-Vincenzooo?
-Diteee.
-Questa sera veniamo a cenaaa”-
-Quanti sieteee?-
-Quattrooo-
-Va bbè -
Così si prenotava un tavolo alla trattoria di Vincenzo, a vista: sporgendosi dalla terrazza e gridando nel vento profumato.
Le nostre voci volavano sopra le ginestre e i fichi d’India, sorvolavano i mirti cespugliosi e colmavano la piccola valle che ci divideva. La loro eco sfumava verso il mare assolutamente blu, il blu senza tentennamenti o indecisioni di un mare molto profondo. La mia casa lo sovrastava, spencolata sul vuoto arioso. Proprio sotto di me le rocce di una spiaggetta stretta e sassosa, cui si arrivava scendendo attraverso grotte e camminamenti aperti nella montagna forse un millennio prima.
La trattoria di Vincenzo sporgeva altrettanto dallo sperone successivo e nella valletta che ci divideva, delimitata da un muretto a secco e segnalata da due alti gelsi, c’era la sua vite stentata. Il vino che Vincenzo ci serviva a tavola veniva da quella sua “pezza”. Era un po’ torbido, leggermente aspro, ma aveva un sentore talmente ricco e talmente personale che da solo diceva: Ventotene.
Sotto la nostra stanza da letto c’era una stalla. La sera vi si ritiravano due mucche indolenti, di cui una gravida, e un giovane somaro. Una notte un improvviso trambusto ci avvisò che la mucca stava partorendo. Così in quella notte di luglio del 1974 mi trovai ad assistere ad un parto che ci tenne in ansia e col fiato sospeso fin quasi all’alba. Terminò come terminano scene analoghe nei film: la mucca madre lecca affettuosamente il vitello che prende il suo primo latte, mentre la macchina da presa si allontana discretamente.
Ma la stalla aveva un odore forte, un umore sanguigno macchiava la paglia, la mucca ancora si lamentava piano e il contadino e sua moglie, che ci avevano affittata la casa per l’estate, pretesero che ci unissimo a loro in un brindisi a base di liquore Strega alle cinque del mattino! Sono i piccoli particolari che distinguono la vita da tutte le sue rappresentazioni. Qualunque regista avrebbe utilizzato un bel fiasco di vino e invece no, la realtà disse: liquore Strega!
Nei giorni successivi la signora fece un dolce incredibile, una specie di biancomangiare, una crema tremante e delicata di cui le chiesi la ricetta. Me la dettò generosamente, ma da subito si rivelò impraticabile. La prima voce prevedeva il “caglio del primo latte di una mucca appena sgravata”.
Ci sono posti che ci hanno regalato così tanto, da diventare una delle nostre patrie.
Ventotene è una delle mie patrie.
lunedì 30 giugno 2008
domenica 29 giugno 2008
sono due donne
da: Non ho peccato abbastanza
Antologia di poetesse arabe contemporanee
Piccola Biblioteca Mondadori - 2007
Questa raccolta è molto interessante. Pur nella sua incompletezza -dovuta alla difficoltà di raccogliere tutte le voci poetiche femminili di paesi dove le voci femminili tout court sono poco ascoltate- offre il senso di una poesia femminile che tocca temi da sempre cari alle donne: la libertà, l'amore, la solitudine, l'incomprensione.
Ma vi ho trovato anche un rapporto costante, intimo, con la divinità. Ad esempi di questo tipo di poesia dedicherò un post a parte.
Per oggi ho scelto due poetesse: Joumana Haddad e Maram Al-Masri

Joumana Haddad
(Libano)
SONO UNA DONNA
Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.
Hanno costruito per me una gabbiaaffinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.
Maram Al-Masri
(Siria)
CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE
I
Sono ladra dei dolci
esposti nel tuo negozio
le mie dita sono appiccicaticce
e non sono riuscita
a metterne uno solo
in bocca.
2
Che follia!
Il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre la porta.
3
Il desiderio divampa in me
i miei occhi scintillano
infilo le buone maniere nel cassetto più vicino
divento Satana
bendando gli occhi ai miei angeli
solo per un bacio.
20
Lo so
che non avrei dovuto
lasciare
che mi scoprisse i seni.
Volevo
solo
che vedesse
che sono una donna.
Lo so
che non avrei dovuto
lasciare che si spogliasse.
Voleva
che vedessi
che era un uomo.
Solo questo.
45
Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.
Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.
98
Sei molto diverso dagli altri.
Il tuo segno distintivo:
il mio bacio
sulla tua bocca.
102
Io e la mia felicità
aspetiamo
le vibrazioni dei tuoi passi.
Antologia di poetesse arabe contemporanee
Piccola Biblioteca Mondadori - 2007
Questa raccolta è molto interessante. Pur nella sua incompletezza -dovuta alla difficoltà di raccogliere tutte le voci poetiche femminili di paesi dove le voci femminili tout court sono poco ascoltate- offre il senso di una poesia femminile che tocca temi da sempre cari alle donne: la libertà, l'amore, la solitudine, l'incomprensione.
Ma vi ho trovato anche un rapporto costante, intimo, con la divinità. Ad esempi di questo tipo di poesia dedicherò un post a parte.
Per oggi ho scelto due poetesse: Joumana Haddad e Maram Al-Masri

Joumana Haddad
(Libano)
SONO UNA DONNA
Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.
Hanno costruito per me una gabbiaaffinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.
Maram Al-Masri

(Siria)
CILIEGIA ROSSA SU PIASTRELLE BIANCHE
I
Sono ladra dei dolci
esposti nel tuo negozio
le mie dita sono appiccicaticce
e non sono riuscita
a metterne uno solo
in bocca.
2
Che follia!
Il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre la porta.
3
Il desiderio divampa in me
i miei occhi scintillano
infilo le buone maniere nel cassetto più vicino
divento Satana
bendando gli occhi ai miei angeli
solo per un bacio.
20
Lo so
che non avrei dovuto
lasciare
che mi scoprisse i seni.
Volevo
solo
che vedesse
che sono una donna.
Lo so
che non avrei dovuto
lasciare che si spogliasse.
Voleva
che vedessi
che era un uomo.
Solo questo.
45
Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.
Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.
98
Sei molto diverso dagli altri.
Il tuo segno distintivo:
il mio bacio
sulla tua bocca.
102
Io e la mia felicità
aspetiamo
le vibrazioni dei tuoi passi.
sabato 28 giugno 2008
dono musicale
A queitempi non sapevo postare un video. Avrei tanto voluto farvi sentire questo brano di Luigi Mariano.
Ma ora posso. Eccolo.
Ma ora posso. Eccolo.
non scherziamo con il tempo
Mirari soleo cum video aliquos tempus petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur quasi nihil datur. Re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos, quia res incorporalis est, quia sub oculos non venit ideoque vilissima aestimatur, imno paene nullum eius pretium est.L. A. Seneca: De brevitate vitae 8-1
Mi meraviglio sempre quando vedo alcuni chiedere ad altri il loro tempo, e quelli sono più che disposti a concederlo.
Nessuno dei due guarda al tempo in sé, ma solo al motivo per cui è stato richiesto: lo si chiede come fosse nulla e come nulla fosse lo si concede. Si scherza con la cosa più preziosa di tutte senza accorgersene, perché è immateriale e non cade sotto gli occhi; perciò se ne fa pochissimo conto, anzi non gli si dà alcun valore.
venerdì 27 giugno 2008
figlia di mezzo/tredici/il velo islamico
Quando il gioco del calcio o forse essere un maschio la stancò, la figlia di mezzo si guardò intorno per imparare qualcosa di nuovo. Pensò che amare ed essere amata fosse una buona cosa da imparare. Si applicò quindi per ricevere amore come sempre si applicava ad ogni compito.Ma come tutti sanno o dovrebbero sapere, l’amore è donato gratis, e la figlia di mezzo comprese presto che non poteva guadagnarselo come si era guadagnata rispetto e considerazione nel mondo dei suoi compagni di gioco. Inoltre se delle regole c’erano per giocare a quel gioco la figlia di mezzo non le conosceva. Fare un deciso passo indietro le parve allora l’unico modo dignitoso di riconoscere la sua inadeguatezza e lasciò così passare la sua pre-adolescenza.
Camuffò il suo giovane corpo come già aveva fatto con il suo giovane spirito, sperando che la maschera di indifferenza che prese ad indossare potesse un giorno diventare il suo vero volto. Quanto a questo, desiderando solo celarlo, indossò per un anno almeno un fazzoletto di seta lasciato scendere verso la fronte, da cui rifiutava di separarsi persino nell’aula scolastica.
Non volendo più essere maschio ma non riuscendo a farsi riconoscere come femmina, la figlia di mezzo vagolò in un limbo insieme insipido e urticante per un periodo di tempo in cui si costruì in forma definitiva la sua convinzione di essere brutta.
giovedì 26 giugno 2008
fratelli
Ho appena ricevuto questa SPLENDIDA notizia di Agenzia:

Spagna, pronta una legge per garantire i diritti umani alle scimmie
Madrid, 26 giu. - (Adnkronos) - La Spagna di Josè Luis Rodriguez Zapatero si appresta a garantire i diritti umani anche alle scimmie. Sta infatti per approdare in Parlamento un progetto di legge che, se approvato, proteggerà il diritto alla vita e alla libertà dei primati, rendendo illegale il loro utilizzo negli esperimenti animali, nei circhi, in televisione e nei film.
Il provvedimento, che non ha eguali nel mondo, potrebbe sembrare paradossale ad alcuni, in testa i gruppi animalisti, che non hanno mai risparmiato critiche e accuse alla Spagna, patria della corrida.
Il provvedimento sui diritti umani delle scimmie è già passato alla commissione Ambiente del Parlamento, che ha dato il via libera alle risoluzioni per aderire al 'Great Apes Project', iniziativa internazionale lanciata da scienziati e filosofi allo scopo di garantire ai primati gli stessi diritti degli uomini.
"Questa è una giornata storica nella battaglia per i diritti degli animali e in difesa dei nostri compagni di evoluzione - ha commentato Pedro Pozas, direttore del Progetto - che senza dubbio resterà scritta nella storia dell'umanità".
Spagna, pronta una legge per garantire i diritti umani alle scimmie
Madrid, 26 giu. - (Adnkronos) - La Spagna di Josè Luis Rodriguez Zapatero si appresta a garantire i diritti umani anche alle scimmie. Sta infatti per approdare in Parlamento un progetto di legge che, se approvato, proteggerà il diritto alla vita e alla libertà dei primati, rendendo illegale il loro utilizzo negli esperimenti animali, nei circhi, in televisione e nei film.
Il provvedimento, che non ha eguali nel mondo, potrebbe sembrare paradossale ad alcuni, in testa i gruppi animalisti, che non hanno mai risparmiato critiche e accuse alla Spagna, patria della corrida.
Il provvedimento sui diritti umani delle scimmie è già passato alla commissione Ambiente del Parlamento, che ha dato il via libera alle risoluzioni per aderire al 'Great Apes Project', iniziativa internazionale lanciata da scienziati e filosofi allo scopo di garantire ai primati gli stessi diritti degli uomini.
"Questa è una giornata storica nella battaglia per i diritti degli animali e in difesa dei nostri compagni di evoluzione - ha commentato Pedro Pozas, direttore del Progetto - che senza dubbio resterà scritta nella storia dell'umanità".
segnalazione/offerta lavoro
SCRIVE BLONDE
cercano un addetto stampa e comunicazione in una associazione non profit tra le più serie.
nella mia instancabile attività di recruitement di giovani bravi ma disoccupati, mi permetto di approfittare del tuo blog, marina, so che ne sarai felice.
per chi fosse interessato, do info (e faccio però anche un primo screaning dei cv, scusate ma mi spendo solo per i meritevoli :-), all'indirizzo oracolo.dodona@gmail.com
l'associazione chiude le selezioni il 31 luglio.
cercano un addetto stampa e comunicazione in una associazione non profit tra le più serie.
nella mia instancabile attività di recruitement di giovani bravi ma disoccupati, mi permetto di approfittare del tuo blog, marina, so che ne sarai felice.
per chi fosse interessato, do info (e faccio però anche un primo screaning dei cv, scusate ma mi spendo solo per i meritevoli :-), all'indirizzo oracolo.dodona@gmail.com
l'associazione chiude le selezioni il 31 luglio.
cornelia al citofono
Cammino sulla stradina che porta al Colosseo, verso la fermata del piccolo bus elettrico. Qualche passo davanti a me un portoncino si apre e ne esce un centurione, fatto e calzato. Ha la faccia aggrondata di tutti quelli che vanno malvolentieri al lavoro, legionari o no. Sarà sulla cinquantina, anche qualche cosa in più, capelli radi e grigi, faccia larga, in ritardo di rasatura.
Indossa la corazza di cuoio con l'aquila imperiale, la corta tunica sulle gambe nude e il mantello rosso e oro. Dal cinturone borchiato il gladio gli batte sul fianco. In mano tiene l'elmo, con un bel cimiero rosso. Ai piedi ha le caligae sopra a un paio di calzini grigi.
S'incammina verso il Colosseo, ma subito il citofono chiama.
-Lucio? Lucio? è una voce femminile esasperata
Il veterano si arresta e si volta -Sì?
-Ricordati di chiamare Marco!
-O.K.
-Ti ricordi?
-Mi ricordo, mi ricordo e riparte.
Ripartiamo insieme.
Marco chi? vorrei chiedergli. Giunio Bruto? Minucio Rufo? O Claudio Marcello?
Lo seguo passo passo. Il suo è indolente e stanco, il piede destro butta un po' in fuori.
Accelero un pochino, perché mi viene una voglia improvvisa di parlargli.
Si scosta per farsi superare, ma io lo affianco. Mi guarda torvo.
Lascio perdere. In fondo è un soldato armato.
Resto indietro di nuovo, a guardarlo andare. È perfettamente a suo agio, come se percorrere la via in quella tenuta fosse non solo una sua abitudine, ma la regola. A suo agio, ma già stanco, alle 9 del mattino.
Con quel passo lì, penso, altro che Impero! Chissà se prima di gettarsi in questa attività -riconosciuta, riconosciutissima, con tanto di albo professionale a livello comunale- si è documentato. Se ha scelto di farsi centurione per indossare il vestito più bello o per ambizione, per avere una centuria al suo comando, almeno idealmente. Prima che il Comune regolamentasse l'attività, scoppiavano risse tra gli aspiranti legionari, il mercato si era inflazionato, la concorrenza era troppa. Si battevano con i gladi? Qualcuno si sarà procurato il giavellotto e avrà minacciato i concorrenti?
E quando tra loro è comparso il primo vestito da Console che avranno provato? Si saranno messi a rapporto? O avranno protestato per la durata della ferma?
Intanto il mio centurione ha tirato fuori un telefonino e parla. Sarà Marco? mi chiedo.
Intravedo l'autobus che arriva e mi affretto. Mentre lo supero lo sento dire, con voce stanca: viecce a trovà, e che te costa? fallo pe' tu madre. Lo sai che sei er gioiello suo!
Indossa la corazza di cuoio con l'aquila imperiale, la corta tunica sulle gambe nude e il mantello rosso e oro. Dal cinturone borchiato il gladio gli batte sul fianco. In mano tiene l'elmo, con un bel cimiero rosso. Ai piedi ha le caligae sopra a un paio di calzini grigi.
S'incammina verso il Colosseo, ma subito il citofono chiama.
-Lucio? Lucio? è una voce femminile esasperata
Il veterano si arresta e si volta -Sì?
-Ricordati di chiamare Marco!
-O.K.
-Ti ricordi?
-Mi ricordo, mi ricordo e riparte.
Ripartiamo insieme.
Marco chi? vorrei chiedergli. Giunio Bruto? Minucio Rufo? O Claudio Marcello?
Lo seguo passo passo. Il suo è indolente e stanco, il piede destro butta un po' in fuori.
Accelero un pochino, perché mi viene una voglia improvvisa di parlargli.
Si scosta per farsi superare, ma io lo affianco. Mi guarda torvo.
Lascio perdere. In fondo è un soldato armato.
Resto indietro di nuovo, a guardarlo andare. È perfettamente a suo agio, come se percorrere la via in quella tenuta fosse non solo una sua abitudine, ma la regola. A suo agio, ma già stanco, alle 9 del mattino.
Con quel passo lì, penso, altro che Impero! Chissà se prima di gettarsi in questa attività -riconosciuta, riconosciutissima, con tanto di albo professionale a livello comunale- si è documentato. Se ha scelto di farsi centurione per indossare il vestito più bello o per ambizione, per avere una centuria al suo comando, almeno idealmente. Prima che il Comune regolamentasse l'attività, scoppiavano risse tra gli aspiranti legionari, il mercato si era inflazionato, la concorrenza era troppa. Si battevano con i gladi? Qualcuno si sarà procurato il giavellotto e avrà minacciato i concorrenti?
E quando tra loro è comparso il primo vestito da Console che avranno provato? Si saranno messi a rapporto? O avranno protestato per la durata della ferma?
Intanto il mio centurione ha tirato fuori un telefonino e parla. Sarà Marco? mi chiedo.
Intravedo l'autobus che arriva e mi affretto. Mentre lo supero lo sento dire, con voce stanca: viecce a trovà, e che te costa? fallo pe' tu madre. Lo sai che sei er gioiello suo!
mercoledì 25 giugno 2008
mini-post musicale/Nina Simone
Scoperta grazie ad Amalteo. Sto ancora studiandola.
Le parole non coincidono sempre, l'improvvisazione è un diritto.
I ain't got no home, ain't got no shoes
Ain't got no money, Ain't got no clothes
Ain't got no perfume, Ain't got no skirts
Ain't got no sweaters, Ain't got no smokes
Ain't got no god.
Ain't got no father, Ain't got no mother
Ain't got no sisters, i've got one brother
Ain't got no land, Ain't got no country
Ain't got no freedom, Ain't got no god,
Ain't got no mind,
Ain't got no earth, Ain't got no students
Ain't got no father, Ain't got no mother
Ain't got no sweets, Ain't got no ticket
Ain't got no token, Ain't got no mind
Ain't got no land.
But there is something i've got,
there is something i've got,
there is something i've got,
nobody can take it away...
Got my hair on my head
Got my brains, Got my ears
Got my eyes, Got my nose
Got my mouth, I got my smile
I got my tongue, Got my chin
Got my neck, Got my boobies
Got my heart, Got my soul
Got my back, I got my sex
I got my arms, my hands, my fingers,
my legs, my feet, my toes,
and my liver, got my blood..
I got life, i've got life's, i've got headaches,
and toothaches and bad times too like you ...
Got my hair on my head
Got my brains, Got my ears
Got my eyes, Got my nose
Got my mouth, I got my smile
I got my tongue, Got my chin
Got my neck, Got my boobies
Got my heart, Got my soul
Got my back, I got my sex
I got my arms, my hands, my fingers,
my legs, my feet, my toes,
and my liver, got my blood..
I got life, and i'm going to keep it
as long as i want it, I got life.....
heart, soul
heart, soul
tre mini-post/due
Amo la materia. L'amo appunto perché è materiale. Si fa toccare. Ha un peso. Ha un corpo. In linea di principio è innocente. Quando la materia cela l’inganno spesso è stato l’uomo a mettercelo.
Vi parlerò dei materiali che amo cominciando con il rame.
Amo il rame. Secondo me i gioielli di rame sono i più belli in assoluto. Non voglio darvi l'impressione di essere una francescana che butta l'oro nei cassonetti.
Anche l'oro è bello. E non lo disprezzo. Ma il rame è tutt’altra cosa! Il rame ha un calore che percorre tutte le sue molecole e si trasmette alla pelle e ti riscalda persino la fantasia.
E il suo colore è un tramonto marino, quando il sole è basso basso sull’orizzonte. Nessuna vela è inappropriata contro quel rosso stinto e vibrante.
Io gioco con il rame. Compro i tubi di rame dai fornitori degli idraulici e li taglio per farne perle che poi infilerò in collane. E compro lamine di rame nei grossi sanitari, scegliendoli in antri sulfurei. E poi le batto e le taglio e le sagomo. Spille o ancora collane. O semplice libidine di possesso.
Non sono così pazza da dar via un gioiello d’oro in cambio di uno di rame, questo non lo faccio, no; ma provate a portarmi via un pezzetto di rame e capirete quello che provo per questa materia.
Ho fatto una serie di foglie di rame, un po’ rozze –la mia manualità è penosa e non tiene dietro alla mia voglia di creare- e stanno lì. Me le guardo. Quando la collana prevista sarà terminata finirà al collo di mia figlia. Ahi! Che momento doloroso.Addio mio bel rame!
Vi parlerò dei materiali che amo cominciando con il rame.
Amo il rame. Secondo me i gioielli di rame sono i più belli in assoluto. Non voglio darvi l'impressione di essere una francescana che butta l'oro nei cassonetti.
Anche l'oro è bello. E non lo disprezzo. Ma il rame è tutt’altra cosa! Il rame ha un calore che percorre tutte le sue molecole e si trasmette alla pelle e ti riscalda persino la fantasia.
E il suo colore è un tramonto marino, quando il sole è basso basso sull’orizzonte. Nessuna vela è inappropriata contro quel rosso stinto e vibrante.
Io gioco con il rame. Compro i tubi di rame dai fornitori degli idraulici e li taglio per farne perle che poi infilerò in collane. E compro lamine di rame nei grossi sanitari, scegliendoli in antri sulfurei. E poi le batto e le taglio e le sagomo. Spille o ancora collane. O semplice libidine di possesso.
Non sono così pazza da dar via un gioiello d’oro in cambio di uno di rame, questo non lo faccio, no; ma provate a portarmi via un pezzetto di rame e capirete quello che provo per questa materia.
Ho fatto una serie di foglie di rame, un po’ rozze –la mia manualità è penosa e non tiene dietro alla mia voglia di creare- e stanno lì. Me le guardo. Quando la collana prevista sarà terminata finirà al collo di mia figlia. Ahi! Che momento doloroso.Addio mio bel rame!
tre mini-post/uno
Io rispetto le regole ma ho un debole per le eccezioni.
Cammino nel solco ma sono tentata dallo scarto.
Rispetto la realtà ma mi concedo l’astrazione.
Cammino nel solco ma sono tentata dallo scarto.
Rispetto la realtà ma mi concedo l’astrazione.
martedì 24 giugno 2008
vaneggiamenti/il principio di marinamarinella o dell'entropia
La riflessione sul tempo mi ha sempre portato via molto tempo e, se il tempo che ho speso a riflettere sul tempo, mi venisse restituito sotto forma di ulteriore tempo di vita, avrei davanti a me ancora un bel gruzzolo di tempo da vivere. Che potrei passare a riflettere sul tempo.
Se trovassi il modo di far verificare la pròtasi della condizionale qui sopra formulata (se il tempo che ho speso....mi venisse restituito...) avrei anche trovato la formula della immortalità, il modo di veder ricrescere il proprio tempo, di ricaricarlo, insomma, come una batteria: basterebbe riflettere sul suo trascorrere e incassare indietro il tempo impiegato nella riflessione.
Purtroppo, non solo con i se non si fa la storia, ma neanche la fisica. Peccato!
Mi sarebbe piaciuto lasciare ai posteri un importante principio: il principio di marinamarinella come mi chiama, unico nel creato, il mio amico bip.
Un principio importante come il famoso secondo principio della termodinamica. Quello dell’entropia. Quello che tutti, ma proprio tutti, fanno finta di conoscere.
Con l’entropia mi succede lo stesso fenomeno che mi succede con il concetto di guerra umanitaria: mi faccio spiegare il concetto da mio marito, lo capisco ben bene e immediatamente dopo lo dimentico. Il mio cervello sembra avere una speciale ripugnanza a trattenere il concetto di entropia. Come quello di guerra umanitaria.
Poiché sembra che non si possa parlare praticamente di niente senza citare l’entropia, ho deciso di studiarla come disciplina autonoma. Forse aprirò anche un blog tutto dedicato all’entropia. Ne esiste uno, ho visto, ma ha solo il nome di entropia e una piccola esile defizioncella. In realtà è solo la prova provata che l’entropia va molto, molto di moda, ma è ignota ai più.
Appurato questo ho deciso di infliggervi un trattatello sull’entropia. Voi direte: Perche? Chi te l’ha chiesto?
Così, mi va.
E poi per fare dispetto ad Anna che si lamenta sempre della eccessiva lunghezza dei miei post.
Beccati questo mattone!
Questo è quello che ho capito dell’entropia negli ultimi dieci minuti.
Mi affretto a riferirvelo prima di dimenticarlo di nuovo.
Preparate una tazza di brodo. Non brodo di pollo, che va bene per i malati, ma un bel brodo di manzo, robusto, con tutti gli odori, anche una patata e magari una crosta di parmigiano. Non è essenziale per l’esperimento ma per il sapore sì.
Mettete la tazza di brodo, bello bollente, al pallido sole di una mattinata novembrina. Se aveva una temperatura di 80 °C, si raffredderà fino alla temperatura ambiente, diciamo sui 7°C. Un bel salto, vero? Parte dell’energia termica della tazza di brodo sarà stata ceduta all’ambiente, con un piacevole effetto di odorino di brodo che vaga nell’aria.
Adesso prendete la tazza e portatela in cantina. Avrete una cantina che non aprite da anni, fredda e umida, no? Bene, la tazza di brodo perderà là dentro ancora un po’ di energia termica, arrivando ad una temperatura di circa 5°C. Con santa pazienza tornate in casa e mettete la tazza di brodo nel frigorifero. Qui raggiungerà la temperatura di 3°C. Passatela quindi nel freezer, dove cederà ancora una parte del suo contenuto originale di calore, scendendo ad una temperatura di -11°C. Se avete una sorella in partenza per gli States consegnatele la tazza di brodo (travasatelo prima in un contenitore a chiusura ermetica, dio, vi devo dire proprio tutto!) e ditele di lasciarla una notte nel giardino del suo hotel di Minneapolis, Minnesota. Durante quella notte il brodo di manzo, raggiungerà la temperatura di -30°C. Il che vi porterà a chiedervi che cavolo sia andata a fare vostra sorella nel Minnesota. Ma tralasciate questo aspetto del problema e concentratevi sul prossimo passaggio, piuttosto delicato. Ingiungete a vostra sorella di consegnare il vostro brodo di manzo ad un astronauta in partenza per lo spazio, con la preghiera di lasciarlo a vagare lì, nella notte siderale, nel suo bel contenitore di plastica gialla, in un’orbita che lo porterà a passare sopra le nostre teste per tutta l’eternità. Dopo il brodo primordiale, il brodo eterno. Brodo che lì nello spazio troverà una temperatura vicina allo zero assoluto
(-273,16°C) e a quel punto stop. Infatti alla temperatura dello zero assoluto non sono più possibili diminuzioni di calore. Fate attenzione al fatto che, in tutti questi passaggi, il calore sarà passato sempre dal corpo più caldo al più freddo. Mai nella direzione opposta.
Questo è di fondamentale importanza. Non fatevi ingannare. Quando mettete del ghiaccio nel vostro whisky (vostro perché a me il whisky non piace) voi credete di raffreddare il whisky, invece state riscaldando il ghiaccio. (Ghiaccio bollente non è più un paradosso!).
Ora noi sappiamo (così parlano gli scienziati, si danno del noi), noi sappiamo che se il calore di un corpo ci deve servire per svolgere del lavoro, deve esserci passaggio di calore, se no non se ne fa niente. Se il calore della fiamma non passa alla caffettiera il caffé ve lo potete scordare e così anche gli spaghetti. Sarà perfettamente inutile che gridiate a vostra moglie/marito: “Bolle?”. Se il calore non passa, se la pila vi dimenticate di metterla sul fuoco, gli spaghetti ve li mangiate crudi. Ve li rosicchiate, per la precisione.
E qui siamo arrivati ad un punto di delicatezza estrema. Ripeteremo cioè l'esperimento in un sistema termodinamicamente chiuso. Immaginate-su fate un piccolo sforzo- immaginate una scatola così ermeticamente chiusa, che non permetta il passaggio di calore e neanche di energia, niente di niente, in nessuna delle due direzioni, tra interno ed esterno. Ecco, è questo il sistema termodinamicamente chiuso. Ora per un principio, secondo me intuitivo e che vi prego caldamente di considerare intuitivo anche voi, perché non sarei in grado di dimostrarvelo-principio detto della conservazione dell’energia- l’energia totale all’interno della scatola rimarrà costante. Costi quel che costi. L’energia è fatta così, lei, ha del carattere.
Se nella scatola avremo messo la nostra tazza di brodo di manzo bollente (ormai divenuto un po’ acido) e un posacenere di alabastro (non mi chiedete perché, non ci sono ragioni scientifiche per cui si debba scegliere l’alabastro, mi è venuto e basta. Penso che sia perché ho bisogno di inserire piccoli tocchi di fantasia, quando parlo di scienza, se no mi rompo le palle), il calore passerà dalla tazza bollente al posacenere freddo. Volendo, questo passaggio di calore lo potremo usare per generare elettricità, un pochino almeno, quanto basta per far girare un piccolo carillon. (Ammetterete che sistemi termodinamicamente chiusi così fantasiosi neanche Sir Arthur Stanley Eddington se li sarebbe mai immaginati). Vi dirò chi è costui, perché mi pare di vedere sguardi vacui nei vostri occhi. Dunque Eddington è -nientepopodimenoche- l’astronomo e filosofo e fisico e forse addiritture bell’uomo, che, nel 1928 notò che c’è una sola legge della natura-la seconda legge della termodinamica, appunto-che riconosce una distinzione tra passato e futuro. Ecco, sono stata costretta a scoprire le mie carte. Perché è del TEMPO che voglio arrivare a parlare, del mio odiosamato tempo!
Ma andiamo per gradi.Torniamo alla scatola, al brodo, al posacenere di alabastro e al carillon. Dopo un certo periodo di tempo, man mano che il brodo cede il suo calore al posacenere, i due raggiungeranno la stessa temperatura. Ergo non ci sarà più passaggio di calore, ari-ergo il carillon smetterà di suonare. Non ve ne date pensiero, suonava qualche atroce brano sanremese! La quantità di energia contenuta nella scatola sarà la stessa, ma l’energia stessa sarà diventata inutilizzabile per svolgere qualunque lavoro.
Passiamo adesso dal piccolo al grande, anzi al molto, molto grande. Prendiamo un enorme scatolone e ficchiamoci la Terra con la sua atmosfera, la foresta dell’Amazzonia e le alture del Golan, la via Merulana completa di turisti intruppati, tutti i calzini da uomo del pianeta, la mummia di Similaun e la spiaggia di Copacabana. Va beh, mettiamoci anche tutti ‘sti disgraziati esseri umani che vagano su questa palla rotonda. Leggermente schiacciata ai poli, LO SO! Chiudete lo scatolone. Questo momento della chiusura dello scatolone è terrificante per me, se penso di essere chiusa in uno scatolone con Tremonti mi vien male! Comunque, chiudete. Fatto? Adesso è tutto un passare di calore da qui a lì, da questo a quello, tutto un generarsi di energia. Ma, mi duole dirvelo, davvero, non vorrei...ma la scienza è fatta di questo, verità, esattezza e accettazione: quando l’interno dello scatolone raggiungerà l’equilibrio termico, quando cioè tutta l’energia sarà stata dissipata (è un termine atroce, lo so, ma si dice così), noi smetteremo di ballare il tango, le mucche smetteranno di ruminare, i proiettili sparati in aria dai poliziotti ricadranno provvidenzialmente a terra, e Tremonti, deo gratias, smetterà di parlare. Tutto si quieterà. E quei poveri esseri umani di cui sopra smetteranno di vagare su questa palla rotonda-leggermente schiacciata ai poli, LO SO! -chiusa nel suo scatolone.
Il contenuto di energia dello scatolone stesso sarà rimasto lo stesso, ma sarà energia indisponibile. In altre parole non serve a un c...o.
L’energia termica non più disponibile per svolgere lavoro si chiama entropia
Eccoci giunti! Ce l’ho fatta!
Non avete capito niente? È colpa vostra, io sono stata chiarissima.
Avete capito tutto?
Vi sarei grata se me lo spiegaste. Sto già cominciando a dimenticarlo.
Ah, questo post serve solo di introduzione ad un discorso sul tempo che, prima o poi, vi servirò.
Se trovassi il modo di far verificare la pròtasi della condizionale qui sopra formulata (se il tempo che ho speso....mi venisse restituito...) avrei anche trovato la formula della immortalità, il modo di veder ricrescere il proprio tempo, di ricaricarlo, insomma, come una batteria: basterebbe riflettere sul suo trascorrere e incassare indietro il tempo impiegato nella riflessione.
Purtroppo, non solo con i se non si fa la storia, ma neanche la fisica. Peccato!
Mi sarebbe piaciuto lasciare ai posteri un importante principio: il principio di marinamarinella come mi chiama, unico nel creato, il mio amico bip.
Un principio importante come il famoso secondo principio della termodinamica. Quello dell’entropia. Quello che tutti, ma proprio tutti, fanno finta di conoscere.
Con l’entropia mi succede lo stesso fenomeno che mi succede con il concetto di guerra umanitaria: mi faccio spiegare il concetto da mio marito, lo capisco ben bene e immediatamente dopo lo dimentico. Il mio cervello sembra avere una speciale ripugnanza a trattenere il concetto di entropia. Come quello di guerra umanitaria.
Poiché sembra che non si possa parlare praticamente di niente senza citare l’entropia, ho deciso di studiarla come disciplina autonoma. Forse aprirò anche un blog tutto dedicato all’entropia. Ne esiste uno, ho visto, ma ha solo il nome di entropia e una piccola esile defizioncella. In realtà è solo la prova provata che l’entropia va molto, molto di moda, ma è ignota ai più.
Appurato questo ho deciso di infliggervi un trattatello sull’entropia. Voi direte: Perche? Chi te l’ha chiesto?
Così, mi va.
E poi per fare dispetto ad Anna che si lamenta sempre della eccessiva lunghezza dei miei post.
Beccati questo mattone!
Questo è quello che ho capito dell’entropia negli ultimi dieci minuti.
Mi affretto a riferirvelo prima di dimenticarlo di nuovo.
Preparate una tazza di brodo. Non brodo di pollo, che va bene per i malati, ma un bel brodo di manzo, robusto, con tutti gli odori, anche una patata e magari una crosta di parmigiano. Non è essenziale per l’esperimento ma per il sapore sì.
Mettete la tazza di brodo, bello bollente, al pallido sole di una mattinata novembrina. Se aveva una temperatura di 80 °C, si raffredderà fino alla temperatura ambiente, diciamo sui 7°C. Un bel salto, vero? Parte dell’energia termica della tazza di brodo sarà stata ceduta all’ambiente, con un piacevole effetto di odorino di brodo che vaga nell’aria.
Adesso prendete la tazza e portatela in cantina. Avrete una cantina che non aprite da anni, fredda e umida, no? Bene, la tazza di brodo perderà là dentro ancora un po’ di energia termica, arrivando ad una temperatura di circa 5°C. Con santa pazienza tornate in casa e mettete la tazza di brodo nel frigorifero. Qui raggiungerà la temperatura di 3°C. Passatela quindi nel freezer, dove cederà ancora una parte del suo contenuto originale di calore, scendendo ad una temperatura di -11°C. Se avete una sorella in partenza per gli States consegnatele la tazza di brodo (travasatelo prima in un contenitore a chiusura ermetica, dio, vi devo dire proprio tutto!) e ditele di lasciarla una notte nel giardino del suo hotel di Minneapolis, Minnesota. Durante quella notte il brodo di manzo, raggiungerà la temperatura di -30°C. Il che vi porterà a chiedervi che cavolo sia andata a fare vostra sorella nel Minnesota. Ma tralasciate questo aspetto del problema e concentratevi sul prossimo passaggio, piuttosto delicato. Ingiungete a vostra sorella di consegnare il vostro brodo di manzo ad un astronauta in partenza per lo spazio, con la preghiera di lasciarlo a vagare lì, nella notte siderale, nel suo bel contenitore di plastica gialla, in un’orbita che lo porterà a passare sopra le nostre teste per tutta l’eternità. Dopo il brodo primordiale, il brodo eterno. Brodo che lì nello spazio troverà una temperatura vicina allo zero assoluto
(-273,16°C) e a quel punto stop. Infatti alla temperatura dello zero assoluto non sono più possibili diminuzioni di calore. Fate attenzione al fatto che, in tutti questi passaggi, il calore sarà passato sempre dal corpo più caldo al più freddo. Mai nella direzione opposta.
Questo è di fondamentale importanza. Non fatevi ingannare. Quando mettete del ghiaccio nel vostro whisky (vostro perché a me il whisky non piace) voi credete di raffreddare il whisky, invece state riscaldando il ghiaccio. (Ghiaccio bollente non è più un paradosso!).
Ora noi sappiamo (così parlano gli scienziati, si danno del noi), noi sappiamo che se il calore di un corpo ci deve servire per svolgere del lavoro, deve esserci passaggio di calore, se no non se ne fa niente. Se il calore della fiamma non passa alla caffettiera il caffé ve lo potete scordare e così anche gli spaghetti. Sarà perfettamente inutile che gridiate a vostra moglie/marito: “Bolle?”. Se il calore non passa, se la pila vi dimenticate di metterla sul fuoco, gli spaghetti ve li mangiate crudi. Ve li rosicchiate, per la precisione.
E qui siamo arrivati ad un punto di delicatezza estrema. Ripeteremo cioè l'esperimento in un sistema termodinamicamente chiuso. Immaginate-su fate un piccolo sforzo- immaginate una scatola così ermeticamente chiusa, che non permetta il passaggio di calore e neanche di energia, niente di niente, in nessuna delle due direzioni, tra interno ed esterno. Ecco, è questo il sistema termodinamicamente chiuso. Ora per un principio, secondo me intuitivo e che vi prego caldamente di considerare intuitivo anche voi, perché non sarei in grado di dimostrarvelo-principio detto della conservazione dell’energia- l’energia totale all’interno della scatola rimarrà costante. Costi quel che costi. L’energia è fatta così, lei, ha del carattere.
Se nella scatola avremo messo la nostra tazza di brodo di manzo bollente (ormai divenuto un po’ acido) e un posacenere di alabastro (non mi chiedete perché, non ci sono ragioni scientifiche per cui si debba scegliere l’alabastro, mi è venuto e basta. Penso che sia perché ho bisogno di inserire piccoli tocchi di fantasia, quando parlo di scienza, se no mi rompo le palle), il calore passerà dalla tazza bollente al posacenere freddo. Volendo, questo passaggio di calore lo potremo usare per generare elettricità, un pochino almeno, quanto basta per far girare un piccolo carillon. (Ammetterete che sistemi termodinamicamente chiusi così fantasiosi neanche Sir Arthur Stanley Eddington se li sarebbe mai immaginati). Vi dirò chi è costui, perché mi pare di vedere sguardi vacui nei vostri occhi. Dunque Eddington è -nientepopodimenoche- l’astronomo e filosofo e fisico e forse addiritture bell’uomo, che, nel 1928 notò che c’è una sola legge della natura-la seconda legge della termodinamica, appunto-che riconosce una distinzione tra passato e futuro. Ecco, sono stata costretta a scoprire le mie carte. Perché è del TEMPO che voglio arrivare a parlare, del mio odiosamato tempo!
Ma andiamo per gradi.Torniamo alla scatola, al brodo, al posacenere di alabastro e al carillon. Dopo un certo periodo di tempo, man mano che il brodo cede il suo calore al posacenere, i due raggiungeranno la stessa temperatura. Ergo non ci sarà più passaggio di calore, ari-ergo il carillon smetterà di suonare. Non ve ne date pensiero, suonava qualche atroce brano sanremese! La quantità di energia contenuta nella scatola sarà la stessa, ma l’energia stessa sarà diventata inutilizzabile per svolgere qualunque lavoro.
Passiamo adesso dal piccolo al grande, anzi al molto, molto grande. Prendiamo un enorme scatolone e ficchiamoci la Terra con la sua atmosfera, la foresta dell’Amazzonia e le alture del Golan, la via Merulana completa di turisti intruppati, tutti i calzini da uomo del pianeta, la mummia di Similaun e la spiaggia di Copacabana. Va beh, mettiamoci anche tutti ‘sti disgraziati esseri umani che vagano su questa palla rotonda. Leggermente schiacciata ai poli, LO SO! Chiudete lo scatolone. Questo momento della chiusura dello scatolone è terrificante per me, se penso di essere chiusa in uno scatolone con Tremonti mi vien male! Comunque, chiudete. Fatto? Adesso è tutto un passare di calore da qui a lì, da questo a quello, tutto un generarsi di energia. Ma, mi duole dirvelo, davvero, non vorrei...ma la scienza è fatta di questo, verità, esattezza e accettazione: quando l’interno dello scatolone raggiungerà l’equilibrio termico, quando cioè tutta l’energia sarà stata dissipata (è un termine atroce, lo so, ma si dice così), noi smetteremo di ballare il tango, le mucche smetteranno di ruminare, i proiettili sparati in aria dai poliziotti ricadranno provvidenzialmente a terra, e Tremonti, deo gratias, smetterà di parlare. Tutto si quieterà. E quei poveri esseri umani di cui sopra smetteranno di vagare su questa palla rotonda-leggermente schiacciata ai poli, LO SO! -chiusa nel suo scatolone.
Il contenuto di energia dello scatolone stesso sarà rimasto lo stesso, ma sarà energia indisponibile. In altre parole non serve a un c...o.
L’energia termica non più disponibile per svolgere lavoro si chiama entropia
Eccoci giunti! Ce l’ho fatta!
Non avete capito niente? È colpa vostra, io sono stata chiarissima.
Avete capito tutto?
Vi sarei grata se me lo spiegaste. Sto già cominciando a dimenticarlo.
Ah, questo post serve solo di introduzione ad un discorso sul tempo che, prima o poi, vi servirò.
lunedì 23 giugno 2008
grazie
Prima di cambiare idea per pudore, voglio ringraziare tutte/i coloro che hanno apprezzato il mio ultimo post e me lo hanno detto nei loro commenti. Per me significa che quando guardo il mondo intorno a me, non sto guardandolo solo per me. E questo è molto importante.
vi abbraccio, marina
vi abbraccio, marina
mentre
Mentre aspetto l'autobus alla fermata, nel tepore del sole, mi sento impaziente e scontenta. Penso che vorrei trovarmi al mio scrittoio a scrivere. E penso che questo tempo e gran parte di quello che impiegherò nella mattinata, sarà tempo perso, tempo sottratto alla mia voglia di scrivere. Tempo che mi viene rubato. E penso che nella mia vita sono stata terribilmente sfortunata. Dieci anni senza poter scrivere una parola! e tutte le mie vecchie pagine -trentacinque anni di scrittura- buttate via, nell'ora della sfiducia.
Ed ora avere sessanta anni -perché quando mi penso col tempo contato gli anni sono sempre sessanta, numero più crudele e definitivo-avere dunque sessanta anni e così poco tempo davanti e doverne perdere una parte facendo cose di nessun significato per me. Penso questo mentre davanti mi scorre il flusso delle auto e sul marciapiedi opposto un attacchino comunale stende la sua colla sui vecchi manifesti elettorali ed annuncia alla città la nuova battaglia politica: sicurezza! grida il manifesto giallo e nero, sicurezza! E penso che le sicurezze, qualche volta, sono sicurezze amare e di pensiero in pensiero l'autocompatimento filtra dentro di me.
Quando salgo sull'autobus, ormai mi sento assolutamente disperata e penso che la vita è ladra ed io mi sono fatta derubare. L'autobus è pieno ma non affollato. Io resto in piedi con i miei pensieri di rimpianto e sconfitta e ripenso alla mia vita e a tutti quegli anni di ombra, desolazione e paura. Ma mentre andiamo nel traffico sento come un affetto per i miei anni bui e mi rendo conto, ripensandoci, che quegli anni spaventosi non sono stati anni inutili. Che mi hanno portato una maggiore conoscenza di me, e delle persone intorno a me e della vita. Che mi hanno insegnato a leggere dentro cose che prima erano mute e penso che senza quegli anni tutto di me sarebbe diverso.
Non è stato tempo inutile. In quegli anni ho imparato ad accettare la mia persona, a considerarla, nonostante tutti i suoi limiti, degna di attenzione e di affetto. E ho imparato che la vita è una grande opportunità e che ogni momento va percepito come momento della propria vita e dunque gli va conferito e riconosciuto valore.
Penso questo guardando passare fuori del finestrino i monumenti solenni del Foro, rosati dalla luce del mattino e i turisti in gruppi disordinati che fanno la fila davanti all'ingresso. Tutta quella animazione sembra senza scopo, ma non lo è. Sono certa che per nessuno di loro questo viaggio a Roma è senza scopo. O senza senso. Se non ne ha oggi, lo avrà poi, penso.
E così la disperazione se ne va e capisco anche quanto sia sciocco pensare in termini di fortuna o sfortuna. E dentro di me sorrido dei miei momenti di desolazione. E penso che questo tempo, queste sette fermate su un autobus pieno ma non affollato, non è tempo perduto. E' ancora tempo della mia vita perché io l'ho vissuto osservando scorrere i cespugli di mirti e il ricambio di passeggeri alle fermate e riflettendo; pensando a me, al mio passato e al mio futuro e mentre l'autobus piano piano si vuota mi sento bene e penso che scriverò al mio ritorno a casa. I pensieri troveranno più tardi le loro parole: sono i miei pensieri, nessuno me li ha portati via. Stanno con me, dentro di me. E penso che anche gli anni in cui non ho scritto -non ho potuto scrivere- hanno avuto il loro scopo; sono serviti perché dentro di me si completasse qualche processo, perché qualche cosa prendesse forma in modo da portarmi a scrivere di nuovo. E rifletto che la sete di scrivere che sento oggi è maturata in quegli anni e che nessun momento della mia vita mi è stato davvero rubato. Perché io ero con me, sempre, e il pensiero su di me e sulla mia vita e sulla gente intorno a me e sul mondo non mi ha mai abbandonata. Stavo lavorando. Nella sofferenza e nella paura, ma stavo lavorando. Vivere è un lavoro che ci occupa molto; richiede molte energie e solo noi sappiamo quante ce ne servano in ogni momento della nostra vita. E solo noi sappiamo dove dobbiamo impiegarle. Nessuno può venirci a dire: devi dedicare le tue energie a questo e lasciar stare quello. No, non funziona così. In quegli anni io ho dovute chiamare a raccolta tutte le mie energie -ed erano riluttanti- e ne ho dovute impiegare molte. Non mi sono potuta concedere riserve: mi servivano tutte per vivere e per interrogarmi sul mio vivere. Beh, il mio corpo -e il suo capitano, il cervello- ha deciso che scrivere poteva attendere, che c'erano cose più importanti di cui occuparsi in quegli anni. No, non più importanti, solo più urgenti. Scrivere era solo rimandato a quando tutto quello che doveva maturare fosse infine maturato.
Poi sono uscita dall'ombra -una parte di me, almeno- e oggi scrivere è la priorità. E' il mio capitano che lo ha deciso e ha segnato la mia direzione: scrivere, scrivere, scrivere.
Quando l'autobus arriva all'ultima fermata a bordo siamo rimasti solo in tre: io, l'autista ed una donna giovane con una maglietta lilla e i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Ha un viso appuntito e mi sorride. Allora la riconosco. È Renate e fa la parrucchiera in un negozio che frequentavo tempo fa. Scambiamo qualche parola. Le chiedo di suo figlio. E' stato promosso in quinta elementare ed è andato in Polonia dai nonni a passare le sue vacanze. Lei lo raggiungerà quando prenderà le sue ferie. Renate è polacca e vive in Italia da sette anni. Quando è venuta a Roma ha cominciato spazzando e lavando il negozio, poi porgeva i bigodini e accarezzava i colli delle clienti dopo il taglio con la spazzoletta morbida cosparsa di borotalco; poi è passata a fare gli shampoo; in seguito ha imparato a dare il colore, ma non era lei a prepararlo. Lei lo stendeva solo, sotto l'occhio supervisore del parrucchiere. Poi piano piano hanno cominciato a farle fare qualche messa in piega. Adesso ha le sue clienti, e fa anche i tagli. Pensando alla sua vita mi rendo conto che c'è stata una progressione. Che ha imparato molte cose ed è andata avanti. Non conosceva che qualche parola di italiano; ora parla spedita la nostra lingua. Suo figlio frequenta con profitto le nostre scuole. In questi anni lei ha pagato la risistemazione della casa dei suoi in un paese della campagna polacca e ha aiutato il marito ad aprire una officina meccanica a Valmontone. Il suo coraggio le ha portato molte cose nuove, ha conosciuto molta fatica ma anche molte soddisfazioni. Penso alla sua vita, a come si è iscritta nelle nostre, a quella di suo figlio che si è intrecciata con quelle dei bambini italiani della sua scuola. Mi rendo conto che ci sono molte cose che possono andare bene e che vanno davvero bene; che ci sono delle possibilità per le nostre vite e che in fondo basterebbe che ognuno facesse una parte di cammino per ritrovarci tutti in una regione più sicura e tranquilla. Quando si allontana penso che mi è piaciuto molto il suo modo di salutarmi; cordiale, tranquillo, senza nessun ossequio verso la "ex cliente", proprio come dovrebbe sempre essere il saluto di una creatura umana ad un'altra creatura umana. Un tempo, quando mi lavava i capelli, le lasciavo una mancia. Mi costava un po' perché è un gesto che non riesco mai a compiere con disinvoltura. Mi sento sempre un po' colpevole. Ma le mance sono una bella parte delle entrate di molti lavoratori e non li priverei mai della mia per risparmiarmi quel piccolo imbarazzo. Adesso, come parrucchiera effettiva, sicuramente non prende più mance. Ma se ripenso al suo sguardo schivo di allora, alla sua evidente paura di sbagliare, e la confronto con il passo sicuro e spedito con cui si allontana verso il suo lavoro, sono contenta che non prenda più mance. Ma sono anche contenta di avergliele date quando le facevano comodo.
Più tardi mentre al banco del salumiere osservo la lama della affettatrice che scivola contro il prosciutto sento avvicinarsi uno zoccolìo sonoro di cavalli. Davanti alla vetrina sfilano due poliziotti a cavallo, nelle loro divise blù. Quando esco mi metto nella loro scia. I cavalli avanzano con passo indolente sul selciato della piccola strada del centro città. In sella un poliziotto ed una poliziotta. Lei l'ho già vista altre volte. È inconfondibile: ha una esuberante capigliatura rossa e riccia, che benché raccolta dietro il collo, schizza tutto intorno alla testa e al berretto come un'aureola fiammeggiante. Io cammino dietro di loro e i posteriori dei cavalli ondeggiano ritmicamente davanti a me. Le code oscillano, rosso-bruna una, nera l'altra. Dai tavolini dei caffè la gente si volge a guardare il loro passaggio e poi torna alle sue tazzine tintinnanti e alle sue chiacchiere svogliate. All'incrocio con un'altra stradina, occupata dal mercato, i due cavalli si arrestano. I poliziotti scambiano qualche parola tra di loro, indecisi sulla direzione. Così li supero e posso guardarli in faccia. E vedo quanto siano diverse le loro facce. Quella dei poliziotti e quella dei cavalli, intendo.
La poliziotta soprattutto, eretta in arcione, nella sua divisa ben accostata al corpo, con le gambe chiuse negli stivali lucidi, ha un'espressione consapevole. Anche se guarda lontano, sa di essere guardata. Sono una poliziotta a cavallo, dice il suo viso. Sto quassù e voi siete laggiù e: guardate come mi tengo diritta e con che mano sicura indirizzo il mio cavallo! I cavalli invece hanno una consapevolezza diversa. Così mi dice il loro sguardo. I loro occhi non dicono: sono un cavallo e porto un poliziotto. I loro occhi passano lenti su di noi e ci vedono anche senza guardarci. Ci vedono per evitarci, per non urtarci e per non essere troppo avvicinati da noi. Ma il loro non guardarci è molto diverso da quello della poliziotta. I cavalli sono consapevoli del selciato e della ampiezza della strada e dei corpi dei passanti ed anche delle loro ombre. Ma non sono interessati all'impressione che suscitano in noi. Sentono i loro muscoli e le redini abbandonate o ritratte un po'; i cavalli sono cavalli e basta e lo sono anche se noi non li guardiamo. Invece dubito che questa bella poliziotta con il suo trionfo di ricci rossi, una volta scesa di cavallo si senta ancora una poliziotta a cavallo. E giunta a sera probabilmente non si sentirà più neanche una poliziotta, ma solo una ragazza con i capelli rossi che torna a casa e affretta il passo. Tutto questo dicono lo sguardo del cavallo e lo sguardo della poliziotta. L'uno non dice, ed è; l'altra dice: io sono questo. Quale dei due è più consapevole? Rifletto su questo pensiero mentre li guardo. Consapevoli di cosa? mi rispondo. Tutto è lì. Del sole, dell'aria impiastricciata di questa città, del banco delle insalate verde primavera, dell'odore di gigli di sant'Antonio immersi nel secchio accanto al fioraio. Sono sicura che il cavallo ha avvertito tutto questo.
E la poliziotta, l'avrà visto?
I poliziotti riprendono il loro cammino, risalgono la strada verso Piazza di Spagna. La cornice sarà degna della loro grazia fiera e loro lo sanno. Ma la bellezza dei cavalli -non vi ho parlato della bellezza dei cavalli! del loro mantello lucido e pettinato, dei brividi che muovono la pelle sui loro fianchi larghi, delle piccole orecchie mobili, dei grandi occhi dolci, della curva del collo con le belle criniere molli e dei petti lustri- la bellezza dei cavalli, porterà qualche cosa di più vivo alla piazza famosa, risponderà ad un'ansia di vita che il cielo azzurro della mattina non basta a contenere.
Ed ora avere sessanta anni -perché quando mi penso col tempo contato gli anni sono sempre sessanta, numero più crudele e definitivo-avere dunque sessanta anni e così poco tempo davanti e doverne perdere una parte facendo cose di nessun significato per me. Penso questo mentre davanti mi scorre il flusso delle auto e sul marciapiedi opposto un attacchino comunale stende la sua colla sui vecchi manifesti elettorali ed annuncia alla città la nuova battaglia politica: sicurezza! grida il manifesto giallo e nero, sicurezza! E penso che le sicurezze, qualche volta, sono sicurezze amare e di pensiero in pensiero l'autocompatimento filtra dentro di me.
Quando salgo sull'autobus, ormai mi sento assolutamente disperata e penso che la vita è ladra ed io mi sono fatta derubare. L'autobus è pieno ma non affollato. Io resto in piedi con i miei pensieri di rimpianto e sconfitta e ripenso alla mia vita e a tutti quegli anni di ombra, desolazione e paura. Ma mentre andiamo nel traffico sento come un affetto per i miei anni bui e mi rendo conto, ripensandoci, che quegli anni spaventosi non sono stati anni inutili. Che mi hanno portato una maggiore conoscenza di me, e delle persone intorno a me e della vita. Che mi hanno insegnato a leggere dentro cose che prima erano mute e penso che senza quegli anni tutto di me sarebbe diverso.
Non è stato tempo inutile. In quegli anni ho imparato ad accettare la mia persona, a considerarla, nonostante tutti i suoi limiti, degna di attenzione e di affetto. E ho imparato che la vita è una grande opportunità e che ogni momento va percepito come momento della propria vita e dunque gli va conferito e riconosciuto valore.
Penso questo guardando passare fuori del finestrino i monumenti solenni del Foro, rosati dalla luce del mattino e i turisti in gruppi disordinati che fanno la fila davanti all'ingresso. Tutta quella animazione sembra senza scopo, ma non lo è. Sono certa che per nessuno di loro questo viaggio a Roma è senza scopo. O senza senso. Se non ne ha oggi, lo avrà poi, penso.
E così la disperazione se ne va e capisco anche quanto sia sciocco pensare in termini di fortuna o sfortuna. E dentro di me sorrido dei miei momenti di desolazione. E penso che questo tempo, queste sette fermate su un autobus pieno ma non affollato, non è tempo perduto. E' ancora tempo della mia vita perché io l'ho vissuto osservando scorrere i cespugli di mirti e il ricambio di passeggeri alle fermate e riflettendo; pensando a me, al mio passato e al mio futuro e mentre l'autobus piano piano si vuota mi sento bene e penso che scriverò al mio ritorno a casa. I pensieri troveranno più tardi le loro parole: sono i miei pensieri, nessuno me li ha portati via. Stanno con me, dentro di me. E penso che anche gli anni in cui non ho scritto -non ho potuto scrivere- hanno avuto il loro scopo; sono serviti perché dentro di me si completasse qualche processo, perché qualche cosa prendesse forma in modo da portarmi a scrivere di nuovo. E rifletto che la sete di scrivere che sento oggi è maturata in quegli anni e che nessun momento della mia vita mi è stato davvero rubato. Perché io ero con me, sempre, e il pensiero su di me e sulla mia vita e sulla gente intorno a me e sul mondo non mi ha mai abbandonata. Stavo lavorando. Nella sofferenza e nella paura, ma stavo lavorando. Vivere è un lavoro che ci occupa molto; richiede molte energie e solo noi sappiamo quante ce ne servano in ogni momento della nostra vita. E solo noi sappiamo dove dobbiamo impiegarle. Nessuno può venirci a dire: devi dedicare le tue energie a questo e lasciar stare quello. No, non funziona così. In quegli anni io ho dovute chiamare a raccolta tutte le mie energie -ed erano riluttanti- e ne ho dovute impiegare molte. Non mi sono potuta concedere riserve: mi servivano tutte per vivere e per interrogarmi sul mio vivere. Beh, il mio corpo -e il suo capitano, il cervello- ha deciso che scrivere poteva attendere, che c'erano cose più importanti di cui occuparsi in quegli anni. No, non più importanti, solo più urgenti. Scrivere era solo rimandato a quando tutto quello che doveva maturare fosse infine maturato.
Poi sono uscita dall'ombra -una parte di me, almeno- e oggi scrivere è la priorità. E' il mio capitano che lo ha deciso e ha segnato la mia direzione: scrivere, scrivere, scrivere.
Quando l'autobus arriva all'ultima fermata a bordo siamo rimasti solo in tre: io, l'autista ed una donna giovane con una maglietta lilla e i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Ha un viso appuntito e mi sorride. Allora la riconosco. È Renate e fa la parrucchiera in un negozio che frequentavo tempo fa. Scambiamo qualche parola. Le chiedo di suo figlio. E' stato promosso in quinta elementare ed è andato in Polonia dai nonni a passare le sue vacanze. Lei lo raggiungerà quando prenderà le sue ferie. Renate è polacca e vive in Italia da sette anni. Quando è venuta a Roma ha cominciato spazzando e lavando il negozio, poi porgeva i bigodini e accarezzava i colli delle clienti dopo il taglio con la spazzoletta morbida cosparsa di borotalco; poi è passata a fare gli shampoo; in seguito ha imparato a dare il colore, ma non era lei a prepararlo. Lei lo stendeva solo, sotto l'occhio supervisore del parrucchiere. Poi piano piano hanno cominciato a farle fare qualche messa in piega. Adesso ha le sue clienti, e fa anche i tagli. Pensando alla sua vita mi rendo conto che c'è stata una progressione. Che ha imparato molte cose ed è andata avanti. Non conosceva che qualche parola di italiano; ora parla spedita la nostra lingua. Suo figlio frequenta con profitto le nostre scuole. In questi anni lei ha pagato la risistemazione della casa dei suoi in un paese della campagna polacca e ha aiutato il marito ad aprire una officina meccanica a Valmontone. Il suo coraggio le ha portato molte cose nuove, ha conosciuto molta fatica ma anche molte soddisfazioni. Penso alla sua vita, a come si è iscritta nelle nostre, a quella di suo figlio che si è intrecciata con quelle dei bambini italiani della sua scuola. Mi rendo conto che ci sono molte cose che possono andare bene e che vanno davvero bene; che ci sono delle possibilità per le nostre vite e che in fondo basterebbe che ognuno facesse una parte di cammino per ritrovarci tutti in una regione più sicura e tranquilla. Quando si allontana penso che mi è piaciuto molto il suo modo di salutarmi; cordiale, tranquillo, senza nessun ossequio verso la "ex cliente", proprio come dovrebbe sempre essere il saluto di una creatura umana ad un'altra creatura umana. Un tempo, quando mi lavava i capelli, le lasciavo una mancia. Mi costava un po' perché è un gesto che non riesco mai a compiere con disinvoltura. Mi sento sempre un po' colpevole. Ma le mance sono una bella parte delle entrate di molti lavoratori e non li priverei mai della mia per risparmiarmi quel piccolo imbarazzo. Adesso, come parrucchiera effettiva, sicuramente non prende più mance. Ma se ripenso al suo sguardo schivo di allora, alla sua evidente paura di sbagliare, e la confronto con il passo sicuro e spedito con cui si allontana verso il suo lavoro, sono contenta che non prenda più mance. Ma sono anche contenta di avergliele date quando le facevano comodo.
Più tardi mentre al banco del salumiere osservo la lama della affettatrice che scivola contro il prosciutto sento avvicinarsi uno zoccolìo sonoro di cavalli. Davanti alla vetrina sfilano due poliziotti a cavallo, nelle loro divise blù. Quando esco mi metto nella loro scia. I cavalli avanzano con passo indolente sul selciato della piccola strada del centro città. In sella un poliziotto ed una poliziotta. Lei l'ho già vista altre volte. È inconfondibile: ha una esuberante capigliatura rossa e riccia, che benché raccolta dietro il collo, schizza tutto intorno alla testa e al berretto come un'aureola fiammeggiante. Io cammino dietro di loro e i posteriori dei cavalli ondeggiano ritmicamente davanti a me. Le code oscillano, rosso-bruna una, nera l'altra. Dai tavolini dei caffè la gente si volge a guardare il loro passaggio e poi torna alle sue tazzine tintinnanti e alle sue chiacchiere svogliate. All'incrocio con un'altra stradina, occupata dal mercato, i due cavalli si arrestano. I poliziotti scambiano qualche parola tra di loro, indecisi sulla direzione. Così li supero e posso guardarli in faccia. E vedo quanto siano diverse le loro facce. Quella dei poliziotti e quella dei cavalli, intendo.
La poliziotta soprattutto, eretta in arcione, nella sua divisa ben accostata al corpo, con le gambe chiuse negli stivali lucidi, ha un'espressione consapevole. Anche se guarda lontano, sa di essere guardata. Sono una poliziotta a cavallo, dice il suo viso. Sto quassù e voi siete laggiù e: guardate come mi tengo diritta e con che mano sicura indirizzo il mio cavallo! I cavalli invece hanno una consapevolezza diversa. Così mi dice il loro sguardo. I loro occhi non dicono: sono un cavallo e porto un poliziotto. I loro occhi passano lenti su di noi e ci vedono anche senza guardarci. Ci vedono per evitarci, per non urtarci e per non essere troppo avvicinati da noi. Ma il loro non guardarci è molto diverso da quello della poliziotta. I cavalli sono consapevoli del selciato e della ampiezza della strada e dei corpi dei passanti ed anche delle loro ombre. Ma non sono interessati all'impressione che suscitano in noi. Sentono i loro muscoli e le redini abbandonate o ritratte un po'; i cavalli sono cavalli e basta e lo sono anche se noi non li guardiamo. Invece dubito che questa bella poliziotta con il suo trionfo di ricci rossi, una volta scesa di cavallo si senta ancora una poliziotta a cavallo. E giunta a sera probabilmente non si sentirà più neanche una poliziotta, ma solo una ragazza con i capelli rossi che torna a casa e affretta il passo. Tutto questo dicono lo sguardo del cavallo e lo sguardo della poliziotta. L'uno non dice, ed è; l'altra dice: io sono questo. Quale dei due è più consapevole? Rifletto su questo pensiero mentre li guardo. Consapevoli di cosa? mi rispondo. Tutto è lì. Del sole, dell'aria impiastricciata di questa città, del banco delle insalate verde primavera, dell'odore di gigli di sant'Antonio immersi nel secchio accanto al fioraio. Sono sicura che il cavallo ha avvertito tutto questo.
E la poliziotta, l'avrà visto?
I poliziotti riprendono il loro cammino, risalgono la strada verso Piazza di Spagna. La cornice sarà degna della loro grazia fiera e loro lo sanno. Ma la bellezza dei cavalli -non vi ho parlato della bellezza dei cavalli! del loro mantello lucido e pettinato, dei brividi che muovono la pelle sui loro fianchi larghi, delle piccole orecchie mobili, dei grandi occhi dolci, della curva del collo con le belle criniere molli e dei petti lustri- la bellezza dei cavalli, porterà qualche cosa di più vivo alla piazza famosa, risponderà ad un'ansia di vita che il cielo azzurro della mattina non basta a contenere.
domenica 22 giugno 2008
grazie
Grazie agli amici blogger che mi hanno segnalato la loro residenza. Naturalmente erano (tranne Julo) tra i pochi di cui già la conoscevo!
Ma insisterò in quella che voglio chiamare "la settimana del posizionamento". Anzi, invito anche alla delazione. Chi sa, parli!
PS Ho anche amici blogger molto internazionali.
Carlotta è a Dublino, Marco è a Londra, Nazanin è a Teheràn.
Ma insisterò in quella che voglio chiamare "la settimana del posizionamento". Anzi, invito anche alla delazione. Chi sa, parli!
PS Ho anche amici blogger molto internazionali.
Carlotta è a Dublino, Marco è a Londra, Nazanin è a Teheràn.
DOVE SIETE?
La vecchiaia mi sta mangiando le cellule cerebrali: non riesco a collocare tutti voi amici blogger sul territorio nazionale.
Pandoro lo avevo messo ad Ostia, non so perché. Invece sta a Roma. Di blogger ben saldi, in una postazione acclarata, ne ho in mente non più di una decina. (Ma dopo l'episodio Pandoro, non sono più sicura neanche di questi!)
Gli altri vagano secondo dove li portano le correnti. Se sono ascensionali state tutti dalle parti della Lombardia e del Trentino; se sono discensionali precipitate tutti in Puglia e Basilicata. Nelle giornate senza vento stazionate tra la Toscana e il Lazio. In ogni caso senza mai atterrare con precisione in un qualunque comune, ma mantenendovi sui mille metri, da dove, eventualmente, se colgo una indicazione, posso tirarvi giù per farvi prendere finalmente una posizione certa. Certa per le prime dodici ore!
Dopo di che la mia mente ormai fallace torna a perdervi e voi tornate a vagare nei cieli patrii.
Ieri sera ho iniziato un lavoro mostruoso! Giro blog per blog, leggo bene i profili per vedere se ci sono le coordinate, e mi segno la collocazione su una piantina dell'Italia!
Altrimenti detto: VI STO SCHEDANDO!!
Ma non tutti tra di voi denunciano a chiare lettere la località dalla quale scrivono. Molti restano nel vago, molti altri fingono di essere immateriali e di non avere un corpo che a sera si posa in un punto xy dentro i confini nazionali.
Vi prego, venitemi incontro. Ditemi: DOVE CAVOLO SIETE???
sabato 21 giugno 2008
franchezza per franchezza
V. S. Naipaul, premio Nobel per la Letteratura nel 2001, è un uomo per nulla indulgente, né corrivo, né accomodante. Non è neanche diplomatico, sicché afferma il suo pensiero senza giri di parole, anche nelle conversazioni con la stampa.
A Roma per il Festival delle Letterature di Massenzio, in una intervista a Repubblica si è espresso così.
Domanda di Francesca Giuliani: Come si possono incoraggiare i più giovani a scoprire il mondo dei libri, della grande letteratura?
Risposta: Non c'è alcun modo per farlo. Non è possibile farlo. Per leggere bisogna saper creare immagini nella propria testa. Una cosa che non tutti sanno fare. Dev'essere un'attitudine naturale per la quale serve una sorta di inclinazione."
La invito a rifletterci ancora Mr. Naipaul.
Lei ha ragione a dire che per leggere occorre saper creare delle immagini mentali. Ce lo dicono i biologi. Ma i biologi ci dicono anche che questa è una potenzialità del cervello umano. Tranne situazioni di grave patologia nessuno ne è privo.
Inoltre questa capacità di creare immagini mentali la usiamo anche in campi e situazioni lontanissime dalla lettura.
La usiamo continuamente un po' tutti, mi creda, non solo i grandi lettori e non solo i grandi scrittori.
Sono sempre i biologi a dirlo.
Ne ricavo che questa potenziale abilità del nostro cervello può essere stimolata, messa in moto, attivata, coltivata.
Come in tutte le cose affidate agli sforzi dei maestri, ci saranno dei fallimenti. Ma ci saranno anche i successi, Mr. Naipaul.
Sia meno pessimista, suvvia. E meno tranchant.
Detto questo, grazie comunque. I suoi due libri che ho letto fin qui, "Una casa per Mr. Biswas" e "Fedeli a oltranza", sono stati un autentico piacere.
Ho in programma di continuare a creare immagini nella mia testa a partire dai suoi libri.
segnalazione/ premio
Grazie ad Erica che mi ha attribuito questo premio!
Come le altre volte intasco il premio e mi ritiro di fronte all'idea di dover scegliere tra i miei amici blogger!
Perdonatemi.
Come le altre volte intasco il premio e mi ritiro di fronte all'idea di dover scegliere tra i miei amici blogger!
Perdonatemi.
venerdì 20 giugno 2008
segnalazione/libertà di informazione
sul sito voglio scendere, di Corrias, Gomez, Travaglio, troverete il post Arrestateci tutti- Disobbedire per informare che promuove una raccolta di firme contro il decreto del Governo sulle intercettazioni.
Chi è interessato può firmare lì, ricordandosi di autorizzare la pubblicazione del proprio nome e cognome.
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