lunedì 15 ottobre 2007

letargo



Tarta è andato in letargo. Ha molto insistito perché mi accompagnassi a lui. La tentazione è stata forte, ma ho scoperto che russa. Fra una settimana, appena il suo sonno sarà bello pesante, gli rimboccherò amorosamente le coperte (ergo lo coprirò ben bene di paglia e foglie) e gli darò la buona notte. Un'ultima occhiata prima del grande sonno?

domanda




Il gatto e la volpe? O cane e gatto?

venerdì 12 ottobre 2007

mercoledì 10 ottobre 2007

BLOGGERS FOR BURMA- UNITI PER LA BIRMANIA

Aderisco volentieri all'iniziativa dei Bloggers for Burma



Chi sono i Bloggers for Burma? Sono 16 bloggers che vogliono far sentire la loro voce a sostegno di chi lotta pacificamente per la libertà. O, forse, solo 16 pazzi utopici che credono ancora che i diritti umani e la democrazia siano e debbano essere dei valori cardine del mondo di oggi e di quello di domani. Queste le nostre parole:

"I diritti umani, la libertà e la democrazia sono la linfa della società in cui noi viviamo. Diritti acquisiti e forse un po’ scontati per quelli nati, come me, dopo la nascita della Repubblica che ne hanno sentito il profumo nell’aria, per la prima volta, inspirata. I diritti umani, la libertà e la democrazia sono, invece, per molti popoli concetti astratti di cui è persino vietato parlare. Per il Popolo Birmano una ragione valida per farsi massacrare. Pacificamente, senza opporre resistenza. In tempi di fanatismi religiosi che costano vite innocenti e minacciano i fondamenti della società civile, i monaci buddisti si uniscono al loro Popolo per chiedere il rispetto della loro grandissima dignità di uomini, di cittadini. Non lasciamo che la loro giusta e onorevole protesta resti confinata in una piccola regione del mondo. I diritti umani, la libertà e la democrazia devono essere patrimonio di tutta l’umanità. E perciò in un abbraccio mondiale gridiamo: “Free Burma!”
ArabaFenice
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"Non entro in argomentazioni socio-politiche essendoci sicuramente persone più competenti e preparate del sottoscritto a farlo. Preferisco soffermarmi su quelle che sono le sensazioni e analizzare l'incedere di questi accadimenti. Spero tanto di sbagliarmi ma le trovo molto simili a quelle già vissute per il Darfur. Un'ondata iniziale di sdegno, accompagnata da immagini crude (si pensi all'esecuzione di quel giornalista o ai monaci investiti dai camion militari senza troppi complimenti!), da notizie che facevano crescere sempre di più l'angoscia, da una preoccupazione sempre crescente per quelle popolazioni. All'inizio aperture di Tg, radio, prime pagine dei quotidiani ed oggi invece? ... Oggi niente di più di qualche trafiletto "riempitivo" nell'home page di qualche sito e nulla più. Al radiogiornale delle 8.30 neanche menzione. Aldilà di tutte le parole e le elucubrazioni che si possono fare relativamente alla vicenda, la mia preoccupazione è che però stavolta non ci si dimentichi di loro perchè quando si comincia a dimenticare chi soffre si diventa complici dei loro aguzzini!"
Chit.
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"Quando la mattina, aprendo gli occhi, sancisco la nascita di un nuovo giorno, ringrazio chi di dovere per questo dono. Quando, attraverso i giorni che si susseguono, sono artefice della mia vita e del mio destino, ringrazio i miei Avi. Li ringrazio per il dono che mi hanno fatto. Li ringrazio per la libertà di cui oggi godo. Ogni giorno che passa, ogni istante che vivo, mi rendo conto della fortuna che ho. Sono un uomo libero. Non per tutti è così. Il popolo della Birmania, guidato dai monaci buddisti, lotta per la libertà. E' una lotta fatta attraverso la parola, attraverso la pace. Parole di libertà e di pace che si scontrano contro armi e intolleranza. Diamo un'eco a quelle parole. Non lasciamoli soli. Insieme si può. Libero uomo in libero Stato".
Davideelle
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"Finchè ci saranno uomini di guerra pronti a colpire, soffocare, uccidere ed imprigionare uomini di pace, noi ci saremo ad additarli, a condannarli, a non dimenticare. Contro tutti i regimi di ogni colore urliamo l'urgenza di vedere la Birmania libera.
Finazio.
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"Una comunità internazionale "distratta" in tutti questi anni ha ampiamente ignorato la Birmania e quello che vi succedeva. In pochi hanno però ignorato le possibilità economiche che offre questo paese. Non è un mistero che, a dispetto delle condanne ufficiali, fra i maggiori investitori in Birmania ci siano Francia, USA e Gran Bretagna. Compiamo tutti un gesto concreto per aiutare il popolo birmano. Chiediamo con forza che l’Unione Europea applichi sanzioni economiche severe; nel frattempo ognuno faccia un piccolo significativo gesto boicottando le multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del paese".
Franca.
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"Abbiamo imparato qualcosa da Piazza Tien an men? I monaci birmani, oggi, da soli non possono farcela. Siamo noi, quelli che non verranno incarcerati o torturati se protestiamo, che dobbiamo aiutarli a liberarsi della dittatura che soffoca il loro desiderio di libertà. Restiamo uniti per la Birmania e non dimentichiamola".
Luca.
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"I Paesi Democratici di tutto il mondo non possono tacere sulle nefande azioni repressive dell'attuale governo birmano. Ci vogliono azioni concrete a sostegno della popolazione oppressa.
La diplomazia da sola non basta a salvaguardare il rispetto dei diritti umani, tanto più in questo caso dove le relazioni di opportunità tra governi sembrano prevalere sulla salvaguardia dei diritti umani fondamentali".
Mariad.
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"Quello che accade in Myanmar, ma noi preferiamo parlare di ex-Birmania, è la palese dimostrazione che la libertà di parola e di manifestazione del proprio pensiero, come è nel diritto di ogni essere umano, è continuamente minata e minacciata da chi usa e abusa del suo potere.
Il nostro contributo vuole essere perciò una sorta di marcia che simbolicamente avviene di pari passo assieme a quella degli straordinari monaci birmani e dei tanti cittadini che con ammirevole forza e determinazione hanno deciso di non arrendersi e sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla dittatura e affermare con coraggio i valori della democrazia e della libertà. Un sacrificio per un grande e nobile ideale che sta avendo però degli orribili risvolti di dura e inaudita repressione e violenza che stanno superando il varco dei crimini contro l’umanità.Noi scegliamo di dare voce al loro urlo soffocato da meschini e sanguinari criminali. Noi siamo con loro. Il nostro è perciò un grido che vuole e deve andare al di là di qualunque interesse economico, oltre qualunque pregiudizio culturale e politico. Aiutaci anche tu. Diamo voce al gesto dei monaci birmani…alla loro libertà. Alla pace".
Mimmo.
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"Marciando in silenzio
abbiamo fatto sentire la nostra voce
Ora tocca agli altri gridare"
Osteria dei Satiri
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"La Libertà e la Democrazia sono dei valori assoluti, nessun fucile o manganello potranno mai soffocarli. Aldo Moro diceva ai suoi sequestratori: -"se mi ucciderete farete di me un Martire della Democrazia". La Storia diede ragione a Moro, il suo sacrificio divenne un martirio in nome della Libertà e divenne la Tomba Politica del Terrorismo Brigatista!!! Il popolo birmano grazie ai suoi martiri vincerà la tirannia militare, il sacrificio dei monaci e del popolo è stato un esempio mondiale e ha acquisito una Forza Politica molto importante per la democrazia e la libertà della Birmania".
Polis.
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"Quando un Paese non è una grande potenza, non ha una forza economica sufficiente, viene da una storia di occupazione e sfruttamento coloniale, chi lo può difendere dagli appetiti degli Stati "avanzati" o emergenti? Quando un popolo non ha mai conosciuto la democrazia, o ha visto soffocare la sua breve stagione di democrazia perchè il leader che si era scelto non era quello gradito a chi decide le sorti del mondo, chi lo può aiutare? Quando qualcuno di quel popolo e di quel Paese riesce a trovare la forza ed il coraggio di esporre la propria vita al rischio di vedersela strappare, pur di risvegliare le coscienze e di interrompere una tirannia ultradecennale, sopportata e supportata da interessi economici esterni, chi può fargli sentire che non è solo?
Per noi che la democrazia la conosciamo e la viviamo, è un dovere morale non tacere su ciò che succede in Birmania, come in Darfur. Per uno Stato come l'Italia e per un'entità come l'Unione Europea dovrebbe essere un dovere premere in ogni modo per porre fine alla dittatura, anche con misure plateali. Io vorrei che l'Italia desse un segnale fortissimo a chi sta lottando per liberarsi, boicottando le Olimpiadi di Pechino".
Raser
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"Non riesco a trattenere le lacrime, le parole non escono, vorrei aggiungere solo una citazione che mi accompagna da sempre e che ho scolpito nel cuore; mi ha sempre guidata, come un maestro:
Libertà vo cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri
Cercando in rete mi rendo conto che non abita solo il mio cuore
http://www.flickr.com/photos/barbarageraci/1442930561/
Remyna in preghiera".
Remyna
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"Da bambino mi piaceva ambientare le mie fantasie di principesse e castelli suntuosi, elefanti giganti e monaci che lottano contro le tigri, in Birmania. Non sapevo esattamente dove fosse collocato geograficamente quel paese e questo toglieva ogni limite alla mia fantasia. Ora sono diventato grande, ho imparato esattamente dove si trova la Birmania. Tra confini delineati con il sangue e la violenza. Sogno che i bambini, nati sotto la dittatura militare, il prima possibile tornino, a loro volta, a fare sogni di luoghi incantati, sotto un cielo di riacquisita libertà".
Richard Gekko
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Non si muore soltanto quando si cessa di vivere, ma anche quando il terrore invade l'esistenza quotidiana, e la possibilità d'esprimere liberamente le proprie opinioni viene brutalmente stroncata. Nessuno ha il diritto d'uccidere la libertà altrui.
Romina
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E' impensabile che nel III millennio ci siano ancora posti dove vengono calpestati i diritti umani e dove non c'è libertà, ma purtroppo è così. Quello che stà succedendo nell'ex Birmania lo dimostra. L’esempio dei monaci è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano riesca nel suo intento di liberarsi dal regime in modo non-violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza lotte violente o spargimento di sangue.
Auspico che abbiano ragione e che si possa concludere tutto nel migliore dei modi pacificamente. Per far questo occorre far sì che non si distolga l'attenzione da ciò che accade da quelle parti e fare pressioni affinché la Comunità internazionale non si dimentichi di loro; a telecamere spente si possono compiere crimini orribili. Non smettiamo di parlare del Burma, della sua storia e di quello che sta accadendo. Noi, insieme ai blogger di tutto il Mondo possiamo davvero rappresentare un grande aiuto per il popolo birmano. FREE BURMA!!!
Salpetti.
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Never Alone

Aria acre
pungente
odora di zolfo
puzza di stantio.

Cenere avvolge
I cieli morenti di Rangoon

Vuoto, Deserto, Nulla Assoluto,
Riempiono con suono assordante
luoghi un tempo vivi
Allietati dal silenzio
E da raggi di sole arancione in preghiera.

Ed ecco un altro Tibet
Un altro Cile
Un'altra Cambogia
Un altro Darfur
Un altro Nazismo.

Ecco altro odio.

E questo mio tenue respiro
Per non lasciarvi soli MAI!

Daniele Verzetti, Rockpoeta.
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Come avrete potuto osservare leggendoci, tanti modi diversi di sentire e raccontare questa tragedia, ma in gola, ciascuno di noi, ha un solo urlo: FREE BURMA!
F.to: BLOGGERS FOR BURMA.


BLOGGERS FOR BURMA are:
(rigorosamente in ordine alfabetico di nick e di apparizione nel post)

Anna Maria Stufano, "ArabaFenice" del blog "Non solo Giovinazzo"
http://nonsologiovinazzo.blogspot.com/

Claudio Chittaro, "Chit", de "Il Blog di Chit"
http://www.chitblog.net/

Davide Longo, "Davideelle" del blog "Bar Mario"
http://davideelle.blogspot.com/

Ignazio Finizio, "Finazio", del blog "Finazio, la musica che gira intorno"
http://finazio.blogspot.com/

Franca Bassani, "Franca" del blog "Francamente"
http://franca-bassani.blogspot.com/

Luca Zerbato, "Luca" del blog "Libero di pensare"
http://liberodipensare.blogspot.com/

Maria D'Ordia, "Mariad" del blog " Non solo sogni"
http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com/

Mimmo, del blog "Cliccare Mimmo"
http://mimmoworld.blogspot.com/

Max, "Osteria dei Satiri" del blog omonimo: "Osteria dei Satiri"
http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com/

Francesco Spallacci, "Polis" del blog omonimo "Polis"
http://polisfs.blogspot.com/

Stefano Ravasio, "Raser" del blog omonimo "Raser"
http://raser.ilcannocchiale.it/

Marina Remi, "Remyna" del blog "Remyna's blog"
http://marinaremi.wordpress.com/

Richard Gekko, del blog "Parole di un maniaco omicida"
http://richardgekko.altervista.org/

Romina, stesso nick, del blog "Intersezioni"
http://intersezioni.awardspace.com/

Salpetti, stesso nick, del blog "La forza del blogging"
http://salpetti.wordpress.com/

Daniele Verzetti, "Rockpoeta" del blog "L'agorà"
http://agoradelrockpoeta.blogspot.com/

cicoria e broccoletti

Carta velina.
Non sono di carta velina eppure è venuto un giorno che mi ha lacerata.
Ma c’è voluto un colpo di forbici molto affilate e inferto con grande forza.
Però esiste lo scotch. La carta si rattoppa. Diventa un po’ stropicciata e non è bella a vedersi, ma può ancora servire.
Comunque sia, sbarcai a Teheran quando ero ancora carta da pacchi, bella robusta.


Erano quasi le due del mattino quando mio marito arrestò la Chevrolet rossa davanti al cancello della casa di Farmanieh e scese per aprirne il pesante cancello.
Buck abbaiava impazzito, per tutto il percorso dall’aeroporto alla casa aveva saltato avanti e indietro sui sedili della macchina, in uno svolazzare di peli fulvi, colpendoci con sferzanti colpi di coda. Ora si buttò fuori come pazzo e prese ad esibirsi in una frenetica sarabanda, con agili piroettate e avvitamenti al cielo.
La Picci, troppo eccitata per avere sonno malgrado l’ora fonda, tempestava suo padre di domande e lui eccitato quanto lei, la faceva ridere con risposte fantasiose.
La più stanca ero io. Temporaneamente priva di energie, utilizzate tutte per rientrare in possesso del mio cane, guardavo nella notte teheranì, ancora calda quel 23 di settembre del 1976. Passammo la notte tutti e quattro sullo stesso letto. Non so se Buck ritenesse che io avessi bisogno di un supplemento di protezione o volesse mettere se stesso al sicuro. La mattina dopo furono subito messi alla prova il mio spirito di adattamento e quello di autonomia: mio marito partì per il Kuwait. Doveva lasciare il paese per almeno cinque giorni per rientrarvi con un nuovo visto.
Per ogni problema avevo con me tre numeri di telefono: l’ ambasciata italiana, (figuriamoci!), una famiglia maltese, a me ignota, che mio marito aveva conosciuta nei mesi passati da solo a Teheràn e un’agenzia di noleggio, Rose taxi, per ogni spostamento.
Prima di partire mio marito mi presentò Zarà, che si sarebbe occupata della casa, e mi salutò con la tranquilla fiducia di sempre: me la sarei cavata. Infatti me la cavai, senza telefonare né all’ambasciata né ai signori N. che poi divennero miei amici.
Mi servii invece di Rose taxi per farmi accompagnare a fare i primi acquisti, nel supermercato sulla Palhavi. Si chiamava Kuroush e immagino che a quel gran brutto caratteraccio di Ciro il Grande la cosa non avrebbe fatto piacere.
Buck intanto iniziò il più accurato esame mai riservato ad un giardino, compiendo un impegnativo lavoro di marcatura di tutto il suo nuovo territorio. L’operazione lo tenne molto occupato per diversi giorni, perché era un cane preciso e, benché buonissimo, aveva un forte senso della proprietà. Nessun anfratto poteva restare senza il suo personale sigillo e, pino dopo pino, tutti vennero imparzialmente benedetti.
Tenendo sempre a contatto di pelle mia figlia cominciai le mie esplorazioni nel quartiere. La strada era ampia ma poco trafficata e a poca distanza, nelle vie di Dezashib c’era una piccola Moschea. Da quella moschea, mattina e sera, arrivava il richiamo del muezzin, che secondo l’ora e il giorno, mi sembrava triste o fiducioso.
Poco distante c’era un piccolo bazar, dove in seguito mi guadagnai una non piccola popolarità. A Teheràn non si trovavano verdure, insalate sì, ma broccoletti, cicorie, biede, no. Mi mancavano. In compenso però c’era un vero sciupìo di rape bianche che hanno l’ antipatica caratteristica di essere dure proprio come una testa di rapa e scipite allo stesso modo. Ma in cima alle rape crescono i broccoletti, che infatti, da noi chiamiamo anche broccoletti o cime di rapa. Solo che gli iraniani non li apprezzano, preferiscono la rapa nuda. Così il negoziante dopo averle pesate, taglia via rapidamente la verdura in cima e la getta al suolo, in mucchi che poi pecore e montoni si gusteranno.
Io avevo preso l’abitudine di farmi consegnare la cima verde e di lasciare all’ortolano la rapa bianca e questo suscitava intorno meraviglia e ilarità. Inoltre, poiché per ogni rapa la parte verde è poca, io aspettavo che qualche donna acquistasse le sue rape e mi facevo gentilmente consegnare le relative cime verdi. Ero disposta a pagare le rape in cambio delle cime. Si saranno di certo fatti l’idea di un popolo, l’italiano, che si nutriva di scarti! Ma quando riuscivo a procurarmi un chilo di broccoletti di rapa- e ce ne volevano di rape! -mi consideravo diabolicamente astuta e benedetta dalla sorte.
Anni dopo, a Roma, il mio amico Moshen, nascostamente rubava a Villa Ada le prugne verdi acerbe, per ritrovare il sapore ineguagliabile di quelle che acquistava fuori della scuola da ragazzo a Teheràn. Io le trovavo troppo aspre, ma anche mia figlia imparò ad apprezzarle molto, cosparse di sale. Le vendevano in cartoccetti come da noi i lupini, quelli che a Roma chiamiamo “fusaje”.
Per inciso nella cosmopolita Parigi, mi ci vollero mesi prima di riuscire a trovare la vera cicoria selvatica. Nello splendido mercato sull’Avenue du Président Wilson esploravo verdura per verdura e attraverso descrizioni e indicazioni sempre più elaborate riuscii a farmi portare da una simpatica ortolana della vera autentica pissenlit, e non la scipita e scivolosa chicorée. Anche a Parigi comunque non passai inosservata, dal momento che mentre i parigini, tipo umano fra i più parsimoniosi, ne acquistavano due etti, io ne compravo un chilo. Del resto anche il prosciutto lo acquistavano a fette. Quando da Raggi, tempio della gastronomia italiana a Parigi sentivo ordinare due fette di prosciutto di Parma alzavo gli occhi sulla faccia dell’italianissimo salumiere. Mi ricambiava brevemente lo sguardo, poi impassibile, affettava per l’elegantissima dama le due fette solitarie e passava infine a servire me con un sospiro di autentica soddisfazione.
Ma quello che volevo sottolineare è questa caccia che conduciamo ai sapori di casa.
Ognuno ai suoi. Non certo per mancanza di alimenti, ma per il desiderio che può diventare impellente di un qualcosa di casalingo, di patrio addirittura!
La mia patria, a rifletterci adesso, sapeva di cicoria e broccoletti!

martedì 9 ottobre 2007

soppalchi e cantine

Un soppalco non è una cantina. Fin troppo ovvio. Intanto per ragioni di spazio. Quello che conserviamo in una cantina non potrebbe mai entrare nel nostro soppalco per quanto grande esso sia. E poi, per una vicinanza del soppalco, che da fisica si trasforma in affettiva.
Per le cose molto grandi io ho usufruito per anni della spaziosa cantina materna.
Lì, avvolta in carta velina e poi ricoperta di plastica trasparente, per trentadue anni, ha sonnecchiato la culla in vimini di mia figlia, finché appena rinfrescata è passata ad accogliere mio nipote. Mi piacerebbe che accogliesse un giorno i suoi figli.
L’idea di oggetti che nel tempo continuano a svolgere la loro semplice funzione mi riscalda il cuore e non per una questione di saggia economia. È l’idea di un continuum che attraverso le generazioni leghi i presenti e gli assenti che mi dà piena soddisfazione. Forse è il solo modo in cui so pensare al tempo. Il reimpiego, in mani nuove, familiari o meno, mi appare come una garanzia. L’importante è che un oggetto viva intera la sua vita, che qualcuno lo investa di nuove cure e di nuova affettività. E gli oggetti sfuggono per me anche ai sentimenti che un giorno ci hanno ispirato i loro proprietari. Sono innocenti. Ho trattato gli oggetti della famiglia di mio marito, che un tempo mi apparivano ostili verso di me come i loro proprietari, con la stessa cura e la stessa attenzione con cui tratto quelli di mio padre e mia madre.
Mio marito ha una concezione tutta astratta e retorica, mi duole dirlo, del conservare. Gli piace pensare che il vecchio, enorme cavalletto ottocentesco di sua madre, sia stato conservato, ma non si è mai curato di farlo. Io l’ho spolverato, lucidato, protetto con vecchie lenzuola e alloggiato nella solita cantina. Non per il suo valore, né per una forma di affetto per la sua proprietaria, che non mi ha mai perdonato di essere entrata, così anomala rispetto al suo mondo e al mondo tout court come mi considerava, nella vita di suo figlio, ma perché quell’oggetto testimonia di una vita, raccoglie in sé la storia di una vita e dal mio punto di vista non ha alcuna importanza di quale vita si sia trattato. Quell’oggetto merita di essere ancora utile a qualcuno e, se possibile, caro a qualcuno. La vita non è solo animale o vegetale. E nel maneggiare le cose di seconda o terza o chissà quale mano, acquistate in mercati di mezzo mondo, mi capita di pensare con simpatia e riconoscenza al vecchio proprietario, scomparso da tempo, ma ancora un po’ presente nella quotidianeità dei miei atti.
In una cantina gli oggetti riposano in attesa, lontani, temporaneamente lontani. Ma ci sono oggetti che mai lascerei in una cantina, oggetti che voglio tenere più vicini a me, anche se le probabilità di utilizzarli non sono diverse da quelli che se ne stanno al buio della cantina.
Ed ogni tanto faccio loro una visita. In casa ho due soppalchi, in uno dei quali posso tranquillamente entrare, sia pure china. Periodicamente mi arrampico e, come in esplorazione, vado a vedere che cosa il tempo abbia tenuto in serbo per me. Riconosco, ma con una sorpresa felice. Toh, sei ancora qui.
Il riordino del soppalco è un’attività spesso pretestuosa per riappropriarmi, per un attimo, di momenti della mia vita. Nella mia visita più recente ho passato in rassegna vecchi oggetti, fingendo con me stessa che necessitassero di una spolverata, di un nuovo imballaggio. Ho tirato fuori la vecchia racchetta-legno e budello!- con cui presi le mie prime lezioni di tennis, ragazzina dodicenne, sul campo del paesino abruzzese delle mie vacanze. Com’è piccola e come mi sembrava grande!
Il vecchio registratore Geloso, regalo di mio padre per la mia promozione in seconda liceo. Ricordo ancora il dispetto e il senso di ingiustizia che provai, quando mi fu detto dai miei genitori che era da considerare anche di proprietà di mia sorella più grande, che aveva allegramente portata a casa l’ennesima bocciatura. Quando glielo ricorderò negherà e mi farà arrabbiare di nuovo. Ma mi farà piacere arrabbiarmi di nuovo per questo torto lontano quasi cinquant’anni! Accanto, in una scatola, tutti i nastri, ormai non più utilizzabili. Le voci di un tempo se ne stanno lì, vecchie canzoni, e il più improbabile duo dei primi anni sessanta. Nuccia, la mia compagna di banco, ed io. La domenica studiavamo poco e cantavamo molto. Mio padre, passando, ci lanciava là: “ciao, duo monnezza”. Non sono sicura di aver voglia di riascoltare le voci di quegli anni. Ma mi piace riprendere in mano i vecchi pattini a rotelle. Dimenticai la chiave per regolarli a Roma e da Tagliacozzo scrissi-sì, avete letto bene- scrissi a mio padre che me la portasse alla sua prima, e breve, visita. Allora si scrivevano lettere tra Roma e un paese dell’Abruzzo. Ed arrivavano anche celermente.
Del resto quando si partiva per la “villeggiatura” si spedivano in ferrovia due grandi bauli e dalla stazione di Tagliacozzo venivano portati a destinazione con un carretto tirato da un cavallo! Partire era un’avventura e il treno un fantastico Pegaso.
Nel suo fodero scozzese la mia chitarra, che fa su e giù dal soppalco. Ogni tanto la riprendo e tento i vecchi esercizi e le canzoni. Molto Guccini, Battisti, Dalla e Tenco. E i Beatles. Esecuzioni semplicemente indecorose e così, sconfitta, la rimetto nel suo fodero e sul soppalco. C’è anche il telaio di legno su cui intessevo piccoli quadri in lane colorate e quello più piccolo con cui ho fatto decine di braccialetti di perline. E un arcolaio a mano-sì sono decisamente vecchia-come quello in cui nelle fiabe la strega avvolgeva il destino della principessa. Ci “smatassavo” le matasse di lana, ma ancora recentemente mi è stato utile per utilizzare i chili di lana che ho trovato nell’armadio di mia madre alla sua morte. E che piacere usare per mio nipote, quella lana perfettamente conservata nella naftalina dalla sua bisnonna! Gli ho confezionato maglioncini a righe di tutti i colori con resti di lane usate da mia madre per i maglioni di noi tre figlie. E di ognuna riconoscevo l’originale.
In un grosso scatolone i berretti della divisa di mio padre. Quello bianco, estivo e quello blù invernale. Conservati senza naftalina, nella speranza che un lieve odore si sconservasse. E il piccolo cappello a cloche che indossava mia madre il giorno del suo matrimonio. Accanto il basco blù di papà e il cappello in paglia di Firenze, borsalineggiante, che mi comprai come sfida a ventiquattro anni, il giorno prima di un intervento chirurgico che allora avvolgeva tutto di incognita e che oggi non sarebbe di alcuna preoccupazione. Ho visto che sono tornati sulle teste delle giovani di oggi. Niente come la moda con i suoi periodici cicli, ci dice davvero la nostra età.
Ma quel cappello che mi calavo sugli occhi non mi mette malinconia. Pensavo di andarmene e invece eccomi qua, in un mondo completamente diverso, divenuta blogger! E poi la mia Lettera 22, la mitica Olivetti portatile. Ha ancora l’odore dell’inchiostro dei nastri ed è in perfetta, anche se inutile, efficienza.
Quante cose scritte con quella macchina e poi distrutte! Ma me, non mi sono distrutta, è questo che conta, no? Ecco il cestino di paglia in cui mettevo la colazione per mia figlia alle elementari e lei si lamentava per l’assenza delle merendine delle sue compagne. Tradizionalista e diffidente, io preparavo panini all’olio con prosciutto o mortadella. C’è anche il mio cavalletto, molto più modesto di quello di mia suocera, portatile, e arrotolato intorno c’è il grembiule bianco e tutto impiastricciato di colore che indossavo per dipingere i miei capolavori. No, il fiocco alla Lavalliere di Monet ai miei tempi già non si usava più!
In due scatole diverse il corredo di Buck e quello di Orso. Il collare in cuoio di Buck, con le grosse borchie e quello più largo di Orso. Orso era più massiccio e più pesante, meno snello. I due guinzagli, usati per entrambi, quello corto e resistente già di Buck e quello estensibile di Orso. Il primo giorno che lo presi in mano, Orso partì a razzo prima che riuscissi ad azionare l’arresto e mi buttò a terra, trascinandomi per qualche metro. Una costola rotta e sbucciature varie. La costola ancora mi fa male nei giorni di mal tempo. Le grosse ciotole dei miei due cani e quelle piccole di Penelope, dove la mia splendida gatta ha bevuto e mangiato per sedici anni con la perfetta compostezza di una dama del settecento. E poi, sul fondo, valigie e borse da viaggio. Troppe valigie, con troppe etichette: capisco che è ora di scendere. Ne riparliamo alla prossima ispezione.

lunedì 8 ottobre 2007

le città nella città

Una volta grande viaggiatrice, la signora non viaggia più da tempo.
Tutti i mezzi di trasporto le sono ormai preclusi, le stanno stretti.
Non prende più i pullman o i treni con le porte a chiusura automatica. Né traghetti o cabinovie. Ha detto addio agli aliscafi e considera le navi, anche le più imponenti, la quintessenza dell'angusto. Da tempo ha cancellato gli aerei dai suoi mezzi di locomozione. Non per paura di precipitare, ma perché non può restare chiusa in ambienti stretti.
Ma la signora ama ancora viaggiare, spostarsi, curiosare. E non ha dimenticato il brivido di piacere che si prova quando si organizza un viaggio, le carte spiegate sul tavolo e tutta la libertà e la fantasia mobilitate nella scelta dell'itinerario.
Il carattere della signora non è arrendevole neanche nei confronti del destino e poiché ha la fortuna di vivere nella grande città che molti considerano la più bella del mondo, la città che è impossibile conoscere del tutto, è nella città che programma il suo viaggio.
Parte al mattino presto, bagaglio leggero. Una borsa a mano, un libro. Alla fermata del tram il solito brivido di eccitazione prima di una partenza. Si siede dietro l'autista e via, si parte. Come una volta il mondo scorre dietro un finestrino, ma a brevi intervalli le porte si aprono e volendo, in ogni momento, la signora potrebbe essere fuori, libera come l'aria.
Scende nei pressi della grande piazza caotica e inizia ad esplorarne i dintorni con lo sguardo curioso con cui ha sempre guardato ai paesi diversi dal suo.
Grandi donne nere avvolte in tessuti dai colori sgargianti, con fantasiosi turbanti sulle belle teste erette, le vengono incontro. Piccoli uomini scuri, gli occhi vivacemente mobili, parlano tra loro in una lingua nervosa. Bambine con gli occhi allungati e treccine ritte sulla testa le intralciano il passo. Coppie con pelli brune passeggiano, lei in fruscianti shalwar kameez, lui con panciotti di seta sotto lunghe giacche con il collo alto.
Minuscole donne scurissime, le mani decorate con disegni marroni, il capo coperto da sciarpe bianche scivolano nella folla. Sul marciapiede affollato strusciano i sari colorati e grandi uomini neronotte in pantaloni verdi e gialli entrano nei caffè.
Le insegne dei negozi hanno lingue e caratteri diversi. Le merci, colori, consistenze, fogge insolite.
La signora cammina e osserva le giubbe pakistane, gli ampi pantaloni afghani, i bubu dell'Africa equatoriale, a disegni geometrici, con grandi campi di colore.
Nelle botteghe tigri, elefanti, giraffe in legno, minuscoli ombrellini cinesi con frange colorate, i copricapi di lana grezza dei mujahiddin di Massud, il cappotto a righe verdi e viola di Karzai, i grandi ponchos marroni e neri del Perù, le porcellane a grana di riso bianche e blù della Cina, le ciotole di legno scuro del Senegal, i complicati gioielli d'oro del Dubai. Una musica reggae raggiunge la signora da un alimentari giamaicano.
È tutto il mondo che si riversa nella grande piazza, tutti i paesi convergono e divergono.
Una cacofonia pulsante di vita la circonda. La signora l'assapora.
Ora siede a riposare nel giardino al centro della grande piazza. Legge qualche pagina del suo libro. La trottola di latta colorata di un piccolo cinesino le atterra tra i piedi. Alcuni vecchi con la pelle di cuoio sono assorti in un complicato gioco di tessere.
Si fa ora di pranzo e la signora esita indecisa tra il grosso ristorante degli uomini d'affari cinesi, con i suoi pesci esposti nelle vasche schiumeggianti o la minuscola trattoria indiana à importer. È il profumo di curry a vincere e la signora siede accanto a una famiglia indiana. Sul piatto accanto al riso le polpettine piccanti e la birra Cobra nel bicchiere di plastica.
La signora riprende il suo viaggio assaporando una pasta di mandorle e pistacchio. Entra nel grande mercato coperto. Gli odori forti, i colori accesi, le verdure mai viste, i tuberi enormi, i fasci di erbe, le polveri variegate la accolgono. Urtoni, grida, merci trascinate, voci incomprensibili, quel concerto meraviglioso che rimbomba sotto le grandi volte, viene da molto lontano e porta molto lontano. Un bazar! La signora sente il suo cuore allargarsi.
Nel padiglione accanto, due svelti sarti bangladeshi le prendono approssimative misure, in meno di un'ora le cuciranno calzoni di garza violetta. Intanto la signora gironzola nelle strade adiacenti. Compra piccoli souvenir per gli amici, sacchetti di spezie e bustine di perline colorate: sempre porta qualche piccolo dono di ritorno da un viaggio.
Quando si avvia di nuovo alla fermata del tram per una stradina interna, la signora è raggiunta da un forte odore di incenso. Lo segue come una traccia fin sulla porta di un piccolo locale ombroso. Un grande Buddha rosso, nero e oro siede sereno e accogliente tra i vapori di incenso. La signora sosta davanti alla grande statua, cui offre la sua piccola riflessione. Ora l'illusione è perfetta.
In quella città cui appartiene da sempre la signora prova forte il senso di estraniamento che è forse l'esperienza più preziosa di ogni viaggio. Sul tram che la riporta a casa la signora, stanca e felice, accosta la testa al finestrino. Sul tramonto si staglia un grande arco di marmo e due pini, alti e solenni, si muovono piano nel vento.
È bello tornare a casa.

domenica 7 ottobre 2007

parole parole parole

È quasi superfluo dirlo, ma lo dichiaro ugualmente: io amo le parole.
Le amo tutte, perché so che ognuna di loro un giorno potrebbe servirmi. E perché ognuna a modo suo contiene un pezzetto di questo mondo che abito.
Ma come accade a tutti, penso, ci sono parole che mi piacciono particolarmente.
Contrariamente a quello che si potrebbe credere le uso con parsimonia, con cautela direi. Non voglio sciuparle. Alcune mi piacciono talmente tanto che non le uso praticamente mai. Mi passano per la mente o addirittura la mano sta per tracciarle e poi mi dico: no, sarà per un’altra volta. Ne ritardo l’uso come si ritarda un piacere per goderne di più. La nostra lingua contiene parole straordinarie, di una bellezza assoluta, suoni fantastici, piccole musiche perfettamente composte.
Accostarle diventa un gioco, sono praticamente loro ad invitarti.
Alcune parole le amo proprio per il loro suono, quasi non mi occupo del loro significato. Intorno ad una parola con un bel suono prima o poi costruirò una frase, solo per dare risalto a quel suono. Altre le amo per la loro richezza di significato, perché sono plastiche, elastiche direi e le posso adattare a situazioni e pensieri diversi, altre ancora invece perché colgono una sfumatura, una scheggia, una briciola di realtà. La catturano e la contengono intera.
Mi piace molto sfogliare il vocabolario, aprirlo a caso e leggermi qualche pagina, in cerca di qualche cosa di nuovo, di mai incontrato.
E il giorno in cui, ascoltando qualcuno parlare, scopro una parola nuova, è un buon giorno. Tutti i giochi che si fanno con le parole mi appassionano. Purtroppo non trovo mai nessuno disposto a giocare con me. Però sciarade, indovinelli, anagrammi, acrostici, allitterazioni, bisensi e compagnia bella sono tutti miei amici. E Stefano Bartezzaghi, naturalmente, un maestro.
Ma io stessa invento giochi con le parole che nemmeno Bartezzaghi conosce.
Tra i miei siti preferiti, c’è l’OULIPO e il suo fatello italiano, l’OPLEPO. Peccato che non mi faranno mai giocare con loro: tutti intellettuali, con molte elle e molte ti. Nel caso del sito italiano, peccato anche che lo trascurino.
Il mio impareggiabile, straordinario, eccezionale, incredibile, fantastico, meraviglioso e mirabolante nipote di anni tre e mezzo, (apprezzerete la sobrietà) secondo me ha preso da sua nonna questo amore per le parole. Gli piace inventarne continuamente di nuove e fa delle vere acrobazie linguistiche. Facciamo delle gare a chi ne dice di più assurde e la sola differenza fra lui e me è che forse una di queste bizzarrie, ormai entrata nel corpo della lingua, lui la potrà usare davvero. Le parole nascono anche così. La cosa straordinaria è che le parole che inventa obbediscono tutte alle regole generative della lingua italiana. O meglio, la faccenda è assolutamente normale, ma mi colpisce ogni volta assistere a questo fenomeno.
Inventa parole “regolari”, inesistenti nel lessico italiano, ma perfettamente coerenti con esso. Ha anche un orecchio molto sensibile alle rime, e aspetto con impazienza il giorno in cui costruiremo insieme la nostra prima filastrocca.
Intanto vi affido questa, scritta per lui.

Caro Tommaso facciamo un gioco
io dico acqua tu dici fuoco
tu dici bene io dico male
tu dici pasqua io carnevale
Caro Tommaso cambiamo rima
io dico dopo tu dici prima
tu dici sopra io dico sotto
io dico crudo tu dici cotto
tu dici bianco io dico nero
io dico pesante e tu leggero
Caro Tommaso cambiamo gioco
tu dici caldo io dico fuoco
tu dici burro io dico grasso
io dico pietra tu dici sasso
tu dici frutto io dico mela
io dico barca tu dici vela
tu dici pollo io dico petto
io dico sonno tu dici letto
Caro Tommaso con le parole
si può giocare quanto si vuole
con un amico o solo soletto
con l'influenza dentro il tuo letto
Questo è un giocattolo che nessuno
ti potrà rompere o portar via
che non ti lascia mai a digiuno
che non va mai in avaria
È la lingua una grande ricchezza
e le parole una vera festa
e soprattutto, che bellezza,
le porti tutte nella tua testa!

Cominciai a leggergliela quando aveva solo pochi mesi, perché quando si tratta di parole sono subdola e spericolata. Mi sembra che abbia dato i suoi frutti.

sabato 6 ottobre 2007

voli e piccoli passi

Stamattina ho aperto "Tutte le poesie" di Foscolo, per leggere la mia poesia a caso. Ma il libro si è aperto ai Sepolcri e per una forma di delicatezza verso di voi, tralascio di riportarne qualche verso.


Sono passata a Margherita Guidacci, con la quale ormai dovreste darvi del tu ed è capitata questa poesia.
Istante perfetto

Se ti è dato un giorno perfetto, non chiederne altri.
Se ti è data un'ora perfetta, non chiedere un giorno.
Se ti è dato un istante perfetto, non chiedere un'ora.

Anche un istante solo può riempirti la vita:
in quell'istante tu vivrai.
Dopo non basteranno le ore, i giorni, gli anni,
forse neppure l'eternità
a contenere la tua gratitudine!

Ieri ho avuto un paio di ore perfette e provo ancora un senso di gratitudine. Ma l'eternità è lunga, vedremo....
Poi sono capitata su questa poesia, che è una di quelle che mi borbotto ogni tanto.


Scelta d' Icaro

Disse Icaro: Voglio una più intima
conoscenza del sole, e se mi brucio
non importa, poiché sotto c'è il mare
dove potrò rinfrescarmi in eterno.


La scelta di Icaro è radicale, ma se non fossimo un po' Icaro, la vita sarebbe davvero poca cosa.
Plasmiamo le nostre ali, e proviamo a salire.
Lo dico a me è evidente. Voi, vi immagino tutti, già in volo, trionfalmente....


Invece, tra i miei segnalibri artigianali, (fatti cioè da me copiando su cartoncini qualche frase tratta da libri che ho letto), ieri sera nel mucchio ho preso questo.



"Uso così poca intelligenza nei rapporti quotidiani che tutti ne hanno di più intorno a me."
Lo diceva Geoge Sand! Dico, George Sand! Potrò ben dirlo io.
Combino tanti di quei casini, e mi metto in così tante situazioni di disagio. Inoltre offro continuamente agli altri la possibilità di farmi del male. Dal macellaio, al garagista, alla corista che mi siede accanto, tutti se la cavano meglio di me. Almeno così mi sembra.
Solo Tarta, è meno sveglia di me. Ma molto più aggressiva. Mi ha morso la caviglia tempo fa'. Ma morsa a fondo, uscita di sangue ecc. Dopo un mese ho ancora il segno.
Comunque, per tornare all'intelligenza. So di averne ricevuta una dignitosa scorta. Ma che ne ho fatto? E che ne faccio?
Ieri dopo il mio momento di "presenza leggera" ho pensato che forse sarebbe ora di usare un po' di intelligenza. Senza vestirmi da uomo, alla George Sand, anche se le giacche mi stanno bene, ma migliorando le mie prestazioni nei rapporti quotidiani. A piccoli passi. Uno dopo l'altro.
La storia dell'uso dell'intelligenza me la porto appresso da una ventina di anni circa. Tanti ne ha quel foglietto. Certo una che attacca vecchi foglietti ad un blog un grande genio non è....

venerdì 5 ottobre 2007

hi!

Indulgendo ad una stanchezza improvvisa ho passato un paio di ore semplicemente sdraiata a vagabondare con il pensiero. Per una persona come me questo è un atto assolutamente inabituale, talmente raro da sfiorare l’unicità. Io sono permanentemente impegnata a fare qualche cosa. Quando il qualche cosa da fare mi manca, me lo procuro. Nell’azione si realizza per me insieme un piacere ed una necessità. Ma evidentemente non c’era cellula di mia appartenenza che non chiedesse riposo. Il pensare che si è accompagnato al distendermi non costituiva, infatti, nulla di impegnativo, come spesso il pensare può essere. Giurerei che non più di un neurone fosse pigramente all’opera per produrre le immagini fugaci, le slabbrature di discorsi, i fantasmi di idee che passavano, senza fretta e senza ordine nella piccola saletta privata della mia mente.
Sono state due ore di assoluto, limpido, ristoratore far nulla. Non ho dovuto riscuotermene a fatica. La pausa si è esaurita da sola. Mi sono semplicemente alzata, riposata e attenta, tranquilla e pronta. Persino, serena. La serenità è un grande mistero. Troppo raramente noi persone umane ne godiamo per poterla davvero afferrare e definire.
Sulla serenità ho letto un bel libro, ma non ho voglia di parlare di libri, ora.
La serenità di queste ore è fatta innanzi tutto di una serie di assenze. È assente l’ansia, la vecchia carogna. È assente la fretta, il senso del dovere e quello conseguente di colpa. Sono tutti momentaneamente scomparsi. È assente anche la curiosità, incredibile! e persino qualunque desiderio.
Chiacchiererei volentieri di questo con Leopardi, o, meno ambiziosamente, con Massimo Donà, il filosofo autore del libretto di cui non dirò niente. Tranne che ognuno degli autori che vi sono citati, anche se in contraddizione tra loro, mi è parso nel giusto, ognuno mi ha convinta, con tutti mi sono trovata d’accordo. Può significare che sono sciocca, certo, ma può anche testimoniare della evanescente e irrigorosa natura della serenità. Le due ipotesi mi sono in questo momento così nirvanico indifferenti. Sento di dover specificare che non sono sotto l’effetto di alcuna droga, leggera, pesante, legale o illegale che sia. Anche se non escludo che il mio organismo possa, di suo, aver deciso di sintetizzarne una per darmi una calmata. Se lo ha fatto gliene sono grata. Mi sento anche conciliatrice, ben disposta, indulgente, verso la vita e il mondo tutto, sia nei vicini e presenti che nei lontani e sconosciuti. E, udite, udite, mi sento persino fiduciosa. Non so verso cosa, o chi. Così, in generale. I pensieri fluttuanti delle mie due ore di presenza leggera (mi sembra che renda bene il mio stato di quel momento) hanno lasciato piccoli residui, qualche immagine. Una strada di campagna, tra castagni selvatici, con i bei frutti utili solo a se stessi, che rotolano davanti ai miei piedi. Io stessa, di spalle, appena sedicenne che cammino canticchiando. Dei panni stesi sul terrazzo di mia nonna e lei, un po’ bassina, che si tende per fermarli. Ha le mollette di legno in bocca.
È passata persino la voce di mio padre, così difficile normalmente da trattenere che io compio esercizi quotidiani per non perderla. Sembra che i ricordi uditivi siano i primi ad abbandonarci e conservare le voci dei morti, in assenza di supporti elettronici, sia una battaglia perduta. Fin qui, con un impegno ininterrotto, io la mia l’ho vinta.
Lo sento ancora nitidamente dirmi :Marina, con un punto esclamativo talmente piccolo e talmente particolare che non esistono segni grafici per rappresentarlo. Perché dentro c’è anche un sorriso un po’ ironico, nel quale mio padre era inarrivabile maestro, e una piccola ammonizione. Tutto lì, in quelle tre sillabe: Marina. E io ancora sento perfettamente questo suono così speciale e così composito. Dopo sedici anni. Sono così fiera di me! Ogni volta, ogni giorno, celebro il mio piccolo successo e mi dico: li ho fregati tutti, uccellacci del malaugurio, smentiti tutti, la voce di mio padre ancora non l’ho persa!
Oggi se n’è venuta così, sorniona, proprio come era lui, e ha pronunciato una frase qualunque, banale: che fai, Marì? Non gli ho neanche risposto. Del resto non che ci fosse bisogno di grandi dichiarazioni con mio padre. Lui capiva. Parlava poco. Capiva tutto. E poi ho visto mucchi di schede lettorali, già scrutate, che a malapena si tenevano aperte, su un banco nella stessa aula dove avevo frequentato la prima elementare. Mi sono rimasti anche i versi di una canzone che non ascolto da trent’anni credo “mai più resistenza, voglio provare a farne senza, sarò passivo, finché il mio corpo è ancora vivo.... Gianfranco Manfredi, che ormai non scrive né canta più canzoni. Scrive romanzi, sceneggiature, e quel fumetto Magico Vento, che mi dico sempre che devo comprare e poi me ne dimentico.Delle due ore distesa a nulla fare non ho altri reperti, solo il benessere che mi hanno lasciato. E un senso di gratitudine. E adesso questo che forse è un post, forse e forse no, ma la cosa mi lascia indifferente. Bye...

giovedì 4 ottobre 2007

solo domande

Premessa doverosa: del libro che mi ha portata a parlare della menzogna (Storia della menzogna di Jacques Derrida) e del negazionismo, ho capito solo un sessanta per cento. Trattandosi di Derrida, che sarà anche uno dei maggiori filosofi del Novecento francese, ma è anche un “idioletto” vivente, non la considero una cattiva percentuale.
Aggiungo solo che nell’ultima parte del libro Derrida ha messo in dubbio la possibilità stessa di scrivere una storia della menzogna.
Ho dovuto verificare titolo e autore del libretto che stringevo fra le mani. Sì, trattavasi di “Storia della menzogna” di Jacques Derrida. Tranquillizzata sullo stato della mia residua materia cerebrale, ho terminato il libro. Per la parte che ho capito, la lettura è stata molto interessante. Ma prima di passare ad esporre le cose che mi hanno maggiormente sollecitata, debbo fare una premessa.
Il problema del negazionismo e del revisionismo storico, secondo me deve essere affrontato in due modi diversi, a seconda che si presenti a noi in forma di individuo negazionista in carne ed ossa, o di testo negazionista.
Nel primo caso direi che la sola cosa ragionevole da fare sia spaccare la faccia all’individuo negazionista. Senza se e senza ma. È poco cristiano, lo so, ma questo è un problema vostro: io non sono cristiana.
Naturalmente so che questo incitamento alla violenza non va affatto bene, neanche nell’ambito della morale laica alla quale io appartengo. Ma ho troppo rispetto di me stessa per ambire alla perfezione.
Inoltre conto sia sull’esiguo numero dei miei lettori che sulla loro complicità per farla franca. Quanto al testo negazionista fra poco ne parleremo.

Irritualità per irritualità, passo a indicare la mia scarna bibliografia sul tema:
Germania: un passato che non passa Einaudi Editore 1987
Marcello Flores D’Arcais relazione sulle conferenze Storia, Verità, Giustizia al Festival della Letteratura di Mantova
Letture varie in rete che chiunque può rintracciare facilmente.

Inoltre vi invito ad ascoltare il brano di Luigi Mariano Il Negazionista su youtube
E adesso finalmente passiamo alla menzogna "storica" e "politica". L'autore cui Derrida cede la parola è Hannah Arendt, per la quale noi viviamo nell’epoca della "menzogna assoluta".
La nostra modernità tele-tecno-mediatica sottomette ogni menzogna ad una amplificazione colossale.

“La possibilità della menzogna completa e definitiva, che era sconosciuta nelle epoche precedenti, è il pericolo che deriva dalla moderna manipolazione dei fatti...Anche nel mondo libero, dove il governo non ha monopolizzato il potere di decidere e di dire che cosa effettivamente è o non è, gigantesche organizzazioni di interessi hanno generalizzato una sorta di mentalità da raison d’etat...

La Arendt sottolinea come si sia modificato il rapporto fra potere e menzogna.
“La menzogna politica tradizionale riguardava o dei veri segreti o delle intenzioni" che il potere teneva nascoste.
Oggi la menzogna non ha più limiti, né pudori. Per questo la Arendt la chiama "assoluta".

"Le menzogne politiche moderne si occupano di cose che non sono affatto dei segreti, ma sono conosciute praticamente da tutti. Questo è evidente nel caso della riscrittura della storia contemporanea sotto gli occhi di coloro che ne sono stati testimoni....
In altri termini la differenza tra la menzogna tradizionale e la menzogna moderna equivale il più delle volte alla differenza tra il nascondere e il distruggere.


La vecchia "raison d'Etat" si applicava a nascondere e a celare, a tenere i cittadini all'oscuro della gestione degli affari di stato, oggi si applica alla distruzione della memoria stessa dei cittadini, proponendogliene una diversa persino dalla loro stessa esperienza.


L’affermazione che più mi ha impressionato del discorso della Arendt è che “il bugiardo è un uomo d’azione... fra mentire e agire esiste una affinità essenziale... la menzogna è l’avvenire...
Anche quando mente sul passato il bugiardo "politico" pensa al futuro, si impegna nella costruzione di un futuro che non rechi più i segni del passato quale esso è stato nella esperienza di milioni di cittadini. Un futuro che riparta invece dalla sua menzogna, e possibilmente la inveri. Ricostruisce una verità passata abusiva perché ne scaturisca un futuro diverso.
Il bugiardo dice ciò che NON È perché vuole che le cose siano differenti da ciò che sono e cioè vuole cambiare il mondo..

Applicato al revisionismo storico e al negazionismo, questo pensiero è spaventoso. Infatti, al di là di tutte le rassicurazioni di circostanza, in quale direzione voglia modificare la realtà un negazionista è facile da immaginare.

Revisionismo e negazionismo, per Derrida, investono prepotentemente "la problematica della verità di Stato".
E' per questo che la risposta a questo tipo di menzogne non è scontata, ma solleva anzi una serie di domande.

Come combattere le menzogne del revisionismo storico e de negazionismo? ...Qual è la migliore replica, a un tempo la più giusta, la più critica e la più affidabile?
Si potrà resistere a questa perversione stabilendo attraverso la legge una verità di Stato? O, al contrario impegnando di nuovo e in modo interminabile, se occorre, come credo, la discussione, il richiamo delle prove e delle testimonianze, il lavoro e la disciplina della memoria, la dimostrzione irricusabile di un archivio?
Compito infinito probabilmente, sempre da ricominciare, ma non è forse da questo che si riconosce un compito, quale che sia? Nessuna legge o ragione di Stato potrà mai misurarsi con questo compito. Ciò non significa che lo Stato debba rinunciare ad ogni diritto in materia, ma bisogna vigilare a che lo Stato, lasciato solo, non danneggi la causa di una verità che rischia sempre di far degernerare in dogmatismo o ortodossia.”


Vigilare, dunque, dice Derrida. Ma come? Con quali mezzi e con quali limiti?

In Italia il dibattito sul modo di opporsi alla falsificazione della storia operato dai negazionisti, ha preso il via a seguito della decisione del Ministro Clemente Mastella di presentare al governo, proprio in occasione della giornata della memoria, una proposta di legge riguardante il negazionismo. La legge si propone di punire severamente, con condanne che vanno fino a 12 anni di carcere, chiunque formuli teorie ed esprima prese di posizione che neghino la verità storica della Shoah, e in particolare che rappresentino apologia o istigazione nei confronti di crimini contro l’umanità.
Una legge analoga esiste già in Belgio, Austria, Francia, Repubblica Ceca, Polonia, Germania, Romania, Lituania, Slovacchia.

I nostri storici, e in generale, tutto il mondo accademico italiano, hanno reagito alla proposta Mastella con il Manifesto dei Centocinquanta, manifesto che è insieme «contro il negazionismo e per la libertà di ricerca storica», nel quale si sottolinea la pericolosità della possibile conseguenza della legge, cioè la creazione di una «verità storica di Stato».


«È una proposta - afferma Alessandro Portelli, docente di letteratura americana alla Sapienza - che nasce dal nostro senso di colpa e di vergogna. È la spia di una debolezza, della mancanza di vigilanza su certi temi. Così si pensa di lavarci la coscienza con un provvedimento ad hoc. In realtà nel nostro Paese c’è ancora un diffusissimo senso comune fascista, quello che ci fa chiudere gli occhi sui crimini italiani nei Balcani, in Etiopia; quello che ci induce a ritenere che il fascismo ha fatto delle “cose buone”. Quel senso comune così radicato che porta Rai e Mediaset a trasmettere programmi elogiativi su Mussolini. Da questa posizione poi ci si vuole emendare con iniziative come questa, lodevole nell’intento ma sbagliata nei fatti». (da l’Unità)

Naturalmente io non ho risposte. Sulla legge stessa non ho le idee chiare. In linea di massima qualunque forma di intervento sulle idee mi allarma e mi trova contraria, anche se sento forte la tentazione di impedire che la storia venga riscritta a danno delle sue vittime.
Il discorso dei Cinquecento mi sembra serio e ragionevole, ma mi chiedo se non sia troppo fiducioso, ottimista.
Insomma resto allo “spaccare la faccia”.
Che è una risposta viscerale, irrazionale, poco civile, nonché difficilmente applicabile. Lo so.

mercoledì 3 ottobre 2007

scrivere/mentire

Questa piccola ossessione che in tanti ci riguarda, scrivere come se ne andasse della nostra vita, richiama da un po’ di tempo le mie riflessioni. Ogni tanto ve ne farò scivolare una sotto il naso. Cominciamo.

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso.”
Lo ha scritto nella Recherche Marcel Proust. D’altra parte proprio ieri sera, rileggendo ‘Alexis’, di Marguerite Yuorcenar(capolavoro che rileggo sempre volentieri) ho ritrovato un’affermazione, secondo me, incontestabile: "parliamo sempre, soltanto di noi."

Se entrambe queste proposizioni sono vere, ed io penso che lo siano, (naturalmente con tutte le sfumature del caso), l’incontro tra scrittore e lettore, che si realizza attraverso il testo, è un’esperienza davvero folle. Miracolosa, ma folle.
Un se stesso scrive. Scrive storie fantastiche, o anche piattamente e irriducibilmente realistiche, le ambienta nel passato o nel futuro, su questa terra o nel cosmo, scrive di uomini e donne che mai sono esistiti e li costruisce con gli ingredienti psicologici i più diversi, improbabili e altri rispetto a se stesso. Si diletta di intrecci caotici o rigorosi in cui mai si è imbattuto.
Eppure sta parlando di se stesso. E, attenzione, vuole parlare di se stesso. Sceglie di scrivere delle fantastiche avventure del Barone di Münchausen perché vuole parlare di sé e questo è il solo e unico mezzo che si è trovato tra le mani sul momento.
E poi c’è un se stesso che legge. Sceglie le fantastiche avventure del barone di Münchausen perché non vuole leggere di se stesso, perché di se stesso ne ha abbastanza e vuole volare lontano su ali fantastiche e mirabolanti.
Ma anche quelle ali, lo porteranno solo dentro di sé. L’uscita laterale sarà fittizia, nel desiderio, nella ribellione, nella fantasia, nel sogno, forse anche solo nella risata e nell’impudenza, ritroverà se stesso. Fingerà di non saperlo, così come lo scrittore, dichiarerà che “no, in questo mio ultimo libro ho voluto prendermi una piccola ora d’aria e abbandonarmi solo alla fantasia, sganciarmi da me stesso e annullarmi nel racconto.”
Mentono entrambi? Si mentono entrambi?
Non è poi così importante.
Il mistero consiste nel fatto che due se stessi in cerca dello stesso straniamento si incontrino. Al mistero si aggiunge il miracolo e il miracolo è che l’incontro sia felice.
Ma al di là del mistero e al di là del miracolo, secondo me, c’è addirittura la follia. Perché il lettore incontra se stesso in mille libri diversi, irriducibili gli uni agli altri, inconciliabili spesso gli uni con gli altri, radicalmente alternativi e profondamente contraddittori. Eppure in tutti legge se stesso. I suoi tanti se stesso.
E lo scrittore scrive se stesso in libri diversi, nei quali la mania classificatrice e ordinatrice dei critici rintraccia spesso analogie abusive, libri che sono invece creature differenti e disomogenee. Ma in cui i tanti se stesso dello scrittore si miscelano e cristallizzano. Questo accade del resto anche all’interno dello stesso libro.
Che confusione! Che folla intorno alle pagine di quel libro! Quanta gente si incontra davvero quando un lettore legge un libro di uno scrittore?

A proposito del Barone di Münchausen, so che esiste una sindrome psichiatrica legata al suo nome. Sindrome in cui il paziente inganna i medici, fingendo una malattia, arrivando ad ingerire sostanze per alterare i risultati di eventuali analisi, e tutto questo per attirare su di sé l’attenzione. Spesso la menzogna si spinge fino ad affrontare trattamenti medici pesanti e dolorosi. Il poveretto affetto da Sindrome di Münchausen ha tutta la mia pietà, ma mi indispettisce questo uso medico di una figura così simpatica, e irresistibile, come il Barone, una vera “liberatoria” a mentire, senza fare del male a nessuno. Men che meno a se stesso.


A proposito poi del mentire, ho letto un piccolo libretto di Jaques Derrida, “Breve storia della menzogna”

Ne ho appreso che, se si è in errore e si fa un’affermazione inesatta, ovviamente, NON si mente, giacché mentire esclude la buona fede e consiste appunto nel VOLER ingannare l’altro. Come Aristotele aveva argomentato da tempo.
D’altra parte, Rousseau sostiene che una menzogna che non nuoce né a sé né all’altro, una menzogna innocente, NON è una menzogna, ma solo una finzione.
Cominciavo a pensare che in fondo ‘sti filosofi sulla menzogna non avessero da dire che cose di buon senso, quando è intervenuto Montaigne.
Il grande logico sostiene che poiché è impossibile dire tutta la verità e niente altro che la verità, è impossibile anche mentire interamente, dire tutta una menzogna e niente altro che una menzogna.

“Se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto prenderemmo per certo il contrario di quello che dicesse il bugiardo. Ma il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito”.

Il bugiardo, per mentire davvero, deve sapere TUTTA la verità, altrimenti rischia di fallire il suo scopo. Ma il bugiardo NON PUO’ sapere tutta la verita, e pertanto almeno in parte, dice la verità.

A questo punto ero passata a convincermi che noi tutti, bugiardi della domenica, in realtà non lo fossimo affatto e me ne compiacevo non poco, quando mi sono imbattuta in un risvolto particolarmente delicato del mentire.
La riscrittura della storia, la falsificazione, la negazione e il disconoscimento.
Insomma revisionismo e negazionismo.
Questa parte merita un post. Sarà il mio prossimo post.

martedì 2 ottobre 2007

professò/in gita scolastica

La gita scolastica era un momento topico dell’anno. Si andava in gita nel mese di aprile e la partenza era preceduta immancabilmente da consigli di classe accesi e spesso litigiosi.
I punti oggetto di discussione erano due. Primo: chi avrebbe accompagnato la classe in gita. Secondo: dove ci si sarebbe recati.
Sul primo punto lo scaricabarile raggiungeva effetti di squisita comicità. Colleghi che prendeva il pullman ogni mattina dichiaravano di soffrirlo in modo spaventoso. “Ma se viene a scuola in pullman, contestava il Preside. Sì, ma il viaggio dura quaranta minuti soltanto. Passata l’ora, vomito, Preside”. Donne, anche attempate, improvvisamente sospettavano di essere incinte, uomini manifestamente indifferenti ai problemi domestici improvvisamente dovevano nutrire all’ora di pranzo i figli incustoditi, influenze invernali risorgevano a primavera affermata, vecchie madri e vecchi padri dovevano operarsi proprio quel giorno e i bambini, proprio quel giorno, dovevano essere portati al controllo dal pediatra. Quando proprio non c’era nessun pretesto sotto mano che giustificasse la rinuncia, la vecchia, sempre vincente, arroganza scendeva in campo: Io non ce li porto, e basta!
Io tacevo. Andare in gita mi piaceva da matti, ma non volevo che lo sapessero. Sempre guadagnarsi qualche credito da poter far valere in seguito.
Così alla fine, con aria rassegnata, dicevo: va beh, ce li porto io, allora. Dovevamo essere due insegnanti per ogni classe e di solito come secondo veniva reclutato l’insegnante di educazione fisica. Si riteneva che in gita ragazze e ragazzi avessero bisogno di essere contenuti con la forza e che un fisico ben allenato fosse indispensabile alla bisogna. Si passava poi a discutere il dove.
I colleghi che per vari motivi si dicevano impossibilitati a partecipare alla gita, volevano però dire la loro sulla località. E lì erano veri guai.
Era una gara spericolata a chi trovasse la meta più colta, più raffinata, più originale, più didattica. Le parole didattica e culturale venivano pronunciate con mille accenti, declinate con accezioni insospettabili e i più sperduti, improbabili e sconosciuti musei di Italia venivano trionfalmente proposti. Accanto a località di nicchia che probabilmente ancora oggi sono ignote ai più.
Io scoprivo luoghi mai sentiti nominare e ne prendevo nota per successive passeggiate con mio marito, ma testardamente mi opponevo ad ogni gita troppo colta.
Io e il malcapitato insegnante di educazione fisica, rassegnato perché consapevole che la sua prestanza lo condannava in partenza, avevamo della gita una visione diversa dai colleghi che restavano a casa. Gli alunni, puntavamo a riportarli indietro, tutti e sani, ragionevolmente divertiti e soddisfatti e consideravamo un gratificante successo se al cospetto di qualche monumento, cittadina, opera d’arte o bellezza naturale avessero provato qualche emozione.
Avanzavamo proposte minimaliste che prevedessero però bei lunghi percorsi in pullman, che sapevamo costituire per i nostri alunni, il momento veramente appassionante della gita.
L’altro momento critico era quello della scelta dell’ agenzia che doveva fornire il servizio. La delicatezza della questione era pari a quella necessaria per attribuire l’appalto per la realizzazione (scongiurabile spero) del ponte sullo Stretto di Messina e si concludeva allo stesso modo: ci si serviva dell’agenzia della moglie o del cognato o del fratello di uno di noi. Si scrivevano interminabili verbali per spiegare le ragioni economiche che avevano indirizzato la scelta e si dava un colpo di telefono all’amico.
C’era poi il problema dei ragazzini che non erano in condizioni economiche di pagare neanche la piccola quota di partecipazione. Può sembrare assurdo, ma nessun bambino voleva venire in gita gratis. Era umiliante per loro. Così inventavamo scuse traballanti (“Sai, doveva venire anche la figlia della professoressa x, ma sta male e così la sua quota vale per te.” Oppure: “L’agenzia ha sbagliato i conti, è rimasta una quota e sei uscita tu a sorte).
Superato anche questo scoglio, nella settimana che precedeva la gita c’era da affrontare l’effervescenza di ragazzine e ragazzini che conducevano una battaglia senza esclusione di colpi per la scelta del posto sul pullman. Si vedevano occhi rossi, volavano battute velenose, facce lunghe si trascinavano. La gita era l’occasione per il possibile fiorire di un piccolo amore, per una riconciliazione, per qualche scherzo crudele. C’erano strategie da portare avanti e la tattica della disposizione delle forze in campo ne era la base.
Per riportarli all’ordine la sola minaccia efficace era: guardate che se non state attenti alla lezione i posti in pullman li fisso io! Silenzio e partecipazione.
Partivamo sempre in ore antelucane, con le nostre valigette di pronto soccorso e i nostri elenchi in triplice copia. Subito bisognava stabilire un rapporto amichevole con l’autista perché accettasse di buon grado la confusione pazzesca, le urla entusiatiche, i canti da avvinazzati, lo scambio continuo di posti e naturalmente i ritardi ad ogni fermata e le fermate fuori programma. Dell’autista mi occupavo io e la prima mezz’ora la passavo seduta davanti, ad ascoltare le tristezze e le difficoltà di una vita dedicata al trasporto di gitanti. Appianata questa difficoltà c’erano i previstissimi imprevisti. Sempre qualcuno doveva dare di stomaco, sempre qualcuno doveva fare la pipì solo dieci minuti dopo l’ultima fermata, sempre qualcuno aveva dimenticato il sacco sul piazzale dell’area di servizio, sempre mentre li contavamo e ricontavamo prima di muoverci, ne arrivava uno correndo trafelato con la bottiglietta di coca cola o il pacchetto di patatine.
Nell’entrare nei bar, o nei negozi di alimentari, bisognava a voce molto alta diffidarli, “Non fregate gomme o caramelle, se no vi lascio qui”, e sottrarre ai più svelti almeno un terzo delle bottiglie di birra abusivamente introdotte sul pullman. Ce le bevevamo il collega ed io. Diventavamo subito più allegri e cantavamo assieme ai ragazzi, anche noi, tutto il tempo. Nel visitare i luoghi classici, la Reggia di Caserta, gli scavi di Pompei, le tombe etrusche di Tarquinia, il Parco d’Abruzzo, (sempre sceglievamo luoghi con molti esterni e pochi interni), lasciavamo cadere nel massimo di aneddotica possibile, qualche minuscola e per lo più inascoltata nozione di storia, di arte, di geografia.
Le sedute fotografiche erano spossanti: dovevo farmi fotografare con la classe, una ventina di volte, perché ognuno voleva scattare la sua personale foto ricordo.
Anche assaggiare tutte le specialità preparate dalle madri timorose della morte per inedia dei loro pargoli, contribuiva a rendere la gita una significativa prova di resistenza.
Bisognava poi affrontare gli scherzi dei ragazzini, cui piaceva immaginare relazioni proibite tra me e i colleghi di eduzazione fisica, dato che ovviamente sedevamo accanto e quando non cantavamo, chiacchieravamo.
Ma la gita era un tripudio di risate, le imitazioni dei professori, assenti e presenti, ne erano parte costitutiva, e in questa attività i ragazzi riuscivano ad essere illuminanti.
Piccoli tic, manie, trascuratezze, ingenuità, difetti fisici e non: niente sfuggiva ai loro occhi attenti. La più piccola sfumatora dei rapporti tra colleghi era catturata e resa alla perfezione. Un anno ebbe molto successo l’imitazione della sottoscritta nel saluto al cambio dell’ora con un collega di matematica particolarmente odioso. Secondo la ragazza che mi imitava porgevo da stringere il solo dito indice, alla distanza di tutto il braccio e: “Professoré, perché non glielo ficchi direttamente nell’occhio?”
Poi si tornava, per niente più colti, ma contenti. Ragazzi e ragazze si buttavano nei sedili, tutti i posti scambiati rispetto all’andata e il pullman procedeva nel mormorio di confidenze, chiacchiere, piccoli scoppi di risa.
Era l’ora in cui bisognava consolarli della malinconia del ritorno, perché la giornata stava finendo e la sentivano sfuggire via, senza che tutti i piccoli sogni e le fantasie si fossero realizzati. Ma bisognava vigilare anche che non ne realizzassero troppi!
Quando infine, davanti al portone della scuola li restituivamo a padri e madri ansiosi, io e il collega di turno ci guardavamo, stanchi ma soddisfatti.
“Sai dove li voglio portare l’anno prossimo.....”

lunedì 1 ottobre 2007

le femministe

“Non andarci da quel macellaio- le disse Daniela- dammi retta. Non è per i soldi, te li presto volentieri, ma da quel macellaio no, non ci devi andare. Quello ci si ingrassa e ti tratta pure male.Vai dalle femministe, ti aiuteranno loro.” E le dette l’indirizzo. “Le femministe? Quelle che gridano per le strade, che vanno sui giornali? Sei pazza, te e loro” le disse suo marito. Ma R. gli disse che costava poco e poi era una vera clinica. “Fa’ come vuoi, sei tu che ci devi andare”.
Era una strada tranquilla, vicino al fiume. Un piccolo appartamento al piano terra. Prima di entrare R. esitò. Come erano le femministe? C’erano già altre donne. Stavano messe come lei, lo capì subito dagli sguardi. Erano come il suo, c'era dolore, paura, vergogna.Le femministe non erano come se le aspettava, erano normali, ecco. Le accolsero sorridendo, pratiche, allegre. Le sembrarono così forti, così sicure.
Lei invece aveva paura. Di tutto. Aveva paura e si sentiva male, non vomitava ma tutto il giorno aveva la nausea. Si svegliava all’alba, per un rigurgito di acidi fino in gola, si tirava su e piangeva, in silenzio. Suo marito dormiva. Anche il bambino dormiva. La casa era fredda e silenziosa. Lei piangeva un po’, poi si alzava. Non mangiava quasi niente e dimagriva. Era pallida e sempre sudata. Il medico della mutua l’aveva rimproverata. “Ti avevo detto che per te figli basta! Benedette donne, ma che avete al posto del cervello?” Però quando lei gli aveva chiesto un nome, qualcuno da cui andare, uno bravo, ma che non prendesse troppo, si era scurito, le aveva risposto che lui non conosceva nessuno, colleghi che facessero aborti, no, lui non li conosceva. E le aveva segnato il ferro. “Mangia -le aveva detto e fatti cambiare turno.”
Loro, le femministe, le fecero poche domande: “Quante settimane? Hai bisogno di soldi? Ce la fai? Sì, ce la faceva, le sembrò anzi poco. Com’era possibile? Quel dottore voleva quattro volte di più. “La settimana prossima allora. Appuntamento in aeroporto, alle nove. M. vi accompagnerà, non dovete preoccuparvi di niente. Se non avete il passaporto ci pensa D. Passate da lei, dopo. C’è una cosa, importante: non dovete farvi accompagnare da uomini. Né mariti, né compagni, fratelli, amanti, padri. Niente uomini, è chiaro?” Sì, era chiaro. Partì sola. Daniela avrebbe voluto accompagnarla, ma come faceva con i bambini? Era la prima volta che R. prendeva un aereo, che entrava in un aeroporto. Era grande, pieno di voci. Si sentiva stordita. Ma la loro guida era sorridente, e già sapeva i loro nomi. Le fece ridere: non vomitate tutte insieme perché se no ci arrestano! A Londra faceva freddo, il pullman che le aspettava aveva i finestrini appannati e non si vedeva niente. La clinica era fuori città, intorno tutte costruzioni di mattoni rossi. Le fecero entrare in una stanza e intanto la loro guida parlava con una impiegata, consegnava le schede con i nomi, i documenti e il certificato con le settimane indicate. Loro non dovettero fare niente: seguivano come un piccolo gregge spaventato. Un’infermiera che parlava un po’ di italiano le accompagnò al piano di sopra. Scherzava: qui niente o sssole mio, vero? Le divisero, quattro per stanza. Erano stanze grandi, molto calde, con enormi finestre, le pareti e i pavimenti erano verdi. In ogni stanza c’era un telefono a gettoni. La guida portò i gettoni. “Volete telefonare a casa?” R. non telefonò. Suo marito era in officina e sua madre non sapeva niente di niente.
Passarono il pomeriggio chiacchierando, leggendo qualche giornale, raccontandosi le loro storie. Qualcuna pianse, qualcun’altra spavalda rideva. Verso le sei portarono il tè e dei panini, della frutta sciroppata, troppo dolce. Lei si girò tutta la notte, senza riuscire a dormire. Sentiva anche le altre sospirare e girarsi, ma nessuna parlò. Gli interventi iniziarono il mattino dopo, molto presto. Scesero nella sala operatoria due per volta. Ognuna in una specie di grembiule di cotone bianco, che si chiudeva dietro con dei laccetti, ognuna portava la sua scheda con sé. Sotto il grembiule solo le mutandine. Lei sentiva un po’ freddo o forse era la paura. Ma sul pianerottolo, la loro guida le abbracciò, una per una. A lei tirò leggermente la coda di cavallo. “Tranquilla- le disse- fra poco ci rivediamo”. Si svegliò sentendo cantare. Non capì dove era, poi si ricordò. Sentì le lacrime scorrerle sulla faccia e richiuse gli occhi. C’era un sole pallido che entrava dai finestroni e la ragazza nel letto accanto al suo si lamentava, ancora mezza addormentata. Restò così, con le braccia sotto le coperte, ferma, piangendo in silenzio. Quando portarono il pranzo lei disse “no, non ho fame”. Ma l’infermiera restò accanto al letto finché non ebbe mangiato tutto il pollo e le carote lesse. Passò il pomeriggio senza pensare a niente, le altre si erano un po’ rianimate, solo quella vicino a lei pianse fino a sera. La guida portò altri gettoni e lei chiamò suo marito. “Come stai? Fa freddo? Il bambino sta bene.” Più tardi passarono con delle gocce per aiutarle a dormire. Le mandò giù senza dire niente, ma lo sapeva che tanto era inutile, non le facevano nessun effetto. Sentiva un peso sul petto ma non piangeva più. Pensava al suo bambino, a casa. -Gli voglio comprare quell’astuccio con la lampo- Fu l’ultimo pensiero, poi si addormentò, di botto. Il mattino dopo, alle otto, erano già sul pullman per l’aeroporto e a mezzogiorno sbarcarono a Fiumicino. Al momento di salutare le altre si sentì sola, non avrebbe voluto lasciarle. Alcune presero un tassì, altre trovarono i mariti ad aspettarle. Lei, la guida e un’altra presero il pullman per il terminal. In città si salutarono ancora e questa volta le venne da piangere. La guida l’abbracciò: "Pensa solo a stare bene- le disse- solo a stare bene." Sorrideva, incoraggiante, ma anche lei aveva gli ochi lucidi.
“Questi viaggi non li posso fare più” si disse la guida allontanandosi.

sabato 29 settembre 2007

vivere in cucina

La vita è come una polenta. Se l’acqua sul fuoco è troppa ne risulta una broda scivolosa, una pastella acquosa e immangiabile, priva di consistenza e di sapore.
Se di acqua ne metti troppo poca, ne esce un blocco pesante, grumoso, secco e viscoso, indigeribile.
Nozioni base. Chi non le sa?
Eppure evidentemente qualcuno, che poi è quello che mette l’acqua sul fuoco, non le sa.
Ma chi è che mette l’acqua sul fuoco?



La vita è come una marinata.
Puoi metterci il limone o l’aceto, il vino, la birra persino. Naturalmente l’olio. E poi un po’ di sale e qualche erba o spezia. Con lo zenzero è molto buona e anche con i semi di cumino. Ma insomma se sbagli il rapporto tra la sostanza lievemente corrosiva e l’olio, o sarà insipida o sarà acida.
D’accordo. Siamo ai fondamentali.
Ma lo sa quello che mette l’aceto?
E chi è che mette l’aceto?



La vita è come un soufflé.
Se i chiari di uova non sono montati a neve, il soufflé si affloscerà, crollerà sotto il suo stesso peso. Se le uova sono troppe e i chiari troppo battuti, uccideranno il delicato sapore del formaggio o del prosciutto cotto, e un soufflé varrà l’altro, il sapore base sarà di frittata.
Qualunque chef ve lo confermerà. Semplice routine.
Sì, ma qualcuno lo ha detto a chi batte le uova?
E poi: chi è che batte le uova?



La vita è come un Mojito. Abbondante rum cubano, qualche foglia di menta, un po’ di zucchero di canna e succo di lime.
Attenzione con lo zucchero. Se è troppo il mojito diventerà dolciastro, perderà persino il nerbo del rum e non riuscirà a sciogliersi tutto.
Ma se lo zucchero sarà troppo poco il lime prenderà il sopravvento. Il risultato sarà aspro, da brivido.
Preparare un mojito non è difficile. Si fa quasi ad occhi chiusi.
Allora perché l’addetto allo zucchero non rispetta le dosi?
Ma chi è questo che mette lo zucchero?



La vita è come qualunque altro piatto. Equilibrio, misura, niente di troppo né di troppo poco. D’accordo, conosciamo la ricetta. Ce la caviamo nell’esecuzione.
Il problema, con la vita, è capire chi è che fa le porzioni.

venerdì 28 settembre 2007

single e ansiosa





DIVIETO DI FERMATA
Vieta la sosta e la fermata o comunque qualsiasi arresto volontario del veicolo. In assenza di iscrizioni integrative il divieto è permanente. E' sempre disposta la rimozione del veicolo.

Ho deciso di chiedere il divorzio. Per addebito grave.Voi direte:- a questa età? Meglio tardi che mai- rispondo io. E poi ci sono colpe imperdonabili. Irredimibili.
Molte cose si possono tollerare, ma ho tollerato il tollerabile. Adesso basta! Come diceva la buonanima.
Ho prestato la mia 500 a mio marito, il quale è un cittadino al di sotto di ogni sospetto, automobilisticamente parlando. Io ricevo continuamente multe, prese da lui, che alle mie rimostranze risponde che i vigili sono degli..... e che sì, la macchina era in divieto, ma non dava fastidio a nessuno e sì, il semaforo era rosso, ma la strada era vuota, lui non è mica un incosciente, prima di passare guarda, lui!
Questa volta l’ha parcheggiata, come il suo solito, alla porcodinci, perché secondo lui i posti dove non si deve parcheggiare non sono quelli indicati con apposito cartello di divieto o le curve ecc, ma quelli in cui a suo dire la macchina non dà fastidio a nessuno. Infatti non si sente né dispiaciuto, né colpevole, ma arrabbiato con il vigile. Morale della favola: la mia macchina è stata portata via dal carro attrezzi e, cosa più grave, non avendo io provveduto in tempo, colpevolmente, alla debita revisione, (avevo iniziato la pratica IERI) verrà fermata, la dovrò portare alla motorizzazione e rischio di perdere punti sulla patente. Naturalmente denuncerò immediatamente che era il fellone alla guida, ma la rogna resta gravissima. Quando potrò di nuovo girare con la mia macchina? A me serve due volte a settimana per andare al coro, che si riunisce allo sprofondo. Mi farò pagare il taxi invece degli alimenti.
Sono furiosa? No, di più. Lo ucciderei? Solo dopo averlo torturato.
Intanto mi considero single.





Ad integrazione: il problema della mancanza temporanea della mia 500 è che la sola alternativa per raggiungere la sede del coro sarebbe la metro, che però per me non è un'alternativa praticabile.
E questo mi dà lo spunto per raccontarvi una piccola, recente scoperta.
Sembra che la prudenza avversativa ci salvi la vita.
La prudenza avversativa non è altro che la fobia..
O, altrimenti detto, l’ansia patologica.
Non quel vago malessere che prende tutti noi in qualche momento della nostra giornata per le più diverse ragioni o senza un’apparente ragione.
No, qui non si fanno dilettantismi. Stiamo parlando di ansia vera, senz’altri aggettivi.
E l’ansia vera salva la vita.
Può rovinartela, naturalmente, ma intanto te la salva.

Scambiare erroneamente un segnale neutrale per un segnale pericoloso (falso positivo) ha un costo infinitamente minore che lo scambiare un segnale pericoloso per un segnale neutrale(falso negativo).
(Giovanni Jervis Pensare dritto, pensare storto. Bollati Boringhieri 2007)



Se rifletterete su questa citazione vi sarà facile rendervi conto che le persone troppo ansiose, in moltissime circostanze, sopravvivono più facilmente delle persone troppo poco ansiose.
È ancora Jervis a dircelo: “Non tutti si rendono conto che, in occasione di incidenti e calamità (o anche al volante di una potente automobile) le persone troppo ansiose sopravvivono più facilmente delle persone troppo poco ansiose.”
L’ansia ci costringe alla prudenza, ci suggerisce accortezze, ci insegna protezioni e scappatoie, che il non ansioso non appronta, andando incontro beatamente al suo destino.
La mia vita è costellata di falsi positivi che dalla lettura del libro ho provveduto a rivalutare.
Ho quindi riflettuto sul paradosso per cui, mentre la fobia sembra toglierti quelle sicurezze che tutti i comuni mortali hanno, in realtà te ne dà altre non meno importanti.
Per esempio io so già di quale morte non morirò mai. Quanti di voi possono dire la stessa cosa?
Non morirò nel tunnel sotto la Manica, né in quello sotto il Gran Sasso ma, se è per questo, neppure in qualunque altro tunnel del globo, che sia più lungo di un chilometro.
Non morirò in un ascensore, dimenticata in un week end ferragostano. Non morirò precipitando nell’Oceano Atlantico con un aereo, né in uno scontro ferroviario. Non è che io voglia spaventarvi, ma sembra che i treni vantino pericolosi record di incidenti. Bhe, a me non mi avranno.
Non morirò neanche su uno di quei palazzi chiamati navi da crociera, e naturalmente neanche in una metropolitana. Nessuno avrà l'opportunità di spingermi sotto il treno. Non morirò neanche su una funivia. Se la morte voleva ghermirmi su una funivia doveva pensarci prima.
Ne ha perse di occasioni per avermi, la nobile signora!
L’aereo piccolo come un aquilone, svolazzante tra le correnti termiche dell’Hindukush, e quello formato famiglia che il comandante, come l’autista di un bus, guidò da Tozeur e Gadès tenendo disinvoltamente il braccio fuori del finestrino aperto.
Nelle opprimenti tombe della Valle dei Re, non mi coglierà alcun malore mortale, né resterò bloccata in caso di incidente nel tunnel sotto i Vosgi.
Uscitane viva una volta non vi rimetterò piede e anche questa morte è evitata.
Non che io voglia fare del terrorismo, ma la beata incoscienza con cui percorrete le vie del mondo o con cui vi chiudete in locali angusti o in ambienti le cui porte non potreste personalmente aprire, vi espone a rischi che io non corro più da tempo.
Se penso a tutte le volte che nel passato ho corso i terribili rischi che correte voi oggi, mi sento morire. Dal sollievo naturalmente.
Al termine di una manifestazione non verrò portata via in uno di quei bagni di fortuna formato supposta gigante, dimenticata a picchiare sulla porta mentre intorno risuonano slogan ed inni.
La porta rotante di una banca non diventerà la chiusura del mio sepolcro, perché avrò cambiato banca in tempo e più di una volta.
Naturalmente la vita di gente come me è costellata di piccole scomodità.
Comporta il dover improvvisare scomode e fantasiose soluzioni per esplicare le sue pratiche igieniche e nel frattempo tenere accostata la porta di quei luoghi maleodoranti che i gestori dei servizi pubblici chiamano bagni.
Comporta rischiare il collasso per fare a piedi anche sette od otto piani di scale negli edifici pubblici.
Comporta anche rischiare furti e al limite aggressioni personali piuttosto che chiudersi, la notte, in una stanza di albergo.
Comunque quando non si riesce ad ottenere in un albergo una stanza entro il quarto piano ci si può sempre consolare pensando che in caso di incendio od altra calamità si sarà tra quelli che faranno in tempo a salvarsi.
E pazienza se non vedrò mai Roma dall'alto del nuovissimo ascensore di cristallo collocato sull'altare della patria, continuerò a guardarla dal Gianicolo, all'aria a perta.
Naturalmente il rimpianto per la propria libertà di un tempo resta, in me e nella gente come me.
Gente che magari ha preso treni, navi e aerei, aerei grandi come navi e aerei piccoli come passerotti, e navi grandi come città e piccoli battelli sul cui fondo soffocante ci si ammassava in confusione.
Gente che stava bene al chiuso e all’aperto, in alto e in basso e in diagonale, che si muoveva nell'orbe terracqueo con qualunque mezzo e con la stessa tranquillità. Ma quando cambiano le carte si gioca una partita diversa.
Scusate, mi ero distratta, tocca a me?


giovedì 27 settembre 2007

fuori tempo massimo

Nei confronti di Beppe Grillo ho una prevenzione negativa che discende dal fatto che non l’ho mai apprezzato come comico e che mi ispira una antipatia di tipo irrazionale, istintiva e quindi poco affidabile. Detto questo per amore di sincerità, capirete perché mi sono astenuta da ogni giudizio sulla nota giornata del vaffa.
Ho letto sì, nell’immediatezza dei fatti, i giornali ed i commenti in diversi blog, ma, sospettosa come sono delle mie istintive antipatie, mi sono vietata di esprimermi prima di essermi fatta una opinione più documentata. Adesso credo di aver raccolto sufficienti elementi per dire la mia e pazienza se arriva un po’ fuori tempo massimo.
Ho ascoltato il comizio di Grillo dell’8 settembre prima a Matrix di Mentana e ad Anno Zero di Santoro e poi l’ho riascoltato in internet.
Beh non mi è piaciuto niente di quel comizio, né la forma né la sostanza.
L’apertura è un’affermazione violenta e storicamente falsa. “Siamo qui l’8 di settembre in ricordo dell’8 di settembre del 1943, quando l’Italia fu lasciata allo sbando dai Savoia, perché da quell’8 di settembre non è cambiato niente.” (Per inciso, Finazio, studiare la storia, come sembra che Grillo non abbia fatto, può invece essere utile, almeno a non dire castronerie.) Quel giorno l’Italia si divise in due parti belligeranti, una vera e propria guerra civile, come ormai ogni storico riconosce, che insanguinò il paese, sotto un’occupazione militare e ci vollero due anni anche di lotte partigiane ed operaie per riportare libertà e indipendenza nel nostro paese. Da quel giorno è cambiato tutto, caro Grillo, non niente! Qualcuno glielo avrebbe dovuto dire.
Ma quello che mi ha fatto sussultare è la reazione entusiasticamente convinta della platea, circa 50mila persone esplose in grida di consenso e approvazione.

Per restare al contenuto: l’idea che persone condannate, per i reati più vari, vengano accomunate nella categoria di persone prive del diritto di sedere in Parlamento, mi trova assolutamente contraria. All’interno di quell’elenco per esempio c’è Lino Jannuzzi, vecchio giornalista che nella sua vita professionale, per aver scritto sui servizi segreti cose gravi e dimostrate, ma anche cose che non in toto ha potuto dimostrare, perché costituivano la sua opinione in merito ai servizi segreti stessi, è stato condannato. Questo è un reato di opinione e che si vada in galera prima e si perdano i diritti civili poi, per un reato di opinione mi è intollerabile.
Qualcuno sempre avrebbe dovuto dire a Grillo che la sua ffermazione dal palco, che Previti ha pagato per aver corrotto un giudice(parte dimostrabile) per fare un favore al “nano bavoso, che invece è ancora là”, (parte che non riuscirebbe a dimostrare), lo potrebbe in caso di processo mettere nella stessa identica situazione di Jannuzzi. Condannato per un reato di opinione e non elegibile.
Come ogni altra generalizzazione, questa dell’elenco è cieca, sciocca e pericolosa.
E qui passo alla forma. Ho trovato bruttissima la gogna sul grande schermo, la lettura di quell’elenco di nomi (per nessuno dei quali provavo particolare simpatia, anzi) gridato dal palco, accompagnato da un commento irridente, mentre sullo schermo passava la relativa foto e Grillo e la folla al seguito gli lanciava il vaffanculo.
Torno al contenuto. La proposta di legge di iniziativa popolare. Sul punto dei due mandati mi trovo in disaccordo. Anche qui è la generalizzazione che è pericolosa. Ci possono essere parlamentari che sarebbe bene tenerci nel nostro Parlamento finché ce la fanno. Di questo tipo ne abbiamo avuti talmente tanti nella storia della nostra repubblica.
Qualcuno potrebbe obiettare che quelli di oggi sono diversi. A parte che nel parlamento siedono anche persone serie e preparate ed oneste, magari poche ma ci sono, siamo anche noi che siamo cambiati, in peggio come i nostri parlamentari e noi ce li abbiamo mandati.
Questa mia affermazione viene negata da Grillo perché le liste bloccate hanno impedito a noi cittadini di scegliere all’interno della lista proposta dai partiti.
In molti casi sarebbe bastato votare per un partito diverso o, trovando ripugnanti tutti i candidati, non votare. Ciò non toglie che la modifica di questa parte della legge elettorale è l’unico punto per il quale la raccolta delle firme mi sembra sensata.
Ogni tanto qualche cosa di sensato Grillo l’ha detta, secondo me, cose pratiche (l’importanza dell’open source, la de-privatizzazione dell’acqua,il rispetto delle sentenze della Corte Costituzionale su Rete Quattro).Purtroppo però, quello non era il fulcro del discorso, ma erano cose che venivano dette così, en passant.
Il fulcro era un altro, era il disprezzo e il discredito su tutta la classe politica, indiscriminato e per ciò stesso secondo me preoccupante.
Ad un certo punto i suoi bersagli sono state le vecchie storie sui socialisti di venti anni fa (che coraggio a gridarlo ora!) e se l’è presa con De Michelis perché non è morto al posto di Pavarotti. In questa fase ha fatto un’altra di quelle affermazioni, che costituiscono la sua opinione e che in un tribunale non potrebbe dimostrare, come nessun pm infatti è riuscito a dimostrare e che potrebbero costargli una condanna e l’esclusione dal Parlamento.
Quando ha detto che Amato questo nano faceva il cassiere del partito socialista.
Vorrei chiarire che né Jannuzzi, né Amato, né De Michelis né gli altri vaffanculati godono della mia stima né della mia simpatia.
Un’altra cosa che non mi è piaciuta è stato veder criticare, attaccare e deridere la gente per le sue caratteristiche fisiche, né se si tratta del nano bavoso né se si tratta di prozac prodi né se si tratta di Amato nano. Non mi piace all’interno di un discorso politico, per il resto le trovo frasi perfettamente legittime anche se poco divertenti.
Non mi è piaciuta neanche questa divisione tra i buoni, gli onesti, i puliti, i democratici, raccolti su quella piazza e attorno ai banchetti delle firme e tutti gli altri, corrotti, antidemocratici, parassiti.
Questa è una nuova Woodstock ha gridato, solo che questa volta i drogati ed i figli di puttana sono dall’altra parte. Il che, se ho capito bene, significa che a Woodstock a radunarsi erano drogati e figli di puttana.Anche il modo di dire drogati, non mi è piaciuto. La folla entusiasta ha applaudito e gridato.
E non mi sono piaciute le frasi di autoesaltazione. So che si usano nei comizi per galvanizzare gli animi, ma li trovo un pessimo artificio retorico se nel popolo sulla piazza non c’è una maggioranza di presenti con una stessa identità politica sociale, perché in tal caso ci si galvanizza intorno alla frase più a effetto, non sorretta da una qualche convinzione forte di fondo.
Frasi come dovranno dar conto a noi o anche sono finiti, ormai ci siamo noi mi ha portata a chiedermi: Noi chi? chi sono quei noi? cosa li accomuna? Quale progetto politico, quale idea di società? Senza queste cose, senza almeno una di queste due cose, siamo alla “qualunque” e la qualunque mi inquieta. Gridare noi sulla base solo di un rifiuto dell’esistente, non mi piace affatto.
Ancora una piccola osservazione sui contenuti.
Ad un certo punto ha auspicato la fine dei giornali, gli attuali perché mistificano e mentono, e in generale proprio la stampa, perché “verrà spazzata via dalla rete.”Evidentemente Grillo pensa che nel nostro paese la maggior parte dei cittadini ha dimestichezza con questo mezzo. Lo immagina attaccato in rete tutto e sempre. Ho pensato all’analfabetismo di ritorno nel nostro paese, alla bassa scolarizzazione, all’evasione scolastica, all’impoverimento della cultura di base, al fatto che, rispetto al 1975 il numero di parole che costituiscono il linguaggio di un giovane sono diminuite del 35%. Dov’è questo paese così avanzato che lui descrive e cui si rivolge? Pensa che tutti coloro che non leggono i giornali non li leggano perché si informano in rete? Ma dove vive Grillo? mi sono domandata. A chi parla Grillo?
Ho trovato molto interessante l’articolo di Ilvo Diamanti su La Repubblica. Dalla sua analisi risulta che i seguaci di Grillo sono per lo più persone con studi superiori.
Dei 300.000 firmatari della proposta di legge popolare il 58% sono persone di sinistra e centrosinistra, solo il 30% si dichiara di destra. Di quel 58% una parte consistente, scusate non trovo il dato sul momento, ma lo cercherò, proviene dalla sinistra radicale. E questo mi preoccupa ancora di più. Che Grillo sia riuscito a dirottare verso forme di protesta generica, perché generalizzata persone la cui radicalità è stata volta fin qui in direzione di concretissimi interventi sulla realtà del nostro paese, mi sembra un bruttissimo segno. Uno scadimento.

Per concludere dirò la mia impressione più generale, meno analitica: è stato uno spettacolo orribile. Mi è sembrato di assistere ad un varietà di seconda categoria, con battute di terzo ordine, che avesse come tema centrale la politica, e lo trattasse mettendo insieme tutti i luoghi comuni possibili per accattivarsi il pubblico e strappare l’applauso. Ho avuto netta la sensazione che la realtà venisse tagliata a grosse fette, così come viene viene e come fa più casino. L’oratore era un invasato, un esagitato, colto in un accesso di autoesaltazione, un incrocio tra il Savonarola e il primo Bossi, uno che allisciava il pelo alla gente per portarla ad applaudire e 50.000 applaudivano.
L’invito a strappare la politica dalle mani dei politici di professione e a riprendersela, meritevole di per sé, era di un tipo ingenuo e falso. La politica la facciamo noi sugli autobus, in fila a i senafori, al supermercato.
Io prendo gli autobus e vado al supermercato e la sento la politica che viene fatta in questi posti. Dicono, è vero, le stesse cose che dice Grillo. La delusione, il disgusto e il disprezzo per la classe politica sono diffusi e vengono espressi nelle stesse forme generiche e prive di distinguo che usa Grillo. L’unica differenza tra la linea 85 e il comizio di Beppe Grillo è che sull’autobus nessuno applaude.
Grillo ha captato l’umore diffuso di delusione e condanna verso la classe politica e lo ha trasformato in spettacolo e gogna. Questo mi preoccupa.
Intercettare umori anche violenti della cittadinanza va bene, ma vanno riportati a ragionamento e discorso, altrimenti sono gli umori che guidano la politica o chi li sa usare. E invece di avere politici migliori che portano verso soluzioni accettabili e condivise le istanze politiche, avremo umori che ci guideranno. Verso cosa?
Tutto questo che dico non è in alcun modo la difesa di nessun uomo politico. Sono delusa e arrabbiata anche io. Non sopporto la autoreferenzialità di gran parte dei nostri politici, il loro occuparsi essenzialmente dei loro giochi di potere, la mancanza di sobrietà e buon gusto, la loro presenza ossessiva e nulladicente sui nostri teleschermi e potrei continuare....Ma non farò di tutt’erba un fascio, perché il risultato può essere che si faccia davvero un fascio.
Gaber cantava che la libertà è partecipazione. Mi è sempre piaciuto molto questo verso. Mi domando oggi: partecipazione a che?