venerdì 7 febbraio 2014

DEP & DAP LEXICON /15

              Nel ridosso di quel tempo altri luoghi aperti sotto il cielo medicavano lo spirito stanco di Q., ritempravano quelle forze stremate dalla fatica psichica che durava da anni. Riprese l’esplorazione della sua città, che un tempo conduceva infaticabilmente per coglierne anche la più minuta bellezza. Le strade tornarono ad aprirsi davanti a lei, riscoprì i vicoli, le piazze, il lungofiume.
                    Una mattina Q. si spinse fino alla porta secentesca una volta a ridosso del porto fluviale della città, la Ripa Grande, e che ora dà accesso al grande mercato dell’usato, Porta Portese,  aprendosi su vie, viali, piazze e piazzette che ogni domenica sono invase da camioncini, furgoni, carri e carretti da cui vengono scaricate ed esposte merci di ogni tipo, natura e origine: in terra -su piani di legno, marciapiedi, muretti, tavoli traballanti; o sospesi -agganciati a corde tese tra due alberi o ad appendiabiti di fortuna.
             Vi si trova di tutto: mobili di ogni stile - tavoli, sedie, poltrone, credenze, madie, comò, librerie- pellicce smangiate, vecchi vestiti da sposa, quadri, servizi di piatti, chiavi di ferro, piante vere e finte, ombrelli, attaccapanni, fantasiosa bigiotteria, gioielli veri, tute mimetiche, abiti da sera... Vimine, bachelite, cotone, pelle, rame, porcellana, carta, vetro, ferro, lana, argento, oro, plastica, legno, nylon, ottone, non c’è materiale che manchi. Qui i visitatori si aggirano in cerca di curiosità, di affari o di un modo diverso di passare la domenica mattina, talvolta desiderosi solo di mischiarsi alla folla per sfuggire alla solitudine.
              Q. arrivò presto prima che il mercato divenisse troppo affollato, percorso da quasi impenetrabili flussi di persone, così gremito da rallentare la sua fuga in caso di necessità.
              Le era sempre piaciuto gironzolare in cerca delle meraviglie nascoste tra cianfrusaglie e ciarpami e studiare facce, gesti e voci; lasciarsi affascinare da quella concentrazione di vita pulsante, da quella gente di tutte le intenzioni che le scorreva a lato e negli anni vi aveva acquistato sedie, scialli, bottiglie, libri, vestiti, orecchini, improbabili antichità e persino un arcolaio. Ma Porta Portese era per lei anche un palcoscenico su cui la vita metteva in scena se stessa, un luogo ad alta densità di storie, da intuire –grazie a uno scambio di battute colte al volo, a uno sguardo, a un gesto- o da inventare.
                   Quella mattina Q. guardò Porta Portese con uno sguardo diverso, la vide in quella che le apparve come la sua vera natura: un grande cimitero degli elefanti dove prima o poi finiscono i resti delle vite di tutti noi, un grande mercato crudele o pietoso, che tutto ingoia e tutto restituisce, ingurgita vite e rigurgita morte.
                  Q. e il marito all’inizio bighellonarono, lasciandosi guidare dal flusso della gente e attirare qua e là dagli oggetti su cui si posava il loro sguardo e fecero  scoperte divertenti: -quel termos là di bakelite rossa, ne avevamo uno uguale, ricordi? guarda, la stessa radio di tua madre, guarda, sembra proprio la tua vecchia macchina fotografica subacquea...
         Scoperte divertenti all’inizio, poi cominciò a farsi strada in Q. la sensazione sempre più intensa che gli oggetti sui banchi, esposti allo sguardo valutativo degli altri e così simili ai suoi, fossero proprio i suoi, giunti fin là per vie che lei ignorava.
             A ridosso di quel tempo mentre sperimentava se stessa, Q.  repertoriava le morti ed ecco che lì davanti a sé in quel brulicare di vita, riconobbe uno dei volti della morte.
                 Prese ad osservare quei vivi vocianti e discordi, li vide agitarsi e smaniare al cospetto della morte, sciorinata senza pudore eppure invisibile ai più che volevano anzi comprarla e portarsene un pezzo a casa senza riconoscerla. Su quei banchi si esibivano vite, ma si esibivano anche morti. Non era una fantasia improbabile, era la constatazione pacifica di un destino che le apparve di tutti ed anche suo. E le storie che si potevano intuire da tutti quegli oggetti, erano in definitiva una sola storia.
            Su quei banchi traballanti non erano esposti solo oggetti appartenuti ad eredi senza cuore o senza memoria, a nipoti venali, a figli spregiudicati, a sorelle vendicative, o a donne e uomini bisognosi di un piccolo guadagno, costretti a vendere una vecchia pelliccia o il servizio buono di bicchieri.
              No, la più accurata e affettuosa conservazione degli effetti personali di un morto, lascia sempre qualche scoria, qualche cosa che ci si rigira tra le mani perplessi, di cui ci si chiede- che cos’è? o -che ne facciamo?- qualcosa magari in troppo cattivo stato per ripararla o in troppo buono per gettarla e che quindi si regala a qualcuno meno fortunato; o qualcosa che invece si getta, benché a malincuore, perché lo spazio nella nostre case è ristretto, colme come sono dell’inutile e dell’effimero accumulato lungo le nostre vite; e non tutto si riesce a salvare, a conservare. 
             E dove finiranno tutti quegli oggetti?
La vestaglia donata ad una portiera, la portiera la conserverà per la vita? la batteria di vecchie pentole che una “badante” rumena ha ricevuto in regalo, andando meglio le cose per lei, non prenderà un giorno la strada del vecchio mercato sempre affamato? Le scarpe e i vestiti non riutilizzabili, tarlati ormai o non più indossabili per motivi di taglia e appesi nell’armadio di una vecchia cantina, i nipoti li conserveranno?
                   O non affideranno a qualcuno il compito di vuotare la cantina? e quel qualcuno, non salverà forse quello che ancora avrà un valore mercantile? non lo esporrà appeso ad una bancarella, tentando di nobilitarlo, mentre tutto il resto lo ammucchierà disordinatamente su un marciapiede?
                 Neanche gettare nei cassonetti garantisce i nostri oggetti dal finire su quel marciapiede; oggi nei cassonetti è un continuo frugare da parte di persone che hanno troppo poco e troppo bisogno, persone che un po’ usano e un po’ vendono, cercando di fare il loro piccolo mercato e tutto prima o poi, trascinato da una corrente inarrestabile di caso e di intenzione insieme, finirà lì su quei banchi.
 In un certo senso finiamo tutti lì. Porta Portese: ultima fermata.
              Questi erano i pensieri, le riflessioni di Q. Avevano qualcosa di dolce e qualcosa di agro. Gli oggetti, le cose, sono come il selciato su cui cammina la nostra vita, di noi illuminano angoli altrimenti non rivelati, capricci, qualità, gusti non solo estetici ma dello spirito come pure tic e manie; dicono senza parlare, parlano lasciando intuire. Gli oggetti vivono la nostra vita, l’assorbono nella loro materia, la respirano e la trattengono e ne condensano l’essenza.
                 Per questo la dispersione delle nostre cose è la dispersione della nostra stessa vita e non si disperdono le membra di un corpo senza malinconia. Il corrompersi della materia era sempre stato per Q. segno di continuità e permanenza, segno di vita e non la spaventava.
Ma le sarebbe piaciuto che assieme al corpo senza vita trovassero riposo nella terra gli oggetti, almeno i più cari, appartenuti al vivo, che restassero come prova della loro dignità e della loro fratellanza.
               Questa punta di agro era però stemperata dal pensiero del reimpiego. Il reimpiego la confortava. Il riuso, una nuova destinazione, l’invenzione di una utilizzazione diversa l’avevano sempre consolata e commossa persino: il reimpiego era vita.
              E come un fantasma incuriosito si aggirava tra banchi e banchetti e tra gli oggetti esposti nella polvere e nel disordine; e guardava alla sua vita attraverso i resti che ne sarebbero rimasti. Eccoli lì: la sua vecchia racchetta, la chitarra nel suo fodero, le lane colorate, le scarpette da tip tap; e le sembrava quasi di vederli passare di mano, scrutava il luccichio di interesse negli occhi degli avventori e assisteva a vivaci contrattazioni attorno alla serie di barattoli di alluminio una volta di sua madre -ma che ricordava di aver visto nella cucina di sua nonna- o intorno alla sua vecchia borsa in cuoio degli anni settanta. 
         Ogni tanto avvertiva una stretta al cuore e stringeva più forte la mano del marito. Accadeva quando le sembrava di riconoscere i suoi libri, perché i suoi libri erano gran parte di lei e la lei che era stata e che voleva tornare ad essere era nei suoi libri. Nei libri a quel tempo Q. aveva cercato se stessa, i libri le riconsegnavano al mattino le prime tracce della sua identità. Loro erano i suoi testimoni e i suoi garanti.
                Poi l’attimo di smarrimento passava e in lei tornava a farsi sentire la speranza, anzi la fede, nella persistenza e nella rielaborazione e trasformazione di qualunque esistente. Q. si sentì ancora pronta  a giocare il gioco degli atomoi di Democrito che mai le aveva fatto paura e che a quel tempo in alcuni momenti le era capitato di percepire quasi fisicamente.
Così, dopo quell'attimo di resistenza a cedere “la roba” come un qualsiasi Mazzarò, accettò senza turbamento il fatto innegabile che lì non c’erano solo le tante storie che le piaceva inventare e raccontare, c’era anche la sua storia. Gli atomi sono atomi- si disse -i miei e quelli dei miei dischi, quelli della mia gatta e quelli dello specchio della mia stanza, legno o carne, ferro o plastica, tutto, ma proprio tutto si riaggregherà.
               Questa idea bussò alla sua coscienza e vi suscitò una nuova curiosità.  Chissà che forme avrebbe preso la sua vecchia giacca di pelle, chissà come si sarebbe trasformata la racchetta da squash, chissà con quali altri atomi, provenienti da chissà chi e dove, si sarebbero mischiati i suoi, chissà come sarebbe stata la loro nuova vita.
      E tra sé e sé dovette convenire: sì, Porta Portese era  quanto di più vicino alla dottrina democritea lei potesse immaginare.


Sia consentito un piccolo suggerimento da parte di chi scrive: se Democrito vi fa paura lasciate stare Porta Portese, non fa per voi.
(Continua-15)

giovedì 23 gennaio 2014

DEP & DAP LEXICON /14

Capitolo Otto

A ridosso-di-quel tempo Qualcuno metteva alla prova se stessa e la machina scaenica  


Quando a ridosso di quel tempo le ore e i giorni di sollievo presero a farsi più frequenti Q. non osò avanzare ipotesi mentre osservava con circospezione il comportamento della machina scaenica. Questa assunse un understatement-style: sfoltì le sue prestazioni e pur non cessando di offrire a Q. la sua festa barocca, quasi svogliatamente la allestiva in economia.
                  Ogni tanto infatti rinunciava al frullatore di organi, al rumore di fondo, all’ all-black e restituì a Q. la sua voce e la sua capacità uditiva. Anche lo squalo e il grave smisero di abitare il corpo di Q.
Ma il verdetto, no;  quello Q. lo ritrovava davanti a sé appena riemergeva dal sonno ogni mattino, con le sue tre definitive parole: sono ancora qui; anche l’accelerazione canina del respiro e la decelerazione agonica del cuore continuarono a danzare il loro paso doble, l’osso continuò a ostruirle la gola quando inghiottiva farmaci, acqua e persino aria e il soffoco non smise di farla sentire prigioniera ovunque una porta si chiudesse alle sue spalle; intanto il masso dal canto suo riposava ancora sul suo petto. In compenso Q. precipitava poco e comunque non fino agli antipodi; talvolta il mondo si offuscava, sì, giusto un colpo di bemolle, ma poi tornava a prendere consistenza.
                 Insomma, l’iper-realtà e l’ir-realtà in cui Q. viveva da anni sembravano disposte a lasciare un po’ di spazio alla semplice, banale realtà. Il divorzio non consensuale da se stessa sembrava essersi avviato verso un accordo bonario: forse Q. poteva smettere di pagare i salati alimenti che da sette anni consegnava alla DEP & DAP o almeno ridurli.
                   Si annunciava una ritirata del nemico? O era un diversivo strategico e il galop si preparava a sferrarle un attacco massiccio e definitivo, imprimendo alla danza un ritmo da derviscio? Q. non lo sapeva, né se lo chiedeva. Ma incoraggiata dal suo più fedele alleato, il coniuge, e dal Professore, cautamente prese a fare piccoli esperimenti, brevi sortite per vedere fin dove poteva spingersi senza che l’inghiottitoio facesse di lei un unico boccone.
                 Per prima cosa Q. tentò di riappropriarsi dello spazio e del movimento. Questa era stata la dimensione distintiva del padre che gliel’aveva trasmessa ma che morendo l’aveva portata via con sé. In quei giorni Q. ne tentò la riconquista.
              Come primo passo riconquistò il terrazzo. Riprese a compiervi senza più angoscia i lavori una volta usuali: il cielo spalancato sopra di lei non la minacciava più e lei potava, annaffiava, toglieva foglie secche, concimava. Da sola, senza che lo squalo la incalzasse. E senza che il grave le chiedesse di essere gettato giù.
                 Il ridosso si prolungava e Q. si sottoponeva a nuove prove. Nella scelta degli spazi da riconquistare le venne spontaneo rivolgersi ai chiostri, luoghi che aveva sempre amato e frequentato, dove era sempre stata bene. Dove il suo spirito si riposava. Dove si sentiva accolta e compresa. E ai chiostri, spazi liberi sotto il cielo, Q. tornò.
                Q. non era cristiana. Non apparteneva a nessuna religione, ma il chiostro delle chiese, invenzione materiale e spirituale, sempre l’aveva toccata nel profondo e ora, a ridosso di quel tempo, offrì a Q. il sollievo di cui aveva bisogno. Nel chiostro trovò la misura ideale per contenerla senza imprigionarla.
                         Un chiostro è un luogo chiuso, il suo nome lo dice, ma nello stesso tempo non lo è. È un luogo raccolto ma aperto sotto il cielo. Prende sole, vento, pioggia, freddo, umido, vapori di nebbia, luce rovente. Il chiostro accoglie tutto quello che il cielo manda. Sta lì, aperto e tranquillo. Anche Q. prendeva tutto quello che il cielo del suo male mandava. Tranquilla no, non lo era più stata. Il caos non concede tranquillità, ma se Q. era un anacoluto, era un anacoluto senza ribellioni.
                       I chiostri che Q. tornò a visitare erano spesso circondati da autentici capolavori di scultura. Colonne di meravigliosa fattura, parapetti intarsiati che raccontavano storie, marmi multicolori o antichi mattoni rosati. Spesso tutto intorno al chiostro, murate sotto i portici, c’erano epigrafi funebri: santi, bambini, antichi romani, artigiani, martiri cristiani, donne morte di parto, vecchi monaci, nobili del seicento, tutta un’umanità che si affacciava dalla distanza di secoli e se ne stava lì, raccolta, muta e serena.
                        Q. decifrava le epigrafi in latino, contava gli anni di vita, studiava i bassorilievi, quei volti sereni esposti nudi agli sguardi di chi passava: morti che non facevano paura e non ne avevano, Q. lo sapeva.
Erano al sicuro sotto l’ombra fresca e guardavano verso il centro luminoso del chiostro. Lì fontane a getto o fontanelle, aiuole, alberi o un semplice prato. Sempre comunque un elemento naturale. Per questo soprattutto Q. amava il chiostro, perché è una costruzione architettonica ma è anche natura. Il chiostro è fatto di terra, cielo, acqua e erba.
          Nella città di Q. ci sono chiostri di una bellezza assoluta, preziosa, storica. E piccoli chiostri nascosti. Lei tornò a frequentarli. Dove erano interdetti ai visitatori, Q. pregava il frate, il parroco, il chierichetto di turno. L’accolsero sempre. Nessuno mai le disse di no. Forse sentivano che il suo spirito cercava lì qualche forma di pace e non gliela negarono.
                  Nei chiostri più famosi, affollati di visitatori, il soffoco opprimeva Q. e lei aspettava che la gente sciamasse via e che tornasse il silenzio. Allora, in quel silenzio, l’ansia di Q. si placava. Il chiostro ha un silenzio di una qualità diversa da tutti gli altri. Un silenzio che non è mai muto. A Q. sembrava di sentire i passi leggeri dei frati, delle suore, dei bambini, delle ragazze madri che avevano sostato in quello spazio sereno. Qualche risata vi era rimasta impigliata e voci basse di religiosi che ripetevano torno torno le loro preghiere.       
                         Nella primavera del ridosso sui chiostri passavano talvolta le rondini. Quelle rondini non gridavano più minacciose verso Q. e lei non ne aveva paura. Talvolta dal campanile suonavano le ore. Anche se non suonavano lei poteva sentirle, come tante volte le aveva ascoltate. Ascoltava le campane e il mormorio del tempo. -Forse il tempo scorre ancora, si diceva, forse anche per me-. In quello spazio anche lei poteva riprendere un cammino.
                          Del chiostro non le interessava la storia, l’importanza artistica. Un chiostro era sempre stato per lei un luogo a-storico. Un luogo perenne. Fisico e metafisico. Le interessava solo la qualità del tempo e la qualità dello spazio. Si sentiva sull’orlo di quel tempo e tremava. E respirava quello spazio così diverso da tutte le costruzioni spaziali che l’uomo ha inventato.
Uno spazio che parlava al suo spirito. Raccogliti, sentiti respirare. Le diceva così il chiostro. E il suo cuore batteva finalmente lento e costante e il suo respiro si faceva fondo e tranquillo, il bemolle si dissolveva e l’aria era nitida intorno a lei.
                             Q. desiderava sdraiarsi e starsene lì. Raccogliersi, sentirsi respirare. Non potersi sdraiare era il suo solo rammarico, l’unico dispiacere che il chiostro le dava. Si sedeva però su un gradino, su una balaustra o si appoggiava a una colonna. Aveva bisogno di dare un po’ di abbandono al suo corpo, mentre il suo spirito si abbandonava a quella innocenza. Perché il chiostro è innocente. Sempre. Le storie terribili che può aver visto, sentito, conosciuto, non lo riguardano e non lo contaminano. Un chiostro è come una preghiera. Ha una sua sincerità.

                          Anche le  visite di Q. ai chiostri erano preghiere. Pregava la vita, perché le restituisse se stessa, pregava il cielo perché tornasse ad esserle amico, pregava il sole perché non si offuscasse più per lei e la terra perché non tremasse e non la inghiottisse. E pregava gli assenti. Quel padre che l’aveva portata lì, dopo averla gettata in quel tempo oscuro. E toccava gli alberi -tronchi, rami, foglie- li spettinava un po’. Toccava i bassorilievi, sfiorava le piccole statue, le colonne, le pareti calde o umide, accarezzava le lapidi incise. Toccava. Girava intorno, guardava, sorrideva-sorrideva sì- e ascoltava e si ascoltava. L’Altra non taceva, la sua voce era sempre lì, ma Q. non ne era turbata. Q. stava bene nel chiostro e l’Altra glielo confermava. Q. era in un dentro e era in un fuori. Era al chiuso e all’aperto. Era. E forse poteva dire io.
(Continua/14)

giovedì 2 gennaio 2014

DEP&DAP LEXICON/13

Capitolo sette


A Quel Tempo Qualcuno pensava che Quel Tempo non sarebbe mai finito finché se ne si trovò a Ridosso

Q. viveva quel tempo ormai da quattro anni e la speranza di vederlo cessare mai aveva sfiorato la sua mente. Quel tempo si era instaurato nella sua vita, se l’era presa e se la sarebbe tenuta, all’infinito. Era stata condannata all’ergastolo e sulla sentenza che aveva fatto di lei una DEP & DAP c’era scritto: fine pena mai. Così pensava Q.
                  Ma si trovò a un tratto nella necessità di inserire nel suo lessico un nuovo lemma. Le serviva per indicare certi giorni che apparivano stravaganti rispetto a quel tempo. Lei li chiamava il Ridosso. Erano giorni in cui improvvisamente il masso allentava la sua presa e quando lei tirava un grande respiro l’aria entrava fino in fondo ai polmoni. I giorni in cui per un’ora-un’ora!- il Rumore di fondo non le rimbombava intorno e nella testa. Giorni in cui lo squalo se ne restava a casa sua.
                 Perché scelse di chiamarli ridosso? Il termine “ridosso” ha una duplicità di significato che a pieno descrive il modo in cui Q. viveva quei giorni. È un riparo: ci si può mettere a ridosso di una collina, un muro, una palizzata per proteggersi dal vento, dall’acqua, da una nevicata, da una sparatoria western. E Q. considerava quei giorni come temporanei ripari dalla bufera che l’aveva investita, piccole colline dietro cui momentaneamente riparare; un’ora d’aria dalla sua prigionia, una risalita rapida dall’apnea prima di inabissarsi di nuovo in quel tempo.
                  Ma nell’altro suo significato, a ridosso possiamo avere qualcuno o qualcosa che incombe, incalza, preme minaccioso alle nostre spalle.
Infatti quei giorni si erano infilati in quel tempo di maniera schiva, incerta, incoerente,  quasi clandestina, senza alcuna costanza e per Q. erano inaffidabili,  inattendibili
e alle loro spalle, alle spalle di Q. la tormenta di quel tempo  incalzava.
Del resto la compagnia della machina scaenica non si era sciolta e non appena un invisibile regista chiamava in scena gli attori questi tornavano a calcare il palcoscenico e le offrivano ancora il loro esuberante, multiforme spettacolo.
                  Per questo Q. usava il termine ridosso ma il ridosso la disorientava: si sentiva frastornata, scombussolata, persino spaventata da quei giorni. Non riusciva neanche ad immaginare che il ridosso potesse annunciare un’uscita da quel tempo, e che un giorno avrebbe potuto non pensare a sé come a una DEP&DAP. Per Q. un pensiero del genere apparteneva all’inverosimile: quel tempo era per lei imperituro.
                    Un cronopsicologo avrebbe detto che la sua percezione del tempo era distorta. Se ne avesse interrogato uno, Q. si sarebbe sentita dire che il suo tempo scorreva adagio, anzi si trascinava, perché analizzarsi, come faceva L’Altra, la sua radiocronista, e concentrarsi sul proprio funzionamento, notare ogni pulsazione, ogni palpito, ogni respiro, significa dilatare il tempo sicché un secondo sembra un minuto, un minuto un’ora e un’ora un giorno. Per questo Q. aveva l’impressione che il tempo non passasse mai.
                 Oggi la cronopsicologia dice che il tempo di una DEP & DAP scorre ad una velocità che è il 50% del tempo reale oggettivo e misurabile. Perciò, supponendo che il male oscuro avesse affatturato Q. come una Circe, un giorno, parafrasando l’Ulisse di Dante, lei avrebbe potuto dire a ragione “sottrasse me più di dieci anni”. Q. aveva sperimentato tutte le possibili distorsioni del tempo -concentrazione e dilatazione, rallentamento e accelerazione; persino la cronostasi, l’immobilizzarsi improvviso del tempo, come un cavallo che s’impunta, non le era ignota.
Anzi, grazie alla versatilità della sua machina scaenica, sperimentava distorsioni anche più audaci. I cronopsicologi osservano oggi che per una DEP & DAP  esiste solo passato e presente, mentre il futuro è inimmaginabile.
Verbi al futuro una DEP & DAP non ne usa, dicono. Forse a quel tempo Q. non usava l’indicativo futuro, ma nel futuro, benché effettivamente per lei non immaginabile, poteva trasferircisi. Armi e bagagli.
                    D’un tratto sentiva il suo corpo, l’aggregazione che lei chiamava Q. -gli atomi che davano materia alla sua vita, la sede di dolori gioie palpitazioni pensieri amori e tormento- disaggregarsi, sciogliersi in erbe di campo, diventare pascolo di pecore e agnelli. Non che si sentisse brucare addosso, questo no, ma si sentiva materia in via di trasformazione, teletrasportata in un futuro piramidale. Questi slanci in avanti del tempo erano troppo fisici per essere visioni: Q. si sentiva cadere sulla terra accogliente, chiudeva gli occhi e si sentiva sciogliere.
                     Sì, il tempo poteva precipitarsi in avanti, il tempo era elastico, Q. poteva testimoniarlo. Lei percepiva l’elasticità del tempo. Infatti subitaneamente l’elastico poteva ritrarsi e arretrare. E riacquistava la propria posizione e anzi la scavalcava. Era l’effetto bungee-jumping del tempo. Così Q. si diceva: sto facendo del bungee-jumping. I cronopsicologi ancora non lo hanno repertoriato, ma che ne sa un cronopsicologo della machina scaenica? (Anche se oggi tra di loro si fa strada l’idea che l’esperienza del tempo sia creata in modo attivo dalla mente, come era creata dalla mente di Q.).  
                   Così improvvisamente Q. non è più disciolta in un campo, potenzialmente brucabile da una pecora, ma sta ben ritta -stanza quattro settimo piano di un ospedale romano- accanto al letto di suo padre.
                    Gli tende un boccone di pasta e ne riceve in cambio il gesto di sputarle in faccia: quell’uomo, totalmente impedito nei movimenti, dichiara guerra alla sua nuova condizione e la respinge assieme all’alimento che lei gli offre. Solo la sera prima Q. ha scorto lacrime d'impotenza negli occhi del padre e considera questa l’offesa peggiore che la vita possa farle. Perciò respira a fondo e torna a porgere il boccone, augurandosi un nuovo sputo ribelle. Ci sono infatti circostanze nella vita in cui una lacrima è molto più intollerabile di uno sputo. Ora Q. vive uno di quei momenti. 
            Questo era il bungee-jumping:passare d'un botto da un campo erboso a un ospedale romano -stanza quattro settimo piano- passato e futuro che si succedevano senza soluzione di continuità in ogni interstizio tra dolore e dolore. Eppure Q. non era imbarcata sull'Enterprise.
Ma poi vennero i giorni del ridosso: il tempo si fece meno elastico, restò un tempo azzoppato, anelante, ma smise di schizzare avanti e indietro. Quei giorni la rifocillavano ma Q. pensava che erano menzogneri.

Infatti a quel tempo Q. pensava che quel tempo non sarebbe mai finito finché se ne trovò a ridosso.
(continua/13)

mercoledì 25 dicembre 2013

DEP & DAP LEXICON /12

CAPITOLO CINQUE

A quel tempo Qualcuno poteva essere abitata

Forse fra di voi c'è chi ricorda che il mio racconto inizia in un giorno di agosto in cui Q. si scoprì abbandonata. Riallacciamoci a quel giorno. 

Il giorno successivo alla scoperta dell’ inganno coniugale, Q. si svegliò nella posizione del martire, effettivamente la più appropriata a rappresentare l’accettazione  mortificata con cui Q. aveva accolto quella rivelazione, e prese a inerpicarsi nella nuova giornata. Compì accuratamente tutti i gesti necessari a portarsi fuori di casa e si diresse al parco mentre L’Altra, la sua colonna sonora, le parlava come sempre: -Ti tremano le gambe. Già, ti tremano le gambe. Sei zuppa di sudore e hai freddo. Non è grave. Visto che il termometro già stamattina alle otto segnava 28 gradi, di questi brividi di freddo non mi preoccuperei. Di freddo percepito non si muore, si muore solo del freddo effettivo, in quota ad esempio o sotto una valanga e allora ci si congela e il cuore si arresta. Ma non siamo né in quota né sotto una valanga e dunque non morirai congelata e il cuore non si fermerà “
            Nonostante tutte le rassicurazioni dell'Altra Q. continuava a non fidarsi delle leggi fisiche e di quelle fisiologiche che ne discendono e mentre tremava di freddo tremava anche di paura. Ora auscultare per accertamento i battiti del proprio cuore mentre si trema è difficile, l'operazione non riesce bene, così Q. non poteva dirsi sicura di ospitare ancora un cuore in petto, anche se sapeva benissimo che nessuno può deambulare verso un parco in un mattino di agosto con 28, no ormai 29 gradi centigradi, se non ha più un cuore in petto. Ma non poteva fermarsi e anzi, preso l'abbrivio, fendette l'aria pesante del parco e il parco stesso, giù lungo il viale centrale, con quell'Altra che la incoraggiava: -il cuore non lo senti ma c'è, di freddo percepito non si muore, di freddo percepito non si muore, il cuore non lo senti ma c'è-.
           Andava sempre più veloce con tutto il suo seguito appresso, il freddo, i tremori e il terrore, ma andava perché ormai lo squalo si era impadronito di lei. Infatti, oltre che l'Altra se stessa, titolare del terzo occhio, o colonna sonora o sua personale radiocronista che dir si voglia, a quel tempo Q. ospitava in sé diverse creature che dal di dentro la plasmavano a loro immagine e somiglianza. Poteva capitare che Q. ospitasse uno squalo, come appunto quella mattina.
             Lo squalo era una visita abbastanza infrequente ma era tale da non passare inosservata. Subitaneamente Q. veniva investita da una potente esaltazione, una frenetica smania agendi che la lasciava poi estenuata, quasi un relitto scagliato sulla spiaggia da un'onda anomala. A dire il vero per un po' Q. aveva nominata l'esperienza proprio onda anomala, ma aveva poi ripiegato sul termine squalo perché le sembrava che rendesse meglio l'incontro di irrequietezza e avidità che l'esperienza conteneva, mentre onda anomala non giustificava a pieno la sua partecipazione attiva e smaniosa al fenomeno.
            Una piccola premessa sulla fisiologia dello squalo appare qui necessaria.
"Gli squali dormono; come tutti gli esseri viventi hanno bisogno di dormire per poter recuperare le energie spese durante l'attività.
Gli squali non hanno polmoni, respirano come i pesci per mezzo delle branchie. Nuotando l'acqua entra nella loro bocca ed esce dalle loro branchie. In questo cammino avviene lo scambio gassoso, la respirazione. Durante il sonno gli squali hanno gli occhi chiusi, i battiti più lenti, la respirazione e gli impulsi elettrici rallentati.
Però quando dormono nuotano, lentamente ma nuotano. Nuotano per tutta la loro vita, perchè devono respirare. Quando si fermano è perché sono morti. " (nota) 
            Questo comporta che lo squalo non posi mai e, per analogia, una volta posseduta dallo squalo, Q. non si posava più.
Diciamo che, se lo squalo si impadroniva improvvisamente del suo corpo verso le dieci del mattino -mentre Q., uscita dallo studio del Professore, rientrava lenta, piangente e appesantita verso casa- lo stato di possessione poteva durare anche otto, dieci ore e lo squalo moriva dentro di lei solo verso la mezzanotte, quando di botto, con la stessa subitanea repentinità, tutte le energie che fino allora le erano ribollite dentro impetuose, abbandonavano compatte Q. lasciandola stordita e attonita come se si risvegliasse da una seduta di ipnosi durante la quale l'ipnotizzatore l'avesse fatta girare come una trottola. E come la trottola, esaurita la carica cinetica, cade reclinata su un fianco, così Q. crollava d'improvviso sotto il suo stesso peso. Ma poteva capitare anche che lo squalo venisse in visita verso le otto di sera mentre Q. mangiava il cibo-ovatta al tavolo da pranzo e che si trattenesse in lei fino al mattino, ignorando persino il sostanzioso invito al sonno di un Tavor expedit mg. 2
             Durante le ore in cui era abitata dallo squalo Q. fendeva le acque della sua giornata, o della notte, animata da una spaventosa carica energetica che non sopportava costrizioni e mobilitava ogni più piccola cellula del suo corpo. Gli occhi inquieti dardeggiavano su ogni cosa, in ogni direzione, scrutavano e registravano, registravano qui e passavano a scrutare là; più che posarsi sulle cose e sulle persone le risucchiavano bramosi dentro di sé come se dovessero impadronirsi di ogni minutissima particola della realtà.
Non potevano fermarsi su niente, perché lo squalo non sopportava che qualcosa sfuggisse al suo controllo e alla sua cupidigia. E quindi il capo di Q.
continuamente si girava sul collo teso, nello sforzo di appropriarsi del mondo per tutti i trecentosessantagradi che la circondavano.
Anche gli arti subito si mettevano a disposizione dello squalo e il passo lento e strascicato di botto diventava risoluto,  anzi militare,  conquistatore e Q. divorava le strade e le piazze, sfrecciando tra esseri umani e automobili, ignorando semafori, strisce bianche e motorini, presa da un violento bisogno di cinèsi che non ammetteva ostacolo né rinvio.
                 Chi l'avesse osservata —e obiettivamente, a quel tempo, Q. era un soggetto degno di osservazione — avrebbe potuto pensare che Q. si fosse improvvisamente ricordata di un urgentissimo, vitale appuntamento e che avesse preso a marciare velocissima per raggiungere il luogo ad esso deputato. Q. invece semplicemente si precipitava a casa dove era certa di trovare pane per i suoi denti o, per meglio dire, per i denti dello squalo e qui giunta la frenetica attività indagatrice dei suoi occhi le serviva appunto da scandaglio per rilevare intorno a sé il più piccolo appiglio cui appendere le spaventose energie che improvvisamente le rigurgitavano dentro. Q. passava da un'attività all'altra, si riempiva di cose fatte mentre già cercava cose da fare.
                  Si riempiva infatti, ma non si saziava. Lavava verdure e pavimenti, potava piante e cuciva orli, spostava mobili e lucidava piastrelle, vuotava e riempiva armadi, poi risolveva cruciverba e catalogava libri, spazzolava cane e gatto e ispezionava soppalchi, preparava dolci, soufflè e frittate, montando uova, impastando farine, sminuzzando formaggio o prosciutto, quindi lavava maglioni invernali o camicie da notte, lavorava a filet tende per finestre, ripuliva foglia per foglia rami di limone dalle uova di cocciniglia e verificava origini etimologiche di parole sul dizionario per poi passare a tingere vecchie stoffe di cuscini e a incollare i pezzi di vecchi piatti di porcellana...
                 Nelle attività su cui lo squalo piombava non c'era nessun ordine logico, esse si accumulavano disordinatamente e nessuna conteneva in sé il suo fine; il fine era sempre uno ed uno solo: permettere allo squalo di respirare.
E intanto lo squalo sorrideva, del suo largo sorriso vorace e insoddisfatto, quello che nei documentari egli fa balenare verso l'operatore che lo riprende mentre già lo supera; sorrideva e non si stancava: divorava, sfilava, sorrideva  col suo ghigno e si manteneva in vita.
                 In quelle ore da squalo anche Q. sorrideva. Sorrideva dentro di sé nella sua avida pancia da squalo che si riempiva di cose, di fatti, di sensazioni, di pensieri, di azioni, di immagini; era bello essere squalo, che nessuno fermi Q!
             Non erano ore cattive quelle da squalo, quelle davvero cattive sarebbero venute subito dopo. Dopo la morte dello squalo. Che accadeva di colpo, perché il colpo, la subitaneità, insieme alla forza, sono il marchio distintivo dello squalo. Allo squalo tutto accade di colpo. Quando lo squalo è stanco si posa sul fondo e muore. Anche allo squalo ospite del corpo di Q. accadeva la stessa cosa: non si stancava se non all’improvviso. Allora si posava dentro di lei e moriva e la consegnava al precipito.
                    Al precipito abbiamo già accennato ma è un fenomeno cui vale la pena di dedicare una più accurata descrizione. D' improvviso l’ attrazione gravitazionale si faceva sentire con una potenza inusitata in Q. e l’attirava di maniera possente e inarrestabile. Nessun corpo poteva sostenere Q. quando la terribile attrazione si metteva in moto. Nessuna sedia, nessuna poltrona, neanche il letto. Anche attraverso di esso Q. si sentiva cadere, niente bastava a sorreggerla, sprofondava attraverso gli altri corpi lentamente; senza strappi, ma incessantemente, precipitava.
Per questo Q. lo chiamava il precipito.
            Al termine del precipito Q. riceveva la visita del Grave. Accadeva così che dopo il lungo, immobile precipitare il corpo di Q. finalmente si arrestasse su un fondo imprecisato e che lì solidificasse.
Bisogna però dire che il Grave  poteva venire a visitarla anche indipendentemente dal precipito, per scelta autonoma.
               La sensazione precisa era che su Q. si riversasse una valanga, una massa di fango e pietre tracimata da non si sa dove, che lentamente le si solidificava addosso, rimodellandosi sul suo corpo e divenendo tutt'uno con esso. Q. aveva l'impressione che i detriti di quella improvvisa valanga si fossero infiltrati anche dentro di lei, le avessero riempito la bocca, i polmoni, lo stomaco e così via. E che si fossero saldati insieme, trasformandola in un novello Hulk. Le sembrava di avere un corpo enorme, duro, lento e pesante. Di Hulk le mancavano solo il colore verde — e di questo Q. non si lamentava — e la forza.
               Essere Grave era infatti terribilmente faticoso. Significava spossarsi anche solo per sollevare un braccio, sentirlo rigido, compatto e pesante come fosse fatto di pietra. E lo stesso accadeva per i piedi e le gambe. Spostarne una era uno sforzo terribile. Q. se le toccava ogni tanto, per verifica, e le sue mani incontravano la solita superficie di muscolo e carne. Eppure le gambe pesavano e le sembravano un'unica colonna di pietra priva di articolazioni. In queste condizioni qualunque attività diventava gravosa ed estenuante e Q. poteva solo attendere che il Grave decidesse di accomiatarsi.
              Si faccia intanto attenzione a non confondere il masso con il grave.
Il masso, come abbiamo visto, le si piazzava sul petto e agiva sul respiro. Il grave invece investiva tutto il corpo. Ne era una vera e propria trasformazione. Col masso si poteva uscire di casa, sia pure affannando, il grave invece lo rendeva impossibile, o meglio poneva condizioni ricattatorie per spostarsi. Bisognava allora essere molto, molto accorti.
Cosicché, mentre era grave, Q. doveva ripetersi la raccomandazione del Professore a perdonarsi subito per avergli dato asilo nel suo corpo. Il grave stesso andava perdonato immediatamente: questa era la consegna. Perché, senza perdono, il grave diventava cattivo, molto cattivo contro Q. stessa che cominciava a pensare di gettarlo dalla finestra. Così quando era grave Q. affrontava l'esercizio del perdono, ricordando al grave e a se stessa, subito e con fermezza, che essere grave non è un peccato. Solo così si poteva sopravvivere al grave e alla sua attrazione verso il basso.
                A quel tempo però ad ogni momento poteva levarsi una voce qualsiasi ad incalzare Q. in specie  di grave  invitandola pressantemente a combattere la sua natura di grave per diventare qualche altra cosa, in una parola — sempre quella! — a reagire.
              Il mondo era pieno di gente che non era mai stata grave e che credeva di sapere come si fa a smettere di essere grave. Andavano anche in tv. Una sera in cui Q. era già  grave fin dal mattino e dal mattino si adoperava a tenere il grave  sotto controllo, Q. aveva sentito parlare in tv uno di questi esperti mai stati grave. Un filosofo. A suo dire se un grave si accompagna regolarmente ad un filosofo —a pagamento supponeva Q. —e affronta con lui un profondo esame dei grandi problemi filosofici che da sempre turbano l'umanità, -chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo, cos'è il dolore, cos'è la felicità, che cosa significa essere vivi, chi siamo noi, lo spazio, il tempo, l’eternità, il bene, il male, l'identità, chi sono io et caetera, et caetera-  il grave si assottiglia, anzi si parcellizza, diviene prima pietrisco, poi brecciolino, poi pian piano si fa polvere e, oplà, scompare. Le membra si sciolgono, cadono come crisalide e ne vien fuori un nuovo e più consapevole essere umano che, liberatosi del suo falso sé, affronta vita, morte e dintorni filosoficamente.
                     Se quella sera, mentre lo ascoltava parlare, Q. non fosse stata grave ma, poniamo, squalo, si sarebbe potuta alzare dal letto e avrebbe potuto telefonare alla Rai per chiedere che non ospitasse più, a sua spese, filosofi che parlavano del grave senza esserne mai stati abitati.
Ma quella sera Q. ospitava il grave sicché dal letto sul quale il grave l'aveva spalmata ascoltò il filosofo elargire saggezza e sicumera e, aprendosi a fatica una strada tra i detriti granitici che le occludevano anche il cervello, Q. gli inviò un piccolo messaggio augurale: Cento di questi Gravi.
                   Ma per tornare a quella mattina di agosto in cui Q. marciava nel parco, non si trattava né di grave né di precipito. Era invece lui, lo squalo, a imperare, sornione e tassativo, lui a spingerla e ad attrarla, a metterle fretta alle gambe e fuoco ai piedi, lui che la portò torno torno al parco, sempre scrutando intorno a sé, prendendo nota di tutto, tutto risucchiando negli occhi avidi, tutto misurando, valutando, fotografando. Ogni albero, ogni gatto, ogni filo d'erba, ogni panchina, ogni pietra, tutto andava repertoriato e stampato bene nella testa. Perché? Non c'era un perché, chiedersi i perché era un'attività decisamente superflua per lo squalo e a dire il vero Q. stessa a quel tempo considerava ogni ricerca causale alquanto sopravvalutata. C'era da marciare attraverso il parco e condurne un'ispezione, questa era la consegna dello squalo. Andava fatto in fretta, con attenzione molecolare e poi ripetuto, giro dopo giro, viale dopo viale, prato dopo prato, cespuglio dopo cespuglio. Tutto fu registrato e mandato a mente e niente fu visto. Perché vedere, sia detto, non è compatibile con la velocità dello squalo. Cosicché quella mattina, quando lo squalo che l’aveva abitata in fine si posò sul fondo dell’oceano e morì Q. fece la sola cosa che potesse fisicamente fare: si sdraiò sul prato e si coprì il volto con un fazzoletto. Quando lo squalo l’abbandonava non voleva vedere e non voleva essere vista.


Infatti, a quel tempo, Qualcuno poteva essere abitata.
(Continua/12)

Nota: da Enciclopedia di Scienze biologiche Garzanti

lunedì 16 dicembre 2013

DEP & DAP LEXICON /11

Capitolo sei

A quel tempo Qualcuno fece ricorso a Gorgia

Quando Q. ebbe preso atto di non poter fare assegnamento su alcuna inoppugnabile dimostrazione scientifica dell’esistenza della sua malattia e che d’altra parte la sua lingua era insufficiente a descriverne la natura - e che gli altri l’avrebbero lasciata nel suo locale insonorizzato e nel suo silenzio coatto senza riconoscerle la dignità di persona sofferente —non le restò che parlare con sé, dentro di sé e, nel vuoto oscuro in cui dimorava, cercò a tentoni il modo per rendersi esprimibile almeno a se stessa.
                  Arricchì così il suo personalissimo, libero lessico, improbabile e bizzarro ma fantasioso come sapeva essere fantasioso il suo male, e con esso decifrò per se stessa l’originalità e la ricchezza dei fenomeni che sperimentava quotidianamente.
                Di fronte alla necessità di orientarsi nell’intrico psico-fisico di una "Depressa con Disturbi da Attacchi di Panico" —la Dep & Dap— Q. istintivamente si volse alla retorica. Pensò cioè che la gorgiana "arte della parola" avesse al suo arco tutte le frecce occorrenti per centrare il bersaglio costituito da quel nodo di non-essere ed essere-troppo di cui a quel tempo era costituita.
             Ignorò del tutto la cattiva fama che la parola retorica si porta dietro, essenzialmente quella di essere menzognera, preferendo fidarsi di Baudelaire, per il quale le regole della retorica sono "réclamées  par l'organisation même de l'être spirituel". Proprio quello che tentò di fare: usare delle regole della retorica per ri-conoscere e organizzare il suo essere spirituale.
            Trovò subito una perfetta definizione per il suo presente: la sua vita era un anacoluto. L’anacoluto è quel costrutto retorico per cui il periodo è privo di coerenza e coesione tra le sue varie parti. È vero che molti scrittori lo hanno usato e lo usano ottenendone efficaci effetti artistici –come con tutte le figure retoriche in cui Q. si riconobbe- ma non siamo tutti artisti. E la sua vita era ben lungi dall'essere un'opera d'arte.
          Quanto a lei e al suo essere spirituale la regolarità sintattica ne era stata rotta. Il dopo veniva prima del prima e il conseguente anticipava il susseguente. La notte né precedeva né seguiva il giorno ma lo macchiava a mo' di pelle di leopardo. I morti erano presenti e i vivi sbiadivano. Il vuoto non conteneva ma era contenuto. Il mondo non esisteva eppure faceva male. Le cause non producevano effetti se non estranei alla loro natura e le domande trovavano eco solo in altre domande ma contraddittorie. La struttura profonda dell'esistenza — desideri, pulsioni, affetti, istinti— si era rovesciata: la morte era presente nella vita ma non la raggiungeva mai; era presente in un io che non era più presente. Lei veniva appellata ma non aveva più nome. Nutriva un corpo che non riconosceva come suo. Il linguaggio altrui era un enigma accecante e il suo un pane sfarinato.
                      Da questo anacoluto discendeva tutto il resto: le iperboli delle sue
sensazioni; le aporie cui approdavano i suoi interrogativi: duplici risposte inconfutabili ma opposte tra di loro; gli ossimori quotidiani generati dai suoi sensi; il fuori contesto in cui quotidianamente viveva, persino la fatìca della funzione fàtica. Il paradosso di una viva che si sentiva morta, compagno dell’ antitesi mattutina, quando si avegliava e doveva constatare che non era morta ma non viveva; le antifrasi cui ricorreva nei piccoli scambi quotidiani quando alla classica odiosa domanda: come va? Rispondeva il suo –bene, grazie; la sinestesia linguistica con cui esprimeva quella sensoriale-percettiva che l’affliggeva. E soprattutto lei, la metafora, con cui non solo si raccontava il mondo ma direttamente lo vedeva.
                  Q. era insomma diventata un dizionario di retorica e stilistica con cui, nel tentativo di dare ordine al discorso inintellegibile in cui era immersa, passò a nominare tutto ciò che era troppo inesplicabile per essere nominato con il linguaggio comune.
Fu così che a quel tempo Qualcuno fece ricorso a Gorgia. 
(continua/10)

Nota: Casi tipici in cui emerge in primo piano la funzione fàtica sono frasi come: stammi a sentire,attenzione, prego, capito? ecc.
La sinestesia è una figura retorica che prevede l'accostamento di due termini appartenenti a due piani sensoriali diversi.[1]