martedì 2 ottobre 2007

professò/in gita scolastica

La gita scolastica era un momento topico dell’anno. Si andava in gita nel mese di aprile e la partenza era preceduta immancabilmente da consigli di classe accesi e spesso litigiosi.
I punti oggetto di discussione erano due. Primo: chi avrebbe accompagnato la classe in gita. Secondo: dove ci si sarebbe recati.
Sul primo punto lo scaricabarile raggiungeva effetti di squisita comicità. Colleghi che prendeva il pullman ogni mattina dichiaravano di soffrirlo in modo spaventoso. “Ma se viene a scuola in pullman, contestava il Preside. Sì, ma il viaggio dura quaranta minuti soltanto. Passata l’ora, vomito, Preside”. Donne, anche attempate, improvvisamente sospettavano di essere incinte, uomini manifestamente indifferenti ai problemi domestici improvvisamente dovevano nutrire all’ora di pranzo i figli incustoditi, influenze invernali risorgevano a primavera affermata, vecchie madri e vecchi padri dovevano operarsi proprio quel giorno e i bambini, proprio quel giorno, dovevano essere portati al controllo dal pediatra. Quando proprio non c’era nessun pretesto sotto mano che giustificasse la rinuncia, la vecchia, sempre vincente, arroganza scendeva in campo: Io non ce li porto, e basta!
Io tacevo. Andare in gita mi piaceva da matti, ma non volevo che lo sapessero. Sempre guadagnarsi qualche credito da poter far valere in seguito.
Così alla fine, con aria rassegnata, dicevo: va beh, ce li porto io, allora. Dovevamo essere due insegnanti per ogni classe e di solito come secondo veniva reclutato l’insegnante di educazione fisica. Si riteneva che in gita ragazze e ragazzi avessero bisogno di essere contenuti con la forza e che un fisico ben allenato fosse indispensabile alla bisogna. Si passava poi a discutere il dove.
I colleghi che per vari motivi si dicevano impossibilitati a partecipare alla gita, volevano però dire la loro sulla località. E lì erano veri guai.
Era una gara spericolata a chi trovasse la meta più colta, più raffinata, più originale, più didattica. Le parole didattica e culturale venivano pronunciate con mille accenti, declinate con accezioni insospettabili e i più sperduti, improbabili e sconosciuti musei di Italia venivano trionfalmente proposti. Accanto a località di nicchia che probabilmente ancora oggi sono ignote ai più.
Io scoprivo luoghi mai sentiti nominare e ne prendevo nota per successive passeggiate con mio marito, ma testardamente mi opponevo ad ogni gita troppo colta.
Io e il malcapitato insegnante di educazione fisica, rassegnato perché consapevole che la sua prestanza lo condannava in partenza, avevamo della gita una visione diversa dai colleghi che restavano a casa. Gli alunni, puntavamo a riportarli indietro, tutti e sani, ragionevolmente divertiti e soddisfatti e consideravamo un gratificante successo se al cospetto di qualche monumento, cittadina, opera d’arte o bellezza naturale avessero provato qualche emozione.
Avanzavamo proposte minimaliste che prevedessero però bei lunghi percorsi in pullman, che sapevamo costituire per i nostri alunni, il momento veramente appassionante della gita.
L’altro momento critico era quello della scelta dell’ agenzia che doveva fornire il servizio. La delicatezza della questione era pari a quella necessaria per attribuire l’appalto per la realizzazione (scongiurabile spero) del ponte sullo Stretto di Messina e si concludeva allo stesso modo: ci si serviva dell’agenzia della moglie o del cognato o del fratello di uno di noi. Si scrivevano interminabili verbali per spiegare le ragioni economiche che avevano indirizzato la scelta e si dava un colpo di telefono all’amico.
C’era poi il problema dei ragazzini che non erano in condizioni economiche di pagare neanche la piccola quota di partecipazione. Può sembrare assurdo, ma nessun bambino voleva venire in gita gratis. Era umiliante per loro. Così inventavamo scuse traballanti (“Sai, doveva venire anche la figlia della professoressa x, ma sta male e così la sua quota vale per te.” Oppure: “L’agenzia ha sbagliato i conti, è rimasta una quota e sei uscita tu a sorte).
Superato anche questo scoglio, nella settimana che precedeva la gita c’era da affrontare l’effervescenza di ragazzine e ragazzini che conducevano una battaglia senza esclusione di colpi per la scelta del posto sul pullman. Si vedevano occhi rossi, volavano battute velenose, facce lunghe si trascinavano. La gita era l’occasione per il possibile fiorire di un piccolo amore, per una riconciliazione, per qualche scherzo crudele. C’erano strategie da portare avanti e la tattica della disposizione delle forze in campo ne era la base.
Per riportarli all’ordine la sola minaccia efficace era: guardate che se non state attenti alla lezione i posti in pullman li fisso io! Silenzio e partecipazione.
Partivamo sempre in ore antelucane, con le nostre valigette di pronto soccorso e i nostri elenchi in triplice copia. Subito bisognava stabilire un rapporto amichevole con l’autista perché accettasse di buon grado la confusione pazzesca, le urla entusiatiche, i canti da avvinazzati, lo scambio continuo di posti e naturalmente i ritardi ad ogni fermata e le fermate fuori programma. Dell’autista mi occupavo io e la prima mezz’ora la passavo seduta davanti, ad ascoltare le tristezze e le difficoltà di una vita dedicata al trasporto di gitanti. Appianata questa difficoltà c’erano i previstissimi imprevisti. Sempre qualcuno doveva dare di stomaco, sempre qualcuno doveva fare la pipì solo dieci minuti dopo l’ultima fermata, sempre qualcuno aveva dimenticato il sacco sul piazzale dell’area di servizio, sempre mentre li contavamo e ricontavamo prima di muoverci, ne arrivava uno correndo trafelato con la bottiglietta di coca cola o il pacchetto di patatine.
Nell’entrare nei bar, o nei negozi di alimentari, bisognava a voce molto alta diffidarli, “Non fregate gomme o caramelle, se no vi lascio qui”, e sottrarre ai più svelti almeno un terzo delle bottiglie di birra abusivamente introdotte sul pullman. Ce le bevevamo il collega ed io. Diventavamo subito più allegri e cantavamo assieme ai ragazzi, anche noi, tutto il tempo. Nel visitare i luoghi classici, la Reggia di Caserta, gli scavi di Pompei, le tombe etrusche di Tarquinia, il Parco d’Abruzzo, (sempre sceglievamo luoghi con molti esterni e pochi interni), lasciavamo cadere nel massimo di aneddotica possibile, qualche minuscola e per lo più inascoltata nozione di storia, di arte, di geografia.
Le sedute fotografiche erano spossanti: dovevo farmi fotografare con la classe, una ventina di volte, perché ognuno voleva scattare la sua personale foto ricordo.
Anche assaggiare tutte le specialità preparate dalle madri timorose della morte per inedia dei loro pargoli, contribuiva a rendere la gita una significativa prova di resistenza.
Bisognava poi affrontare gli scherzi dei ragazzini, cui piaceva immaginare relazioni proibite tra me e i colleghi di eduzazione fisica, dato che ovviamente sedevamo accanto e quando non cantavamo, chiacchieravamo.
Ma la gita era un tripudio di risate, le imitazioni dei professori, assenti e presenti, ne erano parte costitutiva, e in questa attività i ragazzi riuscivano ad essere illuminanti.
Piccoli tic, manie, trascuratezze, ingenuità, difetti fisici e non: niente sfuggiva ai loro occhi attenti. La più piccola sfumatora dei rapporti tra colleghi era catturata e resa alla perfezione. Un anno ebbe molto successo l’imitazione della sottoscritta nel saluto al cambio dell’ora con un collega di matematica particolarmente odioso. Secondo la ragazza che mi imitava porgevo da stringere il solo dito indice, alla distanza di tutto il braccio e: “Professoré, perché non glielo ficchi direttamente nell’occhio?”
Poi si tornava, per niente più colti, ma contenti. Ragazzi e ragazze si buttavano nei sedili, tutti i posti scambiati rispetto all’andata e il pullman procedeva nel mormorio di confidenze, chiacchiere, piccoli scoppi di risa.
Era l’ora in cui bisognava consolarli della malinconia del ritorno, perché la giornata stava finendo e la sentivano sfuggire via, senza che tutti i piccoli sogni e le fantasie si fossero realizzati. Ma bisognava vigilare anche che non ne realizzassero troppi!
Quando infine, davanti al portone della scuola li restituivamo a padri e madri ansiosi, io e il collega di turno ci guardavamo, stanchi ma soddisfatti.
“Sai dove li voglio portare l’anno prossimo.....”

9 commenti:

  1. Già, professore', perché non glielo hai ficcato direttamente nell'occhio, quel dito?

    Troppo divertente, brava come sempre!

    Mariateresa

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  2. Marinaaaa...
    le gite scolastiche. I ricordi più belli della scuola.
    M'hai fatto tornare alla mente quella della terza media. Nella mia classe ero l'unico "maschio" ad avere la possibilità economica di pagare la quota. E così, son partito praticamente solo...con 7 "femmine".
    Destinazione Bologna. 1 maggio '86. All'epoca c'era ancora qualche timore che i comunisti mangiassero i bambibi, nella città rossa (e forse per questo mi ci son poi trasferito a vivere per 10 anni...) Ricordo che non ci fu molto da discutere sul posto in cui sedermi. Ero solo e sedevo avanti, insieme alla prof. Mangiai panini e ascoltati una cassetta degli Spandau Ballet tutta la notte. temevo che avrei passato tutta la settimana solo con la prof...e invece, rivelazione...le "femmine" erano meglio dei "maschi", perlomeno per me e la mia sensibilità. In breve tempo, un po' anche per pietà...le ragazzine di un'altra classe, mi adottarono. E così...da allora, ho solo amiche donne (o quasi). La prima sera al ristorante, cominciai a girare tra i tavoli, cercando un posto vuoto...e sedetti insieme a tre ragazzini che conoscevo di vista. Ora sono sposati, hanno figli...ed io, son stato ai loro matrimoni. Insomma, quella gita fu speciale. M'innamorai di Bologna...e della mia prof...la meravigliosa Spiller.
    Ma soprattutto, imparai a stare con me stesso, a desiderare la mia compagnia e a goderne.
    Cosa m'hai fatto tornare in mente... ;-)

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  3. Grazie Marina! Il tuo post mi ha fatto ritornare in mente tantissimi ricordi! Io però li ho vissuti solamente dall'altra parte della barricata! ;-) Grazie per questo post decisamente divertente!

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  4. Sono stata un po' scorretta: tutti sappiamo che il ricordo delle gite scolastiche è indelebile, sono andata sul sicuro!

    Ragazzi pensavo, facendo due conti, che se non avessi lasciato la scuola, potevo avervi come alunni!
    Che belle gite mi sarei fatta con voi!

    ciaomarina

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  5. la gita scolastica..che invenzione meravigliosa!
    Io ci sono andata a Londra in gita scolastica. A ripensarci, a Londra non ci sono mai più tornata. Tu guarda, se non fosse stato per una gita scolastica non mi sarei mai comprata quel corpetto sado-maso a Carnaby street :-)))))

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  6. Grande prof! Ma che faticaccia 'sta gita per te e il collega!
    Certo che le gite sono i momenti più belli dell'anno scolastico per gli studenti. Mi ricordo il mio mitico prof di italiano: bravissimo nello spiegare la storia dell'arte e nello scatenarsi in discoteca la sera.

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  7. Gita dell'anno Secondo liceo classico, 21 maschi e 6 femmine scatenate destinazione Rimini, Ravenna e dintorni. Alla prima sosta il pullman era già colmo di ogni leccornia rubata dai miei compagni di classe,compresa una botticella, dicasi botticella di birra. E' successo di tutto ed il povero preside Prof. Pennacchio non ha potuto che arginare i danni tra una risata e l'altra. Era una classe eccezionale ed andare a scuola era un divertimento tale che nessuno faceva sega. L'anno dopo però la gita non ce l'hanno fatta fare.
    Che periodo!!!! Mi sono anche innamorata...

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  8. Mi hai fatto rivivere le mie gite, il casino... La Reggia di Caserta, dio, da buon studente napoletano me l'avranno fatta visitare tante di quelle volte che la conoscevo meglio di casa mia.

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