giovedì 23 gennaio 2014

DEP & DAP LEXICON /14

Capitolo Otto

A ridosso-di-quel tempo Qualcuno metteva alla prova se stessa e la machina scaenica  


Quando a ridosso di quel tempo le ore e i giorni di sollievo presero a farsi più frequenti Q. non osò avanzare ipotesi mentre osservava con circospezione il comportamento della machina scaenica. Questa assunse un understatement-style: sfoltì le sue prestazioni e pur non cessando di offrire a Q. la sua festa barocca, quasi svogliatamente la allestiva in economia.
                  Ogni tanto infatti rinunciava al frullatore di organi, al rumore di fondo, all’ all-black e restituì a Q. la sua voce e la sua capacità uditiva. Anche lo squalo e il grave smisero di abitare il corpo di Q.
Ma il verdetto, no;  quello Q. lo ritrovava davanti a sé appena riemergeva dal sonno ogni mattino, con le sue tre definitive parole: sono ancora qui; anche l’accelerazione canina del respiro e la decelerazione agonica del cuore continuarono a danzare il loro paso doble, l’osso continuò a ostruirle la gola quando inghiottiva farmaci, acqua e persino aria e il soffoco non smise di farla sentire prigioniera ovunque una porta si chiudesse alle sue spalle; intanto il masso dal canto suo riposava ancora sul suo petto. In compenso Q. precipitava poco e comunque non fino agli antipodi; talvolta il mondo si offuscava, sì, giusto un colpo di bemolle, ma poi tornava a prendere consistenza.
                 Insomma, l’iper-realtà e l’ir-realtà in cui Q. viveva da anni sembravano disposte a lasciare un po’ di spazio alla semplice, banale realtà. Il divorzio non consensuale da se stessa sembrava essersi avviato verso un accordo bonario: forse Q. poteva smettere di pagare i salati alimenti che da sette anni consegnava alla DEP & DAP o almeno ridurli.
                   Si annunciava una ritirata del nemico? O era un diversivo strategico e il galop si preparava a sferrarle un attacco massiccio e definitivo, imprimendo alla danza un ritmo da derviscio? Q. non lo sapeva, né se lo chiedeva. Ma incoraggiata dal suo più fedele alleato, il coniuge, e dal Professore, cautamente prese a fare piccoli esperimenti, brevi sortite per vedere fin dove poteva spingersi senza che l’inghiottitoio facesse di lei un unico boccone.
                 Per prima cosa Q. tentò di riappropriarsi dello spazio e del movimento. Questa era stata la dimensione distintiva del padre che gliel’aveva trasmessa ma che morendo l’aveva portata via con sé. In quei giorni Q. ne tentò la riconquista.
              Come primo passo riconquistò il terrazzo. Riprese a compiervi senza più angoscia i lavori una volta usuali: il cielo spalancato sopra di lei non la minacciava più e lei potava, annaffiava, toglieva foglie secche, concimava. Da sola, senza che lo squalo la incalzasse. E senza che il grave le chiedesse di essere gettato giù.
                 Il ridosso si prolungava e Q. si sottoponeva a nuove prove. Nella scelta degli spazi da riconquistare le venne spontaneo rivolgersi ai chiostri, luoghi che aveva sempre amato e frequentato, dove era sempre stata bene. Dove il suo spirito si riposava. Dove si sentiva accolta e compresa. E ai chiostri, spazi liberi sotto il cielo, Q. tornò.
                Q. non era cristiana. Non apparteneva a nessuna religione, ma il chiostro delle chiese, invenzione materiale e spirituale, sempre l’aveva toccata nel profondo e ora, a ridosso di quel tempo, offrì a Q. il sollievo di cui aveva bisogno. Nel chiostro trovò la misura ideale per contenerla senza imprigionarla.
                         Un chiostro è un luogo chiuso, il suo nome lo dice, ma nello stesso tempo non lo è. È un luogo raccolto ma aperto sotto il cielo. Prende sole, vento, pioggia, freddo, umido, vapori di nebbia, luce rovente. Il chiostro accoglie tutto quello che il cielo manda. Sta lì, aperto e tranquillo. Anche Q. prendeva tutto quello che il cielo del suo male mandava. Tranquilla no, non lo era più stata. Il caos non concede tranquillità, ma se Q. era un anacoluto, era un anacoluto senza ribellioni.
                       I chiostri che Q. tornò a visitare erano spesso circondati da autentici capolavori di scultura. Colonne di meravigliosa fattura, parapetti intarsiati che raccontavano storie, marmi multicolori o antichi mattoni rosati. Spesso tutto intorno al chiostro, murate sotto i portici, c’erano epigrafi funebri: santi, bambini, antichi romani, artigiani, martiri cristiani, donne morte di parto, vecchi monaci, nobili del seicento, tutta un’umanità che si affacciava dalla distanza di secoli e se ne stava lì, raccolta, muta e serena.
                        Q. decifrava le epigrafi in latino, contava gli anni di vita, studiava i bassorilievi, quei volti sereni esposti nudi agli sguardi di chi passava: morti che non facevano paura e non ne avevano, Q. lo sapeva.
Erano al sicuro sotto l’ombra fresca e guardavano verso il centro luminoso del chiostro. Lì fontane a getto o fontanelle, aiuole, alberi o un semplice prato. Sempre comunque un elemento naturale. Per questo soprattutto Q. amava il chiostro, perché è una costruzione architettonica ma è anche natura. Il chiostro è fatto di terra, cielo, acqua e erba.
          Nella città di Q. ci sono chiostri di una bellezza assoluta, preziosa, storica. E piccoli chiostri nascosti. Lei tornò a frequentarli. Dove erano interdetti ai visitatori, Q. pregava il frate, il parroco, il chierichetto di turno. L’accolsero sempre. Nessuno mai le disse di no. Forse sentivano che il suo spirito cercava lì qualche forma di pace e non gliela negarono.
                  Nei chiostri più famosi, affollati di visitatori, il soffoco opprimeva Q. e lei aspettava che la gente sciamasse via e che tornasse il silenzio. Allora, in quel silenzio, l’ansia di Q. si placava. Il chiostro ha un silenzio di una qualità diversa da tutti gli altri. Un silenzio che non è mai muto. A Q. sembrava di sentire i passi leggeri dei frati, delle suore, dei bambini, delle ragazze madri che avevano sostato in quello spazio sereno. Qualche risata vi era rimasta impigliata e voci basse di religiosi che ripetevano torno torno le loro preghiere.       
                         Nella primavera del ridosso sui chiostri passavano talvolta le rondini. Quelle rondini non gridavano più minacciose verso Q. e lei non ne aveva paura. Talvolta dal campanile suonavano le ore. Anche se non suonavano lei poteva sentirle, come tante volte le aveva ascoltate. Ascoltava le campane e il mormorio del tempo. -Forse il tempo scorre ancora, si diceva, forse anche per me-. In quello spazio anche lei poteva riprendere un cammino.
                          Del chiostro non le interessava la storia, l’importanza artistica. Un chiostro era sempre stato per lei un luogo a-storico. Un luogo perenne. Fisico e metafisico. Le interessava solo la qualità del tempo e la qualità dello spazio. Si sentiva sull’orlo di quel tempo e tremava. E respirava quello spazio così diverso da tutte le costruzioni spaziali che l’uomo ha inventato.
Uno spazio che parlava al suo spirito. Raccogliti, sentiti respirare. Le diceva così il chiostro. E il suo cuore batteva finalmente lento e costante e il suo respiro si faceva fondo e tranquillo, il bemolle si dissolveva e l’aria era nitida intorno a lei.
                             Q. desiderava sdraiarsi e starsene lì. Raccogliersi, sentirsi respirare. Non potersi sdraiare era il suo solo rammarico, l’unico dispiacere che il chiostro le dava. Si sedeva però su un gradino, su una balaustra o si appoggiava a una colonna. Aveva bisogno di dare un po’ di abbandono al suo corpo, mentre il suo spirito si abbandonava a quella innocenza. Perché il chiostro è innocente. Sempre. Le storie terribili che può aver visto, sentito, conosciuto, non lo riguardano e non lo contaminano. Un chiostro è come una preghiera. Ha una sua sincerità.

                          Anche le  visite di Q. ai chiostri erano preghiere. Pregava la vita, perché le restituisse se stessa, pregava il cielo perché tornasse ad esserle amico, pregava il sole perché non si offuscasse più per lei e la terra perché non tremasse e non la inghiottisse. E pregava gli assenti. Quel padre che l’aveva portata lì, dopo averla gettata in quel tempo oscuro. E toccava gli alberi -tronchi, rami, foglie- li spettinava un po’. Toccava i bassorilievi, sfiorava le piccole statue, le colonne, le pareti calde o umide, accarezzava le lapidi incise. Toccava. Girava intorno, guardava, sorrideva-sorrideva sì- e ascoltava e si ascoltava. L’Altra non taceva, la sua voce era sempre lì, ma Q. non ne era turbata. Q. stava bene nel chiostro e l’Altra glielo confermava. Q. era in un dentro e era in un fuori. Era al chiuso e all’aperto. Era. E forse poteva dire io.
(Continua/14)

giovedì 2 gennaio 2014

DEP&DAP LEXICON/13

Capitolo sette


A Quel Tempo Qualcuno pensava che Quel Tempo non sarebbe mai finito finché se ne si trovò a Ridosso

Q. viveva quel tempo ormai da quattro anni e la speranza di vederlo cessare mai aveva sfiorato la sua mente. Quel tempo si era instaurato nella sua vita, se l’era presa e se la sarebbe tenuta, all’infinito. Era stata condannata all’ergastolo e sulla sentenza che aveva fatto di lei una DEP & DAP c’era scritto: fine pena mai. Così pensava Q.
                  Ma si trovò a un tratto nella necessità di inserire nel suo lessico un nuovo lemma. Le serviva per indicare certi giorni che apparivano stravaganti rispetto a quel tempo. Lei li chiamava il Ridosso. Erano giorni in cui improvvisamente il masso allentava la sua presa e quando lei tirava un grande respiro l’aria entrava fino in fondo ai polmoni. I giorni in cui per un’ora-un’ora!- il Rumore di fondo non le rimbombava intorno e nella testa. Giorni in cui lo squalo se ne restava a casa sua.
                 Perché scelse di chiamarli ridosso? Il termine “ridosso” ha una duplicità di significato che a pieno descrive il modo in cui Q. viveva quei giorni. È un riparo: ci si può mettere a ridosso di una collina, un muro, una palizzata per proteggersi dal vento, dall’acqua, da una nevicata, da una sparatoria western. E Q. considerava quei giorni come temporanei ripari dalla bufera che l’aveva investita, piccole colline dietro cui momentaneamente riparare; un’ora d’aria dalla sua prigionia, una risalita rapida dall’apnea prima di inabissarsi di nuovo in quel tempo.
                  Ma nell’altro suo significato, a ridosso possiamo avere qualcuno o qualcosa che incombe, incalza, preme minaccioso alle nostre spalle.
Infatti quei giorni si erano infilati in quel tempo di maniera schiva, incerta, incoerente,  quasi clandestina, senza alcuna costanza e per Q. erano inaffidabili,  inattendibili
e alle loro spalle, alle spalle di Q. la tormenta di quel tempo  incalzava.
Del resto la compagnia della machina scaenica non si era sciolta e non appena un invisibile regista chiamava in scena gli attori questi tornavano a calcare il palcoscenico e le offrivano ancora il loro esuberante, multiforme spettacolo.
                  Per questo Q. usava il termine ridosso ma il ridosso la disorientava: si sentiva frastornata, scombussolata, persino spaventata da quei giorni. Non riusciva neanche ad immaginare che il ridosso potesse annunciare un’uscita da quel tempo, e che un giorno avrebbe potuto non pensare a sé come a una DEP&DAP. Per Q. un pensiero del genere apparteneva all’inverosimile: quel tempo era per lei imperituro.
                    Un cronopsicologo avrebbe detto che la sua percezione del tempo era distorta. Se ne avesse interrogato uno, Q. si sarebbe sentita dire che il suo tempo scorreva adagio, anzi si trascinava, perché analizzarsi, come faceva L’Altra, la sua radiocronista, e concentrarsi sul proprio funzionamento, notare ogni pulsazione, ogni palpito, ogni respiro, significa dilatare il tempo sicché un secondo sembra un minuto, un minuto un’ora e un’ora un giorno. Per questo Q. aveva l’impressione che il tempo non passasse mai.
                 Oggi la cronopsicologia dice che il tempo di una DEP & DAP scorre ad una velocità che è il 50% del tempo reale oggettivo e misurabile. Perciò, supponendo che il male oscuro avesse affatturato Q. come una Circe, un giorno, parafrasando l’Ulisse di Dante, lei avrebbe potuto dire a ragione “sottrasse me più di dieci anni”. Q. aveva sperimentato tutte le possibili distorsioni del tempo -concentrazione e dilatazione, rallentamento e accelerazione; persino la cronostasi, l’immobilizzarsi improvviso del tempo, come un cavallo che s’impunta, non le era ignota.
Anzi, grazie alla versatilità della sua machina scaenica, sperimentava distorsioni anche più audaci. I cronopsicologi osservano oggi che per una DEP & DAP  esiste solo passato e presente, mentre il futuro è inimmaginabile.
Verbi al futuro una DEP & DAP non ne usa, dicono. Forse a quel tempo Q. non usava l’indicativo futuro, ma nel futuro, benché effettivamente per lei non immaginabile, poteva trasferircisi. Armi e bagagli.
                    D’un tratto sentiva il suo corpo, l’aggregazione che lei chiamava Q. -gli atomi che davano materia alla sua vita, la sede di dolori gioie palpitazioni pensieri amori e tormento- disaggregarsi, sciogliersi in erbe di campo, diventare pascolo di pecore e agnelli. Non che si sentisse brucare addosso, questo no, ma si sentiva materia in via di trasformazione, teletrasportata in un futuro piramidale. Questi slanci in avanti del tempo erano troppo fisici per essere visioni: Q. si sentiva cadere sulla terra accogliente, chiudeva gli occhi e si sentiva sciogliere.
                     Sì, il tempo poteva precipitarsi in avanti, il tempo era elastico, Q. poteva testimoniarlo. Lei percepiva l’elasticità del tempo. Infatti subitaneamente l’elastico poteva ritrarsi e arretrare. E riacquistava la propria posizione e anzi la scavalcava. Era l’effetto bungee-jumping del tempo. Così Q. si diceva: sto facendo del bungee-jumping. I cronopsicologi ancora non lo hanno repertoriato, ma che ne sa un cronopsicologo della machina scaenica? (Anche se oggi tra di loro si fa strada l’idea che l’esperienza del tempo sia creata in modo attivo dalla mente, come era creata dalla mente di Q.).  
                   Così improvvisamente Q. non è più disciolta in un campo, potenzialmente brucabile da una pecora, ma sta ben ritta -stanza quattro settimo piano di un ospedale romano- accanto al letto di suo padre.
                    Gli tende un boccone di pasta e ne riceve in cambio il gesto di sputarle in faccia: quell’uomo, totalmente impedito nei movimenti, dichiara guerra alla sua nuova condizione e la respinge assieme all’alimento che lei gli offre. Solo la sera prima Q. ha scorto lacrime d'impotenza negli occhi del padre e considera questa l’offesa peggiore che la vita possa farle. Perciò respira a fondo e torna a porgere il boccone, augurandosi un nuovo sputo ribelle. Ci sono infatti circostanze nella vita in cui una lacrima è molto più intollerabile di uno sputo. Ora Q. vive uno di quei momenti. 
            Questo era il bungee-jumping:passare d'un botto da un campo erboso a un ospedale romano -stanza quattro settimo piano- passato e futuro che si succedevano senza soluzione di continuità in ogni interstizio tra dolore e dolore. Eppure Q. non era imbarcata sull'Enterprise.
Ma poi vennero i giorni del ridosso: il tempo si fece meno elastico, restò un tempo azzoppato, anelante, ma smise di schizzare avanti e indietro. Quei giorni la rifocillavano ma Q. pensava che erano menzogneri.

Infatti a quel tempo Q. pensava che quel tempo non sarebbe mai finito finché se ne trovò a ridosso.
(continua/13)

mercoledì 25 dicembre 2013

DEP & DAP LEXICON /12

CAPITOLO CINQUE

A quel tempo Qualcuno poteva essere abitata

Forse fra di voi c'è chi ricorda che il mio racconto inizia in un giorno di agosto in cui Q. si scoprì abbandonata. Riallacciamoci a quel giorno. 

Il giorno successivo alla scoperta dell’ inganno coniugale, Q. si svegliò nella posizione del martire, effettivamente la più appropriata a rappresentare l’accettazione  mortificata con cui Q. aveva accolto quella rivelazione, e prese a inerpicarsi nella nuova giornata. Compì accuratamente tutti i gesti necessari a portarsi fuori di casa e si diresse al parco mentre L’Altra, la sua colonna sonora, le parlava come sempre: -Ti tremano le gambe. Già, ti tremano le gambe. Sei zuppa di sudore e hai freddo. Non è grave. Visto che il termometro già stamattina alle otto segnava 28 gradi, di questi brividi di freddo non mi preoccuperei. Di freddo percepito non si muore, si muore solo del freddo effettivo, in quota ad esempio o sotto una valanga e allora ci si congela e il cuore si arresta. Ma non siamo né in quota né sotto una valanga e dunque non morirai congelata e il cuore non si fermerà “
            Nonostante tutte le rassicurazioni dell'Altra Q. continuava a non fidarsi delle leggi fisiche e di quelle fisiologiche che ne discendono e mentre tremava di freddo tremava anche di paura. Ora auscultare per accertamento i battiti del proprio cuore mentre si trema è difficile, l'operazione non riesce bene, così Q. non poteva dirsi sicura di ospitare ancora un cuore in petto, anche se sapeva benissimo che nessuno può deambulare verso un parco in un mattino di agosto con 28, no ormai 29 gradi centigradi, se non ha più un cuore in petto. Ma non poteva fermarsi e anzi, preso l'abbrivio, fendette l'aria pesante del parco e il parco stesso, giù lungo il viale centrale, con quell'Altra che la incoraggiava: -il cuore non lo senti ma c'è, di freddo percepito non si muore, di freddo percepito non si muore, il cuore non lo senti ma c'è-.
           Andava sempre più veloce con tutto il suo seguito appresso, il freddo, i tremori e il terrore, ma andava perché ormai lo squalo si era impadronito di lei. Infatti, oltre che l'Altra se stessa, titolare del terzo occhio, o colonna sonora o sua personale radiocronista che dir si voglia, a quel tempo Q. ospitava in sé diverse creature che dal di dentro la plasmavano a loro immagine e somiglianza. Poteva capitare che Q. ospitasse uno squalo, come appunto quella mattina.
             Lo squalo era una visita abbastanza infrequente ma era tale da non passare inosservata. Subitaneamente Q. veniva investita da una potente esaltazione, una frenetica smania agendi che la lasciava poi estenuata, quasi un relitto scagliato sulla spiaggia da un'onda anomala. A dire il vero per un po' Q. aveva nominata l'esperienza proprio onda anomala, ma aveva poi ripiegato sul termine squalo perché le sembrava che rendesse meglio l'incontro di irrequietezza e avidità che l'esperienza conteneva, mentre onda anomala non giustificava a pieno la sua partecipazione attiva e smaniosa al fenomeno.
            Una piccola premessa sulla fisiologia dello squalo appare qui necessaria.
"Gli squali dormono; come tutti gli esseri viventi hanno bisogno di dormire per poter recuperare le energie spese durante l'attività.
Gli squali non hanno polmoni, respirano come i pesci per mezzo delle branchie. Nuotando l'acqua entra nella loro bocca ed esce dalle loro branchie. In questo cammino avviene lo scambio gassoso, la respirazione. Durante il sonno gli squali hanno gli occhi chiusi, i battiti più lenti, la respirazione e gli impulsi elettrici rallentati.
Però quando dormono nuotano, lentamente ma nuotano. Nuotano per tutta la loro vita, perchè devono respirare. Quando si fermano è perché sono morti. " (nota) 
            Questo comporta che lo squalo non posi mai e, per analogia, una volta posseduta dallo squalo, Q. non si posava più.
Diciamo che, se lo squalo si impadroniva improvvisamente del suo corpo verso le dieci del mattino -mentre Q., uscita dallo studio del Professore, rientrava lenta, piangente e appesantita verso casa- lo stato di possessione poteva durare anche otto, dieci ore e lo squalo moriva dentro di lei solo verso la mezzanotte, quando di botto, con la stessa subitanea repentinità, tutte le energie che fino allora le erano ribollite dentro impetuose, abbandonavano compatte Q. lasciandola stordita e attonita come se si risvegliasse da una seduta di ipnosi durante la quale l'ipnotizzatore l'avesse fatta girare come una trottola. E come la trottola, esaurita la carica cinetica, cade reclinata su un fianco, così Q. crollava d'improvviso sotto il suo stesso peso. Ma poteva capitare anche che lo squalo venisse in visita verso le otto di sera mentre Q. mangiava il cibo-ovatta al tavolo da pranzo e che si trattenesse in lei fino al mattino, ignorando persino il sostanzioso invito al sonno di un Tavor expedit mg. 2
             Durante le ore in cui era abitata dallo squalo Q. fendeva le acque della sua giornata, o della notte, animata da una spaventosa carica energetica che non sopportava costrizioni e mobilitava ogni più piccola cellula del suo corpo. Gli occhi inquieti dardeggiavano su ogni cosa, in ogni direzione, scrutavano e registravano, registravano qui e passavano a scrutare là; più che posarsi sulle cose e sulle persone le risucchiavano bramosi dentro di sé come se dovessero impadronirsi di ogni minutissima particola della realtà.
Non potevano fermarsi su niente, perché lo squalo non sopportava che qualcosa sfuggisse al suo controllo e alla sua cupidigia. E quindi il capo di Q.
continuamente si girava sul collo teso, nello sforzo di appropriarsi del mondo per tutti i trecentosessantagradi che la circondavano.
Anche gli arti subito si mettevano a disposizione dello squalo e il passo lento e strascicato di botto diventava risoluto,  anzi militare,  conquistatore e Q. divorava le strade e le piazze, sfrecciando tra esseri umani e automobili, ignorando semafori, strisce bianche e motorini, presa da un violento bisogno di cinèsi che non ammetteva ostacolo né rinvio.
                 Chi l'avesse osservata —e obiettivamente, a quel tempo, Q. era un soggetto degno di osservazione — avrebbe potuto pensare che Q. si fosse improvvisamente ricordata di un urgentissimo, vitale appuntamento e che avesse preso a marciare velocissima per raggiungere il luogo ad esso deputato. Q. invece semplicemente si precipitava a casa dove era certa di trovare pane per i suoi denti o, per meglio dire, per i denti dello squalo e qui giunta la frenetica attività indagatrice dei suoi occhi le serviva appunto da scandaglio per rilevare intorno a sé il più piccolo appiglio cui appendere le spaventose energie che improvvisamente le rigurgitavano dentro. Q. passava da un'attività all'altra, si riempiva di cose fatte mentre già cercava cose da fare.
                  Si riempiva infatti, ma non si saziava. Lavava verdure e pavimenti, potava piante e cuciva orli, spostava mobili e lucidava piastrelle, vuotava e riempiva armadi, poi risolveva cruciverba e catalogava libri, spazzolava cane e gatto e ispezionava soppalchi, preparava dolci, soufflè e frittate, montando uova, impastando farine, sminuzzando formaggio o prosciutto, quindi lavava maglioni invernali o camicie da notte, lavorava a filet tende per finestre, ripuliva foglia per foglia rami di limone dalle uova di cocciniglia e verificava origini etimologiche di parole sul dizionario per poi passare a tingere vecchie stoffe di cuscini e a incollare i pezzi di vecchi piatti di porcellana...
                 Nelle attività su cui lo squalo piombava non c'era nessun ordine logico, esse si accumulavano disordinatamente e nessuna conteneva in sé il suo fine; il fine era sempre uno ed uno solo: permettere allo squalo di respirare.
E intanto lo squalo sorrideva, del suo largo sorriso vorace e insoddisfatto, quello che nei documentari egli fa balenare verso l'operatore che lo riprende mentre già lo supera; sorrideva e non si stancava: divorava, sfilava, sorrideva  col suo ghigno e si manteneva in vita.
                 In quelle ore da squalo anche Q. sorrideva. Sorrideva dentro di sé nella sua avida pancia da squalo che si riempiva di cose, di fatti, di sensazioni, di pensieri, di azioni, di immagini; era bello essere squalo, che nessuno fermi Q!
             Non erano ore cattive quelle da squalo, quelle davvero cattive sarebbero venute subito dopo. Dopo la morte dello squalo. Che accadeva di colpo, perché il colpo, la subitaneità, insieme alla forza, sono il marchio distintivo dello squalo. Allo squalo tutto accade di colpo. Quando lo squalo è stanco si posa sul fondo e muore. Anche allo squalo ospite del corpo di Q. accadeva la stessa cosa: non si stancava se non all’improvviso. Allora si posava dentro di lei e moriva e la consegnava al precipito.
                    Al precipito abbiamo già accennato ma è un fenomeno cui vale la pena di dedicare una più accurata descrizione. D' improvviso l’ attrazione gravitazionale si faceva sentire con una potenza inusitata in Q. e l’attirava di maniera possente e inarrestabile. Nessun corpo poteva sostenere Q. quando la terribile attrazione si metteva in moto. Nessuna sedia, nessuna poltrona, neanche il letto. Anche attraverso di esso Q. si sentiva cadere, niente bastava a sorreggerla, sprofondava attraverso gli altri corpi lentamente; senza strappi, ma incessantemente, precipitava.
Per questo Q. lo chiamava il precipito.
            Al termine del precipito Q. riceveva la visita del Grave. Accadeva così che dopo il lungo, immobile precipitare il corpo di Q. finalmente si arrestasse su un fondo imprecisato e che lì solidificasse.
Bisogna però dire che il Grave  poteva venire a visitarla anche indipendentemente dal precipito, per scelta autonoma.
               La sensazione precisa era che su Q. si riversasse una valanga, una massa di fango e pietre tracimata da non si sa dove, che lentamente le si solidificava addosso, rimodellandosi sul suo corpo e divenendo tutt'uno con esso. Q. aveva l'impressione che i detriti di quella improvvisa valanga si fossero infiltrati anche dentro di lei, le avessero riempito la bocca, i polmoni, lo stomaco e così via. E che si fossero saldati insieme, trasformandola in un novello Hulk. Le sembrava di avere un corpo enorme, duro, lento e pesante. Di Hulk le mancavano solo il colore verde — e di questo Q. non si lamentava — e la forza.
               Essere Grave era infatti terribilmente faticoso. Significava spossarsi anche solo per sollevare un braccio, sentirlo rigido, compatto e pesante come fosse fatto di pietra. E lo stesso accadeva per i piedi e le gambe. Spostarne una era uno sforzo terribile. Q. se le toccava ogni tanto, per verifica, e le sue mani incontravano la solita superficie di muscolo e carne. Eppure le gambe pesavano e le sembravano un'unica colonna di pietra priva di articolazioni. In queste condizioni qualunque attività diventava gravosa ed estenuante e Q. poteva solo attendere che il Grave decidesse di accomiatarsi.
              Si faccia intanto attenzione a non confondere il masso con il grave.
Il masso, come abbiamo visto, le si piazzava sul petto e agiva sul respiro. Il grave invece investiva tutto il corpo. Ne era una vera e propria trasformazione. Col masso si poteva uscire di casa, sia pure affannando, il grave invece lo rendeva impossibile, o meglio poneva condizioni ricattatorie per spostarsi. Bisognava allora essere molto, molto accorti.
Cosicché, mentre era grave, Q. doveva ripetersi la raccomandazione del Professore a perdonarsi subito per avergli dato asilo nel suo corpo. Il grave stesso andava perdonato immediatamente: questa era la consegna. Perché, senza perdono, il grave diventava cattivo, molto cattivo contro Q. stessa che cominciava a pensare di gettarlo dalla finestra. Così quando era grave Q. affrontava l'esercizio del perdono, ricordando al grave e a se stessa, subito e con fermezza, che essere grave non è un peccato. Solo così si poteva sopravvivere al grave e alla sua attrazione verso il basso.
                A quel tempo però ad ogni momento poteva levarsi una voce qualsiasi ad incalzare Q. in specie  di grave  invitandola pressantemente a combattere la sua natura di grave per diventare qualche altra cosa, in una parola — sempre quella! — a reagire.
              Il mondo era pieno di gente che non era mai stata grave e che credeva di sapere come si fa a smettere di essere grave. Andavano anche in tv. Una sera in cui Q. era già  grave fin dal mattino e dal mattino si adoperava a tenere il grave  sotto controllo, Q. aveva sentito parlare in tv uno di questi esperti mai stati grave. Un filosofo. A suo dire se un grave si accompagna regolarmente ad un filosofo —a pagamento supponeva Q. —e affronta con lui un profondo esame dei grandi problemi filosofici che da sempre turbano l'umanità, -chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo, cos'è il dolore, cos'è la felicità, che cosa significa essere vivi, chi siamo noi, lo spazio, il tempo, l’eternità, il bene, il male, l'identità, chi sono io et caetera, et caetera-  il grave si assottiglia, anzi si parcellizza, diviene prima pietrisco, poi brecciolino, poi pian piano si fa polvere e, oplà, scompare. Le membra si sciolgono, cadono come crisalide e ne vien fuori un nuovo e più consapevole essere umano che, liberatosi del suo falso sé, affronta vita, morte e dintorni filosoficamente.
                     Se quella sera, mentre lo ascoltava parlare, Q. non fosse stata grave ma, poniamo, squalo, si sarebbe potuta alzare dal letto e avrebbe potuto telefonare alla Rai per chiedere che non ospitasse più, a sua spese, filosofi che parlavano del grave senza esserne mai stati abitati.
Ma quella sera Q. ospitava il grave sicché dal letto sul quale il grave l'aveva spalmata ascoltò il filosofo elargire saggezza e sicumera e, aprendosi a fatica una strada tra i detriti granitici che le occludevano anche il cervello, Q. gli inviò un piccolo messaggio augurale: Cento di questi Gravi.
                   Ma per tornare a quella mattina di agosto in cui Q. marciava nel parco, non si trattava né di grave né di precipito. Era invece lui, lo squalo, a imperare, sornione e tassativo, lui a spingerla e ad attrarla, a metterle fretta alle gambe e fuoco ai piedi, lui che la portò torno torno al parco, sempre scrutando intorno a sé, prendendo nota di tutto, tutto risucchiando negli occhi avidi, tutto misurando, valutando, fotografando. Ogni albero, ogni gatto, ogni filo d'erba, ogni panchina, ogni pietra, tutto andava repertoriato e stampato bene nella testa. Perché? Non c'era un perché, chiedersi i perché era un'attività decisamente superflua per lo squalo e a dire il vero Q. stessa a quel tempo considerava ogni ricerca causale alquanto sopravvalutata. C'era da marciare attraverso il parco e condurne un'ispezione, questa era la consegna dello squalo. Andava fatto in fretta, con attenzione molecolare e poi ripetuto, giro dopo giro, viale dopo viale, prato dopo prato, cespuglio dopo cespuglio. Tutto fu registrato e mandato a mente e niente fu visto. Perché vedere, sia detto, non è compatibile con la velocità dello squalo. Cosicché quella mattina, quando lo squalo che l’aveva abitata in fine si posò sul fondo dell’oceano e morì Q. fece la sola cosa che potesse fisicamente fare: si sdraiò sul prato e si coprì il volto con un fazzoletto. Quando lo squalo l’abbandonava non voleva vedere e non voleva essere vista.


Infatti, a quel tempo, Qualcuno poteva essere abitata.
(Continua/12)

Nota: da Enciclopedia di Scienze biologiche Garzanti

lunedì 16 dicembre 2013

DEP & DAP LEXICON /11

Capitolo sei

A quel tempo Qualcuno fece ricorso a Gorgia

Quando Q. ebbe preso atto di non poter fare assegnamento su alcuna inoppugnabile dimostrazione scientifica dell’esistenza della sua malattia e che d’altra parte la sua lingua era insufficiente a descriverne la natura - e che gli altri l’avrebbero lasciata nel suo locale insonorizzato e nel suo silenzio coatto senza riconoscerle la dignità di persona sofferente —non le restò che parlare con sé, dentro di sé e, nel vuoto oscuro in cui dimorava, cercò a tentoni il modo per rendersi esprimibile almeno a se stessa.
                  Arricchì così il suo personalissimo, libero lessico, improbabile e bizzarro ma fantasioso come sapeva essere fantasioso il suo male, e con esso decifrò per se stessa l’originalità e la ricchezza dei fenomeni che sperimentava quotidianamente.
                Di fronte alla necessità di orientarsi nell’intrico psico-fisico di una "Depressa con Disturbi da Attacchi di Panico" —la Dep & Dap— Q. istintivamente si volse alla retorica. Pensò cioè che la gorgiana "arte della parola" avesse al suo arco tutte le frecce occorrenti per centrare il bersaglio costituito da quel nodo di non-essere ed essere-troppo di cui a quel tempo era costituita.
             Ignorò del tutto la cattiva fama che la parola retorica si porta dietro, essenzialmente quella di essere menzognera, preferendo fidarsi di Baudelaire, per il quale le regole della retorica sono "réclamées  par l'organisation même de l'être spirituel". Proprio quello che tentò di fare: usare delle regole della retorica per ri-conoscere e organizzare il suo essere spirituale.
            Trovò subito una perfetta definizione per il suo presente: la sua vita era un anacoluto. L’anacoluto è quel costrutto retorico per cui il periodo è privo di coerenza e coesione tra le sue varie parti. È vero che molti scrittori lo hanno usato e lo usano ottenendone efficaci effetti artistici –come con tutte le figure retoriche in cui Q. si riconobbe- ma non siamo tutti artisti. E la sua vita era ben lungi dall'essere un'opera d'arte.
          Quanto a lei e al suo essere spirituale la regolarità sintattica ne era stata rotta. Il dopo veniva prima del prima e il conseguente anticipava il susseguente. La notte né precedeva né seguiva il giorno ma lo macchiava a mo' di pelle di leopardo. I morti erano presenti e i vivi sbiadivano. Il vuoto non conteneva ma era contenuto. Il mondo non esisteva eppure faceva male. Le cause non producevano effetti se non estranei alla loro natura e le domande trovavano eco solo in altre domande ma contraddittorie. La struttura profonda dell'esistenza — desideri, pulsioni, affetti, istinti— si era rovesciata: la morte era presente nella vita ma non la raggiungeva mai; era presente in un io che non era più presente. Lei veniva appellata ma non aveva più nome. Nutriva un corpo che non riconosceva come suo. Il linguaggio altrui era un enigma accecante e il suo un pane sfarinato.
                      Da questo anacoluto discendeva tutto il resto: le iperboli delle sue
sensazioni; le aporie cui approdavano i suoi interrogativi: duplici risposte inconfutabili ma opposte tra di loro; gli ossimori quotidiani generati dai suoi sensi; il fuori contesto in cui quotidianamente viveva, persino la fatìca della funzione fàtica. Il paradosso di una viva che si sentiva morta, compagno dell’ antitesi mattutina, quando si avegliava e doveva constatare che non era morta ma non viveva; le antifrasi cui ricorreva nei piccoli scambi quotidiani quando alla classica odiosa domanda: come va? Rispondeva il suo –bene, grazie; la sinestesia linguistica con cui esprimeva quella sensoriale-percettiva che l’affliggeva. E soprattutto lei, la metafora, con cui non solo si raccontava il mondo ma direttamente lo vedeva.
                  Q. era insomma diventata un dizionario di retorica e stilistica con cui, nel tentativo di dare ordine al discorso inintellegibile in cui era immersa, passò a nominare tutto ciò che era troppo inesplicabile per essere nominato con il linguaggio comune.
Fu così che a quel tempo Qualcuno fece ricorso a Gorgia. 
(continua/10)

Nota: Casi tipici in cui emerge in primo piano la funzione fàtica sono frasi come: stammi a sentire,attenzione, prego, capito? ecc.
La sinestesia è una figura retorica che prevede l'accostamento di due termini appartenenti a due piani sensoriali diversi.[1]

martedì 10 dicembre 2013

DEP & DAP LEXICON / 10

Capitolo quattro

A quel tempo Qualcuno desiderava essere dissezionata

Aveva una diagnosi. Scritta e sottoscritta. Aveva il Professore e tre psico-sedute a settimana. Aveva una terapia farmacologica da seguire. Tutto certo, tutto chiaro, indubitabile. Eppure Q. non veniva considerata malata.
Il Professore, lo straordinario psichiatra che l'aveva in cura (e che forse, benché ormai scomparso, a tutt’oggi l’ha in cura) apparteneva, come ebbe a scrivere, “al novero di coloro che non considerano le esperienze umane come riducibili a parametri misurabili." E, a proposito del male che a quel tempo affliggeva Q., dichiarava che "l'esperienza soggettiva, intimamente vissuta, della depressione, è quella che meno sembra prestarsi a venir analizzata dall'esterno." Su queste due affermazioni Q. era ed è disposta a giurare. (E con quanta gratitudine per il Professore che le testimoniava in ogni suo agire!)
                Ciò nonostante a quel tempo, Q. anelava proprio a parametri misurabili e a vedere analizzata, dall'esterno e dall'interno, dall’alto e dal basso e diagonalmente, l’esperienza della depressione, alla ricerca della sua veridicità e della sua origine.
Veridicità & origine erano per lei come una volpe cui Q. conduceva la sua personale caccia, una volpe scaltra che la guardava un attimo di sopra la spalla, e poi partiva con la sua corsa radente verso la cespugliosa brughiera e vi spariva lasciando di sé solo la scia della coda. Ma Q. non poteva dichiarare chiusa la caccia, e sempre più ansante e sempre più beffata, inseguiva la volpe, perché quella volpe nascondeva nel suo piccolo cuore pulsante la risposta a domande per lei vitali.
                  Il Professore aveva un bel ripetere a Q. che la sua depressione era solo uno dei possibili “slittamenti” della mente, le cui origini, benché imperfettamente note, escludevano ogni sua colpa. Q. sapeva che “il nostro cervello è imperfetto” e la vita ben più che imperfetta e che se queste due imperfezioni s’incontrano in un unico essere umano, allora costui può trovarsi a vivere uno “stato alterato della mente”. E questo stato non è immaginario e non è simulabile. –M’intende?-Non-è-si-mu-la-bi-le. Q. sapeva di non essere una simulatrice, ma chi lo credeva davvero insieme a lei?
                    Quando nello spazio della sua vita cominciarono  a suonare le prime note del galop, come da subito Q. chiamò la sua malattia —quel ballo travolgente ed impetuoso con cui si chiudevano le grandi feste ottocentesche, e che trascinava le dame e i gentiluomini in un turbinio di volteggi, stordendoli, risucchiandoli e riducendoli a un niente strapazzato; tanto che sembrava che a ballare sotto i lampadari scintillanti fossero solo gli abiti vuoti —le grandi corolle  multicolori delle signore e gli impeccabili completi scuri dei gentiluomini — quando dunque l'orchestra invisibile che suona la musica per noi e per le nostre vite, suonò quelle prime note, e lei dovette ballare il ballo della depressione, subito Q. comprese di essere stata beffata perché colpita dal più invisibile e incomunicabile dei mali.
                    Questo, subito sperimentò Q.: che la sua malattia a quel tempo non era né misurabile né accertabile con nessuna delle tecniche impiegate dalla diagnostica medica per le altre malattie. E questo ne faceva appunto “solo” un’esperienza umana e di lei faceva una clandestina nel vasto, doloroso mondo della malattia, un po’ abusiva, un po’ sedicente, insomma spesso e volentieri una malata immaginaria.
                 Quindi Q. si guardò intorno in cerca del Certificatore che la sottraesse al suo destino di Millantatrice. Cercò ma non trovò.
Il suo male si sottraeva ad ogni  inconfutabile accertamento.
Infatti: non era controllabile attraverso analisi del sangue o dell' urina o della saliva né di alcun altro umore o secreto del suo corpo; non poteva essere evidenziato da nessun “segnalatore”, da un “marker” specifico; non c’era “grafia”, radio o eco che fosse, capace di darne una immagine reale, né esisteva tecnica di  “imaging”, TAC, RNM,  che ne potesse disegnare una virtuale; nessuna  “scopia”  lo poteva raggiungere; le più sofisticate e audaci introspezioni effettuate con le sonde più moderne e sensibili non potevano andarlo a cercare in nessun recesso del suo corpo; non c’era esame bioptico che, sottrattale una piccola parte di sé, una cellula o un grumo di cellule- tessuto muscolare, osseo, epatico o cerebrale- potesse sottoporlo a esame istologico ed estrarne una prova. Almeno non con Q. in vita.
                 (A quel tempo Q. non poteva prevedere che molto tempo dopo, la caccia alla volpe sarebbe stata riaperta non da lei ma per lei da intrepidi cavalieri che accesi di curiosità scientifica, sarebbero balzati in sella, pantaloni chiari, stivali neri e plaforn-così, fin nei minimi particolari, apparivano nella fantasia di Q.-  per impegnarsi in studi accaniti e laboriosi, dedicandosi a ricerche differenziate ma tutte convergenti a consegnarle, un giorno, la coda fulva della volpe: genetisti, biologi, statistici, bio-informatici e specialisti di psichiatria molecolare, che ancora oggi lei immagina, chi in giacca di velluto blu notte, chi in giacca verde o nera, sotto il candido camice del ricercatore.
Né Q. sapeva che un giorno la fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) sarebbe stata in grado di visualizzare l’attività di quel cervello che allora Q. percepiva con orrore dentro il suo cranio.
Addirittura l’impegno interdisciplinare sarebbe riuscito a riconoscere in una serie di varianti del DNA  alcuni fattori eziopatogenetici di diverse patologie: Alzheimer, schizofrenia, autismo mentre si avviava a identificare quelle coinvolte nella depressione.
Ancora oggi la ricerca non è pronta a consegnarle intera la coda fulva della volpe, ma gli eleganti cavalieri con i loro frustini hanno falciato i cespugli della brughiera e con impetuoso galoppo avanzano e conquistano terreno.)
                 Ma a quel tempo Q. per tutti, o quasi, era un Argante, un malato immaginario. Eppure la malattia c'era, Q. la conteneva e quella teneva Q. Ma che cosa fosse quella malattia e che cosa Q. fosse diventata per suo effetto non era possibile dirlo e come una detenuta in attesa di giudizio, lei viveva nella mortificazione il suo “dolore non descrivibile, il suo vuoto oscuro e maligno, la sua dimensione inquietante e però forse universale della nostra mente”.
Peccato che “non descrivibile” più “universale” fosse uguale, per molti, a zero fratto zero.
                  E dunque, benché malata, Q. doveva sforzarsi di vivere da sana. E, poiché tutto quello che le accadeva accadeva dentro di sé, gli altri non lo vedevano, gli altri non lo credevano; ognuno anzi si sentiva in diritto o in dovere di porgere a Q. consigli, raccomandazioni, incitamenti, sollecitazioni. O, pur tacendo, di giudicarla. Del resto si sa che ancora oggi la malattia del "vuoto oscuro e maligno", secondo molti sani inconsapevoli si cura con uno scatto della volontà, un soprassalto di impegno, uno sforzo di applicazione.
            Presto Q., che aveva sempre creduto nella parola, ne venne tradita: la sua condizione, oltreché essere accolta con sospetto e scetticismo, metteva prepotentemente in luce l'impotenza del suo linguaggio ogni volta che Q. tentava di descrivere il suo male. Sicché lei, così orgogliosa del suo vocabolario, dovette scoprire che semplicemente non esistevano parole per parlare del suo galop. Che si trattava di un male gelatinoso che sfuggiva da tutte le parti, che si spostava velocissimo, prendendosi gioco di lei, quando la sua eloquenza cercava di inchiodarlo ad una definizione. Ecco perché Q. ebbe a fare ricorso ad un suo personalissimo lessico, libero e fantasioso, come sapeva essere fantasiosa la sua malattia.
                    La lingua, nata per metterla in comunicazione con il mondo, la lingua cui da sempre era devota, la sua lingua, tutt' a un tratto la tradì e divenne fattore di restringimento dentro di sé, di solitudine, di singolarità estrema. Presto dunque abbandonò ogni speranza di riuscire a trasmettere almeno l'eco della sua sofferenza e si chiuse nel silenzio.
Comprese che quella malattia era un locale insonorizzato, dove nessuno poteva entrare e dal quale non giungeva all'esterno il più piccolo suono ed era insieme un viaggio nel quale si viaggiava da soli portando da sé i propri bagagli.
            Fu la consapevolezza di questa incomunicabilità, imputabile insieme alla sordità altrui e alla sua improvvisa afasia, che la spinse a sognare l'ottenimento di una patente, ispirata da Rosario Chiarchiaro che nella famosa novella di Pirandello agognava la patente da jettatore.
Anche lei voleva la sua di patente: un documento inoppugnabile, decorato di timbri, pieno di numeri, simboli e grafici e di ogni possibile unità di misura, da portare sempre con sé ed esibire trionfalmente quando le fosse stata rivolta la fatidica esortazione: reagisci. 
            Una delle sue fantasie ricorrenti metteva in scena un Grande Anatomopatologo che facesse di lei la sua cavia preferita e presala con sé nel suo laboratorio, la sezionasse accuratamente, separasse organo da organo, tessuto da tessuto e fibra da fibra e, frugando nel suo corpo, arrivasse al centro del suo dolore e platealmente, inoppugnabilmente mostrasse agli scettici e ai sospettosi il pugno di cellule responsabili del suo male. Anche post mortem, va da sé. Solo così, pensava Q., le sarebbe stato restituito il suo onore e non sarebbe più stata sospettata di "viltà morale".
                   Ma a quel tempo Q. viveva in un paese in cui, dagli studi della televisione di stato, chiunque poteva invitarla ad affidare la sua vita e la sua salute mentale, alla riflessione filosofica, alla meditazione, allo yoga, alle pratiche New Age,  e poteva venirle consigliata una alimentazione vegetariana o una basata su “cibi allegri” o su aringhe, alici, salmone-ma non affumicato- e semi di lino; o una cura a base di aromi, sollecitandola a diffondere nell’ambiente o a portare sempre con sé un fazzoletto impregnato di oli essenziali: sandalo, melissa, ylang-ylang e gelsomino o il meno noto ma più efficace olio di olibano, un raro arbusto proveniente dalla Somalia.
          E attrici e conduttrici televisive potevano suggerirle fiori specifici per la depressione, in particolar modo gentian, wilde rose e, per un effetto immediato, rescue remedy, una miscela di cinque fiori per situazioni di emergenza, in cui occorresse fronteggiare esperienze particolarmente stressanti. -Chissà se le sue esperienze rientravano tra quelle particolarmente stressanti, si chiedeva blandamente Q.- E potevano additarle, come rimedi efficaci, lo sport, preferibilmente la corsa o almeno lunghe passeggiate. Insomma, la parola d’ordine era riassumibile, come si sentì dire da una famosa cantante, così: 
”rendere più colorata e lucente” la sua vita. Solo l’ascolto della musica delle sfere celesti le venne risparmiata.
              Nel frattempo, dalle pagine di un quotidiano, un autorevole professore di filosofia poteva definirla "drogata che cerca nelle farmacie la risposta al dolore della vita, che dovrebbe interpretare invece di voler dimenticare". Per carità, non c'era colpa di cui a quel tempo Q. non fosse pronta a dichiararsi portatrice.
              Quando di sé si pensa che si è l'ultimo degli esseri arbitrariamente consumanti ossigeno su questa terra e che il proprio valore, relativo ed assoluto, si aggira talmente in basso che esce da qualunque scala, non c'è accusa che, rivoltaci, non siamo pronti a far nostra. Vile? Perché no? Ma anche accidiosa e codarda e mentitrice e indegna e naturalmente abietta. Venghino, signori, venghino: qui vi mostreremo il più perfetto e completo esempio di neghittosità, il più luminoso campione di ignavia. E Q., che sempre e comunque sospettava di sé, non si indignava, né si sentiva offesa. Può infatti qualcuno che si sente nessuno indignarsi se viene tacciata di viltà?
              Ma poiché per inghiottire le sue "droghe" da farmacia Q. doveva ogni volta fare appello a tutta la sua residua forza di volontà e quasi costringersi  ad aprire la bocca, trovava stranamente fuorviante quella descrizione di se stessa come anelante all'impasticcamento. E tendeva a pensare —sperare— che il grave giudizio morale che il circostante mondo le rivolgeva di essere incapace di reagire, di superare, di riprendersi, di battersi, eccetera eccetera eccetera, potesse essere alleggerito e forse addirittura ritirato di fronte al referto in duplice copia di un esame autoptico, corredato di foto di vetrini in vario colore —magenta scuro per la cistifellea, verde nilo per i reni e rosso fegato per il fegato. Ma soprattutto di un bel blu oltremare per il cervello.
Questo era il desiderio, no anzi, il bisogno che la tormentava ed era per questo che
A quel tempo, Qualcuno desiderava essere dissezionata.
(continua/10)