affari. ..e oltre a distribuire le piogge, le grandini, i venti e i fulmini, allo stesso tempo ”debbo guardare da tutte le parti..se è stato un malato o un navigante a chiamarmi...ma la cosa più stancante è trovarsi allo stesso tempo a Olimpia per prendere parte ad un’ecatombe, a Babilonia per sorvegliare i belligeranti, presso i Geti per grandinare e presso gli Etiopi per assistere ad un banchetto.”
“Mi piacerebbe chiedere a questi filosofi... quand’è che pensano che noi abbiamo l’agio di assaporare il nettare e l’ambrosia, con tutte le migliaia di affari che abbiamo tra le mani!”
Sembra quasi una rivendicazione sindacale! Non ingiustificata per chi pensa che siano stati gli uomini a creare gli Dei e non viceversa. Questo fa degli uomini, in un certo senso, il datore di lavoro degli Dei. E un datore di lavoro esigente e pretenzioso. Infatti non c'è umano che non si aspetti un intervento specifico e personale, sovraccaricando le giornate lavorative delle povere divinità.
Questo vale in modo particolare per gli Dei greci. Essi infatti partecipano assiduamente alle vicende degli umani, intervengono attivamente nelle loro vite, in pace, in guerra, nei letti...
Quando, dunque, sono felici gli Dei greci?
Forse è nel week-end che gli Dei greci si riposano. Si distendono sui loro talami, intorno alla tavola imbandita,e la loro coppiera versa il nettare e l’ambrosia; e finalmente si nutrono, mentre le Muse suonano e cantano e danzano per loro. Forse si raccontano le loro faticose giornate e si lamentano di questa o quella difficoltà. Piano piano si rilassano, si distendono, e tornano a quello stato di beatitudine da cui le faccende degli uomini li hanno strappati. E si ricordano che sì, in fondo, loro sono Dei. Per quanto i loro corpi siano stati colpiti o stancati nel disbrigo delle quotidiane faccende, sono sempre corpi divini! Ritrovano vigore e bellezza, il loro tempo non avrà fine e se un desiderio balenerà nelle loro teste sovrane, potranno realizzarlo. Quanto agli uomini, questi padroni esosi, che ingoino la loro invidia!
-Sono Zeus, infine! Sono il Re dell’Universo!- E, per festeggiare, il Padre di tutti gli Dei lancia un fulmine ammonitore sulla testa degli uomini.

E continuamente i poeti, da Esiodo ad Omero e via via, paragonano questa felicità olimpica al vano affanno umano sulla terra.
Da questa parte del mondo gli uomini soffrono, invecchiano e muoiono, mentre là, sull’Olimpo avvolto da nubi, gli dei, dopo le lotte terribili e cruente che li hanno opposti, figli ai padri, fratelli a fratelli, conducono un’esistenza pacificata.
Il loro tempo è ormai tutto presente ed è un tempo di gioia scandito dalla musica.
La dolcezza del vivere sull’Olimpo è fatta di un lungo banchetto rallegrato dalla voce delle Muse. La vita degli dei si svolge dentro un orizzonte di beatitudine:
l’Olimpo è il luogo” dove si dice che gli dei lontani da ogni scossa abbiano la loro sede eterna; i venti non lo battono, né l’inondano le piogge,non c’è mai neve lassù, ma in ogni tempo l’etere disteso, senza nubi, avvolge la cima in un chiaro bagliore; lassù gli dei trascorrono nella felicità e nella gioia tutti i loro giorni”.
Sono immortali –athenatoi- e nati per sempre –aeigennetoi-. Non hanno sangue che si corrompa ma l’ichor divino, non mangiano pane né bevono vino e perciò i loro corpi sono esenti da corruttibilità. Si nutrono di ambrosia e nettare e del fumo dei sacrifici che offrono loro gli uomini. Infatti gli dei sono carnivori ma si accontentano del solo odore della carne che gli uomini arrostiscono per loro nei templi.
I lunghi simposi nell’etere sereno vedono gli dei trascorrere le loro giornate nella più perfetta felicità.
Così piace immaginarli agli uomini greci. Eppure non è propriamente così.
Questo lungo banchettare allietato dalla musica è solo un intervallo dagli affari che continuamente occupano gli dei. E se le Muse sono sempre presenti al convivio è perché le figlie di Mnemosine e di Zeus, possano recare oblio delle sventure e tregua alle preoccupazioni.
Hanno dunque sventure e preoccupazioni gli dei greci? Il loro attributo non è come Omero fa dire ad Achille, di essere akedees, estranei agli affanni?
Ebbene no: gli dei hanno corpi, corpi che si stancano e cercano il riposo e il sonno, corpi che sudano, corpi che possono essere feriti, lacerati; sull’Olimpo un "terapeuta" è sempre pronto per recare sollievo alle ferite e ritemprare i corpi stanchi; corpi che conoscono gli spasimi del desiderio e le fitte della gelosia. Come gli uomini gli Dei greci hanno infatti i loro umori: desiderio, dolore, gioia, collera; non sono impassibili come gli Dei del taoismo, che coltivano l’indifferenza e l’inerzia più assoluta.
Il presente-per-sempre degli Dei greci conosce affanni simili a quelli degli uomini.
Anche per loro kedos e hedos, preoccupazione e dolcezza, sono inseparabili.
Luciano, l’irriverente, arguto scrittore greco-siriano del II secolo, in uno dei suoi dialoghi filosofici-Zeus tragedo- mette in scena una vivace arringa del Padre di tutti gli Dei.
È Zeus in persona che parla:
“Accidenti a tutti i filosofi che pretendono che la felicità risieda tra gli dei!
Tutta colpa di Omero... quel cieco, bugiardo, ciarlatano che ci chiama beati!”
Prendete il Sole: tutto il giorno fa il giro del cielo, come la Luna che non dorme mai; e Apollo assillato continuamente da gente che vuole i suoi oracoli e corre da un santuario all’altro, da Delfi a Dodona, da Delo a Colofone. E Asclepio, assordato dai malati e Sonno e Sogno che passano le loro notti insieme volando sopra il mondo e gli uomini.
“Peggio di tutti sto io, io il re e padre dell’Universo! Quanti dispiaceri e affanni devo sopportare! Debbo badare alle necesità degli altri dei... affinche facciano i loro compiti correttamente... e poi devo badare ai miei mille affari. ..e oltre a distribuire le piogge, le grandini, i venti e i fulmini, allo stesso tempo ”debbo guardare da tutte le parti..se è stato un malato o un navigante a chiamarmi...ma la cosa più stancante è trovarsi allo stesso tempo a Olimpia per prendere parte ad un’ecatombe, a Babilonia per sorvegliare i belligeranti, presso i Geti per grandinare e presso gli Etiopi per assistere ad un banchetto.”
“Mi piacerebbe chiedere a questi filosofi... quand’è che pensano che noi abbiamo l’agio di assaporare il nettare e l’ambrosia, con tutte le migliaia di affari che abbiamo tra le mani!”
Sembra quasi una rivendicazione sindacale! Non ingiustificata per chi pensa che siano stati gli uomini a creare gli Dei e non viceversa. Questo fa degli uomini, in un certo senso, il datore di lavoro degli Dei. E un datore di lavoro esigente e pretenzioso. Infatti non c'è umano che non si aspetti un intervento specifico e personale, sovraccaricando le giornate lavorative delle povere divinità.
Questo vale in modo particolare per gli Dei greci. Essi infatti partecipano assiduamente alle vicende degli umani, intervengono attivamente nelle loro vite, in pace, in guerra, nei letti...
Quando, dunque, sono felici gli Dei greci?
Forse è nel week-end che gli Dei greci si riposano. Si distendono sui loro talami, intorno alla tavola imbandita,e la loro coppiera versa il nettare e l’ambrosia; e finalmente si nutrono, mentre le Muse suonano e cantano e danzano per loro. Forse si raccontano le loro faticose giornate e si lamentano di questa o quella difficoltà. Piano piano si rilassano, si distendono, e tornano a quello stato di beatitudine da cui le faccende degli uomini li hanno strappati. E si ricordano che sì, in fondo, loro sono Dei. Per quanto i loro corpi siano stati colpiti o stancati nel disbrigo delle quotidiane faccende, sono sempre corpi divini! Ritrovano vigore e bellezza, il loro tempo non avrà fine e se un desiderio balenerà nelle loro teste sovrane, potranno realizzarlo. Quanto agli uomini, questi padroni esosi, che ingoino la loro invidia!
-Sono Zeus, infine! Sono il Re dell’Universo!- E, per festeggiare, il Padre di tutti gli Dei lancia un fulmine ammonitore sulla testa degli uomini.
lunedì 4 febbraio 2008
claustrofobia e morale naturale
Quanto durano 4 secondi?
In teoria il tempo di contare fino a quattro. In pratica possono durare all'infinito.
La mia banca installò a suo tempo una di quelle "supposte" cilindriche, attraverso cui si passa dopo che una porta si è chiusa alle tue spalle e in attesa che un'altra se ne apra davanti a te.
Questo tempo è regolato su 4 secondi. Lo so perché prima che dei tassi di interesse mi occupo appunto di questi particolari logistici, dato che la claustrofobia di cui soffro mi impone un'attenzione costante a tutti i piccoli gesti quotidiani.
"Lei conti fino a quattro, signora e al quattro la porta si aprirà". Così mi aveva assicurato la guardia armata che fuori della banca mi accoglieva sorridente. -Se non dovesse aprirsi sono qui io e intervengo." Lui era il mio salvatore, una specie di cavaliere senza macchia e senza paura che sarebbe accorso a salvarmi se il drago avesse voluto trattenermi nelle sue spire. Così penetrai nel cubicolo e contai fino a 4. Ma la porta non si aprì. Cioè, si aprì, ma nel frattempo io avevo contato fino a 6. -Ma lei conta troppo velocemente signora!.- E' l'ansia, gli spiegavo io. -D'accordo, allora, guardi, facciamo così, lei conta fino a 6 e se al 6 non si apre, intervengo io.- Così passai a contare fino a 6. Ma non sempre al 6 si apriva. Delle volte si apriva all'8 e persino una volta al 10! Dipendeva dalla mia ansia del momento e dalla conseguente velocità con cui contavo. Ma dall'altra parte del vetro il mio amico in divisa, protettivo e audace, mi sorrideva e seppure con il cuore in tumulto, ogni volta ne uscivo vincitrice.
O meglio, semplicemente ne uscivo, che poi era tutto quello che contava.
Ora il mio amico guardia giurata è stato trasferito. Al suo posto è arrivato un giovane, forse più prestante, ma meno comprensivo. Pattuglia marzialmente il marciapiede in atteggiamento dissuasivo di eventuali rapinatori, ignorando totalmente le ansie di una vecchia cliente claustrofobica. Che si chiede: le banche hanno davvero il diritto di chiuderci in spazi sempre più angusti, col pretesto di difendere i nostri soldi, mentre bellamente ce li fregano con mille magheggi, legalizzati e non?
I sistemi di sicurezza di negozi, istituti, enti, ministeri, supermercati ecc sono sempre più sofisticati, e tutti sempre si muovono nella direzione di tenere momentaneamente prigioniero l'utente, il visitatore, il cliente di turno. Ogni volta che devo penetrare in uno di queste trappole io faccio casino. Mi vuoi come cliente? Apri quella fottuta porta! Debbo passare dal tuo ufficio per poter rinnovare il mio passaporto? Schioda quella vetrata! Raramente l'ho vinta. Soccombo, perché sono sola a battermi e i MILIONI di claustrofobici del nostro paese (così dicono le statistiche) vivono forse con vergogna il loro handicap.
Ah se qualcuno fondasse una bella lobby di claustrofobici! O anche: volesse il cielo che Benedetto XVI fosse claustrofobico!
Le porte rotanti verrebbero considerate contrarie alla morale naturale e prontamente vietate dal nostro governo!
In teoria il tempo di contare fino a quattro. In pratica possono durare all'infinito.
La mia banca installò a suo tempo una di quelle "supposte" cilindriche, attraverso cui si passa dopo che una porta si è chiusa alle tue spalle e in attesa che un'altra se ne apra davanti a te.
Questo tempo è regolato su 4 secondi. Lo so perché prima che dei tassi di interesse mi occupo appunto di questi particolari logistici, dato che la claustrofobia di cui soffro mi impone un'attenzione costante a tutti i piccoli gesti quotidiani.
"Lei conti fino a quattro, signora e al quattro la porta si aprirà". Così mi aveva assicurato la guardia armata che fuori della banca mi accoglieva sorridente. -Se non dovesse aprirsi sono qui io e intervengo." Lui era il mio salvatore, una specie di cavaliere senza macchia e senza paura che sarebbe accorso a salvarmi se il drago avesse voluto trattenermi nelle sue spire. Così penetrai nel cubicolo e contai fino a 4. Ma la porta non si aprì. Cioè, si aprì, ma nel frattempo io avevo contato fino a 6. -Ma lei conta troppo velocemente signora!.- E' l'ansia, gli spiegavo io. -D'accordo, allora, guardi, facciamo così, lei conta fino a 6 e se al 6 non si apre, intervengo io.- Così passai a contare fino a 6. Ma non sempre al 6 si apriva. Delle volte si apriva all'8 e persino una volta al 10! Dipendeva dalla mia ansia del momento e dalla conseguente velocità con cui contavo. Ma dall'altra parte del vetro il mio amico in divisa, protettivo e audace, mi sorrideva e seppure con il cuore in tumulto, ogni volta ne uscivo vincitrice.
O meglio, semplicemente ne uscivo, che poi era tutto quello che contava.
Ora il mio amico guardia giurata è stato trasferito. Al suo posto è arrivato un giovane, forse più prestante, ma meno comprensivo. Pattuglia marzialmente il marciapiede in atteggiamento dissuasivo di eventuali rapinatori, ignorando totalmente le ansie di una vecchia cliente claustrofobica. Che si chiede: le banche hanno davvero il diritto di chiuderci in spazi sempre più angusti, col pretesto di difendere i nostri soldi, mentre bellamente ce li fregano con mille magheggi, legalizzati e non?
I sistemi di sicurezza di negozi, istituti, enti, ministeri, supermercati ecc sono sempre più sofisticati, e tutti sempre si muovono nella direzione di tenere momentaneamente prigioniero l'utente, il visitatore, il cliente di turno. Ogni volta che devo penetrare in uno di queste trappole io faccio casino. Mi vuoi come cliente? Apri quella fottuta porta! Debbo passare dal tuo ufficio per poter rinnovare il mio passaporto? Schioda quella vetrata! Raramente l'ho vinta. Soccombo, perché sono sola a battermi e i MILIONI di claustrofobici del nostro paese (così dicono le statistiche) vivono forse con vergogna il loro handicap.
Ah se qualcuno fondasse una bella lobby di claustrofobici! O anche: volesse il cielo che Benedetto XVI fosse claustrofobico!
Le porte rotanti verrebbero considerate contrarie alla morale naturale e prontamente vietate dal nostro governo!
segnalazione/194 e dintorni
desidero segnalare il post di Metilparaben di ieri domenica 3 febbraio, intitolato Tortura neonatale.
primo inverno a Teheràn
E' stata Nazanin a richiamarmi indietro, con il suo post scritto a Teheràn mentre fuori c'erano trenta centimetri di neve...
Gli inverni freddi, nevosi, ma illuminati da una luce incredibile.
L’olio portato dall’Italia cristallizzava nei suoi boccioni. Capitava che l’acqua gelasse nei tubi. E la neve veniva giù con leggerezza e determinazione. Io odio il freddo, mi paralizza, mi toglie ogni energia, ogni voglia di fare. Ma quell’aria fredda aveva un tale vigore, una pulizia così frizzantina che un’eccitazione si impadroniva di me. E la montagna dietro la casa era così bella, così imponente e così misteriosa nel suo altissimo bianco. Buck poi impazziva! Trottava frenetico nel giardino, ispezionando ogni centimetro quadrato con il naso sepolto nella neve.
Ricordo il silenzio che raccoglieva la città, il suono dei clacson che diventava lontano, e il grido sulla strada fuori del cancello: barfì, barfì.
La prima volta lo sentii da Zahra. Afferrò il chador e con i piedi nudi nelle sue ciabattine rosse si precipitò al cancello correndo agile sulla neve. La seguii con molta più cautela. Uscite sulla strada, mentre rabbrividivo di freddo, lei lanciò il suo grido, alla sua destra e alla sua sinistra: barfì, barfì! Attirò così l’attenzione dell’uomo baffuto e ridanciano che, impugnando una grossa pala, percorreva le vie del quartiere per alleggerire i tetti delle ville- piatti e perciò vulnerabili- dal peso della neve. In un attimo lo reclutò e salito sul tetto l’uomo cominciò a gettare dall’alto nel giardino palate e palate di neve, mentre da sotto Buck abbaiava a quella pioggia bianca.
Intanto Zahra gli preparava il tè. Lo bevemmo in giardino, in piedi nella neve, perché già da altre case arrivava il grido di richiamo: barfì, barfì! Prese i suoi soldi e se ne ripartì, stivaloni, pala e vigore, verso altri tetti.
Ma ho anche un ricordo diverso, il ricordo di una serie di terribili arrabbiature che mi procurava il proprietario della villa. Uomo ricchissimo, vecchio, arrogante, che considerava i suoi inquilini come una specie di sudditi. La consegna che voleva far passare era: pagate e tacete, siete ospiti appena appena tollerati. La cifra che la Exxon pagava per la nostra casa era enorme ma quell’uomo era di una avidità e di una avarizia sconcertanti. La grande caldaia che doveva riscaldare la casa era vecchia, difettosa, mal funzionante. Spessissimo si rompeva. Avrebbe dovuto essere sostituita o almeno revisionata da un tecnico. Lui invece rifiutava la prima ipotesi e quanto alla seconda gli appariva ancora troppo dispendiosa e preferiva che fosse il vecchio giardiniere a tentare di far ripartire la caldaia. Si ruppe più volte, in pieno inverno e alla fine esasperata gli dissi al telefono che avrei provveduto personalmente a far riparare la caldaia addebitandogli la spesa. Venne in ispezione. E nel locale della caldaia iniziammo, in inglese, una conversazione sempre meno amichevole e sempre più concitata. Cercavo di fargli capire che la caldaia, che avrà avuto i suoi trent’anni e cui i pezzi si staccavano, era ormai inservibile, che andava sostituita. Insistevo che io avevo una bambina piccola e non potevo andare avanti con continue interruzioni del riscaldamento. Era la quarta, quinta volta che restavamo per un paio di giorni senza riscaldameto nell’inverno freddissimo. Lui insisteva che la caldaia era inglese e questo gli sembrava un argomento definitivo. Ad un certo punto esasperata, indicando il groviglio di tubi più e più volte riattaccati, tenuti insieme da spaghi, cerotti, fili di ferro, esclamai che quella caldaia, inglese o non inglese, era più vecchia della sua dinastia! Older than your Dynasty! Non avevo intenzione di offendere né lui né la dinastia Palhavi. Volevo dire che l’origine di quella caldaia affondava nella notte dei tempi e, a rigor di logica, il mio non era un insulto, ma se mai un complimento. Soprattutto tenendo conto del fatto che invece la dinastia Palhavi, malgrado volesse presentarsi come prosecuzione di quella, gloriosa, di Ciro e Dario, era davvero recente.
Ma lui apparve come fulminato. Spalancò la bocca e sbarrò gli occhi. Non mi resi conto di che cosa lo avesse ridotto così e pensai subito che il mio inglese approssimativo mi avesse tradita. Forse non si diceva Dainasty, certo avevo sbagliato la pronuncia. Così, benché perplessa, ripetei la frase, tale e quale, ma pronunciando dinasty, così come lo scrivo. Ma i suoi occhi si facevano sempre più minacciosi, era rosso in viso, pensai anche che gli sarebbe venuto un infarto. Così tornai al dainasty e subito dopo, non ottendendo un miglior risultato, di nuovo dinasty. Sembrava un ritornello. Finché lui si sbloccò e proruppe in una violenta protesta gridandomi in faccia che guai a me se avessi di nuovo insultato la dinastia del suo Imperatore e lanciando una minaccia per niente velata- “Questa mia frase poteva essere da lui riferita in alto, molto in alto”-abbandonò il campo. Da molto, molto in alto nessuno si occupò di me ma neanche della caldaia che non fu cambiata e continuò a farmi penare negli inverni che passai a Teheràn. Comprammo diverse stufette elettriche e scovammo un tecnico, se non molto esperto, almeno fantasioso, che riusciva ogni volta a farla ripartire. Da allora il vecchio Bachtiari, che per principio non aveva simpatia per i suoi inquilini, mi divenne nemico. Io lo ricordo con altrettanta e per niente cordiale antipatia.
Gli inverni freddi, nevosi, ma illuminati da una luce incredibile.
L’olio portato dall’Italia cristallizzava nei suoi boccioni. Capitava che l’acqua gelasse nei tubi. E la neve veniva giù con leggerezza e determinazione. Io odio il freddo, mi paralizza, mi toglie ogni energia, ogni voglia di fare. Ma quell’aria fredda aveva un tale vigore, una pulizia così frizzantina che un’eccitazione si impadroniva di me. E la montagna dietro la casa era così bella, così imponente e così misteriosa nel suo altissimo bianco. Buck poi impazziva! Trottava frenetico nel giardino, ispezionando ogni centimetro quadrato con il naso sepolto nella neve.
Ricordo il silenzio che raccoglieva la città, il suono dei clacson che diventava lontano, e il grido sulla strada fuori del cancello: barfì, barfì.
La prima volta lo sentii da Zahra. Afferrò il chador e con i piedi nudi nelle sue ciabattine rosse si precipitò al cancello correndo agile sulla neve. La seguii con molta più cautela. Uscite sulla strada, mentre rabbrividivo di freddo, lei lanciò il suo grido, alla sua destra e alla sua sinistra: barfì, barfì! Attirò così l’attenzione dell’uomo baffuto e ridanciano che, impugnando una grossa pala, percorreva le vie del quartiere per alleggerire i tetti delle ville- piatti e perciò vulnerabili- dal peso della neve. In un attimo lo reclutò e salito sul tetto l’uomo cominciò a gettare dall’alto nel giardino palate e palate di neve, mentre da sotto Buck abbaiava a quella pioggia bianca.
Intanto Zahra gli preparava il tè. Lo bevemmo in giardino, in piedi nella neve, perché già da altre case arrivava il grido di richiamo: barfì, barfì! Prese i suoi soldi e se ne ripartì, stivaloni, pala e vigore, verso altri tetti.
Ma ho anche un ricordo diverso, il ricordo di una serie di terribili arrabbiature che mi procurava il proprietario della villa. Uomo ricchissimo, vecchio, arrogante, che considerava i suoi inquilini come una specie di sudditi. La consegna che voleva far passare era: pagate e tacete, siete ospiti appena appena tollerati. La cifra che la Exxon pagava per la nostra casa era enorme ma quell’uomo era di una avidità e di una avarizia sconcertanti. La grande caldaia che doveva riscaldare la casa era vecchia, difettosa, mal funzionante. Spessissimo si rompeva. Avrebbe dovuto essere sostituita o almeno revisionata da un tecnico. Lui invece rifiutava la prima ipotesi e quanto alla seconda gli appariva ancora troppo dispendiosa e preferiva che fosse il vecchio giardiniere a tentare di far ripartire la caldaia. Si ruppe più volte, in pieno inverno e alla fine esasperata gli dissi al telefono che avrei provveduto personalmente a far riparare la caldaia addebitandogli la spesa. Venne in ispezione. E nel locale della caldaia iniziammo, in inglese, una conversazione sempre meno amichevole e sempre più concitata. Cercavo di fargli capire che la caldaia, che avrà avuto i suoi trent’anni e cui i pezzi si staccavano, era ormai inservibile, che andava sostituita. Insistevo che io avevo una bambina piccola e non potevo andare avanti con continue interruzioni del riscaldamento. Era la quarta, quinta volta che restavamo per un paio di giorni senza riscaldameto nell’inverno freddissimo. Lui insisteva che la caldaia era inglese e questo gli sembrava un argomento definitivo. Ad un certo punto esasperata, indicando il groviglio di tubi più e più volte riattaccati, tenuti insieme da spaghi, cerotti, fili di ferro, esclamai che quella caldaia, inglese o non inglese, era più vecchia della sua dinastia! Older than your Dynasty! Non avevo intenzione di offendere né lui né la dinastia Palhavi. Volevo dire che l’origine di quella caldaia affondava nella notte dei tempi e, a rigor di logica, il mio non era un insulto, ma se mai un complimento. Soprattutto tenendo conto del fatto che invece la dinastia Palhavi, malgrado volesse presentarsi come prosecuzione di quella, gloriosa, di Ciro e Dario, era davvero recente.
Ma lui apparve come fulminato. Spalancò la bocca e sbarrò gli occhi. Non mi resi conto di che cosa lo avesse ridotto così e pensai subito che il mio inglese approssimativo mi avesse tradita. Forse non si diceva Dainasty, certo avevo sbagliato la pronuncia. Così, benché perplessa, ripetei la frase, tale e quale, ma pronunciando dinasty, così come lo scrivo. Ma i suoi occhi si facevano sempre più minacciosi, era rosso in viso, pensai anche che gli sarebbe venuto un infarto. Così tornai al dainasty e subito dopo, non ottendendo un miglior risultato, di nuovo dinasty. Sembrava un ritornello. Finché lui si sbloccò e proruppe in una violenta protesta gridandomi in faccia che guai a me se avessi di nuovo insultato la dinastia del suo Imperatore e lanciando una minaccia per niente velata- “Questa mia frase poteva essere da lui riferita in alto, molto in alto”-abbandonò il campo. Da molto, molto in alto nessuno si occupò di me ma neanche della caldaia che non fu cambiata e continuò a farmi penare negli inverni che passai a Teheràn. Comprammo diverse stufette elettriche e scovammo un tecnico, se non molto esperto, almeno fantasioso, che riusciva ogni volta a farla ripartire. Da allora il vecchio Bachtiari, che per principio non aveva simpatia per i suoi inquilini, mi divenne nemico. Io lo ricordo con altrettanta e per niente cordiale antipatia.
domenica 3 febbraio 2008
la parola a Nazanin
Questo post, che mi ha fatto particolarmente piacere, si trova sul blog di Nazanin
Venerdì, 1 Febbraio 2008
festa dimenticata!
premetto che non m’interessa molto sapere perche’ nel mio Paese e’ successa una rivoluzione che ha cambiato il percorso della storia iraniana. Le storie sul dittatore e sulle ingerenze americane potrebbero essere anche vere, so pero’ che da 28 anni hanno tolto l’anima e la gioia da un popolo vivo con tante di quelle feste mensili. All’universita’ dovevo seguire un corso della letteratura persiana, ci siamo fermati tanto su Ferdowsi. Ora non vorrei discutere di lui e del suo capolavoro che ha salvato il persiano dalla crescente influenza della lingua e cultura araba, nell’epoca in cui tutti gli scienziati e scrittori iraniani scrivevano in arabo. Nel suo Shahnameh, Ferdowsi parla molto delle feste iraniane, delle loro origini anche se leggendarie.
Il prof. ci spiegava che sin dall'antichità la situazione geografica dell’Iran ed il suo clima influenzano il morale della gente, soprattutto nelle parti centrali e meridionali dove per la vicinanza alle oasi si e’ spesso tristi. Quindi gli antichi persiani approfittavano di tutto ciò che veniva offerto dalla natura per festeggiare e ricordarsi che dovevano vivere. Questa e’ la cosa che ci e’ stata negata dopo la rivoluzione; se Norouz, Yalda oppure Chaharshanbe Souri sono rimaste vive, e’ perche’ la gente ha resistito, altrimenti ora avremmo dovuto festeggiare il nostro anno nuovo con l’anniversario della vittoria della rivoluzione e per il resto dell’anno avremmo dovuto piangere. Perche’ al contrario di quel che fu una consuetudine per piu’ di 3mila anni, durante gli ultimi 28 anni, si approfitta di tutto per ricordare alla gente che la vita e’ crudele e che devono piangere. Se non piangi e non porti il nero sei fuori! tutto questo in nome della religione. Di questo forse parlero’ un’altra volta. Oggi sono qui per scrivere di una festa dimenticata che ho festeggiato per la prima volta mercoledi’ scorso a casa di un’amica.
La notte tra il 30 e 31 gennaio abbiamo celebrato la festa di Sadeh che ricorda la creazione del fuoco. Una volta tutti gli iraniani all’alba raccoglievano il legno nei giardini o sui tetti per dargli fuoco al tramonto e subito dopo si comincia a ballare e cantare fino a quando il fuoco e’ acceso. Non sono riuscita mai a sapere perche’ è stata negata…la nonna spesso racconta che subito dopo questa festa, si cominciava a sentire meno il peso del freddo e per questo ci si rallegrava con il ricordo di Norouz e della primavera oramai abbastanza vicina. Strano, ma ieri sera ha nevicato molto a Teheran, prima di dormire mi sono detta che al risveglio saremmo sepolti dalla neve, perche’ c’erano gia’ quasi 30 centimetri della neve nel nostro giardino. Questa mattina appena svegliata ho visto uno splendido sole che riusciva a riscaldarmi! verso il mezzogiorno ci chiama la nonna e prima che io potessi dirle di aver vissuto per la prima volta quell’esperienza, ha cominciato a raccontarmi la stessa storia che sento ogni inverno e che so a memoria! almeno lei ha questi ricordi, io non so cosa dovrei raccontare ai miei nipoti!!!
Venerdì, 1 Febbraio 2008
festa dimenticata!
premetto che non m’interessa molto sapere perche’ nel mio Paese e’ successa una rivoluzione che ha cambiato il percorso della storia iraniana. Le storie sul dittatore e sulle ingerenze americane potrebbero essere anche vere, so pero’ che da 28 anni hanno tolto l’anima e la gioia da un popolo vivo con tante di quelle feste mensili. All’universita’ dovevo seguire un corso della letteratura persiana, ci siamo fermati tanto su Ferdowsi. Ora non vorrei discutere di lui e del suo capolavoro che ha salvato il persiano dalla crescente influenza della lingua e cultura araba, nell’epoca in cui tutti gli scienziati e scrittori iraniani scrivevano in arabo. Nel suo Shahnameh, Ferdowsi parla molto delle feste iraniane, delle loro origini anche se leggendarie.
Il prof. ci spiegava che sin dall'antichità la situazione geografica dell’Iran ed il suo clima influenzano il morale della gente, soprattutto nelle parti centrali e meridionali dove per la vicinanza alle oasi si e’ spesso tristi. Quindi gli antichi persiani approfittavano di tutto ciò che veniva offerto dalla natura per festeggiare e ricordarsi che dovevano vivere. Questa e’ la cosa che ci e’ stata negata dopo la rivoluzione; se Norouz, Yalda oppure Chaharshanbe Souri sono rimaste vive, e’ perche’ la gente ha resistito, altrimenti ora avremmo dovuto festeggiare il nostro anno nuovo con l’anniversario della vittoria della rivoluzione e per il resto dell’anno avremmo dovuto piangere. Perche’ al contrario di quel che fu una consuetudine per piu’ di 3mila anni, durante gli ultimi 28 anni, si approfitta di tutto per ricordare alla gente che la vita e’ crudele e che devono piangere. Se non piangi e non porti il nero sei fuori! tutto questo in nome della religione. Di questo forse parlero’ un’altra volta. Oggi sono qui per scrivere di una festa dimenticata che ho festeggiato per la prima volta mercoledi’ scorso a casa di un’amica.
La notte tra il 30 e 31 gennaio abbiamo celebrato la festa di Sadeh che ricorda la creazione del fuoco. Una volta tutti gli iraniani all’alba raccoglievano il legno nei giardini o sui tetti per dargli fuoco al tramonto e subito dopo si comincia a ballare e cantare fino a quando il fuoco e’ acceso. Non sono riuscita mai a sapere perche’ è stata negata…la nonna spesso racconta che subito dopo questa festa, si cominciava a sentire meno il peso del freddo e per questo ci si rallegrava con il ricordo di Norouz e della primavera oramai abbastanza vicina. Strano, ma ieri sera ha nevicato molto a Teheran, prima di dormire mi sono detta che al risveglio saremmo sepolti dalla neve, perche’ c’erano gia’ quasi 30 centimetri della neve nel nostro giardino. Questa mattina appena svegliata ho visto uno splendido sole che riusciva a riscaldarmi! verso il mezzogiorno ci chiama la nonna e prima che io potessi dirle di aver vissuto per la prima volta quell’esperienza, ha cominciato a raccontarmi la stessa storia che sento ogni inverno e che so a memoria! almeno lei ha questi ricordi, io non so cosa dovrei raccontare ai miei nipoti!!!
Buona domenica da Wislawa
Il ballo
Finché non si sa ancora nulla di certo,
non essendo arrivati segnali,
finché la Terra continua a essere diversa
dai pianeti più vicini e più lontani,
finché non c’è neanche l’ombra
di altre erbe onorate dal vento,
di altri alberi incoronati,
di altri animali dimostrati come i nostri,
finché non c’è eco, tranne quella del posto,
capace di parlare con le sillabe,
finché non si hanno nuove
di mozart migliori o peggiori,
di edison o platoni in qualche luogo,
finché i nostri crimini
possono rivaleggiare soltanto fra loro,
finché la nostra bontà
per adesso non è ancora simile a nessuna,
ed è eccezionale perfino nell’imperfezione,
finché le nostre teste piene di illusioni,
passano per le uniche teste piene di illusioni,
finché solo dalle nostre volte palatine
si levano grida agli alti cieli-
sentiamoci ospiti speciali e distinti
nella balera del posto,
balliamo al ritmo dell’orchestrina locale
e ci sembri pure
che il ballo sia dei balli.
Non so agli altri-
per essere felice e infelice
a me basta e avanza questo:
una dimessa provincia
dove anche le stelle sonnecchiano
e ammiccano nella sua direzione
non significativamente.
ECCESSO
Hanno scoperto una nuova stella,
ma non vuol dire che vi sia più luce
e qualche cosa che prima mancava.
La stella è grande e lontana,
tanto lontana da essere piccola,
perfino più piccola di altre
assai più piccole di lei.
Lo stupirsi non sarebbe qui affatto strano
se solo ne avessimo il tempo.
L’età della stella, massa, posizione,
tutto ciò basta forse
per una tesi di dottorato
e un piccolo rinfresco negli ambienti vicini al cielo:
l’astronomo, sua moglie, parenti, colleghi,
atmosfera rilassata, abito informale,
si conversa soprattutto di temi locali
masticando noccioline.
Una stella magnifica,
ma non è un buon motivo
per non brindare alle nostre signore
assai più vicine.
Una stella senza conseguenze.
Ininfluente sul tempo, la moda, l’esito del match,
il governo,le entrate e la crisi dei valori.
Senza riflessi su propaganda e industria pesante,
su laccatura del tavolo delle trattative.
In sovrappiù per i giorni contati della vita.
A che serve qui chiedersi
sotto quante stelle nasce l’uomo,
e sotto quante dopo un attimo muore.
Nuova.
-Mostrami almeno dove sta.
-Tra l’orlo della nuvoletta bigia sfilacciata
e quel rametto, più a sinistra, di acacia.
-Ah, eccola-dico.
sabato 2 febbraio 2008
il contributo di Zagrebelsky
L'ex Presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, è intervenuto, con un articolo su la Repubblica, sulla polemica creatasi intorno alla legge 194.
"In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il rifiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dogmatica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicurezza circa le proprie buone ragioni. Questo, in linea di principio, riguarda dunque anche la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, "la 194", che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costituzionale e un referendum popolare.
Ma una discussione costruttiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle parole d’ordine a effetto, che fanno confusione, servono per "crociate" che finiscono per mettere le persone le une contro le altre. Lo slogan "moratoria dell’aborto", stabilendo una "stringente analogia" (cardinal Bagnasco alla Cei, il 21 gennaio) tra pena di morte e aborto, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il problema, ma in modo tale da riaprire anche uno scontro sociale e culturale che vedrebbe, nientemeno, schierati i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei valori cristiani; i secondi, intossicati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello "scontro di civiltà" che, molti insofferenti della difficile tolleranza, mentre dicono di paventarlo, auspicano.
Siamo di fronte, come si è detto, a una "iniziativa amica delle donne"? Vediamo. La questione aborto è un intreccio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull’essere umano in formazione, privato del diritto alla vita.
Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudine, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l’orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergogna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D’altra parte, non solo la gravidanza, ma l’aborto stesso, percepito come via d’uscita da situazioni di necessità senza altro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità. C’è poi un potenziale di somma violenza nella capacità limitata delle società umane ad accogliere nuovi nati. La naturale finitezza della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L’iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di limitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell’aborto.
Violenze su violenze d’ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull’essere indifeso ch’essa porta in sé. E’ certamente una tragica condizione quella in cui il concepimento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendiamo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (Gen. 3, 22). Si potrebbe dire che l’aborto, nella maggior parte dei casi, è violenza di deboli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fino a quando essa patisce la crudeltà della natura e l’ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissime, con riguardo all’ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospinto nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.
In questo quadro, che molte donne conoscono bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violenza? La domanda è capitale per capire di che cosa parliamo.
Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l’aborto come strumento di controllo demografico e di selezione "di genere". Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l’attenzione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all’appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l’India e la Cina (ma la questione riguarda tutto l’estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esempio, che in Cina, nel 2030, l’eccesso di uomini sul "mercato matrimoniale" potrebbe raggiungere il 20%, con drammatiche conseguenze sociali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l’aborto selettivo e l’infanticidio a danno delle bambine, oltre che l’abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di incentivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di "moratoria" ha certamente un senso. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con effetti liberatori.
E diverso, in riferimento alle società dove l’aborto non è imposto, ma è, sotto certe condizioni, ammesso. "Moratoria" non può significare che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestinamente, rischiando severe sanzioni. Questo esito, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la "revisione" della legge che "regola" l’aborto. Ma l’obbiettivo è quello, come la "stringente analogia" con l’abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l’aborto».
Qual è il punto della catena di violenza che la "moratoria" mira a colpire? E’ l’ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la donna e il concepito. Isolando il dramma dal contesto di tutte le altre violenze, è facile dire: l’inerme, il fragile, l’incolpevole deve essere protetto dalla legge, contro l’arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole rispetto a tante altre violenze psicofisiche, morali, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l’aborto finirebbe per caricarla integralmente dell’intero peso della violenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminente funzione biologico-sociale che ha nell’apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell’aborto ha sullo sfondo la concezione primaria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende altresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.
«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tanto peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l’uno dipendente dall’altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddizione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della donna. Da un lato, sta la tutela del concepito fondata sul riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dell’uomo, «sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie», trattandosi di chi «persona deve ancora diventare». Dall’altro, sta il diritto all’esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessariamente nella negazione del diritto dell’altro. Per questo, è incostituzionale l’obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, "costi quel che costi"; ma, per il verso opposto, è incostituzionale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo "diritto potestativo" sul concepito (sent. n. 35 del 1997). Si sono cercate soluzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto "la 194", prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua decisione: una decisione che, a parte casi particolari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dunque, alla fine, è sola di fronte al concepito e, secondo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due diritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.
Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice "non negoziabili": l’autodeterminazione della donna contro l’imposizione dello Stato; la procreazione come evento di rilevanza principalmente privata o principalmente pubblica; la concezione del feto come soggetto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumento di mitigazione dei disastri sociali (l’aborto clandestino) o come testimonianza di una visione morale della vita. Alla fine, il vero contrasto è tra una concezione della società incentrata sui suoi componenti, i loro diritti e le loro responsabilità, e un’altra concezione incentrata sull’organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del feto, quando non possibile salvare e l’una e l’altra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nascituro, persona solo in potenza.
Secondo le circostanze. Sul terreno delle circostanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridurre, nei limiti del possibile, le violenze generatrici di aborto. Educazione sessuale, per prevenire le gravidanze che non si potranno poi sostenere; giustizia sociale, per assicurare alle giovani coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d’un figlio non sia un dramma; occupazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi sociali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l’aborto "di necessità", che – si dirà - è però una parte soltanto del problema. Ma l’altra parte, l’aborto "per leggerezza", troverà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fascio a danno dei più deboli, spinti dalla necessità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l’equiparazione dell’aborto all’omicidio e della donna all’omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel confort delle cliniche private o nella solitudine, nell’umiliazione e nel rischio per l’incolumità. L’esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato "la 194", dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l’aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l’esperienza, per ravvivare il ricordo.
A me sembra un intervento molto ragionevole. Ho sussultato all'accenno all'aborto "per leggerezza". E ho cercato di ricordare almeno un caso, di cui sia venuta a conoscenza, di aborto "per leggerezza". O "con leggerezza". O "da leggerezza". O che comunque avesse qualche cosa a che fare con la leggerezza. Ma ringrazio ugualmente l'ex Presidente della Corte Costituzionale per il suo intervento a favore, non dell'aborto, ma della dignità della donna come persona e non come mezzo di riproduzione della specie.
"In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il rifiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dogmatica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicurezza circa le proprie buone ragioni. Questo, in linea di principio, riguarda dunque anche la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, "la 194", che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costituzionale e un referendum popolare.
Ma una discussione costruttiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle parole d’ordine a effetto, che fanno confusione, servono per "crociate" che finiscono per mettere le persone le une contro le altre. Lo slogan "moratoria dell’aborto", stabilendo una "stringente analogia" (cardinal Bagnasco alla Cei, il 21 gennaio) tra pena di morte e aborto, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il problema, ma in modo tale da riaprire anche uno scontro sociale e culturale che vedrebbe, nientemeno, schierati i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei valori cristiani; i secondi, intossicati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello "scontro di civiltà" che, molti insofferenti della difficile tolleranza, mentre dicono di paventarlo, auspicano.
Siamo di fronte, come si è detto, a una "iniziativa amica delle donne"? Vediamo. La questione aborto è un intreccio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull’essere umano in formazione, privato del diritto alla vita.
Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudine, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l’orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergogna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D’altra parte, non solo la gravidanza, ma l’aborto stesso, percepito come via d’uscita da situazioni di necessità senza altro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità. C’è poi un potenziale di somma violenza nella capacità limitata delle società umane ad accogliere nuovi nati. La naturale finitezza della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L’iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di limitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell’aborto.
Violenze su violenze d’ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull’essere indifeso ch’essa porta in sé. E’ certamente una tragica condizione quella in cui il concepimento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendiamo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (Gen. 3, 22). Si potrebbe dire che l’aborto, nella maggior parte dei casi, è violenza di deboli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fino a quando essa patisce la crudeltà della natura e l’ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissime, con riguardo all’ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospinto nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.
In questo quadro, che molte donne conoscono bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violenza? La domanda è capitale per capire di che cosa parliamo.
Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l’aborto come strumento di controllo demografico e di selezione "di genere". Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l’attenzione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all’appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l’India e la Cina (ma la questione riguarda tutto l’estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esempio, che in Cina, nel 2030, l’eccesso di uomini sul "mercato matrimoniale" potrebbe raggiungere il 20%, con drammatiche conseguenze sociali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l’aborto selettivo e l’infanticidio a danno delle bambine, oltre che l’abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di incentivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di "moratoria" ha certamente un senso. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con effetti liberatori.
E diverso, in riferimento alle società dove l’aborto non è imposto, ma è, sotto certe condizioni, ammesso. "Moratoria" non può significare che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestinamente, rischiando severe sanzioni. Questo esito, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la "revisione" della legge che "regola" l’aborto. Ma l’obbiettivo è quello, come la "stringente analogia" con l’abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l’aborto».
Qual è il punto della catena di violenza che la "moratoria" mira a colpire? E’ l’ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la donna e il concepito. Isolando il dramma dal contesto di tutte le altre violenze, è facile dire: l’inerme, il fragile, l’incolpevole deve essere protetto dalla legge, contro l’arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole rispetto a tante altre violenze psicofisiche, morali, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l’aborto finirebbe per caricarla integralmente dell’intero peso della violenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminente funzione biologico-sociale che ha nell’apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell’aborto ha sullo sfondo la concezione primaria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende altresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.
«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tanto peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l’uno dipendente dall’altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddizione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della donna. Da un lato, sta la tutela del concepito fondata sul riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dell’uomo, «sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie», trattandosi di chi «persona deve ancora diventare». Dall’altro, sta il diritto all’esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessariamente nella negazione del diritto dell’altro. Per questo, è incostituzionale l’obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, "costi quel che costi"; ma, per il verso opposto, è incostituzionale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo "diritto potestativo" sul concepito (sent. n. 35 del 1997). Si sono cercate soluzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto "la 194", prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua decisione: una decisione che, a parte casi particolari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dunque, alla fine, è sola di fronte al concepito e, secondo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due diritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.
Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice "non negoziabili": l’autodeterminazione della donna contro l’imposizione dello Stato; la procreazione come evento di rilevanza principalmente privata o principalmente pubblica; la concezione del feto come soggetto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumento di mitigazione dei disastri sociali (l’aborto clandestino) o come testimonianza di una visione morale della vita. Alla fine, il vero contrasto è tra una concezione della società incentrata sui suoi componenti, i loro diritti e le loro responsabilità, e un’altra concezione incentrata sull’organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del feto, quando non possibile salvare e l’una e l’altra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nascituro, persona solo in potenza.
Secondo le circostanze. Sul terreno delle circostanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridurre, nei limiti del possibile, le violenze generatrici di aborto. Educazione sessuale, per prevenire le gravidanze che non si potranno poi sostenere; giustizia sociale, per assicurare alle giovani coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d’un figlio non sia un dramma; occupazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi sociali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l’aborto "di necessità", che – si dirà - è però una parte soltanto del problema. Ma l’altra parte, l’aborto "per leggerezza", troverà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fascio a danno dei più deboli, spinti dalla necessità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l’equiparazione dell’aborto all’omicidio e della donna all’omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel confort delle cliniche private o nella solitudine, nell’umiliazione e nel rischio per l’incolumità. L’esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato "la 194", dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l’aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l’esperienza, per ravvivare il ricordo.
A me sembra un intervento molto ragionevole. Ho sussultato all'accenno all'aborto "per leggerezza". E ho cercato di ricordare almeno un caso, di cui sia venuta a conoscenza, di aborto "per leggerezza". O "con leggerezza". O "da leggerezza". O che comunque avesse qualche cosa a che fare con la leggerezza. Ma ringrazio ugualmente l'ex Presidente della Corte Costituzionale per il suo intervento a favore, non dell'aborto, ma della dignità della donna come persona e non come mezzo di riproduzione della specie.
venerdì 1 febbraio 2008
politica e psicologia
Piccola pillola di psicologia politica.
La psicologia politica come disciplina non esiste. Ma esistono diversi tentativi di chiarire il rapporto che tra di esse intercorre.
Vale la pena tentare di individuare degli “universali psicologici che possono suggerirci precisi meccanismi esplicativi per una varietà di situazioni storiche.” Jon Elster “Political Psychology” Cambridge 1993.

Nel suo libro “Individualismo e cooperazione” Giovanni Jervis sostiene che soffermarsi a considerare gli eventi politici da un punto di vista anche psicologico può semplificare le cose.
Senza naturalmente pretendere di spiegare la storia con facili formule interpretative, è evidente che esistono alcuni temi, significativi per l’agire politico, sui quali gli psicologi possono dare qualche contributo.
Ad esempio le concezioni della natura umana che, in modo più o meno esplicito, guidano le decisioni politiche; il modo in cui gli esseri umani si valutano a vicenda; e, soprattutto, i modi in cui vengono prese le decisioni che porteranno allo scontro o alla cooperazione. Lo studio dei meccanismi psicologici che “costruiscono cooperazione” e di quelli che invece la ostacolano è un tipico terreno sul quale la psicologia può dire la sua.
La politica, che si esprime attraverso azioni e fatti, si nutre però di idee.
Dice Jon Elster: "Le idee dovrebbero essere giudicate dai loro discendenti e non dai loro antenati.”

Questo suo è un invito a ripensare e ad applicare la vecchia distinzione di Max Weber fra i due criteri per valutare le azioni umane.
A-Il criterio per cui valutiamo i comportamenti sulla base dei principi dichiarati che li ispirano (o anche su quelli che noi crediamo che li ispirino).
Questo criterio Weber lo chiama “criterio delle intenzioni”.
B-Il principio che valuta i comportamenti per come essi si manifestano, per le loro conseguenze, i loro effetti. Questo secondo è, per Weber, il criterio della responsabilità.
In fondo è il contrasto tra chi pensa che le scelte valide in politica siano quelle che producono risultati utili e chi invece è convinto che le scelte valide siano quelle che nascono da principi virtuosi.
PRIMA AVVERTENZA: da questo non discende una condanna dei principi virtuosi.
Giudicare dalle intenzioni è un atteggiamento spontaneo ma ha i suoi limiti. Giudicare sulla base dei risultati è, quasi sempre, più sensato.
SECONDA AVVERTENZA: attendere a giudicare, prendersi il tempo necessario.
L’etica della responsabilità è TIPICAMENTE un’etica laica. In che senso? Nel senso che non discende dall’adesione ad un sistema di valori ma dall’analisi della situazione concreta cui la si applica. Chi vi aderisce si chiede quali conseguenze scaturiranno dai suoi atti. E se ne assume la responsabilità.
L’etica dei principi o etica assoluta ( o della testimonianza o dei sentimenti o delle intenzioni) è un’etica TIPICAMENTE “religiosa”, nel senso più lato del termine.
Chi vi aderisce si chiede se le sue azioni siano coerenti e lo mantengano fedele alla sua “chiesa”, o sistema di riferimento. In questo modo tende a respingere la sua responsabilita nei confronti delle conseguenze delle sue azioni.
Queste osservazioni dovrebbero aiutarci a scegliere tra due diversi atteggiamenti politici. Quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri problemi, dobbiamo trovare insieme un comportamento che li risolva” e quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri principi, dobbiamo trovare insieme i comportamenti che li esprimano e li affermino.”
A tutti noi succede o è successo di propendere per il secondo atteggiamento.
Le parole d’ordine, gli appelli alla testimonianza e allo schieramento, sono molto mobilitanti. Fanno nascere slanci e speranze, ma allontanano spesso dalla realtà.
Quasi tutti abbiamo la debolezza di preferire l’etica assoluta all’etica responsabile. Questo ci consente infatti la gratificazione di una migliore percezione di noi stessi.
TERZA AVVERTENZA: non identifichiamo necessariamente uno o l’altro atteggiamento con la nostra o altrui parte politica.
QUARTA AVVERTENZA: l’adesione all’etica assoluta può depotenziare il nostro senso critico.
Quando la mancanza di senso critico prevale nella cittadinanza, la politica che prende piede è quella degli slogan, delle bandiere, della retorica.
IL COMMA DI MARINA
Il leader politico non può seguire l’onda della emotività dei suoi simpatizzanti. Il suo compito è più difficile e più alto. Il leader politico deve avere anche una funzione pedagogica, deve portare verso la razionalità e la ragionevolezza i suoi simpatizzanti.
E’ per questo che la sua statura intellettuale e morale deve essere superiore a quella del suo simpatizzante. Il discorso della classe politica specchio della società è falso anche quando è vero. Nel senso che se è così è male che sia così. Una classe dirigente deve esprimere un di più rispetto ai cittadini. Altrimenti deve cedere la mano a quelli tra i cittadini che sono capaci di esprimere questo di più.
Mi accorgo che questo post è una grossa pillola, quasi un cachet.
La pianto lì. Ma tornerò per una nuova somministrazione.
La psicologia politica come disciplina non esiste. Ma esistono diversi tentativi di chiarire il rapporto che tra di esse intercorre.
Vale la pena tentare di individuare degli “universali psicologici che possono suggerirci precisi meccanismi esplicativi per una varietà di situazioni storiche.” Jon Elster “Political Psychology” Cambridge 1993.
Nel suo libro “Individualismo e cooperazione” Giovanni Jervis sostiene che soffermarsi a considerare gli eventi politici da un punto di vista anche psicologico può semplificare le cose.
Senza naturalmente pretendere di spiegare la storia con facili formule interpretative, è evidente che esistono alcuni temi, significativi per l’agire politico, sui quali gli psicologi possono dare qualche contributo.
Ad esempio le concezioni della natura umana che, in modo più o meno esplicito, guidano le decisioni politiche; il modo in cui gli esseri umani si valutano a vicenda; e, soprattutto, i modi in cui vengono prese le decisioni che porteranno allo scontro o alla cooperazione. Lo studio dei meccanismi psicologici che “costruiscono cooperazione” e di quelli che invece la ostacolano è un tipico terreno sul quale la psicologia può dire la sua.
La politica, che si esprime attraverso azioni e fatti, si nutre però di idee.
Dice Jon Elster: "Le idee dovrebbero essere giudicate dai loro discendenti e non dai loro antenati.”
Questo suo è un invito a ripensare e ad applicare la vecchia distinzione di Max Weber fra i due criteri per valutare le azioni umane.
A-Il criterio per cui valutiamo i comportamenti sulla base dei principi dichiarati che li ispirano (o anche su quelli che noi crediamo che li ispirino).
Questo criterio Weber lo chiama “criterio delle intenzioni”.
B-Il principio che valuta i comportamenti per come essi si manifestano, per le loro conseguenze, i loro effetti. Questo secondo è, per Weber, il criterio della responsabilità.
In fondo è il contrasto tra chi pensa che le scelte valide in politica siano quelle che producono risultati utili e chi invece è convinto che le scelte valide siano quelle che nascono da principi virtuosi.
PRIMA AVVERTENZA: da questo non discende una condanna dei principi virtuosi.
Giudicare dalle intenzioni è un atteggiamento spontaneo ma ha i suoi limiti. Giudicare sulla base dei risultati è, quasi sempre, più sensato.
SECONDA AVVERTENZA: attendere a giudicare, prendersi il tempo necessario.
L’etica della responsabilità è TIPICAMENTE un’etica laica. In che senso? Nel senso che non discende dall’adesione ad un sistema di valori ma dall’analisi della situazione concreta cui la si applica. Chi vi aderisce si chiede quali conseguenze scaturiranno dai suoi atti. E se ne assume la responsabilità.
L’etica dei principi o etica assoluta ( o della testimonianza o dei sentimenti o delle intenzioni) è un’etica TIPICAMENTE “religiosa”, nel senso più lato del termine.
Chi vi aderisce si chiede se le sue azioni siano coerenti e lo mantengano fedele alla sua “chiesa”, o sistema di riferimento. In questo modo tende a respingere la sua responsabilita nei confronti delle conseguenze delle sue azioni.
Queste osservazioni dovrebbero aiutarci a scegliere tra due diversi atteggiamenti politici. Quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri problemi, dobbiamo trovare insieme un comportamento che li risolva” e quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri principi, dobbiamo trovare insieme i comportamenti che li esprimano e li affermino.”
A tutti noi succede o è successo di propendere per il secondo atteggiamento.
Le parole d’ordine, gli appelli alla testimonianza e allo schieramento, sono molto mobilitanti. Fanno nascere slanci e speranze, ma allontanano spesso dalla realtà.
Quasi tutti abbiamo la debolezza di preferire l’etica assoluta all’etica responsabile. Questo ci consente infatti la gratificazione di una migliore percezione di noi stessi.
TERZA AVVERTENZA: non identifichiamo necessariamente uno o l’altro atteggiamento con la nostra o altrui parte politica.
QUARTA AVVERTENZA: l’adesione all’etica assoluta può depotenziare il nostro senso critico.
Quando la mancanza di senso critico prevale nella cittadinanza, la politica che prende piede è quella degli slogan, delle bandiere, della retorica.
IL COMMA DI MARINA
Il leader politico non può seguire l’onda della emotività dei suoi simpatizzanti. Il suo compito è più difficile e più alto. Il leader politico deve avere anche una funzione pedagogica, deve portare verso la razionalità e la ragionevolezza i suoi simpatizzanti.
E’ per questo che la sua statura intellettuale e morale deve essere superiore a quella del suo simpatizzante. Il discorso della classe politica specchio della società è falso anche quando è vero. Nel senso che se è così è male che sia così. Una classe dirigente deve esprimere un di più rispetto ai cittadini. Altrimenti deve cedere la mano a quelli tra i cittadini che sono capaci di esprimere questo di più.
Mi accorgo che questo post è una grossa pillola, quasi un cachet.
La pianto lì. Ma tornerò per una nuova somministrazione.
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