domenica 4 giugno 2017
L'help botanico ha avuto risposta!
Grazie all'Anonima/Anonimo che mi ha detto il nome della pianta misteriosa che tanti ricordi preziosi suscita in me!
Mi dispiace che il suo prezioso commento fosse finito tra gli spam cosicché l'ho visto solo oggi, dopo tanto tempo.
Eccola qui la INULA VISCOSA che tanto mi ha fatto penare. https://it.wikipedia.org/wiki/Inula_viscosa
venerdì 13 gennaio 2017
ma non è una recensione
Da molto tempo non scrivo. Stanchezza. Solitudine che sta bene sola.
Varie ed eventuali.
Ma la poesia è sempre stata un medicamento per me e oggi mi
spinge a scrivere qui.
Aspettavo da tanto l'ultimo lavoro poetico di Claudio Damiani, poeta che io scoprii nel settembre del 2010, e la cui poesia diventò un rifugio
particolarmente consonante con il mio modo di sentire.
Diventò anche consolazione, benché io sappia che non sta bene dirlo e che molti critici superciliosi
mi farebbero notare che non è questo lo scopo della poesia. Non me ne importa.
Di Claudio Damiani vi ho già parlato.
Quest'ultima opera si chiama Cieli celesti e se dovessi dire, in
breve semplicità, che libro è, direi che è un'offerta. È
l'universo intero che il poeta ci offre, e ci dà il passo per percorrerne i segni—piccoli, grandi, minimi—e ci offre il suo sguardo per guardarlo insieme a lui. Lui
cammina, noi camminamo con lui. Lui guarda, noi guardiamo con lui. Lui
s'interroga, noi c'interroghiamo con lui. Lui si risponde–con molti forse–noi assaggiamo
le sue risposte.
C'è il finito e l'infinito in questa poesia e una religiosità senza definizione e senza i
confini di una religione.
La religiosità del
mistero, quella di Einstein, anch'essa poetica a suo modo.
Non so dire molto, né
so dire bene.
Ma a quelli di voi che amano la poesia e anche a quelli che
credono di non amarla, sento il bisogno di dire: leggete queste poesie, perché dentro ci sono le stelle e i
sassi, gli asteroidi, le pecore, la tramontana, e un letto, e il biancospino e
una biciclettina. E niente è "poeticizzato", ma tutto è semplice e
piano. Non ci siano equivoci, piano non vuol dire superficie, piano vuol dire
profondità.
E ho un altro consiglio per voi.
Scegliete una di queste poesie, imparatela a memoria e un
giorno, su una strada—non
importa se un viottolo di campagna, il marciapiede di una città o lungo il mare—ripetetevela, regolate il vostro passo
sul suo ritmo-è il ritmo di un camminatore, infatti- e lasciate che vi
accompagni e vi faccia bene.
PS non so più scrivere, mi spiace aver fatto torto al poeta.
Speriamo mi perdoni.
Claudio Damiani- Cieli celesti
Fazio editore-2016
(anche in e-book)
lunedì 24 ottobre 2016
La Costituzione in emojitaliano
Il mio progetto è rivolto alle scuole, elementari e medie, nella convinzione che l’uso delle “faccette” ,questo strumento noto e familiare a tutti i ragazzi, possa suscitare in loro interesse, curiosità e partecipazione ed avvicinarli alla Costituzione.
La Costituzione in emojitaliano nasce dalla mia esperienza come traduttrice nell’ambito del progetto Pinocchio in emojitaliano, (http://www.treccani.it/export/sites/default/lingua_italiana/pdf/Chiusaroli_emojitaliano.pdf) traduzione collettiva proposta e curata dalla Professoressa Francesca Chiusaroli –Università di Macerata-Glottologia e Linguistica.
La mia traduzione si muove nell’alveo di emojitaliano ma è personale; si avvale tuttavia della struttura morfo-sintattica costruita e stabilizzata dalla Professoressa Chiusaroli e in parte del lessico già codificato in @emojitalianobot.
La specificità del testo Costituzione ha reso naturalmente necessaria l’elaborazione di un glossario specifico, con l’inserimento di nuove corrispondenze lessicali -parola/emoji-, (con la ricombinazione di segni già esistenti in @emojitalianobot o con una loro risemantizzazione) e, data la sua natura giuridica, con l’utilizzo di una sintassi semplificata.
*parallelamente alla revisione del Pinocchio in emojitaliano anche la Costituzione in emojitaliano è suscettibile di revisione.
Saranno a disposizione di tutti gli interessati:
1-la traduzione con il testo in interlinea
2-la traduzione con i soli emoji
3-il glossario
Contatti:
Twitter @marinapierani La Costituzione in emoji
Twitter @ineziessenziali
giovedì 1 settembre 2016
Quasi un racconto/La villetta
Il Perotti li aveva contati, novecento dieci passi. Quattrocento cinquanta cinque all'andata e altrettanti al ritorno. Buoni passi di uomo di campagna, che quando dice in un'ora vado e torno, allo scoccare dell'ora te lo ritrovi davanti. Saliva alla villetta, le girava intorno, controllava gli scuri, il portoncino, la serranda della rimessa e ripartiva. A primavera tagliava qualche ramo dei lillà che crescevano torno torno, ormai disordinatamente, e se li riportava. Una volta alla settimana per cinquantadue settimane l'anno il Perotti compiva il suo ufficio. Sua moglie scuoteva il capo–Perché non la vende vorrei sapere, che senso ha lasciarla così, abbandonata, la farà mangiare dai topi!– Ma quando arrivavano i trecento euro pattuiti aveva già in testa la loro destinazione. Dopo undici anni esatti di quell'abbandono, un giorno di aprile, al parroco arrivò una telefonata: la signora era morta, sarebbe stata seppellita al paese dopo una breve benedizione. Il corteo funebre arrivò al mattino presto, due auto in tutto, in una il marito con una figura femminile accanto, nell'altra i due figli con le mogli. Quando scesero davanti alla chiesa si capì che la figura femminile era quella di una badante, forse un'infermiera: il vecchio era ridotto male, camminava incerto, ma avanzò senza guardare nessuno, curvo ma caparbio. Il feretro fu benedetto sul sagrato, nella chiesa neanche entrarono, risalirono in macchina e dritti al cimitero.
Neanche un paesano si avventurò ad accodarsi, anche se il sorriso della signora nessuno se l'era dimenticato.
Il corteo non ripassò per il paese, prese una strada secondaria e sparì.
Poi, nel tardo pomeriggio, si vide arrivare un'altra macchina, di un rosso amaranto che tutti ricordavano. Ne scese un uomo, più saldo, più eretto, ma vecchio anch'esso. –È lui!–, la voce passò come una rondine tra la gente.
Al bar chiese un bicchiere di bianco, poi un altro. Gli tremavano le mani, ma poco. Si guardava intorno come se assaporasse qualcosa, intento in un ascolto remoto.
Risalì in macchina e prese la strada per la villetta. Fu mandato a chiamare il Perotti che arrivò in piazza serio e deciso e si avviò per i suoi quattrocento cinquanta cinque passi.
Quando ridiscese–L'ha lasciata a lui! – riferì.
Il vecchio sovrintese ai lavori: volle che venissero iniziati dalla camera, dove da subito si stabilì.
Una volta a settimana tagliava un ramo di lillà e andava al cimitero. La sera scendeva in paese, beveva due bicchieri di vino bianco-mai uno di più– e ascoltava, ascoltava chissà cosa. Qualche volta sembrava che stesse per piangere. –I vecchi hanno la lacrima facile– dicevano gli uomini al biliardo, ammiccando. Le donne del paese invece, che dell'amore sapevano tutto, ogni tanto si mettevano in ascolto anche loro di qualcosa di remoto, come il vecchio amante, mai dimentico, mai dimenticato.
Quasi un racconto/Il rodomonte
In lui c'era la vibrazione di un mondo dolente ma non arrivava agli occhi. Era più lontana e più sepolta. Si intuiva quando lui scuoteva la testa e allora pareva di veder cadere sul tavolo pensieri pesanti e voci scomposte. Beveva vino da un cartone, ma aveva polsi sottili e la loro eleganza si trasferiva al cartone e il vino sembrava di annata buona e nobile casa.
Raccontava storie in cui lui non compariva mai; storie di onde alte come colline, di convolvoli accecanti di blu, di donne con pantaloni in lino bianco e sportive code di cavallo. Non erano storie tristi, nemmeno storie allegre; erano storie, tutto quello che era disposto a dire.
Conosceva una sola lingua fatta di molte lingue: il lessico più pazzesco e variegato che si fosse mai sentito.
–Non fare rodomontate– disse un giorno a un bambino che ne sfidava un altro con i pugni stretti "Provaci, dai provaci!".
Subito dopo si alzò di scatto, facendo schizzare il vino dal cartone, e affondando con i piedi sulla sabbia risalì la duna. Lei lo rincorse per un po' ma camminare sulla sabbia era faticoso, e sapeva che comunque non lo avrebbe mai raggiunto, né sulla duna sterposa né nel passato che teneva per sé. –Auf wiedersehen– diceva all'autista quando scendeva dall'autobus e "meló, meló" mormorava quando incrociava una coppia che si teneva per mano.
Rideva con tutte le rughe che si intersecavano sul viso magro, rideva con stupore e innocenza, con la protervia dell'innocenza.
Tra sé e sé lei lo definiva una conoscenza, ma più volte a settimana passava davanti al chiosco dei giornali sul lungomare col cuore agitatissimo e i polmoni incasinati e anche se si avvicinava lenta, con occhi e passo indagatori, quando se lo trovava davanti aveva sempre l'affanno, come dopo una corsa. Si erano conosciuti lì al chiosco, una mattina che il giornalaio si era allontanato e lui lo sostituiva. Ma da lei non volle i soldi: –I reduci non prendono i soldi da altri reduci– la fulminò. Lei pensò di essere protagonista di una irripetibile avventura e gli offrì in cambio un caffè. Lui chiese un bianco in un bicchiere di plastica –questo ce lo beviamo sul molo–.
Tutto qui, solo una conoscenza che si protrasse. Lei gli raccontava la sua vita, lui le sue storie. Lei si tagliò i capelli e smise i tacchi alti per seguirlo sulla duna; lui un giorno -un solo giorno- le posò un dito sul collo, come se le controllasse il battito, e scandì poche parole in una lingua che lei non riconobbe. Lo pregò, lo supplicò, di tradurre ma lui liquidò la faccenda con un'alzata di spalle e l'accenno di un brindisi col vino cartonato.
"Tutto questo transfert", le disse una mattina –boring, boring, non diventerò mai la tua chioccia–.
Quando la duna andò a fuoco commentò guardandosi i piedi:–doloso o colposo un incendio è sempre un assassino.Lei perse il lavoro; lui ne trovò uno-così disse-e sparì.
Era solo una conoscenza, lei si disse poi, un rodomonte. E pianse.
venerdì 24 giugno 2016
sempre in dialogo
Mi hai lasciato gli articoli
le congiunzioni
qualche avverbio
e tanti imperativi.
Tutti questi imperativi!
Se lo sapevo che partivi
studiavo un'altra lingua solo mia
così non potevi portarmela via.
m.p.
giovedì 23 giugno 2016
addio, Sara
È morta in un incidente Sara Iommi, giovane amica di blog.
Il mio dolore per lei e per la sua povera mamma.
La conoscevate forse come guccia.
Qui potete vedere chi è Sara gucciaguccia.blogspot.com
Il mio dolore per lei e per la sua povera mamma.
La conoscevate forse come guccia.
Qui potete vedere chi è Sara gucciaguccia.blogspot.com
giovedì 19 maggio 2016
Quali pensieri passano?
Qualche volta mi sembra che tutto quello che so della vita coincida con tutto quello che so del dolore.
Quando questa lama mi affetta cervello e cuore interviene una specie di commozione liquida che affoga quel pensiero e insieme lo solleva, come un'onda, una di quelle onde che conosciamo tutti.
Strapazzata da quella commozione non formulo un pensiero, piuttosto sento qualcosa che si esprime attraverso di me, qualcosa che dice che tutto quello che so della vita coincide con tutto quello che so del dolore e dell'amore.
L'amore. Il dolore.
Mi dispiace scrivere qui queste parole, ma io sento —e poi penso— che amore e dolore non siano separabili.
Due lutti hanno segnato la mia vita. Due amori li hanno generati.
Amore e Morte "che per lo mar dell'essere" signoreggiano. Così ha scritto il poeta, il più vicino a me, il più amato, il più letto.
Amore e Morte e il dolore che li lega.
A questo pensavo poco fa.
domenica 24 aprile 2016
Mannaggia a loro
Uccelli e fiori e profumi e luce. Insomma mi urticano un po' perché il mio umore va su e giù e ora se ne sta giù. Ma io sono quella degli esercizi e dei trucchi. E l'esercizio c'è. Ruota intorno a mio nipote. Pensare che può andare al parco e giocare a pallone senza che faccia buio presto —questa piccola cosa— è un ottimo antidoto all'orticaria sentimentale da primavera rifiorente.
Sono astuta, io!
Scrivo cose ridicole, lo so. Sono diventata minimalista. O meno pretenziosa.
Grazie per le vostre presenze.
Non mi vedete ma vi sto abbracciando.
Ah, metto una foto del mio terrazzo.
lunedì 18 aprile 2016
ritorno a casa
Manco da mesi. Eppure questo posto che trascuro da tanto è come una casa-casa mia-e voi siete di casa. Siete la mia famiglia dell'iperuranio.
Qui mi sento tranquilla. E persino protetta. Da così tanto tempo mi sento esposta a tutti i venti, a tutti gli imprevisti, a tutte le evenienze!
La primavera dilata gli spazi, non so se ci avete fatto caso. Il fuori diventa più grande, tutti si spingono più lontano, sono più mobili, più avventurosi.
Per chi si è creato dei confini rassicuranti-pareti, persiane, porte- questi spazi nuovi che gli si aprono davanti costituiscono un'aggressione. Scatta un allarme interno e il primo riflesso è indietreggiare.
Che ci sia un posto in cui scriverlo, un posto dove passeranno -forse domani, forse fra un mese o due o quattro-persone amiche mi fa sentire meglio.
I blog? roba vecchia! dicono tutti. Avranno pure ragione loro, non discuto, ma se siamo disposti a riconoscere il nostro bisogno di comunicare, dobbiamo pure ammettere che la misura giusta, quella capace di accogliere e contenere il nostro bisogno è quella del blog.
Ecco, volevo dire solo queste poche cose.
A dire il vero non so se qualcuno mi leggerà, dopo tanto silenzio. Ma non è importante. Mentre scrivo io comunque vi penso, da qualche parte che non so, a fare cose che non so, ma, sempre, amici.
I miei amici di blog.Unici. Insostituibili.
venerdì 25 dicembre 2015
Amici di blog
Care amiche e amici di blog, anche se ci incontriamo poco, io penso a voi con affetto e voglio farvi i miei auguri. Ringrazio chi ancora passa a trovarmi, malgrado la mia latitanza.
venerdì 16 ottobre 2015
per me, per Angela, per tutti una poesia di Franco Marcoaldi
Forse non dovrei farlo, ma sfido l'ira dell'editore e riporto quasi tutta una poesia della nuova raccolta di Franco Marcoaldi "Il mondo sia lodato" Einaudi 2015 € 11(caro, purtroppo).
dove stanno acquattati i nostri
morti? in quali angusti anfratti
della mente, in quali sconfinati
spazi aperti? in quali tremolanti
porti? Il loro passo è lento e
fiero - atletico amorevole
severo. Non bussano alla porta
delle case, loro, non vanno mai
di fretta. Di rado compaiono
nei sogni, appena un cenno;
buttano l'amo, avanzano un quesito
...e abbandonano la scena. Nostra
e soltanto nostra resta la pena
per quell'incontro troppo fugace.
Perché lo so,
o venerato Mondo,
che senza il conforto
sagace dei miei morti
mai ti potrei lodare.
per quell'illogica bontà stupida
e cieca, istintiva, ricorrente,
che inonda quanto è vivo
- un cervo agonizzante accudito
da un fratello casuale, il ramo
scorticato che un passante
fascia perché aderisca
meglio al tronco.
Sono quelle schegge di umanità
senza ritorno, piccole crepe
nel grande mare dell'indifferenza,
spicciole figure d'immortalità
figlie di debolezza, granelli
di sabbia che si librano
nel vento a inceppare
il meccanismo feroce
e onnipresente del maligno.
A loro, ai morti,chiedo
di offrirmi qualche appiglio.
Lo chiedo a un padre che ho
frainteso, malgrado fossi figlio
suo in tutto: bocca e naso,
sbalzi d'umore, daimon d'amore,
scatti d'ira, frivola leggerezza
e una gravezza incupita e repentina.
Lui conosceva a menadito
insetti e piante e stelle,
l'avessi temuto un po' di meno
e apprezzato un po' di più
oggi dalla gioia non starei
nella mia pelle, perché è proprio
nei prodigi di natura, a me
per buona parte ignoti,
che intravvedo
la possibilità di colmare
i miei più dolorosi vuoti.
Chiedo tardivo aiuto
a un fratello che ho perso
troppo presto e non ho
amato a sufficienza.
Tra noi, la vicinanza dell'infanzia
si era crepata nell'età oscura
dell'adolescenza - e a lungo
un'ideologica arroganza mi impedì
di accogliere la sua fragilità
sfacciata ed esibita, il gusto
teatrale di volersi conquistare
a tutti i costi un'altra vita.
Lo vedo ancora avvolto
nella sua elegantissima
vestaglia, combattere con ironico
eroismo l'ultima, disperatissima
battaglia.
E mi domando:
che ho fatto io delle basse
scatole di legno utilizzate
da mio padre
per infilzare insetti? del coraggio
sfrontato di un fratello,
catodico ecce homo, che difese
innanzi al mondo i malati
come lui considerati alla stregua
di appestati postmoderni,
di paria, di reietti?
Poco, ne ho fatto. E oggi
mi restano solo delle povere
parole per provare a restaurare
affreschi esperienza stinti ormai
per troppa pioggia e troppo sole.
Eppure continuo a cercare
tra i morti e continuo a chiedere
aiuto ai trascorsi maestri di versi,
ideatori di catene di segni
che battono il tempo
trovando nel ritmo quanto
altri non vede - anche questa
è questione di fede - una fede
che fa sue le parole "non so".
(il canto -il numero XI - ricorda, come il poeta ci dice nella postfazione, Vasijli Grossman, Wislawa Szymborska e Giorgio Caproni, perché ai poeti e alla poesia Marcoaldi chiede aiuto).
Ognuno dei dodici canti è bellissimo, io ho scelto questo perché parla del rapporto con i morti, perché anche io chiedo aiuto ai miei morti e perché ho riconosciuto la mia amica Angela nel passante che fascia il ramo scorticato perché aderisca meglio al tronco, Angela, seminatrice di schegge di bontà senza ritorno.
dove stanno acquattati i nostri
morti? in quali angusti anfratti
della mente, in quali sconfinati
spazi aperti? in quali tremolanti
porti? Il loro passo è lento e
fiero - atletico amorevole
severo. Non bussano alla porta
delle case, loro, non vanno mai
di fretta. Di rado compaiono
nei sogni, appena un cenno;
buttano l'amo, avanzano un quesito
...e abbandonano la scena. Nostra
e soltanto nostra resta la pena
per quell'incontro troppo fugace.
Perché lo so,
o venerato Mondo,
che senza il conforto
sagace dei miei morti
mai ti potrei lodare.
per quell'illogica bontà stupida
e cieca, istintiva, ricorrente,
che inonda quanto è vivo
- un cervo agonizzante accudito
da un fratello casuale, il ramo
scorticato che un passante
fascia perché aderisca
meglio al tronco.
Sono quelle schegge di umanità
senza ritorno, piccole crepe
nel grande mare dell'indifferenza,
spicciole figure d'immortalità
figlie di debolezza, granelli
di sabbia che si librano
nel vento a inceppare
il meccanismo feroce
e onnipresente del maligno.
A loro, ai morti,chiedo
di offrirmi qualche appiglio.
Lo chiedo a un padre che ho
frainteso, malgrado fossi figlio
suo in tutto: bocca e naso,
sbalzi d'umore, daimon d'amore,
scatti d'ira, frivola leggerezza
e una gravezza incupita e repentina.
Lui conosceva a menadito
insetti e piante e stelle,
l'avessi temuto un po' di meno
e apprezzato un po' di più
oggi dalla gioia non starei
nella mia pelle, perché è proprio
nei prodigi di natura, a me
per buona parte ignoti,
che intravvedo
la possibilità di colmare
i miei più dolorosi vuoti.
Chiedo tardivo aiuto
a un fratello che ho perso
troppo presto e non ho
amato a sufficienza.
Tra noi, la vicinanza dell'infanzia
si era crepata nell'età oscura
dell'adolescenza - e a lungo
un'ideologica arroganza mi impedì
di accogliere la sua fragilità
sfacciata ed esibita, il gusto
teatrale di volersi conquistare
a tutti i costi un'altra vita.
Lo vedo ancora avvolto
nella sua elegantissima
vestaglia, combattere con ironico
eroismo l'ultima, disperatissima
battaglia.
E mi domando:
che ho fatto io delle basse
scatole di legno utilizzate
da mio padre
per infilzare insetti? del coraggio
sfrontato di un fratello,
catodico ecce homo, che difese
innanzi al mondo i malati
come lui considerati alla stregua
di appestati postmoderni,
di paria, di reietti?
Poco, ne ho fatto. E oggi
mi restano solo delle povere
parole per provare a restaurare
affreschi esperienza stinti ormai
per troppa pioggia e troppo sole.
Eppure continuo a cercare
tra i morti e continuo a chiedere
aiuto ai trascorsi maestri di versi,
ideatori di catene di segni
che battono il tempo
trovando nel ritmo quanto
altri non vede - anche questa
è questione di fede - una fede
che fa sue le parole "non so".
(il canto -il numero XI - ricorda, come il poeta ci dice nella postfazione, Vasijli Grossman, Wislawa Szymborska e Giorgio Caproni, perché ai poeti e alla poesia Marcoaldi chiede aiuto).
Ognuno dei dodici canti è bellissimo, io ho scelto questo perché parla del rapporto con i morti, perché anche io chiedo aiuto ai miei morti e perché ho riconosciuto la mia amica Angela nel passante che fascia il ramo scorticato perché aderisca meglio al tronco, Angela, seminatrice di schegge di bontà senza ritorno.
giovedì 17 settembre 2015
un libro da amare: L'inondazione di Adriàn Bravi
Con una sconfinata
inondazione il fiume che dà nome al paese di Rio Sauce lo invade e sommerge, e
lo trasforma in una distesa d'acqua da cui emergono solo i tetti delle case.
Gli abitanti raccolgono quello che possono e abbandonano il paese. Solo Ilario Morales,
un settantenne smilzo, che vive da solo dopo la morte della moglie, si rifiuta
di partire e si ritira a vivere nella soffitta della sua casa inondata portando
con sé poche cose e abbandonando al fiume quello che il fiume è venuto a
prendersi. "Così come è venuta, tutta quell'acqua se ne andrà", dice
Morales, e si dispone all'attesa.
Inizia così una
quotidianeità molto concreta e insieme fiabesca: con una piccola barca a
remi Morales si dà all'esplorazione di quel nuovo paesaggio acquatico e
insieme alla rievocazione del passato che vi è rimasto intrappolato
sotto.
Il ritmo con cui Morales
rema, lasciandosi ora scivolare ora dondolare sull'acqua, è anche il ritmo con
cui la scrittura procede. Senza strappi, senza eccessi: Adriàn Bravi racconta
in un modo tranquillo, paziente, mi viene da dire liquido, con una lingua
esatta e insieme musicale.
Ma il ritmo di Morales
-quel remare sulla superficie acquatica mentre il pensiero penetra nella
profondità che vi si nasconde - è contagioso anche per noi che leggiamo.
Sulla sua barca lui dondola su quella linea invisibile e fluttuante che separa
il tempo passato, il tempo dei ricordi, e il presente ormai misterioso in
una doppia indagine affettuosa, e noi stessi rispondiamo a quel doppio
movimento con il nostro personale ricordare mentre cerchiamo di comprendere la
realtà del nostro nuovo presente. Forse questo mi accade perché Morales ed io
siamo coetanei? Io sento che Morales è mio amico: nella fedeltà al luogo dove
si sono formati i nostri ricordi, nell'accettazione dell'onda del tempo che
copre la nostra vita già vissuta, nel coraggio di vivere la solitudine senza
rimostranze, nell'assunzione del ruolo naturale di custode della storia anche
di chi è pronto a dimenticare.
Morales non è rancoroso né
rassegnato: il fiume che invade si accetta, perché il fiume fa il suo mestiere
- e Morales lo accetta - ma è pronto anche a farsi attivo custode e
difensore della storia sua e del suo paese contro un vociferato progetto
speculativo. La comparsa di questa parola che mette in moto l'azione basti a
farci capire che non ci muoviamo solo nel favoloso ma anche nella realtà e
questo è un altro motivo del fascino di questo libro. Vi compaiono storie e
figure ormai divenute leggendarie ma anche personaggi realissimi e attuali. E
un'ironia sottile e cordiale percorre il racconto di vivaci avventure e
imprese. Che cosa manca a questo libro? Niente. Neanche un capovolgimento
finale che per un momento ci sconcerta ma che presto comprendiamo come naturale
conclusione della storia.
Morales ed io siamo
coetanei, come ho detto, ma questo non fa del libro un libro per anziani. È
invece un libro per tutti -io l'ho appena accennato a mio nipote dodicenne e
lui vuole leggerlo perché vi ha intuito subito un elemento di favola mistero e avventura.
La storia che viene
raccontata nel libro prende il via da un fatto vero che Adriàn Bravi non ha
vissuto ma che gli è stato raccontata e mi chiedo se non faccia parte di quelle
memorie del passao di Rio Sauce custodite proprio da Morales.
Adriàn Bravi L'inondazione
Edizioni Nottetempo 2015
mercoledì 5 agosto 2015
Poeti che hanno vinto il Premio Pulitzer/3
#PoetiPulitzer Elizabeth Bishop 1956 Pensa al temporale che nel cielo vaga inquieto come un cane in cerca di un posto per dormire
Elizabeth Bishop 1956 Come le traversine sotto il treno, sotto la mente in fuga ricorrono i sogni.
Poeti che hanno vinto il Premio Pulitzer/2
#PoetiPulitzer W.H.Auden 1948
Fra tutti i mammiferi
soltanto l'uomo ha orecchie
che non tradiscono emozione alcuna.
#PoetiPulitzer W.H.Auden -1948 Se davvero si sentono fratelli gli uomini non cantano all'unisono ma in armonia.
#PoetiPulitzer W.H.Auden -1948 Se davvero si sentono fratelli gli uomini non cantano all'unisono ma in armonia.
Poeti che hanno vinto il premio Pulitzer/1
Poeti che hanno vinto il Premio Pulitzer/1
#PoetiPulitzer Carl Sandburg 1951
Io sono l'erba
domenica 28 giugno 2015
leggera come la pioggia
La pioggia,
perché è nemico comune?
Ma la pioggia non è mio nemico personale.
Ha una voce che è mia
entra in gola esce di gola.
La pioggia significa
anche d'estate
e le significo io
-non mi sceglie come non sceglie nessuno-
ma mi ama il capo dove lo bagna.
Dovrei pesare meno
-essendo leggera come una pioggia-
e mi raccoglierebbe in su
mi porterebbe via.
m.p.
domandare è lecito
Qualcosa dimentico qualcosa ricordo
qualcosa nascondo
molto.
Domandare no, non domando
né tutto né qualcosa.
Non so, questo lo so, e sta bene
è cosa terrena
placida piana pacifica
Domandare sarebbe lecito ma non c'è
nessuno
nell'orbita buia
così cortese da rispondere.
m.p.
sabato 6 giugno 2015
Erotismo non è porcheria (in attesa di un progetto di @TwitSophia)
"Nessuna opera d'arte erotica è una porcheria, quand'è artisticamente rilevante,diventa una porcheria solo tramite l'osservatore, se costui è un porco" Egon Schiele 1986
Dal piccolo libro di Renato Guttuso
Cartoline- Diario per immagini
Edito da Rosellina Archinto
Il libro raccoglie delle cartoline dipinte di Guttuso che raccontano la sua passione erotica e che egli difende da ogni accusa dichiarando che "per me queste cartoline sono un prodotto artistico" e che accompagna con piccole didascalie.
L'incontro
Il piacere
Nell'isola natia, infine
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