sabato 27 febbraio 2010

narciso che fiorisce





Dalla mattina di venerdì alla mattina di sabato.
È andata così.















Nina, io la chiamo così, la bella contadina della campagna romana, non si scompone. Si è messa il vestito della festa e gli orecchini di corallo, dono di nozze, e si è lasciata ritrarre, placida e pensosa. Il pittore non era un gran pittore ma questo non conta. Dalla parete della mia stanza Nina mi osserva senza giudicarmi. È lì che metto i fiori quando ne acquisto. Se lei apprezzi o meno il gesto io non lo so. Di Nina mi sono innamorata una domenica mattina a Porta Portese. L'ho portata con me per poche lire. Mi piace perché non sorride, non blandisce, non ammicca. Se ne sta lì tranquilla, immobile nel suo tempo ma con dei tratti così tipici che ancora ne incontro nel mio. Quando il narciso reclinerà il capo e comincerà a raggrinzire Nina non si scomporrà. Niente turberà la sua bella fronte e nessuna lacrima righerà le sue gote. Nina è il Tempo.

mercoledì 24 febbraio 2010

montaigne, spregiatore delle donne

Se io adesso scrivessi che Montaigne mi sta sulle palle, che succederebbe? Perderei in un colpo solo tutti i miei lettori, faticosamente conquistati a forza di adulazioni e blandizie? Verrei di botto relegata tra gli incolti, gli zotici, i cialtroni ed i beceri? Abbandonereste la mia home page sull’istante per non più ricomparirvi?

Sia quel che deve essere, lo scrivo. Montaigne mi sta sulle palle.

Pochi esseri ho incontrato nel mondo delle lettere con un così insopportabile atteggiamento nei confronti delle donne! E sì che il campionario dei nostri detrattori è ampio. Ma lui li batte quasi tutti.
Potrei portarvene le prove a colpi di citazioni, ma mi irriterei troppo anche solo nel copiarle. Perciò dovrete fidarvi della mia parola.

Chiarito questo punto debbo però dargli atto della straordinaria ricchezza delle sue riflessioni (quelle che non riguardano le donne) che offrono spesso a me la possibilità di immergermi nelle mie. Quanto alla sua decantata modestia e bonomia però, non gli ho mai prestato fede neanche un minuto. Per quanto vale il mio parere, dietro le sue affermazioni di modestia c'è più di un filo di retorica intrecciato a ipocrisia.

Ieri sera però il nostro aristocratico amico mi ha offerto l’opportunità di guardare con indulgenza ai miei comportamenti.

“I più saggi possono fabbricarsi un riposo tutto spirituale, avendo l’anima forte e vigorosa. Io che l’ho comune, devo aiutarmi e sostenermi con le comodità del corpo; e poiché l’età mi ha sottratto quelle che erano maggiormente di mio gusto, esercito e aguzzo il mio desiderio verso quelle che rimangono, più convenienti a quest’altra stagione. Bisogna trattenere con le unghie e con i denti l’uso dei piaceri della vita, che gli anni ci strappano dalle mani, uno dopo l’altro.”

Il concetto mi trova d’accordo. Età per età prendiamoci il buono che ci viene offerto dalla vita.
Anche io ho l'anima comune e mi sosterrò con le comodità del corpo. Si tratta di selezionare quelle convenienti a questa stagione della mia vita.
Questo mattino dunque lo decorerò con pane di grano duro e ricotta nel cappuccino. E alzerò la tazza in un brindisi a Montaigne. Quell'insopportabile spregiatore di donne.

martedì 23 febbraio 2010

leggere/scrivere: è donna?


Piccola riflessione dopo aver visto sulla linea 85 una ragazza italiana che in piedi leggeva, in lingua originale,The Canterbury Tales di Chaucer.

Nei miei spostamenti in città io prendo regolarmente i mezzi pubblici, luogo privilegiato di osservazione dei miei concittadini. Sugli autobus romani c’è sempre almeno una donna che legge. Sedute o in piedi, con le borse a tracolla o poggiate ai loro piedi, in incerto equilibrio, resistendo nel flusso dei corpi, loro beatamente leggono. Io sbircio e mi impiccio. Leggono di tutto. Studiano manuali, dispense, sognano su volumetti rosa, leggono gialli, poesie, filosofia, l’ultimo romanzo di successo o classici di ogni tempo. Se disturbate nella lettura lanciano occhiate di fuoco o sguardi vacui, perduti altrove. E si rituffano nelle loro pagine. Gli uomini raramente li vedo leggere. A parte i giornali sportivi. Non c’è niente di male nel leggere i giornali sportivi, li leggo anche io, e li sbircio anche. Ma è sicuramente vero che, almeno sugli autobus romani, gli uomini leggono solo quelli. Del resto tutte le lacrimevoli statistiche sulla lettura in Italia confermano la mia esperienza: sono le donne a tenere in piedi l’industria editoriale, se loro smettessero di leggere sarebbe crisi nera.
Le donne scrivono anche. Moltissime donne. Ma, anche qui, l’editoria è ingrata.
Secondo me, per compensare le donne della loro fedeltà alla lettura, gli editori dovrebbero dedicare più attenzione e più spazio a quelle che scrivono.

lunedì 22 febbraio 2010

Anna ha scritto la parola "contenta"


Leggete il post di Anna. Potrei copiarlo qui ma vorrei che voi andaste proprio sul suo blog.

al parco con Fabrizia

Ho scoperto che qualche volta un principio di vertigini trova giovamento in una passeggiata all'aria aperta. Ho la sensazione che ossigenarmi mi faccia bene. Così mi avvio con la testa eretta e lo sguardo dritto di fronte a me per la mia camminata terapeutica. Evito quei movimenti che accrescono la sensazione di instabilità e di capogiro. Forse i vicini che eventualmente incrocerò ma che neanche vedo mi penseranno altera o incavolata. Pazienza. Cammino al sole, scantonando solo quando incontro gli orrendi cartelloni elettorali montati di recente dal comune. Li aggiro e riprendo il mio cammino. Attraverso il parco assaporando il silenzio dell'ora mattutina, i canti degli uccelli e la solitudine. Il mio quartiere è talmente antico e ne porta così tante testimonianze che passeggiarci equivale a eseguire un ripasso di storia. E io cammino e ripasso. Nel parco, dove una volta si davano da fare i giardinieri di Mecenate, ci sono cani che annusano, gatti che fanno pulizia, un corridore solitario e una coppia che si direbbe clandestina tanto è appassionatamente avvinta.
Il ragazzo nero che lavora al piccolo chiosco-bar comincia a sistemare i tavolini sotto i lecci. Li copre con tovagliette a scacchi bianche e blu e intorno dispone le sedie. I clienti arriveranno più tardi, con i loro giornali domenicali, i tricicli dei bambini, e le tenute sportive.
Per ora beatamente sola, esentata da saluti, sorrisi o chiacchiere, respiro a fondo e vado.
Ma vengo fermata da un vicino, un signore anziano che porta a passeggio il suo grande lupo, "Dove va a quest'ora?" Lo conosco da quarant' anni, si dà del tu con mio marito e mia figlia, ma noi continuiamo a darci del lei. Non so perché. Forse proprio perché ci davamo del lei già quarant'anni fa' e continuiamo per inerzia. Gli spiego la mia terapia antivertigine e ne nasce una conversazione un po' malinconica ma molto solidale sui mali dell'età. Soffre di vertigini da artrosi cervicale anche lui e ci scambiamo i nomi dei nostri farmaci di riferimento. Poi mi chiede: "Che cosa ha U. in questo periodo? Lo vedo un po' teso." U. è mio marito e definirlo un po' teso è da parte sua molto delicato e amichevole. Sintetizzo: "È un'anima in pena." Commentiamo la difficoltà comune a molti maschi della specie, soprattutto se sono stati molto impegnati sul fronte lavorativo, ad accettare il loro invecchiamento e il restringersi del loro ruolo sociale e accenno a quanto questo possa diventare pesante per i conviventi. "Sicché, vertigini a parte, è uscita per prendere una boccata d'aria dal coniuge" scherza lui. Confermo,
possiamo anche metterla così. Intanto il lupone mastica erba ai nostri piedi. Riprendo il cammino prima che se ne liberi sui miei. L'aria fresca comincia a farmi bene e mi sento più stabile anche ruotando il capo. Ricevo una telefonata: A. mi informa che sul Corriere c'è uno scritto di sua sorella Fabrizia Ramondino. Esco dal parco e compro il Corriere, poi torno indietro e mi siedo al piccolo chiosco che intanto è pronto per servirmi il caffè. Sfoglio il giornale e trovo l'articolo di Fabrizia. Sono passi inediti tratti da Taccuino tedesco, che viene rieditato in questi giorni. In Taccuino tedesco Fabrizia Ramondino racconta i suoi anni berlinesi in due periodi della sua vita. Quando andò a studiarvi da ragazza e quando vi tornava per incontrare la figlia danzatrice con Pina Baush. Io lessi Taccuino tedesco alla sua uscita nel 1987, e ritrovo subito quella bella mescolanza di osservazioni politiche e sociali e di privato, i riferimenti alla figlia e ai nipoti, le conversazioni con gli amici insieme alle osservazioni sull'architettura, sulle classi sociali, sulla Shoa. In una di queste conversazioni sulla Germania nazista una sua amica, Hanna, parla della "banalità del bene", intendendo che oltre ai gesti grandi per le loro dimensioni, come quelli di Perlasca e di Schindler, ci sono stati tutti gli infiniti, piccoli gesti di chi ha difeso, protetto, nascosto anche un solo ebreo e che questi meriterebbero di essere sistematicamente ritrovati e segnalati. Mi colpisce l'espressione "banalità del bene" che significa semplicemente riconoscerlo nei gesti piccoli, quotidiani in cui si può esprimere la coscienza morale di ognuno di noi. Ce n'è bisogno anche nei nostri giorni e io sono certa che ne vengono continuamente compiuti intorno a me, senza luci dei riflettori.
Mi commuovono le parole con cui, nell'ultima pagina, datata semplicemente Itri, 2008, Fabrizia sembra affidare alla figlia e ai nipotini il compito di continuare a portare avanti il loro "taccuino tedesco". E l'invito a tornare sempre al Mediterraneo, "alla cui attrazione" dice Fabrizia "io non so resistere". E si chiede perché il mare sia in italiano di genere maschile, in tedesco neutro e solo in francese femminile. "Si sa", osserva, "che il mare dai tempi dei tempi è legato alla madre." Il mare l'ha accolta, proprio come una madre, nel suo ultimo giorno. Fabrizia chiude sognando "una nuova lingua inventata, dove utopia faccia rima con poesia e dove mamme, nonne o nonni, pur continuando a rimare con famiglia, rimino anche con stanze -quelle della poesia più che quelle della casa."
Resto a rifletterci su questa faccenda del genere dei nomi. Le lingue hanno le loro stranezze, e nessuna razionalità le spiegherà mai fino in fondo, perché sono frutto del nostro sforzo per uscire fuori di noi e confrontarci con gli altri. Il lessico di una lingua è un corpo che si divincola dai lacci del silenzio e cerca la via della parola. Non può esserci vera logica. Neanche se stiamo parlando della bella, ordinata e cartesiana lingua francese. Della quale subito mi viene in mente il genere maschile attribuito alla parola arte. La mer, féminin: bene, brava; ma l'art, masculin: perché? Ma le lingue dobbiamo prenderle così come sono o partire in cerca della nuova lingua inventata di cui parla Fabrizia. La sua in questo Taccuino tedesco è pulita, scelta per amore di eleganza e semplicità insieme; in altri libri invece è esuberante, "napoletana" anche nel più rigoroso italiano. Mi sento contenta. La lettura di questa pagina e i pensieri che ha portato con sé -oltre all'immagine di Itri, di quel costone di olivi e ginestre faccia allo stesso mare di Ponza balenatami davanti agli occhi in un attimo- mi ha accudito gentilmente. La vertigine non dà più segno di sé, forse, così rinfrancata, è anche possibile tornare al malmostoso scontento coniugale.

mercoledì 17 febbraio 2010

tango per il primo amore





Madreselva
di Francisco Canaro e Louis César Amadori (1931)
Canta Celia Saia

Vieja pared
del arrabal,
tu sombra fue
mi compañera.
De mi niñez
sin esplendor
la amiga fue
tu madreselva.

Cuando temblando
mi amor primero
con esperanzas
besa mi alma,
yo junto a vos,
pura y feliz,
cantaba así
mi primera confesión.

Madreselvas en flor
que me vieron nacer
y en la vieja pared
sorprendieron mi amor.
Tu humilde caricia
es como el cariño
primero y querido
que siento por él.

Madreselvas en flor
que trepándose van
es tu abrazo tenaz
y dulzón como aquel.
Si todos los años
tus flores renacen,
hacé que no muera
mi primer amor...
Pasaron los años
y mis desengaños
yo vengo a contarte,
mi vieja pared...

Así aprendí
que hay que fingir
para vivir
decentemente;
que amor y fe
mentiras son
y del dolor
se ríe la gente...
Hoy que la vida
me ha castigado
y me ha enseñado
su credo amargo,
vieja pared,
con emoción
me acerco a vos
y te digo como ayer.

Madreselvas en flor
que me vieron nacer
y en la vieja pared
sorprendieron mi amor.
Tu humilde caricia
es como el cariño
primero y querido
que nunca olvidé.
Madreselvas en flor
que trepándose van,
es tu abrazo tenaz
y dulzón como aquel...
Si todos los años
tus flores renacen,
¿por qué ya no vuelve
mi primer amor?


Caprifoglio

Vecchio muro

di periferia,

tua ombra è stata


la mia compagna.


Della mia infanzia

senza splendore

l'amico è stato

il tuo caprifoglio.


Quando tremando

il mio primo amore
speranzoso

bacia l'anima mia,

io vicino a te,

pura e felice,

cantavo cosi

la mia prima confessione.



Caprifoglio in fiore

che mi hai visto nascere


e accanto al vecchio muro

hai sorpreso il mio amore,


la tua umile carezza

è come l’ affetto

primo e caro

che sento per lui.


Caprifoglio in fiore


che sali arrampicandoti vanno

il tuo braccio è tenace

e dolce come quello di lui
se tutti gli anni

i tuoi fiori rinascono,

fa che non muoia

il mio primo amore

Sono passati gli anni

e le mie delusionite le vengo a raccontare,

mio vecchio muro...



Cosi ho imparato

che bisogna fingere

per vivere

decentemente;

che amore e fede

sono bugie

e del dolore

la gente ride...


Oggi che la vita
mi ha castigata

e mi ha insegnato

il suo credo amaro,

vecchio muro,

emozionata

mi avvicino a te

e ti parlo come allora.



Caprifoglio in fiore


che mi hai visto nascere

e accanto al vecchio muro

hai sorpreso il mio amore,

la tua umile carezza

è come l'affetto

primo e sentito

che mai ho scordato.


Caprifogli in fiore

che sali arrampicandoti vanno,

il tuo braccio è tenace

e dolce come quello di lui.
Se tutti gli anni
i tuoi fiori rinascono,
perché non torna
il mio primo amore?

l'umiltà del genio


Leggere Einstein commuove per la semplicità delle sue espressioni e per la sua umiltà.


"Non potrei immaginare un Dio che premi e castighi le sue creature, i cui scopi siano calcati sui nostri, un Dio in breve che sia un mero riflesso della fragilità umana... A me basta contemplare il mistero della vita senziente che si perpetua per l'eternità, riflettere sulla meravigliosa struttura dell'universo di cui cogliamo ben poca cosa e cercare umilmente di ca­pire una seppure infima parte dell'intelligenza che si manife­sta in natura."

(1932)

lunedì 15 febbraio 2010

dipanando-dipanando/uno





Da tanto tempo volevo parlare dell'innocenza. Approfitto perciò del post di Willyco sulla Perdita dell'innocenza, sia pure con un po' di timore perché parlare dell'innocenza non mi sembra cosa semplice.
Dov'è il nodo che, a mio avviso, rende così difficile parlare dell'innnocenza?Il nodo è nella possibilità di essere innocenti in due modi diversi.
L'innocente, etimologia e lessico alla mano, è colui che non vuole nuocere all'altro, ma è anche colui che non nuoce all'altro. Questo comporta una scelta che non è solo lessicale. Decidiamo di definirci e riconoscerci innocenti quando il male non vogliamo farlo o quando il male realmente non lo facciamo? Come definirci e sentirci quando, pur non volendo fare il male di qualcuno, di fatto gliene facciamo? Siamo ancora innocenti?
L'idea di Willy che l'innocenza sia "un disporre conspevole di sé, rispettoso degli altri" è molto suggestiva. Ma la realtà delle nostre vite può accoglierla? O ci muoviamo nella fascinosa aria/area della rarefatta speculazione filosofica? Che semina perle che saremo poi noi porci a coprire di escrementi? E lo dico con rispetto per la speculazione filosofica e pena per i porci. Ma anche per le perle. E persino per gli inevitabili escrementi.
E quante ambiguità, quante false coscienze si danno quando disponiamo consapevolmente di noi, rispettando gli altri? La falsa coscienza esiste. Oggi, in questa epoca di superficie imperante, più ancora che in altri periodi storici. Siamo innocenti nella nostra falsa coscienza o abbiamo, ad esempio e solo en passant, il dovere della introspezione, dell'esame continuo e severo di noi stessi e delle nostre motivazioni?L'innocenza della intenzione esaurisce il fatto della responsabilità?O dobbiamo supporre che l'innocente resti responsabile in una qualche misura?
Io temo che l'innocenza non possa essere separata dalla responsabilità. Non dalla colpa, cattolica apostolica e romana, ma dalla responsabilità. Quando diciamo, come dice Willy, che "dicendo dei sì e dei no, rispettando la dignità altrui", siamo innocenti, stiamo parlando di libertà e dunque di responsabilità. Il ragionamento di Willy è perfetto, rispetto ad esso non posso dire di sentirmi in polemica oppositiva, eppure personalmente non mi basta. Mi fa sorgere invece tutta una serie di domande. Solo domande, sia chiaro.
Però debbo fare una premessa di natura personale.
Io non sono mai stata innocente. Così decretò mia madre. E così mi sento io. Sempre colpevole. Io compio straordinari esercizi di analisi e riflessione logica per dipanare il groviglio di colpa, innocenza e responsabilità che riveste ogni mio più minuto atto. Alla fine del faticoso processo riesco talvolta a dirmi: sì sono innocente e, prove razionali alla mano, me lo dimostro. Ma continuo a sentirmi, nel fondo di me, colpevole. L'innocenza non è cibo per tutti. A me non è dato mangiarne. Non che io non mi difenda dalle accuse che io stessa mi faccio. Lo faccio appassionatamente, ma l'intima convinzione dell'innocenza non la raggiungo mai. "Sarò processato ogni oggi che esiste" dice Bernardo Soares-Pessoa nel Libro dell'inquietudine e ogni oggi mi condannerò, aggiungo io. Posso dirmi innocente, ma anche quando intorno a me ognuno mi conforterà in questa dichiarazione di innocenza, non posso sentirmici. Questo, evidentemente, ha dei riflessi sulle mie considerazioni rispetto all'innocenza.
(Anche l'idea di innocenza di Soares-Pessoa è seducente. Egli si sente navigare ...verso l'innocenza di chi vive senza scervellarsi sulle cose, verso la naturalezza animalesca...Ma questa innocenza è inattingibile, lo sapeva, io credo, anche Pessoa-Pessoa.)


Ma fatta questa doverosa premessa allontaniamoci dal privato. Con un'altra domanda ancora. Siamo innocenti di fronte al dolore? Siamo innocenti mentre il male è così presente e vivo e pervasivo nelle nostre vite e nel nostro mondo? O noi apparteniamo alla schiera degli innocenti mentre intorno a noi una marea di malvagi e colpevoli lo lorda di male? Siamo cioè noi innocenti ed altri colpevoli? Ci è possibile crederlo?
E allora, da dove deriva tutto questo dolore, questa disperazione, questa macelleria macroscopica e minuta che costituisce la trama della vita del mondo e delle genti, delle collettività e del singolo individuo?
Come la mettiamo col problema del Male?
Decidiamo di credere al Diavolo? O ci diciamo che la volontà di Dio è imperscrutabile e noi non possiamo capire il disegno della Provvidenza? O ci buttiamo su una visione fatalistica del destino personale? Il tuo destino era di crepare nella cisterna soffocato dai gas, il mio è diverso. E tu sei innocente ma anche io lo sono.
Non so, non so rispondere. Eppure una vecchia idea di destino comune e di responsabilità civile e politica collettiva mi induce a dire che io non sono innocente neanche in questo caso.
Non credo che in un mondo come questo che ci si mostra ogni giorno con la sua faccia oscena sia sufficiente disporre consapevolmente di sé rispettando gli altri per sentirsi innocente. Né conformarsi a sé, al proprio destino sottraendosi al dettato del luogo comune.
Tutto questo va bene come speranza e come sforzo, come tensione positiva. Ma deve partire, a mio avviso, dalla consapevolezza che non siamo innocenti. Lungi dal credere che l'innocenza non la perdiamo mai, io credo al contrario che l'innocenza non la conquistiamo mai.
Ma possiamo avvicinarci. È l'agire verso la riduzione del male che può avvicinarci all' innocenza, secondo me. Sì l'innocenza è attiva. E se non è attiva semplicemente non è. Forse è per questo che mai mi sono sentita politicamente colpevole come in questi ultimi anni in cui non ho forza né cuore di agire politicamente.
Dunque davvero il cinico, che si limita ad osservare, è, come dice Willy il solo non innocente. Eppure, confesso anche questo, il cinico non riesco a condannarlo. Forse il cinico conosce qualche cosa che noi siamo restii a riconoscere? E cioè la nostra impotenza? Sa cioè che la nostra azione è spesso soltanto un tentativo di riparare, di aggiustare, di lenire, di medicare la malvagità del mondo e della nostra specie? Ma che questo tentativo, ripetuto per millenni, darà sempre lo stesso risultato nullo?
Forse verrò cacciata nell'inferno dei cinici per questo. Eppure io non credo che il cinico "rifiuti l'altro", avanzo l'ipotesi che lo osservi spassionatamente e nutra dentro di sé un piccolo sorriso amaro. E, a difesa del cinico, devo dire che non credo che l'atteggiamento del cinico tenda all'alibi personale. Il cinico ha un suo modo intimo e forse doloroso di sentirsi cinico. Almeno suppongo che sia così.
Ci sono giorni in cui mi dico: fai la tua piccola parte, non aggiungere male al mondo e questo basterà. Occupati di chi hai intorno, sii pulita nei piccoli gesti, nelle piccole cose, nei piccoli numeri. È tutto quello che possiamo fare. Il piccolo sforzo quotidiano. Questa ricetta minima non mi fa sentire innocente ma mette un po' di ordine e di pace nelle mie turbolenze. Le grandi battaglie non sono più per me. Del resto io vivo in difesa. Difendermi, devo dire, mi sembra doveroso verso di me. Ciò nonostante, che ve lo dico a fa', non mi fa sentire innocente.
Per finire: mi rendo perfettamente conto che il mio pensiero non ha una linearità logica, che va avanti con spinte e controspinte, contraddizioni e quesiti e nessuna risposta. Ma lo avevo detto, benché parlare dell'innocenza mi attragga, è per me molto difficile. Ringrazio però Willy per avermi sollecitata a questo confuso tentativo con il suo post.

venerdì 12 febbraio 2010

neve a Roma

Siamo decisamente ridicoli noi romani quando nevica. (A Roma nevica ogni venti anni ma devo ammettere che noi siamo ridicoli molto più frequentemente.)
Al primo fiocco bianco siamo presi da subitaneo entusiastico terrore. Ci telefoniamo all'alba e ci buttiamo reciprocamente giù dai letti frementi di aspettativa. Siamo pronti a comprare moon-boot e catene da neve, a dotarci di ogni più moderna tenuta da sci, rabbrividiamo di freddo preventivamente e per maggior sicurezza mettiamo su il brodo. Imbracciamo le nostre macchine fotografiche e immortaliamo i nostri monumenti imbiancati. I quali, per altro, se la ridono. Noi donne ci sentiamo tutte moscovite e come tante Lara avvolgiamo le nostre teste dentro grandi fazzolettoni di lana. Gli uomini invece indossano camicie a scacchi di flanella che ormai neanche gli alpini portano più. La città si paralizza, un po' sul serio, perché proprio non sappiamo dove mettere le mani, oltre che i piedi, e un po' perché ci piace giocare alla città sotto la neve. Cerchiamo scuse per marinare la scuola, il lavoro, e qualsiasi altro dovere.
Raccogliamo patetiche palle di neve e ce le lanciamo infantilmente e ripassiamo a mente le nostre fatidiche nevicate. Il glorioso 1956, l'impareggiabile 1964, il solenne 1971, il festoso 1985. (Naturalmente anche io le ricordo tutte e con viva soddisfazione). Per strada ci sorridiamo tra sconosciuti, come a dire: che bravi che siamo, affrontiamo la tormenta! Siamo fieri di noi e del nostro spirito indomito.
Non cadiamo a terra mai, non perché agili e disinvolti, ma perché siamo prudentissimi e camminiamo come pinguini sulle uova, cautelosi come solo la salita di un sesto grado giustificherebbe. Ma ci piace fingere che la bufera impazzi e tiriamo fuori le nostre lingue fameliche per assaporare quel minuscolo fiocco che ineffabilmente ci fluttua davanti. Nella nostra notoria modestia siamo convinti che la neve stia semplicemente rendendo omaggio alla città e la ringraziamo con degnazione. Ma anche con un implicito, sotterraneo avvertimento. Sloggia presto, questo non è terreno di conquista. Man mano che passano le ore ci spazientiamo. Allora? Vogliamo finirla con questa pagliacciata? Cos'è questa fanghiglia sul mio marciapiede? E il sole? Dove si è cacciato il sole? Diventiamo irritabili e ci sentiamo offesi. Perché noi romani, benché ospitiamo Santa Romana Chiesa, quando si tratta di meteorologia, diventiamo tutti animisti. Siamo cioè propensi a ritenere che la neve, la pioggia, il sole, le nubi e il vento siano esseri dotati di volontà, abbiano una intenzionalità. E li consideriamo direttamente responsabili del loro atteggiamento nei confronti della nostra città. Potrete non credermi, ma un romano è convinto che la città caput mundi meriti l'attenzione più scrupolosa anche da parte degli eventi atmosferici. Che non sia più caput non solo mundi ma neanche di se stessa non cambia niente. Si chiama Roma, no? E tanto basta. E consideriamo blasfemìa ogni offesa metereologica. Sicché, quando abbiamo rievocato nostalgicamente le nostre storiche nevicate, quando abbiamo comprato dolci a carrettate, perché il freddo si sa si combatte infarcendosi di calorie supplementari, quando abbiamo scattato la foto del Tritone di Piazza Barberini, sentiamo di aver assolto ad ogni nostro dovere e l'iniziale entusiasmo comincia a scemare. Qualunque ritardo nella disparizione della neve è visto con disapprovazione dalla cittadinanza che lancia al cielo sguardi di rimprovero. Mentalmente lo rimbrottiamo: hei, tu, stai nevicando su Roma, te ne rendi conto? Falla finita dunque, dove credi di essere? Siamo ancora fieri di noi, come cinque ore fa', ma consideriamo il rito ventennale ormai concluso e desideriamo solo che la nostra città riprenda il suo solito aspetto pseudo-invernale.

Sento di dover fare una confessione. Io sono una romana tipica. Ho tutti i difetti della mia città.
E in quanto ad animismo metereologico supero chiunque.
Vivevo a Teheràn e venne a trovarmi da Roma una sorella. Raccontandomi i fatti della città mi disse: "Sai che un fulmine ha colpito l'obelisco di Piazza del Popolo?" "Ma che è pazzo!?" fu la mia immediata risposta. Che mia sorella trovò perfettamente ragionevole, tanto che mi rispose con un consapevole: eh, già!

cogli l'attimo

Ore 7,30










Ore 13,30









E voi romani, richiamate i cani da slitta: il sole splende ancora.

giovedì 11 febbraio 2010

parte dipanando-dipanando 2010




Riporto, pari pari, il post di presentazione pubblicato da Tereza per questa nostra minuscolissimissima iniziativa posta a disposizione di ognuno di voi.
Come vedrete lei la spiega con la fantastica ricchezza immaginativa che costituisce la materia prima di cui è fatta. Di mio aggiungo solo che, nel dipanare un tema, possiamo discostarcene quanto ci pare, prenderlo di dritta, di babordo, sfiorarlo per la tangente e persino capovolgerlo. Sono ammesse le libere associazioni, i sogni e persino i deliri. Insomma il motto potrebbe essere "Io sviluppo nella libertà" o, più semplicemente "mi gira così".
Ringrazio qui anche l'amico di Sogni e Bisogni che ha ideato il logo. Segnalo anche il post con cui Giorgio ha subito raccolto l'invito. Grazie Giorgio.
Ed ecco qui il post di presentazione di Tereza, che troverete molto meglio confezionato, con foto e persino una colonna sonora a questo indirizzo


Nella nostra fucina luciferina-ina-ina è stato catturato l’ineffabile Sogni-ma-anche-Bisogni, S&B per gli aficionados, al quale è stato commissionato il confezionamento del Logo Supremo, il gomitolo che campeggia qui sopra e ad inizio post.
Al titolo dipanando-dipanando S&B ha aggiunto di suo la lungimirante scritta:dipanarsi a catena ed oltre, centrando in pieno lo spirito dell’iniziativa e acquisendo titoli, controfirmati dalla sottoscritta, per il suo curriculum di futuro pubblicitario nelle terre avide di talenti del Salento-enti-ento.

Ma veniamo seriamente, (si fa per ridere), all’iniziativa: si tratta di imbastire delle catene scatenate, libere cioè da vincoli da catena di Sant’Antonio o di sangue di san Gennaro (lo so, non c’entra niente o’ sangh’e e’ Gennarin’e: è solo per equidistanza territoriale e per spirito antileghista) su di un tema-post.
Insomma, poniamo che un blogger si svegli con un tema in punta di penna e lo getti nella rete, che un suo lettore lo commenti e, eccitato intellettualmente com’acché, (ho detto intellettualmente!), si butti sull’argomento e lo rimpasti, tirandone fuori un post a sua volta e così via, (fino ad esaurimento scorte e sbomballamento senza ritorno dei maroni, detto per castagne di zona pubica, mica per il ministro dell’interno, eh?!)…ebbene, ecco un’occasione in cui potrà entrare in campo il GomitoLo(go).
Due soli obblighi legheranno gli aderenti all’iniziativa del GomitoLo(go): ogni volta che un blogger pubblicherà un post “attivato” da un altro post di altro blogger sullo stesso tema dovrà citare il precedente storico ed inserire il ritrattino del Gomitolo delle sette leghe, con la benedizione mia, di Marina, di quel raccontafavole di Charles Perrault e di quei due spocchiosi di Jacob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm.

Il resto, tutto il resto, è libertà di azione e di scrittura, compresa la scelta delle dimensioni del GomitoLo(go), (proposta in tre taglie dal Maestro Sogni&Bisogni), e compreso l’andar fuori tema o prendere direttamente il raccordo verso l’Ardeatina, come recitava l’Antonello/Corrado pensiero.
Insomma, noi ci proviamo e se poi non va diremo, come scrive Marina:
se no ce la suoniamo tra di noi!
aggiungo io
vor dì che sà sonamo e sà cantamo, Marì!
Taca, banda!!!



martedì 9 febbraio 2010

segnalazione bilie

Registro con notevole soddisfazione lo sconcerto generale per l'uso della parola "bilie". È almeno pari al mio. Ma poiché questa grafia proviene dalla mitica Settimana enigmistica e mi ha spesso fregato nello svolgimento degli "incroci obbligati" (gioco molto"cazzuto"), dopo averne constatata l'effettiva esistenza, ho deciso di usarlo qui. Così, tanto per movimentare l'ambiente.

al tavolo del biliardo non si accettano scommesse


Previsioni meteorologiche. Previsioni psicologiche. Tra le prime, le sole affidabili sono quelle a tre giorni, dicono. Oltre si cade nella divinazione. Tra le seconde, quelle a tre ore sono già altamente sofisticate. Oltre si cade nella rarefazione dei rapporti.

Sul tavolo del biliardo le bilie si urtano ma un buon giocatore sa indirizzarle e prevederne le traiettorie, gli incontri e gli scontri.
Noi bilie umane cozziamo continuamente le une contro le altre e, non essendo fatte di resine fenoliche, ci scheggiamo continuamente.
Non dirò nulla di un ipotetico giocatore, né buono né mediocre.
Dirò solo che il nostro gioco si gioca con così tante bilie in preda a così tanti impulsi cinetici contrastanti e aggrovigliati che nessuna previsione è possibile.
La sola certezza è la buca.
Detto sorridendo.

lunedì 8 febbraio 2010

ritornelli mercantili

Ho scoperto solo da poco che esiste, e c'è chi lo studia, un genere poetico-musicale molto specifico, i ritornelli mercantili.
Sono le grida con cui ambulanti, artigiani, bancarellari, venditori dei mercati ecc. richiamano l'attenzione dei loro potenziali clienti. Ascoltarli è un piacere, tanta è la fantasia e la musicalità con cui lanciano i loro richiami nell'aria.
La tradizione ha un passato molto, molto lungo: dall'antichità classica in poi il venditore ambulante è stata una figura sempre presente a Roma, senza soluzione di continuità.
Una volta erano ambulanti non solo quelli che avevano da vendere qualche merce ma anche gli artigiani che non potevano pagarsi una bottega e che erano costretti ad andare a cercarsi i clienti in giro nella città.
A Roma affluivano ambulanti con le loro specialità da tutta l'Italia centro-meridionale e si sentivano grida di richiamo praticamente in tutti i dialetti. Sembra che nella vecchia Roma i venditori ambulanti facessero anche le spie. Il Governo papalino infatti gli imponeva di raccogliere voci e notizie nel loro girovagare nelle vie della città.

Le merci e i servizi offerti erano diversissimi.

Mi ha colpito in modo speciale il grido dei fanciulli perduti. Preceduti da una croce e accompagnati da una campanella, frotte di ragazzini andavano per le strade chiamando a nome i bimbi scomparsi ed invitando la "bbona gente" a riportarli ai loro genitori.

C'era chi offriva musica: suonatori d'arpa e cantori, detti carciofolari perché provenienti dall'Abruzzo.
C'erano i pifferari, sempre d'Abruzzo, che scendevano sotto Natale con i pifferi e le cornamuse e cantavano le nenie natalizie.
Ora per Roma girano giovani e meno giovani che prendono in affitto il costume e racimolano qualche soldo suonando e cantando. Ma io ho visto i veri pastori scesi dalle montagne d'Abruzzo! oddio come sono vecchia!

Esistevano gli acconciapanni, che passavano nelle case per piccole accomodature di bassa sartoria.
In casa nostra ogni tanto veniva una minuscola sartina, che parlava ininterrottamente mentre mandava avanti il pedale della vecchia Singer. Ma alla macchina sedeva più spesso mia madre; non ricordo bene ma credo che alla sartina fossero destinati i lavori meno creativi.

Sono esistiti gli svejatori notturni per viaggiatori, che, a mo' di serenata, gridavano l'ora sotto le finestre del committente.

I nummerattari e riffaroli vendevano biglietti di riffe o di lotterie. Gridavano arriva la fortunaaaa. Ma questi non li ho conosciuti. E' cambiato l'orario! gridava il venditore di orari delle ferrovie. Il grido non l'ho mai sentito ma ricordo quando dietro un minuscolo baracchino all'angolo di Piazza San Silvestro si vendevano i biglietti delle lotterie. L'uomo vendeva anche l'orario ferroviario.

C'erano gli appicciafoco che accendevano il fuoco nel camino agli ebrei nei giorni di festa in cui a questi era interdetta ogni attività.

C'era il venditore di supplì di riso: arrivava gridando: caldi bollenti me sto' a scottà.

C'era anche il materazzaro, che veniva a rifare i materassi in casa e si annunciava da lontanocol suo grido: materazzi, rifate i materazzi. Ho conosciuto anche questo.
Scuciva le vecchie fodere, tirava fuori la lana, la cardava, ne aggiungeva eventualmente altra, poi ne riempiva fodere nuove che ricuciva con lo spago. Tutto sul posto. La casa si riempiva di sfilacci di lana, i letti si rifacevano la sera. Mia madre vigilava che non rubasse sul peso della lana e non se ne portasse via un po'. La diffidenza nei confronti del matarazzaro era d'obbligo. A me è rimasta anche nei confronti dei Permaflex, sospetto sempre che mi sia stata rubata della lana, tanto per dirvi la potenza delle suggestioni infantili.

C'era il pescivendolo a domicilio. Si sentiva il suo grido pesce frescoooo salire dalla strada. Ho conosciuto anche questo. Mamma ne aveva uno di fiducia. Arrivava dalle Marche con una borsa speciale, una valigia rettangolare a più scomparti. E dentro c'erano sogliole, spigole, gamberi, alici e cozze avvolti in carta di giornale umida. Aveva con sé una bilancia ad un piatto, la stadera, che viene dritta dritta dai romani e che ora nei mercati nessuno usa più. Il pesce che portava era freschissimo. Quando arrivava si era fatto qualche ora di corriera dopo aver pescato durante la notte e mia madre gli offriva un panino e un bicchiere di vino. Ma il suo pesce era anche caro: da noi passava solo una volta al mese.



Ricordo anche lo stracciarolo che vendeva e comprava abiti smessi. Spingeva un carrettino coperto da un grande lenzuolo e sotto c'era la sua merce. Quella che eventualmente comprava la ficcava dentro un grosso sacco. Io mi affacciavo alla finestra ad osservare. C'era chi, senza neanche scendere, gettava dalla finestra abiti smessi, vecchia biancheria, fagotti vari. E l'uomo raccoglieva. Ma c'era chi scendeva e contrattava o effettuava baratti. Mia madre nutriva grande disprezzo per chi si serviva dello stracciarolo. A Roma si usa l'espressione annà pe' stracci per indicare chi se la passa veramente male. Quando, negli anni settanta, divenne moda vestirsi di abiti usati, mia madre inorridì: ma che vai pe' stracci? Ma quando cominciai a portare a casa autentici gioielli risalenti agli anni della sua giovinezza, pur continuando a storcere il naso, manifestò un certo rispetto per il mio occhio di stracciarola.
I robbivecchi erano parenti dello stracciarolo ma nel loro carretto si trovavano anche articoli diversi dalle pezze. Dipendeva dalla fantasia sua e dei suoi clienti. La tazza di un water, un macinino per il caffè o una vecchia zuppiera potevano di diritto viaggiare con il robbivecchi.

Una volta esistevano gli improvvisatori di stornelli, ma io purtroppo non li ho conosciuti. Si sistemavano in una piazza e su sollecitazione del cliente improvvisavano uno stornello per qualche soldo. O facevano il giro delle vecchie trattorie e allietavano i clienti. Cantavano a tema, era questa la loro specialità. Non mi dispiacerebbe stornellare così, all'angolo di una strada...

Ho conosciuto però il mosciarellaro, il fusajaro e il bruscolinaro. Gridavano come pazzi, fuori delle scuole soprattutto. Io avevo il più assoluto divieto di fermarmi al banchetto del fusajaro. Mia madre era convinta che fossero tutti pedofili.
Vendevano le mosciarelle, cioè le castagne secche, in realtà durissime, vere e proprie gomme americane a lunga durata; e le fusaje, cioè i lupini salati. Le tiravano fuori sgocciolanti da grossi cocci bianchi e verdi dove stavano a salarsi e li mettevano in cartoccetti che subito si inumidivano; so' salati i miei lupini, so' salati dalla dama, lupinaio chi mi chiama, lupinaio eccomi qua: era questa la tiritera del lupinaio. Mia madre l'aveva sentita direttamente a me non è toccato mai. Peccato.
C'erano poi i bruscolini, semi di zucca salati, il cui sapore sembra non più rintracciabile in quelli venduti in bustine nei supermercati. Basti pensare che una mia sorella si sposta di quartiere e traversa il Tevere per comprare ad un banchetto quelli che considera gli unici bruscolini superstiti della città.
Presso il venditore di mostaccioli non mi fermavo mai. I mostaccioli, i biscotti di farina e miele con glassa di cioccolata non mi piacevano.
Ma, avendo sempre preferito il salato al dolce, mi fermavo invece dall'olivaro che girava con il suo carrettino gridando: olive dolciiiiii.
Con mio padre mi fermavo anche presso il venditore di fichi d'India. Gridava che belli li fichi d'India che belli li fichi d'India. Aveva un coltellino affilato con cui sbucciava il fico d'India per poi mettercelo in mano dolce e succoso.
Mio padre rimpiangeva il peracottaro, venditore di pere cotte. Mestiere umilissimo tanto che a Roma per indicare chi proprio non è buono a nulla si dice fare la figura del peracottaro.

Io l'ho sempre assimilato al venditore di rape rosse bollite di cui ero fedele cliente a Teheràn. Si fermava agli angoli delle strade e lanciava il suo grido di richiamo. Le rape le bolliva sul suo carretto stesso, le pesava e le consegnava calde in un sacchetto da portare a casa. Ma potevano anche essere consumate sul posto. Non ho mai più mangiato rape rosse così buone.

A Roma è esistita anche la lumacaja. Io la ricordo all'angolo del mercato con il suo cestino di lumache che si arrampicavano lungo le pareti. Nel mercato girava anche il venditore di aglio e di scope. Non so perché le due merci andassero insieme. Oggi ragazzi nord africani o indiani vendono ancora l'aglio girando tra i banchi del mercato ma il caratteristico grido cape d'ajiiii non si sente più.
Non ho invece ricordi della giuncataja, la venditrice di ricotta fresca che veniva dalla campagna romana, né del venditore di uova sode.

C'era una volta anche il cicoraro di campo. Ne ho conosciuta una versione più moderna. Ricordo un banchetto presso la piazza del mercato sul quale un raccoglitore vendeva le erbe di campo colte all'alba nei campi o i prodotti del suo orto.

Girava per le strade e offriva gridando i suoi servigi anche lo stagnaro. Serviva per interventi rapidi e poco qualificati. In genere ingorghi. Non andava confuso con l'idraulico, che aveva una sua bottega e faceva servizi più specialistici. Guai a dare dello stagnaro ad un idraulico!

C'erano gli strilloni dei giornali. Poi furono superati da altre forme di pubblicità. Sono però ricomparsi ai semafori. Sono per lo più immigrati, il giornale li fornisce di una casacchina con il nome della testata e una tasca per mettere gli spicci. Ma non gridano più. Si accostano alle macchine incerti e timorosi.

C'era naturalmente il callarostaro, con la sua graticola dove arrostiva le grandi castagne profumando l'aria tutto intorno. Poi le metteva in un cartoccetto di carta di giornale. Ora tutti i callarostari di Roma appartengono ad una stessa famiglia di origine napoletana che stronca sul nascere ogni forma di concorrenza con intimidazioni e violenze. Subappalta il banchetto e fa pagare le castagne a peso d'oro. Inoltre tiene al lavoro i suoi "commessi" in ogni stagione, indipendentemente dal clima. Da anni non compro più castagne arrosto per la strada.

Taja ch' è rosso! gridava il cocomeraro. Festoni di lampadine illuminavano il banco del cocomeraro, che si piazzava nei pressi di una delle migliaia di fontanelle romane. Le fette poggiavano su grandi lastre di ghiaccio. Ora i pochi cocomerari superstiti hanno banchi frigorifero. A me sembra che persino il sapore non sia più quello...
Circa il loro grido aggiungo che a Roma, dal Belli in poi, taja ch'è rosso significa anche dare decisa e violenta soluzione ad una contesa. Quel che si taja è presumibilmente una testa e il rosso è il sangue...

L'ombrellaio e l' arrotino giravano fino a pochi anni fa'. Il primo a scomparire è stato l'ombrellaio. L'arrotino, quello vero, ha resistito di più. Nel mio quartiere veniva un vecchietto lungo e magro che, chino sulla sua bicicletta, arrotava parlando da solo. Ogni tanto poi lanciava il suo grido.
Ora passa una macchina dotata di altoparlante e nastro pre-registrato. Promette tutto e di più. Fa l'ufficio di arrotino, di ombrellaio, accomoda stufe a fornelli a gas, sgorga gabinetti e non so cos'altro. Infatti lo ascolto con un solo orecchio e molto infastidita. La voce è metallica e priva di passione, l'elenco di prestazioni si ripete sempre uguale a intervalli regolari. Insomma non ha niente del ritornello mercantile.

Quali grida risuonano dalle parti vostre?