lunedì 4 febbraio 2008

segnalazione/194 e dintorni

desidero segnalare il post di Metilparaben di ieri domenica 3 febbraio, intitolato Tortura neonatale.

primo inverno a Teheràn

E' stata Nazanin a richiamarmi indietro, con il suo post scritto a Teheràn mentre fuori c'erano trenta centimetri di neve...

Gli inverni freddi, nevosi, ma illuminati da una luce incredibile.
L’olio portato dall’Italia cristallizzava nei suoi boccioni. Capitava che l’acqua gelasse nei tubi. E la neve veniva giù con leggerezza e determinazione. Io odio il freddo, mi paralizza, mi toglie ogni energia, ogni voglia di fare. Ma quell’aria fredda aveva un tale vigore, una pulizia così frizzantina che un’eccitazione si impadroniva di me. E la montagna dietro la casa era così bella, così imponente e così misteriosa nel suo altissimo bianco. Buck poi impazziva! Trottava frenetico nel giardino, ispezionando ogni centimetro quadrato con il naso sepolto nella neve.
Ricordo il silenzio che raccoglieva la città, il suono dei clacson che diventava lontano, e il grido sulla strada fuori del cancello: barfì, barfì.
La prima volta lo sentii da Zahra. Afferrò il chador e con i piedi nudi nelle sue ciabattine rosse si precipitò al cancello correndo agile sulla neve. La seguii con molta più cautela. Uscite sulla strada, mentre rabbrividivo di freddo, lei lanciò il suo grido, alla sua destra e alla sua sinistra: barfì, barfì! Attirò così l’attenzione dell’uomo baffuto e ridanciano che, impugnando una grossa pala, percorreva le vie del quartiere per alleggerire i tetti delle ville- piatti e perciò vulnerabili- dal peso della neve. In un attimo lo reclutò e salito sul tetto l’uomo cominciò a gettare dall’alto nel giardino palate e palate di neve, mentre da sotto Buck abbaiava a quella pioggia bianca.
Intanto Zahra gli preparava il tè. Lo bevemmo in giardino, in piedi nella neve, perché già da altre case arrivava il grido di richiamo: barfì, barfì! Prese i suoi soldi e se ne ripartì, stivaloni, pala e vigore, verso altri tetti.

Ma ho anche un ricordo diverso, il ricordo di una serie di terribili arrabbiature che mi procurava il proprietario della villa. Uomo ricchissimo, vecchio, arrogante, che considerava i suoi inquilini come una specie di sudditi. La consegna che voleva far passare era: pagate e tacete, siete ospiti appena appena tollerati. La cifra che la Exxon pagava per la nostra casa era enorme ma quell’uomo era di una avidità e di una avarizia sconcertanti. La grande caldaia che doveva riscaldare la casa era vecchia, difettosa, mal funzionante. Spessissimo si rompeva. Avrebbe dovuto essere sostituita o almeno revisionata da un tecnico. Lui invece rifiutava la prima ipotesi e quanto alla seconda gli appariva ancora troppo dispendiosa e preferiva che fosse il vecchio giardiniere a tentare di far ripartire la caldaia. Si ruppe più volte, in pieno inverno e alla fine esasperata gli dissi al telefono che avrei provveduto personalmente a far riparare la caldaia addebitandogli la spesa. Venne in ispezione. E nel locale della caldaia iniziammo, in inglese, una conversazione sempre meno amichevole e sempre più concitata. Cercavo di fargli capire che la caldaia, che avrà avuto i suoi trent’anni e cui i pezzi si staccavano, era ormai inservibile, che andava sostituita. Insistevo che io avevo una bambina piccola e non potevo andare avanti con continue interruzioni del riscaldamento. Era la quarta, quinta volta che restavamo per un paio di giorni senza riscaldameto nell’inverno freddissimo. Lui insisteva che la caldaia era inglese e questo gli sembrava un argomento definitivo. Ad un certo punto esasperata, indicando il groviglio di tubi più e più volte riattaccati, tenuti insieme da spaghi, cerotti, fili di ferro, esclamai che quella caldaia, inglese o non inglese, era più vecchia della sua dinastia! Older than your Dynasty! Non avevo intenzione di offendere né lui né la dinastia Palhavi. Volevo dire che l’origine di quella caldaia affondava nella notte dei tempi e, a rigor di logica, il mio non era un insulto, ma se mai un complimento. Soprattutto tenendo conto del fatto che invece la dinastia Palhavi, malgrado volesse presentarsi come prosecuzione di quella, gloriosa, di Ciro e Dario, era davvero recente.
Ma lui apparve come fulminato. Spalancò la bocca e sbarrò gli occhi. Non mi resi conto di che cosa lo avesse ridotto così e pensai subito che il mio inglese approssimativo mi avesse tradita. Forse non si diceva Dainasty, certo avevo sbagliato la pronuncia. Così, benché perplessa, ripetei la frase, tale e quale, ma pronunciando dinasty, così come lo scrivo. Ma i suoi occhi si facevano sempre più minacciosi, era rosso in viso, pensai anche che gli sarebbe venuto un infarto. Così tornai al dainasty e subito dopo, non ottendendo un miglior risultato, di nuovo dinasty. Sembrava un ritornello. Finché lui si sbloccò e proruppe in una violenta protesta gridandomi in faccia che guai a me se avessi di nuovo insultato la dinastia del suo Imperatore e lanciando una minaccia per niente velata- “Questa mia frase poteva essere da lui riferita in alto, molto in alto”-abbandonò il campo. Da molto, molto in alto nessuno si occupò di me ma neanche della caldaia che non fu cambiata e continuò a farmi penare negli inverni che passai a Teheràn. Comprammo diverse stufette elettriche e scovammo un tecnico, se non molto esperto, almeno fantasioso, che riusciva ogni volta a farla ripartire. Da allora il vecchio Bachtiari, che per principio non aveva simpatia per i suoi inquilini, mi divenne nemico. Io lo ricordo con altrettanta e per niente cordiale antipatia.

domenica 3 febbraio 2008

la parola a Nazanin

Questo post, che mi ha fatto particolarmente piacere, si trova sul blog di Nazanin

Venerdì, 1 Febbraio 2008
festa dimenticata!

premetto che non m’interessa molto sapere perche’ nel mio Paese e’ successa una rivoluzione che ha cambiato il percorso della storia iraniana. Le storie sul dittatore e sulle ingerenze americane potrebbero essere anche vere, so pero’ che da 28 anni hanno tolto l’anima e la gioia da un popolo vivo con tante di quelle feste mensili. All’universita’ dovevo seguire un corso della letteratura persiana, ci siamo fermati tanto su Ferdowsi. Ora non vorrei discutere di lui e del suo capolavoro che ha salvato il persiano dalla crescente influenza della lingua e cultura araba, nell’epoca in cui tutti gli scienziati e scrittori iraniani scrivevano in arabo. Nel suo Shahnameh, Ferdowsi parla molto delle feste iraniane, delle loro origini anche se leggendarie.
Il prof. ci spiegava che sin dall'antichità la situazione geografica dell’Iran ed il suo clima influenzano il morale della gente, soprattutto nelle parti centrali e meridionali dove per la vicinanza alle oasi si e’ spesso tristi. Quindi gli antichi persiani approfittavano di tutto ciò che veniva offerto dalla natura per festeggiare e ricordarsi che dovevano vivere. Questa e’ la cosa che ci e’ stata negata dopo la rivoluzione; se Norouz, Yalda oppure Chaharshanbe Souri sono rimaste vive, e’ perche’ la gente ha resistito, altrimenti ora avremmo dovuto festeggiare il nostro anno nuovo con l’anniversario della vittoria della rivoluzione e per il resto dell’anno avremmo dovuto piangere. Perche’ al contrario di quel che fu una consuetudine per piu’ di 3mila anni, durante gli ultimi 28 anni, si approfitta di tutto per ricordare alla gente che la vita e’ crudele e che devono piangere. Se non piangi e non porti il nero sei fuori! tutto questo in nome della religione. Di questo forse parlero’ un’altra volta. Oggi sono qui per scrivere di una festa dimenticata che ho festeggiato per la prima volta mercoledi’ scorso a casa di un’amica.

La notte tra il 30 e 31 gennaio abbiamo celebrato la festa di Sadeh che ricorda la creazione del fuoco. Una volta tutti gli iraniani all’alba raccoglievano il legno nei giardini o sui tetti per dargli fuoco al tramonto e subito dopo si comincia a ballare e cantare fino a quando il fuoco e’ acceso. Non sono riuscita mai a sapere perche’ è stata negata…la nonna spesso racconta che subito dopo questa festa, si cominciava a sentire meno il peso del freddo e per questo ci si rallegrava con il ricordo di Norouz e della primavera oramai abbastanza vicina. Strano, ma ieri sera ha nevicato molto a Teheran, prima di dormire mi sono detta che al risveglio saremmo sepolti dalla neve, perche’ c’erano gia’ quasi 30 centimetri della neve nel nostro giardino. Questa mattina appena svegliata ho visto uno splendido sole che riusciva a riscaldarmi! verso il mezzogiorno ci chiama la nonna e prima che io potessi dirle di aver vissuto per la prima volta quell’esperienza, ha cominciato a raccontarmi la stessa storia che sento ogni inverno e che so a memoria! almeno lei ha questi ricordi, io non so cosa dovrei raccontare ai miei nipoti!!!

Buona domenica da Wislawa



Il ballo

Finché non si sa ancora nulla di certo,
non essendo arrivati segnali,

finché la Terra continua a essere diversa
dai pianeti più vicini e più lontani,

finché non c’è neanche l’ombra
di altre erbe onorate dal vento,
di altri alberi incoronati,
di altri animali dimostrati come i nostri,

finché non c’è eco, tranne quella del posto,
capace di parlare con le sillabe,

finché non si hanno nuove
di mozart migliori o peggiori,
di edison o platoni in qualche luogo,

finché i nostri crimini
possono rivaleggiare soltanto fra loro,

finché la nostra bontà
per adesso non è ancora simile a nessuna,
ed è eccezionale perfino nell’imperfezione,

finché le nostre teste piene di illusioni,
passano per le uniche teste piene di illusioni,

finché solo dalle nostre volte palatine
si levano grida agli alti cieli-
sentiamoci ospiti speciali e distinti
nella balera del posto,
balliamo al ritmo dell’orchestrina locale
e ci sembri pure
che il ballo sia dei balli.

Non so agli altri-
per essere felice e infelice
a me basta e avanza questo:

una dimessa provincia
dove anche le stelle sonnecchiano
e ammiccano nella sua direzione
non significativamente.








ECCESSO
Hanno scoperto una nuova stella,
ma non vuol dire che vi sia più luce
e qualche cosa che prima mancava.

La stella è grande e lontana,
tanto lontana da essere piccola,
perfino più piccola di altre
assai più piccole di lei.
Lo stupirsi non sarebbe qui affatto strano
se solo ne avessimo il tempo.

L’età della stella, massa, posizione,
tutto ciò basta forse
per una tesi di dottorato
e un piccolo rinfresco negli ambienti vicini al cielo:
l’astronomo, sua moglie, parenti, colleghi,
atmosfera rilassata, abito informale,
si conversa soprattutto di temi locali
masticando noccioline.

Una stella magnifica,
ma non è un buon motivo
per non brindare alle nostre signore
assai più vicine.

Una stella senza conseguenze.
Ininfluente sul tempo, la moda, l’esito del match,

il governo,le entrate e la crisi dei valori.

Senza riflessi su propaganda e industria pesante,
su laccatura del tavolo delle trattative.
In sovrappiù per i giorni contati della vita.
A che serve qui chiedersi
sotto quante stelle nasce l’uomo,
e sotto quante dopo un attimo muore.

Nuova.
-Mostrami almeno dove sta.
-Tra l’orlo della nuvoletta bigia sfilacciata
e quel rametto, più a sinistra, di acacia.
-Ah, eccola-dico.

sabato 2 febbraio 2008

il contributo di Zagrebelsky

L'ex Presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, è intervenuto, con un articolo su la Repubblica, sulla polemica creatasi intorno alla legge 194.


"In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il rifiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dogmatica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicurezza circa le proprie buone ragioni. Questo, in linea di principio, riguarda dunque anche la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, "la 194", che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costituzionale e un referendum popolare.

Ma una discussione costruttiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle parole d’ordine a effetto, che fanno confusione, servono per "crociate" che finiscono per mettere le persone le une contro le altre. Lo slogan "moratoria dell’aborto", stabilendo una "stringente analogia" (cardinal Bagnasco alla Cei, il 21 gennaio) tra pena di morte e aborto, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il problema, ma in modo tale da riaprire anche uno scontro sociale e culturale che vedrebbe, nientemeno, schierati i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei valori cristiani; i secondi, intossicati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello "scontro di civiltà" che, molti insofferenti della difficile tolleranza, mentre dicono di paventarlo, auspicano.

Siamo di fronte, come si è detto, a una "iniziativa amica delle donne"? Vediamo. La questione aborto è un intreccio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull’essere umano in formazione, privato del diritto alla vita.

Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudine, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l’orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergogna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D’altra parte, non solo la gravidanza, ma l’aborto stesso, percepito come via d’uscita da situazioni di necessità senza altro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità. C’è poi un potenziale di somma violenza nella capacità limitata delle società umane ad accogliere nuovi nati. La naturale finitezza della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L’iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di limitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell’aborto.

Violenze su violenze d’ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull’essere indifeso ch’essa porta in sé. E’ certamente una tragica condizione quella in cui il concepimento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendiamo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (Gen. 3, 22). Si potrebbe dire che l’aborto, nella maggior parte dei casi, è violenza di deboli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fino a quando essa patisce la crudeltà della natura e l’ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissime, con riguardo all’ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospinto nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.

In questo quadro, che molte donne conoscono bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violenza? La domanda è capitale per capire di che cosa parliamo.

Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l’aborto come strumento di controllo demografico e di selezione "di genere". Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l’attenzione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all’appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l’India e la Cina (ma la questione riguarda tutto l’estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esempio, che in Cina, nel 2030, l’eccesso di uomini sul "mercato matrimoniale" potrebbe raggiungere il 20%, con drammatiche conseguenze sociali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l’aborto selettivo e l’infanticidio a danno delle bambine, oltre che l’abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di incentivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di "moratoria" ha certamente un senso. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con effetti liberatori.

E diverso, in riferimento alle società dove l’aborto non è imposto, ma è, sotto certe condizioni, ammesso. "Moratoria" non può significare che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestinamente, rischiando severe sanzioni. Questo esito, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la "revisione" della legge che "regola" l’aborto. Ma l’obbiettivo è quello, come la "stringente analogia" con l’abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l’aborto».

Qual è il punto della catena di violenza che la "moratoria" mira a colpire? E’ l’ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la donna e il concepito. Isolando il dramma dal contesto di tutte le altre violenze, è facile dire: l’inerme, il fragile, l’incolpevole deve essere protetto dalla legge, contro l’arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole rispetto a tante altre violenze psicofisiche, morali, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l’aborto finirebbe per caricarla integralmente dell’intero peso della violenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminente funzione biologico-sociale che ha nell’apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell’aborto ha sullo sfondo la concezione primaria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende altresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.

«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tanto peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l’uno dipendente dall’altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddizione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della donna. Da un lato, sta la tutela del concepito fondata sul riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dell’uomo, «sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie», trattandosi di chi «persona deve ancora diventare». Dall’altro, sta il diritto all’esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessariamente nella negazione del diritto dell’altro. Per questo, è incostituzionale l’obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, "costi quel che costi"; ma, per il verso opposto, è incostituzionale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo "diritto potestativo" sul concepito (sent. n. 35 del 1997). Si sono cercate soluzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto "la 194", prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua decisione: una decisione che, a parte casi particolari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dunque, alla fine, è sola di fronte al concepito e, secondo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due diritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.

Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice "non negoziabili": l’autodeterminazione della donna contro l’imposizione dello Stato; la procreazione come evento di rilevanza principalmente privata o principalmente pubblica; la concezione del feto come soggetto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumento di mitigazione dei disastri sociali (l’aborto clandestino) o come testimonianza di una visione morale della vita. Alla fine, il vero contrasto è tra una concezione della società incentrata sui suoi componenti, i loro diritti e le loro responsabilità, e un’altra concezione incentrata sull’organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del feto, quando non possibile salvare e l’una e l’altra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nascituro, persona solo in potenza.

Secondo le circostanze. Sul terreno delle circostanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridurre, nei limiti del possibile, le violenze generatrici di aborto. Educazione sessuale, per prevenire le gravidanze che non si potranno poi sostenere; giustizia sociale, per assicurare alle giovani coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d’un figlio non sia un dramma; occupazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi sociali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l’aborto "di necessità", che – si dirà - è però una parte soltanto del problema. Ma l’altra parte, l’aborto "per leggerezza", troverà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fascio a danno dei più deboli, spinti dalla necessità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l’equiparazione dell’aborto all’omicidio e della donna all’omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel confort delle cliniche private o nella solitudine, nell’umiliazione e nel rischio per l’incolumità. L’esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato "la 194", dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l’aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l’esperienza, per ravvivare il ricordo.


A me sembra un intervento molto ragionevole. Ho sussultato all'accenno all'aborto "per leggerezza". E ho cercato di ricordare almeno un caso, di cui sia venuta a conoscenza, di aborto "per leggerezza". O "con leggerezza". O "da leggerezza". O che comunque avesse qualche cosa a che fare con la leggerezza. Ma ringrazio ugualmente l'ex Presidente della Corte Costituzionale per il suo intervento a favore, non dell'aborto, ma della dignità della donna come persona e non come mezzo di riproduzione della specie.

venerdì 1 febbraio 2008

politica e psicologia

Piccola pillola di psicologia politica.

La psicologia politica come disciplina non esiste. Ma esistono diversi tentativi di chiarire il rapporto che tra di esse intercorre.
Vale la pena tentare di individuare degli “universali psicologici che possono suggerirci precisi meccanismi esplicativi per una varietà di situazioni storiche.” Jon Elster “Political Psychology” Cambridge 1993.


Nel suo libro “Individualismo e cooperazione” Giovanni Jervis sostiene che soffermarsi a considerare gli eventi politici da un punto di vista anche psicologico può semplificare le cose.
Senza naturalmente pretendere di spiegare la storia con facili formule interpretative, è evidente che esistono alcuni temi, significativi per l’agire politico, sui quali gli psicologi possono dare qualche contributo.
Ad esempio le concezioni della natura umana che, in modo più o meno esplicito, guidano le decisioni politiche; il modo in cui gli esseri umani si valutano a vicenda; e, soprattutto, i modi in cui vengono prese le decisioni che porteranno allo scontro o alla cooperazione. Lo studio dei meccanismi psicologici che “costruiscono cooperazione” e di quelli che invece la ostacolano è un tipico terreno sul quale la psicologia può dire la sua.

La politica, che si esprime attraverso azioni e fatti, si nutre però di idee.
Dice Jon Elster: "Le idee dovrebbero essere giudicate dai loro discendenti e non dai loro antenati.”


Questo suo è un invito a ripensare e ad applicare la vecchia distinzione di Max Weber fra i due criteri per valutare le azioni umane.
A-Il criterio per cui valutiamo i comportamenti sulla base dei principi dichiarati che li ispirano (o anche su quelli che noi crediamo che li ispirino).
Questo criterio Weber lo chiama “criterio delle intenzioni”.
B-Il principio che valuta i comportamenti per come essi si manifestano, per le loro conseguenze, i loro effetti. Questo secondo è, per Weber, il criterio della responsabilità.

In fondo è il contrasto tra chi pensa che le scelte valide in politica siano quelle che producono risultati utili e chi invece è convinto che le scelte valide siano quelle che nascono da principi virtuosi.
PRIMA AVVERTENZA: da questo non discende una condanna dei principi virtuosi.

Giudicare dalle intenzioni è un atteggiamento spontaneo ma ha i suoi limiti. Giudicare sulla base dei risultati è, quasi sempre, più sensato.
SECONDA AVVERTENZA: attendere a giudicare, prendersi il tempo necessario.

L’etica della responsabilità è TIPICAMENTE un’etica laica. In che senso? Nel senso che non discende dall’adesione ad un sistema di valori ma dall’analisi della situazione concreta cui la si applica. Chi vi aderisce si chiede quali conseguenze scaturiranno dai suoi atti. E se ne assume la responsabilità.

L’etica dei principi o etica assoluta ( o della testimonianza o dei sentimenti o delle intenzioni) è un’etica TIPICAMENTE “religiosa”, nel senso più lato del termine.
Chi vi aderisce si chiede se le sue azioni siano coerenti e lo mantengano fedele alla sua “chiesa”, o sistema di riferimento. In questo modo tende a respingere la sua responsabilita nei confronti delle conseguenze delle sue azioni.

Queste osservazioni dovrebbero aiutarci a scegliere tra due diversi atteggiamenti politici. Quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri problemi, dobbiamo trovare insieme un comportamento che li risolva” e quello per cui un leader dice ai suoi: “questi sono i nostri principi, dobbiamo trovare insieme i comportamenti che li esprimano e li affermino.”

A tutti noi succede o è successo di propendere per il secondo atteggiamento.
Le parole d’ordine, gli appelli alla testimonianza e allo schieramento, sono molto mobilitanti. Fanno nascere slanci e speranze, ma allontanano spesso dalla realtà.
Quasi tutti abbiamo la debolezza di preferire l’etica assoluta all’etica responsabile. Questo ci consente infatti la gratificazione di una migliore percezione di noi stessi.

TERZA AVVERTENZA: non identifichiamo necessariamente uno o l’altro atteggiamento con la nostra o altrui parte politica.

QUARTA AVVERTENZA: l’adesione all’etica assoluta può depotenziare il nostro senso critico.
Quando la mancanza di senso critico prevale nella cittadinanza, la politica che prende piede è quella degli slogan, delle bandiere, della retorica.



IL COMMA DI MARINA
Il leader politico non può seguire l’onda della emotività dei suoi simpatizzanti. Il suo compito è più difficile e più alto. Il leader politico deve avere anche una funzione pedagogica, deve portare verso la razionalità e la ragionevolezza i suoi simpatizzanti.
E’ per questo che la sua statura intellettuale e morale deve essere superiore a quella del suo simpatizzante. Il discorso della classe politica specchio della società è falso anche quando è vero. Nel senso che se è così è male che sia così. Una classe dirigente deve esprimere un di più rispetto ai cittadini. Altrimenti deve cedere la mano a quelli tra i cittadini che sono capaci di esprimere questo di più.

Mi accorgo che questo post è una grossa pillola, quasi un cachet.
La pianto lì. Ma tornerò per una nuova somministrazione.

giovedì 31 gennaio 2008

tempo di premi

Paola mi ha assegnato la targa "10 e Lode", ultimo parto della D abolica mente di d-mensione. Ringrazio Paola per la simpatia che mi ha dimostrato e passo a svolgere la parte burocratica.
Premio D eci e lode
“Dieci e lode” è un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone nel suo blog.
Come si assegna?
Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione (è o non è abbastanza elastico e libero?!) sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l’istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il “Premio Dieci e lode” si dissocia e con le quali non ha e non vuole avere niente a che fare.
Le regole:
Esporre il logo del “Premio Dieci e lode”, che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E’ un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore;
Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
Se non si lascia il collegamento a questo post già inserito nel codice html del premio provvedere a linkare questa pagina;
Inserire il regolamento;
Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.
Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.
Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i “Premio Dieci e lode” che vuole e quando vuole (a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione.

Paola dei gatti, che tiene un blog che spesso mi reca sollievo dalle brutture della vita, mi ha assegnato questa targa honoris causa. Io la ringrazio ancora e passo subito la palla.
Poiché ognuno può attribuire il premio con la motivazione che più gli aggrada, lo attribuirò a Paul , che mi nominò per il Thinking Blog Award, con la seguente motivazione: Quel che è fatto è reso!

teheràn fashion

Quando vivevo a Teheràn mi capitava di restare a bocca aperta a guardare una donna in un supermercato o in fila dal fornaio: erano incredibilmente belle.
Intendiamoci, a Teheràn ci sono donne ed uomini belli, brutti e così così, come da ogni altra parte del mondo.( Anche se...posso dirlo? A me i Coreani sembrano bruttini assai. Lo so perderò diversi punti al gioco del politically correct, ma al proprio gusto estetico non si comanda.) Ma, quando una donna iraniana è bella lo è in un modo assoluto e quasi intollerabile.
Per tornare a noi, se dovessi indicare le caratteristiche estetiche che più mi colpivano nelle donne iraniane direi la dentatura perfetta, bianca e luminosa, l’intensità del nero degli occhi, il peso anzi il corpo dei capelli e la pelle. Sia che fosse bianchissima, sia che fosse scura aveva una grana liscia e tesa, setosa. E poi la vivacità degli sguardi, la loro mobilità rapida.
Quando vivevo a Teheràn nella città le donne giravano in differenti fogge: c’erano le ragazze in jeans e maglioncino con il chador svolazzante sopra o ripiegato sul braccio e c’erano le donne che nel chador si raccoglievano interamente; c’erano quelle che nascondevano la gonna corta sotto il chador e quelle che tenevano il chador nascosto nella borsa. C’erano le donne che incontravo sul volo da Roma, che indossavano tailleur eleganti, gonne corte e strette, camicette scollate. Poi scendevamo e non le riconoscevo più. Apparentemente scomparivano. In realtà dalle loro borse Fendi tiravano fuori il chador e lo indossavano per presentarsi allo sguardo attento di una madre o di una suocera. Mi ricordavano mia sorella che a quattordici, quindici anni usciva senza un filo di trucco e con le scarpe basse. Poi arrivata a casa dell’amica di turno si truccava, metteva i tacchi e ripiegava il giro vita della gonna per farla più corta. Poi usciva di nuovo, una ragazza nuova, da casa della sua amica. Tutto il mondo è paese.


Il panorama delle giovani donne di Teheràn era vario. Prevaleva il chador nero, ma era possibile incontrare donne in qualsiasi altra mise. Andare al bazar dai venditori di tessuti era una festa. Centinaia e centinaia di rotoli di tessuto, di ogni consistenza, pesantezza, trasparenza, trama, in tutti i colori. Con minutissimi disegni o larghi tracciati, a fondo chiaro o scuro, in seta, cotone, sintetico. In casa ho ancora dei tagli di quei tessuti, la cui fantasia sembrava inesauribile. E le sete di Yazd! Abbandonai marito e figlia al loro destino e mi dedicai ad un acquisto in quantità semindustriale, di metri e metri di seta, pesante, ruvida, aspra e frusciante in ogni possibile accoppiamento di colori. Negli anni successivi ne feci gonne da sera per mia figlia, comode tuniche per me. Alcuni tagli di stoffa ancora li conservo.
Ricordo anche le donne del mercato di Bandar Abbas. Sul volto portavano una mascherina, proprio come quelle del nostro carnevale; copriva gli occhi il naso; da alcune scendava un lembo a coprire anche la bocca. Ma erano qualcosa di fantastico!
Erano decorate con fiori, specchietti, coriandoli di colore, merletti, nastri e quanto altro di piccolo e colorato era reperibile. Da dietro quelle maschere occhi nerissimi, ridenti o incolleriti, seguivano le vendite. Faceva un gran caldo, caldo e umido, ma quelle donne vi erano abituate e senza nessun apparente fastidio per la loro mascherina discutevano con disinvoltura con l’acquirente di turno. A me piace andare con la mia faccia nuda e libera. A me piace esporla al sole, al vento e se del caso anche alla pioggia. Ma mi riempii di ammirazione per quelle donne che avevano saputo trasformare quella maschera in un miracolo, no, in centinaia di miracoli, ognuno diverso dall’altro, di gusto, fantasia e grazia.
La mia amica Zahra aveva diversi chador, quello nero integrale, uno blù a minuscoli disegni verdi ed uno bianco con rami gialli. Anche la piccola Zohre aveva il suo chador e Zahra ne fece uno per mia figlia Francesca. Ancora lo conserva. E’ in cotone, di un azzurro spento, con fiorellini bianchi. L’Imperatrice Farah Diba vestiva all’occidentale, portava talvolta un velo sul capo, ma in occasioni di celebrazioni religiose particolarmente solenni indossava il chador. Ne ricordo uno, ordinato alla Maison Dior in pizzo nero, chiffon e ricami di paillettes. Sul giornale del regime veniva ampiamente descritto e fotografato.
Quanto sarà costato? E quanto costeranno gli abiti sgargianti, le sete viola, rosse, gialle, verdi in cui si avvolgeva Giovanni Paolo II nei suoi viaggi in Africa?
Mi riesce difficile immaginare Maometto o Cristo contenti per quello sfarzo.
Ma in effetti, che ne so io di divinità?
Tanto più che è di moda che voglio parlare oggi.
Di moda persiana.



In dicembre si è tenuta a Theràn la seconda sfilata di Moda iraniana. Una moda pensata per rispettare le regole della religione islamica senza mortificare il desiderio femminile di sentirsi bella. Per il prossimo anno si prevede una sfilata internazionale.
Gli abiti che hanno sfilato, sotto gli sguardi attenti di donne in chador nero o con il corto cappotto marrone spento, sono effettivamente molto belli. Alcuni richiamano gli abiti della tradizione delle tribù nomadi, altri si impongono per la bellezza del tessuto o dei colori.















La più audace delle nuove stiliste è Simin Ghodstinat che lavora nel suo laboratorio nel nord di Teheràn.



Vissuta in Occidente Simin dichiara di provare disagio per il modo in cui le donne occidentali si rendono oggetti sotto gli sguardi altrui. Insegue una moda che sia comoda ma bella, che rispetti i precetti islamici e nello stesso tempo renda merito alle grazie delle donne iraniane. Alcuni dei suoi modelli li indosserei volentieri, anche se capisco che il mio spirito nell’indossarli sarebbe diverso da quello delle donne iraniane. Ma questi capi sono molto cari, rivolti ad una fascia sociale privilegiata.
Sinceramente non so che cosa pensino di questi modelli le ragazze di Teheràn che vanno all’Università, o al lavoro nei loro uffici,che sono presenti massicciamente in tutti i settori dell’economia. Non so quante e quanto soffrano le restrizioni imposte al loro modo di abbigliarsi. Mi chiedo anche se questo sia davvero un grosso problema per loro, o se perda di importanza di fronte agli ostacoli con cui si confrontano nella loro società.
Soprattutto vorrei andare a dare un'occhiata di persona.
Meno male che ho sempre il mio dialogo con Nazanin, attraverso il suo blog.
Nazanin è una giovane, intelligente e sensibile donna, moderna, colta, molto innamorata del suo paese per difendere il quale è pronta a gettarsi in ogni polemica.

mercoledì 30 gennaio 2008

ciò un blog/capitolo due

Riepilogo della puntata precedente: del diritto di avere un blog e di applicarsi a ricavarne un libro.

Sull’impronta e lo stile da dare al mio blog non avevo all’inizio le idee chiare. Ho deciso perciò di seguire il metodo galileiano e di procedere per prova ed errore. Ho così aperto non meno di tre blog sperimentali, su diverse piattaforme e con diverso stile grafico. Anche il post di inizio lo volevo molto diverso, andando dall’erotico estremo, al sentimental-romantico, al filosofico post-strutturalista.
La scelta del post- strutturalismo è stata decisa dal prefisso post.
Non che io abbia le idee molto chiare sul presente, ma se c’è una cosa che non mi è sfuggita è che solo essendo post si ha qualche speranza di esser in. Post-post è ancora meglio, ma una ricerchina in google non mi ha dato i risultati sperati. Ho trovato cioè il post-post-comunismo, e di questo mi risultano chiare le ragioni, ma nessuna corrente filosofica post-post. Ne ho dedotto che, o la filosofia procede molto meno velocemente della revisione storica o google non è poi questa gran figata. Comunque il post-strutturalismo da parte sua presentava anche un altro vantaggio: compariva in Wikipedia in una voce, concisa sì fino all’ermetismo, ma corredata di nomi esemplificativi.
All’inizio, nel leggerli, mi sono sentita abbastanza inquieta. L’idea di dover dare una scorsa a Lacan e Derrida per potermi spacciare per post-strutturalista mi sembrò infatti disturbante. Stavo orientandomi verso il neo-stoicismo, ammesso che esista, – infatti una corrente neo-qualchecosa è di prestigio almeno quanto una post-qualche cosa d’altro-quando ho scoperto che anche Foucault e Barthes erano post strutturalisti. Avendo letto "Critica di un discorso amoroso" di Ronald Barthes e il libro di un amico di Foucault, poi morto di aids, che accusa il filosofo di non avergli voluto procurare un farmaco rarissimo e costosissimo, lasciandolo così morire, pensai che a partire da queste scarne letture, grazie ad una spregiudicata capacità affabulatrice, qualcosa avrei sempre potuto imbastire e detti inizio al blog filosofico. Volendo ridare un’occhiata al libro per verificare che l’autore fosse poi effettivamente morto-cosa indispensabile perché il post avesse una qualche credibilità e un minimo di appeal- divenni matta nel tentativo di cacciarlo fuori dal mio data base. Per i miei libri io ho un catalogo tenuto da un data base sofisticatissimo, nella sua versione “punto 6”, di cui però io uso e male, solo qualche funzione elementare della versione punto 1. Questo comporta che per mettere in ordine i miei libri io debba spesso ricorrere all’assistenza di una mia amica , maga del File Maker come pure di ogni altra diavoleria informatica. Se il termine informatica sia stato da me utilizzato appropriatamente in questo contesto sinceramente lo ignoro, infatti, nonostante l’impegno, non riesco ancora a capirne a pieno il significato. O meglio, se spiegatomi, mi resta chiaro per pochi minuti, dopo di che svanisce nell’indifferenziato magma della mia ignoranza di ritorno. Quanto alla mia amica non ne scrivo il nome perché non vorrei correre il rischio che prendiate a rivolgervi a lei per i vostri dubbi informatici sottraendole tempo per risolvere i miei. Comunque alla fine scoprii che se non rintracciavo il famoso libro era perché non era catalogato sotto "All’amico che non mi ha salvato la vita", ma, attenzione, sotto “A’ l’amì qui non m’a pas sauvé la vie.” Questo per dirvi che donna sono io. Infatti non ricordavo di averlo letto in francese. So che questo potrebbe significare che mi sono spinta ormai troppo in là nella perdita di neuroni e sinapsi, ma, se ci pensate, può anche significare, come in effetti è, che io leggo indifferentemente in italiano ed in francese e che il francese mi è così congeniale ed ormai così connaturato, che aver letto un libro in italiano o in francese non comporta per me alcuna differenza. A questo piccolo particolare ci tengo. Poiché da questa mia opera deve uscire di me un’immagine apparentemente dequalificante ma sottesamente positiva, cominciare con lo stabilire che leggo in, almeno, due lingue mi sembra fondamentale.
Rintracciato il libro, che per inciso non vale proprio niente e anzi mi stupisco che Gallimard abbia potuto pubblicarlo, ho rapidamente verificato l’esattezza dei miei ricordi e ne ho tratto così il mio primo post post-strutturalista. Questo gioco di parole tra post, termine inglese per “messaggio testuale, con funzione di opinione e commento, inviato ad uno spazio comune su Internet per essere pubblicato, da to post, spedire” e post, “dopo, dal latino”, non è voluto, ma casuale; lo accolgo però volentieri e anzi ci sformo anche un po’ per non averci pensato io. Continua...

martedì 29 gennaio 2008

la 194 è in pericolo?

Giorni fa avevo lasciato un commento sul blog bioetiche tenuto da Chiara Lalli e Giuseppe Regalzi, un blog molto interessante e vario, che spazia liberamente anche al di fuori dei temi strettamente indicati dal suo nome.
Il loro post di ieri è una risposta esauriente ed articolata alla mia domanda.
Lo riporto per intero.


LUNEDÌ 28 GENNAIO 2008

L’aborto e il prossimo governo Berlusconi
Una commentatrice ci chiede: «Secondo voi quanto tempo passerà prima che il probabilissimo nuovo governo Berlusconi metta una mano pesante sulla 194?». Provo a rispondere in questo post.

Non credo che il prossimo governo Berlusconi (che a questo punto definirei certo, e non solo probabile) metterà mano direttamente alla legge 194/1978, che regola l’aborto. Questo non sarebbe nello stile dell’uomo, che non si è mai dimostrato granché sensibile ai cosiddetti temi ‘etici’ – glielo rimproverava di recente lo stesso Giuliano Ferrara – come del resto a qualsiasi cosa che non costituisca un suo interesse personale e diretto. Berlusconi eviterà dunque la grana, e lascerà per il resto che i suoi alleati integralisti continuino nell’opera di vanificazione indiretta della legge. La strategia è in corso da diversi anni, e il favore di un governo amico – o meglio: un po’ più amico del precedente governo di centrosinistra – non farà una grandissima differenza, anche se indubbiamente porterà a un’accelerazione. Ed è una strategia preferibile allo scontro frontale, che susciterebbe un’opposizione pericolosa; meglio, molto meglio addormentare gli animi con la rassicurazione che la legge non sarà toccata.
I caposaldi della strategia antiabortista sono tre:

la delegittimazione dell’aborto, descritto come un omicidio o addirittura come il peggior genocidio della storia. Il senso della «moratoria» di Ferrara è questo, al di là delle inesistenti possibilità di una sua applicazione pratica: creare una pressione sociale, una riprovazione morale fortissima e automatica. L’aborto deve ridiventare clandestino – ma non nel senso che tutti paventiamo, di ritorno all’illegalità e alle mammane: clandestino innanzitutto nel senso che le donne dovranno vergognarsi di praticarlo, e temere il giudizio del proprio ambiente. Quando l’aborto diventa qualcosa di indicibile, che non si può confidare a nessuno, diventa anche difficile da praticare: devi allontanarti dalla tua città, cercare un medico che non conosci, etc. La clandestinità vera e propria è la logica conseguenza di questa situazione – ed è una conseguenza voluta e scientemente perseguita. Aspettiamoci dunque nel corso della nuova legislatura un’escalation di condanne morali, che diventeranno sempre più parossistiche, coinvolgendo un gran numero di «convertiti» e occupando tutti i mezzi di comunicazione disponibili.
La compiacenza per la crescente obiezione di coscienza. Qui la missione degli antiabortisti consiste semplicemente nel non fare nulla: le tendenze in corso portano inevitabilmente a un numero crescente di medici obiettori, che già in alcune regioni rende quasi impossibile la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza. La pressione sociale agisce anche sui medici, e non stupisce dunque che nei confronti di una pratica ancora legale ma di fatto sempre più condannata dalle tendenze culturali in corso, molti sceglieranno di gettare la spugna. La legge 194, per la verità, prevedeva delle misure atte ad impedire questa situazione, come la mobilità del personale (art. 9); ma sono rimaste lettera morta sotto i cosiddetti governi «progressisiti», figuriamoci sotto un governo Berlusconi.
L’inserimento del Movimento per la Vita nelle strutture pubbliche. Le donne verranno incanalate nei pochi ospedali dove si praticherà ancora l’aborto, ma qui incontreranno i volontari «per la Vita», che cercheranno di persuaderle in tutti i modi a recedere dal loro proposito. Il Movimento assumerà inoltre man mano il controllo dei consultori – una posizione ancora più strategica per esercitare pressione. Fondi pubblici verranno stanziati per sostenere queste iniziative, come già avviene in certe regioni.
Lo scopo finale, ritengo, è di rendere l’aborto legale sempre più difficile: la pressione sociale, la difficoltà di trovare medici che lo pratichino, la prospettiva di affrontare la propaganda antiabortista, indurranno sempre più donne a rivolgersi alle strutture clandestine (con aumento vertiginoso dei costi, e in parte anche dei rischi), ad andare all’estero, o a rinunciare del tutto. Quando i numeri dell’aborto legale saranno calati drasticamente – anche se ci vorranno molti più anni di quelli concessi al governo Berlusconi – verrà il momento dell’attacco finale alla 194, con la scusa che il fenomeno è ormai divenuto quasi irrilevante, e quindi «controllabile».

Si può fare qualcosa per contrastare questa strategia? Purtroppo molto poco. L’attacco culturale in corso è quasi incontrastato: gli stessi cosiddetti «progressisti» danno involontariamente una mano, indugiando sempre più (per un meccanismo prevedibile di difesa) nella retorica dell’aborto come «tragedia».
L’unica possibilità consisterebbe nell’introduzione della pillola abortiva, che spostando l’aborto in una dimensione maggiormente «privata» potrebbe contrastare almeno in parte le mosse degli integralisti – dai quali non a caso è sempre stata avversata in modo virulento. Proprio in queste settimane l’Agenzia italiana del farmaco dovrebbe terminare l’iter dell’autorizzazione all’immissione in commercio; se si arriverà a un esito positivo (ma qualche dubbio è ancora lecito), vedremo quasi certamente un tentativo del prossimo governo di rovesciare in ogni modo la decisione. Se questo non sarà possibile (molto dipende dalle competenze regionali), assisteremo a una gigantesca campagna terroristica sugli effetti collaterali della pillola, e all’imposizione di misure draconiane per la sua somministrazione, in particolare con lunghissime degenze ospedaliere, che ne vanificheranno ogni carattere di novità.

Questo il futuro prevedibile, per come appare a me. Spero di rivelarmi cattivo profeta – possibilmente non per eccessivo ottimismo...
POSTATO DA GIUSEPPE REGALZI ALLE 17:21

Devo dire che le argomentazioni di Giuseppe Regalzi mi hanno convinta. Ma non rassicurata. Una forma strisciante e sottocutanea di svuotamento della legge infatti renderebbe difficile anche una possibile mobilitazione da parte del movimento delle donne.

lunedì 28 gennaio 2008

a proposito di felicità



Diceva Snoopy: La felicità è un cucciolo caldo
Io mi associo.

felicità/uno/il mondo greco

Dopo avervi afflitti con la storia del mal di vivere e della depressione, vorrei rialzare il tono dell’umore generale, presentando una storia della felicità. A puntate anch’essa.
Sto infatti leggendo proprio “Storia della felicità” di Darrin McMahon, il cui tentativo di tracciare una possibile storia di questo sentimento così sfuggente, può forse inserirsi in quella nuova corrente di studi storici che si chiama Storia delle emozioni.

L’esergo posto ad inizio libro è bellissimo. È di Albert Camus e recita così: “La lotta stessa per raggiungere le altezze è sufficiente a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo immaginarci Sisifo felice.”

Quindi, concentriamoci molto ed immaginiamo Sisifo felice.

L’oggetto dell’indagine è difficile da definire, essendo la felicità qualcosa di essenzialmente soggettivo, come Freud già un secolo fa’ ebbe ad affermare.
Ma resta che il fine ultimo dell’uomo, su questa terra, è proprio essere felice. Almeno a credere a William James. Ed io sono portata a credergli.
Ma il modo di intendere la felicità varia moltissimo da una cultura all’altra e da un’epoca all’altra.

IL MONDO ANTICO
Quando gli esseri umani uscirono dalle tenebre della semplice animalità e cominciarono a chiedersi e a darsi spiegazioni sul loro destino, cominciarono anche ad abbozzare un quadro della possibile felicità. Ma il quadro della felicità, ahimé, non era felice. Per qualche secolo gli uomini si dissero: la felicità non dipende da noi. La nostra volontà è ininfluente.
Tutte le civiltà del Mediterraneo, Asia Minore, Egitto, fino alla Persia e Mesopotamia, hanno la stessa concezione fatalistica. Anche la Grecia ha della vita questa concezione tragica e ineluttabile: sono gli Dei a decidere della nostra felicità o infelicità e, al di sopra degli Dei stessi, il Fato.
Eppure è in Grecia, come sempre, che comincia a farsi strada l’idea che la felicità possa essere conquistata dall’uomo, che la sua azione, individuale e collettiva, possa avvicinarlo a questa meta.
È Socrate a porsi, per primo,” il problema delle condizioni necessarie alla felicità”.
Socrate era un filosofo molto pratico. Mentre gli altri pensatori dell’antichità si concentravano sullo studio delle scienze naturali, e si interrogavano sulla natura del mondo e sulla possibilità di conoscerlo, Socrate inventava l’etica, che allora significava semplicemente lo studio della condotta umana, e indagava il modo migliore per vivere la nostra vita. Così cominciò a parlare di felicità.
Ma quando Socrate parla di felicità non pensa al semplice edonismo; il suo ideale di felicità è più alto, più nobile del semplice soddisfacimento dei nostri sensi e del godimento dei nostri beni.
Platone (è sempre di lui che dobbiamo fidarci, quando si parla di Socrate) nel Simposio gli fa affermare che la felicità dipende da noi, ma non va cercata nelle direzioni in cui uomini e donne si sentono spinti a cercarla dai propri desideri mal controllati: il piacere, il potere, la ricchezza, la fama, persino gli affetti familiari. Cioè l’effimero, ciò di cui approfittare al momento, nel mondo tragico dominato da altre volontà che la nostra.
Al posto di tutte queste cose Socrate predica la Filosofia, sostenendo che solo un’anima ben ordinata e l’elevazione di Eros, il desiderio, può avvicinarci alla nostra meta. Eros, che è a metà strada tra saggezza e follia, può essere disciplinato e la sua forza può essere diretta verso il vero bene e la vera bellezza: la norma morale custodita dentro di noi, il rispetto della nostra voce più autentica, la disciplina del desiderio e l’ordine dell’anima portano felicità. Questo dice Socrate e con lui Platone.
E Platone ci propone di ri-orientare i nostri desideri, per cambiare la parte più pesante ed opaca della nostra natura umana. Socrate e Platone puntano il loro sguardo in alto.
Sarà Aristotele a riportarlo sulla terra.

Aristotele osserva le cose di questo mondo con molta più indulgenza.
Nell’Etica Nicomachea afferma che ogni creatura persegue un suo fine. Quello della creatura umana è coltivare la facoltà che ci distingue da tutte le altre creature, il ragionamento, e agire di conseguenza. Essere un uomo buono significa vivere secondo la nostra particolare virtù umana: la ragione. E l’uomo buono è un uomo felice.
La felicità è una “attività dell’anima conforme a virtù”. Non sembra una grande apertura rispetto alla lezione di Socrate e Platone, e invece lo è.
Aristotele rifiuta infatti l’idea di Socrate e Platone che la virtù sia sufficiente ad assicurare il raggiungimento del fine ultimo della creatura umana. “Qualcuno potrebbe possedere la virtù ma soffrire i peggiori dei mali e delle disgrazie del mondo.Costui non può essere felice, dice Aristotele. E pensare che mi era tanto antipatico!
Una felicità sia pure approssimativa può consistere per Aristotele anche in salute, sicurezza, piacere e prosperità, onori e riconoscimenti, buoni amici e buona fortuna. Di questa felicità però non bisogna accontentarsi, l’uomo deve tendere ad una felicità più completa, la sola che rappresenti lo scopo della sua presenza al mondo.
E chiunque, attraverso l’apprendimento e l’attenzione alla sua ragione, potrà raggiungere questa felicità superiore. Aristotele è incoraggiante. Questo sforzo porterà ad essere felici la maggior parte degli esseri umani.
Però c’è un però.
Tutti coloro che per loro natura siano mancanti di ragione e quindi della capacità di usarne per raggiungere la virtù, non raggiungeranno mai la vera felicità aristotelica. Tra questi privi di ragione per Aristotele ci sono: gli schiavi, le donne, i bambini e coloro che sono privi dei mezzi necessari per avere del tempo libero da dedicare alla riflessione, all’istruzione e all’esercizio della loro ragione.
La felicità in pratica era riservata ai maschi, liberi e dotati di mezzi!


Chi invece sembra mosso a pietà dalle sofferenze degli esseri umani e dal loro destino e dichiara senza mezzi termini che una filosofia che non allontani le sofferenze dell’anima è come un medicamento inutile per il corpo, è Epicuro.
Gli esseri umani sono responsabili della loro propria felicità, ma in accordo alla loro natura. È questa la parola chiave: natura. A partire dalla sua concezione fisica radicalmente materialistica Epicuro insiste sulla centralità del piacere, ponendosi in contrasto con Socrate, Platone e Aristotele.
Secondo Epicuro l’universo è composto interamente dalla combinazione di materia e vuoto, atomi e nulla. Gli dei beati e immortali non si occupano del mondo o dei suoi abitanti.
Gli esseri umani sono semplici aggregati di materia e le sensazioni sono la fonte di ogni esperienza e di conseguenza la fonte di ogni bene e di ogni male.
Ma a dispetto di tutte le nostre volgarizzazioni e dell’uso comune di edonismo ed epicureismo come termini pressoché sinonimi, la dottrina epicurea è una dottrina ascetica, che comporta una precisa regolamentazione dei desideri.
Il piacere di cui parla Epicuro non è edonismo spiccio, ma ASSENZA DI DOLORE FISICO (aponia) e ASSENZA DI ANGOSCIA O ANSIA MENTALE (atarassia). Questi sono i veri fini, non eccessi di piacere o sottrazioni della coscienza.
In un frammento Epicuro lo dice esplicitamente.
Lettera a Meneceo:

“Quando diciamo che il fine è il piacere, non parliamo del piacere degli edonisti o dei sensuali, come pensano gli ignoranti(...), ma della libertà dal dolore fisico e dalla sofferenza spirituale....”



Per Epicuro i desideri veramente necessari sono estremamente limitati: la felicità richiede poche cose. Cibi e bevande frugali, un rifugio e un minimo di sicurezza dovrebbero bastarci, se teniamo in ordine i nostri desideri. “Colui che non è soddisfatto di poco non è soddisfatto di nulla”.
In fondo Epicuro era uno statistico: la nostra felicità dipende dalla percentuale di soddisfazione dei nostri desideri. Riducendo drasticamente il numero dei nostri bisogni noi ci assicuriamo la possibilità di soddisfarli interamente, divenendo anche più liberi. Il compito dell’insegnamento filosofico di Epicuro è quello di addestrare a quest’opera di limitazione dei nostri bisogni.
Epicuro pensa che tutti possano raggiungere la felicità adottando la sua filosofia: accetta donne e schiavi nel giardino dove tiene le sue lezioni e predica la fratellanza tra tutti gli esseri umani.


Mentre i loro grandi filosofi discettavano sulla felicità e sul bene, i Greci tentavano di strappare alla vita qualche sorriso.
Quello lieve dei κυροι,



le grandi statue di giovani fiorenti che ancora ci incantano nelle sale dei musei.
E qualche sorriso più carnale, quello di Dioniso e delle sue feste.
Poiché in qualunque momento gli Dei potevano mostrare la loro faccia crudele, tanto valeva approfittare dei loro brevi momenti di distrazione.
Le feste dionisiache si svolgevano a primavera e se culminavano con la presentazione di nuove tragedie, erano comunque una chiassosa, allegra celebrazione del dio del vino.
Si beveva, si danzava, si portava scherzosamente in processione un gigantesco fallo; dopo la tragedia si assisteva alla rappresentazione di un “dramma satiresco”, una farsa leggera in cui un coro di satiri si esibiva tra le risate del pubblico.
Oltre le Dionisiache numerose altre feste e processioni religiose consentivano, dopo i giorni di digiuno e di astinenza, scoppi di allegria, festeggiamenti pubblici, danze, canti e gare sportive. C’erano anche feste più private, banchetti, simposi, con musica, danze, abbondanza di cibo e la presenza di etere e flautisti ad ornamento della serata e per la sua conclusione orgiastica. Questi simposi sfrenati però non erano la regola. Gli eccessi insospettivano i Greci e il simposio “temperato” (dal vaso di Colofone) era quello cui si dedicavano più comunemente. Del resto lo stesso simposio sfrenato aveva una sua ritualizzazione, ancora oggetto di studio.
E infine l’amore, cantato da tutti i lirici greci, consolava, allora come ora, delle pene quotidiane. Naturalmente finché durava!

domenica 27 gennaio 2008

al tramonto

Giornata della memoria



Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

sabato 26 gennaio 2008

sabato del villaggio

È sabato. Il ritmo da cardiopalmo di queste ultime quarantotto ore finalmente si placa. Butto il bicchiere di Nutella con cui ho addolcito il mio addio al Governo Prodi e torno alle mie quotidianeità.
Ma prima lascio per chi eventualmente si trovasse a passare un piccolo brano da leggere.


...Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa. Da ragazzo amavo la Repubblica come idea, adesso come sostanza. Spesso penso che il nostro paese affronta amare sorprese per un’incapacità dei suoi abitanti a sentirsi liberi, e una tendenza a lasciar correre: a Roma dicono “ad abbozzare”...

È Ennio Flaiano ed è il 1957.

venerdì 25 gennaio 2008

Politica & prostata

Il mio venditore di articoli per animali e il mio idraulico di fiducia, ridono e scherzano sulla porta del bar. Nel passare saluto e l’idraulico mi fa: “Lo prende anche lei un caffé per festeggiare?” “Festeggiare cosa?” domando ipocritamente. “La caduta del Governo!” fa l’idraulico. “Non mi sembra che ci sia niente da festeggiare”, faccio io, mentre la temperatura della comitiva comincia a scendere. “A signò-fa Marcello l’idraulico- ‘sto governo ce stava a rovinà, co tutte quelle tasse... “E a lei che gliene importa Marcé? Lei non le ha mai pagate le tasse! In 50 anni che ha lavorato per mia madre, per me, per mia figlia, non ha mai fatto una ricevuta. E mi devo pure preoccupare di farle trovare i soldi in contanti perché non accetta assegni, per evadere più comodamente!” “Io lavoro da quando avevo 15 anni! esclama indignato. “E allora? Vuol dire che sono cinquant’anni che non paga tasse! Lei si è operato di prostata al san Giovanni senza pagare un euro, no? Mi pare che ha preso da questo Stato più di quanto gli abbia dato. Buongiorno”. E me ne vado. A prendermi il caffè in un altro bar.


Entro dal giornalaio per fare il pieno di cattive notizie, mentre il mio edicolante, rosso in faccia, esclama all’indirizzo di uno pseudo restauratore a suo tempo attacchino dell’MSI e tra i più scalmanati fascisti di zona Colle Oppio. “La verità è che tecnicamente questo è un paese di merda!” En passant ricordo che una volta sentii dire allo pseudo restauratore che negli anni settanta si cercava solo donne di sinistra per “potersele scopare con più gusto”.
Prendo i miei giornali mentre quello ride “T’incazzi eh?- fa provocatoriamente al giornalaio-ve ce rode eh?” Mi vanno gli occhi su una bottiglia che tiene tra le mani. “Vernice acrilica” c’è scritto.
Tendo i soldi al giornalaio e mi rivolgo direttamente al fascista: “Lo sa che le vernici acriliche fanno venire il cancro alla prostata?” dico indicando la bottiglia che tiene in mano. Il sorriso gli muore sulla faccia. Apre la bocca per rispondere ma lo precedo: “Auguri!” ed esco strizzando l’occhio al mio giornalaio.


Fa freddo e decido di fare un bel brodo. Aspetto il mio turno dal macellaio e passa il veterinario che ha lo studio a pochi passi. Ci salutiamo, lui guarda il giornale che ho in mano e commenta: Che paese! Già, concordo sinteticamente io.
Il mio macellaio, che è un filosofo e anche una bravissima persona di destra, chiosa “Tanto passano tutti”. Salta su inviperita un’ anziana signora: Eh no, questi passano! Berlusconi non passa, lui al governo ci resta altri vent’anni.!”Faccio per aprire bocca, senza sapere minimamente che cosa la mia bocca stia per dire, quando il veterinario, uomo mitissimo, la investe con un fulmineo: “Non credo proprio, col tumore alla prostata al massimo governa altri cinque anni.”
-Ripasso dopo- dico al macellaio e mi butto a ridere fuori del negozio!
Questa è la mattinata della prostata!

Prima Regola di Sopravvivenza

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimé quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite:
chi la ridusse a tale?



Caro Giacomo, io non dubito neanche per un secondo che tu sia qui accanto a me a ripetere i tuoi versi mentre io me li ripeto.
Li conosco a memoria, perché la mia Prima Regola di Sopravvivenza recita: conoscere a memoria i Canti di Leopardi per poterseli recitare in caso di bisogna.
Tu sai che la bisogna si presenta spesso per me. Io so che funzionano.
Tutte quelle storie Giacomo, tutte quelle discussioni tra critici, per stabilire se il tuo famoso pessimismo fosse cosmico, esistenziale, e bla e bla e bla. Che perdita di tempo!
Non sentono la semplice energia che nasce dai tuoi versi? La sferzata, che nessuna immagine penosa riesce a smorzare, con cui investi chi ti legge?
Dai, ripeti con me, Giacomo, ho inventato per te una voce e la sento chiara se non bella, dietro di me. Non avevi nulla di bello Giacomo, scusa se te lo dico.
Eri solo straordinariamente bello tu. Ecco.
Adesso ce lo ripetiamo un paio di volte, il tuo All’Italia, eh Giacomo e poi rinfrancata me ne andrò a dormire.
No, non lo riporterò tutto, troppo lungo, troppo solenne, forse per alcuni troppo scolastico. No, davvero, non avertene a male.
Dunque, dove eravamo arrivati?
Ah, sì ....E questo è peggio,
che di catene ha carche ambo le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo...

giovedì 24 gennaio 2008

Attenzione!

A tutti i PROVOCATORI: sappiate che, alla notizia dell'avvenuta votazione al Senato, ho attuato la mia Trasformazione in Power Ranger Mystic Force!




Tenetevi per avvertiti!

ThyssenKrupp

Dal Manifesto:

Banca popolare etica, IBAN IT40 K050 1803 20000000 0535 353
Il c/c è intestato a "Solidarietà vittime ThyssenKrupp, via Bargoni 8, 00153 Roma.

E' qui che, se vogliamo, possiamo far arrivare un bonifico, anche modesto, per le vittime del rogo della ThyssenKrupp.

segnalazione

Su Azzurroho trovato una notizia che riguarda, creo, tutti i bloggers.
Ringrazio Ivan, senza il quale l'avrei ignorata.